Il secondo Novecento

Il secondo Novecento 18 Giugno 2026

Altobello: una periferia rinata

Altobello: dal Canal Salso al Contratto di Quartiere, storia di una periferia che si è riconquistata | Discovery Mestre Altobello: una periferia rinata Dal Canal Salso al Contratto di Quartiere: storia di una periferia che si è riconquistata Dal Canal Salso alla ferrovia Altobello è il quartiere orientale di Mestre delimitato dal Canal Salso e dalle vie Pepe, Fedeli, Ancona e Torino. Le sue radici affondano nel Medioevo, quando l’area era territorio rurale paludoso integrato nel sistema difensivo e commerciale di Venezia. Il Canal Salso, canale artificiale scavato nel XIV secolo per collegare Mestre alla Laguna Veneta, attraversava il quartiere rendendolo avamposto logistico e militare, via d’acqua per traffici lagunari. Questa vocazione persistette fino all’Ottocento, quando la costruzione della ferrovia Venezia-Milano nel 1846 accelerò la transizione verso un polo proto-industriale, attraendo manifatture che sfruttavano il canale per le importazioni e la linea ferroviaria per le esportazioni rapide verso il Nord Italia. La Fornace Da Re e la cittadella industriale Il cuore delle origini industriali fu la Fornace Da Re, fondata nel 1849 da Gaetano Fedeli e acquisita nel 1852 da Giuseppe Da Re (1824-1885), probabilmente l’uomo più ricco di Mestre al culmine della sua parabola. Sviluppata sulla riva meridionale del Canal Salso tra via Pepe e l’attuale viale Ancona, l’ingegner Giorgio Sarto l’ha definita il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre: una vera «company town» con dieci manufatti originali, di cui otto ancora esistenti, che integrava forni, officine, magazzini e alloggi operai in un sistema autosufficiente. Il polo manifatturiero del primo Novecento Agli inizi del Novecento si affiancarono alla Fornace lo Scopificio Krull (1905), la CLEDCA per traversine ferroviarie impregnate con creosoto (1908) e la Carbonifera Industriale Italiana per la lavorazione del carbone (1909), oltre agli Ex Magazzini Generali dotati di darsena sul canale. Ciascuna di queste realtà ha la propria voce dedicata sul sito; nel loro insieme formarono il polo manifatturiero più denso della Mestre ottocentesca e primonovecentesca, interamente dipendente dal Canal Salso come arteria di importazione e dalla ferrovia come via di esportazione. Il declino e la periferia degradata Negli anni Venti-Trenta il polo entrò in crisi: l’interramento parziale del Canal Salso nel 1927, la concorrenza di Porto Marghera e la transizione energetica verso petrolio e gas erosero le basi di tutto il sistema. La Krull subì confische belliche, CLEDCA e Carbonifera chiusero gradualmente negli anni Cinquanta-Settanta. Parte degli immobili delle Fornaci Da Re fu convertita in case a schiera nel 1927, mentre le tre cosiddette «tettoie» porticate sopravvissute sono state trasformate in contenitori pluriuso su due piani, con lavori di completamento previsti in tempi brevi. Altre proprietà ospitano oggi uffici, mentre i magazzini devono ancora trovare una destinazione definitiva. Altobello divenne periferia degradata, segnata da edilizia popolare emergenziale come i lotti ATER costruiti tra il 1949 e il 1952, immigrazione e marginalità sociale. Il quartiere prese il soprannome di «Maccallè», o in modo più dispregiativo «Bronx di Mestre»: sentirsi apostrofare con un «Ma ti vien da Macalé?» non era, per anni, esattamente un complimento. Negli anni Settanta le aree della CLEDCA e della Carbonifera passarono sotto la proprietà di Italgas, che le utilizzò come deposito carburanti, aggravando la contaminazione da idrocarburi, creosoto e metalli pesanti. A partire dagli anni Duemila è stata avviata una maxi-bonifica con investimenti di circa 10 milioni di euro, ancora in corso in alcune fasi, con coinvolgimento di Regione Veneto, Comune di Venezia, ARPA e Soprintendenza. L’ex Carbonifera in viale Ancona, ristrutturata preservandone l’impronta architettonica industriale, ospita oggi il polo tecnico comunale del Comune di Venezia, con gli assessorati di Urbanistica, Mobilità e Trasporti, Edilizia privata, Bonifiche e Valutazioni Ambientali. Il dibattito urbanistico degli anni Ottanta Il dibattito sulla riqualificazione di Altobello affondava le radici negli anni Ottanta, molto prima che arrivassero i fondi del Contratto di Quartiere. Il Consiglio di Quartiere Piave-1866 impose una modifica radicale al Piano di Recupero come condizione per avviarlo, approvata all’unanimità. Il punto di scontro era chiaro: il Comune voleva intervenire sui volumi dell’ex Fornace Da Re e delle tre tettoie porticate di via Fornace; il quartiere pretendeva la conservazione integrale degli edifici come presupposto di qualsiasi negoziazione. Nel 1984, in concomitanza con l’indagine storica pubblicata nel volume Altobello, storia/analisi/proposte curato da Giorgio Sarto per il Comune di Venezia, la Commissione del Quartiere ribadì le proprie posizioni con un documento unitario in cinque punti: nessuna demolizione degli edifici storici della Fornace; apertura della piazza verso ovest per connetterla visivamente a Corso del Popolo; verifica della coerenza tra le previsioni urbanistiche e i finanziamenti realmente disponibili; avvio immediato del piano complessivo senza stralci parziali. Il documento segnalò anche un episodio emblematico: mentre si discuteva, all’imbocco della futura piazza era stato costruito un edificio in asse con via Bissolati che ne chiudeva fisicamente la prospettiva da Corso del Popolo. Mentre si discuteva, si costruiva. La riflessione teorica più organica arrivò nell’agosto del 1987, quando Giorgio Sarto pubblicò sulla rivista Aqua il saggio «Recuperare Altobello (e tutta la Mestre storica)». La tesi di fondo era che Mestre fosse stata trattata nella pratica urbanistica come una «tabula rasa», priva di stratificazioni degne di tutela, e che questo approccio avesse prodotto decenni di distruzione silenziosa. Sarto proponeva un ribaltamento di metodo: partire dall’orditura storica sopravvissuta, dai segni testimoniali ancora leggibili nel tessuto urbano, per costruire su di essi la nuova struttura della città. Era una visione che avrebbe aspettato quasi vent’anni prima di trovare applicazione concreta, ma che nel frattempo aveva seminato una cultura civica che si sarebbe rivelata decisiva. Il Contratto di Quartiere II (2004-2019) Il punto di svolta strutturale arrivò nel 2004, quando il Comune di Venezia presentò la candidatura di Altobello al Contratto di Quartiere II, strumento nazionale istituito dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con decreto del 27 dicembre 2001, destinato a quartieri con diffuso degrado edilizio, carenze di servizi e disagio sociale. La candidatura fu accolta: il progetto urbanistico fu affidato allo studio