Mestre Scomparsa
La Mestre che non ti aspetti e non c'è più
Nel suo libro Mestre. Il porto, il castello, Luigi Brunello ci introduce ai temi trattati con una citazione da Italo Calvino tratta da Le città invisibili. E Mestre conta un'infinità di luoghi scomparsi, divenuti invisibili e dimenticati nel tempo, di cui il ricordo è rimasto imprigionato nella nebbia della memoria.
Questa sezione è dedicata a questi luoghi, edifici che un tempo erano vivi e che oggi hanno lasciato di sé solo poche testimonianze.
La Chiesa di San Lorenzo (Prima del Duomo)
La chiesa di San Lorenzo | Discovery Mestre La chiesa di San Lorenzo La prima chiesa del Borgo di San Lorenzo prima del Duomo La chiesa di San Lorenzo La Chiesa di San Lorenzo Levita Martire affonda le sue radici in un periodo anteriore al XII secolo, pur mancando tracce documentarie certe. Alla sua presenza si deve il nome del borgo cresciuto esternamente al Castelvecchio prima e al Castelnuovo poi. La popolazione residente all’interno della prima fortificazione, il Castelvecchio mestrino, raggiungeva la chiesa tramite una strada raffigurata in molte mappe antiche. Tale via ha lasciato spazio oggi a Via Antonio da Mestre, Via Ospedale Umberto I e, in parte, al tracciato che precedette Via Cesare Battisti (realizzata all’inizio del Novecento). Dopo la costruzione del Castelnuovo, la chiesa conservò il suo ruolo centrale, riconosciuto come chiesa arcipretale. L’edificio in questione non era l’attuale Duomo neoclassico (costruito tra il 1781 e il 1805 su progetto di Bernardino Maccaruzzi), bensì l’antica chiesa situata nel cuore di Mestre, che per circa sei o sette secoli accolse gli abitanti del borgo. Il testo preso in esame è redatto da Bonaventura Barcella, autore tra l’altro di Notizie storiche del castello di Mestre dalla sua origine all’anno 1832 e del suo territorio, in cui riportò ed elaborò, senza indicarne la paternità, le ricerche di Giovanni Battista Manocchi. Dignità istituzionale: arcipretura e collegiata La chiesa di San Lorenzo mantenne un ruolo centrale nella Diocesi di Treviso sin dal Medioevo, quando questa era divisa in quattro arcipreture principali: Mestre, Cornuda, Castelfranco e Quinto (XIV secolo). Mestre era una delle “matrici”, con giurisdizione su undici pievi, tra cui Favero (e Terzo), Maerne (S. Pietro in cattedra), Canizzano (S. Elisabetta), Martellago (S. Stefano) e Chirignago (citata all’epoca come Chierignago). Già nel 1292 gli atti attestano che i pievani di San Lorenzo esercitavano funzioni di vicari foranei, cioè pubblicavano atti solenni per conto del vescovo (comunicazioni ufficiali e decreti ecclesiastici superiori). Inoltre coordinavano e supervisionavano il clero locale, assicurando l’esecuzione delle disposizioni vescovili. Va sottolineato che la chiesa possedeva fin dall’età più remota il titolo onorifico di collegiata, che presupponeva un collegio canonico stabile, in questo caso di arciprete, per l’officio divino. Tale titolo fu solennemente rinnovato e riconosciuto dal vescovo Paolo Francesco Giustiniani con decreto del 26 settembre 1777, che ne sottolineava l’antica qualifica di capoluogo di una delle quattro arcipreture diocesane e la presenza di un clero collegiale residente. Il Senato Veneto ratificò il provvedimento il 29 maggio 1779, autorizzando l’uso delle onorificenze delle collegiate veneziane, tra cui la zanfarda (vesti e calze violacee) per il clero. Evoluzione architettonica dell’antica chiesa L’antica chiesa sorgeva fuori dalle mura del Castello di Mestre, nel Borgo di San Lorenzo (che prese il nome da essa), esattamente nello stesso luogo dell’edificio attuale. Un documento notarile del 1192 riporta, fra l’altro, la dicitura «Actum sub porticu Ecclesiae S. Laurentii de Mestre», dalla quale si deduce che già in quell’epoca esisteva la chiesa intitolata a San Lorenzo e che davanti ad essa era stato realizzato un portico esterno che fungeva da tribunale e da ufficio pubblico dove si rogavano atti giudiziari e notarili. La chiesa ha convissuto per secoli con la vicina Scoletta dei Battuti (oggi Istituto di Cultura Laurentianum), confraternita giunta a Mestre nel 1302. La vita spirituale dei confratelli era guidata dalle regole scritte nella loro Matricola e aveva la Beata Vergine Maria come protettrice principale, seguita per importanza da San Lorenzo, definito “protettore e difensore” della Scuola (fonte: Bonaventura Barcella). Questo legame devozionale influenzò l’identità della comunità: nel 1656 San Lorenzo fu ufficialmente riconosciuto in atti pubblici come patrono principale della Terra di Mestre. Sappiamo che la chiesa dell’ospedale dei Battuti fu eretta ad oratorio il 5 agosto 1676 dall’arciprete Giacomo Porri, che vi celebrò messa. Si suppone inoltre che nei secoli passati la Chiesa di San Lorenzo fosse usata in talune occasioni come chiesa per le funzioni dei Battuti e di altre scuole mestrine. Il rifacimento del 1446 segnò un momento di profonda trasformazione per l’antico edificio medievale, rappresentando un chiaro tentativo di adeguare la struttura alle crescenti necessità della comunità di Mestre. In quell’anno la chiesa venne riprogettata acquisendo una pianta a tre navate, un’evoluzione architettonica resa possibile dall’intervento diretto del Consiglio della Comunità, che finanziò l’acquisto di otto colonne per sostenerne i nuovi archi. All’interno si trovava un’unica cappella laterale dedicata alla Santissima Croce, eretta per donazione della famiglia Dalla Croce (come attesta il testamento di Maria Dalla Croce del 1593, che la definiva «dei suoi antenati»). La famiglia ne curò l’arredo commissionando una preziosa tela di Rocco Marconi, inserendola in un contesto artistico veneziano di grande rilievo. Dell’opera si sono perse le tracce dopo la demolizione della chiesa, già ignote al Barcella nel 1855. Nella seconda metà del XVIII secolo, a causa dell’incremento demografico, l’antico edificio divenne insufficiente, degradato e angusto. Nel 1770, giudicata vetusta e rovinosa, il Consiglio dei Cittadini ne decretò la demolizione per erigere un nuovo tempio a navata unica, progettato da Bernardino Maccaruzzi. I lavori iniziarono nel 1781; la vecchia struttura fu abbattuta nel 1792 e il nuovo edificio neoclassico fu completato nel 1805. Un cimitero in stato di abbandono al campanile che sopravvisse Da una perizia di Tommaso Scalfarotto datata 16 marzo 1772 sappiamo che il cimitero si estendeva attorno alla chiesa, in particolare sul lato nord-ovest, sul fronte dell’edificio e sul lato sud-ovest, dove confinava direttamente con la Scoletta dei Battuti. La perizia, redatta proprio mentre si decideva la costruzione del nuovo Duomo, fu consegnata ai Provveditori alla Sanità. In essa il cimitero appariva insalubre: le mura di recinzione erano crollate e al suo interno vagavano maiali che, nella ricerca di radici e cibo, arrivavano a disseppellire i resti dei defunti. Scalfarotto chiedeva non solo il ripristino del decoro, ma il trasferimento in una sede più idonea. Cinque giorni dopo, i provveditori sollecitarono il provveditore di Mestre a intervenire immediatamente. Prima di Napoleone quasi tutte le chiese veneziane e dell’entroterra avevano piccoli cimiteri attigui all’edificio religioso; questo valeva anche per San Rocco e San Girolamo. Napoleone impose sepolture isolate e distanti dalle abitazioni in quanto tale pratica era insalubre. A Mestre un nuovo cimitero venne progettato da Giobatta Manocchi il 26 ottobre 1811. Il nuovo cimitero di Mestre fu realizzato nell’arco di decenni e il monumentale prese forma molto dopo. Nel 1855 Bonaventura Barcella registra ancora un’area cimiteriale presso il Duomo; parte dell’area occupata dall’antico cimitero servì infatti a ospitare l’edificio neoclassico, più ampio del precedente. Elemento di continuità tra antico e nuovo è il campanile, che non seguì la sorte della sua chiesa e possiamo ancora ammirarlo esattamente come facevano cinque secoli fa. Esso fu infatti realizzato nel 1515 ed è costituito da una torre solida, semplice ed elevata, con linee essenziali. Prosopografia dei parroci e arcipreti La serie dei parroci è documentata a partire dal 1232 con Enrico, primo nome attestato. Bonaventura Barcella compilò un elenco completo fino al 1832 (poi esteso al 1855), testimoniando l’evoluzione della guida spirituale e il legame tra clero e comunità mestrina. Tra le figure più rilevanti prima della demolizione del 1792 si ricordano: Enrico (1232): citato in un atto vescovile per l’istituzione di canonicati a Treviso. Jacopo (1292): incaricato dal vescovo di Treviso di pubblicare scomuniche, con funzioni simili a quelle degli odierni vicari foranei. Matteo dalla Strada (1429): sacerdote e notaio. Jacopo de’ Spini (1464): sacerdote veneziano eletto dalla Comunità di Mestre. Pietro Basso (1469): notaio, rogò testamenti per cittadini locali. Nicolò de’ Crescenzi (1477): insigne Dottore dei Decreti. Girolamo Fior (1540): menzionato in atti testamentari fino al 1547. Andrea Trevisan (1546-1574): canonico di Treviso, resse la parrocchia come commendatario risiedendo fuori città, nonostante le proteste dei cittadini; alla morte lasciò un capitale per due mansionerie. Camillo Trevisan (1578): canonico residente a Treviso; la cittadinanza insistette per la sua residenza in loco. Valentino Manetti (1586): originario di Tivoli. Antonio Caresini detto Massa (1600-1604): di famiglia cittadinesca, forse ex militare; morì a 29 anni. Flaminio Trevisan (1605). Fabio Andreoni (1606). Fiorino Onigo (1607): nobile trevigiano, autore di componimenti latini tra cui un Carme eroico. Francesco Porri (1609). Tommaso Tommasetti (1612-1621): illustre giurista, Dottore in ambedue le leggi; autore del manuale Flores Legum, con tredici edizioni europee. Girolamo Barbieri (1622-1637): resse la parrocchia fino alla rinuncia poco prima della morte. Giacomo Porri (1637-1680): cittadino mestrino, arricchì la chiesa di reliquie romane e istituì il suffragio dei morti; sotto il suo mandato fu inaugurato l’oratorio della Salute (1676). Alfonso Porri (1680-1703): nipote di Giacomo, morì a 60 anni. Lodovico Pamio (1703-1708). Andrea Sansoni (1708-1729): già parroco a Canizzano, pastore esemplare; lasciò legati preziosi alla Scuola del Santissimo Sacramento. Giovanni Antonio Zuliani (1729-1770): membro del Consiglio Civico, donò una reliquia della SS. Croce; guidò la parrocchia per oltre quarant’anni. Giacomo Albrizzi (1770-1800): Dottore in Teologia e noto predicatore; sotto la sua guida la chiesa ottenne il rinnovo del titolo di collegiata (1777) e iniziò la ricostruzione (1781); ospitò Papa Pio VI nel 1782. Galleria Immagini Schizzo della parte meridionale di Piazza Maggiore. Tommaso Scalfarotto, 21 marzo 1772 Savi ed Esecutori delle Acque Catastico (Particolare). Questa mappa del 1781 è di poco antecedente alla demolizione Savi ed esecutori delle Acque Serie Diversi Bibliografia “Della chiesa arcipretale e collegiata di S. Lorenzo Levita Martire di Mestre e dei Parrochi che la ressero dal secolo XIII sino al presente, Cenni Storici”. Scritti di Bonaventura Barcella e altri autori (pubblicato nel 1855 dalla Fabbriceria e dai Priori della Confraternita del Santissimo Sacramento in occasione dell’ingresso dell’Arciprete Paolo Colferai). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio
La terra di Mestre: mille anni di storia nell’area del Castelvecchio | Discovery Mestre Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio Dal Castelvecchio all’Ospedale Umberto I Genesi e importanza strategica del Castelvecchio La storia del sito che oggi ospita il complesso dell’ex ospedale Umberto I di Mestre rappresenta una narrazione millenaria di trasformazioni urbanistiche, militari e sociali che definiscono l’identità profonda della città. Sebbene la tradizione storiografica locale, definita spesso come “vulgata”, suggerisca che la prima fortificazione sia sorta sulle vestigia di un antico castrum romano, le fonti precisano che tale ipotesi rimane esclusivamente un’ipotesi scientifica non verificata, poiché non sono mai state effettuate rilevazioni archeologiche nell’area in grado di confermare una genesi romana o la presenza di insediamenti di quell’epoca. La documentazione storica certa pone invece la nascita dell’insediamento fortificato nell’anno 994, quando l’imperatore Ottone III, attraverso un celebre Diploma imperiale, concesse il territorio di Mestre ai Conti di Collalto. In questo periodo arcaico, la città si strutturava attorno alla cosiddetta Isola di San Lorenzo, un lembo di terra dove il potere militare, rappresentato dal primo castello poi denominato Castelvecchio, e quello religioso, identificato nella Pieve di San Lorenzo, costituivano i due poli fondamentali della vita comunitaria. Tale assetto ricevette un’ulteriore legittimazione nel 1152, quando la bolla pontificia Justis fratrum di papa Eugenio III confermò al vescovo Bonifacio la proprietà della fortificazione, della pieve e del fondamentale porto di Cavergnago. La conformazione di questo primo nucleo difensivo è deducibile dall’analisi della cartografia storica, che evidenzia i segni degli antichi alvei del fossato alimentato dal fiume Marzenego. Questo sistema idraulico circondava l’abitato, sfruttando la naturale protezione offerta dal fiume a nord e dal percorso originario dell’antico Musone a sud. Le difese si evolsero nel tempo, passando da una primitiva palizzata lignea a una muraglia in pietra rafforzata da torri e porte munite di ponti, note come battifredo. Queste torri, originariamente realizzate in legno e ricostruite in pietra nel XIV secolo per resistere alle nuove macchine d’assedio, fungevano da punti di avvistamento e difesa dell’ingresso cittadino. Sulla loro sommità era posta una campana per dare l’allarme e spesso la struttura era allargata al primo piano per permettere alle guardie di compiere la ronda. All’interno di questo perimetro risiedeva il Capitano, un funzionario di nomina trevigiana incaricato della difesa militare della supervisione economica del territorio. Il Capitano gestiva la riscossione della muda, termine che deriva da “mutuare” o tassa, una gabella riscossa dal “mudaro” sul transito di merci e persone. Questa attività garantiva ai governanti entrate cospicue, poiché Mestre costituiva l’unico punto di raccordo terrestre obbligato tra la laguna veneziana e l’entroterra, trovandosi all’incrocio tra il Terraglio verso Treviso, la Castellana verso l’Impero d’Occidente e la Padovana verso Mirano. Il declino militare e la transizione agraria L’importanza strategica del Castelvecchio lo rese oggetto di frequenti attacchi da parte delle signorie che si contendevano il dominio sul Veneto, tutte desiderose di conquistare un avamposto capace di mettere in difficoltà la potenza di Venezia. Tuttavia, la struttura iniziò a mostrare segni di decadenza già nel XIII secolo, quando non era più all’altezza delle nuove tecniche belliche. Un evento di particolare gravità si verificò nel 1274, quando un vasto incendio distrusse gran parte della fortificazione e la residenza del patrizio veneziano Tommaso Querini, la cui famiglia era presente nell’area già da tempo. Tale episodio innescò una crisi diplomatica tra Venezia e Treviso, con quest’ultima che rispose alle richieste di risarcimento espellendo tutti i cittadini veneziani dal proprio territorio. Con la successiva costruzione del Castelnuovo, l’antica fortezza del Castelvecchio perse progressivamente la sua funzione primaria, venendo trascurata dalla Repubblica di Venezia che si limitò a riparazioni superficiali dopo la conquista guidata da Andrea Morosini. La vulnerabilità del sito emerse nuovamente durante la Guerra di Chioggia (1378-1381), quando Francesco da Carrara espresse la volontà di conquistare entrambi i castelli mestrini. Proprio da questo periodo storico alcuni fanno derivare i due soprannomi “Castelvecchio” e “Castelnuovo” ancora oggi in uso. La fine definitiva della fase castrense giunse nel 1434, quando le autorità veneziane decretarono la demolizione delle mura e il riutilizzo dei laterizi per nuove edificazioni cittadine. L’area interna, ormai priva di difese, fu destinata prevalentemente alla coltivazione agricola e affidata inizialmente al nobile Andrea da Mosto. In questo periodo si registrava ancora la presenza di una struttura signorile denominata Domus Magna e di alcune piccole abitazioni rurali, segnando il passaggio da centro di potere militare a zona di sfruttamento agricolo. Questa transizione fu favorita dalla fertilità dei terreni lambiti dal Marzenego, ma segnò anche l’inizio di una lunga fase in cui le vestigia medievali vennero gradualmente smantellate per recuperare materiale da costruzione per la nascente espansione urbana del borgo. L’epoca dei Canonici e l’Abbazia di San Giacomo Una nuova e significativa trasformazione ebbe inizio nel 1458, quando l’area del Castelvecchio appariva ormai ridotta a mura ed edifici abbandonati. Il 28 agosto 1458, il Doge Francesco Foscari indirizzò una lettera al Podestà di Mestre, Bartolomeo Pisani, chiedendo di concedere la struttura ai Canonici Regolari di San Salvador affinché vi edificassero un “recapito” per le loro faccende amministrative. Nacque così il Priorato di San Giacomo, la cui chiesa fu dedicata all’apostolo poiché si credeva custodisse una reliquia delle sue ossa. Questo insediamento religioso divenne un punto di riferimento non solo spirituale ma anche economico, poiché da qui il Priore poteva controllare le vaste proprietà dei canonici site nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban. La ricchezza derivante da queste proprietà consentì all’ordine persino di acquistare l’osteria del Cappello. I terreni circostanti furono affidati alla famiglia Querini e a vari coloni che trasformarono l’area in un polo di produzione agricola. Il prestigio dell’istituzione raggiunse il suo apice nel 1728 grazie all’iniziativa di Giovanni Santo Foscarini, priore di Mestre e cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Foscarini, sfruttando la sua influenza e l’amicizia con il Cardinale Francesco Barberini (o Bernini), riuscì a ottenere da Papa Benedetto XIII l’elevazione del priorato a rango di Abbazia il 26 aprile 1728. Tale promozione, compiuta senza il preventivo assenso della Serenissima o dei confratelli di San Salvador, generò tensioni politiche, ma fu infine accettata dal Senato veneziano il 10 settembre 1729. Tuttavia, l’esperienza abbaziale fu legata quasi esclusivamente alla figura di Foscarini, che rimase l’unico a ricoprire il ruolo di Abate prima di essere nominato Arcivescovo di Corfù nel 1732. Nonostante la partenza di Foscarini, il titolo di Abbazia restò formalmente attivo finché l’istituto religioso rimase operativo sul territorio. Attività produttive e insediamenti nobiliari Parallelamente alla vita religiosa del priorato, l’area del Castelvecchio mantenne per secoli una spiccata vocazione produttiva legata alla forza idraulica del fiume Marzenego. Lungo il Ramo delle Beccaria sorgeva infatti il Molino del Castelvecchio, una struttura essenziale per la molitura del grano e l’economia locale. Nel 1584, il patrizio Fedrigo Contarini tentò di ricostruire il mulino, all’epoca ridotto a rudere, proponendo di innalzare il salto d’acqua (l’antipetto) a due piedi e sei once per aumentare la potenza idraulica. Tuttavia, i periti della Repubblica di Venezia, Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo effettuato il 22 gennaio 1584, si opposero fermamente al progetto. Essi temevano che l’innalzamento del livello idrico avrebbe causato un ristagno prolungato delle acque nei campi vicini, favorendo il trasporto di sedimenti verso la laguna e minacciandone l’equilibrio idraulico strategico. Per tutelare la laguna, la richiesta fu respinta e il mulino non risorse mai più. Nello stesso periodo, l’area divenne meta di villeggiatura per la nobiltà veneziana. Tra le residenze più celebri vi era la Villa degli Zen, del Ramo di San Biagio, situata lungo il Marzenego nelle vicinanze del castello. La sua architettura era caratterizzata da quattro torri angolari che, secondo alcune interpretazioni, avrebbero dato origine al toponimo “Quattro Cantoni”, sebbene tale nome potrebbe riferirsi anche all’incrocio tra le aree di Carpenedo, Mestre, Perlan e Zelarino. Nel 1785, la proprietà degli Zen fu ceduta a privati — l’oste Andrea Drago e l’agrimensore Gio Batta Giuin — per essere trasformata in un’osteria e campi coltivati. La proprietà, estesa per circa cinque ettari, era collegata all’Abbazia di San Giacomo da un ponte e rimase un’attività molto redditizia fino alla demolizione dell’edificio avvenuta, secondo il Fapanni, nel 1818. Successivamente, nel 1850, sul sito dell’ex osteria fu eretto un “casino di villeggiatura” dalla nobildonna Alba Corner Balbi, noto come Villa Bandiera e dotato di una piccola torre, distrutto poi nel XX secolo per l’edificazione del quartiere San Paolo. La nascita della sanità pubblica e il lascito di Piero Berna Per tutto il XIX secolo, Mestre rimase priva di una struttura ospedaliera propria, costringendo i malati meno abbienti a trasferirsi a Venezia per ricevere cure presso l’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. Questa situazione gravava