Mestre Scomparsa
La Mestre che non ti aspetti e non c'è più
Nel suo libro Mestre. Il porto, il castello, Luigi Brunello ci introduce ai temi trattati con una citazione da Italo Calvino tratta da Le città invisibili. E Mestre conta un'infinità di luoghi scomparsi, divenuti invisibili e dimenticati nel tempo, di cui il ricordo è rimasto imprigionato nella nebbia della memoria.
Questa sezione è dedicata a questi luoghi, edifici che un tempo erano vivi e che oggi hanno lasciato di sé solo poche testimonianze.
Il Teatro Balbi di Mestre
Il Teatro Balbi | Discovery Mestre Il Teatro Balbi Un grande teatro nel cuore di Mestre “Al presente la grossa Terra di Mestre, ornata di pulite abitazioni, e Casini de’ Veneziani, giace situata alle sponde del Marzenego in vicinanza alle Venete Lagune. (…) Vi sono in Mestre diverse Chiese, oltre l’Archipresbiteriale… la quale ora si rifabbrica dai fondamenti (…) Si vede in questa Terra un magnifico Teatro, non ha pari, costruito dalla Patrizia Famiglia Balbi. Qui si trovano in abbondanza Cavalli, e vetture per ogni parte d’Europa (…) e però molti sono gli alloggi, e le osterie; e nel Canale, che mette nella Laguna sonovi a ogn’ora pronte Gondole e altre Barche, e legni maggiori per far il viaggio verso la Dominante”. Così scriveva l’Abate Tentori sul finire del Settecento. Un quadro d’insieme Venezia nel XVIII secolo stava vivendo un periodo di ridimensionamento economico dovuto ad una riduzione della sua capacità di commercio e dei territori posti sotto il suo dominio. In questo periodo i patrizi svilupparono uno stile di vita che li portava con un piede in laguna e uno in terraferma: la cultura della villa di campagna stava prendendo sempre più piede. I veneziani usavano le ville come luogo di villeggiatura, ma anche per fuggire agli impegni politici cittadini, non certo per il raccolto dei campi posti attorno ad esse. Paradossalmente, in un periodo di crisi economica a Venezia si sviluppò un vero e proprio boom di teatri. Ve n’erano così tanti da costringere il governo cittadino a condizionarne la realizzazione al consenso preventivo del Consiglio dei Dieci, con la legge del 1756. Quanto pesasse quel mestiere lo dice un particolare: Francesco Tron, proprietario del teatro di San Cassiano, nel testamento del 1756 ordinò ai suoi eredi di “mai aprirlo”, “ben sapendo… quale grave pregiudizio sia l’esser impresari di Teatri”. Anche Mestre fu attraversata da tale moda, tanto che il Goldoni la definì una piccola Versailles riferendosi alle meravigliose ville in essa presenti. La vita nelle ville però si discostava da quella dei cittadini, tanto che il Boscovich, in una lettera del 1 ottobre 1772 indirizzata al conte Girolamo Durazzo, scriveva che i nobili e i patrizi rifiutavano il contatto con le persone comuni del luogo, giudicate rozze e poco istruite. In tale contesto Almerigo Balbi, figlio di Filippo e nipote di Alvise, ebbe l’idea di realizzare un teatro presso la sua proprietà di Mestre, non molto distante da Piazza Barche e dal Canal Salso. In effetti l’area oggi nota come Piazza XXVII Ottobre era lo scalo fluviale più importante per Venezia, dove giungevano da tutta Europa viaggiatori più o meno ricchi, e vicino al quale erano sorte ville di prestigio, fra cui quella dell’ambasciatore Giacomo Durazzo, e i vari alberghi destinati a ospitare i viaggiatori più facoltosi diretti a Venezia. Per capire come si presentava l’area si pensi ai dipinti del Canaletto e del Bellotto, in cui Piazza Barche e le vie ai lati del Canal Salso rappresentavano Mestre come una città dinamica e ricca di vita. Un quadro che, visto con gli occhi di oggi, sembra rappresentare una città di medie dimensioni e benestante, e non certo l’idea della città povera e sobborgo di Venezia