Archpiùdue di Paolo Miotto e Mauro Sarti, scelti per la loro esperienza nella rigenerazione di quartieri di edilizia residenziale pubblica. Il 25 ottobre 2006 il Ministero delle Infrastrutture, la Regione Veneto, il Comune di Venezia e ATER sottoscrissero il protocollo d’intesa, formalizzando i rispettivi impegni. Il programma valeva complessivamente circa 40 milioni di euro su un’area di 7 ettari articolata in tredici interventi distinti, con un contributo pubblico ministeriale di 10 milioni: il massimo concedibile per legge. La caratteristica più significativa del processo non fu l’entità dell’investimento, ma il metodo. La partecipazione degli abitanti non fu uno strumento di ratifica di scelte già compiute, ma un elemento costitutivo della progettazione: fu proprio nel gruppo di ascolto, attivo fin dalle fasi preliminari, che maturò la decisione più radicale, quella di pedonalizzare l’intero quartiere. Non era una scelta scontata: via Andrea Costa, già «strada di Macallè», era un asse di traffico consolidato, e la sua chiusura ai veicoli richiedeva una ridefinizione complessiva della mobilità nell’area. L’operazione permise di triplicare la superficie del parco esistente, con benefici sull’equilibrio idraulico e sulla temperatura superficiale della zona, e aprì spazi che nessun piano regolatore avrebbe potuto prevedere senza quel processo partecipato. Il coinvolgimento diretto degli abitanti produsse anche effetti finanziari inattesi. La pedonalizzazione rese l’area attrattiva per investitori privati, chiamati a operare nella sostituzione edilizia del patrimonio pubblico più degradato. La vendita di alcuni lotti generò quasi 5 milioni di euro aggiuntivi rispetto ai fondi pubblici previsti, reinvestiti interamente nel quartiere: un nuovo asilo nido con ludoteca attigua, la ristrutturazione parziale del centro civico Silvio Pellico, la riqualificazione di via Fornace. Gli 8 milioni di fondi pubblici destinati all’edilizia finanziarono la ristrutturazione degli edifici ATER di maggiore valore storico, per un totale di 61 alloggi di edilizia residenziale sociale. Il cantiere più simbolico fu il complesso Campo dei Sassi in via Fornace, costruito tra il 1927 e il 1930 a forma di ferro di cavallo sull’area delle antiche Fornaci Da Re. Ristrutturato con un investimento di 7,4 milioni e inaugurato il 31 maggio 2019, ospita oggi 37 alloggi destinati a soggetti fragili: 26 per anziani, 6 per persone con disabilità, uno riservato alle badanti di condominio selezionate dai Servizi Sociali e impegnate in turni di assistenza diurna e notturna. Tutte le unità sono dotate di domotica, allarmi chiamata, rilevatori gas e fumo e videosorveglianza presidiata 24 ore su 24. L’intero processo attraversò quattro amministrazioni comunali successive: la continuità fu garantita dalla pressione costante del gruppo di ascolto dei cittadini, che non allentò mai la presa sulle priorità stabilite all’inizio del percorso. Gli interventi principali Pedonalizzazione di via Andrea Costa, piazza Madonna Pellegrina e strade limitrofe Pedonalizzazione di via Fornace e riqualificazione delle sponde del Canal Salso Area verde di piazzale Madonna Pellegrina: da 3.600 a oltre 9.800 mq, con circa 70 nuovi alberi Isola ecologica interrata in via Fornace Nuovo asilo nido con ludoteca attigua e ristrutturazione del centro civico Silvio Pellico 61 alloggi ERP ristrutturati, di cui 37 nel complesso Campo dei Sassi per soggetti fragili Premio Rigenerazione Urbana Sostenibile RI.U.SO. 2015 (1° posto) e Premio Provinciale Cappochin 2015 Monitoraggio a cura dell’Università IUAV di Venezia, relazione finale 10 novembre 2015 Gli 8 milioni dei fondi pubblici destinati all’edilizia andarono alla ristrutturazione degli edifici ATER di maggiore valore storico, per 61 alloggi di edilizia residenziale sociale. Il complesso Campo dei Sassi in via Fornace, a forma di ferro di cavallo e costruito tra il 1927 e il 1930 sull’area delle antiche Fornaci Da Re, è stato ristrutturato con un investimento di 7,4 milioni e inaugurato il 31 maggio 2019. L’edificio ospita 37 alloggi destinati a soggetti fragili: 26 per utenti anziani, 6 per persone con disabilità, uno riservato alle badanti di condominio scelte dai Servizi Sociali che si turnano nell’assistenza giorno e notte. Tutte le unità sono dotate di impianti di domotica, allarmi chiamata, rilevatori gas e fumo e un sistema di videosorveglianza presidiato 24 ore su 24. Il processo ha attraversato quattro amministrazioni comunali diverse: la pressione continuamente esercitata dai cittadini attraverso il gruppo di ascolto è risultata determinante per mantenere le priorità nel lungo periodo. Gli strascichi: la Nave e le questioni aperte Non tutte le promesse del Contratto sono state mantenute con la stessa rapidità. Il complesso di case popolari di via Squero, detto la Nave 1, è rimasto fuori dai lavori del Contratto di Quartiere. ATER, dopo aver completato i lavori sugli edifici di propria competenza, non ha ancora terminato le opere di urbanizzazione afferenti, rendendo numerosi alloggi non abitabili per anni. Nel 2020 il presidente ATER Raffaele Speranzon ha chiesto alla Regione 7 milioni per un intervento di ristrutturazione integrale della Nave. Il 31 maggio 2022 il Consiglio Comunale ha approvato all’unanimità una mozione, a seguito di una petizione popolare con oltre 500 firme, chiedendo al sindaco e alla giunta di procedere con il completamento degli interventi previsti: isola ecologica, area tra via Bissolati e via Corridoni, coinvolgimento dell’università per l’assegnazione degli alloggi delle Tettoie agli studenti. Nel 2024 è infine iniziato il trasloco delle 42 famiglie ancora residenti nella Nave, il cui destino resta sospeso tra ipotesi di riqualificazione e definitivo abbattimento. Il quartiere oggi Altobello è oggi quartiere residenziale vivo, con coesione comunitaria e spazi pubblici conquistati in decenni di dibattito. Gli Ex Magazzini Generali, conservati e integrati con il Laguna Palace (2000) su via Torino, esemplificano un approccio alternativo alla rigenerazione: il nuovo edificio riprende il linguaggio lineare e orizzontale dei magazzini storici, aggiornandolo con materiali contemporanei e una volumetria misurata, trasformando l’area in un luogo di attracco e passeggiata che richiama l’antica funzione logistica. Le tre tettoie porticate di via Fornace, riuse nel 1927 ma nate come contenitori pluriuso della fornace ottocentesca, costituiscono ancora oggi un elemento identitario e di scala umana del quartiere. A riconoscimento del recupero della propria identità, su una delle pareti d’ingresso è stata apposta la scritta “Macallè”, su iniziativa del gruppo di ascolto dei cittadini: non più un’offesa, ma un nome da rivendicare. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re,…