pesantemente sulle casse comunali, che dovevano rimborsare le spese di degenza. Nonostante vari tentativi di istituire un “ospedale pegli poveri” già nel 1838 sotto l’amministrazione asburgica, la cronica scarsità di fondi impedì la realizzazione di qualsiasi progetto concreto. Una prima risposta temporanea fu offerta dal dottor Giuseppe dalla Giusta, che allestì un ambulatorio provvisorio nel casino del Conte Gaspare Contarini dal Zaffo, portando sollievo ai più bisognosi in attesa di una soluzione definitiva. La svolta avvenne solo all’inizio del Novecento grazie alla determinazione del sindaco Jacopo Rossi, che istituì un comitato raccogliendo 50.000 lire per la costruzione di un nosocomio cittadino. L’opera fu resa possibile dallo straordinario gesto filantropico di Piero Berna, membro del comitato, che acquistò personalmente i terreni della famiglia Tozzi per la somma di 40.000 lire e li donò gratuitamente al Comune per permettere l’inizio dei lavori. Berna dovette farsi carico della presidenza dell’Opera Pia dopo il tragico suicidio del Conte Rossi nel 1904, causato dalla disperazione per infondate accuse di malversazione dei fondi raccolti. La costruzione fu affidata all’ingegnere Eugenio Mogno, che in tre anni completò il primo padiglione dotato di 32 posti letto e una sala operatoria. L’inaugurazione dell’ospedale Umberto I avvenne il 16 aprile 1906, alla presenza di un’equipe medica guidata dal professor Tullio Pozzan, a cui sarebbe stato successivamente intitolato il corpo centrale della struttura dopo la sua morte nel 1933. Nel 1908, la maestra Maria Berna donò 20.000 lire per la realizzazione di una chiesetta neogotica, progettata da Giorgio Francesconi, destinata alle suore e oggi sede della comunità ortodossa. Sviluppo dei padiglioni e impatto sociale Negli anni successivi, l’ospedale continuò a espandersi grazie a lasciti di privati come Elvira Tozzi Favier, Marini Missara e Zancanaro. Un contributo fondamentale giunse dall’imprenditore Cesare Cecchini, il quale lasciò in eredità 100.000 lire con la disposizione che gli interessi venissero utilizzati per ospitare gratuitamente anziani soli e indigenti durante i cento giorni del periodo invernale, dal 15 novembre a marzo. Per onorare tale lascito, il secondo padiglione dell’ospedale, completato nel 1915 lungo via Antonio da Mestre, fu intitolato proprio a Cecchini. All’interno di questo padiglione fu collocato nel 1922 un moderno impianto di radiologia acquistato tramite donazioni cittadine. L’ultima grande aggiunta storica fu il terzo padiglione, inaugurato nel 1935 lungo il Ramo della Beccaria e intitolato al dottor De Zottis. Questo edificio nacque come sanatorio per la cura della tubercolosi, sebbene la sua posizione vicino al macello cittadino sollevò inizialmente problemi per i cattivi odori. Nonostante la crescita, la posizione centrale dell’ospedale alimentò un lungo dibattito urbano. Il 17 aprile 1925, il sindaco e primario Paolino Piovesana propose di spostare l’Umberto I fuori dal centro, vicino a Borgo Pezzana, per realizzare un tubercolosario moderno. Tuttavia, la proposta fu bocciata dal consiglio comunale con 23 voti contrari, confermando la sede storica del Castelvecchio come fulcro della sanità mestrina. La presenza dell’ospedale impedì per decenni lo sviluppo di altre attività commerciali sui terreni limitrofi, mantenendo l’area dedicata esclusivamente alla funzione assistenziale. Dalla modernizzazione alla chiusura definitiva La seconda metà del Novecento ha visto l’ospedale Umberto I trasformarsi ulteriormente per adattarsi allo sviluppo demografico di Mestre, ormai divenuta il principale entroterra veneziano. Per rispondere alle nuove esigenze cliniche e tecnologiche, l’area è stata saturata con l’aggiunta di grandi monoblocchi inaugurati nel 1962, 1966 e 2003. Quest’ultima espansione, costata venti milioni di euro, rappresentò l’ultimo investimento significativo prima dell’ormai programmato trasferimento dei servizi sanitari fuori dal centro…
Origini e splendore di Villa Erizzo
Origini e splendore di Villa Erizzo | Discovery Mestre Origini e splendore di Villa Erizzo Da villa patrizia a biblioteca attraverso i secoli Le ville venete arrivano a Mestre: gli Erizzo La storia di Villa Erizzo affonda le sue radici nelle vicende di una delle famiglie più illustri del patriziato veneziano, gli Erizzo, originari di Capodistria e giunti in laguna tra il IX e il X secolo. Sebbene la famiglia avesse origini umili, seppe ascendere ai vertici del potere della Serenissima, dando alla Repubblica persino un Doge, Francesco Erizzo, e consolidando nel tempo un vasto patrimonio fondiario nel territorio di Mestre. La costruzione della dimora padronale, situata nell’attuale cuore della città, avvenne con ogni probabilità nella seconda metà del XVIII secolo, tra il 1770 e il 1780, in un’area dove i documenti catastali napoleonici del 1810 registravano già la presenza di proprietà legate alla famiglia. In quel periodo, la villa non era isolata, ma costituiva il fulcro di un complesso che comprendeva case per i braccianti, stalle situate nell’attuale via Querini e una foresteria collegata al corpo principale da un corridoio. L’impianto architettonico scelto per la residenza rifletteva l’esigenza di rappresentanza della nobiltà veneziana in terraferma, con una facciata monumentale rivolta a nord verso una vasta ortaglia. La struttura originaria si presentava come una villa di campagna immersa in un parco immenso che si estendeva dalla zona della stazione ferroviaria fino all’attuale via Rosa, delimitato lateralmente da quelle che sarebbero divenute via Cappuccina e via Piave. L’Oratorio della Vergine Madre di Dio: preesistente alla villa Un elemento di fondamentale importanza storica all’interno del complesso di Villa Erizzo è l’Oratorio della Vergine Madre di Dio, situato all’angolo est della facciata principale. Questo piccolo edificio sacro è antecedente alla costruzione della villa attuale e rappresenta una preesistenza del XVII secolo: la sua consacrazione risale infatti al 1686, come testimoniato da una lapide interna in latino che recita: «Deo deiparae Virgini Andrea Ericcius sacravit MDCLXXXVI» (Consacrato da Andrea Erizzo alla Vergine Madre di Dio 1686). Tale datazione precede di quasi un secolo la villa (1770-1780) e suggerisce l’esistenza precedente di un palazzo dominicale già menzionato da Vincenzo Coronelli nel 1697. L’oratorio, caratterizzato da un portale in pietra sormontato da una finestra a lunetta e da un timpano ornato da tre statue, non era destinato solo all’uso privato della famiglia Erizzo, ma accoglieva anche fedeli esterni (l’ingresso rivolto verso l’esterno lo conferma). Al suo interno si conserva una pala d’altare raffigurante la Madonna con i santi Francesco e un santo che incatena il diavolo, oltre alla memoria storica del passaggio di Papa Pio VI. Nel 1782, durante il suo viaggio verso Vienna, il Pontefice pernottò a Mestre e celebrò qui la messa nell’oratorio l’11 marzo 1782 (alcune fonti locali indicano il 12 marzo, ma la data prevalente è l’11). Durante tale visita, il Papa incontrò l’ambasciatore del Sacro Romano Impero Giacomo Durazzo, che risiedeva con la moglie nella sua villa di Piazza Barche. Successivamente incontrò l’ambasciatore di Spagna, De Squillace. L’evento fu considerato epocale e anche le autorità ecclesiastiche vollero incontrare il Santo Padre: fra questi i vescovi di Treviso, di Padova, di Feltre, di Chioggia e arrivò da Cipro il vescovo di Famagosta. Il Conte Giuseppe Bianchini, proprietario all’epoca, fece realizzare una targa commemorativa per ricordare questo evento. Questa funzione religiosa e la cura profusa nella decorazione dell’oratorio sottolineano come l’area, prima di diventare un centro direzionale e civile, fosse un nodo vitale di spiritualità e prestigio sociale per il patriziato veneziano. La facciata dell’oratorio è rimasta inalterata nonostante i rimaneggiamenti subiti dalla villa nel corso dei secoli, e oggi fa parte del complesso della Biblioteca civica VEZ. L’ascesa dei Conti Bianchini e la trasformazione in dimora stabile Il destino della villa mutò radicalmente nel 1826, quando le figlie del defunto Principe Nicolò XIII Andrea Erizzo decisero di vendere la proprietà ai Conti Bianchini d’Alberigo, nobili di origine dalmata già confermati nei loro titoli dall’Impero Austriaco. I Bianchini, in particolare Vincenzo e Nicolò, rappresentavano una nuova classe aristocratica che, pur non disponendo delle immense ricchezze degli antichi patrizi, vedeva nella villa di Mestre uno status symbol e un investimento strategico. Sotto la loro proprietà, durata circa 103 anni, la villa smise di essere una semplice residenza stagionale di villeggiatura per trasformarsi nella dimora principale della famiglia. Questo cambiamento di abitudini ebbe un impatto diretto sulla toponomastica locale, poiché la strada che collegava la villa alla chiesa dei Cappuccini iniziò a essere identificata come via Ca’ Bianchini. La successione ereditaria vide la proprietà passare al Conte Pietro nel 1835, poi ad Angelo nel 1850 e infine alla Contessa Beatrice Elena Bianchini, l’ultima della stirpe a risiedervi stabilmente fino al 1938. Durante questo lungo secolo, la villa fu testimone della transizione di Mestre da borgo agricolo a centro urbano in espansione, un processo che avrebbe inevitabilmente richiesto il sacrificio dei suoi spazi verdi. Il progressivo smembramento del patrimonio fondiario e la nascita della ferrovia Lo smembramento dell’immenso parco di Villa Erizzo fu un processo lungo e inarrestabile, dettato dalle necessità infrastrutturali della città moderna. Il primo grande colpo all’integrità della tenuta avvenne tra il 1858 e il 1859, quando una porzione significativa del giardino meridionale fu sacrificata per consentire la realizzazione della Stazione ferroviaria di Mestre, un’infrastruttura che stava già rivoluzionando i flussi commerciali a discapito del tradizionale traffico acqueo di Piazza Maggiore. Questo evento segnò l’inizio di una serie di espropriazioni che avrebbero trasformato i terreni agricoli e i frutteti della villa in nuovi quartieri residenziali e industriali. La villa, che un tempo dominava solitaria il paesaggio con le sue due torri cilindriche e le cupole che svettavano sul volume principale, iniziò a essere accerchiata dalla crescita urbana. La perdita di questo isolamento agreste era il prezzo necessario per l’integrazione della proprietà nel nuovo tessuto cittadino, un fenomeno che avrebbe portato alla nascita di arterie fondamentali per la viabilità mestrina. L’ortaglia sacrificata