che molti credono sia stata Mestre. Il permesso del Consiglio dei Dieci La legge del 1756 rendeva difficile la costruzione di nuovi teatri, e i Balbi lo sapevano. Il memoriale che Almerigo indirizzò al Consiglio dei Dieci per conto del padre Filippo e dello zio Alvise fu quindi costruito con astuzia: non si chiedeva di edificare un teatro dove non ce n’erano, ma di regolarizzare moralmente una situazione di fatto. A Mestre le compagnie di giro recitavano già, in stagione di villeggiatura, “all’arbitrio di alcune persone” e con “non indifferenti profitti”, “nonostante l’indecenza del luogo”. Si presentava così il progetto come rimedio a quella indecenza. L’11 agosto 1777 il Consiglio dei Dieci accolse la richiesta, riconoscendo che l’erezione del teatro sarebbe servita “al miglior vantaggio, e perché servir possa di un decente trattenimento a quelle famiglie, che nelle ordinarie villeggiature si traducono in quella terra”. La concessione suscitò la protesta del Podestà e Capitano di Treviso, che temeva che il nuovo teatro potesse ledere gli interessi della Fiera Franca trevigiana, che si svolgeva nel mese di ottobre. I conti di un sogno: palchettisti e debiti Il 1 ottobre 1777 i Balbi dichiararono l’intenzione di vendere i palchi e di garantire con i propri beni eventuali prestiti. Il giorno successivo il nobile Francesco Martinengo concesse 10.000 ducati, garantiti dalle proprietà dei Balbi a Mestre e a Bassano, dalla futura vendita dei palchi e dalla stessa “decenza e bellezza delle rappresentazioni e spettacoli”. Altri 20.000 ducati furono sborsati il 1 aprile 1778. Il 27 giugno dello stesso anno, chiedendone altri 12.000, Almerigo dovette confessare che il suo teatro era stato eretto soltanto “con denaro del N.H. Ser Conte Francesco Martinengo”, e cioè, in altre parole, a forza di debiti. Non bastò. Il 19 marzo 1780 Almerigo dovette emanciparsi dal padre (lo zio era già morto) per poter ottenere a suo nome altri 7.500 ducati dal Martinengo, che minacciava di ricorrere ai tribunali. Nello stesso anno il Martinengo si dissociò dall’impresa e nel 1781 venne sostituito da Zuanne Foscarini. Il 5 maggio 1778 Almerigo pubblicò, in nove capitoli, le basi costitutive della società di palchettisti che voleva fondare, con il prezzo dei palchi fissato non solo rispetto agli ordini (Nobile, Pepiano, Primo e Secondo) ma anche rispetto alla loro posizione riguardo al centro e al proscenio. Oltre agli “onesti oggetti di suo interesse”, il Balbi dichiarava di cercare l’”approvazione universale”, offrendo al “Nobile Pubblico ne’ tempi singolarmente delle villeggiature un nuovo modo di onesto trattenimento”. Le speranze andarono deluse: i firmatari del progetto furono soltanto tredici, e solo quattro acquistarono palchi per sé, mentre gli altri con ogni probabilità li comperarono a scopo di speculazione. Quanto sia costato in tutto il teatro non è chiaro. Il Rossi parla di circa novantamila ducati, il Fapanni di 400.000 lire venete: cifre diverse fra loro, ma entrambe fuori scala rispetto alle possibilità della famiglia. L’architetto: Bernardino Maccaruzzi Il progetto fu affidato a Bernardino Maccaruzzi (Venezia 1728, Venezia 1800), discepolo prima di Giovanni Maria Selva, zio di Giannantonio, e in seguito di Giorgio Massari, considerato l’ultimo rappresentante dell’architettura rococò. Fra le sue opere più note la facciata della chiesa di San Rocco a Venezia, la chiesa di San Lorenzo a Mestre e soprattutto l’allestimento della Fiera della Sensa in Piazza San Marco (1777), distrutto alla caduta della Repubblica e immortalato nelle tele del Guardi. Non era una scelta improvvisata: Maccaruzzi aveva già esperienza in campo teatrale, essendo stato nominato perito per due teatri veneziani, il San Luca nel 