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Il secondo Novecento 01 Febbraio 2026

Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio

La terra di Mestre: mille anni di storia nell’area del Castelvecchio | Discovery Mestre Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio Dal Castelvecchio all’Ospedale Umberto I Genesi e importanza strategica del Castelvecchio La storia del sito che oggi ospita il complesso dell’ex ospedale Umberto I di Mestre rappresenta una narrazione millenaria di trasformazioni urbanistiche, militari e sociali che definiscono l’identità profonda della città. Sebbene la tradizione storiografica locale, definita spesso come «vulgata», suggerisca che la prima fortificazione sia sorta sulle vestigia di un antico castrum romano, le fonti precisano che tale ipotesi rimane esclusivamente un’ipotesi scientifica non verificata, poiché non sono mai state effettuate rilevazioni archeologiche nell’area in grado di confermare una genesi romana o la presenza di insediamenti di quell’epoca. La documentazione storica certa pone la nascita dell’insediamento nell’anno 994, quando il re di Germania Ottone III, per intercessione dell’arcivescovo di Magonza Willigis, concessò privilegi e terre al conte Rambaldo II di Collalto. Il diploma annovera tra i beni concessi «un manso regale fra Mestre e Paureliano e Brentalo», oltre alla foresta del Montello, ventiquattro mansi nel contado trevigiano e altri possedimenti nel veneziano. Nel 1001 Ottone III concedè inoltre al Vescovo di Treviso il diritto di assegnare al Doge Pietro Orseolo II il privilegio di usare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. In questo periodo arcaico, la città si strutturava attorno alla cosiddetta Isola di San Lorenzo, un lembo di terra dove il potere militare, rappresentato dal primo castello poi denominato Castelvecchio, e quello religioso, identificato nella Pieve di San Lorenzo, costituivano i due poli fondamentali della vita comunitaria. Tale assetto ricevette un’ulteriore legittimazione nel 1152, quando la bolla pontificia Justis fratrum di papa Eugenio III, indirizzata al vescovo di Treviso Bonifacio, elencò e confermò le pertinenze della diocesi trevigiana, tra cui pievi, castelli e porti del territorio mestrino, tra cui verosimilmente il sito del Castelvecchio. La conformazione di questo primo nucleo difensivo è deducibile dall’analisi della cartografia storica, che evidenzia i segni degli antichi alvei del fossato alimentato dal fiume Marzenego. Questo sistema idraulico circondava l’abitato, sfruttando la naturale protezione offerta dal fiume a nord e dal percorso originario dell’antico Musone a sud. Le difese si evolsero nel tempo, passando da una primitiva palizzata lignea a una muraglia in pietra rafforzata da torri e porte munite di ponti, note come battifredo. Queste torri, originariamente realizzate in legno e ricostruite in pietra nel XIV secolo per resistere alle nuove macchine d’assedio, fungevano da punti di avvistamento e difesa dell’ingresso cittadino. All’interno di questo perimetro risiedeva il Capitano, un funzionario di nomina trevigiana incaricato della difesa militare e della supervisione economica del territorio. Il Capitano gestiva la riscossione della muda, una gabella riscossa sul transito di merci e persone che garantiva entrate cospicue ai governanti, poiché Mestre costituiva l’unico punto di raccordo terrestre obbligato tra la laguna veneziana e l’entroterra. Il declino militare e la transizione agraria L’importanza strategica del Castelvecchio lo rese oggetto di frequenti attacchi da parte delle signorie che si contendevano il dominio sul Veneto. La struttura iniziò a mostrare segni di decadenza già nel XIII secolo, quando non era più all’altezza delle nuove tecniche belliche. Un evento di particolare gravità si verificò nel 1274, quando un vasto incendio distrusse gran parte della fortificazione e la residenza del patrizio veneziano Tommaso Querini. Tale episodio innescò una crisi diplomatica tra Venezia e Treviso, con quest’ultima che rispose alle richieste di risarcimento espellendo tutti i cittadini veneziani dal proprio territorio. Con la successiva costruzione del Castelnuovo, l’antica fortezza del Castelvecchio perse progressivamente la sua funzione primaria, venendo trascurata dalla Repubblica di Venezia dopo la conquista guidata da Andrea Morosini il 29 settembre 1337. La vulnerabilità del sito emerse nuovamente durante la Guerra di Chioggia (1378-1381), quando Francesco da Carrara espresse la volontà di conquistare entrambi i castelli mestrini. Proprio da questo periodo storico alcuni fanno derivare i due soprannomi «Castelvecchio» e «Castelnuovo» ancora oggi in uso. La fine definitiva della fase castrense giunse nel 1434, quando le autorità veneziane decretarono la demolizione delle mura e il riutilizzo dei laterizi per nuove edificazioni cittadine. L’area interna fu destinata prevalentemente alla coltivazione agricola e affidata inizialmente al nobile Andrea da Mosto. In questo periodo si registrava ancora la presenza di una struttura signorile denominata Domus Magna e di alcune piccole abitazioni rurali, segnando il passaggio da centro di potere militare a zona di sfruttamento agricolo. L’epoca dei Canonici e l’Abbazia di San Giacomo Una nuova e significativa trasformazione ebbe inizio nel 1453, quando l’area del Castelvecchio appariva ormai ridotta a mura ed edifici abbandonati. Il 13 agosto 1453, il Doge Francesco Foscari indirizza una lettera al Podestà di Mestre chiedendo di concedere la struttura ai Canonici Regolari di San Salvador affinché vi edificassero un «recapito» per le loro faccende amministrative. Nacque così il Priorato di San Giacomo, la cui chiesa fu dedicata all’apostolo poiché si credeva custodisse una reliquia delle sue ossa. Questo insediamento religioso divenne un punto di riferimento non solo spirituale ma anche economico, poiché da qui il Priore poteva controllare le vaste proprietà dei canonici site nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban. La ricchezza derivante da queste proprietà consentì all’ordine persino di acquistare l’osteria del Cappello. Il prestigio dell’istituzione raggiunse il suo apice nel 1728 grazie all’iniziativa di Giovanni Santo Foscarini, priore di Mestre e cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Foscarini, sfruttando la sua influenza e l’amicizia con il Cardinale Francesco Barberini, riuscì