Mestre Scomparsa
La Mestre che non ti aspetti e non c'è più
Nel suo libro Mestre. Il porto, il castello, Luigi Brunello ci introduce ai temi trattati con una citazione da Italo Calvino tratta da Le città invisibili. E Mestre conta un'infinità di luoghi scomparsi, divenuti invisibili e dimenticati nel tempo, di cui il ricordo è rimasto imprigionato nella nebbia della memoria.
Questa sezione è dedicata a questi luoghi, edifici che un tempo erano vivi e che oggi hanno lasciato di sé solo poche testimonianze.
Canal Salso, l’età d’oro dei commerci
Canal Salso, l’età d’oro dei commerci (XVII-XIX secolo) | Discovery Mestre Canal Salso, l’età d’oro Corrieri, patrizi e vedutisti: Mestre nel cuore dei commerci veneziani Il canale torna a vivere Con la riapertura del canale alla laguna, nel 1615, e la demolizione del carro di Marghera, il Canal Salso tornò a essere quello che la Serenissima aveva sempre voluto che fosse: la via d’acqua più rapida e sicura fra Venezia e la terraferma. Quella che era una semplice infrastruttura idraulica divenne nei due secoli successivi il cuore pulsante dell’economia mestrina, attorno a cui nacquero mestieri, edifici, ricchezze e, per qualche decennio, perfino una vita culturale di respiro europeo. È la storia che raccontiamo in questa seconda parte, che riprende il filo dove lo avevamo lasciato. Mestre al centro del commercio veneziano Venezia, città d’acqua, conosceva l’importanza delle vie fluviali interne al territorio veneto. Scavando il Canal Salso aveva di fatto realizzato una nuova direttrice commerciale che partiva dal Canal Grande e terminava in una zona di Mestre allora secondaria, ma vicina sia al Castelnuovo, l’attuale area compresa fra via Palazzo, via Torre Belfredo e via Caneve, sia al Borgo di San Lorenzo, l’attuale Piazza Ferretto. Un luogo ideale per proseguire verso le molte destinazioni a cui erano diretti i viaggiatori e le merci provenienti dalla laguna. Questa fu una rivoluzione, e fece nascere nel tempo una nuova piazza a Mestre, quella che sarebbe stata chiamata Piazza Barche. L’apporto economico che la Cava Gradeniga aveva portato alle aree che si sviluppavano attorno ad essa si può cogliere anche dalla collocazione, lungo il canale, della palada di Mergera: uno sbarramento di pali piantati nel letto del canale che fungeva da posto di controllo per il pagamento dei dazi sulle merci, prima di superare il Borgo di Mergaria e proseguire. Lo stesso borgo, raso al suolo all’inizio dell’Ottocento dai francesi per realizzare Forte Marghera, conobbe uno sviluppo notevole, con una piccola chiesa, magazzini e osterie. Una volta giunti in laguna, gli avventori potevano fermarsi all’isola di San Giuliano, dove sorgevano la torre omonima e un convento. Con il tempo l’isola ospitò persino un luogo di ristoro per i viandanti, da cui il nome di “San Giuliano buon albergo”. Osterie, magazzini, un piccolo borgo e poi ville e attività economiche: la Fossa Gradeniga non era diversa dagli altri fiumi e canali che Venezia utilizzava per commerciare con la terraferma. Osterie, stalli e barcaioli Mestre divenne città accogliente per commercianti, cocchieri, uomini d’affari e nobili grazie alle osterie e agli stalli presenti sul suo territorio. Persino l’imperatore Francesco I vi trascorse una notte: del suo soggiorno resta una targa ricordo all’interno dell’agenzia Generali di Via Poerio. L’attuale Hotel Venezia sorge invece dove per secoli si trovava lo stallo omonimo, nato per accogliere mercanti ricchi e facoltosi. Il canale ebbe un risvolto importante anche sul mestiere dei barcaioli: questi divennero un’importante figura economica del territorio e, come era uso a quel tempo, si organizzarono in una Scuola, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la cui sede si trovava vicino alla Chiesa di San Girolamo, a riprova dell’importanza delle vie fluviali per la città. La prima Scuola che i barcaioli di Mestre realizzarono fu però a Cannaregio e prese il nome di Scuola di Sant’Andrea, proprio là dove il «Canal Trevisan», altro nome con cui veniva chiamata la Fossa Gradeniga, incontrava i canali veneziani. Le proprietà dei Duodo Per comprendere appieno questa età d’oro bisogna ricordare a chi appartenesse il cuore di Piazza Barche. Per buona parte del Settecento, l’intero fronte settentrionale della piazza, con la Posta, la Dogana, lo stallo dei cavalli, le locande e la villa nobiliare, era proprietà di una sola famiglia patrizia veneziana: i Duodo, antico casato iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima. Chi arrivava a Mestre dalla laguna e metteva piede sulla testata del Canal Salso calpestava, in un modo o nell’altro, proprietà Duodo. Il loro stemma, a fondo rosso con banda d’argento e tre gigli azzurri, agli occhi dei passanti somigliava a tre pennacchi, e da quello l’edificio della Posta prese il nome popolare di locanda «alli 3 Penacchi», attestato già nella mappa del 1691. Nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda una rendita di 270 ducati annui e per la Dogana poco più di 128 ducati. Una fotografia dettagliata del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo fu de ser Piero: una casa in Via Palazzo affittata a Iseppo Tamburin per 20 ducati, uno stallo «alli tre penachi» affittato ad Antonio Buggie per 160 ducati, e diverse «Casette» vicine con porticato a tettoia, visibili nelle vedute del Canaletto, affittate allo stesso Buggie per altri 40 ducati. I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle, detta «al Cavalletto» o in origine «al Sol», proprietà separata da un terreno appartenuto all’architetto Giuseppe Jappelli. Furono proprio i Duodo a costruire, accanto alla Posta, il magazzino doganale per le merci dirette in Germania con un imponente portale in foggia di arco trionfale, e a tenere in affitto la villa che di lì a poco avrebbe ospitato il personaggio più illustre passato per Mestre nel secolo. L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano stabilì di trasferire gli uffici doganali pubblici nell’immobile Duodo adiacente alla Posta: la dogana privata dei tre pennacchi diventava la dogana pubblica di Mestre. La Posta dei Cavalli e i Corrieri Veneti Fu Piazza Barche a guadagnare di più, nel corso del tempo, da questo commercio, vedendo passare di qua un traffico umano e mercantile sempre più importante. Qui sorse una Posta dei Cavalli in cui giungevano i corrieri da tutta Europa per portare il proprio carico. Vi operava la Compagnia dei Corrieri Veneti, una corporazione privata che ebbe un ruolo prevalente nel servizio postale della Repubblica di Venezia. Marghera era infatti uno dei punti, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile, da cui i traghettatori smistavano la corrispondenza diretta verso la terraferma e da cui poi partivano i corrieri. Erano questi, come le Barche, i luoghi in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna e le merci passavano da un’imbarcazione all’altra. Mestre era inoltre uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. Il complesso della testata fu documentato in dettaglio da una mappa disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827: accanto alla Posta operavano l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva. Piazza Barche nei dipinti dei vedutisti Alla testa del canale sorgeva un’edicola votiva, visibile in tutti e tre i dipinti settecenteschi che ritraggono la piazza. La Piazza assunse un ruolo così centrale nella vita economica veneziana ed europea da meritare di essere immortalata per sempre dai grandi vedutisti del Settecento. Tutti gli amanti del Canaletto conoscono Vista di Mestre, databile intorno al 1740, oggi alla Fondation Bemberg di Tolosa, che mostra l’approdo animato da imbarcazioni, carrozze e persone in frenetica attività. La seconda opera, La riva delle Barche e l’Antica Posta, è tradizionalmente attribuita a Bernardo Bellotto e appartiene a un collezionista privato in Gran Bretagna; secondo i professori Balistreri e Zanverdiani l’attribuzione è però dubbia, poiché il dipinto mostra il magazzino con l’arco trionfale costruito solo nel 1766, quando Bellotto era già all’estero. La terza è una copia settecentesca della composizione del Canaletto. Queste opere ci restituiscono la “fotografia” di quanto Mestre ha perduto a causa della speculazione edilizia e della scarsa lungimiranza dei suoi amministratori, che nel Canal Salso, ormai superato dalla ferrovia e dal trasporto su gomma, videro soltanto un triste simulacro del passato. Un’altra immagine celebre, secondo gli stessi Zanverdiani e Balistreri, è invece stata a lungo fraintesa. L’incisione di Giovanni David del 1775, intitolata Veduta della Scalinata a capo del Canale di Mestre, rimpetto al Giardino di S.E. Co: Durazzo Amb. Cesar., non raffigura la villa, bensì ciò che le stava davanti: la scalinata di discesa all’acqua, l’edificio della Posta e il portale della nuova Dogana Duodo. Il titolo stesso lo dice: «rimpetto al Giardino» significa di fronte al giardino. L’arrivo della cultura europea: il conte Durazzo L’importanza del Canal Salso fu tale da portare a Mestre anche la cultura veneziana e internazionale, in quello che era pur sempre un borgo e non una città. Si pensi al conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che nel XVIII secolo, dopo l’«incidente delle Gondole», preferì trasferirsi proprio a Mestre, in una villa affacciata su questo canale che modellò a propria immagine. La residenza, che il conte prese in affitto dai Duodo nel 1772, lo vide inquilino della sola dimora nobiliare. Durazzo trasformò quella villa in una piccola corte, con teatrino, giardini all’italiana, voliere, sala di lettura e una Kaffeehaus, una “Versailles in piccolo”, per riprendere la celebre definizione goldoniana di Mestre. Vi custodì anche la straordinaria raccolta di manoscritti autografi di Antonio Vivaldi, che proprio da Mestre prese poi la via di Genova e infine di Torino, dove costituisce oggi il celebre Fondo Foà-Giordano della Biblioteca Nazionale Universitaria. Il Teatro Balbi, l’ambizione di una città Lo stesso fermento spinse un’altra famiglia patrizia, i Balbi, a un’impresa ancora più ambiziosa. Nel 1777 Almerigo Balbi diede avvio, presso la sua proprietà non lontana da Piazza Barche, alla costruzione di un grande teatro, affidato all’architetto Bernardino Maccaruzzi. L’ingresso principale guardava proprio verso il Canal Salso. Era un teatro all’italiana di dimensioni ragguardevoli, con novantanove palchi su quattro ordini, capace di ospitare spettacoli grandiosi. Il Teatro Balbi divenne presto un punto di ritrovo per nobili e artisti di tutta Europa, attratti anche dalla vicina corte del conte Durazzo, che vi organizzava galà sontuosi. Per qualche stagione, Piazza Barche conobbe una vita culturale di respiro internazionale, fatta di opere, balli e ricevimenti, impensabile per quello che era nato come un semplice scalo di terraferma. Il crollo: dalla fine della Serenissima al silenzio del canale Quella stagione di splendore, però, fioriva su un terreno già fragile. Venezia, nel tardo Settecento, viveva da tempo un lento ridimensionamento economico, una perdita di traffici e di territori che svuotava lentamente la sua potenza commerciale. Lo stesso boom dei teatri, a Venezia come a Mestre, era in fondo il lusso di una società che spendeva in magnificenza mentre le sue basi mercantili si assottigliavano. Il Teatro Balbi, costato una fortuna ad Almerigo Balbi, nasceva proprio in questo clima di sfarzo e incertezza. Il conte Durazzo, da parte sua, aveva già lasciato Mestre nel 1784, alla fine della sua ambasciata, e sarebbe morto a Venezia dieci anni dopo. La sua piccola corte sul Canal Salso si era spenta ancora prima della tempesta. E la tempesta arrivò: negli ultimi anni della Repubblica il clima si fece pesante, tanto che nel 1796 il Consiglio dei Dieci ordinò la chiusura del Teatro Balbi, per non offrire alcun pretesto ai soldati francesi e austriaci accampati nei dintorni. Pochi mesi dopo, il 12 maggio 1797, la Serenissima cadeva per sempre. Da quel momento il declino fu inarrestabile e travolse, una dopo l’altra, tutte le glorie di Piazza Barche. Il Teatro Balbi non si riprese mai: conobbe affitti parziali e tentativi di riapertura, poi le demolizioni, finendo declassato a magazzino, a granaio e infine, nell’Ottocento, a sede della prima officina elettrica di Mestre. La celebre villa, attraverso il lungo dissesto patrimoniale dei Duodo, già nel 1808 i loro beni mestrini erano gestiti da una «Massa de’ Creditori verso la famiglia Duodo di S. M.ª Zobenigo di Venezia», passò alla famiglia patrizia dei Pisani, che vi realizzò uno dei primi giardini all’inglese della zona. Come testimonia il Fapanni: «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, CSSM, 1975, p. 77). La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti. Il…
