Il Comune di Mestre 1866 - 1926

Quando Mestre fu Comune a Sé

Quando Mestre fu Comune a Sé
Il Teatro Toniolo

Tra l'Ottocento e il primo Novecento Mestre fu un comune autonomo e in quel periodo conobbe uno sviluppo urbano senza precedenti: non per dimensioni, ma per qualità. Imprenditori lungimiranti e amministratori attenti al territorio si impegnarono per rendere Mestre una città sempre più moderna e dignitosa. L'esperienza del Comune autonomo si concluse nel 1926, quando Giuseppe Volpi di Misurata ottenne l'annessione di Mestre a Venezia, ponendo fine a una stagione di vivace autonomia municipale.

Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio

La terra di Mestre: mille anni di storia nell’area del Castelvecchio | Discovery Mestre Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio Dal Castelvecchio all’Ospedale Umberto I Genesi e importanza strategica del Castelvecchio La storia del sito che oggi ospita il complesso dell’ex ospedale Umberto I di Mestre rappresenta una narrazione millenaria di trasformazioni urbanistiche, militari e sociali che definiscono l’identità profonda della città. Sebbene la tradizione storiografica locale, definita spesso come “vulgata”, suggerisca che la prima fortificazione sia sorta sulle vestigia di un antico castrum romano, le fonti precisano che tale ipotesi rimane esclusivamente un’ipotesi scientifica non verificata, poiché non sono mai state effettuate rilevazioni archeologiche nell’area in grado di confermare una genesi romana o la presenza di insediamenti di quell’epoca. La documentazione storica certa pone invece la nascita dell’insediamento fortificato nell’anno 994, quando l’imperatore Ottone III, attraverso un celebre Diploma imperiale, concesse il territorio di Mestre ai Conti di Collalto. In questo periodo arcaico, la città si strutturava attorno alla cosiddetta Isola di San Lorenzo, un lembo di terra dove il potere militare, rappresentato dal primo castello poi denominato Castelvecchio, e quello religioso, identificato nella Pieve di San Lorenzo, costituivano i due poli fondamentali della vita comunitaria. Tale assetto ricevette un’ulteriore legittimazione nel 1152, quando la bolla pontificia Justis fratrum di papa Eugenio III confermò al vescovo Bonifacio la proprietà della fortificazione, della pieve e del fondamentale porto di Cavergnago. La conformazione di questo primo nucleo difensivo è deducibile dall’analisi della cartografia storica, che evidenzia i segni degli antichi alvei del fossato alimentato dal fiume Marzenego. Questo sistema idraulico circondava l’abitato, sfruttando la naturale protezione offerta dal fiume a nord e dal percorso originario dell’antico Musone a sud. Le difese si evolsero nel tempo, passando da una primitiva palizzata lignea a una muraglia in pietra rafforzata da torri e porte munite di ponti, note come battifredo. Queste torri, originariamente realizzate in legno e ricostruite in pietra nel XIV secolo per resistere alle nuove macchine d’assedio, fungevano da punti di avvistamento e difesa dell’ingresso cittadino. Sulla loro sommità era posta una campana per dare l’allarme e spesso la struttura era allargata al primo piano per permettere alle guardie di compiere la ronda. All’interno di questo perimetro risiedeva il Capitano, un funzionario di nomina trevigiana incaricato della difesa militare della supervisione economica del territorio. Il Capitano gestiva la riscossione della muda, termine che deriva da “mutuare” o tassa, una gabella riscossa dal “mudaro” sul transito di merci e persone. Questa attività garantiva ai governanti entrate cospicue, poiché Mestre costituiva l’unico punto di raccordo terrestre obbligato tra la laguna veneziana e l’entroterra, trovandosi all’incrocio tra il Terraglio verso Treviso, la Castellana verso l’Impero d’Occidente e la Padovana verso Mirano. Il declino militare e la transizione agraria L’importanza strategica del Castelvecchio lo rese oggetto di frequenti attacchi da parte delle signorie che si contendevano il dominio sul Veneto, tutte desiderose di conquistare un avamposto capace di mettere in difficoltà la potenza di Venezia. Tuttavia, la struttura iniziò a mostrare segni di decadenza già nel XIII secolo, quando non era più all’altezza delle nuove tecniche belliche. Un evento di particolare gravità si verificò nel 1274, quando un vasto incendio distrusse gran parte della fortificazione e la residenza del patrizio veneziano Tommaso Querini, la cui famiglia era presente nell’area già da tempo. Tale episodio innescò una crisi diplomatica tra Venezia e Treviso, con quest’ultima che rispose alle richieste di risarcimento espellendo tutti i cittadini veneziani dal proprio territorio. Con la successiva costruzione del Castelnuovo, l’antica fortezza del Castelvecchio perse progressivamente la sua funzione primaria, venendo trascurata dalla Repubblica di Venezia che si limitò a riparazioni superficiali dopo la conquista guidata da Andrea Morosini. La vulnerabilità del sito emerse nuovamente durante la Guerra di Chioggia (1378-1381), quando Francesco da Carrara espresse la volontà di conquistare entrambi i castelli mestrini. Proprio da questo periodo storico alcuni fanno derivare i due soprannomi “Castelvecchio” e “Castelnuovo” ancora oggi in uso. La fine definitiva della fase castrense giunse nel 1434, quando le autorità veneziane decretarono la demolizione delle mura e il riutilizzo dei laterizi per nuove edificazioni cittadine. L’area interna, ormai priva di difese, fu destinata prevalentemente alla coltivazione agricola e affidata inizialmente al nobile Andrea da Mosto. In questo periodo si registrava ancora la presenza di una struttura signorile denominata Domus Magna e di alcune piccole abitazioni rurali, segnando il passaggio da centro di potere militare a zona di sfruttamento agricolo. Questa transizione fu favorita dalla fertilità dei terreni lambiti dal Marzenego, ma segnò anche l’inizio di una lunga fase in cui le vestigia medievali vennero gradualmente smantellate per recuperare materiale da costruzione per la nascente espansione urbana del borgo. L’epoca dei Canonici e l’Abbazia di San Giacomo Una nuova e significativa trasformazione ebbe inizio nel 1458, quando l’area del Castelvecchio appariva ormai ridotta a mura ed edifici abbandonati. Il 28 agosto 1458, il Doge Francesco Foscari indirizzò una lettera al Podestà di Mestre, Bartolomeo Pisani, chiedendo di concedere la struttura ai Canonici Regolari di San Salvador affinché vi edificassero un “recapito” per le loro faccende amministrative. Nacque così il Priorato di San Giacomo, la cui chiesa fu dedicata all’apostolo poiché si credeva custodisse una reliquia delle sue ossa. Questo insediamento religioso divenne un punto di riferimento non solo spirituale ma anche economico, poiché da qui il Priore poteva controllare le vaste proprietà dei canonici site nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban. La ricchezza derivante da queste proprietà consentì all’ordine persino di acquistare l’osteria del Cappello. I terreni circostanti furono affidati alla famiglia Querini e a vari coloni che trasformarono l’area in un polo di produzione agricola. Il prestigio dell’istituzione raggiunse il suo apice nel 1728 grazie all’iniziativa di Giovanni Santo Foscarini, priore di Mestre e cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Foscarini, sfruttando la sua influenza e l’amicizia con il Cardinale Francesco Barberini (o Bernini), riuscì a ottenere da Papa Benedetto XIII l’elevazione del priorato a rango di Abbazia il 26 aprile 1728. Tale promozione, compiuta senza il preventivo assenso della Serenissima o dei confratelli di San Salvador, generò tensioni politiche, ma fu infine accettata dal Senato veneziano il 10 settembre 1729. Tuttavia, l’esperienza abbaziale fu legata quasi esclusivamente alla figura di Foscarini, che rimase l’unico a ricoprire il ruolo di Abate prima di essere nominato Arcivescovo di Corfù nel 1732. Nonostante la partenza di Foscarini, il titolo di Abbazia restò formalmente attivo finché l’istituto religioso rimase operativo sul territorio. Attività produttive e insediamenti nobiliari Parallelamente alla vita religiosa del priorato, l’area del Castelvecchio mantenne per secoli una spiccata vocazione produttiva legata alla forza idraulica del fiume Marzenego. Lungo il Ramo delle Beccaria sorgeva infatti il Molino del Castelvecchio, una struttura essenziale per la molitura del grano e l’economia locale. Nel 1584, il patrizio Fedrigo Contarini tentò di ricostruire il mulino, all’epoca ridotto a rudere, proponendo di innalzare il salto d’acqua (l’antipetto) a due piedi e sei once per aumentare la potenza idraulica. Tuttavia, i periti della Repubblica di Venezia, Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo effettuato il 22 gennaio 1584, si opposero fermamente al progetto. Essi temevano che l’innalzamento del livello idrico avrebbe causato un ristagno prolungato delle acque nei campi vicini, favorendo il trasporto di sedimenti verso la laguna e minacciandone l’equilibrio idraulico strategico. Per tutelare la laguna, la richiesta fu respinta e il mulino non risorse mai più. Nello stesso periodo, l’area divenne meta di villeggiatura per la nobiltà veneziana. Tra le residenze più celebri vi era la Villa degli Zen, del Ramo di San Biagio, situata lungo il Marzenego nelle vicinanze del castello. La sua architettura era caratterizzata da quattro torri angolari che, secondo alcune interpretazioni, avrebbero dato origine al toponimo “Quattro Cantoni”, sebbene tale nome potrebbe riferirsi anche all’incrocio tra le aree di Carpenedo, Mestre, Perlan e Zelarino. Nel 1785, la proprietà degli Zen fu ceduta a privati — l’oste Andrea Drago e l’agrimensore Gio Batta Giuin — per essere trasformata in un’osteria e campi coltivati. La proprietà, estesa per circa cinque ettari, era collegata all’Abbazia di San Giacomo da un ponte e rimase un’attività molto redditizia fino alla demolizione dell’edificio avvenuta, secondo il Fapanni, nel 1818. Successivamente, nel 1850, sul sito dell’ex osteria fu eretto un “casino di villeggiatura” dalla nobildonna Alba Corner Balbi, noto come Villa Bandiera e dotato di una piccola torre, distrutto poi nel XX secolo per l’edificazione del quartiere San Paolo. La nascita della sanità pubblica e il lascito di Piero Berna Per tutto il XIX secolo, Mestre rimase priva di una struttura ospedaliera propria, costringendo i malati meno abbienti a trasferirsi a Venezia per ricevere cure presso l’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. Questa situazione gravava pesantemente sulle casse comunali, che dovevano rimborsare le spese di degenza. Nonostante vari tentativi di istituire un “ospedale pegli poveri” già nel 1838 sotto l’amministrazione asburgica, la cronica scarsità di fondi impedì la realizzazione di qualsiasi progetto concreto. Una prima risposta temporanea fu offerta dal dottor Giuseppe dalla Giusta, che allestì un ambulatorio provvisorio nel casino del Conte Gaspare Contarini dal Zaffo, portando sollievo ai più bisognosi in attesa di una soluzione definitiva. La svolta avvenne solo all’inizio del Novecento grazie alla determinazione del sindaco Jacopo Rossi, che istituì un comitato raccogliendo 50.000 lire per la costruzione di un nosocomio cittadino. L’opera fu resa possibile dallo straordinario gesto filantropico di Piero Berna, membro del comitato, che acquistò personalmente i terreni della famiglia Tozzi per la somma di 40.000 lire e li donò gratuitamente al Comune per permettere l’inizio dei lavori. Berna dovette farsi carico della presidenza dell’Opera Pia dopo il tragico suicidio del Conte Rossi nel 1904, causato dalla disperazione per infondate accuse di malversazione dei fondi raccolti. La costruzione fu affidata all’ingegnere Eugenio Mogno, che in tre anni completò il primo padiglione dotato di 32 posti letto e una sala operatoria. L’inaugurazione dell’ospedale Umberto I avvenne il 16 aprile 1906, alla presenza di un’equipe medica guidata dal professor Tullio Pozzan, a cui sarebbe stato successivamente intitolato il corpo centrale della struttura dopo la sua morte nel 1933. Nel 1908, la maestra Maria Berna donò 20.000 lire per la realizzazione di una chiesetta neogotica, progettata da Giorgio Francesconi, destinata alle suore e oggi sede della comunità ortodossa. Sviluppo dei padiglioni e impatto sociale Negli anni successivi, l’ospedale continuò a espandersi grazie a lasciti di privati come Elvira Tozzi Favier, Marini Missara e Zancanaro. Un contributo fondamentale giunse dall’imprenditore Cesare Cecchini, il quale lasciò in eredità 100.000 lire con la disposizione che gli interessi venissero utilizzati per ospitare gratuitamente anziani soli e indigenti durante i cento giorni del periodo invernale, dal 15 novembre a marzo. Per onorare tale lascito, il secondo padiglione dell’ospedale, completato nel 1915 lungo via Antonio da Mestre, fu intitolato proprio a Cecchini. All’interno di questo padiglione fu collocato nel 1922 un moderno impianto di radiologia acquistato tramite donazioni cittadine. L’ultima grande aggiunta storica fu il terzo padiglione, inaugurato nel 1935 lungo il Ramo della Beccaria e intitolato al dottor De Zottis. Questo edificio nacque come sanatorio per la cura della tubercolosi, sebbene la sua posizione vicino al macello cittadino sollevò inizialmente problemi per i cattivi odori. Nonostante la crescita, la posizione centrale dell’ospedale alimentò un lungo dibattito urbano. Il 17 aprile 1925, il sindaco e primario Paolino Piovesana propose di spostare l’Umberto I fuori dal centro, vicino a Borgo Pezzana, per realizzare un tubercolosario moderno. Tuttavia, la proposta fu bocciata dal consiglio comunale con 23 voti contrari, confermando la sede storica del Castelvecchio come fulcro della sanità mestrina. La presenza dell’ospedale impedì per decenni lo sviluppo di altre attività commerciali sui terreni limitrofi, mantenendo l’area dedicata esclusivamente alla funzione assistenziale. Dalla modernizzazione alla chiusura definitiva La seconda metà del Novecento ha visto l’ospedale Umberto I trasformarsi ulteriormente per adattarsi allo sviluppo demografico di Mestre, ormai divenuta il principale entroterra veneziano. Per rispondere alle nuove esigenze cliniche e tecnologiche, l’area è stata saturata con l’aggiunta di grandi monoblocchi inaugurati nel 1962, 1966 e 2003. Quest’ultima espansione, costata venti milioni di euro, rappresentò l’ultimo investimento significativo prima dell’ormai programmato trasferimento dei servizi sanitari fuori dal centro…