a ottenere da Papa Benedetto XIII l’elevazione del priorato a rango di Abbazia il 26 aprile 1728. Tale promozione, compiuta senza il preventivo assenso della Serenissima o dei confratelli di San Salvador, generò tensioni politiche, ma fu infine accettata dal Senato veneziano il 10 settembre 1729. L’esperienza abbaziale fu legata quasi esclusivamente alla figura di Foscarini, che rimase l’unico a ricoprire il ruolo di Abate prima di essere nominato Arcivescovo di Corfù nel 1732. Attività produttive e insediamenti nobiliari Parallelamente alla vita religiosa del priorato, l’area del Castelvecchio mantenne per secoli una spiccata vocazione produttiva legata alla forza idraulica del fiume Marzenego. Lungo il Ramo delle Beccaria sorgeva il Molino del Castelvecchio, una struttura essenziale per la molitura del grano e l’economia locale. Nel 1584, il patrizio Fedrigo Contarini tentò di ricostruire il mulino, all’epoca ridotto a rudere, proponendo di innalzare il salto d’acqua (l’antipetto) a due piedi e sei once per aumentare la potenza idraulica. I periti della Repubblica di Venezia, Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo del 22 gennaio 1584, si opposero fermamente: temevano che l’innalzamento del livello idrico avrebbe favorito il trasporto di sedimenti verso la laguna, minacciandone l’equilibrio idraulico strategico. La richiesta fu respinta e il mulino non risorse mai più. Nello stesso periodo, l’area divenne meta di villeggiatura per la nobiltà veneziana. Tra le residenze più celebri vi era la Villa degli Zen, del Ramo di San Biagio, situata lungo il Marzenego nelle vicinanze del castello, con quattro torri angolari che avrebbero dato origine al toponimo «Quattro Cantoni». Nel 1785, la proprietà degli Zen fu ceduta a privati per essere trasformata in un’osteria e campi coltivati, collegata all’Abbazia di San Giacomo da un ponte. La villa fu demolita nel 1818; sul sito sorse poi il casino di villeggiatura di Alba Corner Balbi, noto come Villa Bandiera, distrutto nel XX secolo per il quartiere San Paolo. La nascita della sanità pubblica e il lascito di Piero Berna Per tutto il XIX secolo, Mestre rimase priva di una struttura ospedaliera propria, costringendo i malati meno abbienti a trasferirsi a Venezia per ricevere cure presso l’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. La svolta avvenne all’inizio del Novecento grazie alla determinazione del sindaco Jacopo Rossi, che istituì un comitato raccogliendo 50.000 lire per la costruzione di un nosocomio cittadino. L’opera fu resa possibile dallo straordinario gesto filantropico di Piero Berna, che acquistò personalmente i terreni della famiglia Tozzi per 40.000 lire e li donò gratuitamente al Comune. Berna dovette farsi carico della presidenza dell’Opera Pia dopo il tragico suicidio del Conte Rossi nel 1904, causato da infondate accuse di malversazione. La costruzione fu affidata all’ingegnere Eugenio Mogno, che completò il primo padiglione con 32 posti letto e una sala operatoria. L’inaugurazione avvenne il 16 aprile 1906. Nel 1908, la maestra Maria Berna donò 20.000 lire per una chiesetta neogotica progettata da Giorgio Francesconi, oggi sede della comunità ortodossa. Sviluppo dei padiglioni e impatto sociale Negli anni successivi l’ospedale si espanse grazie a lasciti di privati come Elvira Tozzi Favier, Marini Missara e Zancanaro. Un contributo fondamentale giunse dall’imprenditore Cesare Cecchini, il quale lasciò in eredità 100.000 lire per ospitare gratuitamente anziani soli e indigenti nei cento giorni invernali. Il secondo padiglione, completato nel 1915 lungo via Antonio da Mestre, fu intitolato a Cecchini. Nel 1922 vi fu collocato un moderno impianto di radiologia. L’ultima grande aggiunta storica fu il terzo padiglione, inaugurato nel 1935 lungo il Ramo della Beccaria e intitolato al dottor De Zottis, nato come sanatorio per la tubercolosi. Il 17 aprile 1925, il sindaco e primario Paolino Piovesana propose di spostare l’Umberto I vicino a Borgo Pezzana, ma la proposta fu bocciata dal consiglio comunale con 23 voti contrari. Dalla modernizzazione alla chiusura definitiva La seconda metà del Novecento ha visto l’ospedale Umberto I trasformarsi ulteriormente per adattarsi alla crescita demografica di Mestre. L’area è stata saturata con grandi monoblocchi inaugurati nel 1962, 1966 e 2003. Quest’ultima espansione, costata venti milioni di euro, rappresentò l’ultimo investimento significativo prima del trasferimento programmato. La parabola secolare dell’Umberto I si è conclusa nel giugno 2008, con il trasferimento di tutti i reparti presso l’Ospedale all’Angelo di Zelarino. La chiusura del Pronto Soccorso il 14 giugno 2008 ha segnato la fine di 102 anni di storia sanitaria ininterrotta. Oggi, l’area del Castelvecchio rimane in attesa di una riqualificazione che restituisca dignità a un luogo carico di memoria. Sopravvive intatto solo il Ponte del Castelvecchio sul Ramo delle Muneghe, l’ultimo legame tangibile con il passato millenario della città. Galleria immagini L’area dell’Ex Umberto I: oltre 1000 anni di storia stratificata La posizione del Castelvecchio, mappa del cap. Augusto Denaix del 1811 Il ponte del Castelvecchio oggi La Torre Belfredo: un esempio di battifredo a Mestre Mappa di Francesco Fiorini (15 luglio 1668): si vede Villa Zen, omessa l’area della Chiesa di San Giacomo Inaugurazione dell’ospedale Umberto I nel 1906 Il Padiglione Cecchini lungo Via Antonio da Mestre Il padiglione realizzato negli anni Sessanta Situazione attuale dell’area Ex Umberto I Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Brunello, Luigi. Mestre – Antiche Mappe, Centro Studi Storici di Mestre. Cosmai, Franca; Barizza, Sergio (a cura di). Mestre la storia, le fonti. Gusso, Adriana. Mestre – Le radici di identità di una Città. Sbrogiò, Marco. I Castelli di Mestre e l’antica Struttura urbana. Stocchero, Ilva. Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso, Centro Studi Storici di Mestre. Zoccoletto, Giorgio. Il priorato di Mestre Eretto in Abbazia, Centro Studi Storici di Mestre. Zoccoletto, Giorgio. Un terrenzello ai Quattro Cantoni, Centro Studi Storici di Mestre. Il Marzenego – Vivere il fiume e il suo territorio. ACOMAI Studio associato. Progetto di rigenerazione urbana denominato «Castelvecchio» area dell’ex Ospedale Umberto I Mestre – Venezia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Il secondo Novecento 14 Gennaio 2026