La Torre delle Zigogne del castelnuovo
La Torre delle Zigogne | Discovery Mestre La Torre delle Zigogne Dalle mura del Castelnuovo alla villa di Scamozzi Una torre dalla difficile localizzazione Il Castello di Mestre, che Francesco da Carrara chiamò Castelnuovo per distinguerlo dall’antico Castello eretto dai trevisani, fu una fortezza medievale posta a difesa dell’area oggi compresa fra via Palazzo, via Torre Belfredo e via Caneve. La cinta comprendeva nove torri e otto torresini, questi ultimi anonimi, di dimensioni minori e a pianta trilatera; secondo altre ricostruzioni il totale poteva arrivare a quindici o diciassette elementi. La mappa del Barcella, presumibilmente eseguita dal Manocchi, ne tramanda undici. Di alcune torri conosciamo il nome: Torre delle Ore, oggi Torre dell’Orologio, Torre Ca’ Mosto, Torre delle Zigogne, Torre Vituria, Torre Altinate, Torre del Miglio, Torre Moza e Torre Belfredo, quest’ultima sovrastante la porta verso Treviso. Sebbene oggi sia rimasto ben poco del Castelnuovo, le scoperte archeologiche e le poche strutture ancora in piedi (la Torre dell’Orologio, la Torre Moza, le mura nel parco di via Torre Belfredo e i resti della Torre Ca’ Mosto) ci permettono di conoscere molto di questa fortificazione, che per circa due secoli ha difeso il cuore di Mestre. Per un approfondimento sulla sua planimetria si rimanda alla mappa del Castello di Mestre. La Torre delle Zigogne, come le altre torri scomparse, è rimasta a lungo senza una precisa collocazione nella topografia storica mestrina: nominata nelle fonti, citata dagli studiosi, ma impossibile da fissare con esattezza sulla planimetria della città. Il nome è evocativo e misterioso. Nel loro libro, i professori Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani suggeriscono che possa derivare da una tradizione faunistica locale, da un cognome di famiglia o da una caratteristica architettonica dell’edificio. Non è da escludere che “Zigogne” sia una variante dialettale veneziana di “Cigogna”, il cognome della famiglia che nel 1614 commissionò il disegno dettagliato di un altro tratto di mura, lungo le quali vantava più possedimenti: ma si tratta di un’ipotesi, non di un dato accertato. La torre nella villa Tirabosco Secondo Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani, già docenti allo IUAV, la Torre delle Zigogne si trovava entro il fondo dei Tirabosco, il terreno sul quale Vincenzo Scamozzi progettò a partire dal 1600 il grande complesso rinascimentale della villa. Non sappiamo se la torre rientrasse in un ideale progetto architettonico scamozziano, ma le consuetudini costruttive e ragioni economiche consigliarono di appoggiare le nuove strutture alle preesistenze di Castelnuovo. Così per le due brevi ali della villa, non allineate al corpo centrale, ma leggermente piegate a seguire l’andamento delle antiche mura. Dalla torre con una scala a doppia rampa, si scendeva al livello dell’argine e forse la ritrovata testa di Nettuno in pietra d’Istria coronava in chiave d’arco un portale monumentale rivolto alla peschiera. Nel 1735 sul piano sommitale esisteva una terrazza belvedere. Nel primo inventario della villa, del 1675, la torre non viene invece nominata: era probabilmente priva di mobilia, semplice luogo di passaggio e accesso agli spazi aperti posteriori. La mappa del 1727 Una mappa datata 21 maggio 1727, conservata nella Collezione Fulvio Busetto, raffigura le rive del borgo e restituisce la villa in veduta prospettica. È un documento prezioso soprattutto per l’architettura scamozziana della villa, più che per la torre. Il disegnatore osservava il complesso frontalmente, stando a livello del terreno, e lo rappresentò privo di spessore: nella veduta mancano cioè il “dietro” e il “sopra”. La Torre delle Zigogne, che sorgeva alle spalle del corpo di fabbrica, non risulta quindi visibile in questa immagine, che restituisce invece con chiarezza l’impianto della villa. La peschiera vi appare collegata ai rami del Marzenego da un piccolo canale coperto a nord e da un canaletto scoperto a sud; vi si accedeva attraverso cancelli sostenuti da pilastri e ponti ad arco. Gli scavi del 2009 Nel 2009, durante i lavori in via Pio X, vennero alla luce ampie fondazioni con muri disposti ad angolo retto, di cui restava intatto soltanto un angolo. All’epoca si ipotizzò che quell’angolo potesse appartenere alla torre, ma in realtà le fondazioni facevano parte delle mura che racchiudevano la villa. Va inoltre precisato che nel 2009 la pianta della villa del 1778 non era ancora nota, e non fu quindi possibile alcun confronto cartografico. La localizzazione del 2026 La posizione della torre è stata individuata soltanto nel 2026, quando Dario Zanverdiani ha sovrapposto per la prima volta un particolare della pianta del 1778, realizzata dal pubblico perito Domenico d’Iseppi per conto dei cugini Giustinian, al catasto napoleonico del 1809. La torre non compariva direttamente in questi documenti, ma è stato possibile determinarne la collocazione per differenza rispetto agli altri elementi restituiti dal confronto: le fondazioni di parte delle antiche mura del Castello annesse alla villa, i probabili resti della cedraia progettata dallo Scamozzi, gli avanzi del muro di sponda nord della peschiera e i resti del muro di sponda sud. Un ulteriore riscontro viene dal disegno del Castello di Mestre del 1839, attribuito al Barcella e presumibilmente eseguito dal Manocchi: la villa risulta collocata proprio in corrispondenza di un vuoto nel perimetro delle mura, segnato dal n. 30, e la torre si trovava all’incirca al centro di quel vuoto. Ne consegue che le fondazioni emerse nel 2009, ritenute da alcuni storici locali appartenenti alla torre, vanno invece riferite alle mura di cinta della villa. Oggi su quell’area sorge un palazzo residenziale: le fondazioni individuate negli scavi del 2009, insieme ai resti dei muri di sponda della peschiera, sono sepolte sotto il cemento, e con esse la possibilità concreta di restituire questo pezzo di storia mestrina alla città. Galleria immagini Il Castello di Mestre nel disegno del 1839, attribuito al Barcella e presumibilmente eseguito dal Manocchi: la villa Tirabosco occupava il vuoto nelle mura al n. 30, con la torre all’incirca al centro Mappa del 1727: la villa Tirabosco vista frontalmente; la Torre delle Zigogne, posta sul retro, non compare in questa veduta (Collezione Fulvio Busetto, tutti i diritti riservati) Tavola realizzata da D. Zanverdiani (2026): sovrapposizione della pianta della villa Tirabosco del 1778 alla planimetria attuale, con la localizzazione della Torre delle Zigogne. Tutti i diritti riservati Le immagini della Collezione Fulvio Busetto e la tavola del prof. Dario Zanverdiani sono riprodotte per gentile concessione e non sono riutilizzabili senza autorizzazione. Fonti Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM edizioni, 2026 ASV, FGSM, b. 88, fasc. 12, planimetria d’Iseppi, 2 aprile 1778 (494 × 736 mm) Catasto napoleonico di Mestre, 1809 Dario Zanverdiani, tavola di sovrapposizione della pianta del 1778 al catasto napoleonico del 1809 (2026) Disegno del Castello di Mestre, 1839, attribuito al Barcella e presumibilmente eseguito dal Manocchi Collezione Fulvio Busetto, mappa del 21 maggio 1727 × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Tirabosco: il capolavoro perduto di Scamozzi
Villa Tirabosco: il capolavoro perduto di Scamozzi | Discovery Mestre Villa Tirabosco: il capolavoro perduto di Scamozzi Tre secoli di storia di una grandiosa villa sorta all’interno del Castello Un eden scomparso nel cuore della città Nell’area oggi occupata da via Pio X sorgeva, tra Cinquecento e Ottocento, una delle più raffinate ville di terraferma del Veneto, che prese il nome dalla famiglia che la realizzò: Tirabosco. La villa fu progettata da Vincenzo Scamozzi, uno dei maggiori architetti che operarono fra il XVI e il XVII secolo, la cui attività si inserisce fra quella di Andrea Palladio e Baldassare Longhena. Fra le sue opere possiamo annoverare il completamento della Libreria Marciana, progettata e quasi ultimata da Jacopo Sansovino, il Teatro Olimpico di Vicenza, ereditato alla morte di Palladio e per il quale realizzò le celebri scene lignee, il Teatro all’Antica di Sabbioneta e le Procuratie Nuove in Piazza San Marco. La villa possedeva una grande peschiera, sita nell’area fra via Pio X e Riviera Magellano, una loggia a colonne doriche, una cedraia, giardini con piante esotiche e una boschetta. Era, per usare le parole dei documenti dell’epoca, una delizia. La sua storia, ricostruita attraverso fonti archivistiche dai professori Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani, è di straordinario interesse ed è una delle pagine più affascinanti della storia urbana di Mestre. Le origini: il Castello medievale e i Ruzzini Il terreno su cui venne realizzata la villa era in origine occupato dalle strutture del Castello medievale di Mestre. Eretto dalla Repubblica veneziana a difesa della terraferma, il Castello era stato realizzato per sostituire il Castelvecchio di origine trevisana e comprendeva un perimetro di mura con torri angolari e un ampio fossato. A seguito della Guerra di Cambrai e delle devastazioni che ne derivarono, le mura persero la loro funzione difensiva, e le autorità decisero di frazionare e vendere ai privati le mura e le torri del Castello, o quel che ne restava. I privati costruirono abitazioni addossate alle antiche mura, trasformando ciò che era stato un presidio militare in parte integrante del tessuto urbano. Il terreno apparteneva alla famiglia Ruzzini: ne erano titolari i patrizi Carlo e Francesco Ruzzini q. Domenico da San Severo, che lo concedevano a livello, come testimonia la nota del 1583 relativa a “un arzere livellato a Ser Davit spizier per dodici ducati”. Giacomo Bragadin e la prima trasformazione Giacomo Bragadin acquistò dai Ruzzini, fra il 1583 e il 1594, un fondo nell’area del Castello di Mestre, all’incirca dove oggi passa via Pio X, e su quel margine di città cominciò a costruire. Non era una proprietà di prestigio: era il lembo dismesso della fortezza, un terreno che i dodici ducati di canone annuo dello speziale bastano a collocare fra i beni marginali del patrimonio Ruzzini. Patrizio veneziano nato nel 1541 dal fu Zorzi, Bragadin apparteneva a una casata di antica ascendenza, che per secoli aveva espresso alte cariche della Repubblica. Comprando a Mestre non cercava però una rendita agraria: cercava un luogo da rifare. La scelta ha una sua logica. In un’area già frazionata e in via di riconversione, chi arrivava per primo poteva acquisire a poco prezzo terreni ampi a ridosso del centro, con acqua corrente, strutture murarie riutilizzabili e un fossato già scavato. Bragadin capì che quel fossato poteva diventare peschiera, le mura fondamenta, l’argine giardino: e nei sedici anni che gli restavano da vivere trasformò il fondo marginale nel nucleo di quella che sarebbe diventata una delle ville più raffinate della terraferma. Tra il 1583 e il 1594, Bragadin investì nell’area una somma che lui stesso definisce “dieci mille” ducati. Ricavò una peschiera dall’ex fossato del castello, costruì una casa dominicale con annessi rustici, sistemò i terreni circostanti. In quegli stessi anni affittava alcune casette nell’area a “vivian Hebreo Banchier”, prestatore ebreo documentato nella zona, probabilmente per uso di banco. Ciò che Bragadin costruì tra il 1583 e il 1599 fu dunque la prima versione del complesso, destinata a essere radicalmente trasformata da Vincenzo Scamozzi quando la proprietà passò ai Tirabosco. Il 12 novembre 1599, poco prima di morire nello stesso giorno, Bragadin dettò le sue ultime volontà, destinando alla moglie Dionora Labia una rendita annua netta di 350 ducati sui fondi mestrini, dove dichiarava di aver speso “dieci mille” ducati. La vedova cedette poi il complesso a Tadio Tirabosco con instrumento d’acquisto del 17 novembre 1600, rogato dal notaio Zuan Andrea di Catti: l’atto descrive “unam domum Dominicalem cum fabricis cuiuscumque generis Curtivo, Pescheria, horto, hortalibus […] positis in Castro Mestre”, cioè la casa dominicale già costruita da Bragadin con tutte le sue pertinenze. Tadio Tirabosco: una villa per l’ozio onesto Fu Tadio Tirabosco, avvocato veneziano, a trasformare radicalmente la proprietà in una vera villa rinascimentale, affidando il progetto a Vincenzo Scamozzi (1548-1616). Ma la villa era anche qualcosa di più di un’opera architettonica: era un luogo dell’anima. Francesco Scipione Fapanni ci ha tramandato che sopra la porta era incisa la scritta latina Tusculana Statio