per realizzare il Foro Boario Uno degli episodi più significativi della storia amministrativa di Mestre riguardò l’ortaglia della villa, situata a nord del complesso e a due passi da Piazza Maggiore. Secondo un sopralluogo degli ingegneri Orazio Monti e Angelo Castagna del 26 febbraio 1869, l’ortaglia comprendeva un prato con gelsi e viti, siepi di tulie, peri, peschi, ciliegi, un noselero e un salice. Nel 1869, il Comune, guidato dal Sindaco Girolamo Allegri, individuò proprio in questo terreno l’area ideale per trasferirvi il mercato degli animali, allo scopo di liberare Piazza Maggiore e renderla il centro decoroso del neonato municipio. Il Conte Giuseppe Angelo Bianchini si oppose fermamente, avviando una complessa trattativa economica basata su perizie divergenti: se il Comune valutava il terreno circa 1600 lire, la proprietà ne richiedeva oltre 6000. La controversia si risolse con l’intervento della prefettura, che dispose l’esproprio forzato dell’area nel 1868 per una cifra inferiore a quella pattuita in un primo accordo. Nonostante la successiva vittoria legale del Conte Bianchini, che ottenne un indennizzo maggiore, il terreno fu definitivamente trasformato nel Foro Boario, dove si svolgevano mercati di bestiame, mostre di cavalli e persino fiere popolari come la festa di San Michele. Quest’area, descritta dagli ingegneri come un prato ricco di gelsi, viti e alberi da frutto, divenne così la “seconda piazza” di Mestre, ospitando nel tempo circhi, cinema all’aperto e padiglioni fieristici. L’urbanizzazione del Novecento e il sorgere delle Case dei Ferrovieri Il processo di frammentazione del parco accelerò drasticamente nel primo dopoguerra, riflettendo la frenetica crescita demografica di Mestre. Nel 1922, altri mille metri quadrati di terreno sul lato sud furono espropriati per la costruzione delle Case dei Ferrovieri, alloggi destinati ai lavoratori di un settore ormai vitale per l’economia locale. Da questo primo nucleo edilizio nacque rapidamente via Piave, concepita dai pianificatori e da investitori come la famiglia Toniolo come una direttrice monumentale di bellezza pari a viale Garibaldi. Contemporaneamente, sul lato opposto, via Cappuccina veniva arricchita dalla presenza della Scuola Cesare Battisti, inaugurata nell’ottobre dello stesso anno. Il Conte Ettore di Rosa Luraghi, marito di Beatrice Bianchini e figura attiva nella politica cittadina, propose persino di trasformare l’ormai ex Foro Boario in una nuova piazza monumentale che ospitasse il municipio e la prefettura, un progetto che tuttavia non trovò piena realizzazione. La morte del Di Rosa nel 1925 e l’annessione di Mestre a Venezia nel 1926 segnarono la fine delle ambizioni di autonomia urbanistica legate alla villa. L’era della SADE e il sacrificio definitivo di un grande patrimonio Il capitolo finale della villa come residenza privata si scrisse nel 1938, quando la Contessa Beatrice Bianchini, segnata dai lunghi conflitti con l’amministrazione comunale, vendette la proprietà al Conte Giuseppe Volpi di Misurata. Fondatore della SADE (Società Adriatica di Elettricità), Volpi intendeva trasformare la villa in una sede di rappresentanza di alto prestigio aziendale. Questo passaggio comportò interventi strutturali invasivi che alterarono profondamente l’articolazione interna originaria: il salone centrale a doppia altezza fu diviso da un solaio intermedio per ricavare uffici amministrativi, eliminando il ballatoio che lo caratterizzava. La facciata esterna, pur mantenendo la sua imponenza tardobarocca con le quattro paraste giganti doriche e l’aspetto di un arco trionfale, fu ampliata sul lato sud per ospitare una nuova scala monumentale. Nello stesso periodo, il parco subì le lottizzazioni definitive per far posto al palazzo della TELVE e all’edificio centrale delle Poste, riducendo lo spazio verde a un piccolo frammento rispetto all’estensione originale. Memorie d’arte e la rinascita come polo bibliotecario cittadino Nonostante i pesanti rimaneggiamenti, Villa Erizzo ha conservato tracce preziose del suo patrimonio artistico settecentesco. Gli affreschi trompe-l’œil attribuiti ad Andrea Urbani, originariamente situati nel salone centrale, furono staccati durante i lavori della SADE e ricollocati nel vano scala per preservarne la memoria. Nel cortile interno, tra i resti di quello che fu un giardino ornato di statue, è stata recentemente identificata una riproduzione dell’Ercole e Lica di Antonio Canova, una scultura che simboleggia la potenza del mito classico un tempo celebrata dai nobili Erizzo. La segnalazione di Alessandro Bon al professore Roberto De Feo ha permesso di inserire anche questa statua in una serie di conferenze sull’influenza del Canova nell’arte dell’Ottocento. Dopo decenni di uso aziendale sotto la gestione ENEL, la villa è stata acquisita al patrimonio pubblico e, dopo un attento restauro, ospita oggi la Biblioteca civica “VEZ”, tornando a essere un punto di riferimento culturale per la comunità mestrina. Questa nuova funzione rappresenta il compimento di un ciclo storico millenario: da dimora chiusa dell’aristocrazia veneziana a spazio aperto della conoscenza, Villa Erizzo rimane il testimone più eloquente delle trasformazioni che hanno forgiato l’identità moderna di Mestre. Galleria Immagini Villa Erizzo – Beatrice Bianchini L’Oratorio della Vergine Madre di Dio Il Giardino della Villa oggi VEZ Trompe-l’œil di Urbani nella parete della sala centrale al primo piano Le ultime tre statue sopravvissute alla distruzione del parco originario L’ortaglia e Villa Bianchini in una mappa precedente al 1869 Targa commemorativa dei dipendenti SADE caduti in guerra Prospetto di Villa Erizzo nel progetto per la realizzazione della sede della SADE (1938) Retro di Villa Erizzo nel progetto per la realizzazione della sede della SADE (1938) Albero Genealogico dei Bianchini di Mestre Stemma della famiglia Bianchini In questo particolare del Catastico di Tomaso Scalfarto la villa è chiamata Ca’ Erizzo (1781) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il monastero di Santa Maria delle Grazie
Il Monastero di Santa Maria delle Grazie di Mestre | Discovery Mestre La Chiesa di Santa Maria delle Grazie Il borgo delle Muneghe dalle Benedettine al Museo Il Monastero di Santa Maria delle Grazie di Mestre Il contesto delle origini La genesi del monastero di Santa Maria delle Grazie è strettamente legata alle ondate migratorie causate dalla minaccia ottomana nel Nord-Est italiano alla fine del XV secolo. Le fonti non sono del tutto univoche sulla data esatta, ma una testimonianza del 1481 parla dell’acquisto di una modesta abitazione rurale a un solo piano, completa di orto, stalla e muro di cinta, situata proprio sulle rive del Marzenego. Quel luogo prese presto il nome di “Borgo delle Muneghe”, toponimo che rimase ufficiale fino a metà Ottocento. Lo storico Luigi Brunello propone invece una ricostruzione leggermente diversa: monache benedettine provenienti da Udine si sarebbero rifugiate inizialmente presso la chiesa di San Marco nel 1490, per poi trasferirsi definitivamente nella sede di via Poerio nel 1501. Una migrazione che racconta già da sola quanto fosse viva e tormentata la storia di Mestre in quegli anni. Consolidamento finanziario e patronati illustri Da semplice rifugio il monastero divenne una solida istituzione soprattutto nel corso del XVI secolo, grazie al sostegno di famiglie facoltose e figure di grande rilievo. Una protagonista assoluta fu l’Abbadessa Lucia Zetta, nominata nel 1548. Alla morte del padre, il ricco mercante Polo Zetta, divenne erede universale e riversò ingenti capitali nel convento: sistemò gli edifici originari, acquistò immobili redditizi come l’Osteria della Rosa e gestì prestiti che garantivano rendite costanti. Il prestigio dell’istituzione crebbe al punto da attirare l’attenzione di Marco Dolce, Capitan Grande del Consiglio dei Dieci. Nel 1593 divenne il primo procuratore del monastero, sfruttando i meriti militari acquisiti nella Guerra Turchesca per favorire nuovi ampliamenti. Dolce scelse questo luogo anche per collocarvi la figlia e due nipoti, creando un legame profondo tra l’élite veneziana e la vita claustrale mestrina. L’eccellenza architettonica e l’integrazione urbanistica Lo sviluppo architettonico del complesso riflette il coinvolgimento dei più grandi maestri del Rinascimento e del Barocco veneziano. Quando la comunità crebbe, nel 1580-1582 il Proto Francesco Zamberlan, fedelissimo collaboratore di Andrea Palladio, progettò un importante ampliamento. Il Consiglio Civico, con una delibera del 13 giugno 1582, impose una condizione straordinaria: sotto la nuova fabbrica dovevano nascere portici pubblici, perfetti per il mercato e il passeggio cittadino. In questo modo clausura e vita urbana si intrecciarono in maniera sorprendente. Nel 1661, per delimitare le proprietà monastiche, fu eretto il Capitello di via Brenta Vecchia: un pilastro con bassorilievo della Madonna col Bambino, una croce intrecciata a una falce di luna e simboli che evocano lo Spirito, tanto da far ipotizzare a qualcuno legami con i Cavalieri di Malta. Tra il 1667 e il 1671 Antonio Bettinelli progettò la nuova chiesa, necessaria per celebrare quotidianamente decine di messe legate ai lasciti testamentari e per ospitare le arche sepolcrali dei benefattori; fu consacrata da Bartolomeo Gradenigo il 4 gennaio 1671. Infine, nel 1728 Giorgio Massari realizzò l’altare maggiore, un’opera sontuosa in pietra di Rovigno e pregiati marmi africani e di Carrara, che rappresenta il vertice del decoro architettonico del monastero. Economia e vita quotidiana L’economia si reggeva su decime e contratti locali regolati dagli Statuti Trevigiani. Un esempio del 1612 mostra come i coloni pagassero con la “misura mestrina”: stara di frumento, mosto di vino bianco puro, oche, polli e uova nelle festività di San Pietro, Ognissanti e Pasqua. Nel 1747 il Senato veneziano trasformò la “pubblica elemosina” in una fornitura annua di tre staia di sale, un piccolo ma costante aiuto per le religiose. La disciplina interna era rigidissima: nel 1648 il Vescovo Giovanni Antonio Lupi emanò 68 articoli che proibivano il gioco delle carte, l’uso di abiti maschili a Carnevale e contatti non autorizzati con operai o contadini. Le trasgressioni venivano punite con severità dall’Abbadessa. Un episodio emblematico di tensione sociale fu quello del 1780, quando Morosina Morosini, giovane nobile, volle farsi monaca contro il parere della famiglia: fu necessario l’intervento degli Inquisitori di Stato per riportarla a casa. Spazi funzionali e simbolici del cenobio Gli