L’Umberto I nascita, sviluppo e chiusura

Ospedale Umberto I | Discovery Mestre Ospedale Umberto I Da simbolo di crescita alla ferita aperta nel cuore di Mestre Inaugurato il 16 aprile 1906, l’Ospedale Umberto I fu all’inizio pensato per accogliere solo 40 persone, ma l’incremento demografico della città e la necessità di nuovi servizi permise all’ospedale di crescere ed assistere un bacino di utenti sempre più grande. Il secondo padiglione, come già scritto, venne edificato grazie all’eredità di Cesare Cecchini, 1914, mentre il terzo padiglione venne progettato nel 1919 ed ultimato nel 1935 ed è l’edificio che si trova di fronte alla Chiesa Ortodossa e guarda al Ramo della Beccaria. Il corpo iniziale dell’Ospedale prese il nome del primo medico che vi operò, il professor Tullio Pozzan, il secondo Padiglione sito lungo Via Antonio da Mestre prese il nome di Cecchini, mentre il terzo Padiglione che confina con il Ramo della Beccaria venne intitolato a De Zottis. Tutti e tre tali padiglioni sono stati conservati, non proprio bene. Nel padiglione Cecchini venne collocato un impianto di radiologia nel 1922 grazie alle donazioni ottenute dal Circolo Cittadino, nel 1924 venne costruito un padiglione sanitoriale mentre nel 1926 questo padiglione venne amplificato per la realizzazione di un reparto di radiologia. I problemi di un ospedale in centro a Mestre Sin dalla sua realizzazione l’Ospedale Umberto I pose grandi dubbi in non pochi mestrini per la sua posizione troppo vicino al centro della città. Il luogo scelto per la sua realizzazione un tempo ospitava il Castelvecchio, poi un’abbazia, una famosa osteria e attività agricole e a quel tempo muoveva gli appetiti delle famiglie che possedevano quei terreni. L’area su cui erano sorti i primi due padiglioni dell’Umberto I era molto vasta e avrebbe potuto ospitare altre strutture ma la presenza del nosocomio metteva una pesante ipoteca sui terreni vicini impedendo di costruirvi altre attività. Alcuni notabili locali ipotizzarono di spostare l’Ospedale oltre i Quattro Cantoni e fra questi vi fu il sindaco Paolino Piovesana, Primario e presidente dell’Associazione Antitubercolare, la quale ricevette un mutuo di 800.000 lire da Cassa Depositi e Prestiti per realizzare un tubercolosario. La proposta fu discussa in una seduta del 17 aprile 1925 e fu bocciata con 23 voti sfavorevoli contro solo 6 favorevoli: l’ospedale sarebbe rimasto lì dove era stato realizzato. Nuovi ampliamenti e la chiusura L’ospedale cresceva grazie allo sviluppo demografico della città, ormai entroterra veneziano, e ospitando reparti e macchinari sempre più all’avanguardia. Prima della chiusura furono inaugurati altri monoblocchi, nel 1962, nel 1966 e l’ultimo nel 2003. Quest’ultimo costò venti milioni di euro e venne realizzato quando già si sapeva l’Umberto I sarebbe stato sostituito dall’Ospedale all’Angelo di Zelarino. Nel maggio 2008 cominciò il trasferimento dell’ospedale nella nuova struttura e il 14 giugno venne chiuso il Pronto Soccorso, l’ultimo reparto ancora aperto dell’Ospedale. Una ferita nel cuore di Mestre Inaugurato nel 1906 e chiuso nel 2008, l’Ospedale di Mestre ebbe una vita di circa 102 anni accompagnando i suoi cittadini sia nei momenti belli che nelle tragedie che ognuno di noi ha dovuto affrontare nella propria vita. Forse per questo quella “cicatrice” in mezzo a Mestre che dopo molti anni dalla chiusura dell’Ospedale non è ancora saturata fa soffrire. Galleria Immagini L’Ospedale Umberto I nei primi del novecento e il vigneto limitrofo Inaugurazione dell’Ospedale nel 1906 L’Ospedale come si presentava negli anni ’60 del XX secolo Ciò che resta dell’Umberto I Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Il secondo Novecento 14 Gennaio 2026