in Mestrinis Lacunis Restaurata, ovvero “Stazione Tuscolana restaurata nelle lagune di Mestre”: un omaggio all’ideale classico del ritiro dalla vita affaccendata. Scamozzi cita la villa in tre passi distinti del suo trattato L’idea dell’architettura universale, pubblicato nel 1615. Nel capitolo sul colonnato dorico la definisce “il delicioso suburbano” di Tadio Tirabosco a Mestre, citandola fra le proprie opere portate a esempio dell’ordine. Trattando degli architravi in pietra viva, la indica come prova che “l’opere sono riuscite del tutto sicure”: la loggia della villa era per lui un esempio di solidità costruttiva. Nel capitolo sulle cedraie, infine, la cita come modello di corretta esposizione, costruita “à canto le mura della Città; acciò che siano difese dal Vento di Greco, e Tranontana, e Maestro, nel tempo de’ ghiacci, e del Verno”. Tre menzioni in un solo trattato dicono molto: la villa Tirabosco non era per Scamozzi semplicemente un’opera di committenza, era un progetto di cui andava fiero. L’architettura della villa La villa presentava un pronao in antis, ovvero una loggia aperta con due colonne isolate al centro e due coppie ai lati, secondo lo schema del colonnato dorico che Scamozzi aveva teorizzato nel suo trattato. Le due brevi ali non erano allineate al frontespizio ma leggermente piegate, seguendo l’andamento delle antiche mura del castello che il complesso aveva inglobato nel proprio perimetro. Questa scelta non era casuale: le mura medievali offrivano fondamenta solide e una naturale protezione dai venti, e Scamozzi le sfruttò con intelligenza progettuale. Le dimensioni erano notevoli per una villa di terraferma: oltre 53 metri di fronte, quasi 26 di larghezza nel corpo centrale, con una profondità massima di circa 17 metri. Una scala a cinque gradoni conduceva alla loggia, dalla quale con una scala a doppia rampa si scendeva verso la peschiera. Verso sud-est il complesso si estendeva fino alla torre oggi nota come Torre delle Zigogne, che faceva parte integrante del sistema difensivo medievale prima di diventare elemento scenografico della villa. La planimetria d’Iseppi del 1778, conservata all’Archivio di Stato di Venezia, permette ancora oggi di ricostruire con precisione la disposizione degli spazi. Gli inventari: dentro la villa Due inventari dei mobili, redatti a distanza di sessant’anni, permettono di entrare virtualmente negli spazi della villa. Il primo, del 1675, descrive la Sala grande nel corpo centrale, le camere sul giardino lungo, la sala dai travi dorati, le camere di servizio nel sottotetto, cucina e caneva nel seminterrato, stalla e cedrera negli annessi. Il secondo, del 16 maggio 1735, rivela una distribuzione ancora più articolata: il Salon Grande a doppia altezza al centro, una terrazza-belvedere sulla torre, camere affacciate sulla peschiera. Tra i mobili spiccano numerosi dipinti, tra cui il ritratto del Tirabosco definito “di buona mano” e un fregio con 24 ritratti di regnanti. Nel giardino si contavano 105 piante di aranci e limoni, 76 vasi di gelsomini di Spagna e 48 di agrumi diversi. La villa era vissuta come residenza stagionale, non come dimora principale. Il giardino, la boschetta e la cedraia Il giardino era un elemento costitutivo della villa, non un semplice ornamento. I lotti afferenti comprendevano terreno prativo con gelsi e viti, piantagioni di carpini educate in forma d’arcata lungo la peschiera, 43 gelsi e 84 ceppaie in ottima vegetazione, 15 piante esotiche di grandi dimensioni. Un’area era riservata al gioco delle bocce, circondata da 8 grandi salici piangenti e 12 tuie adulte: una piccola scenografia vegetale che rispecchiava il gusto dell’epoca per i giardini come estensione dell’architettura. La boschetta era un bosco ornamentale, teorizzato da Scamozzi come elemento necessario di ogni villa di pregio. Era gestita dal gastaldo con regole precise: era sua cura brusciarla, piantarla e raccogliere i frutti riservandoli al padrone. Rappresentava uno spazio di transizione tra il giardino formale e la campagna aperta, un luogo di ombra e passeggio. La cedraia, realizzata su indicazione diretta di Scamozzi appoggiata alle mura per proteggerla dai venti di greco, tramontana e maestro, era tra gli elementi più pregiati del complesso. Lo stesso Scamozzi la cita nel trattato come esempio di corretta esposizione. Era ancora presente nell’inventario del 1675, con le sue piante di cedri e agrumi, e scomparsa in quello del 1735: probabilmente vittima di qualche inverno particolarmente rigido o dell’incuria che già cominciava a segnare la villa. La peschiera e la statua di Nettuno La peschiera era il cuore idraulico e scenografico del complesso. Ricavata dall’ex fossato del castello, aveva muri di sponda in pietra d’Istria e una gradinata di discesa a otto gradini in macigno. Era collegata ai rami del Marzenego tramite una bova coperta a nord e un canaletto scoperto a sud. Francesco Scipione Fapanni la ricordava come una “spaziosa peschiera contornata da vivo”, e il Catasto Napoleonico la descriveva ancora come elemento costitutivo del complesso. Il complesso della peschiera era arricchito da elementi decorativi di pregio. Nella testata del cortile si trovava una statua acefala che Zanverdiani identifica come una raffigurazione del dio Nettuno. Una possente testa lapidea barbuta ornava la chiave d’arco della porta di uscita dalla torre verso la peschiera: che appartenesse originariamente alla statua non è certo, ma la collocazione e le caratteristiche iconografiche rendono l’ipotesi plausibile. Del corpo della statua, documentato negli inventari della villa, non si hanno più notizie certe dopo la rovina del complesso, avvenuta agli inizi dell’Ottocento. I gastaldi e la vita della villa La villa era gestita da un gastaldo residente, figura che combinava le funzioni di amministratore, custode e contadino. Era lui il volto quotidiano della proprietà, quello che si occupava di tutto quando il padrone era a Venezia, e cioè per la maggior parte dell’anno. I contratti del 1738 ci permettono di entrare nel vivo di questa vita: Bastian Pataro e poi Piero Busato si succedettero in questo ruolo con salari misurati in ducati, sorgo turco e mastelli di vino. Le regole erano chiare. Il gastaldo non poteva pescare nella peschiera senza licenza del padrone, né dare alloggio a chicchessia se non previo “il biglietto del suo Patrone”. I frutti del giardino, i fiori, le viti e la legna della boschetta spettavano al padrone. Al gastaldo rimanevano alcuni benefici in natura, ma i confini erano precisi e non si discutevano. Quando il padrone arrivava, il gastaldo doveva cucinare, servire e tenere tutto in ordine. Era una vita di totale dipendenza, eppure anche di radicamento profondo: quei gastaldi conoscevano ogni angolo della villa meglio di chi ne era proprietario. La barchessa, la casa del gastaldo e il brolo Il complesso non si esauriva nel corpo padronale. Nel testamento del 1711 Andrea Morosini dichiara di aver edificato a proprie spese, in aggiunta al Palazzo ereditato dai Tirabosco, la barchessa, la casa del gastaldo e il brolo, ricavato da quello che era un paludo, e ricorda che un muro divisorio separava il Palazzo da queste fabbriche. Chiese espressamente che restassero vincolate all’immobile principale. Furono proprio queste pertinenze a sopravvivere alla rovina della villa. Una perizia del 21 aprile 1861 le descrive come “Casino con adiacenze”, su circa cinque campi trevisani, con il pozzo ancora in funzione, un ampio viale d’accesso dal ponte verso la strada di San Girolamo e un…
La Chiesa di San Lorenzo (Prima del Duomo)
La chiesa di San Lorenzo | Discovery Mestre La chiesa di San Lorenzo La prima chiesa del Borgo di San Lorenzo prima del Duomo La chiesa di San Lorenzo La Chiesa di San Lorenzo Levita Martire affonda le sue radici in un periodo anteriore al XII secolo, pur mancando tracce documentarie certe. Alla sua presenza si deve il nome del borgo cresciuto esternamente al Castelvecchio prima e al Castelnuovo poi. La popolazione residente all’interno della prima fortificazione, il Castelvecchio mestrino, raggiungeva la chiesa tramite una strada raffigurata in molte mappe antiche. Tale via ha lasciato spazio oggi a Via Antonio da Mestre, Via Ospedale Umberto I e, in parte, al tracciato che precedette Via Cesare Battisti (realizzata all’inizio del Novecento). Dopo la costruzione del Castelnuovo, la chiesa conservò il suo ruolo centrale, riconosciuto come chiesa arcipretale. L’edificio in questione non era l’attuale Duomo neoclassico (costruito tra il 1781 e il 1805 su progetto di Bernardino Maccaruzzi), bensì l’antica chiesa situata nel cuore di Mestre, che per circa sei o sette secoli accolse gli abitanti del borgo. Il testo preso in esame è redatto da Bonaventura Barcella, autore tra l’altro di Notizie storiche del castello di Mestre dalla sua origine all’anno 1832 e del suo territorio, in cui riportò ed elaborò, senza indicarne la paternità, le ricerche di Giovanni Battista Manocchi. Dignità istituzionale: arcipretura e collegiata La chiesa di San Lorenzo mantenne un ruolo centrale nella Diocesi di Treviso sin dal Medioevo, quando questa era divisa in quattro arcipreture principali: Mestre, Cornuda, Castelfranco e Quinto (XIV secolo). Mestre era una delle “matrici”, con giurisdizione su undici pievi, tra cui Favero (e Terzo), Maerne (S. Pietro in cattedra), Canizzano (S. Elisabetta), Martellago (S. Stefano) e Chirignago (citata all’epoca come Chierignago). Già nel 1292 gli atti attestano che i pievani di San Lorenzo esercitavano funzioni di vicari foranei, cioè pubblicavano atti solenni per conto del vescovo (comunicazioni ufficiali e decreti ecclesiastici superiori). Inoltre coordinavano e supervisionavano il clero locale, assicurando l’esecuzione delle disposizioni vescovili. Va sottolineato che la chiesa possedeva fin dall’età più remota il titolo onorifico di collegiata, che presupponeva un collegio canonico stabile, in questo caso di arciprete, per l’officio divino. Tale titolo fu solennemente rinnovato e riconosciuto dal vescovo Paolo Francesco Giustiniani con decreto del 26 settembre 1777, che ne sottolineava l’antica qualifica di capoluogo di una delle quattro arcipreture diocesane e la presenza di un clero collegiale residente. Il Senato Veneto ratificò il provvedimento il 29 maggio 1779, autorizzando l’uso delle onorificenze delle collegiate veneziane, tra cui la zanfarda (vesti e calze violacee) per il clero. Evoluzione architettonica dell’antica chiesa L’antica chiesa sorgeva fuori dalle mura del Castello di Mestre, nel Borgo di San Lorenzo (che prese il nome da essa), esattamente nello stesso luogo dell’edificio attuale. Un documento notarile del 1192 riporta, fra l’altro, la dicitura «Actum sub porticu Ecclesiae S. Laurentii de Mestre», dalla quale si deduce che già in quell’epoca esisteva la chiesa intitolata a San Lorenzo e che davanti ad essa era stato realizzato un portico esterno che fungeva da tribunale e da ufficio pubblico dove si rogavano atti giudiziari e notarili. La chiesa ha convissuto per secoli con la vicina Scoletta dei Battuti (oggi Istituto di Cultura Laurentianum), confraternita giunta a Mestre nel 1302. La vita spirituale dei confratelli era guidata dalle regole scritte nella loro Matricola e aveva la Beata Vergine Maria come protettrice principale, seguita per importanza da San Lorenzo, definito “protettore e difensore” della Scuola (fonte: Bonaventura Barcella). Questo legame devozionale influenzò l’identità della comunità: nel 1656 San Lorenzo fu ufficialmente riconosciuto in atti pubblici come patrono principale della Terra di Mestre. Sappiamo che la chiesa dell’ospedale dei Battuti fu eretta ad oratorio il 5 agosto 1676 dall’arciprete Giacomo Porri, che vi celebrò messa. Si suppone inoltre che nei secoli passati la Chiesa di San Lorenzo fosse usata in talune occasioni come chiesa per le funzioni dei Battuti e di altre scuole mestrine. Il rifacimento del 1446 segnò un momento di profonda trasformazione per l’antico edificio medievale, rappresentando un chiaro tentativo di adeguare la struttura alle crescenti necessità della comunità di Mestre. In quell’anno la chiesa venne riprogettata acquisendo una pianta a tre navate, un’evoluzione architettonica resa possibile dall’intervento diretto del Consiglio della Comunità, che finanziò l’acquisto di otto colonne per sostenerne i nuovi archi. All’interno si trovava un’unica cappella laterale dedicata alla Santissima Croce, eretta per donazione della famiglia Dalla Croce (come attesta il testamento di Maria Dalla Croce del 1593, che la definiva «dei suoi antenati»). La famiglia ne curò l’arredo commissionando una preziosa tela di Rocco Marconi, inserendola in un