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Origini e splendore di Villa Erizzo

Origini e splendore di Villa Erizzo | Discovery Mestre Origini e splendore di Villa Erizzo Da villa patrizia a biblioteca attraverso i secoli Le ville venete arrivano a Mestre: gli Erizzo La storia di Villa Erizzo affonda le sue radici nelle vicende di una delle famiglie più illustri del patriziato veneziano, gli Erizzo, originari di Capodistria e giunti in laguna tra il IX e il X secolo. Sebbene la famiglia avesse origini umili, seppe ascendere ai vertici del potere della Serenissima, dando alla Repubblica persino un Doge, Francesco Erizzo, e consolidando nel tempo un vasto patrimonio fondiario nel territorio di Mestre. La costruzione della dimora padronale, situata nell’attuale cuore della città, avvenne con ogni probabilità nella seconda metà del XVIII secolo, tra il 1770 e il 1780, in un’area dove i documenti catastali napoleonici del 1810 registravano già la presenza di proprietà legate alla famiglia. In quel periodo, la villa non era isolata, ma costituiva il fulcro di un complesso che comprendeva case per i braccianti, stalle situate nell’attuale via Querini e una foresteria collegata al corpo principale da un corridoio. L’impianto architettonico scelto per la residenza rifletteva l’esigenza di rappresentanza della nobiltà veneziana in terraferma, con una facciata monumentale rivolta a nord verso una vasta ortaglia. La struttura originaria si presentava come una villa di campagna immersa in un parco immenso che si estendeva dalla zona della stazione ferroviaria fino all’attuale via Rosa, delimitato lateralmente da quelle che sarebbero divenute via Cappuccina e via Piave. L’Oratorio della Vergine Madre di Dio: preesistente alla villa Un elemento di fondamentale importanza storica all’interno del complesso di Villa Erizzo è l’Oratorio della Vergine Madre di Dio, situato all’angolo est della facciata principale. Questo piccolo edificio sacro è antecedente alla costruzione della villa attuale e rappresenta una preesistenza del XVII secolo: la sua consacrazione risale infatti al 1686, come testimoniato da una lapide interna in latino che recita: «Deo deiparae Virgini Andrea Ericcius sacravit MDCLXXXVI» (Consacrato da Andrea Erizzo alla Vergine Madre di Dio 1686). Tale datazione precede di quasi un secolo la villa (1770-1780) e suggerisce l’esistenza precedente di un palazzo dominicale già menzionato da Vincenzo Coronelli nel 1697. L’oratorio, caratterizzato da un portale in pietra sormontato da una finestra a lunetta e da un timpano ornato da tre statue, non era destinato solo all’uso privato della famiglia Erizzo, ma accoglieva anche fedeli esterni (l’ingresso rivolto verso l’esterno lo conferma). Al suo interno si conserva una pala d’altare raffigurante la Madonna con i santi Francesco e un santo che incatena il diavolo, oltre alla memoria storica del passaggio di Papa Pio VI. Nel 1782, durante il suo viaggio verso Vienna, il Pontefice pernottò a Mestre e celebrò qui la messa nell’oratorio l’11 marzo 1782 (alcune fonti locali indicano il 12 marzo, ma la data prevalente è l’11). Durante tale visita, il Papa incontrò l’ambasciatore del Sacro Romano Impero Giacomo Durazzo, che risiedeva con la moglie nella sua villa di Piazza Barche. Successivamente incontrò l’ambasciatore di Spagna, De Squillace. L’evento fu considerato epocale e anche le autorità ecclesiastiche vollero incontrare il Santo Padre: fra questi i vescovi di Treviso, di Padova, di Feltre, di Chioggia e arrivò da Cipro il vescovo di Famagosta. Il Conte Giuseppe Bianchini, proprietario all’epoca, fece realizzare una targa commemorativa per ricordare questo evento. Questa funzione religiosa e la cura profusa nella decorazione dell’oratorio sottolineano come l’area, prima di diventare un centro direzionale e civile, fosse un nodo vitale di spiritualità e prestigio sociale per il patriziato veneziano. La facciata dell’oratorio è rimasta inalterata nonostante i rimaneggiamenti subiti dalla villa nel corso dei secoli, e oggi fa parte del complesso della Biblioteca civica VEZ. L’ascesa dei Conti Bianchini e la trasformazione in dimora stabile Il destino della villa mutò radicalmente nel 1826, quando le figlie del defunto Principe Nicolò XIII Andrea Erizzo decisero di vendere la proprietà ai Conti Bianchini d’Alberigo, nobili di origine dalmata già confermati nei loro titoli dall’Impero Austriaco. I Bianchini, in particolare Vincenzo e Nicolò, rappresentavano una nuova classe aristocratica che, pur non disponendo delle immense ricchezze degli antichi patrizi, vedeva nella villa di Mestre uno status symbol e un investimento strategico. Sotto la loro proprietà, durata circa 103 anni, la villa smise di essere una semplice residenza stagionale di villeggiatura per trasformarsi nella dimora principale della famiglia. Questo cambiamento di abitudini ebbe un impatto diretto sulla toponomastica locale, poiché la strada che collegava la villa alla chiesa dei Cappuccini iniziò a essere identificata come via Ca’ Bianchini. La successione ereditaria vide la proprietà passare al Conte Pietro nel 1835, poi ad Angelo nel 1850 e infine alla Contessa Beatrice Elena Bianchini, l’ultima della stirpe a risiedervi stabilmente fino al 1938. Durante questo lungo secolo, la villa fu testimone della transizione di Mestre da borgo agricolo a centro urbano in espansione, un processo che avrebbe inevitabilmente richiesto il sacrificio dei suoi spazi verdi. Il progressivo smembramento del patrimonio fondiario e la nascita della ferrovia Lo smembramento dell’immenso parco di Villa Erizzo fu un processo lungo e inarrestabile, dettato dalle necessità infrastrutturali della città moderna. Il primo grande colpo all’integrità della tenuta avvenne tra il 1858 e il 1859, quando una porzione significativa del giardino meridionale fu sacrificata per consentire la realizzazione della Stazione ferroviaria di Mestre, un’infrastruttura che stava già rivoluzionando i flussi commerciali a discapito del tradizionale traffico acqueo di Piazza Maggiore. Questo evento segnò l’inizio di una serie di espropriazioni che avrebbero trasformato i terreni agricoli e i frutteti della villa in nuovi quartieri residenziali e industriali. La villa, che un tempo dominava solitaria il paesaggio con le sue due torri cilindriche e le cupole che svettavano sul volume principale, iniziò a essere accerchiata dalla crescita urbana. La perdita di questo isolamento agreste era il prezzo necessario per l’integrazione della proprietà nel nuovo tessuto cittadino, un fenomeno che avrebbe portato alla nascita di arterie fondamentali per la viabilità mestrina. L’ortaglia sacrificata per realizzare il Foro Boario Uno degli episodi più significativi della storia amministrativa di Mestre riguardò l’ortaglia della villa, situata a nord del complesso e a due passi da Piazza Maggiore. Secondo un sopralluogo degli ingegneri Orazio Monti e Angelo Castagna del 26 febbraio 1869, l’ortaglia comprendeva un prato con gelsi e viti, siepi di tulie, peri, peschi, ciliegi, un noselero e un salice. Nel 1869, il Comune, guidato dal Sindaco Girolamo Allegri, individuò proprio in questo terreno l’area ideale per trasferirvi il mercato degli animali, allo scopo di liberare Piazza Maggiore e renderla il centro decoroso del neonato municipio. Il Conte Giuseppe Angelo Bianchini si oppose fermamente, avviando una complessa trattativa economica basata su perizie divergenti: se il Comune valutava il terreno circa 1600 lire, la proprietà ne richiedeva oltre 6000. La controversia si risolse con l’intervento della prefettura, che dispose l’esproprio forzato dell’area nel 1868 per una cifra inferiore a quella pattuita in un primo accordo. Nonostante la successiva vittoria legale del Conte Bianchini, che ottenne un indennizzo maggiore, il terreno fu definitivamente trasformato nel Foro Boario, dove si svolgevano mercati di bestiame, mostre di cavalli e persino fiere popolari come la festa di San Michele. Quest’area, descritta dagli ingegneri come un prato ricco di gelsi, viti e alberi da frutto, divenne così la “seconda piazza” di Mestre, ospitando nel tempo circhi, cinema all’aperto e padiglioni fieristici. L’urbanizzazione del Novecento e il sorgere delle Case dei Ferrovieri Il processo di frammentazione del parco accelerò drasticamente nel primo dopoguerra, riflettendo la frenetica crescita demografica di Mestre. Nel 1922, altri mille metri quadrati di terreno sul lato sud furono espropriati per la costruzione delle Case dei Ferrovieri, alloggi destinati ai lavoratori di un settore ormai vitale per l’economia locale. Da questo primo nucleo edilizio nacque rapidamente via Piave, concepita dai pianificatori e da investitori come la famiglia Toniolo come una direttrice monumentale di bellezza pari a viale Garibaldi. Contemporaneamente, sul lato opposto, via Cappuccina veniva arricchita dalla presenza della Scuola Cesare Battisti, inaugurata nell’ottobre dello stesso anno. Il Conte Ettore di Rosa Luraghi, marito di Beatrice Bianchini e figura attiva nella politica cittadina, propose persino di trasformare l’ormai ex Foro Boario in una nuova piazza monumentale che ospitasse il municipio e la prefettura, un progetto che tuttavia non trovò piena realizzazione. La morte del Di Rosa nel 1925 e l’annessione di Mestre a Venezia nel 1926 segnarono la fine delle ambizioni di autonomia urbanistica legate alla villa. L’era della SADE e il sacrificio definitivo di un grande patrimonio Il capitolo finale della villa come residenza privata si scrisse nel 1938, quando la Contessa Beatrice Bianchini, segnata dai lunghi conflitti con l’amministrazione comunale, vendette la proprietà al Conte Giuseppe Volpi di Misurata. Fondatore della SADE (Società Adriatica di Elettricità), Volpi intendeva trasformare la villa in una sede di rappresentanza di alto prestigio aziendale. Questo passaggio comportò interventi strutturali invasivi che alterarono profondamente l’articolazione interna originaria: il salone centrale a doppia altezza fu diviso da un solaio intermedio per ricavare uffici amministrativi, eliminando il ballatoio che lo caratterizzava. La facciata esterna, pur mantenendo la sua imponenza tardobarocca con le quattro paraste giganti doriche e l’aspetto di un arco trionfale, fu ampliata sul lato sud per ospitare una nuova scala monumentale. Nello stesso periodo, il parco subì le lottizzazioni definitive per far posto al palazzo della TELVE e all’edificio centrale delle Poste, riducendo lo spazio verde a un piccolo frammento rispetto all’estensione originale. Memorie d’arte e la rinascita come polo bibliotecario cittadino Nonostante i pesanti rimaneggiamenti, Villa Erizzo ha conservato tracce preziose del suo patrimonio artistico settecentesco. Gli affreschi trompe-l’œil attribuiti ad Andrea Urbani, originariamente situati nel salone centrale, furono staccati durante i lavori della SADE e ricollocati nel vano scala per preservarne la memoria. Nel cortile interno, tra i resti di quello che fu un giardino ornato di statue, è stata recentemente identificata una riproduzione dell’Ercole e Lica di Antonio Canova, una scultura che simboleggia la potenza del mito classico un tempo celebrata dai nobili Erizzo. La segnalazione di Alessandro Bon al professore Roberto De Feo ha permesso di inserire anche questa statua in una serie di conferenze sull’influenza del Canova nell’arte dell’Ottocento. Dopo decenni di uso aziendale sotto la gestione ENEL, la villa è stata acquisita al patrimonio pubblico e, dopo un attento restauro, ospita oggi la Biblioteca civica “VEZ”, tornando a essere un punto di riferimento culturale per la comunità mestrina. Questa nuova funzione rappresenta il compimento di un ciclo storico millenario: da dimora chiusa dell’aristocrazia veneziana a spazio aperto della conoscenza, Villa Erizzo rimane il testimone più eloquente delle trasformazioni che hanno forgiato l’identità moderna di Mestre. Galleria Immagini Villa Erizzo – Beatrice Bianchini L’Oratorio della Vergine Madre di Dio Il Giardino della Villa oggi VEZ Trompe-l’œil di Urbani nella parete della sala centrale al primo piano Le ultime tre statue sopravvissute alla distruzione del parco originario L’ortaglia e Villa Bianchini in una mappa precedente al 1869 Targa commemorativa dei dipendenti SADE caduti in guerra Prospetto di Villa Erizzo nel progetto per la realizzazione della sede della SADE (1938) Retro di Villa Erizzo nel progetto per la realizzazione della sede della SADE (1938) Albero Genealogico dei Bianchini di Mestre Stemma della famiglia Bianchini In questo particolare del Catastico di Tomaso Scalfarto la villa è chiamata Ca’ Erizzo (1781) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). 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Hermann Krull un imprenditore fra Treviso e Mestre