spazi del cenobio riflettevano questa organizzazione gerarchica e la rigorosa tutela della clausura. La Sala del Capitolo costituiva il vero cuore del potere decisionale: qui si eleggeva l’Abbadessa mediante scrutinio segreto (da cui deriva l’espressione ancora oggi utilizzata «aver voce in capitolo»), si leggeva quotidianamente la Regola, si decidevano le ammissioni di novizie e converse, si approvavano i rendiconti economici. Il Parlatorio rappresentava l’unico punto di contatto filtrato con il mondo esterno: le monache potevano parlare con i visitatori (esclusivamente parenti stretti) solo attraverso una grata e solo in determinate fasce orarie (dall’alba al tramonto), sotto la stretta sorveglianza delle portinaie. Particolarmente significativa era l’organizzazione dei due chiostri, cortili interni circondati da porticati, che svolgevano funzioni complementari e ben distinte nella vita quotidiana della clausura. Il termine chiostro (dal latino claustrum) era talmente identificativo della realtà conventuale da essere spesso utilizzato come sinonimo dell’intero monastero, come testimoniano i documenti storici che parlano dello «splendore de’ Sacri Chiostri». Le due corti avevano destinazioni d’uso chiaramente differenziate, proprio per separare le attività più pratiche e comunitarie da quelle prettamente spirituali: il primo chiostro era l’area deputata alle funzioni associative: spazio di aggregazione, di coordinamento e di svolgimento delle attività comunitarie quotidiane della clausura; il secondo chiostro, invece, aveva una connotazione molto più raccolta ed era presumibilmente riservato alla meditazione individuale, alla preghiera silenziosa e alla riflessione spirituale, lontano dalle incombenze amministrative o collettive. L’esistenza di entrambi gli spazi è confermata con certezza dalle cartografie storiche: entrambi risultano chiaramente presenti sia nel Catasto Napoleonico del 1808 che nel Catasto Austriaco del 1838. Le vicende successive alla soppressione hanno però modificato irreversibilmente questa configurazione. Mentre ampie porzioni della struttura originaria e del primo chiostro sono giunte fino a noi nonostante la trasformazione dell’edificio in caserma, il secondo chiostro è andato completamente perduto. Esso scompare infatti dalle mappe del Catasto del 1913, essendo stato demolito dai militari per ricavarne una vasta spianata necessaria alle esercitazioni o alle necessità logistiche della guarnigione. L’orto e il brolo (circa due campi trevisani acquisiti nel 1659) garantivano inoltre una buona autosufficienza alimentare e permettevano di coltivare frutta e verdura, stendere i panni e svolgere altre attività pratiche senza mai uscire dalla clausura. La soppressione napoleonica e l’eredità artistica Il colpo finale arrivò nel 1806 con il decreto napoleonico di soppressione degli ordini religiosi: le monache furono trasferite a Torcello, il complesso trasformato in caserma militare prima per le truppe di Eugenio Beauharnais e poi per quelle austriache. La chiesa fu sconsacrata e spogliata; nel 1808 gli “zelanti fabbricieri” di San Lorenzo riuscirono a salvare l’altare del Massari e altri arredi, trasferendoli nel Duomo per preservarli. Nonostante la soppressione napoleonica del 1806 e la successiva trasformazione del complesso in struttura militare, diverse testimonianze artistiche, architettoniche e culturali del Monastero di Santa Maria delle Grazie sono giunte fino ai giorni nostri attraverso ricollocazioni strategiche o permanenze nel tessuto urbano. L’eredità materiale più imponente è rappresentata dall’altare maggiore, un’opera d’arte progettata nel 1728 da Giorgio Massari con materiali pregiati come il marmo africano e la pietra di Rovigno. Nel 1808, per sottrarlo all’incuria della chiesa ormai ridotta a caserma, l’altare fu trasferito nel vicino Duomo di San Lorenzo, dove è tuttora visibile e identificabile grazie a un’iscrizione posta alla base di una delle sue colonne. All’interno del Duomo è stata preservata anche la lapide che commemora la solenne consacrazione della chiesa monastica avvenuta nel 1671 per mano del Vescovo Bartolomeo Gradenigo, oggi collocata sopra l’ingresso interno. Parallelamente, la devozione cittadina ha permesso la salvaguardia dell’icona miracolosa della Vergine, un bassorilievo marmoreo bianco che le monache avevano portato con sé durante l’esilio a Torcello. Per lascito testamentario dell’ultima Abbadessa, Luigia Noris, la sacra immagine tornò a Mestre nel 1844 e fu solennemente riposta nella chiesa di San Rocco, all’interno della cappella di Sant’Antonio Abate. Per quanto concerne l’assetto architettonico esterno, rimane ancora visibile all’angolo tra via Brenta Vecchia e via Pascoli il capitello seicentesco datato 1661, che reca l’effige della Madonna col Bambino e simbologia legata alla storia del cenobio. Sebbene originariamente fosse posto a un’altezza maggiore sopra un pilastro del muro di cinta, esso continua a segnare il perimetro dell’antico possedimento religioso. Infine, una parte vitale di quanto si è salvato risiede nel patrimonio immateriale della città: la toponomastica storica conserva ancora riferimenti al “Ramo delle Muneghe” e alla “Strada comun delle Muneghe”, mentre il linguaggio popolare mantiene vivi modi di dire come “aver voce in capitolo” e termini come “muneghette”, che continuano a legare il presente di Mestre alla plurisecolare presenza delle sue monache. Galleria Immagini La Chiesa delle Grazie e il Chiostro riflessi sul ramo delle muneghe La Chiesa che ora è una libreria e un centro culturale Il Chiostro come appariva prima del restauro Il Chiostro oggi Capitello di Via Pasini con inciso D.S.M.B. e poi D GD che dovrebbe significare Domina Sancta Maria Benedic Domum / Domum Gentium. La data è del 1661 La riproduzione della madonna realizzata da Iulia Tarciniu Balan Il Capitello quando era sito su un muro del monastero La Mappa dell’area riportata nella copertina del libro Il borgo delle muneghe a Mestre. Storia di un sito per la città Mappa di Augusto Denaix del 1809 in cui si vedono i due chiostri Bibliografia Calabi, Donatella e Svalduz, Elena, Il borgo delle muneghe a Mestre. Storia di un sito per la città, Venezia, Marsilio. Zabeo, Stefano, Un monastero sulle rive del Marzenego, Padova, Storia Veneta. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Storia del prestito ebraico fra Mestre e Venezia (cenni)
Storia della presenza ebraica a Mestre | Discovery Mestre Storia della presenza ebraica a Mestre Il prestito di denaro e la funzione dei banchi Testimonianza da “Il Pecorone” di Ser. Giovanni Fiorentino “è perch’egli mancavano dieci mil ducati, andò a un Giudeo a Mestri, e accattogli con questi patti e condizioni, ec.” Da “Il Pecorone” di Ser. Giovanni Fiorentino del 1378, citato da Francesco Scipione Fapanni. I banchi di prestito a Mestre Nel 1254 il Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia proibì l’attività di usura all’interno della città di Venezia da parte dei suoi cittadini, spingendo i foresti, persone da fuori, ad avviare tale attività a Mestre. All’inizio i prestatori di denaro erano per lo più toscani provenienti da Firenze ed avevano una pessima reputazione fra i clienti e le autorità. Secondo il professor Reinhold C. Mueller, docente di Storia Medioevale presso l’università Ca’ Foscari, durante il periodo che va dal 1301 al 1370 non vi è menzione circa prestatori di denaro ebrei siti a Mestre. L’avvento della terza Guerra con Genova, (1350 – 1355), fu il motivo che spinse la Serenissima a cambiare idea e a permettere che il prestito manifesto all’interno del suo territorio tornasse ad essere lecito. I tassi di interesse che i vari banchi potevano attuare dovevano essere approvati dal governo e si rivelarono altissimi. Il governo della Serenissima definì un range di interesse che andava dal 25 al 40% nella città lagunare, mentre nell’entroterra il tasso risultava molto più basso e andava dal 10 al 12%. Mueller ricorda due episodi che coinvolsero i prestatori toscani. Nel 1363 alla famiglia toscana Lisca era proibito l’attività di prestito a Mestre e nei dintorni. Mentre nel 1365 il Governatore del monastero veneziano dei Cavalieri Teutonici Johannes Roliger portò a Mestre in pegno al feneratore fiorentino Bartolo gli arredi sacri e altri beni del monastero stesso, svuotandolo di molti beni e generando grave scandalo. In un documento del 1366 prodotto dal Maggior Consiglio veniva chiesto al Podestà di Mestre di negoziare con i prestatori presenti nel borgo una somma di 40.500 ducati d’oro. Questo, secondo Mueller, viene spesso indicato come il primo documento che riporti la presenza di prestatori ebrei a Mestre. Tale somma doveva essere restituita al tasso di interesse del 20 – 25%. Secondo il sito Italia Judaica, Venezia, superando la propria riluttanza, si accordò con i prestatori ebrei mestrini per l’apertura di tre banchi, esigendo un canone che ammontava di 4.000 ducati annui, elevato, poi, gradatamente, a 8.000. L’interesse che era loro concesso di attuare sui sodi prestati fu inizialmente fissato al 4%, per poi essere alzato all’8% e al 10%, rispettivamente su pegno e senza pegno. Il governo veneziano stabilì, inoltre, che, in cambio di adeguate garanzie, i banchi non potevano rifiutare a nessun richiedente un prestito, per l’ammontare massimo di 30 ducati. Si deve tenere presente che il prestito per gli ebrei era uno dei pochi modi che possedevano per reinvestire i propri capitali in quanto non era permesso loro l’acquisto di una dimora e spesso neppure di risiedere a livello ufficiale nelle città. Inoltre l’interpretazione di alcuni versi della Bibbia, ad esempio il Deutoronomio 23:20-21, mettevano in cattiva luce qualsiasi persona che intraprendesse tale attività. Si pensi alle prediche di Sant’Antonio da Padova e di altri Santi cristiani che indicavano nei possessori dei banchi dei grandi peccatori. Anche se all’epoca a Padova svolgevano tale lavoro per lo più cristiani come gli Scrovegni. (Quando nel 1337 Mestre passò sotto il dominio veneziano gli ebrei rimasero in città e continuarono la loro attività di prestito presso i tre banchi a cui era concesso dalla Serenissima di operare. Ovviamente gli ebrei presenti a Mestre non svolgevano esclusivamente l’attività di “bancari”, alcuni di loro si specializzarono nella pelletteria, alcuni divennero scrivani, altri medici.) Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Mestre – Il 24° (Francesco Scipione Fapanni – Centro Studi Storici di Mestre) Sito Italia Judaica Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La presenza ebraica a Mestre (cenni)