contesto artistico veneziano di grande rilievo. Dell’opera si sono perse le tracce dopo la demolizione della chiesa, già ignote al Barcella nel 1855. Nella seconda metà del XVIII secolo, a causa dell’incremento demografico, l’antico edificio divenne insufficiente, degradato e angusto. Nel 1770, giudicata vetusta e rovinosa, il Consiglio dei Cittadini ne decretò la demolizione per erigere un nuovo tempio a navata unica, progettato da Bernardino Maccaruzzi. I lavori iniziarono nel 1781; la vecchia struttura fu abbattuta nel 1792 e il nuovo edificio neoclassico fu completato nel 1805. Un cimitero in stato di abbandono al campanile che sopravvisse Da una perizia di Tommaso Scalfarotto datata 16 marzo 1772 sappiamo che il cimitero si estendeva attorno alla chiesa, in particolare sul lato nord-ovest, sul fronte dell’edificio e sul lato sud-ovest, dove confinava direttamente con la Scoletta dei Battuti. La perizia, redatta proprio mentre si decideva la costruzione del nuovo Duomo, fu consegnata ai Provveditori alla Sanità. In essa il cimitero appariva insalubre: le mura di recinzione erano crollate e al suo interno vagavano maiali che, nella ricerca di radici e cibo, arrivavano a disseppellire i resti dei defunti. Scalfarotto chiedeva non solo il ripristino del decoro, ma il trasferimento in una sede più idonea. Cinque giorni dopo, i provveditori sollecitarono il provveditore di Mestre a intervenire immediatamente. Prima di Napoleone quasi tutte le chiese veneziane e dell’entroterra avevano piccoli cimiteri attigui all’edificio religioso; questo valeva anche per San Rocco e San Girolamo. Napoleone impose sepolture isolate e distanti dalle abitazioni in quanto tale pratica era insalubre. A Mestre un nuovo cimitero venne progettato da Giobatta Manocchi il 26 ottobre 1811. Il nuovo cimitero di Mestre fu realizzato nell’arco di decenni e il monumentale prese forma molto dopo. Nel 1855 Bonaventura Barcella registra ancora un’area cimiteriale presso il Duomo; parte dell’area occupata dall’antico cimitero servì infatti a ospitare l’edificio neoclassico, più ampio del precedente. Elemento di continuità tra antico e nuovo è il campanile, che non seguì la sorte della sua chiesa e possiamo ancora ammirarlo esattamente come facevano cinque secoli fa. Esso fu infatti realizzato nel 1515 ed è costituito da una torre solida, semplice ed elevata, con linee essenziali. Prosopografia dei parroci e arcipreti La serie dei parroci è documentata a partire dal 1232 con Enrico, primo nome attestato. Bonaventura Barcella compilò un elenco completo fino al 1832 (poi esteso al 1855), testimoniando l’evoluzione della guida spirituale e il legame tra clero e comunità mestrina. Tra le figure più rilevanti prima della demolizione del 1792 si ricordano: Enrico (1232): citato in un atto vescovile per l’istituzione di canonicati a Treviso. Jacopo (1292): incaricato dal vescovo di Treviso di pubblicare scomuniche, con funzioni simili a quelle degli odierni vicari foranei. Matteo dalla Strada (1429): sacerdote e notaio. Jacopo de’ Spini (1464): sacerdote veneziano eletto dalla Comunità di Mestre. Pietro Basso (1469): notaio, rogò testamenti per cittadini locali. Nicolò de’ Crescenzi (1477): insigne Dottore dei Decreti. Girolamo Fior (1540): menzionato in atti testamentari fino al 1547. Andrea Trevisan (1546-1574): canonico di Treviso, resse la parrocchia come commendatario risiedendo fuori città, nonostante le proteste dei cittadini; alla morte lasciò un capitale per due mansionerie. Camillo Trevisan (1578): canonico residente a Treviso; la cittadinanza insistette per la sua residenza in loco. Valentino Manetti (1586): originario di Tivoli. Antonio Caresini detto Massa (1600-1604): di famiglia cittadinesca, forse ex militare; morì a 29 anni. Flaminio Trevisan (1605). Fabio Andreoni (1606). Fiorino Onigo (1607): nobile trevigiano, autore di componimenti latini tra cui un Carme eroico. Francesco Porri (1609). Tommaso Tommasetti (1612-1621): illustre giurista, Dottore in ambedue le leggi; autore del manuale Flores Legum, con tredici edizioni europee. Girolamo Barbieri (1622-1637): resse la parrocchia fino alla rinuncia poco prima della morte. Giacomo Porri (1637-1680): cittadino mestrino, arricchì la chiesa di reliquie romane e istituì il suffragio dei morti; sotto il suo mandato fu inaugurato l’oratorio della Salute (1676). Alfonso Porri (1680-1703): nipote di Giacomo, morì a 60 anni. Lodovico Pamio (1703-1708). Andrea Sansoni (1708-1729): già parroco a Canizzano, pastore esemplare; lasciò legati preziosi alla Scuola del Santissimo Sacramento. Giovanni Antonio Zuliani (1729-1770): membro del Consiglio Civico, donò una reliquia della SS. Croce; guidò la parrocchia per oltre quarant’anni. Giacomo Albrizzi (1770-1800): Dottore in Teologia e noto predicatore; sotto la sua guida la chiesa ottenne il rinnovo del titolo di collegiata (1777) e iniziò la ricostruzione (1781); ospitò Papa Pio VI nel 1782. Galleria Immagini Schizzo della parte meridionale di Piazza Maggiore. Tommaso Scalfarotto, 21 marzo 1772 Savi ed Esecutori delle Acque Catastico (Particolare). Questa mappa del 1781 è di poco antecedente alla demolizione Savi ed esecutori delle Acque Serie Diversi Bibliografia “Della chiesa arcipretale e collegiata di S. Lorenzo Levita Martire di Mestre e dei Parrochi che la ressero dal secolo XIII sino al presente, Cenni Storici”. Scritti di Bonaventura Barcella e altri autori (pubblicato nel 1855 dalla Fabbriceria e dai Priori della Confraternita del Santissimo Sacramento in occasione dell’ingresso dell’Arciprete Paolo Colferai). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio
La terra di Mestre: mille anni di storia nell’area del Castelvecchio | Discovery Mestre Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio Dal Castelvecchio all’Ospedale Umberto I Genesi e importanza strategica del Castelvecchio La storia del sito che oggi ospita il complesso dell’ex ospedale Umberto I di Mestre rappresenta una narrazione millenaria di trasformazioni urbanistiche, militari e sociali che definiscono l’identità profonda della città. Sebbene la tradizione storiografica locale, definita spesso come «vulgata», suggerisca che la prima fortificazione sia sorta sulle vestigia di un antico castrum romano, le fonti precisano che tale ipotesi rimane esclusivamente un’ipotesi scientifica non verificata, poiché non sono mai state effettuate rilevazioni archeologiche nell’area in grado di confermare una genesi romana o la presenza di insediamenti di quell’epoca. La documentazione storica certa pone la nascita dell’insediamento nell’anno 994, quando il re di Germania Ottone III, per intercessione dell’arcivescovo di Magonza Willigis, concessò privilegi e terre al conte Rambaldo II di Collalto. Il diploma annovera tra i beni concessi «un manso regale fra Mestre e Paureliano e Brentalo», oltre alla foresta del Montello, ventiquattro mansi nel contado trevigiano e altri possedimenti nel veneziano. Nel 1001 Ottone III concedè inoltre al Vescovo di Treviso il diritto di assegnare al Doge Pietro Orseolo II il privilegio di usare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. In questo periodo arcaico, la città si strutturava attorno alla cosiddetta Isola di San Lorenzo, un lembo di terra dove il potere militare, rappresentato dal primo castello poi denominato Castelvecchio, e quello religioso, identificato nella Pieve di San Lorenzo, costituivano i due poli fondamentali della vita comunitaria. Tale assetto ricevette un’ulteriore legittimazione nel 1152, quando la bolla pontificia Justis fratrum di papa Eugenio III, indirizzata al vescovo di Treviso Bonifacio, elencò e confermò le pertinenze della diocesi trevigiana, tra cui pievi, castelli e porti del territorio mestrino, tra cui verosimilmente il sito del Castelvecchio. La conformazione di questo primo nucleo difensivo è deducibile dall’analisi della cartografia storica, che evidenzia i segni degli antichi alvei del fossato alimentato dal fiume Marzenego. Questo sistema idraulico circondava l’abitato, sfruttando la naturale protezione offerta dal fiume a nord e dal percorso originario dell’antico Musone a sud. Le difese si evolsero nel tempo, passando da una primitiva palizzata lignea a una muraglia in pietra rafforzata da torri e porte munite di ponti, note come battifredo. Queste torri, originariamente realizzate in legno e ricostruite in pietra nel XIV secolo per resistere alle nuove macchine d’assedio, fungevano da punti di avvistamento e difesa dell’ingresso cittadino. All’interno di questo perimetro risiedeva il Capitano, un funzionario di nomina trevigiana incaricato della difesa militare e della supervisione economica del territorio. Il Capitano gestiva la riscossione della muda, una gabella riscossa sul transito di merci e persone che garantiva entrate cospicue ai governanti, poiché Mestre costituiva l’unico punto di raccordo terrestre obbligato tra la laguna veneziana e l’entroterra. Il declino militare e la transizione agraria L’importanza strategica del Castelvecchio lo rese oggetto di frequenti attacchi da parte delle signorie che si contendevano il dominio sul Veneto. La struttura iniziò a mostrare segni di decadenza già nel XIII secolo, quando non era più all’altezza delle nuove tecniche belliche. Un evento di particolare gravità si verificò nel 1274, quando un vasto incendio distrusse gran parte della fortificazione e la residenza del patrizio veneziano Tommaso Querini. Tale episodio innescò una crisi diplomatica tra Venezia e Treviso, con quest’ultima che rispose alle richieste di risarcimento espellendo tutti i cittadini veneziani dal proprio territorio. Con la successiva costruzione del Castelnuovo, l’antica fortezza del Castelvecchio perse progressivamente la sua funzione primaria, venendo trascurata dalla Repubblica di Venezia dopo la conquista guidata da Andrea Morosini il 29 settembre 1337. La vulnerabilità del sito emerse nuovamente durante la Guerra di Chioggia (1378-1381), quando Francesco da Carrara espresse la volontà di conquistare entrambi i castelli mestrini. Proprio da questo periodo storico alcuni fanno derivare i due soprannomi «Castelvecchio» e «Castelnuovo» ancora oggi in uso. La fine definitiva della fase castrense giunse nel 1434, quando le autorità veneziane decretarono la demolizione delle mura e il riutilizzo dei laterizi per nuove edificazioni cittadine. L’area interna fu destinata prevalentemente alla coltivazione agricola e affidata inizialmente al nobile Andrea da Mosto. In questo periodo si registrava ancora la presenza di una struttura signorile denominata Domus Magna e di alcune piccole abitazioni rurali, segnando il passaggio da centro di potere militare a zona di sfruttamento agricolo. L’epoca dei Canonici e l’Abbazia di San Giacomo Una nuova e significativa trasformazione ebbe inizio nel 1453, quando l’area del Castelvecchio appariva ormai ridotta a mura ed edifici abbandonati. Il 13 agosto 1453, il Doge Francesco Foscari indirizza una lettera al Podestà di Mestre chiedendo di concedere la struttura ai Canonici Regolari di San Salvador affinché vi edificassero un «recapito» per le loro faccende amministrative. Nacque così il Priorato di San Giacomo, la cui chiesa fu dedicata all’apostolo poiché si credeva custodisse una reliquia delle sue ossa. Questo insediamento religioso divenne un punto di riferimento non solo spirituale ma anche economico, poiché da qui il Priore poteva controllare le vaste proprietà dei canonici site nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban. La ricchezza derivante da queste proprietà consentì all’ordine persino di acquistare l’osteria del Cappello. Il prestigio dell’istituzione raggiunse il suo apice nel 1728 grazie all’iniziativa di Giovanni Santo Foscarini, priore di Mestre e cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Foscarini, sfruttando la sua influenza e l’amicizia con il Cardinale Francesco Barberini, riuscì a ottenere da Papa Benedetto XIII l’elevazione del priorato a rango di Abbazia il 26 aprile 1728. Tale promozione, compiuta senza il preventivo assenso della Serenissima o dei confratelli di San Salvador, generò tensioni politiche, ma fu infine accettata dal Senato veneziano il 10 settembre 1729. L’esperienza abbaziale fu legata quasi esclusivamente alla figura di Foscarini, che rimase l’unico a ricoprire il ruolo di Abate prima di essere nominato Arcivescovo di Corfù nel 1732. Attività produttive e insediamenti nobiliari Parallelamente alla vita religiosa del priorato, l’area del Castelvecchio mantenne per secoli una spiccata vocazione produttiva legata alla forza idraulica del fiume Marzenego. Lungo il Ramo delle Beccaria sorgeva il Molino del Castelvecchio, una struttura essenziale per la molitura