Hermann Krull | Discovery Mestre Hermann Krull Fondatore dello Scopificio Krull e di Acca Kappa Storia Le origini e l’arrivo in Italia Hermann Krüll fu un giovane mercante prussiano originario della piccola città di Bad Wilsnack. Giunse a Venezia verso la metà dell’Ottocento, stabilendosi al Fondaco dei Tedeschi, tradizionale punto di riferimento per i commercianti dell’Europa settentrionale. All’interno del Fondaco avviò un’attività di import-export concentrata principalmente sui mercati cinese e asiatico: importava setole e pelli animali, mentre esportava soprattutto perle di Murano. Fin dagli esordi dimostrò un notevole talento imprenditoriale, che gli consentì di arricchirsi rapidamente e di consolidare una rete commerciale di respiro internazionale. La nascita dell’Acca Kappa Nel 1869 fondò a Treviso l’azienda H. Krüll & Co., rilevando e riorganizzando la Premiata Fabbrica di Spazzole Trevisana, precedentemente di proprietà del signor Sironi. Inizialmente Krüll ne divenne socio nel 1898, per poi acquisirne la piena proprietà nel 1899, a seguito della necessità di Sironi di estinguere i debiti contratti nei suoi confronti. L’espansione a Mestre L’impresa trevigiana non fu l’unica iniziativa dell’imprenditore tedesco. Intorno al 1905 Krüll fondò a Mestre, lungo il Canal Salso (in zona via Forte Marghera, all’inizio di piazza XXVII Ottobre, dove oggi sorge il Tribunale per i Minorenni di Venezia), uno scopificio specializzato nella produzione di scope destinate prevalentemente all’esportazione verso il mercato mitteleuropeo. Lo stabilimento faceva parte del sistema di opifici sorti sulle rive del canale all’inizio del Novecento, insieme ad altri insediamenti industriali come lo scopificio Longo, e sfruttava la posizione strategica del Canal Salso per il trasporto delle merci via acqua. Le scope venivano poi caricate su carri e treni merci, mentre lo stabilimento impiegava numerose maestranze locali. L’attività rimase documentata a Mestre fino a tutto il periodo della Seconda Guerra Mondiale, contribuendo in modo significativo all’economia industriale dell’area prima dell’affermazione del polo di Porto Marghera. Le vicissitudini durante la Prima Guerra Mondiale Nel 1917, durante la Prima Guerra Mondiale, la Premiata Fabbrica di Spazzole Trevisana venne confiscata dalle autorità italiane, poiché Krüll aveva mantenuto la cittadinanza tedesca ed era quindi considerato cittadino di una nazione nemica. La società passò in gestione a una cooperativa di dipendenti, mentre la proprietà fu acquisita dalla Cassa di Risparmio di Treviso. Krüll riuscì a riacquistare l’azienda nel 1923, esponendosi con un prestito di due milioni di lire oro, debito che riuscì a estinguere poco prima della morte. Vita familiare Durante un viaggio in Germania Hermann Krüll conobbe l’olandese Hulda Jaap, che sposò e dalla quale ebbe sette figli: una femmina e sei maschi, tra cui Hermann Krüll Jr., divenuto noto per la sua attività partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante gli interessi imprenditoriali sia a Mestre sia a Treviso, Hermann scelse Treviso come residenza stabile, facendo costruire una villa nei pressi dell’opificio. La successione e la morte Hermann Krüll morì nel 1936, lasciando l’azienda ai cinque figli maschi superstiti: Hermann Jr., Walter, Augusto, Günther e Fritz. Günther morì nel 1944 durante la Seconda Guerra Mondiale, Augusto nel 1961, Fritz nel 1977, mentre Hermann Jr. e Walter scomparvero entrambi nel 1984. Augusto Krüll si distinse come appassionato collezionista ed esperto di reperti archeologici, rinvenuti soprattutto nell’area del Montello. Alla sua morte, la collezione venne ceduta al Museo Civico di Crocetta del Montello. Fu inoltre amico del noto esploratore e imprenditore Giancarlo Ligabue. Galleria Immagini La famiglia di Hermann Krüll in una foto storica Ritratto storico di Hermann Krüll, fondatore di Acca Kappa Operai all’esterno dell’opificio lungo il Canal Salso Il portone d’ingresso del Tribunale dei minori dove vi fu lo scopificio Lo Scopificio Krull di Via Forte Marghera così come appariva (Foto Paolo Pavan) Pubblicità storica dei prodotti Acca Kappa Bibliografia “Con quelle setole restavano tutti a bocca aperta” da un articolo su Sette, rivista. I grandi marchi Italiani di Enrico Mannucci Storia della Società Acca Kappa Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Il Teatro di Mestre: il Toniolo