1775 e il San Giovanni Grisostomo, oggi Malibran, nel 1776. Nel progetto del 1778 Almerigo Balbi fu generoso di lodi per la “nota abilità” dell’architetto, che aveva fatto “tutti i più accurati studi, riflessioni, e ricerche, onde stabilire la forma d’un teatro la più adatta a ogni sorte di Nobili Spettacoli”. I contemporanei non furono altrettanto teneri. Il classicista Temanza lo liquidava come un “ignorante fortunato”; il De Boni lo definiva “uomo superbo e sprezzatore d’altrui”, salvo poi concludere che “il teatro di Mestre è la migliore sua opera”. Com’era fatto il teatro Il dato che più colpisce, e che si tende a dimenticare, è questo: con il teatro Balbi, Mestre ebbe prima di Venezia un teatro costruito come edificio autonomo e provvisto di una propria facciata. Il prospetto principale, che dava sulla “Strada delle Barche”, era ritmato dal motivo delle pietre squadrate che segnavano verticalmente gli spigoli della facciata e del corpo centrale, coronato da timpano e aggettante sui due laterali, mentre fasce marcapiano sottolineavano orizzontalmente la struttura architettonica. Il portale d’accesso con arco a pieno sesto era affiancato da due porte architravate e, in corrispondenza dei due corpi laterali, da due finestre rettangolari; ad arco erano invece le cinque finestre del piano nobile, al di sopra e al di sotto delle quali si aprivano i fori quadrati dei mezzanini. Quel portale si può ancora oggi individuare, incorporato in una comune casa di abitazione, nella via popolarmente chiamata “calle del Teatro”. Dall’atrio un’ampia scala a due rampe conduceva ai palchi, tutti in legno, in numero di 99 e disposti su quattro ordini. Al centro del pepiano, per un’ampiezza di cinque palchi, si apriva l’ingresso alla platea, mentre al centro degli altri tre ordini era situato un pergolotto. La sala misurava 40 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 16 di altezza. Secondo il Memmo, la sala sarebbe stata costruita evitando spigoli vivi tra soffitto e pareti e fra parete e parete, per impedire che la voce, “incontrandosi negli stessi angoli”, si estinguesse. Per ragioni di acustica la pianta scelta fu quella a “ellisse conica”, che avrebbe eliminato le zone sorde causate dalla curva a ferro di cavallo. Va detto che non tutti furono d’accordo: Francesco Riccati, nel 1790, criticava proprio la curva del teatro Balbi, e il Casoni la contestava per ragioni di visibilità. Sulla parentela fra questa curva e quella del Gran Teatro La Fenice conviene essere prudenti. Giannantonio Selva custodì per tre mesi in casa propria il modello del teatro Balbi, e la si è quindi considerata a lungo la fonte diretta della Fenice; è però più probabile che Maccaruzzi e Selva si siano ambedue ispirati alla curva del teatro Argentina di Roma. Vastissimo era il palcoscenico, e capace dei più grandiosi spettacoli. Come riporta Bonaventura Barcella, esso “era costruito in modo da potersi dividere a metà, e ciò perché aggiunto alla Platea lo spazio che restava dalla metà del Palco Scenico verso la stessa, separata dell’altra metà, che si lasciava, sussistente verso il fondo della Scena, vi si avesse un’ampia Piazza di figura ellittica per dare delle splendide feste di Ballo. In tali incontri si inoltrava sulla metà della Scena, che restava sussistente, un contorno mobile di altri Palchi a comodo degli spettatori convertendo così la Platea in un anfiteatro e rendere più magnifico e gradito lo spettacolo”. Un meccanismo simile era già stato sperimentato nel 1756 al San Giovanni Grisostomo. “L’atrio del teatro, continua il Barcella, era fiancheggiato da Botteghe da Caffè e Confettiere, e sopra l’atrio vi erano erette in due piani due maestose Sale con Camere adiacenti per le prove dell’Opera, e altri usi”. Sulle