del grano e l’economia locale. Nel 1584, il patrizio Fedrigo Contarini tentò di ricostruire il mulino, all’epoca ridotto a rudere, proponendo di innalzare il salto d’acqua (l’antipetto) a due piedi e sei once per aumentare la potenza idraulica. I periti della Repubblica di Venezia, Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo del 22 gennaio 1584, si opposero fermamente: temevano che l’innalzamento del livello idrico avrebbe favorito il trasporto di sedimenti verso la laguna, minacciandone l’equilibrio idraulico strategico. La richiesta fu respinta e il mulino non risorse mai più. Nello stesso periodo, l’area divenne meta di villeggiatura per la nobiltà veneziana. Tra le residenze più celebri vi era la Villa degli Zen, del Ramo di San Biagio, situata lungo il Marzenego nelle vicinanze del castello, con quattro torri angolari che avrebbero dato origine al toponimo «Quattro Cantoni». Nel 1785, la proprietà degli Zen fu ceduta a privati per essere trasformata in un’osteria e campi coltivati, collegata all’Abbazia di San Giacomo da un ponte. La villa fu demolita nel 1818; sul sito sorse poi il casino di villeggiatura di Alba Corner Balbi, noto come Villa Bandiera, distrutto nel XX secolo per il quartiere San Paolo. La nascita della sanità pubblica e il lascito di Piero Berna Per tutto il XIX secolo, Mestre rimase priva di una struttura ospedaliera propria, costringendo i malati meno abbienti a trasferirsi a Venezia per ricevere cure presso l’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. La svolta avvenne all’inizio del Novecento grazie alla determinazione del sindaco Jacopo Rossi, che istituì un comitato raccogliendo 50.000 lire per la costruzione di un nosocomio cittadino. L’opera fu resa possibile dallo straordinario gesto filantropico di Piero Berna, che acquistò personalmente i terreni della famiglia Tozzi per 40.000 lire e li donò gratuitamente al Comune. Berna dovette farsi carico della presidenza dell’Opera Pia dopo il tragico suicidio del Conte Rossi nel 1904, causato da infondate accuse di malversazione. La costruzione fu affidata all’ingegnere Eugenio Mogno, che completò il primo padiglione con 32 posti letto e una sala operatoria. L’inaugurazione avvenne il 16 aprile 1906. Nel 1908, la maestra Maria Berna donò 20.000 lire per una chiesetta neogotica progettata da Giorgio Francesconi, oggi sede della comunità ortodossa. Sviluppo dei padiglioni e impatto sociale Negli anni successivi l’ospedale si espanse grazie a lasciti di privati come Elvira Tozzi Favier, Marini Missara e Zancanaro. Un contributo fondamentale giunse dall’imprenditore Cesare Cecchini, il quale lasciò in eredità 100.000 lire per ospitare gratuitamente anziani soli e indigenti nei cento giorni invernali. Il secondo padiglione, completato nel 1915 lungo via Antonio da Mestre, fu intitolato a Cecchini. Nel 1922 vi fu collocato un moderno impianto di radiologia. L’ultima grande aggiunta storica fu il terzo padiglione, inaugurato nel 1935 lungo il Ramo della Beccaria e intitolato al dottor De Zottis, nato come sanatorio per la tubercolosi. Il 17 aprile 1925, il sindaco e primario Paolino Piovesana propose di spostare l’Umberto I vicino a Borgo Pezzana, ma la proposta fu bocciata dal consiglio comunale con 23 voti contrari. Dalla modernizzazione alla chiusura definitiva La seconda metà del Novecento ha visto l’ospedale Umberto I trasformarsi ulteriormente per adattarsi alla crescita demografica di Mestre. L’area è stata saturata con grandi monoblocchi inaugurati nel 1962, 1966 e 2003. Quest’ultima espansione, costata venti milioni di euro, rappresentò l’ultimo investimento significativo prima del trasferimento programmato. La parabola secolare dell’Umberto I si è conclusa nel giugno 2008, con il trasferimento di tutti i reparti presso l’Ospedale all’Angelo di Zelarino. La chiusura del Pronto Soccorso il 14 giugno 2008 ha segnato la fine di 102 anni di storia sanitaria ininterrotta. Oggi, l’area del Castelvecchio rimane in attesa di una riqualificazione che restituisca dignità a un luogo carico di memoria. Sopravvive intatto solo il Ponte del Castelvecchio sul Ramo delle Muneghe, l’ultimo legame tangibile con il passato millenario della città. Galleria immagini L’area dell’Ex Umberto I: oltre 1000 anni di storia stratificata La posizione del Castelvecchio, mappa del cap. Augusto Denaix del 1811 Il ponte del Castelvecchio oggi La Torre Belfredo: un esempio di battifredo a Mestre Mappa di Francesco Fiorini (15 luglio 1668): si vede Villa Zen, omessa l’area della Chiesa di San Giacomo Inaugurazione dell’ospedale Umberto I nel 1906 Il Padiglione Cecchini lungo Via Antonio da Mestre Il padiglione realizzato negli anni Sessanta Situazione attuale dell’area Ex Umberto I Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Brunello, Luigi. Mestre – Antiche Mappe, Centro Studi Storici di Mestre. Cosmai, Franca; Barizza, Sergio (a cura di). Mestre la storia, le fonti. Gusso, Adriana. Mestre – Le radici di identità di una Città. Sbrogiò, Marco. I Castelli di Mestre e l’antica Struttura urbana. Stocchero, Ilva. Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso, Centro Studi Storici di Mestre. Zoccoletto, Giorgio. Il priorato di Mestre Eretto in Abbazia, Centro Studi Storici di Mestre. Zoccoletto, Giorgio. Un terrenzello ai Quattro Cantoni, Centro Studi Storici di Mestre. Il Marzenego – Vivere il fiume e il suo territorio. ACOMAI Studio associato. Progetto di rigenerazione urbana denominato «Castelvecchio» area dell’ex Ospedale Umberto I Mestre – Venezia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Origini e splendore di Villa Erizzo
Origini e splendore di Villa Erizzo | Discovery Mestre Origini e splendore di Villa Erizzo Da villa patrizia a biblioteca attraverso i secoli Le ville venete arrivano a Mestre: gli Erizzo La storia di Villa Erizzo affonda le sue radici nelle vicende di una delle famiglie più illustri del patriziato veneziano, gli Erizzo, originari di Capodistria e giunti in laguna tra il IX e il X secolo. Sebbene la famiglia avesse origini umili, seppe ascendere ai vertici del potere della Serenissima, dando alla Repubblica persino un Doge, Francesco Erizzo, e consolidando nel tempo un vasto patrimonio fondiario nel territorio di Mestre. La costruzione della dimora padronale, situata nell’attuale cuore della città, avvenne con ogni probabilità nella seconda metà del XVIII secolo, tra il 1770 e il 1780, in un’area dove i documenti catastali napoleonici del 1810 registravano già la presenza di proprietà legate alla famiglia. In quel periodo, la villa non era isolata, ma costituiva il fulcro di un complesso che comprendeva case per i braccianti, stalle situate nell’attuale via Querini e una foresteria collegata al corpo principale da un corridoio. L’impianto architettonico scelto per la residenza rifletteva l’esigenza di rappresentanza della nobiltà veneziana in terraferma, con una facciata monumentale rivolta a nord verso una vasta ortaglia. La struttura originaria si presentava come una villa di campagna immersa in un parco immenso che si estendeva dalla zona della stazione ferroviaria fino all’attuale via Rosa, delimitato lateralmente da quelle che sarebbero divenute via Cappuccina e via Piave. L’Oratorio della Vergine Madre di Dio: preesistente alla villa Un elemento di fondamentale importanza storica all’interno del complesso di Villa Erizzo è l’Oratorio della Vergine Madre di Dio, situato all’angolo est della facciata principale. Questo piccolo edificio sacro è antecedente alla costruzione della villa attuale e rappresenta una preesistenza del XVII secolo: la sua consacrazione risale infatti al 1686, come testimoniato da una lapide interna in latino che recita: «Deo deiparae Virgini Andrea Ericcius sacravit MDCLXXXVI» (Consacrato da Andrea Erizzo alla Vergine Madre di Dio 1686). Tale datazione precede di quasi un secolo la villa (1770-1780) e suggerisce l’esistenza precedente di un palazzo dominicale già menzionato da Vincenzo Coronelli nel 1697. L’oratorio, caratterizzato da un portale in pietra sormontato da una finestra a lunetta e da un timpano ornato da tre statue, non era destinato solo all’uso privato della famiglia Erizzo, ma accoglieva anche fedeli esterni (l’ingresso rivolto verso l’esterno lo conferma). Al suo interno si conserva una pala d’altare raffigurante la Madonna con i santi Francesco e un santo che incatena il diavolo, oltre alla memoria storica del passaggio di Papa Pio VI. Nel 1782, durante il suo viaggio verso Vienna, il Pontefice pernottò a Mestre e celebrò qui la messa nell’oratorio l’11 marzo 1782 (alcune fonti locali indicano il 12 marzo, ma la data prevalente è l’11). Durante tale visita, il Papa incontrò l’ambasciatore del Sacro Romano Impero Giacomo Durazzo, che risiedeva con la moglie nella sua villa di Piazza Barche. Successivamente incontrò l’ambasciatore di Spagna, De Squillace. L’evento fu considerato epocale e anche le autorità ecclesiastiche vollero incontrare il Santo Padre: fra questi i vescovi di Treviso, di Padova, di Feltre, di Chioggia e arrivò da Cipro il vescovo di Famagosta. Il Conte Giuseppe Bianchini, proprietario all’epoca, fece realizzare una targa commemorativa per ricordare questo evento. Questa funzione religiosa e la cura profusa nella decorazione dell’oratorio sottolineano come l’area, prima di diventare un centro direzionale e civile, fosse un nodo vitale di spiritualità e prestigio sociale per il patriziato veneziano. La facciata dell’oratorio è rimasta inalterata nonostante i rimaneggiamenti subiti dalla villa nel corso dei secoli, e oggi fa parte del complesso della Biblioteca civica VEZ. L’ascesa dei Conti Bianchini e la trasformazione in dimora stabile Il destino della villa mutò radicalmente nel 1826, quando le figlie del defunto Principe Nicolò XIII Andrea Erizzo decisero di vendere la proprietà ai Conti Bianchini d’Alberigo, nobili di origine dalmata già confermati nei loro titoli dall’Impero Austriaco. I Bianchini, in particolare Vincenzo e Nicolò, rappresentavano una nuova classe aristocratica che, pur non disponendo delle immense ricchezze degli antichi patrizi, vedeva nella villa di Mestre uno status symbol e un investimento strategico. Sotto la loro proprietà, durata circa 103 anni, la villa smise di essere una semplice residenza stagionale di villeggiatura per trasformarsi nella dimora principale della famiglia. Questo cambiamento di abitudini ebbe un impatto diretto sulla toponomastica locale, poiché la strada che collegava la villa alla chiesa dei Cappuccini iniziò a essere identificata come via Ca’ Bianchini. La successione ereditaria vide la proprietà passare al Conte Pietro nel 1835, poi ad Angelo nel 1850 e infine alla Contessa Beatrice Elena Bianchini, l’ultima della stirpe a risiedervi stabilmente fino al 1938. Durante questo lungo secolo, la villa fu testimone della transizione di Mestre da borgo agricolo a centro urbano in espansione, un processo che avrebbe inevitabilmente richiesto il sacrificio dei suoi spazi verdi. Il 1848: la villa quartier generale austriaco Durante l’assedio di Venezia, nella giornata del 26 ottobre 1848 la villa ospitò il quartier generale austriaco, come riporta la rivista «Le tre Venezie» del 1933. La posizione della proprietà, all’incrocio fra la strada per il centro e le direttrici che conducevano al fronte di Marghera, ne faceva un punto di comando naturale nella fase più acuta delle operazioni militari attorno a Mestre. L’episodio si inserisce nella vicenda più ampia raccontata nell’articolo dedicato a Mestre nel 1848 e al forte di Marghera. Il progressivo smembramento del patrimonio fondiario e la nascita della ferrovia Lo smembramento dell’immenso parco di Villa Erizzo fu un processo lungo e inarrestabile, dettato dalle necessità infrastrutturali della città moderna. Il primo grande colpo all’integrità della tenuta avvenne tra il 1858 e il 1859, quando una porzione significativa del giardino meridionale fu sacrificata per consentire la realizzazione della Stazione ferroviaria di Mestre, un’infrastruttura che stava già rivoluzionando i flussi commerciali a discapito del tradizionale traffico acqueo di Piazza Maggiore. Questo evento segnò l’inizio di una serie di espropriazioni che avrebbero trasformato i terreni agricoli e i frutteti della villa in nuovi quartieri residenziali e industriali. La villa, che un tempo dominava solitaria il paesaggio con le sue due torri cilindriche e le cupole che svettavano sul volume principale, iniziò a essere accerchiata dalla crescita urbana. La perdita di questo isolamento agreste era il prezzo necessario per l’integrazione della proprietà nel nuovo tessuto cittadino, un fenomeno che avrebbe portato alla nascita di arterie fondamentali per la viabilità