Teatro Toniolo | Discovery Mestre Teatro Toniolo Simbolo culturale di Mestre nato nel 1913 Il Teatro Toniolo: il lascito di una grande famiglia mestrina Nel 1908 con la chiusura del Teatro Garibaldi di Angelo D’Angeli Mestre si trovò senza un teatro, tale situazione era insopportabile per i suoi cittadini che si vedevano privati di un luogo di cultura così importante, la città sembrava dover rivivere la stessa situazione che si era presentata nella prima parte dell’ottocento con la chiusura del Teatro Balbi. Vi fu una tale indignazione fra la popolazione che la Gazzetta di Venezia dedicò un articolo a tale incresciosa situazione chiedendo l’intervento di imprenditori capaci di colmare tale lacuna. Pochi giorni dopo alcuni imprenditori si riunirono presso il bar da Vivit, struttura che poi sarebbe divenuta il suo hotel, per pensare ad un progetto adeguato per la città. In quel contesto Emanuele da Re, Domenico Toniolo e Arcangelo Vivit pensarono di riorganizzare l’area che aveva sin a quel momento ospitato il Foro Boario, trasferito da poco presso via Spalti, e trasformarlo in una piazza con un teatro. Chiesero al comune di acquistare l’ex ortaglia di Villa Bianchini presentando un progetto che prevedeva la realizzazione di un teatro circondato da un giardino, con all’interno un elegante salone, una birreria e una buffetteria. All’interno dell’edificio sarebbero state ospitate una scuola di musica ed un circolo ricreativo. Soluzioni di breve respiro Nel mentre in città si discuteva circa la realizzazione di un nuovo teatro si adattò la Sala Anna del Circolo Eden, sito in via Spalti, a teatro. Al suo interno vennero ospitati balli sia concerti di prestigio, come una selezione di brani scelti del Lohengrin di Wagner, che opere in lingua locale, come “La moglie del Dottore” di Silvio Zambaldi. Venne presentata al pubblico anche l’opera Mestreneide di Alberto Zajotti che raccontava con grande umorismo la storia della città. Il Circolo Eden di Via Spalti chiuse nel 1913 e poco dopo fu demolito. La strana damnatio memoriae mestrina… Il Teatro Toniolo: il lascito di una grande famiglia mestrina Nei primi anni del novecento Domenico Toniolo aveva comprato un terreno che si estendeva da Via Castelvecchio, l’attuale Via Antonio Da Mestre alle porte di Piazza Umberto I. Un’area che nei suoi progetti doveva ospitare nuove costruzioni da realizzare nelle vicinanze del nuovo centro cittadino. Via Castelvecchio era il nome di una strada medioevale che congiungeva l’area del Castelvecchio con la Pieve di San Lorenzo e si estendeva da Via Torre Belfredo, passando per l’attuale Via Antonio da Mestre proseguendo fino allo Stallo dei fanti, ora Piazzetta Cesare Battisti. Questa strada era presente anche su mappe del XVI secolo. I Toniolo furono grandi costruttori e imprenditori protagonisti della storia mestrina, il cui capostipite fu Antonio, noto per aver realizzato e posto sulla facciata principale di Palazzo da Re le due targhe commemorative tutt’oggi visibili. Domenico e Antonio Toniolo edificarono in quel periodo varie aree della città, dal centro a Via Piave. All’interno di tale lotto di terreno Domenico edificò un nuovo nucleo abitativo composto per lo più di villette e di case a due o tre piani, in un’area che oggi si può identificare come quella percorsa da Via Sauro, via Filzi e via XX Settembre. Il progetto più importante e destinato ad entrare nella storia mestrina venne, invece, realizzato in un’area che all’epoca era occupata da uno stallo per i cavalli, posta nella parte occidentale di Piazza Umberto I. Qui Domenico realizzò una galleria, l’attuale Galleria Matteotti, e un Teatro collegandoli con la Piazza attraverso una stradina, l’attuale Via Cesare Battisti. Un intervento che proiettò Mestre nel novecento e che contribuì all’ammodernamento della piazza cittadina nello stesso periodo in cui i Furlan, i Vivit, e i Barbaro operavano. Il Teatro negli iniziali progetti doveva portare il nome della Regina Elena, ma venne preferito intitolarlo alla famiglia che lo ideò. La prima pietra del Teatro fu posta il 12 aprile 1912 e i lavori furono terminati in 17 mesi. Il progetto era stato affidato all’ingegner Giorgio Francesconi assistito dall’architetto Mario Fabbris. La costruzione alla ditta Bonfiglio – Tradati e C. di Milano. Secondo un cronista dell’epoca Giorgio Francesconi si ispirò al progetto di Giannantonio Selva per realizzare il suo teatro, mentre per il Barizza la facciata del Toniolo ricorda di più un progetto di Nicola Piamonte, il quale realizzò il Teatro Goldoni a Venezia, scartato dalla Commissione dell’Ornato dell’epoca. Il Teatro Toniolo fu inaugurato il 30 agosto 1913 con una rappresentazione del Rigoletto del Verdi che ebbe ben dieci repliche, alcune delle quali offerte a prezzi popolari. Successivamente venne inaugurato il cinematografo, realizzato sempre all’interno del teatro, con la proiezione del film Quo Vadis? tratto dal romanzo di Henryk Sienkiewicz. Non mancarono opere in prosa e altri spettacoli che diedero a Mestre, finalmente, la cultura che da tanto ambiva. Descrizione del Teatro Il teatro aveva un solo ordine di palchi e una loggia, poteva ospitare fino a 1000 persone, dei grandi finestroni davano luce al palco e sul soffitto vi era il dipinto “Il trionfo di Apollo” di Alessandro Pomi, mentre verso la boccascena vi erano due colonne a cariatidi che sorreggevano un orologio. Le decorazioni e gli stucchi si dovevano alla ditta mestrina di Antonio Miotti. Due casse armoniche sotto l’orchestra, i palchi e la loggia in legno assicuravano una acustica eccellente. Il teatro cambierà il suo assetto interno e la sua struttura cambierà in base all’uso che ne venne fatto. Dopo la ristrutturazione del 1951 sono andati persi i palchetti e la galleria. Al loro posto fu realizzato una galleria sorretta da cemento armato. Inoltre è stata realizzata una sala per la proiezione delle pellicole. L’apporto del Conte Ettore di Rosa Luraghi Il Teatro fu amministrato dai Toniolo nei suoi primi dieci anni di attività per poi venir ceduto nel 1924 agli imprenditori Rossetto e Scarabelli e a stretto giro, sempre nel 1924, al Conte Ettore di Rosa Luraghi, che ebbe la capacità di risollevarne le sorti. Il Conte fu il marito di Beatrice Bianchini, proprietaria di Villa Erizzo, o meglio Ca’ Bianchini, e fu uno dei protagonisti della riqualificazione di Mestre fra l’ottocento e i primi novecento. Sotto la gestione del Luraghi il Toniolo continuò ad ospitare spettacoli di rilievo e personaggi di fama internazionale come, ad esempio, il Maestro Pietro Mascagni, che pare dormì presso la sua villa. Dagli anni cinquanta ai suoi primi 110 anni di storia A seguito della morte del Conte de Rosa Luraghi, 1925, la famiglia decise di cedere il teatro a Giovanni Furlan, che già possedeva il Cinema Excelsior. Il Furlan un paio di anni dopo lo cedette ad Alfredo Semprebon mantenendo la gestione fino al 1951, quando gli subentrarono Ferdinando Boer e da Mario Seno. Questi decisero di far operare il Toniolo esclusivamente come cinema e di operare drastiche ristrutturazioni che ne minarono l’originale estetica: il teatro originario andò perso. Al posto dei palchi e della galleria in legno l’ingegner Nini Marzetti realizzò un’unica galleria in cemento armato a forma di ferro di cavallo. La famiglia Boer nel 1955 arrivò a trasformare una saletta interna in un appartamento coprendo gli affreschi che Alessandro Pomi aveva realizzato sulle sue pareti. Oltre al cinema all’interno del teatro ai nuovi gestori fu permesso di realizzare un cinema all’aperto nell’attuale Piazzetta Gian Francesco Malipiero. Sotto la gestione Boer – Seno iniziò la collaborazione fra il Toniolo e La Biennale del Cinema nel 1960, grazie alla quale avvengono le prime manifestazioni legate alla Mostra in terraferma. Un’esperienza destinata ad una fortunata continuità. Nel 1963 la proprietà del teatro passò alla società Simco degli eredi Semprebon e poco dopo tornarono a gestirlo i Furlan e con un periodo di grande fermento per il teatro in cui la sua offerta di spettacoli si differenziò variando dal cinema all’avanspettacolo. Nel 1963 Dario Fo porterà la sua Commedia Isabella a Mestre, mentre nel 1983 esordirà il festival “Jazz e dintorni” in collaborazione con l’associazione Calligola dando un lustro a livello nazionale al nostro teatro. Nel 1984 il Toniolo viene preso in locazione dal Comune di Venezia. Gli anni ottanta furono per il Toniolo il momento di tornare ad essere solo un teatro. Fu in quel periodo che subì una nuova ristrutturazione, che iniziò nel 2001 e terminò nel 2007, durante la quale l’attività artistica non fu interrotta. La direzione del nuovo teatro comunale andrà ad Emanuele Guariniello, mentre fu nominato Gianantonio Cibotto direttore artistico. A partire dalla stagione 1986-’87 ebbe inizio la proficua collaborazione con l’associazione “Gli amici della Musica”, che tutt’oggi propone grandi eventi culturali in città, mentre dal 1989 il Direttore artistico dei due teatri Toniolo/Goldoni sarà Giorgio Gaber. L’esperienza di Gaber terminerà nel 1992 quando il Toniolo si separerà dal Goldoni ed entrerà nel circuito del Teatro Stabile del Veneto. Nel 1998 il Comune di Venezia acquisì il 98% delle quote dalla Simco, il 2% andò a “La Immobiliare Venezia” permettendo un nuovo restauro che avvenne fra il 2001 e il 2007. Nel 2005 la direzione della Stagione musica da camera e sinfonica andò a Mario Brunello. Nel 2023 in occasione dei 110 anni venne messo in scena il Rigoletto di Verdi prodotto dal Teatro La Fenice. Galleria Immagini Teatro Toniolo, immagine d’epoca Il Teatro Toniolo (Silvia Scagnetto) La “porta” del Teatro Toniolo dalla Galleria Barcella Il Teatro Toniolo e la Galleria Barcella Battaglia del Grano. Affluenze ad un comizio (Anni ’30) Una veduta d’insieme della tribuna e della platea Particolare del Trionfo di Apollo (Alessandro Pomi) Dipinti in stile Liberty presenti su entrambi i lati del Palco Gli affreschi del Pomi rovinati dalla realizzazione dell’appartamento Gli affreschi del Pomi rovinati dalla realizzazione dell’appartamento Locandina d’epoca del Toniolo Pubblicità dei cinema Furlan Excelsior e Toniolo Bibliografia Ferrari, Giorgio. Documenti per la storia dei teatri di Mestre, Il Cardo Editore, Venezia, 1992. Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Teatro Toniolo “una storia lunga 110 anni”, Comune di Venezia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre

Foro Boario | Discovery Mestre Foro Boario La seconda piazza di Mestre nata dall’ortaglia di Villa Erizzo Contesto storico Mestre all’inizio del XIX secolo aveva due piazze, se così si potevano chiamare. Una piazza era quella Piazza Maggiore sorta dove un tempo vi era il Borgo di San Lorenzo, odierna Piazza Ferretto, un’altra era Piazza Barche posta alla fine del canale artificiale chiamato Canal Salso. Non erano due vere piazze ma “spiazzi” in cui le persone si ritrovavano per commerciare e bere o mangiare parlando di affari. Piazza Barche aveva la sua funzione di luogo di commercio in virtù dell’essere posta al termine del Canal Salso, Fossa Gradeniga, ma questa sua funzione cominciò a scemare quando nel 1842 venne realizzata la Stazione dei Treni, prima a Marghera e poi a Mestre. Se le merci passavano per il Ponte ferroviario, 1846, con un mezzo più capiente e veloce com’era il treno aveva sempre meno peso il traffico acqueo. Fu in questo contesto che i notabili di Mestre si proposero di trovare nuove aree per dare a Mestre una nuova e definitiva Piazza. La scelta cadde su Piazza Maggiore che era posta all’interno dei due rami del Marzenego e che aveva una qualche centralità nella storia della città. Ma per poter procedere con questo progetto serviva liberare la Piazza dalle fiere e dai mercati degli animali e ridisegnarla rendendola più “decorosa”. L’ortaglia di Villa Erizzo Villa Erizzo si estendeva dall’attuale Piazza Donatori di Sangue alla Ferrovia, da Via Cappuccina a Via Piave, ovviamente queste all’epoca non esistevano. Una villa meravigliosa realizzata fra il XVIII e il XIX secolo in quella che all’epoca era un’area scelta da molti nobili veneziani per costruire residenze di villeggiatura. Lì dove oggi si trova Piazzale Donatori di Sangue vi era la sua ortaglia, cioè un giardino con orto, frutteti e piante di vario genere, di forma rettangolare circondato su tre lati da un fossato e sul quarto da Via Rosa. Secondo quanto riportato da un sopraluogo degli ingegneri Orazio Monti e Angelo Castagna, 26 Febbraio 1869, all’interno di questo terreno a due passi da Piazza Maggiore si poteva ammirare un prato con gelsi e viti, siepi di tulie, peri, peschi, ciliegi, un noselero e un salice. Qui l’ingegnere Francesco Balduin, per conto del Municipio di Mestre, individuò l’area ideale per trasferire parte del mercato del bestiame che in quegli anni si teneva in Piazza Maggiore, l’attuale Piazza Ferretto. Il Foro Boario di Mestre Fu l’allora assessore Piero Berna, Sindaco Girolamo Allegri, a cercare di intavolare una trattativa per l’acquisto del terreno con il Conte Giuseppe Angelo Bianchini, (1831 – 1884), allo scopo di convincere questi a vendere l’area dell’ortaglia alla città. Le due parti in causa non trovarono facilmente un accordo perché da parte il Conte Bianchini voleva realizzare un buon ritorno economico per la cessione di questo terreno mentre il comune non aveva abbastanza fondi a disposizione per accontentarlo. Le perizie presentate dell’ingegnere Balduin attribuivano all’ortaglia un valore pari a 1600 lire circa, mentre la perizia dell’ing Saccardo incaricato dalla proprietà era di 6202,5 lire. Come punto d’incontro procedette a un contratto di vendita per la cifra di 4000 lire. Il colpo di scena avvenne quando l’assessore Berna fece richiesta alla prefettura di poter procedere all’acquisto ma trovò l’opposizione dell’ufficio interpellato che valutava il terreno 2000 lire e intimò al conte di accettare tale cifra o avrebbe provveduto all’esproprio del medesimo terreno. Dopo la mancata risposta del Conte l’autorità preposta procedette all’esproprio il 23 gennaio 1868. Ne nacque una causa che vide vincere in seconda istanza il Conte Bianchini generando un danno economico e di immagine a Mestre e al sindaco e avvocato Allegri. In ogni caso il progetto dell’ingegner Balduin venne proseguito nell’area espropriata vedendo la realizzazione del Foro Boario e qui venne organizzato il mercato degli ovini, vicino alla Villa, e dei bovini verso la piazza. Il Foro avrebbe ospitato anche mostre di cavalli di razza organizzate dalla “Società per le corse di cavalli di Mestre” e la Festa di San Michele, festa che si teneva il 29 settembre per ricordare la conquista veneziana del castello avvenuta nel 1337. Piazzale Regina Margherita Il conte Ettore di Rosa, titolo acquisito sposando Beatrice Elena Bianchini, a differenza della famiglia della moglie fu molto attivo a Mestre e partecipò attivamente alla vita e alle discussioni sul futuro di Mestre. Sua e di altri cittadini fu la proposta di trasferire nell’ormai ex Foro Boario la nuova piazza cittadina. Questo terreno libero da grandi palazzi e costruzioni di ogni sorta si prestava per la realizzazione di un nuovo municipio, più ampio di Ca’ Collalto, la prefettura e gli altri edifici che avrebbero dovuto ospitare uffici del Comune e dello Stato. Giovanni Cecchini, Luigi Pallotti, Luigi Traldi, Costante Zennaro, Arcangelo Vivit, Vittorio Toniolo, Eugenio Da Re, progettarono proprio in quest’area la realizzazione di progetto finalizzato alla costruzione di un grande teatro. Purtroppo tale progetto venne bocciato dal Consiglio Comunale. Di fatto il Foro Boario si era svuotato già ai tempi del sindaco Napoleone Ticozzi che cercò di salvare la vocazione agricola di Mestre, ma che con la nascita delle fabbriche lungo il Canal Salso vide venir meno il senso di tale realtà. Il Foro Boario ospitò anche, in occasione delle fiere di S. Michele, bancarelle e baracconi d’illusionisti, il Circo di Riccardo Zavatta, che passava periodicamente, e anche il cinema all’aperto di Luigino Roatto che avrebbe aperto il Cinema Eden nell’edificio che i Toniolo realizzarono nella futura Via Verdi. Alla morte di Ettore Di Rosa, 1925, ogni suo progetto cadde nel dimenticatoio. Nel 1929 venne venduto parte del piazzale per permettere la realizzazione del nuovo palazzo della TELVE, Società Telefonica delle Venezie, e poi nel 1938 un’altra area per realizzare l’Edificio Centrale delle Poste, vedi cartolina qui sotto. La Contessa Beatrice Bianchini vendette la Villa al Conte Volpi di Misurata che ne fece la sede della SADE e ne alterò la forma e da qui iniziò la devastazione anche del parco e la distruzione di statue e giardini. Era la fine della Villa. Galleria Immagini Una cartolina in cui si può vedere il Foro Boario Il Foro Boario difeso da cannoni La Fiera di San Michele il 29 settembre 1919 nel Foro Boario Giardini Regina Margherita Approfondimenti Villa Erizzo nel Cuore di Mestre Villa Erizzo: il sacrificio di una grande realtà Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre Villa Erizzo: breve storia e architettura (Mestre) L’”Ercole e Lica” di Canova a Villa Erizzo? Bibliografia dal Fabbro, Valentina. VEZ Una nuova biblioteca in città, Venezia Documenta Settore Servizi Bibliotecari e Multimediali Comune di Venezia. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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La Colonna della Sortita