Ebrei a Mestre | Discovery Mestre Ebrei a Mestre Storia della comunità ebraica Gli ebrei veneziani nelle parole di Marin Sanudo “Qui, (Mestre), sta molti zudei et à una bella sinagoga; et quivi se inpegna, (prestano denaro in pegno), perché i venitiani non vol hebrei stagi a Veniexia” Itinerario per la Terraferma, 1483 Una Sinagoga, una scuola e una piccola comunità Mestre, in ebraico מסטרה, ospitò una comunità ebraica sin dal medioevo, di tale presenza vi è traccia in varie testimonianze. La vita della comunità ebraica a Mestre si svolgeva principalmente nell’area di “Cale de Mezo”, corrispondente circa alla odierna Calle del Gambero e Via Daniele Manin, che collegava Via Palazzo con l’area attigua a Torre Belfredo. Questa zona era interna al Castelnuovo ed è probabile che alcuni ebrei vivessero proprio qui oltre che nel Borgo di Santa Maria. Mestre non fu per gli ebrei luogo in cui svolgere solo l’attività di prestito, ma anche luogo in cui praticare la propria religione. Secondo Marin Sanudo il Giovane a Mestre vi era una Sinagoga di piccole dimensioni, ricavata all’interno di una “chaxa” presa in affitto dalla famiglia Tron. La Sinagoga venne distrutta nel 1509 dagli eserciti della Lega di Cambrai e viene riportato da Luca, Marco e Marietta Tron che essi pagavano l’affitto di 50 ducati per tale casa. Renata Segre nel suo “Preludio al Ghetto di Venezia” afferma che la Sinagoga era sita di fronte al Palazzo del Podestà ed era dato in affitto alla cifra di 20 ducati. Questo la posiziona vicino alla Provvederia di Mestre in un luogo non proprio appartato bensì quasi al centro del Castelnuovo. In riferimento a tale Sinagoga riporta il Professor Reinhold Christopher Mueller dell’esistenza di una condotta, del 1393, stipulata dal Podestà di Mestre e il consiglio cittadini con l’ebreo Moishe in cui vi è scritto che tale persona doveva essere trattato come cittadino pari agli altri, (tractetum pro cive), e che era concesso a questi di acquistare beni, come ad esempio la carne Kasher. Sempre in questo documento si legge la richiesta del Moishe di poter acquistare due terreni dove realizzare un cimitero ed edifici da adibire a sinagoga per la comunità. Questo dato fa pensare al Professor Mueller che precedentemente a tale autorizzazione non vi fosse una struttura religiosa nel borgo. Secondo lo studioso ebreo Cecil Roth nel suo libro “Storia degli Ebrei in Italia” tale borgo era sito nell’area denominata Piraghetto. Ma tale citazione non trova conferma in altri studi. Secondo il Rabbino e storico Ariel Toaff gli ebrei presenti a Mestre erano circa 100 su una popolazione di circa 2000 abitanti nel XV secolo. Dalla contabilità dell’Ospedale dei Battuti di Mestre risulta che fra il 1466 e il 1507 vi fossero 28 ebrei che avevano avuto in affitto case da questa istituzione. Uno di essi era un medico che si prendeva cura dei malati ospiti dell’Ospedale. Gli ebrei residenti a Mestre, e a Venezia, erano per lo più aschenaziti e vantavano rapporti con gli ebrei tedeschi, molti di essi originari della città di Norimberga. Una delle famiglie più influenti a Mestre e nel Veneto di allora era la famiglia Rapp un cui membro ricoprì la carica di Rabbino nel piccolo borgo. Oltre alla Sinagoga Mestre registrava la presenza di una scuola, o yeshiva, e un responsabile della comunità, chiamato parnàs, una carica elettiva che corrispondeva circa a un presidente della comunità. Gli ebrei mestrini svolgevano varie attività fra cui quella di tipografi e medici. Gli ebrei a Mestre fra il XIV secolo e l’istituzione del Ghetto La presenza degli aschenaziti portò nel centro fortificato anche la lingua Yiddish e la pubblicazione di testi religiosi di grande rilievo per la cultura ebraica. Questo fa credere ad alcuni storici che qui vi era anche una tipografia gestita da questa piccola comunità. Gli ebrei mestrini svolgevano varie attività fra cui quella di tipografi, medici, pellettieri e bancari. La storia degli ebrei a Venezia è fatta di trasferimenti, spesso forzati, fra la città lagunare e Mestre imputabili a cambi di politica interna al territorio di Venezia e alla tolleranza che il governo in quel periodo concedeva ad essi. Ad esempio nel febbraio 1397 i residenti nella laguna vennero espulsi da Venezia e ritornarono a vivere a Mestre. Eppure dal 1382 al 1397 vi è traccia di banchi di prestito gestiti da ebrei a Venezia stessa. Caso rarissimo in quanto l’unica attività connessa ai banchi concessa a Venezia era quella di tenere le aste pubbliche per i pegni non riscossi a Rialto. La loro situazione precipitò all’inizio del XVI secolo sia per presenza a Venezia del predicatore fra Ruffino Lovato da Padova, che chiedeva ai cristiani il saccheggio delle case che ospitavano gli ebrei, sia dopo la sconfitta delle truppe veneziane durante la battaglia di Agnadello, 14 maggio 1509. Le prediche del frate e la situazione di tensione dovuta alla guerra sfociarono nel saccheggio del 31 maggio 1509, avvenuto a Venezia, e a quelli di Padova e di Treviso il 3 giugno. Racconta il Sanudo che dopo la sconfitta di Agnadello gli ebrei scapparono nella città lagunare dall’entroterra rifugiandosi lì. Furono gli emissari del Consiglio dei Dieci a portare al sicuro in laguna i tre banchi di prestito presenti nel piccolo borgo. Questo non solo per difendere l’attività dei bancari ma anche i capitali in essi investiti. Capitali che se fossero stati perduti avrebbero messo in crisi la Repubblica stessa. In questo periodo la presenza ebraica a Venezia si era arricchita di un sempre maggiore numero di membri della comunità dei Levantini provenienti dalla Spagna e cacciati dalla Regina Isabella e dal Re Ferdinando II nell’atto finale di quel periodo storico definito Reconquista. Con un aumento sempre più forte di ebrei in città si ebbe luogo a dispute nei palazzi del potere veneziano, come riferisce Alvise Zorzi, “La Repubblica del Leone”, su come comportarsi con un gruppo religioso, formato spesso di persone di origine geografica diversa da quella dei residenti, che non era amalgamato nella comunità locale e con cui la comunità religiosa e politica era spesso ostile. Dopo la fuga degli ebrei da Mestre e l’istituzione del Ghetto, 16 Marzo 1516, Mestre ospitò sempre meno ebrei fino alla loro quasi totale scomparsa dalle cronache. La situazione degli ebrei a Venezia era senz’altro peggiorata rispetto al periodo precedente e il fatto di essere rinchiusi in uno spazio nato per escluderli dal resto della comunità non portò senz’altro a rapporti più sereni con il resto della cittadinanza. La comunità ebraica rischiò di esser rimandata a Mestre nel novembre 1519, ma, seppure approvata dal Senato, tale proposta non ebbe seguito. Tale minaccia si ripeté nel 1537. Queste date e questi dati ci potrebbero portare a pensare che la vita della comunità ebraica in Mestre avesse avuto il suo apice fra il 1397 e il 1509. Galleria Immagini Mestre rappresentata in una cartina del 1678 (1678 Savi ed Esecutori alle Acque Serie diversi n. 26) Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Sito Italia Ebraica Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La Scuola di San Marco a Mestre
Scuola di San Marco | Discovery Mestre Scuola di San Marco Una Confraternita nel castello di Mestre Le Scuole: istituzioni laiche in Mestre Le Scuole a Mestre, così come a Venezia, erano confraternite laiche che si votavano ad un santo protettore e che raggruppavano cittadini in base ad uno specifico scopo. Ogni scuola aveva una Mariegola, cioè una serie di regole che la scuola si era data e che i confratelli erano tenuti a seguire pena l’espulsione. Giuseppe Boerio la definiva quale un libro “nel quale sono raccolte le leggi sistematiche di alcune Corporazioni di arti ed anche di luoghi pii”. All’interno di ogni confraternita vi erano dei ruoli specifici, affidati ai membri più istruiti e rappresentativi — quali il gastaldo e il massaro, oltre ad altri ruoli minori (vedi La scuola dei Battuti a Mestre). La prima Scuola presente a Mestre sin dal XIV secolo fu realizzata dall’ordine religioso laico dei Battuti, presenti sin dal 1302, che aveva la sua sede nel Borgo di San Lorenzo, l’odierno Laurentianum. Questa confraternita aveva Scuole ed Ospedali in tutto l’allora territorio posto sotto il dominio trevisano. Fuori dalle mura del Castelnuovo vi era anche la sede della Scuola di San Rocco, ospitata in un edificio sito vicino alla chiesetta omonima. Il palazzo che ospitava la scuola è ancora esistente, pur avendo subito grandi modifiche, ed è sito in Via Manin ai numeri civici 19 e 21. Il Castelnuovo ospitava altre quattro confraternite che avevano come sede religiosa la Chiesa di San Girolamo: la Scuola di San Biagio o dei Calzolai, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la Scuola del Rosario e la Scuola di San Marco. La Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli trovò la sua sede proprio vicino alla Chiesa di San Girolamo, mentre la sede della Scuola di San Marco fu per lungo tempo in un edificio posto di fronte alla Calle de Mezo, oggi del Gambero, lungo l’attuale Via Palazzo. Una scuola legata a Venezia “Ala schuola de miser san Marco de Venesia atento che tal nostra schuola sia sta cavada da quella come nel libro suo largamente apar dato. Et a ciò che apertamente se cognossa tal nostra schuola esser cavada da quella et esser suo membro” La Scuola di San Marco era un caso unico nel panorama delle scuole sorte a Mestre perché era posta alle dipendenze della Scuola Grande di San Marco, come si legge nel testo riportato sopra e proveniente dalla sua Mariegola, e si definiva fedele al Governo della Serenissima. Fu lo stesso “Serenissimo Principe” ad autorizzare, l’8 marzo 1424, l’istituzione di questa scuola all’interno del Castello di Mestre, più precisamente nella Chiesa di San Girolamo. E anche questo fatto fu riportato nella Mariegola: “…in la giesa de misser San Hieronimo di frati de madona sancta Maria di Sarvi posta in el Castello di Mestre…”. La sede fu poi spostata presso una casa che venne realizzata dai confratelli non distante da Ca’ Collalto, l’odierno Municipio, e posta di fronte a Calle del Gambero, all’epoca nota con il nome di Calle de Mezo. Nel libro di Estimo, sotto la data 6 luglio 1756, tale palazzo era così descritto: “…Chiesa, e Sagrestia, Scola in solaro et altro ad uso della Scola stessa…”. Dopo la soppressione delle Scuole da parte di Napoleone il palazzo venne venduto a privati e il Fapanni vi colloca un mobiliere nel 1883. Le attività della Scuola Luigi Brunello ricorda che due erano gli scopi della Scuola di San Marco, così come per tutte le altre: la devozione e l’assistenza verso i confratelli. Galleria Immagini Particolare di una mappa di Joseppo Cuman, (7 Luglio 1668), in cui si nota Ca’ Collalto. Bibliografia Una chiesa e una scuola (Luigi Brunello – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! ×