mestrina. L’ortaglia sacrificata per realizzare il Foro Boario Uno degli episodi più significativi della storia amministrativa di Mestre riguardò l’ortaglia della villa, situata a nord del complesso e a due passi da Piazza Maggiore. Secondo un sopralluogo degli ingegneri Orazio Monti e Angelo Castagna del 26 febbraio 1869, l’ortaglia comprendeva un prato con gelsi e viti, siepi di tulie, peri, peschi, ciliegi, un noselero e un salice. Nel 1869, il Comune, guidato dal Sindaco Girolamo Allegri, individuò proprio in questo terreno l’area ideale per trasferirvi il mercato degli animali, allo scopo di liberare Piazza Maggiore e renderla il centro decoroso del neonato municipio. Il Conte Giuseppe Angelo Bianchini si oppose fermamente, avviando una complessa trattativa economica basata su perizie divergenti: se il Comune valutava il terreno circa 1600 lire, la proprietà ne richiedeva oltre 6000. La controversia si risolse con l’intervento della prefettura, che dispose l’esproprio forzato dell’area nel 1868 per una cifra inferiore a quella pattuita in un primo accordo. Nonostante la successiva vittoria legale del Conte Bianchini, che ottenne un indennizzo maggiore, il terreno fu definitivamente trasformato nel Foro Boario, dove si svolgevano mercati di bestiame, mostre di cavalli e persino fiere popolari come la festa di San Michele. Quest’area, descritta dagli ingegneri come un prato ricco di gelsi, viti e alberi da frutto, divenne così la “seconda piazza” di Mestre, ospitando nel tempo circhi, cinema all’aperto e padiglioni fieristici. L’urbanizzazione del Novecento e il sorgere delle Case dei Ferrovieri Il processo di frammentazione del parco accelerò drasticamente nel primo dopoguerra, riflettendo la frenetica crescita demografica di Mestre. Nel 1922, altri mille metri quadrati di terreno sul lato sud furono espropriati per la costruzione delle Case dei Ferrovieri, alloggi destinati ai lavoratori di un settore ormai vitale per l’economia locale. Da questo primo nucleo edilizio nacque rapidamente via Piave, concepita dai pianificatori e da investitori come la famiglia Toniolo come una direttrice monumentale di bellezza pari a viale Garibaldi. Contemporaneamente, sul lato opposto, via Cappuccina veniva arricchita dalla presenza della Scuola Cesare Battisti, inaugurata nell’ottobre dello stesso anno. Il Conte Ettore di Rosa Luraghi, marito di Beatrice Bianchini e figura attiva nella politica cittadina, propose persino di trasformare l’ormai ex Foro Boario in una nuova piazza monumentale che ospitasse il municipio e la prefettura, un progetto che tuttavia non trovò piena realizzazione. La morte del Di Rosa nel 1925 e l’annessione di Mestre a Venezia nel 1926 segnarono la fine delle ambizioni di autonomia urbanistica legate alla villa. L’era della SADE e il sacrificio definitivo di un grande patrimonio Il capitolo finale della villa come residenza privata si scrisse nel 1938, quando la Contessa Beatrice Bianchini, segnata dai lunghi conflitti con l’amministrazione comunale, vendette la proprietà al Conte Giuseppe Volpi di Misurata. Fondatore della SADE (Società Adriatica di Elettricità), Volpi intendeva trasformare la villa in una sede di rappresentanza di alto prestigio aziendale. Questo passaggio comportò interventi strutturali invasivi che alterarono profondamente l’articolazione interna originaria: il salone centrale a doppia altezza fu diviso da un solaio intermedio per ricavare uffici amministrativi, eliminando il ballatoio che lo caratterizzava. La facciata esterna, pur mantenendo la sua imponenza tardobarocca con le quattro paraste giganti doriche e l’aspetto di un arco trionfale, fu ampliata sul lato sud per ospitare una nuova scala monumentale. Nello stesso periodo, il parco subì le lottizzazioni definitive per far posto al palazzo della TELVE e all’edificio centrale delle Poste, riducendo lo spazio verde a un piccolo frammento rispetto all’estensione originale. Memorie d’arte e la rinascita come polo bibliotecario cittadino Nonostante i pesanti rimaneggiamenti, Villa Erizzo ha conservato tracce preziose del suo patrimonio artistico settecentesco. Gli affreschi trompe-l’œil attribuiti ad Andrea Urbani, originariamente situati nel salone centrale, furono staccati durante i lavori della SADE e ricollocati nel vano scala per preservarne la memoria. Nel cortile interno, tra i resti di quello che fu un giardino ornato di statue, è stata recentemente identificata una riproduzione dell’Ercole e Lica di Antonio Canova, una scultura che simboleggia la potenza del mito classico un tempo celebrata dai nobili Erizzo. La segnalazione di Alessandro Bon al professore Roberto De Feo ha permesso di inserire anche questa statua in una serie di conferenze sull’influenza del Canova nell’arte dell’Ottocento. Dopo decenni di uso aziendale sotto la gestione ENEL, la villa è stata acquisita al patrimonio pubblico e, dopo un attento restauro, ospita oggi la Biblioteca civica “VEZ”, tornando a essere un punto di riferimento culturale per la comunità mestrina. Questa nuova funzione rappresenta il compimento di un ciclo storico millenario: da dimora chiusa dell’aristocrazia veneziana a spazio aperto della conoscenza, Villa Erizzo rimane il testimone più eloquente delle trasformazioni che hanno forgiato l’identità moderna di Mestre. Dalla dismissione alla biblioteca civica: le date Il ritorno della villa alla proprietà pubblica seguì una scansione precisa. Il Comune di Venezia acquisì l’edificio dismesso nel 2008 e ne completò il restauro di riqualificazione nel 2011. Nel marzo 2013 la Biblioteca civica di Mestre vi si trasferì assumendo la denominazione VEZ, con inaugurazione ufficiale il 16 marzo 2013 alla presenza del sindaco Giorgio Orsoni: la nuova sede offriva ottantasette posti a sedere, ventidue postazioni internet e due postazioni attrezzate per gli utenti con disabilità. La precedente sede di via Miranese, aperta nell’ottobre 1994 in una ex vetreria, fu dismessa nel dicembre 2014. Dal maggio 2014 la VEZ gestisce anche la Biblioteca del Centro Regionale di Cultura Veneta Paola di Rosa Settembrini, ospitata nell’attigua Villa Settembrini in forza di un accordo fra Comune di Venezia e Regione Veneto. Il cantiere non si è chiuso nel 2013. Come documenta il sito del Comune di Venezia, gli interventi di ristrutturazione e ampliamento delle pertinenze della villa si sono…
Il monastero di Santa Maria delle Grazie
Il Monastero di Santa Maria delle Grazie di Mestre | Discovery Mestre La Chiesa di Santa Maria delle Grazie Il borgo delle Muneghe dalle Benedettine al Museo Il Monastero di Santa Maria delle Grazie di Mestre Il contesto delle origini La genesi del monastero di Santa Maria delle Grazie è strettamente legata alle ondate migratorie causate dalla minaccia ottomana nel Nord-Est italiano alla fine del XV secolo. Le fonti non sono del tutto univoche sulla data esatta, ma una testimonianza del 1481 parla dell’acquisto di una modesta abitazione rurale a un solo piano, completa di orto, stalla e muro di cinta, situata proprio sulle rive del Marzenego. Quel luogo prese presto il nome di “Borgo delle Muneghe”, toponimo che rimase ufficiale fino a metà Ottocento. Lo storico Luigi Brunello propone invece una ricostruzione leggermente diversa: monache benedettine provenienti da Udine si sarebbero rifugiate inizialmente presso la chiesa di San Marco nel 1490, per poi trasferirsi definitivamente nella sede di via Poerio nel 1501. Una migrazione che racconta già da sola quanto fosse viva e tormentata la storia di Mestre in quegli anni. Consolidamento finanziario e patronati illustri Da semplice rifugio il monastero divenne una solida istituzione soprattutto nel corso del XVI secolo, grazie al sostegno di famiglie facoltose e figure di grande rilievo. Una protagonista assoluta fu l’Abbadessa Lucia Zetta, nominata nel 1548. Alla morte del padre, il ricco mercante Polo Zetta, divenne erede universale e riversò ingenti capitali nel convento: sistemò gli edifici originari, acquistò immobili redditizi come l’Osteria della Rosa e gestì prestiti che garantivano rendite costanti. Il prestigio dell’istituzione crebbe al punto da attirare l’attenzione di Marco Dolce, Capitan Grande del Consiglio dei Dieci. Nel 1593 divenne il primo procuratore del monastero, sfruttando i meriti militari acquisiti nella Guerra Turchesca per favorire nuovi ampliamenti. Dolce scelse questo luogo anche per collocarvi la figlia e due nipoti, creando un legame profondo tra l’élite veneziana e la vita claustrale mestrina. L’eccellenza architettonica e l’integrazione urbanistica Lo sviluppo architettonico del complesso riflette il coinvolgimento dei più grandi maestri del Rinascimento e del Barocco veneziano. Quando la comunità crebbe, nel 1580-1582 il Proto Francesco Zamberlan, fedelissimo collaboratore di Andrea Palladio, progettò un importante ampliamento. Il Consiglio Civico, con una delibera del 13 giugno 1582, impose una condizione straordinaria: sotto la nuova fabbrica dovevano nascere portici pubblici, perfetti per il mercato e il passeggio cittadino. In questo modo clausura e vita urbana si intrecciarono in maniera sorprendente. Nel 1661, per delimitare le proprietà monastiche, fu eretto il Capitello di via Brenta Vecchia: un pilastro con bassorilievo della Madonna col Bambino, una croce intrecciata a una falce di luna e simboli che evocano lo Spirito, tanto da far ipotizzare a qualcuno legami con i Cavalieri di Malta. Tra il 1667 e il 1671 Antonio Bettinelli progettò la nuova chiesa, necessaria per celebrare quotidianamente decine di messe legate ai lasciti testamentari e per ospitare le arche sepolcrali dei benefattori; fu consacrata da Bartolomeo Gradenigo il 4 gennaio 1671. Infine, nel 1728 Giorgio Massari realizzò l’altare maggiore, un’opera sontuosa in pietra di Rovigno e pregiati marmi africani e di Carrara, che rappresenta il vertice del decoro architettonico del monastero. Economia e vita quotidiana L’economia si reggeva su decime e contratti locali regolati dagli Statuti Trevigiani. Un esempio del 1612 mostra come i coloni pagassero con la “misura mestrina”: stara di frumento, mosto di vino bianco puro, oche, polli e uova nelle festività di San Pietro, Ognissanti e Pasqua. Nel 1747 il Senato veneziano trasformò la “pubblica elemosina” in una fornitura annua di tre staia di sale, un piccolo ma costante aiuto per le religiose. La disciplina interna era rigidissima: nel 1648 il Vescovo Giovanni Antonio Lupi emanò 68 articoli che proibivano il gioco delle carte, l’uso di abiti maschili a Carnevale e contatti non autorizzati con operai o contadini. Le trasgressioni venivano punite con severità dall’Abbadessa. Un episodio emblematico di tensione sociale fu quello del 1780, quando Morosina Morosini, giovane nobile, volle farsi monaca contro il parere della famiglia: fu necessario l’intervento degli Inquisitori di Stato per riportarla a casa. Spazi funzionali e simbolici del cenobio Gli spazi del cenobio riflettevano questa organizzazione gerarchica e la rigorosa tutela della clausura. La Sala del Capitolo costituiva il vero cuore del potere decisionale: qui si eleggeva l’Abbadessa mediante scrutinio segreto (da cui deriva l’espressione ancora oggi utilizzata «aver voce in capitolo»), si leggeva quotidianamente la Regola, si decidevano le ammissioni di novizie e converse, si approvavano i rendiconti economici. Il Parlatorio rappresentava l’unico punto di contatto filtrato con il mondo esterno: le monache potevano parlare con i visitatori (esclusivamente parenti stretti) solo attraverso una grata e solo in determinate fasce orarie (dall’alba al tramonto), sotto la stretta sorveglianza delle portinaie. Particolarmente significativa era l’organizzazione dei due chiostri, cortili interni circondati da porticati, che svolgevano funzioni complementari e ben distinte nella vita quotidiana della clausura. Il termine chiostro (dal latino claustrum) era talmente identificativo della realtà conventuale da essere spesso utilizzato come sinonimo dell’intero monastero, come testimoniano i documenti storici che parlano dello «splendore de’ Sacri Chiostri». Le due corti avevano destinazioni d’uso chiaramente differenziate, proprio per separare le attività più pratiche e comunitarie da quelle prettamente spirituali: il primo chiostro era l’area deputata alle funzioni associative: spazio di aggregazione, di coordinamento e di svolgimento delle attività comunitarie quotidiane della clausura; il secondo chiostro, invece, aveva una connotazione molto più raccolta ed era presumibilmente riservato alla meditazione individuale, alla preghiera silenziosa e alla riflessione spirituale, lontano dalle incombenze amministrative o collettive. L’esistenza di entrambi gli spazi