Colonna della Sortita | Discovery Mestre Colonna della Sortita Simbolo del patriottismo mestrino e della sortita del 1848 Il 27 ottobre 1848 avveniva la sortita di Forte Marghera, episodio fondamentale per la storia mestrina che si colloca all’interno dei moti rivoluzionari che videro l’Italia attraversata da un’onda di orgoglio patriottico. Un patriottismo che restò vivo nei dibattiti cittadini anche dopo la nascita del Comune di Mestre, dividendo la politica locale per decenni. Un tema divisivo Il dibattito su come onorare i fatti di Marghera animava la vita cittadina contrapponendo le diverse anime della politica locale. La stessa data del 27 ottobre era un campo di battaglia simbolico: i progressisti volevano commemorare quell’episodio con solennità pubblica, mentre monarchici, cattolici e la destra dell’epoca preferivano tenere sottotono queste rievocazioni. I due fronti avevano i loro uomini di riferimento: Napoleone Ticozzi, favorevole alla piena commemorazione del 27 ottobre, e Pietro Berna, cattolico, propenso a ridimensionare il patriottismo risorgimentale mestrino. La posizione del Ticozzi non stupisce conoscendo le sue radici familiari. Sua madre Domenica Olivi era nipote di Giuseppe Olivi, podestà di Treviso e patriota, e cugina di Antonio Olivi, eroe e martire dei moti mestrini. Suo padre Cesare, mazziniano convinto e sospettato di aver finanziato Mazzini, gli aveva imposto il nome Napoleone in aperto sfregio agli austriaci. Un monumento per i Fatti di Marghera Il 29 dicembre 1875, nella casa del veterano Bellinato, si riunì un gruppo di reduci insieme al sindaco Napoleone Ticozzi e ad altri cittadini per formare un comitato con il compito di raccogliere fondi per la realizzazione di quello che il Barizza definisce un “modesto Obelisco”, destinato a ricordare i fatti di Marghera. Fra i membri del comitato figuravano Giorgio Manin, figlio di Daniele, il Conte Jacopo Rossi, Lorenzo Gastaldis, Girolamo Allegri, Paride Zajotti e Antonio Malvolti. La prima iniziativa concreta del comitato fu nel 1878 la posa di una targa commemorativa sulle mura della casa di Pietro Berna, sita nei pressi del Ponte della Campana, abbattuta nel 1920 per far posto all’edificio tuttora esistente. Il 9 dicembre 1883 fu la volta della “casa della Rana”, ancora oggi visibile tra Via Olivi e Via Brenta Vecchia, dove venne affissa una targa in ricordo dei patrioti polacchi Costantino Miskiewicz e Isidoro Dembowski, caduti a Mestre durante i moti. Alla cerimonia parteciparono i loro familiari e un folto gruppo di cittadini polacchi giunti appositamente. La raccolta fondi per il monumento non ottenne il successo sperato: furono i Ticozzi ad anticipare di tasca propria la somma mancante, confermando l’attaccamento personale della famiglia all’ideale risorgimentale. Nel 1881 venne affidato a Lorenzo Seguso il compito di realizzare una colonna ionica sormontata da un Leone di San Marco in bronzo. Il piedistallo alla base ospita quattro piastre: due recano iscrizioni di Costantino Nardi, le altre due gli stemmi di Mestre e di Venezia. Il collocamento in Piazza Barche fu affidato ad Antonio Toniolo. La scelta di questa piazza non fu casuale: evitare Piazza Ferretto significava anche evitare le polemiche con chi si opponeva alla commemorazione nel cuore della città. Pietro Berna e la politica contro il ricordo Succeduto al Ticozzi, il sindaco Pietro Berna proseguì nella sua opera di ridimensionamento del patriottismo mestrino. La cerimonia d’inaugurazione, inizialmente fissata per il 27 ottobre 1885, fu sospesa il 17 ottobre con un’ordinanza prefettizia che adduceva come motivazione un’epidemia di colera — pretesto piuttosto trasparente, dal momento che il colera era allora endemico. Fu il Conte Jacopo Rossi a sbloccare la situazione proponendo una data alternativa: domenica 4 aprile 1886. Anche in questa occasione, tuttavia, il Berna si oppose alla richiesta del Comitato Promotore di esporre i gonfaloni donati a Mestre nel 1866 da altre città italiane in riconoscimento del contributo mestrino alla liberazione nazionale, e di organizzare una processione civica aperta alla cittadinanza. L’irremovibilità del sindaco portò il Comitato a sciogliersi in forma di protesta, lasciando una traccia duratura di quanto quella data fosse divisiva per la città. Da Piazza Barche al deposito comunale Per molti decenni la Colonna della Sortita rimase collocata di fronte al negozio Coin, al centro di Piazza Barche, punto di riferimento visivo e simbolico del centro mestrino. Nel 2008 venne rimossa per consentire i lavori di realizzazione del tram, finendo in un magazzino comunale dove rimase per sette anni. Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia il monumento giaceva ancora in deposito, tanto che il consigliere del Quirinale Louis Godart invitò pubblicamente il Comune di Venezia a ricollocarlo nel sito originario. Il ritorno in piazza e la polemica sul leone Il 24 ottobre 2015, in tempo per l’anniversario del 27 ottobre, la colonna tornò in piazza — non nella posizione originaria, oggi occupata da alberi e dalla rotonda, ma a una ventina di metri di distanza, in Piazza XXVII Ottobre. Alla cerimonia partecipò il sindaco Luigi Brugnaro, che ricordò anche Stefano Zabeo, recentemente scomparso, che si era a lungo battuto per riportare il monumento in città. Il leone era però ancora a terra: doveva essere restaurato secondo le indicazioni concordate con la Soprintendenza prima di essere riposizionato in cima alla colonna. Il 21 marzo 2016 i Lavori Pubblici procedettero infine alla posa del leone alato, seguita dalla rimozione del ponteggio e dal completamento delle opere sulla base. Ma non mancò la polemica. Il Centro Studi Storici di Mestre protestò per l’errato orientamento del leone: rimontato con lo sguardo rivolto verso sud, verso Roma, anziché verso nord, verso Vienna, come era stato voluto in origine. Una svista non da poco per un monumento il cui significato risorgimentale è tutto nell’indicare il nemico sconfitto. I fatti recenti: ricollocazione, restauro e polemiche (2008–2026) La rimozione del 2008 per i lavori del tram Sir1 portò il monumento in deposito per sette anni, suscitando appelli pubblici (come quello di Louis Godart nel 2011 per il 150° dell’Unità d’Italia). Il ricollocamento avvenne il 24 ottobre 2015 in Piazza XXVII Ottobre, con cerimonia alla presenza del sindaco Luigi Brugnaro e dell’assessore Francesca Zaccariotto, che sottolinearono il restauro della pietra d’Istria e del bronzo in collaborazione con la Soprintendenza. Il leone fu riposizionato il 21 marzo 2016 dopo restauro. Subito emerse la polemica sull’orientamento: il leone, storicamente rivolto a nord (verso il Terraglio e Vienna, simboleggiando la vigilanza anti-austriaca, come documentato da foto d’inaugurazione 1886), fu montato verso sud (ruotato di 180°). Il Centro Studi Storici di Mestre e il consigliere Paolo Ticozzi (discendente di Napoleone Ticozzi) denunciarono l’errore, che altera il significato simbolico del monumento. Ticozzi ha depositato un’interrogazione consiliare il 17 marzo 2026 (n. 1398), sostenuta dal gruppo PD, chiedendo il ripristino immediato ruotando il leone verso nord. La polemica è ripresa anche su gruppi Facebook come “Mestre Evolution” e pagine del Centro Studi Storici, evidenziando come l’errore sia persistente nonostante segnalazioni fin dal 2016. Galleria Immagini Piazza XXVII ottobre e la Colonna della Sortita in cartolina dell’inizio novecento Festeggiamenti per il collocamento della Colonna della Sortita a Mestre avvenuto il 4 aprile 1886 Leone di San Marco posto sopra la Colonna della Sortita La Casa della Rana in una foto d’epoca. Vi si intravede la targa commemorativa Lo Stemma di Mestre è posto sulla colonna Commemorazione della Sortita e del XXVII Ottobre Il Leone di San Marco è raffigurato al lato opposto dello stemma mestrino Commemorazione delle guerre veneziane La Targa posta nel 1883 sulla Casa della Rana che ricorda due combattenti polacchi su un edificio in Via Carducci Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Il Gazzettino, “Mestre si riappropria della sua storia e accoglie la Colonna della Sortita”, 25 ottobre 2015. Il Gazzettino, “La colonna della Sortita è tornata quasi al suo posto, a pochi metri da dov’era”, 23 ottobre 2015. Interrogazione consiliare n. 1398, Comune di Venezia, depositata il 17 marzo 2026 da Paolo Ticozzi et al., “Colonna della sortita, si riposizioni nella direzione corretta il leone posto sulla sua sommità”. Disponibile su consiglio2020.comune.venezia.it. Venezia Radio TV, “Mestre, la Colonna della Sortita torna in Piazza XXVII Ottobre”, 24 ottobre 2015. VeneziaToday, articoli sul restauro e ricollocazione della Colonna della Sortita, marzo 2016. Centro Studi Storici di Mestre, comunicati e proteste sull’orientamento del leone (dal 2016 in poi, ripresi su social e giornali locali). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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La Storia della Torre Belfredo

Torre Belfredo | Discovery Mestre Torre Belfredo Un simbolo di Mestre per quasi 900 anni M: ovvero quasi 900 anni di storia. Il Fapanni Della Torre Belfredo ci parla il Fapanni nel suo volume denominato “Il 24°”. In questo volume il Fapanni rammenta che la Torre Belfredo deve il proprio nome ad una macchina da guerra “conformata a Guisa di torre”. Egli ricorda che questa divenne un’abitazione a partire dal 1723 e che il suo primo abitante fu il N.U. Filippo Crotta. Molte parti del castello mutarono la loro destinazione d’uso ad abitazione privata, e due lo sono tutt’oggi. La datazione della sua realizzazione è fissabile, per il Fapanni, attorno all’anno 1000, quindi era coetanea con la Torre dell’Orologio, e questo lo dedusse dalla presenza di una M sulla porta della Torre rivolta verso il Terraglio, in numeri romani corrispondente all’anno 1000 appunto. Questa pietra fu poi collocata sul muro della casa N° 41/a sita nella stessa Via di Mestre una volta demolita la Torre. Testimonianze dell’ing Marco Sbrogiò L’Ing. Marco Sbrogiò ricorda che questa torre sia stata fra le più importanti per Mestre perché per essa passavano tutte le merci provenienti da Treviso e destinate a Venezia, o a fermarsi a Mestre. Da qui si poteva raggiungere il Porto di Cavergnago, il porto sorto sulla foce del Marzenego fondamentale per gli scambi commerciali fra Venezia e il continente. Quindi anche fra Treviso, che lo controllava e Venezia che con il suo Stato da Mar era un mercato importantissimo. Ma non tutta la merce che passava per questa torre – porta andava a Cavergnago, una parte veniva commercializzata nel mercato cittadino, rendendo i mercanti locali ricchi. Treviso aveva il diritto di richiedere la muda, o dazio, su ogni tipo di prodotto che varcava la Torre Belfredo, le documentazioni relative a tale tassa venivano poste in un armadio detto Arca, da cui il nome di Porta dell’Arca attribuito a questa torre. Il compito di richiedere tasse a chi passava con merci di ogni tipo attraverso questa torre restò in uso anche durante il periodo della dominazione della Serenissima su queste terre. Si pensi alle scritte in latino incise su una colonna della Provvederia: “MEN PASSUS VENETI MOLENDINOR 1586, che viene tradotta come “mensura passus veneti molendinorum”. Tale incisione ci racconta un tempo in cui per questa tratta passavano le merci destinate ai molini mestrini. La Torre Belfredo aveva anche un altro nome cioè Torre di Santa Maria, perché divideva il Borgo di Santa Maria dei Battuti dal Borgo di Mestre. Ma qual era il motivo per cui fu chiamata Torre Belfredo? Il motivo è semplice: la Torre Belfredo era una torre Battifreddo cioè una torre con una campana posta al di sopra di essa, che serviva a dare l’allarme in caso di attacco. Questo tipo di torre medioevale era all’inizio della sua storia in legno, poi venne coperta in pietra per darne maggiore resistenza. Tale tipo di torre divenne una torre – porta, o se davanti ad essa vi era un fossato una torre -ponte che permetteva l’accesso a merci e a persone. La Torre Belfredo era una delle tre porte di accesso a Mestre per accedervi attraverso il castello, essendo le strade interne del castello poste a T le porte più importanti della città erano appunto la Torre Belfredo, la Torre Altinate che era all’altezza di Via Caneve, scomparsa molto prima di quest’ultima, e la Torre della Loggia, oggi conosciuta come Torre dell’Orologio. Per un pugno di lire La storia della distruzione della Torre Belfredo ha dell’incredibile e rientra nelle caratteristiche di quell’essere italiani che vede poco rispetto per la collettività e la storia. La Torre venne demolita per poche migliaia di lire, un monumento importantissimo di Mestre e nulla e nessuno poté fermare la proprietaria Teresa Gatto, vedova Artico, che non volle né tenere in piedi la torre né venderla a un prezzo accettabile per il Comune di Mestre. Ma l’abbattimento della Torre non fu pianto da tutti i cittadini dell’epoca, da molti fu salutato come la liberazione e la possibilità di aprire Mestre a una nuova Via, inizialmente chiamata Bandiera e Moro, che permise di rendere più facile il passaggio dei mezzi di locomozione dalla Castellana e dal Terraglio. La demolizione Quando la signora Teresa Gatto si trovò nel possesso della Torre Belfredo a causa della morte del marito, che di cognome faceva Artico, e nella impossibilità di mantenere quell’edificio propose al comune di Mestre due soluzioni: o acquistare l’edificio o permetterne la demolizione. Lettera del 20 gennaio 1875. Informato di tale lettera il Sindaco Napoleone Ticozzi, 9 aprile, si prodigò per evitare tale scempio nei confronti della storia della città. Durante un Consiglio Comunale raccomandò alla signora Gatto di non demolire un bene così prezioso, poi scrisse al Ministero dell’Interno e al prefetto chiedendo l’intervento di tali autorità. Vedendo che le sue pressioni non portavano a nulla chiese alla signora Gatto di attendere che il comune riuscisse a trovare i fondi necessari per rilevare la torre. Lei chiedeva 6000 lire dell’epoca. Il 21 agosto 1876 il comune ricevette una nuova proposta di acquistare l’edificio per 7.000 lire con una scadenza di 40 giorni per accettarla. 143 cittadini comuni si riunirono e firmarono un documento per opporsi a tale scempio, ma fra questi non vi erano i notabili, i cittadini più influenti, della città. Il 19 agosto 1876 il sindaco Ticozzi fece un ultimo tentativo per impedire salvare la torre presso il prefetto Moretti, il quale, però, ribadì l’impossibilità di agire su un bene privato. Ma, ormai, ogni tentativo era diventato vano, infatti l’abbattimento della torre era già iniziato e si sarebbe conclusa in pochi giorni. Finita l’opera di demolizione la vedova Artico vendette tutto ciò che poté: compresi i mattoni e il terreno rimasto libero dalla porta del castello. Della torre restava una buca di quattro metri per uno. Il terreno fu venduto al comune per 500 lire. Forse avrebbe potuto cedere l’edificio a un prezzo migliore. L’ingegner Balduin fu incaricato di realizzare una strada dove sorgeva la torre che avrebbe congiunto the Borgo dei Tedeschi, o via Bandiera e Moro, al resto della città. Oltre un secolo dopo al fianco delle mura del castello rimaste in piedi venne realizzato il parchetto di Via Torre Belfredo e poi poste sul marciapiede alcune pietre per ricordare dove fosse l’antica torre. Sulle mura del castello presenti in tale parchetto vi è anche una targa commemorativa. Galleria Immagini Ipotesi del prospetto di Torre Belfredo (Sbrogiò – Centro Studi di Mestre) Rappresentazione artistica della Torre Belfredo Particolare di una mappa di Gioseppo Cuman, (7 Luglio 1668), in cui si nota la Torre Belfredo Il parchetto di Via Torre Belfredo sono le mura del Castello di Mestre Targa Commemorativa della Torre Belfredo Bibliografia Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Sbrogiò, Marco. I Castelli e l’antica struttura urbana, Centro Studi storici di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Il primo Tram di Mestre