La letteratura ebraica a Mestre
La letteratura ebraica a Mestre | Discovery Mestre La letteratura ebraica a Mestre Come Mestre divenne un centro culturale ebraico Religione e testi sacri ebraici a Mestre Come visto la comunità ebraica a Mestre, fra il XIV e il XVI secolo, era una comunità strutturata con un edificio religioso, aveva adibito una casa dei Tron sito nella Calle de Mezo a Sinagoga, una scuola, yeshiva, ed un Rabbino che officiava le funzioni. Oltre a un capo della comunità noto come parnàs. Una struttura che era presente a Mestre ma a cui faceva riferimento anche Venezia in quanto gli ebrei si spostavano spesso da una parte all’altra della Laguna in base agli umori delle autorità politiche e religiose. La comunità ebraica mestrina era composta da ebrei aschenaziti, che in ebraico medioevale voleva dire germanico, cioè provenienti per lo più dalla Germania e dall’Europa dell’Est. Molti di questi ebrei intraprendevano spesso viaggi fra la Germania e il Dominio della Serenissima sia per svolgere affari sia perché essendo originari della Germania avevano parte della propria famiglia nelle città del Sacro Romano Impero. In quel periodo Mestre divenne sede culturale della comunità ebraica e vide la pubblicazione e la conservazione di libri sia in lingua Yiddish che in ebraico. Fra i testi pubblicati nel “borgo fortilizio” di Mestre, come veniva chiamato da Venezia, possiamo citare l’edizione ad opera di Yosef di Mosheh del “Leket Yosher”, di Joseph Ben Moses, (1470), un testo che conteneva leggi ebraiche ed episodi di vita del suo Maestro il Rabbino Israel Isserlein. Hayyim Israel Rapa, che ospitava nella propria dimora Yosef, nel 1467 pubblicò il Codice Mantova VIII e fu possessore del Codice Livorno II. Il Rapa, (cognome che a volte viene scritto come Rapp o Rap nel caso di altri mestrini e veneziani ebrei di adozione), era stato cacciato da Mainz (Magonza) nel 1462. I Rapp erano una delle famiglie ebree più importanti che operavano nel nord Italia in vari ambiti, dal campo economico, prestiti, al campo della cultura e religioso. Vissero a Mestre in quegli anni molti grandi studiosi ebrei come il Rabbino e parnàs Meshullam Cusi che arrivò a Mestre nel 1463 e vi soggiornò fino al 1468. Meshullam fu un grande mercante e uomo di cultura che aprì a Piove di Sacco una importante stamperia in cui fu riprodotto il “Arba’ah Turim” di Yaakov Ben Asher, ebreo Askenazita che visse in Spagna. Qui morì nel 1474. Fu deputato alla raccolta di fondi per gli ebrei di Palestina. Il grande studioso ebreo Joseph Colon visse a Mestre nello stesso periodo del Cusi e fu per un breve periodo Rabbino del Borgo. Ebbe l’arduo compito di cercare di mettere pace tra il Cusi e il nuovo parnàs di Mestre Zusman. Il Colon si trasferì a Mantova, alla fine degli anni Sessanta. Sempre a Mestre nel XV secolo vennero stampate le opere dello studioso, poeta e scrittore Menahem Oldendorf, (Mandolino) “Frauen – bikhlen”, un testo di precetti religiosi per le donne aschenazite, all’interno di cui vi era l’omelia “Pensieri sulla Morte”, e il Selihot, un testo di preghiere in preparazione per la festa di Rosh haShanah, il capodanno civile ebraico. Renata Segre racconta la storia di Bonaventura da Ulma, cioè originario della città tedesca di Ulma, che risiedette e lavorò fra Mestre e Venezia e che oltre a svolgere l’attività di feneratore, prestatore con tasso di interesse, fu anche mecenate e collezionista di libri scritti in yiddish, una lingua di matrice germanica usata dagli askenaziti. Bonaventura ebbe tre figli che continuarono l’attività di prestatori ma che alla morte del padre non rivendicarono l’intera eredità compresi i libri presenti nella sua biblioteca. Testi preziosi fra cui alcuni antichi codici in yiddish molto rari che, forse a causa di ciò, andarono perduti. Sempre a Mestre lo scriba Seligman da Norinberga nel 1474 trascrisse le 1274 ricette mediche a base di erbe medicinali che facevano parte del testo in yiddish Sefer refues. Seligman fu anche rabbino della sinagoga di rito tedesco e parnàs con l’appellativo di Susman. Per ultimo, non per importanza, fra i notabili ebrei che operarono fra Mestre e Venezia va ricordato il filosofo e grande letterato Aron del fu Jacob che operava, come gli altri ebrei, fra Venezia e Mestre e che era considerato un uomo di grande cultura. La sua cultura fu riconosciuta persino dal Sanudo che nei suoi Diarii, gli dedicò un epitaffio dopo che venne assassinato brutalmente: “In questo zorno, 12 settembre 1503, fo amazato, da chi non si sa, di zorno, verso Santo Stephano, Aron zudio gran filosofo, el qual non credeva in niuna fede et perché era homo degno, qui ne ho fato memoria”. Galleria Immagini Una copia del Sefer refues nella biblioteca della Columbia University. Questo testo fu trascritto dal parnàs Seligman a Mestre Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Mestre – Il 24° (Francesco Scipione Fapanni – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Gradenigo (area Terraglio)
Villa Gradenigo (area Terraglio) | Discovery Mestre Evoluzione e perdita di una grande dimora Da villa di campagna allo splendore del Tiepolo Storia Villa Gradenigo, pur rinnovata profondamente da Andrea Gradenigo intorno al 1780, affondava le proprie radici in una fase storica molto più antica. Le prime notizie risalgono al 1545, quando nell’area di Carpenedo, lungo il Terraglio, si trovava una “casa da statio” di proprietà di Maphio Girardi, mercante di antica famiglia patrizia. Una mappa della fine del Cinquecento testimonia l’esistenza di un cortivo con due edifici riconducibili al “clarissimo Gerardo”, mentre nel Seicento la dimora aveva già assunto dimensioni considerevoli. L’estinzione della famiglia Girardi nel 1685 segnò la conclusione della prima fase della villa. L’anno seguente il complesso passò brevemente nelle mani di Gerolamo Lin, per poi essere acquistato nel 1687 da Marina Amhauser, vedova Chechel, che esercitò un diritto di prelazione sui terreni confinanti. La proprietà passò al figlio Giovanni Giorgio Chechel, mercante, collezionista d’arte e console del Fondaco dei Tedeschi. Conosciuta allora come il “casino del console Checherle”, la villa fu venduta nel 1722 per sanare i debiti del figlio. L’acquirente fu il patrizio veneziano Vettor Dolfin, impresario teatrale e violinista dilettante, che pagò 6.500 ducati. Dolfin avviò un vasto progetto di rinnovamento: chiamò il giovane Giambattista Tiepolo per affrescare vari ambienti e commissionò ad Antonio Gai statue e vasi in pietra di Costozza per decorare ingressi e giardino. Successivamente, lo scultore Francesco Bonazza arricchì il parco con quattro cavalli rampanti e statue mitologiche, completando un’imponente scenografia verde. Tra il 1750 e il 1755 la villa appartenne all’ambasciatore di Spagna a Venezia, José Joaquín de Montealegre, che vi sviluppò un articolato programma scientifico e naturalistico: collezioni botaniche, animali esotici, un hortus medicus e migliaia di bulbi di giacinti. Nel 1775, un inventario redatto per l’affitto al marchese di Squillace, Leopoldo de Gregorio, definiva la villa come “La contadina incivilita”, sintesi perfetta tra mondo rurale e cultura illuminista. Il 3 agosto 1775, tramite un prestanome, la villa venne acquistata da Bartolomeo (detto Andrea) Gradenigo, già Bailo di Venezia a Costantinopoli. Tornato a Venezia nel 1779, Gradenigo intraprese un ampio programma di rinnovamento estetico della dimora: rinnovò arredi, tappezzerie, mobilio e impreziosì molti ambienti con cuoi marocchini importati dall’Impero Ottomano. La villa divenne così un luogo di svago e rappresentanza, con stanze dedicate alla musica, al gioco e alla conversazione, tanto che l’ambasciatore Bombelles ne lodò la perfetta fusione tra eleganza italiana e comfort orientali. L’Arrivo e l’Affitto dei Polignac (1790) Sei mesi dopo la morte di Andrea Gradenigo, grazie alla mediazione dell’ambasciatore francese Marc-Marie de Bombelles, la villa trovò nuovi affittuari: i Polignac, aristocratici fuggiti dalla Francia rivoluzionaria. A Versailles occupavano una posizione di rilievo: Yolande de Polastron, moglie del duca Jules, era amica e favorita della regina Maria Antonietta, circostanza che rese la famiglia un bersaglio del crescente clima d’odio. Costretti a fuggire da Parigi la notte del 16 luglio 1789, i Polignac giunsero a Venezia nel maggio del 1790 e, grazie ai buoni uffici di Bombelles, trovarono rifugio in terraferma. L’affitto della villa di Carpenedo fu firmato alla fine di giugno del 1790 per 200 ducati annui. Il Matrimonio di Armand de Polignac (1790) La presenza del vasto seguito dei Polignac riportò vita e splendore nella dimora, in vista soprattutto delle nozze del giovane Armand de Polignac, diciannovenne, con la quindicenne Idalia Johanna de Neuckircken. Il matrimonio fu fissato per il 6 settembre 1790. La cerimonia religiosa ebbe luogo nella cappella gentilizia della villa e fu seguita da una grande festa, con intrattenimenti, banchetti e spettacoli che trasformarono per alcuni giorni il complesso di Carpenedo in un teatro aristocratico in esilio. Le Opere d’Arte legate ai Polignac (Francesco Guardi) Per commemorare l’evento, i Polignac chiamarono l’anziano Francesco Guardi, che realizzò una serie di schizzi preparatori — probabilmente destinati a tavole mai ultimate — oggi considerati una straordinaria testimonianza della villa. I disegni conservati al Museo Correr raffigurano: la cerimonia nella cappella, con altare rococò e gli sposi attorniati dagli invitati; la benedizione impartita dal vescovo; il banchetto nuziale in una sala a doppia altezza con colonne corinchie, dove gli sposi siedono con 32 invitati. Un ulteriore disegno, conservato al Royal Museum di Canterbury, rappresenta uno spettacolo teatrale nel giardino della villa, annotato come Veduta del giardino del N.H. Gradenico a Carpenedo in tempo di Carnovale, probabilmente parte dei festeggiamenti nuziali. La Partenza (1791) Dopo mesi segnati da tensioni politiche — incluso un presunto tentativo di avvelenamento — la famiglia Polignac lasciò Villa Gradenigo a fine aprile 1791, prima della scadenza del contratto, trasferendosi a Vicenza. Decadenza e Demolizione (1797–1804) La fase successiva fu segnata da un rapido declino. L’occupazione francese del 1797 provocò danni e saccheggi, mentre la gestione divenne