MuVe Mestre: Centro Culturale Candiani

Centro Culturale Candiani | Discovery Mestre Centro Culturale Candiani MuVe Mestre – Le collezioni dei Musei Civici nella terraferma Storia del Centro Culturale Candiani Il Centro Culturale Candiani nasce come progetto culturale negli anni ’70–’80, con l’obiettivo di creare non solo un edificio, ma una vera e propria casa della cultura nel cuore di Mestre, destinata a diventare punto di riferimento per la comunità e per l’intero territorio. Già nel 1978 lo studio degli architetti Iginio Cappai e Pietro Mainardis fu incaricato di delineare il progetto, dando avvio a quella visione che avrebbe combinato architettura, arte e funzioni culturali. La costruzione iniziò nei primi anni ’80, nel 1981, ma i lavori richiesero tempo: vari stralci di lavori, demolizioni e rifacimenti della piazza antistante si susseguirono per diversi anni, fino al completamento. Con il passare del tempo, il progetto iniziale venne rivisto, perché cambiavano le esigenze della città: non più soltanto spazi per attività tradizionali, ma un centro polifunzionale, capace di ospitare arti visive, performance, incontri e attività informative. Il Candiani fu ufficialmente inaugurato nel 2001 e intitolato a Luigi Candiani, pittore mestrino, radicando così fortemente la struttura nel territorio e nella memoria della comunità locale. Il progetto La piazza antistante nasce da un’idea del Maestro Gardenal ed è un innovativo progetto di public art: la pavimentazione esterna al Multiplex IMG Cinemas, estesa per circa 1.800 metri quadrati, è composta da tessere multimateriche che rappresentano il rapporto tra uomo e ambiente e tracciano una mappa ideale del territorio veneziano, collocato tra laguna, terraferma e corsi d’acqua. Il progetto architettonico del Centro Culturale è stato curato dagli architetti Giovanni Caprioglio, Dario Vatta e Filippo Caprioglio, che hanno realizzato un edificio con una hall altissima, sorretta da una struttura in acciaio sulla quale poggia una tensostruttura che sembra invitare l’avventore a entrare nel cinema, creando un legame tra spazio urbano, cultura e intrattenimento. Interno del Centro Culturale Candiani, foto di Dario Vatta Architetto All’interno del centro si trovano spazi diversificati e progettati per molteplici usi: due sale espositive (una di circa 600 m² e l’altra di 200 m²), un teatro-auditorium da 200 posti, una sala conferenze, una sala seminariale, un’aula multimediale e un ludomedialab, dedicato ad attività formative per scuole, famiglie e gruppi giovanili. Nel 2013 il Candiani ha visto un’ulteriore evoluzione con l’apertura del multisala cinema IMG Cinemas e la riqualificazione della piazza antistante, consolidando il ruolo del centro come polo culturale e sociale per Mestre. MuVe Mestre A partire dal 2016, la Fondazione Musei Civici di Venezia (MUVE) ha avviato un’attività culturale stabile presso il Candiani, volta a condividere il proprio patrimonio con gli abitanti della Città Metropolitana. In questo contesto nasce MuVe Mestre, che ha trovato casa nel Centro Culturale Candiani, rilanciandone l’attività e l’attrattività tra i cittadini residenti a Mestre e non solo. Il Candiani è diventato così un luogo dove far interagire e confrontare le collezioni dei Musei Civici e quelle di altre istituzioni internazionali. Dal 2017 il progetto di MuVe si è esteso ad altre aree della città, coinvolgendo la Fondazione Forte Marghera e attivando iniziative di promozione e valorizzazione del patrimonio museale all’interno del Parco Scientifico Vega. Negli anni successivi, grazie a MuVe e alla Biennale Forte Marghera, il Candiani si è consolidato come centro culturale di rilievo, ospitando importanti esposizioni d’arte moderna all’interno dei propri capannoni e laboratori artistici per operatori culturali locali nell’Officina Meccanica. Il Candiani dispone di un sito internet dove è possibile consultare tutte le informazioni sulle attività in corso, le mostre, i laboratori e gli eventi, confermandolo come un luogo vivo e aperto alla città. Collaborazioni museali e identità mestrina Dal 2016 il Candiani collabora con la Fondazione Musei Civici di Venezia (MUVE), dando vita a MuVe Mestre, un progetto che mira a condividere con la comunità metropolitana il patrimonio culturale e materiale dei Musei Civici. Grazie a questa collaborazione, gli spazi espositivi del Candiani ospitano mostre curate da MUVE con opere della collezione civica moderna e contemporanea, creando un dialogo tra la storia artistica di Mestre e le esperienze museali internazionali. Tra le iniziative più rilevanti si segnala la rassegna “Cortocircuito – Dialogo tra i secoli”, che alterna mostre dedicate a grandi maestri come Klimt e Kandinsky a riflessioni contemporanee. Nel 2023 è stato lanciato il progetto “La casa delle contemporaneità”, volto a trasformare il Candiani in un museo permanente di arte moderna con forte identità locale, rafforzando la presenza dei Musei Civici all’interno della città e consolidando il legame con il territorio. Mostre significative e iniziative storiche Il Candiani ha ospitato numerose esposizioni di grande richiamo. Tra queste, la mostra “Venezia città di luce. Storia dell’illuminazione pubblica” (ottobre 2021) ha raccontato l’evoluzione dell’illuminazione nella città, dalle lampade a olio del Settecento al gas del XIX secolo fino all’elettricità del Novecento, valorizzando la storia urbana, la società e i mestieri legati all’illuminazione. Più recentemente, nel 2024, il centro ha accolto la mostra “Matisse e la luce del Mediterraneo”, con opere della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro e prestiti internazionali, confermando la capacità del Candiani di ospitare eventi di livello internazionale. Linee programmatiche e visione futura Secondo il piano programmatico 2022–2025 del Comune di Venezia, il Candiani continuerà a essere un hub per le arti figurative e performative, il cinema, la musica, la fotografia e le attività rivolte alle nuove generazioni. Il progetto “La casa delle contemporaneità” rientra in una visione a lungo termine volta a consolidare la presenza stabile della Fondazione MUVE all’interno del centro, trasformandolo in un museo-stabile con focus su Mestre e sulla sua storia artistica del Novecento, rafforzando il legame tra cultura, comunità e territorio. Galleria Immagini Il Muvec alla sera Piazza Candiani è diventata un centro di ritrovo per le cene dei mestrini Centro Culturale Candiani, la pavimentazione interna La pavimentazione di Piazzale Candiani, opera di Mario Gardenal Centro Culturale Candiani, l’ingresso (foto di Dario Vatta Architetto) Centro Culturale Candiani, cinema interno (foto di Dario Vatta Architetto) Bibliografia “Candiani – Centro Culturale”, Italia.it. “Centro Culturale Candiani: Linee programmatiche 2022–2025”, Comune di Venezia. “Venezia città di luce. Storia dell’illuminazione pubblica”, mostra al Candiani, Comune di Venezia. “Matisse e la luce del Mediterraneo”, mostra al Candiani, Comune di Venezia. Bilancio / Attività 2024 Fondazione Musei Civici di Venezia (MUVE) – documento ufficiale, MUVE. “Il centro culturale Candiani dal fiume Marzenego”, Insula.it. Studio di tesi / pubblicazione storica sulla mostra d’inaugurazione “TerraFerma” (2001) al Candiani, unitesi.unive.it. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Il secondo Novecento 14 Gennaio 2026