Il primo Tram di Mestre | Discovery Mestre Il primo Tram di Mestre Dalla prima linea a cavalli del 1891 ai filobus del 1933 La “Società per la Tramvia” a cavalli La prima rete tramviaria di Mestre venne realizzata nel 1891 con il nome di “Società per la Tramvia” e prevedeva una sola linea da Piazza Barche a San Giuliano, ripercorrendo su rotaia il percorso del Canal Salso che entrava — ed entra — in laguna quasi in corrispondenza della fermata del Tram. Le prime carrozze erano trainate da cavalli e potevano portare 48 persone per un tragitto che durava circa 15 minuti. Di notevole interesse vi è anche il progetto, non realizzato, di un ponte metallico che avrebbe collegato San Giuliano a Cannaregio, perpendicolare di fatto al Canale di San Secondo. Partendo da San Giuliano, il ponte sarebbe arrivato circa dove si trova oggi la sede di San Giobbe di Ca’ Foscari. Un’idea che di fatto anticipava di circa quarant’anni il Ponte della Libertà. Il progetto del ponte che collegava San Giuliano a Cannaregio fu anche oggetto di una lettera datata 1898, sottoscritta dai notabili — imprenditori, commercianti e possidenti — dei sei comuni del Mandato di Mestre. Fra i firmatari vi era quel Cesare Cecchini che fu anche socio di questa società assieme al fratello Giovanni Cecchini. Il futuro arriva a Mestre: il tram elettrico Il 21 ottobre 1902 a Mestre vennero accesi i primi lampioni elettrici grazie a un contratto con la padovana Moresco & C, che aveva la propria piccola centrale elettrica nell’area dell’antico Teatro Balbi. Questo evento fu l’impulso per la realizzazione della prima rete tramviaria elettrica del Veneto, nel 1903. Nel 1905 la società cambiò nome in Società Anonima Tramvie Mestre (STM), e nel gennaio 1906 venne aperta al pubblico. Le nuove carrozze elettriche permettevano di realizzare più linee e di percorrere tratti più lunghi rispetto alle precedenti, e fu in virtù di questa innovazione che si aprirono nuove linee verso le città vicine. Nell’ordine: Mestre–Carpenedo (5 agosto 1908), Mestre–Treviso (20 febbraio 1909), Mestre–Mirano (1° luglio 1912). Nel 1910 l’STM fu nominata gestore della rete urbana di Treviso. La Mestre–Treviso era lunga 18,780 km. La grande espansione della STM fu tale che nel 1912 era considerata la principale azienda della città. Tra i consiglieri figuravano Antonio D’Ambrosio, Francesco Battisti, Guido Fano e Cesare Cecchini; presidente era Giorgio Karrer. In precedenza Giovanni Cecchini ne era stato vicepresidente. La realizzazione delle linee per Mirano e per Treviso fu segnata anche dalla necessità di superare le preesistenti linee ferroviarie lungo il percorso. Per far ciò era necessario un cavalcaferrovia, e per realizzarlo si ricorse all’esperienza che i fratelli Cecchini avevano già accumulato in opere simili in altre città italiane. Cesare operò persino a Firenze. I tre cavalcavia realizzati dai Cecchini furono due in località Quattro Cantoni e uno in località Giustizia. I due cavalcavia dei Quattro Cantoni non esistono più e sono stati sostituiti da sottopassi. Il primo era stato costruito per collegare Mestre centro con Via Castellana, mentre il secondo per superare la ferrovia Venezia–Trieste. In quest’ultimo caso il tram veniva fatto passare a raso: un addetto munito di apposito bastone abbassava il pantografo. Per la loro realizzazione fu incaricato l’ingegner Giuseppe Pasquali, molto attivo a Mestre in quegli anni. Il cavalcavia che avrebbe collegato Mestre a Chirignago fu realizzato da Giovanni Cecchini, che ebbe anche in proprietà parte delle terre su cui esso sorse, secondo regolare contratto. Si pensi che Villa Cecchini e il futuro Parco Piraghetto sorsero lì vicino. Dal tram al filobus Il 15 aprile 1933 venne inaugurato il Ponte della Libertà, e con la sua realizzazione la linea tranviaria Mestre–San Giuliano fu sostituita dalla prima linea filoviaria Mestre–Venezia, che realizzava per la prima volta un collegamento diretto tra Piazza XXVII Ottobre e Venezia. Sempre quell’anno la Società Tranvie Mestre cambiò denominazione in Società Filovie Mestre (SFM). Nel 1934 fu inaugurata la tratta del filobus Mestre–San Giuliano, nel 1937 la linea Mestre–Mirano e il 18 maggio 1938 la Mestre–Treviso. La Società Filovie Mestre aveva come primo socio la SITA, azienda della galassia Fiat fondata a Torino. Le linee filoviarie presenti fra Mestre, Marghera, Mirano e Treviso raggiunsero nel 1955 un’estensione di 52 km. Ma, sempre in quegli anni, la SITA iniziò a introdurre l’uso del bus al posto della filovia, il che portò la SFM alla cessazione definitiva il 21 dicembre 1966. Una curiosità: Giovanni Cecchini lasciò in eredità alla figlia Adele azioni della STM, che lei vendette quando vennero convertite in azioni della SFM. Fu l’ultimo capitolo di questa famiglia nel ramo dei trasporti pubblici cittadini. Galleria Immagini Un tram a cavalli diretto a San Giuliano (da Wikipedia) Locandina che ricordava il passaggio dal Tram a Cavalli al Tram Elettrico La filovia di Mestre di fronte la vecchia stazione di Mestre (Collezione Alessandro Bon) Il Tram di Mestre in Via Garibaldi (1917 — Cartolina di Alessandro Bon) Il Cavalcaferrovia della Giustizia nel 1922 (Collezione Paolo Pavan) Palazzo Da Re, dimora di Cesare Cecchini dal 1902, con i tram in Piazza Umberto I (Collezione Alessandro Bon) La fermata del Tram a Mogliano Veneto (anni ’20 — Cartolina di Alessandro Bon) Stazione Tram di San Giuliano che permetteva un collegamento acqueo con Venezia (Collezione Alessandro Bon) La linea del Tram di Piazza Barche (Collezione Alessandro Bon) Bibliografia Barizza, Sergio; Passabì, Gabriella; Pittalis, Edoardo. Il tram di Mestre (1891-2011) – Dai cavalli alla monorotaia, Editoriale Programma, Padova, 2010. L’archivio storico Cecchini si estende dal 1883 al 1996 e comprende la documentazione della “Maurer & Cecchini Fr.”, della “Concordia” e di altre imprese collegate e controllate. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. Discovery Mestre Il primo Tram di Mestre Dalla prima linea a cavalli del 1891 ai filobus del 1933 La “Società per la Tramvia” a cavalli La prima rete tramviaria di Mestre venne realizzata nel 1891 con il nome di “Società per la Tramvia” e prevedeva una sola linea da Piazza Barche a San Giuliano, ripercorrendo su rotaia il percorso del Canal Salso che entrava, entra, in laguna quasi in corrispondenza della fermata del Tram. Le prime carrozze erano trainate da cavalli e potevano portare 48 persone per un tragitto che durava circa 15 minuti. Di notevole interesse vi è anche il progetto, non realizzato, di un ponte metallico che avrebbe collegato San Giuliano a Cannaregio perpendicolare, di fatto, al Canale di San Secondo. Partendo da San Giuliano, il ponte, sarebbe arrivato circa dove si trova oggi la sede di San Giobbe di Ca’ Foscari. Un’idea che di fatto anticipava di circa quarant’anni il Ponte della Libertà. Il progetto del ponte che collegava San Giuliano a Cannaregio fu anche oggetto di una lettera datata 1898 sottoscritta dai notabili, (imprenditori, commercianti, e possidenti), dei sei comuni del Mandato di Mestre. Fra i firmatari vi era quel Cesare Cecchini che fu anche socio di questa società assieme al fratello Giovanni Cecchini. Il futuro arriva a Mestre: il Tram elettrico Il 21 ottobre 1902 a Mestre vennero accesi i primi lampioni elettrici grazie ad un contratto con la padovana Moresco & C che aveva la propria piccolissima centrale elettrica nell’area dell’antico Teatro Balbi. Questo evento fu l’input per la realizzazione della prima rete tramviaria elettrica del Veneto, 1903. Nel 1905 la società cambiò nome in Società anonima Tramvie Mestre, (STM), e nel gennaio 1906 venne aperta al pubblico. Le nuove carrozze elettriche permettevano di realizzare più linee e di percorrere tratti più lunghi rispetto alle precedenti e fu in virtù di questa innovazione che si realizzarono nuove linee per collegare anche le città vicine. Le nuove linee del Tram di Mestre furono, nell’ordine, Mestre – Carpenedo, 5 agosto 1908, Mestre – Treviso, 20 febbraio 1909, Mestre – Mirano, 1 luglio 1912. Nel 1910 l’STM fu nominato gestore della Rete urbana di Treviso. La Mestre-Treviso era lunga km 18,780. La grande espansione della STM fu tale che nel 1912 sarebbe stata considerata la principale azienda della città; tra i consiglieri c’erano Antonio D’Ambrosio, Francesco Battisti, Guido Fano e Cesare Cecchini, presidente era Giorgio Karrer. In precedenza Giovanni Cecchini ne fu vicepresidente. La realizzazione delle linee per Mirano e per Treviso fu segnata anche dalla necessità di superare le antecedenti linee ferroviarie già presenti nel tratto che il tram avrebbe dovuto percorrere. Per far ciò era necessario un cavalcaferrovia. Per superare questi ostacoli servì l’esperienza che i fratelli Cecchini avevano già accumulato in tali opere realizzate in altre città italiane. Cesare operò persino a Firenze. I tre cavalcavia realizzati dai Cecchini furono due in località Quattro Cantoni e uno in località Giustizia. I due cavalcavia dei Quattro Cantoni oggi non ci sono più e sono stati sostituiti da dei sottopassi. Il primo era stato realizzato per collegare Mestre centro con Via Castellana, mentre il secondo per superare la ferrovia Venezia-Trieste. In quest’ultimo caso il tram veniva fatto passare a raso: un addetto munito di apposito bastone abbassava il pantografo dei tram. Per la loro realizzazione fu incaricato l’ingegner Giuseppe Pasquali, che in quegli anni era molto attivo a Mestre. Il Cavalcavia che avrebbe collegato Mestre a Chirignago fu realizzato da Giovanni Cecchini che ebbe anche in proprietà una parte delle terre su cui esso sorse secondo regolare contratto. Si pensi che Villa Cecchini e il futuro Parco Piraghetto sorsero lì vicino. Dal Tram al Filobus Il 15 aprile 1933 venne inaugurato il Ponte della Libertà, e con la sua realizzazione la linea tranviaria Mestre-San Giuliano fu sostituita dalla prima linea filoviaria Mestre-Venezia, che realizzava anche per la prima volta un collegamento diretto tra Piazza XXVII Ottobre e Venezia. Sempre quell’anno la Società Tranvie Mestre cambiò denominazione in Società Filovie Mestre (SFM). Nel 1934 fu inaugurata la tratta del filobus Mestre-San Giuliano, nel 1937 la linea Mestre-Mirano e il 18 maggio 1938 la Mestre-Treviso. La Società Filovie Mestre aveva come primo socio la SITA, azienda della galassia Fiat fondata a Torino. Le linee filoviarie presenti fra Mestre, Marghera, Mirano e Treviso raggiunsero nel 1955 l’estensione di 52 km. Ma, sempre in quegli anni la Sita iniziò ad introdurre l’uso del bus al posto della filovia e questo portò l’SFM alla cessazione definitivamente il 21 dicembre 1966. Una curiosità: Giovanni Cecchini lasciò in eredità alla figlia Adele azioni della STM che poi lei vendette quando vennero convertite in azioni della SFM. Fu l’ultimo capitolo di questa famiglia nel ramo dei trasporti pubblici cittadini. Galleria Immagini Un tram a cavalli diretto a San Giuliano (da Wikipedia) Locandina che ricordava il passaggio dal Tram a Cavalli al Tram Elettrico La filovia di Mestre di fronte la vecchia stazione di Mestre (Collezione Alessandro Bon) Il Tram di Mestre in via Garibaldi (1917 Cartolina di Alessandro Bon) Il Cavalcaferrovia della Giustizia nel 1922 (Collezione Paolo Pavan) Palazzo da Re la dimora di Cesare Cecchini dal 1902 con i tram in Piazza Umberto I (Collezione Alessandro Bon) La fermata del Tram a Mogliano Veneto (anni 20 Cartolina di Alessandro Bon) Stazione Tram di San Giuliano che permetteva un collegamento acqueo con Venezia (Collezione Alessandro Bon) La linea del Tram di Piazza Barche (Collezione Alessandro Bon) Bibliografia Barizza, Sergio; Passabì, Gabriella; Pittalis, Edoardo. Il tram di Mestre (1891-2011) – Dai cavalli alla monorotaia, Editoriale Programma, Padova, 2010. L’archivio storico Cecchini si estende dal 1883 al 1996 e comprende la documentazione della “Maurer & Cecchini Fr.”, della “Concordia” e di altre imprese collegate e controllate. × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2025 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Corte Legrenzi: da Stallo per i cavalli a luogo di ritrovo