è confermata con certezza dalle cartografie storiche: entrambi risultano chiaramente presenti sia nel Catasto Napoleonico del 1808 che nel Catasto Austriaco del 1838. Le vicende successive alla soppressione hanno però modificato irreversibilmente questa configurazione. Mentre ampie porzioni della struttura originaria e del primo chiostro sono giunte fino a noi nonostante la trasformazione dell’edificio in caserma, il secondo chiostro è andato completamente perduto. Esso scompare infatti dalle mappe del Catasto del 1913, essendo stato demolito dai militari per ricavarne una vasta spianata necessaria alle esercitazioni o alle necessità logistiche della guarnigione. L’orto e il brolo (circa due campi trevisani acquisiti nel 1659) garantivano inoltre una buona autosufficienza alimentare e permettevano di coltivare frutta e verdura, stendere i panni e svolgere altre attività pratiche senza mai uscire dalla clausura. La soppressione napoleonica e l’eredità artistica Il colpo finale arrivò nel 1806 con il decreto napoleonico di soppressione degli ordini religiosi: le monache furono trasferite a Torcello, il complesso trasformato in caserma militare prima per le truppe di Eugenio Beauharnais e poi per quelle austriache. La chiesa fu sconsacrata e spogliata; nel 1808 gli “zelanti fabbricieri” di San Lorenzo riuscirono a salvare l’altare del Massari e altri arredi, trasferendoli nel Duomo per preservarli. Nonostante la soppressione napoleonica del 1806 e la successiva trasformazione del complesso in struttura militare, diverse testimonianze artistiche, architettoniche e culturali del Monastero di Santa Maria delle Grazie sono giunte fino ai giorni nostri attraverso ricollocazioni strategiche o permanenze nel tessuto urbano. L’eredità materiale più imponente è rappresentata dall’altare maggiore, un’opera d’arte progettata nel 1728 da Giorgio Massari con materiali pregiati come il marmo africano e la pietra di Rovigno. Nel 1808, per sottrarlo all’incuria della chiesa ormai ridotta a caserma, l’altare fu trasferito nel vicino Duomo di San Lorenzo, dove è tuttora visibile e identificabile grazie a un’iscrizione posta alla base di una delle sue colonne. All’interno del Duomo è stata preservata anche la lapide che commemora la solenne consacrazione della chiesa monastica avvenuta nel 1671 per mano del Vescovo Bartolomeo Gradenigo, oggi collocata sopra l’ingresso interno. Parallelamente, la devozione cittadina ha permesso la salvaguardia dell’icona miracolosa della Vergine, un bassorilievo marmoreo bianco che le monache avevano portato con sé durante l’esilio a Torcello. Per lascito testamentario dell’ultima Abbadessa, Luigia Noris, la sacra immagine tornò a Mestre nel 1844 e fu solennemente riposta nella chiesa di San Rocco, all’interno della cappella di Sant’Antonio Abate. Per quanto concerne l’assetto architettonico esterno, rimane ancora visibile all’angolo tra via Brenta Vecchia e via Pascoli il capitello seicentesco datato 1661, che reca l’effige della Madonna col Bambino e simbologia legata alla storia del cenobio. Sebbene originariamente fosse posto a un’altezza maggiore sopra un pilastro del muro di cinta, esso continua a segnare il perimetro dell’antico possedimento religioso. Infine, una parte vitale di quanto si è salvato risiede nel patrimonio immateriale della città: la toponomastica storica conserva ancora riferimenti al “Ramo delle Muneghe” e alla “Strada comun delle Muneghe”, mentre il linguaggio popolare mantiene vivi modi di dire come “aver voce in capitolo” e termini come “muneghette”, che continuano a legare il presente di Mestre alla plurisecolare presenza delle sue monache. Galleria Immagini La Chiesa delle Grazie e il Chiostro riflessi sul ramo delle muneghe La Chiesa che ora è una libreria e un centro culturale Il Chiostro come appariva prima del restauro Il Chiostro oggi Capitello di Via Pasini con inciso D.S.M.B. e poi D GD che dovrebbe significare Domina Sancta Maria Benedic Domum / Domum Gentium. La data è del 1661 La riproduzione della madonna realizzata da Iulia Tarciniu Balan Il Capitello quando era sito su un muro del monastero La Mappa dell’area riportata nella copertina del libro Il borgo delle muneghe a Mestre. Storia di un sito per la città Mappa di Augusto Denaix del 1809 in cui si vedono i due chiostri Bibliografia Calabi, Donatella e Svalduz, Elena, Il borgo delle muneghe a Mestre. Storia di un sito per la città, Venezia, Marsilio. Zabeo, Stefano, Un monastero sulle rive del Marzenego, Padova, Storia Veneta. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Storia del prestito ebraico fra Mestre e Venezia (cenni)
Storia della presenza ebraica a Mestre | Discovery Mestre Storia della presenza ebraica a Mestre Il prestito di denaro e la funzione dei banchi Testimonianza da “Il Pecorone” di Ser. Giovanni Fiorentino “è perch’egli mancavano dieci mil ducati, andò a un Giudeo a Mestri, e accattogli con questi patti e condizioni, ec.” Da “Il Pecorone” di Ser. Giovanni Fiorentino del 1378, citato da Francesco Scipione Fapanni. I banchi di prestito a Mestre Nel 1254 il Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia proibì l’attività di usura all’interno della città di Venezia da parte dei suoi cittadini, spingendo i foresti, persone da fuori, ad avviare tale attività a Mestre. All’inizio i prestatori di denaro erano per lo più toscani provenienti da Firenze ed avevano una pessima reputazione fra i clienti e le autorità. Secondo il professor Reinhold C. Mueller, docente di Storia Medioevale presso l’università Ca’ Foscari, durante il periodo che va dal 1301 al 1370 non vi è menzione circa prestatori di denaro ebrei siti a Mestre. L’avvento della terza Guerra con Genova, (1350 – 1355), fu il motivo che spinse la Serenissima a cambiare idea e a permettere che il prestito manifesto all’interno del suo territorio tornasse ad essere lecito. I tassi di interesse che i vari banchi potevano attuare dovevano essere approvati dal governo e si rivelarono altissimi. Il governo della Serenissima definì un range di interesse che andava dal 25 al 40% nella città lagunare, mentre nell’entroterra il tasso risultava molto più basso e andava dal 10 al 12%. Mueller ricorda due episodi che coinvolsero i prestatori toscani. Nel 1363 alla famiglia toscana Lisca era proibito l’attività di prestito a Mestre e nei dintorni. Mentre nel 1365 il Governatore del monastero veneziano dei Cavalieri Teutonici Johannes Roliger portò a Mestre in pegno al feneratore fiorentino Bartolo gli arredi sacri e altri beni del monastero stesso, svuotandolo di molti beni e generando grave scandalo. In un documento del 1366 prodotto dal Maggior Consiglio veniva chiesto al Podestà di Mestre di negoziare con i prestatori presenti nel borgo una somma di 40.500 ducati d’oro. Questo, secondo Mueller, viene spesso indicato come il primo documento che riporti la presenza di prestatori ebrei a Mestre. Tale somma doveva essere restituita al tasso di interesse del 20 – 25%. Secondo il sito Italia Judaica, Venezia, superando la propria riluttanza, si accordò con i prestatori ebrei mestrini per l’apertura di tre banchi, esigendo un canone che ammontava di 4.000 ducati annui, elevato, poi, gradatamente, a 8.000. L’interesse che era loro concesso di attuare sui sodi prestati fu inizialmente fissato al 4%, per poi essere alzato all’8% e al 10%, rispettivamente su pegno e senza pegno. Il governo veneziano stabilì, inoltre, che, in cambio di adeguate garanzie, i banchi non potevano rifiutare a nessun richiedente un prestito, per l’ammontare massimo di 30 ducati. Si deve tenere presente che il prestito per gli ebrei era uno dei pochi modi che possedevano per reinvestire i propri capitali in quanto non era permesso loro l’acquisto di una dimora e spesso neppure di risiedere a livello ufficiale nelle città. Inoltre l’interpretazione di alcuni versi della Bibbia, ad esempio il Deutoronomio 23:20-21, mettevano in cattiva luce qualsiasi persona che intraprendesse tale attività. Si pensi alle prediche di Sant’Antonio da Padova e di altri Santi cristiani che indicavano nei possessori dei banchi dei grandi peccatori. Anche se all’epoca a Padova svolgevano tale lavoro per lo più cristiani come gli Scrovegni. (Quando nel 1337 Mestre passò sotto il dominio veneziano gli ebrei rimasero in città e continuarono la loro attività di prestito presso i tre banchi a cui era concesso dalla Serenissima di operare. Ovviamente gli ebrei presenti a Mestre non svolgevano esclusivamente l’attività di “bancari”, alcuni di loro si specializzarono nella pelletteria, alcuni divennero scrivani, altri medici.) Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Mestre – Il 24° (Francesco Scipione Fapanni – Centro Studi Storici di Mestre) Sito Italia Judaica Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La presenza ebraica a Mestre (cenni)
La comunità ebraica di Mestre Sinagoga, ostello, scuola e libri nel borgo medievale Gli ebrei veneziani nelle parole di Marin Sanudo «Qui, (Mestre), sta molti zudei et à una bella sinagoga; et quivi se inpegna, (prestano denaro in pegno), perché i venitiani non vol hebrei stagi a Veniexia»Itinerario per la Terraferma, 1483 Le origini della presenza ebraica La presenza ebraica nel territorio veneto è documentata già nel IV secolo d.C., nelle iscrizioni del cosiddetto «sepolcreto dei militi» scoperto nel 1872 a Concordia Sagittaria, anteriori al decreto di Onorio del 418 che escludeva gli ebrei dalle milizie imperiali. Mestre, in ebraico מסטרה, entrò nella storia ebraica nel 1298, quando il Senato veneziano nominò cinque Savi per consultarsi sui rimedi contro le usure e in quella sede la colonia ebraica fu relegata in terraferma fuori dal Dogado. Il nome della città, secondo il Gallicciolli, potrebbe discendere dalla romana famiglia Mestria. Sotto la dominazione trevigiana prima e scaligera poi, Mestre fu per gli ebrei un antico nido d’insediamento. Con la conclusione della guerra veneto-scaligera, nel 1339, Treviso e con essa Mestre passarono sotto Venezia, andando a costituire il primo nucleo dello Stato di Terraferma: la conquista del castello mestrino da parte di Andrea Morosini, il 29 settembre 1337, ne era stata l’anticipazione militare. Si aprì allora quella politica ambigua, alternata tra bandi e allettamenti, che avrebbe caratterizzato i due secoli successivi di presenza ebraica in città. Dei meccanismi economici del prestito – condotte, tassi, pegni, aste – ci siamo occupati nell’articolo dedicato ai feneratori ebrei fra Mestre e Venezia. Qui il filo è un altro: la comunità. Chi erano queste persone, dove abitavano, dove pregavano, cosa leggevano e cosa scrivevano. Le prime condotte: Bert da Norimberga e Moise di Francia Nel 1373 il Senato concesse una «condotta» quinquennale agli ebrei, con l’obbligo di prestare ai poveri, prorogata al 1386. Il prestito del denaro avveniva su pegno, per lo più di arredi sacri, immagini e paramenti, poi venduti all’incanto se non riscattati. Un decreto del 24 settembre 1389 proibì loro questi negozi. Il primo banco ebraico mestrino di cui conosciamo il titolare fu quello di Bert, o Roberth, da Norimberga, figlio di quella Sarra vedova di Josef che nel 1391 troviamo ancora a Venezia. Poco dopo, e quasi certamente nel 1393, un secondo prestatore ottenne il benestare del podestà per aprire il proprio banco accanto a quello di Bert: Moise, detto «di Francia». Non era soltanto un finanziere. Le fonti lo definiscono magister in pagina ebrea, cioè maestro della Legge, un rabbino; e a Venezia, in contrada di Santa Sofia, aveva già preso in affitto nel 1390 un grande edificio con accesso alla riva per abitarvi con la famiglia e con altri ebrei, offrendo servizi alberghieri ai viandanti e camere a chi soggiornasse più a lungo. Il professor Reinhold Christopher Mueller ha studiato per primo il capitolato della condotta stipulata fra il Podestà di Mestre, il consiglio cittadino e questo Moise. Il documento, giunto a noi mutilo della parte iniziale e privo di data, è l’unico del genere finora reperito per Mestre, e vale la pena leggerlo con attenzione: vi si stabilisce che l’ebreo doveva essere trattato come un cittadino pari agli altri (tractetum pro cive), con facoltà di acquistare i beni che gli servivano, compresa la carne kasher. Vi si legge poi la richiesta di due terreni, uno per allestire una sinagoga a proprie spese, l’altro per seppellire i propri morti; il diritto di esclusiva sul prestito, salvo il già presente Bert; un tetto d’interesse del 15% sui prestiti su pegno; e infine la facoltà di gestire un ospizio dove ricevere ospiti, gratuitamente o a pagamento. Mueller osserva che la mancanza, allora, di una sinagoga e di un cimitero già esistenti non depone a favore di un insediamento