Il Parco San Giuliano

Parco San Giuliano | Discovery Mestre Parco San Giuliano Da area paludosa a polmone verde di Mestre San Giuliano prima del parco L’area su cui è stato realizzato il Parco di San Giuliano era, fino a pochi decenni fa, un’area paludosa simile a quella che si incontra percorrendo la ciclovia che collega il parco a Campalto. In una mappa che riproduce l’assedio austriaco dell’agosto 1849 il Forte Manin appare molto vicino alla laguna, così come il Canale dell’Osellino. Con l’avvento di Porto Marghera, questa zona paludosa — così come l’area su cui fu poi realizzato il Villaggio San Marco, e non solo — venne bonificata attraverso l’utilizzo improprio di materiale di scarto delle lavorazioni industriali delle aziende attigue, sia siderurgiche che chimiche, dando forma a un vasto territorio che non aveva una destinazione d’uso e che era potenzialmente pericoloso. Storia del Parco di San Giuliano Nel 1990 il Comune di Venezia ha indetto un concorso internazionale (“Un parco per San Giuliano”) con lo scopo di riconvertire l’area e trasformarla in un polmone verde per la città. Fu la società “Comunitas Inc.” a vincere il concorso l’anno successivo, e all’architetto Antonio Di Mambro venne affidato l’incarico per la stesura del Piano Guida del Parco San Giuliano. Il Piano Guida fu approvato dal Comune il 19 gennaio 1996 e prevedeva uno sviluppo complessivo di 700 ettari, così suddivisi: 475 ettari di terreno. 225 ettari di canali, barena e laguna. In relazione alla vastità dell’intervento e alla disponibilità delle risorse economiche, i lavori di realizzazione — interrotti tra il 1999 e il 2000 per motivi giudiziari — hanno portato al completamento dei primi due lotti (A2 e B1) per un’estensione complessiva di 74 ettari. Il Parco fu presentato alla cittadinanza il 7 novembre 2003 dall’allora presidente della Commissione europea Romano Prodi e dall’ex sindaco Paolo Costa. La definitiva apertura è avvenuta l’8 maggio 2004. Dopo l’approvazione da parte del Ministero dell’Ambiente, nell’ottobre 2011 sono iniziati i lavori di bonifica nell’area di Punta San Giuliano, ove sono attive alcune società sportive. Secondo il Piano Guida dell’architetto Di Mambro la zona dovrebbe ospitare un rinnovato polo nautico, sebbene per tale progetto non siano ancora disponibili le risorse economiche necessarie. Nel 2021, in seguito all’accordo tra il Comune di Venezia e il Provveditorato Interregionale per le Opere Pubbliche (ex Magistrato alle Acque) per la bonifica dei rifiuti speciali (fosfogessi) della barena di Passo Campalto, è stato annunciato l’ampliamento del parco di altri 27 ettari. All’interno del parco si trovano un laghetto artificiale frequentato da molti uccelli e una fauna tipica lagunare: un ottimo luogo in cui ammirare la biodiversità veneziana. Anche il Forte Manin può dirsi parte dell’area del Parco, sebbene non sia visitabile. Il parco è collegato al quartiere Villaggio San Marco da un ponte strallato ciclo-pedonale — il Ponte Europa — che permette di superare la SS 14: lungo 140 metri e alto circa 7 dal piano stradale, presenta un pennone centrale di 40 metri. Un luogo che accoglie molti animali Il Parco di San Giuliano, esteso a oggi per 74 ettari, offre aree verdi, spazi ricreativi e di ristoro in aree attrezzate, una pista di pattinaggio e un campo sportivo, oltre a una rete di percorsi pedonali e ciclabili inseriti nel sistema del verde. Va detto che già nella dimensione attuale il Parco di San Giuliano è uno dei parchi più vasti d’Italia e, se verrà completato l’intero progetto, diverrà uno dei più grandi parchi urbani del mondo. Galleria Immagini Una veduta di insieme del Parco San Giuliano con sullo sfondo Venezia Area attigua a San Giuliano che sarà bonificata nei prossimi anni (Venicedrome) Parco di San Giuliano – Piano Guida aggiornato al luglio 2003 L’area su cui è stato realizzato il Parco San Giuliano nell’agosto 1849 Uno dei laghetti di San Giuliano Il parco San Giuliano come compare oggi dal satellite Passerella Parco San Giuliano – (Fondazione Promozione Acciaio) L’opera di Toni Benetton «Le anime: memorie di una cattedrale» Bibliografia Parte di quanto scritto proviene da Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Il secondo Novecento 14 Gennaio 2026