Corte Legrenzi | Discovery Mestre Corte Legrenzi Da Stallo Campesan a luogo di ritrovo con atmosfera veneziana Da Stallo Campesan a Corte Legrenzi Uno dei luoghi più belli e caratteristici di Mestre nasce lì dove un tempo vi era lo Stallo Campesan. A vederla oggi non sembrerebbe possibile immaginare che qui la ditta di Filippo Campesan accogliesse i mezzi dei visitatori diretti a Mestre: cavalli e carrozze prima, automobili poi. Certo era un’altra Mestre: non vi erano Piazzale Donatori di Sangue né l’M9 district, bensì rispettivamente Piazzale Regina Margherita e la Caserma Matter. Mestre stava cercando di diventare una città il cui centro si stava allargando verso Villa Erizzo, e fu probabilmente anche per questo che lo Stallo venne trasferito in Via Dante negli anni Trenta del Novecento. Oggi Calle e Corte Legrenzi sono diventate nel tempo uno dei posti di ritrovo preferiti dai mestrini. In fin dei conti questa Corte è stata pensata per essere un luogo ideale per passare una serata in compagnia e sperimentare un’atmosfera “veneziana”, assumendo persino la forma di una corte veneziana con tanto di pozzo al suo centro. Il glicine che accoglie gli avventori del Va’ Pensiero sembra disegnato da un pittore. I locali ospitati da questo piccolo angolo di paradiso sono fra i più frequentati della città, capaci di offrire menù, vini e birre di ottima qualità. Il 18 giugno 2021 al centro della Corte, vicino al pozzo, è stata posta la scultura “X Square”, nuovo progetto di Michele Tombolini e primo intervento in città della galleria Cris Contini Contemporary. Galleria Immagini Corte Legrenzi, immagine di archivio Ditta Campesan trasferita in Via Dante La Corte vista dalla Calle Legrenzi Un locale in Corte Legrenzi L’installazione X Square di Michele Tombolini in Corte Legrenzi Pubblicità della Ditta Filippo Campesan La porta che si apre sull’M9 district da Corte Legrenzi Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Arcangelo Vivit: dall’Hotel a Palazzo Vivit

Arcangelo Vivit | Discovery Mestre Arcangelo Vivit Hotel Vivit e Palazzo Vivit, modernizzazione di Mestre I primi anni del Novecento videro nel comune di Mestre un’attività di urbanizzazione e costruzione positiva per il paese — città dal 1923 — che coinvolgeva diverse famiglie e persone facoltose come la famiglia di Cesare Cecchini, i Toniolo, i Barbaro, Vittorio Furlan, Arcangelo Vivit, Piero Berna, i Ticozzi, il Ponci, il De Rosa e molti altri. Un’idea di rinnovamento che avrebbe portato Mestre a essere fra le città più dinamiche e belle del periodo. Piazza Maggiore era stata liberata dalla presenza del mercato del bestiame grazie alla realizzazione del Foro Boario nell’ex ortaglia di Villa Erizzo: qui si presentava una grande occasione per chi aveva una chiara visione del futuro del paese. Mestre era “terra vergine” per chi aveva la possibilità di “pensare una città”. Arcangelo Vivit faceva parte di quel gruppo di imprenditori che ridisegnarono la piazza e il centro di Mestre. Il Vivit possedeva terreni sul lato ovest della piazza, vicino al Duomo di San Lorenzo, e da lì partì la sua attività di costruzione e di ridefinizione di Mestre a cominciare dal 1907. In quegli anni acquistò assieme a Leonardo Zambon il Caffè del Genio e lo trasformò in un albergo e bar, dando vita all’Hotel Vivit — ancora in attività — facendo realizzare un elegante padiglione in ferro e ghisa che si può ammirare nelle immagini dell’epoca. Successivamente il Vivit, essendo proprietario anche degli edifici attigui all’Hotel, fece restaurare un edificio posto al lato del Duomo di Mestre e lo affittò alla Cassa di Risparmio di Venezia (1910–1912). Ma la sua voglia di progredire come imprenditore non si fermò lì: all’inizio degli anni Venti chiese e ottenne la demolizione degli edifici vetusti che confinavano dall’altro lato dell’Hotel. Qui avrebbe costruito il Palazzo Vivit. Il Palazzo e il Ponte Umberto I Il Palazzo Vivit fu realizzato su un progetto dell’ingegner Giorgio Francescon del 24 marzo 1923 ed è tutt’oggi fra i più alti edifici della Piazza Ferretto. L’edificio è caratterizzato da un portico alto quattro metri che consente il collegamento fra Piazza Ferretto e Piazza Barche attraverso Via Gino Allegri, aviatore e parente degli ex sindaci Girolamo e Carlo Allegri. Questa idea fu molto importante perché creava una nuova direttrice fra la piazza di Mestre e il Ramo delle Muneghe e quindi Piazza Barche. All’epoca in quell’area vi erano prettamente terreni non edificati, e dove sarebbe sorto il Centro Commerciale Ca’ Mestre vi era la fabbrica di cioccolato Taboga, fondata da Cesare Ticozzi. La realizzazione di questo palazzo portò molte critiche sia verso l’ingegner Francescon che verso il Vivit, tant’è che su una parete del palazzo venne posta una targa con scritto: «Chi in piazza vuole edificare, alla critica si deve adattare». Durante la Seconda Guerra Mondiale il palazzo fu trasformato in sede della Casa del Fascio e delle famigerate brigate nere, che qui interrogarono e torturarono molti cittadini fra il 1943 e il 1945. A memoria di questi tragici fatti, grazie alla collaborazione dell’ANPI e al coinvolgimento della famiglia Vivit, è stata posta una targa commemorativa. La targa fu scoperta alle 11:00 del 2 giugno 2011 con cerimonia pubblica alla presenza delle locali autorità e della stessa proprietà, nella persona di Andrea Vivit, pronipote di Arcangelo. Tornando ad Arcangelo, l’opera del Vivit non si fermò qui: verso la fine del 1925 decise di costruire un ponte sul Ramo delle Muneghe per collegare il lato sud del Duomo con Via XX Marzo, permettendo il passaggio di merci sul Marzenego. In questo modo i commercianti non erano più obbligati a passare solo per il Ponte della Campana. Galleria Immagini L’Hotel Vivit negli anni Dieci, prima della realizzazione del Palazzo Vivit Palazzo Vivit in una cartolina degli anni Sessanta Il primo palazzo che ospitò la Cassa di Risparmio di Venezia di proprietà dei Vivit I tre edifici realizzati dai Vivit oggi Palazzo Vivit 1926 (collezione Paolo Pavan) Il ponte Umberto I che collegava l’area del Duomo a Via XX Marzo Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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