ebraico mestrino precedente di qualche consistenza. Il 30 dicembre 1393, alla presenza del podestà Nicolò Grimani, Moise firmava un contratto d’affitto per una casa murata con corte, a 24 ducati l’anno, affacciata sulla strada che portava alla porta del Terraglio, e dunque verso nord, in direzione del Trevigiano; per renderla abitabile occorreva consolidare le pareti esterne e ripristinare il pozzo, spese già comprese nel prezzo. Come ha ricostruito Renata Segre, quella casa era destinata ad accogliere gli ebrei di passaggio per Mestre e a metter loro a disposizione la sinagoga di casa sua, per la quale Moise era già titolare di apposita licenza. In un solo edificio convivevano così locanda, ostello, centro comunitario e luogo di culto. I luoghi della comunità: sinagoga, ostello, abitazioni La vita della comunità ebraica a Mestre si svolgeva principalmente nell’area di «Cale de Mezo», corrispondente circa alla odierna Calle del Gambero e via Daniele Manin, che collegava via Palazzo con l’area attigua a Torre Belfredo, interna al Castelnuovo. È probabile che alcuni ebrei vivessero proprio qui, oltre che nel Borgo di Santa Maria. La sinagoga era ricavata all’interno di una casa presa in affitto dalla famiglia Tron. Marin Sanudo il Giovane la descrive come «bella» nell’Itinerario per la Terraferma del 1483. Luca, Marco e Marietta Tron riferiscono di aver pagato l’affitto di 50 ducati per tale casa. Renata Segre nel suo «Preludio al Ghetto di Venezia» afferma invece che la sinagoga era sita di fronte al Palazzo del Podestà e data in affitto alla cifra di 20 ducati, il che la colloca quasi al centro del Castelnuovo, vicino alla Provvederia. Un testamento del 1399 ricorda inoltre una «chaxa granda» di Mestre abitata dagli ebrei che prestavano su pegno: probabilmente quella in cui Bert da Norimberga abitava e teneva banco. Apparteneva alla vedova padovana del mestrino ser Marco Bonino, che ne fece donazione al proprio esecutore testamentario, il patrizio Zorzi Bragadin. Le fonti non permettono di collocarla sulla mappa, e restano vaghe anche sul luogo di lavoro: talvolta il banchiere operava in casa, talaltra sotto la loggia del Comune, se non addirittura in piazza. Molto più preciso è invece il quadro che emerge dai registri contabili della Scuola dei Battuti, proprietaria già nel Trecento di molti immobili attorno al castello e lungo la calle de Mezzo, che divennero il vero centro vitale dell’ebraismo mestrino. Il primo inquilino ebreo di cui conosciamo il nome fu ‘maestro’ Salomone di Samuele di Sansone, medico, ebreo di Spagna: dal 1416 affittava, accanto all’ospizio della Chiave, una casa alta murata su due piani, dove per tre lustri tenne il banco insieme al figlio Aron e al loro fattore Mayer, fino alla disdetta del 1430. Poco dopo compare Anselmo, figlio di Mandolino, che prese un edificio con corte e orto sul retro, adiacente all’albergo dell’Angelo, spendendo somme notevoli in migliorie: un «necessario», alcune finestre, la selciatura della cucina e della camera. Attorno al suo banco e alla sua casa – insieme locanda, ostello e centro comunitario – si andò formando un vero e proprio agglomerato ebraico, a due passi dai due alberghi per viandanti cristiani. Come documentano i professori Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani, nell’area circostante la Torre delle Zigogne si concentravano alcune delle funzioni più vitali della Mestre medievale: la macelleria pubblica, le abitazioni della comunità ebraica documentate nel Quattro e Cinquecento, la scuola di San Marco nell’edificio contiguo alla torre nel 1465–79. Un nodo di vita civile e commerciale in cui la comunità ebraica era parte integrante, non marginale. A conferma, il gruppo di studio coordinato da Wladimiro Dorigo individuò negli anni Novanta del Quattrocento, proprio nelle vicinanze della torre, la casa abitata dagli ebrei che tenevano il «bancho novo»; Mueller avverte però che in quello studio gli usurai toscani di epoca precedente vengono scambiati per ebrei, e la notizia va quindi maneggiata con prudenza. Fra Mestre e Venezia: una comunità divisa da tre ore di voga Per più di un secolo la sinagoga, di rito tedesco, fu a Mestre e non a Venezia, dove pure abitavano molti ebrei. In laguna era permesso riunirsi soltanto per la recita dei Salmi, in gruppi non superiori alle dieci persone: una delibera del Collegio del 1464 insisteva che non vi si potessero tenere servizi sinagogali completi. Perfino la circoncisione poteva essere praticata solo a Mestre, fino al 1483, quando il divieto cadde con una motivazione tutta pratica: portare un neonato a Mestre d’inverno lo esponeva a un grave rischio. La comunità mestrina aveva un proprio cimitero, ma è oggi impossibile stabilire quanto spesso si usasse invece quello veneziano del Lido, inaugurato nel 1386, dove restano otto lapidi quattrocentesche, due delle quali della famiglia Rapp. La condotta del 1503 riconosceva del resto agli ebrei mestrini il diritto di pregare a Venezia e di celebrarvi le orazioni funebri per seppellire i morti al Lido. Il movimento fra le due sponde era continuo. I banchieri mestrini avevano così spesso ragioni fiscali e finanziarie per presentarsi di persona a Venezia che vi tenevano case in affitto a mo’ di alloggi per ebrei; la condotta concedeva loro fino a venti giorni l’anno di soggiorno, e almeno un rappresentante per ciascuno dei tre banchi doveva seguire a Rialto le aste pubbliche dei pegni non riscattati. Il traghetto per Mestre partiva da un’area di Rialto in prossimità dell’attuale campo delle Beccherie, e il viaggio, secondo le stime, richiedeva al massimo tre ore di remi. Chi arrivava a Venezia doveva portare il segno distintivo giallo, obbligo che poteva essere sospeso solo in casi eccezionali: nel 1491 il futuro imperatore Massimiliano chiese e ottenne che ne fosse esonerato il proprio agente commerciale ebreo, cui il Consiglio dei Dieci concesse perfino il porto d’armi entro i domini veneti. Nell’altro senso, per le feste principali gli ebrei residenti a Venezia dovevano recarsi a Mestre, dove trovavano accoglienza presso parenti o negli ospizi appositi. Era anche il modo per aggirare il limite dei soggiorni: bastava intervallarli con qualche giorno nell’ostello mestrino e ripartire. Libri, medici e rabbini: Mestre centro di cultura ashkenazita È l’aspetto più dimenticato di questa storia, e forse il più sorprendente: Mestre fu un centro di produzione e diffusione della cultura ashkenazita, con botteghe di copisti che lavoravano in ebraico e in yiddish. Un Mahzor, il libro di preghiere per le feste, fu firmato a Mestre nel 1449 da Joel ben Simon, copista noto anche come Joel «da Bonn». Nel 1467 il rabbino Chaim Rapp, della famiglia originaria di Norimberga, copiò o fece copiare in città una raccolta di testi giuridici del XIII secolo. Ma il pezzo più notevole è un altro. Nel 1474 fu copiato a Mestre, nella casa di Moshé ben Seligman Ulma, il più antico manoscritto yiddish datato di origine italiana: un libro di medicamenti destinato a chi medico non era, con circa 260 ricette fra mediche, cosmetiche e d’altro genere, filtri d’amore compresi. Il codice, ancora poco studiato, si trova oggi nella biblioteca regionale del Baden-Württemberg a Stoccarda. Il copista non si è firmato, ma Mueller avanza un’ipotesi affascinante: potrebbe trattarsi di quell’«Amadio zudio, scritor» che i libri contabili dell’Ospedale dei Battuti registrano come affittuario di una casa fra il 1471 e il 1485. Un secondo manoscritto simile, del 1508, fu prodotto verosimilmente ancora a Mestre, alla vigilia dell’invasione della Lega di Cambrai. A Mestre viveva inoltre il giurista Yoseph Colon – il Maharik, una delle massime autorità halakhiche del Quattrocento europeo – quando fu chiamato a presiedere, nel 1468-1469, la riunione di tutti i rabbini ashkenaziti dell’alta Italia a Piove di Sacco. L’anno prima era a Mestre per dirimere una lite fra il banchiere mestrino Frizel Rapp e lo stampatore Meshullam Cusi, che nel 1475 avrebbe stampato il primo libro in ebraico. E a Mestre soggiornò a lungo Menahem Oldendorf, autore, poeta e copista nato a Francoforte sul Meno nel 1450: nel 1504 vi copiò un’omelia sui pensieri della morte acclusa a un libricino di precetti in versi per donne, e nel maggio dello stesso anno vi scrisse alcune Selihot per una donna di nome Haennelein, probabilmente una promessa sposa. Nel 1500, infine, Iacob Levitico faceva copiare a Mestre un libro di preghiere per la sua sposa Ester, figlia di un banchiere padovano: quasi certamente un dono di nozze. L’apice della comunità mestrina (XIV-XV secolo) Nel febbraio 1397 i residenti nella laguna…
La Scuola di San Marco a Mestre
Scuola di San Marco | Discovery Mestre Scuola di San Marco Una Confraternita nel castello di Mestre Le Scuole: istituzioni laiche in Mestre Le Scuole a Mestre, così come a Venezia, erano confraternite laiche che si votavano ad un santo protettore e che raggruppavano cittadini in base ad uno specifico scopo. Ogni scuola aveva una Mariegola, cioè una serie di regole che la scuola si era data e che i confratelli erano tenuti a seguire pena l’espulsione. Giuseppe Boerio la definiva quale un libro “nel quale sono raccolte le leggi sistematiche di alcune Corporazioni di arti ed anche di luoghi pii”. All’interno di ogni confraternita vi erano dei ruoli specifici, affidati ai membri più istruiti e rappresentativi — quali il gastaldo e il massaro, oltre ad altri ruoli minori (vedi La scuola dei Battuti a Mestre). La prima Scuola presente a Mestre sin dal XIV secolo fu realizzata dall’ordine religioso laico dei Battuti, presenti sin dal 1302, che aveva la sua sede nel Borgo di San Lorenzo, l’odierno Laurentianum. Questa confraternita aveva Scuole ed Ospedali in tutto l’allora territorio posto sotto il dominio trevisano. Fuori dalle mura del Castelnuovo vi era anche la sede della Scuola di San Rocco, ospitata in un edificio sito vicino alla chiesetta omonima. Il palazzo che ospitava la scuola è ancora esistente, pur avendo subito grandi modifiche, ed è sito in Via Manin ai numeri civici 19 e 21. Il Castelnuovo ospitava altre quattro confraternite che avevano come sede religiosa la Chiesa di San Girolamo: la Scuola di San Biagio o dei Calzolai, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la Scuola del Rosario e la Scuola di San Marco. La Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli trovò la sua sede proprio vicino alla Chiesa di San Girolamo, mentre la sede della Scuola di San Marco fu per lungo tempo in un edificio posto di fronte alla Calle de Mezo, oggi del Gambero, lungo l’attuale Via Palazzo. Una scuola legata a Venezia “Ala schuola de miser san Marco de Venesia atento che tal nostra schuola sia sta cavada da quella come nel libro suo largamente apar dato. Et a ciò che apertamente se cognossa tal nostra schuola esser cavada da quella et esser suo membro” La Scuola di San Marco era un caso unico nel panorama delle scuole sorte a Mestre perché era posta alle dipendenze della Scuola Grande di San Marco, come si legge nel testo riportato sopra e proveniente dalla sua Mariegola, e si definiva fedele al Governo della Serenissima. Fu lo stesso “Serenissimo Principe” ad autorizzare, l’8 marzo 1424, l’istituzione di questa scuola all’interno del Castello di Mestre, più precisamente nella Chiesa di San Girolamo. E anche questo fatto fu riportato nella Mariegola: “…in la giesa de misser San Hieronimo di frati de madona sancta Maria di Sarvi posta in el Castello di Mestre…”. La sede fu poi spostata presso una casa che venne realizzata dai confratelli non distante da Ca’ Collalto, l’odierno Municipio, e posta di fronte a Calle del Gambero, all’epoca nota con il nome di Calle de Mezo. Nel libro di Estimo, sotto la data 6 luglio 1756, tale palazzo era così descritto: “…Chiesa, e Sagrestia, Scola in solaro et altro ad uso della Scola stessa…”. Dopo la soppressione delle Scuole da parte di Napoleone il palazzo venne venduto a privati e il Fapanni vi colloca un mobiliere nel 1883. Le attività della Scuola Luigi Brunello ricorda che due erano gli scopi della Scuola di San Marco, così come per tutte le altre: la devozione e l’assistenza verso i confratelli. Galleria Immagini Particolare di una mappa di Joseppo Cuman (7 luglio 1668), in cui si nota Ca’ Collalto. La scuola di San Marco nella mappa del Castello di Mestre, disegno del Manocchi La scuola di San Marco in Via Palazzo in una Mappa del 1727 (Collezione Fulvio Busetto — tutti i diritti riservati) Le immagini della Collezione Fulvio Busetto sono riprodotte per gentile concessione e non sono riutilizzabili senza autorizzazione. Bibliografia Una chiesa e una scuola (Luigi Brunello – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.