Parco Piraghetto

Parco Piraghetto | Discovery Mestre Parco Piraghetto L’area verde di Mestre Storia dell’area del Parco Piraghetto L’area che oggi ospita il Parco Piraghetto era parte del parco della Villa Cecchini Morosini sino al 1983. Quest’area verde fu vincolata grazie all’intervento di Palma Gasparrini e degli attivisti che lottavano per aumentare le aree verdi a Mestre — all’epoca una delle città con meno verde a disposizione dei cittadini in Italia — e che diedero il via a una riqualificazione di molte aree verdi nell’entroterra veneziano. Il parco venne ridisegnato e, grazie anche a Gianni Pellicani, furono effettuate un’importante piantumazione di alberi, lo scavo del laghetto tuttora presente, la realizzazione di un campo da basket, dell’area giochi e della bocciofila. Il parco oggi Oggi il parco ospita moltissime attività, oltre agli animali selvatici che hanno fatto di quest’area verde la loro dimora. Fra le associazioni presenti si possono citare Taiji Quan Mestre e la Bocciofila Dante Alighieri. Il Comune di Venezia ha deciso di trasferire qui l’asilo nido Millecolori, su progetto dell’architetto Daniele Levi, e di bonificare e riqualificare l’area dismessa attigua, ampliando così il parco. Galleria Immagini Il laghetto del Parco Piraghetto (foto: Christian Fabris) Il parco ricoperto di neve (foto: iamfabrideiaco) Le anatre del laghetto Il laghetto del parco Bibliografia Gasparrini, Palma. L’impiegata della strada del Parco Piraghetto, intervista su Ytali, in «Personaggi di Mestre». Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Il secondo Novecento 14 Gennaio 2026

Il Parco Alfredo Albanese (Bissuola)

Parco Alfredo Albanese | Discovery Mestre Parco Alfredo Albanese Parco Bissuola, oasi verde di Mestre Acquitrini, bunker e campi abbandonati L’area su cui oggi sorge il Parco Bissuola era un tempo caratterizzata da campi, terreni demaniali e acquitrini, situati a ridosso di una città in continua espansione verso quella direttrice, ancora priva di una forma definita. In quest’area si trovavano anche bunker militari, testimonianze della Seconda Guerra Mondiale, alcuni dei quali sono ancora presenti in altre zone di Mestre. Nonostante il suo aspetto selvaggio, l’area era utilizzata dai bambini per giocare, rappresentando un luogo di libertà e avventura. Il Parco Alfredo Albanese: breve storia Il parco è intitolato al Commissario di Polizia Alfredo Albanese, nato a Trani il 9 gennaio 1947. Impegnato nelle attività investigative contro il traffico di armi e gruppi eversivi come Autonomia Operaia e le Brigate Rosse, in collaborazione con il giudice Calogero e il generale Dalla Chiesa, Albanese fu assassinato a Mestre il 12 maggio 1980. Nel febbraio 1979 il Comune di Venezia, sotto la guida del sindaco Mario Rigo, approvò all’unanimità il Progetto Generale del Parco Pubblico ed Attrezzature Sportive in Località Bissuola – Mestre, elaborato dagli studi Laris (Milano) e Costa–Gualdi (Roma). Durante la stessa seduta furono approvati anche un centro civico — costruito all’interno del parco — e una Casa della Cultura adiacente a Piazza Ferretto, l’attuale Centro Candiani. I mandati di Mario Rigo segnarono un importante spostamento dell’interesse economico verso l’entroterra, con un forte impegno nella creazione di nuove aree verdi e nello sviluppo di una nuova idea di città. Il progetto del Parco Bissuola fu un esperimento pionieristico: il primo vero parco di Mestre, concepito per bilanciare la presenza industriale di Porto Marghera e promuovere la creazione di sette aree verdi in città. La realizzazione affrontò sfide significative: il terreno acquitrinoso e basso, l’estensione di circa 33 ettari e la necessità di integrare il parco nella città senza renderlo un corpo estraneo. Inizialmente il progetto prevedeva una strada interna, poi sostituita da un grande viale di fronte alla piscina. Il parco si divide in tre aree: una zona nord e una sud a carattere prevalentemente naturale, e un quadrato centrale con strutture e verde «costruito», che include bar, piscina coperta e scoperta, campi da pallacanestro, pallavolo, pattinaggio, bocce, un centro civico con biblioteca, teatro, piazza, campi da calcetto e tennis, un anfiteatro scoperto, un roseto, un’area giochi per bambini e un pattinodromo. Tra le attrazioni naturali spiccano un laghetto e uno stagno, che ospitano specie aviarie e tartarughe, oltre ad aiuole attrezzate e isole fiorite. Attività presenti nel parco Il Parco Bissuola ospita diverse realtà, tra cui il Teatro del Parco, recentemente rinnovato dal Comune di Venezia per accogliere attività di artisti giovani e non solo. Tra le iniziative del teatro spicca il progetto YouTHeatre, promosso dal Comune per coinvolgere i giovani e offrire loro uno spazio di espressione. La piscina della Bissuola — comunemente chiamata in città «la piscina» — è una delle più frequentate di Mestre e parte integrante della sua storia contemporanea. Offre attività natatorie sia nella struttura coperta che nelle piscine esterne più recenti ed è gestita dalla Società Nuotatori Veneziani, che si occupa anche della palestra interna. Recentemente sono state aggiunte una nuova pista di pattinaggio al coperto, gestita dalla A.S.D. Skating Mestre — che ha sostituito la vecchia struttura — e un nuovo palazzetto dello sport dato in concessione al Liceo Bruno Franchetti in Via Virgilio. Il parco è anche sede di attività culturali e sociali legate alla Municipalità di Mestre Carpenedo, rendendolo un punto di riferimento per la comunità. Galleria Fotografica Il Parco Bissuola di notte La serra nel Parco Bissuola Il laghetto del Parco Bissuola, che ospita pavoni, papere, cigni e tartarughe Uno dei bunker della Seconda Guerra Mondiale presenti nell’area Inaugurazione del Centro Bissuola nel 1981 Gli acquitrini presenti nell’area Bissuola Una delle strutture del Parco Bissuola che accoglie piante (VeniceDrome) La piscina all’aperto del Parco Bissuola (VeniceDrome) Veduta d’insieme del Parco Bissuola Sede dell’Associazione Arcobaleno (fronte) Sede dell’Associazione Arcobaleno (lato) Il Teatro del Parco Bissuola Bibliografia Renzoni, Cristina. Costruire una dotazione urbana: un’indagine sul parco della Bissuola a Mestre, in Abitare l’Italia: territori, economie e diseguaglianze, XIV Conferenza SIU. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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