decorazioni le fonti litigano: lo Zajotti ricorda una volta dorata, il Casoni afferma che il teatro non ebbe decorazioni dipinte e il Fapanni lo conferma almeno per i palchi, mentre per l’Urban era magnificamente addobbato e mobiliato. Se decorazioni ci furono, è probabile che siano state opera di Francesco Battaglioli e Domenico Mauro, che risultano aver ricevuto pagamenti per pitture eseguite nel teatro. Il teatro e la città L’importanza attribuita all’impresa si misura anche dai lavori che ne accompagnarono l’apertura. Dalla Strada delle Barche un porticato proteggeva gli spettatori fino all’atrio, mentre in via Mestrina, dove si affacciavano le finestre delle sale e delle camere adiacenti alla sala del teatro, uno stabile di proprietà dei Balbi era stato trasformato in comoda locanda, detta della Campana. Anche l’ordine pubblico fu riorganizzato per l’occasione. Il podestà Zandomenico Venier, al quale lo Scipione era dedicato, emanò il 13 ottobre 1778 un proclama in cui si specificava che era vietato portare armi, che i questuanti non potevano essere ospitati nelle locande e che le botteghe sotto i portici dovevano tenere i lumi accesi, per evitare che l’oscurità favorisse la “gente malvagia, facinorosa e vagabonda”. La serata inaugurale: 15 ottobre 1778 Il teatro aprì il 15 ottobre 1778 con lo Scipione, dramma serio in tre atti “con musica tutta nuova” di Giuseppe Sarti faentino, libretto di Eugenio Giunti, scene di Francesco Battaglioli e Antonio Mauro, sipario del Battaglioli, costumi di Antonio Dian. Fu l’unica opera seria data a Mestre, e anche l’unica scritta espressamente per il teatro di casa Balbi. Per la serata, che vedeva impegnati noti cantanti, la nobiltà veneziana affollò il teatro. L’opera doveva essere molto spettacolare, perché prevedeva varie mutazioni di scena, alcune a vista, e la presenza di cori…
L’Umberto I nascita, sviluppo e chiusura
Ospedale Umberto I | Discovery Mestre Ospedale Umberto I Da simbolo di crescita alla ferita aperta nel cuore di Mestre Inaugurato il 16 aprile 1906, l’Ospedale Umberto I fu all’inizio pensato per accogliere solo 40 persone, ma l’incremento demografico della città e la necessità di nuovi servizi permise all’ospedale di crescere ed assistere un bacino di utenti sempre più grande. Il secondo padiglione, come già scritto, venne edificato grazie all’eredità di Cesare Cecchini, 1914, mentre il terzo padiglione venne progettato nel 1919 ed ultimato nel 1935 ed è l’edificio che si trova di fronte alla Chiesa Ortodossa e guarda al Ramo della Beccaria. Il corpo iniziale dell’Ospedale prese il nome del primo medico che vi operò, il professor Tullio Pozzan, il secondo Padiglione sito lungo Via Antonio da Mestre prese il nome di Cecchini, mentre il terzo Padiglione che confina con il Ramo della Beccaria venne intitolato a De Zottis. Tutti e tre tali padiglioni sono stati conservati, non proprio bene. Nel padiglione Cecchini venne collocato un impianto di radiologia nel 1922 grazie alle donazioni ottenute dal Circolo Cittadino, nel 1924 venne costruito un padiglione sanitoriale mentre nel 1926 questo padiglione venne amplificato per la realizzazione di un reparto di radiologia. I problemi di un ospedale in centro a Mestre Sin dalla sua realizzazione l’Ospedale Umberto I pose grandi dubbi in non pochi mestrini per la sua posizione troppo vicino al centro della città. Il luogo scelto per la sua realizzazione un tempo ospitava il Castelvecchio, poi un’abbazia, una famosa osteria e attività agricole e a quel tempo muoveva gli appetiti delle famiglie che possedevano quei terreni. L’area su cui erano sorti i primi due padiglioni dell’Umberto I era molto vasta e avrebbe potuto ospitare altre strutture ma la presenza del nosocomio metteva una