economicamente insostenibile. Nel 1794 le eredi Gradenigo avevano venduto la proprietà a Odoardo Collalto, che tuttavia decise, nel 1803, di cederla ad Antonio Savorgnan. Per evitare gravose imposizioni fiscali, Savorgnan scelse di convertire l’area in terreno coltivabile: la villa fu demolita intorno al 1804 e il grande parco venne spiantato. Un contratto dell’epoca — rinvenuto da Sergio Barizza — documenta la vendita di «migliara ottanta e più di pietre cotte intere o mezze» destinate al disfacimento della villa, a 20 lire il migliaio. Con la demolizione scomparve una delle dimore più splendide della terraferma veneziana. Una villa principesca sita a Carpenedo La villa, composta da un corpo centrale detto Palazzino e da due lunghe ali laterali, una delle quali considerata la più prestigiosa e nota come Barchessa Nobile, appariva nel Settecento come un piccolo universo aristocratico autosufficiente, dove spazi, arredi e decorazioni raccontavano ambizioni, gusti e identità dei suoi proprietari. Il Palazzino, cuore simbolico della residenza, mostrava fin dal piano terra ambienti affrescati e sobriamente arredati, quasi a introdurre l’ospite in un percorso che alternava devozione, rappresentanza e vita quotidiana. Qui si trovavano una cappella privata con altare verde e dorato, quadri devozionali e inginocchiatoi; piccole stanze rivestite di tessuti stampati; sale di passaggio dominate da qualche canapè, tavolini in noce con coperture di marmo, pedestali figurati ormai logori ma ancora in uso. Salendo lo scalone illuminato da un fanale, il piano nobile rivelava ambienti più curati: la sala affrescata, un grande tavolo in noce con piano marmoreo, un armadio per l’orologio “con campana grande e piccola”, librarie e camerette contigue arredate con specchi, tessuti alla chinese, piccoli armadi intarsiati, panchette di rasetto. La quotidianità dell’aristocrazia era scandita da canapè rivestiti d’indiana, mobili da lavoro intarsiati in madreperla, piccoli tavolini ovali, casselle chiuse a chiave: oggetti che suggeriscono un equilibrio tra ordine domestico, studio, e rappresentazione di sé. Se il Palazzino custodiva la vita intima della famiglia, la Barchessa Nobile — vera meraviglia della villa — era invece un teatro di immagini. Qui un intero appartamento affrescato, probabilmente opera giovanile di Giambattista Tiepolo, offriva un susseguirsi di stanze tematiche dai nomi evocativi: la Camera del Senato Cartaginese, la Camera delle Pastorelle, la Camera delle Deità, dei Geroglifici, di Silvio e Dorinda, e la spettacolare Camera di Venezia e Trevigio. Ogni ambiente era animato da pitture “alla chinese”, prospettive illusionistiche, figure mitologiche, scene pastorali o soggetti letterari: un vero percorso visivo attraverso mode, simboli e fantasie del Settecento veneziano. Gli arredi — specchi dorati, tavolini con figure intarsiate, sedie “all’inglese” di canna d’India, piedestalli con mori dorati, torcieri centrali appesi a catena — amplificavano l’effetto scenografico, creando un insieme unitario dove pittura e mobilio dialogavano strettamente. Al piano superiore della Barchessa si trovavano portici con quadri, librerie e numerose sale di servizio, mentre la Barchessa Nuova accoglieva cucine, dispense e stanze del personale, popolate da lunghi tavoli, treppiedi, scagni e armadi rustici: il necessario per sostenere la complessa macchina domestica della residenza. All’esterno, la villa si apriva su un giardino ornato di statue, probabilmente delle botteghe di Gai e Bonazza, e su un parco ricco di essenze rare. Vi crescevano agrumi in vaso — oltre duecento tra piante e cedri nelle serre — aloe, cinnamomo, piante medicinali e quasi tremila bulbi di giacinti di diciannove varietà. La Cedrera, una struttura coperta, custodiva una grande specchiera tripartita incastonata in una nicchia, riflettendo la luce e il verde intorno. In epoca successiva, l’ambasciatore Bombelles ricordò con ammirazione un elegante padiglione ottagonale affacciato sulla strada del Terraglio, che permetteva agli ospiti di osservare comodamente il via vai di carrozze e viaggiatori: un modo raffinato di “abbracciare il mondo” rimanendo dentro la quiete della villa. Opere presenti e loro destino La villa fu un vero laboratorio artistico. I cicli di affreschi di Giambattista Tiepolo, oggi perduti, conferivano alla barchessa nobile un valore inestimabile. L’apparato scultoreo di Antonio Gai e Francesco Bonazza arricchiva il parco, ma solo parte di quest’ultimo è giunta fino a noi. Le sculture superstiti di Bonazza — in particolare i quattro cavalli rampanti e varie figure mitologiche — furono acquistate da Antonio Savorgnan e poi vendute nel 1806 a Pietro Sartorio, che le collocò nel giardino della sua villa a Trieste. Oggi si trovano nel Parco di Villa Sartorio. Altre opere, come Pomona, un Fauno e alcuni Amorini, sono conservate presso il Museo Sartorio. Una gloriette ottagonale del parco triestino sembra replicare il belvedere che un tempo ornava Villa Gradenigo. I disegni di Francesco Guardi, realizzati per le nozze dei Polignac nel 1790, costituiscono invece le ultime preziose testimonianze visive degli interni e della vita della villa, tramandando ciò che la demolizione ha cancellato. Galleria Immagini “Le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) “Banchetto per le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) I Cavalli di Francesco Bonazza, provenienti da Villa Gradenigo, oggi nel parco di Villa Sartorio (Trieste) Il Terraglio in una mappa di G. Venturelli del 1787 G. Venturelli, Profilo, disegno e sezioni della Regia Strada del Terraglio (1787). Si nota il complesso di Ca’ Gradenigo con il suo ampio giardino. Treviso, Biblioteca civica, Fondo cartografico, mappa n. 92 Bibliografia Andreina Rigon, La contadina incivilita. Villa Gradenigo a Carpenedo (ATENEO VENETO Rivista di scienze, lettere ed arti – Atti e memorie dell’Ateneo Veneto) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La fu Chiesa di San Zulian (area Terraglio)
Chiesa di San Zulian | Discovery Mestre Chiesa di San Zulian Una chiesa importantissima che diede il nome a un Colmello Storia La chiesa di San Giuliano era un edificio religioso che si trovava nell’antico commun di San Zulian, l’attuale Favorita, a nord di Mestre. Sorgeva appena dietro l’odierna villa Carlesso, sul lato est del Terraglio. Citata come San Giuliano de nemore (“del bosco”, in riferimento al vicino bosco di Valdimare), o prope Terraleum (“presso il Terraglio”), o, ancora, de fossa pudia (“della fossa petrosa”, richiamo alle arginature dei fossati), compare per la prima volta in una bolla di papa Lucio III (1º ottobre 1184), ma la sua origine dovrebbe essere più remota: il patrono, identificato con un vescovo Giuliano inviato da san Pietro ad Orléans, era infatti un santo molto venerato dai Franchi e si può datarne la fondazione tra l’VIII e il IX secolo. Non ebbe mai autonomia ecclesiastica e fu sempre sottoposta alla pieve dei Santi Gervasio e Protasio di Carpenedo. Le era annesso un ospedale-monastero, cosa che non deve stupire visto che il complesso si affacciava al Terraglio, importante arteria per la quale passava un intenso traffico di viandanti, specialmente pellegrini. L’importanza dell’ospizio crebbe probabilmente dopo la prima crociata e ancor di più con il potenziamento della strada nel corso del medioevo, tant’è che gli si aggiunse anche un’osteria. Nel 1297 risultava caricato di quattro lire di decima, divenute sessanta nel 1330. Si sa poi che nella seconda metà del Trecento subì un restauro e che nel 1436 fu ancora citato nei registri degli ospedali; all’epoca era gestito dai francescani, ai quali rimase sino al 1491. Nel 1502 divenne priorato (quindi affidata ad un solo sacerdote) e dal 1520 fu sottoposta a giuspatronato: fu dei Tiepolo sino al 1647, anno in cui passò ai Sagredo. Le entrate rimanevano cospicue: nel 1520 il beneficio rendeva 400 ducati l’anno. Tra i priori, spicca negli anni 1640 Emilio Finetti, benedettino nero: particolarmente apprezzato per le sue doti musicali, fu ingaggiato dal Consiglio Civico di Mestre come organista. Sotto il giuspatronato dei Sagredo, vi fu istituita una mansioneria: i nobili si impegnavano a stipendiare un sacerdote che vi risiedesse e vi officiasse la messa giornalmente. Nello stesso periodo, venne a cessare l’attività dell’ospizio. A partire dal Settecento il complesso è in grave stato di incuria, sebbene i suoi benefici continuassero a fruttare. Ai primi anni dell’Ottocento la chiesa era pericolante e i Sagredo proposero di cederla agli abitanti purché si impegnassero a ristrutturarla; ma l’idea non fu accolta e nel 1809 la diocesi di Treviso ne autorizzava la demolizione. In seguito gli abitanti tentarono di innalzare sul luogo un capitello, ma i lavori furono interrotti perché il nuovo proprietario del fondo, tal Giovambattista Raine, vi volle costruire un oratorio privato. In seguito Raine pretese che la nuova cappella potesse riscuotere gli antichi benefici di San Giuliano, scontrandosi così con Nicolò Barretta, che aveva acquistato i beni Sagredo. In ogni caso, anche la nuova costruzione risulta scomparsa nel 1860 e gli abitanti della zona, perdendo un riferimento religioso plurisecolare, furono costretti a rivolgersi ad altre cappelle, dapprima San Nicolò della distrutta villa Sagredo, quindi la Vergine del Carmine di villa Scopinich-Franchin. L’edificio Perduta ogni testimonianza “fisica”, l’aspetto esterno della chiesa ci è noto – a grandi linee – da alcune mappe cinque-secentesche. L’edificio sembra molto semplice, con una liscia facciata (su cui si apre un rosone) e affiancata sul lato nord da un campanile con il tetto spiovente e sormontato da una croce. Anche gli interni dovevano essere piuttosto modesti, come testimoniato dai rapporti delle visite pastorali. Nel 1597 sono citati solo due altari, ma dal 1609 se ne citano tre, i quali cambiano più volte intitolazioni: se all’inizio, oltre al maggiore, si ricordano quelli della Beata Vergine e di San Pietro, nel 1647 il primo era intitolato a Maria e gli altri due a San Giuliano e alla Vergine; nel 1696 i due altari laterali sono quelli del Crocefisso (come voluto dal doge Nicolò Sagredo), mentre nel 1769 il maggiore è di San Giuliano e gli altri del Crocefisso e della Maddalena. Galleria Immagini Chiesa di San Zulian da “Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia” XVI Secolo Savi ed Esecutori alle Acque Serie diversi n. 128 Bibliografia Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia, 1985, pp. 103-106. wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.