pesante ipoteca sui terreni vicini impedendo di costruirvi altre attività. Alcuni notabili locali ipotizzarono di spostare l’Ospedale oltre i Quattro Cantoni e fra questi vi fu il sindaco Paolino Piovesana, Primario e presidente dell’Associazione Antitubercolare, la quale ricevette un mutuo di 800.000 lire da Cassa Depositi e Prestiti per realizzare un tubercolosario. La proposta fu discussa in una seduta del 17 aprile 1925 e fu bocciata con 23 voti sfavorevoli contro solo 6 favorevoli: l’ospedale sarebbe rimasto lì dove era stato realizzato. Nuovi ampliamenti e la chiusura L’ospedale cresceva grazie allo sviluppo demografico della città, ormai entroterra veneziano, e ospitando reparti e macchinari sempre più all’avanguardia. Prima della chiusura furono inaugurati altri monoblocchi, nel 1962, nel 1966 e l’ultimo nel 2003. Quest’ultimo costò venti milioni di euro e venne realizzato quando già si sapeva l’Umberto I sarebbe stato sostituito dall’Ospedale all’Angelo di Zelarino. Nel maggio 2008 cominciò il trasferimento dell’ospedale nella nuova struttura e il 14 giugno venne chiuso il Pronto Soccorso, l’ultimo reparto ancora aperto dell’Ospedale. Una ferita nel cuore di Mestre Inaugurato nel 1906 e chiuso nel 2008, l’Ospedale di Mestre ebbe una vita di circa 102 anni accompagnando i suoi cittadini sia nei momenti belli che nelle tragedie che ognuno di noi ha dovuto affrontare nella propria vita. Forse per questo quella “cicatrice” in mezzo a Mestre che dopo molti anni dalla chiusura dell’Ospedale non è ancora saturata fa soffrire. Galleria Immagini L’Ospedale Umberto I nei primi del novecento e il vigneto limitrofo Inaugurazione dell’Ospedale nel 1906 L’Ospedale come si presentava negli anni ’60 del XX secolo Ciò che resta dell’Umberto I Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La Storia della Torre Belfredo
Torre Belfredo | Discovery Mestre Torre Belfredo Un simbolo di Mestre per quasi 900 anni M: ovvero quasi 900 anni di storia. Il Fapanni Della Torre Belfredo ci parla il Fapanni nel suo volume denominato “Il 24°”. In questo volume il Fapanni rammenta che la Torre Belfredo deve il proprio nome ad una macchina da guerra “conformata a Guisa di torre”. Egli ricorda che questa divenne un’abitazione a partire dal 1723 e che il suo primo abitante fu il N.U. Filippo Crotta. Molte parti del castello mutarono la loro destinazione d’uso ad abitazione privata, e due lo sono tutt’oggi. La datazione della sua realizzazione è fissabile, per il Fapanni, attorno all’anno 1000, quindi era coetanea con la Torre dell’Orologio, e questo lo dedusse dalla presenza di una M sulla porta della Torre rivolta verso il Terraglio, in numeri romani corrispondente all’anno 1000 appunto. Questa pietra fu poi collocata sul muro della casa N° 41/a sita nella stessa Via di Mestre una volta demolita la Torre. Testimonianze dell’ing Marco Sbrogiò L’Ing. Marco Sbrogiò ricorda che questa torre sia stata fra le più importanti per Mestre perché per essa passavano tutte le merci provenienti da Treviso e destinate a Venezia, o a fermarsi a Mestre. Da qui si poteva raggiungere il Porto di Cavergnago, il porto sorto sulla foce del Marzenego fondamentale per gli scambi commerciali fra Venezia e il continente. Quindi anche fra Treviso, che lo controllava e Venezia che con il suo Stato da Mar era un mercato importantissimo. Ma non tutta la merce che passava per questa torre-porta andava a Cavergnago, una parte veniva commercializzata nel mercato cittadino, rendendo i mercanti locali ricchi. Treviso aveva il diritto di richiedere la muda, o dazio, su ogni tipo di prodotto che varcava la Torre Belfredo, le documentazioni relative a tale tassa venivano poste in un armadio detto Arca, da cui il nome di Porta dell’Arca attribuito a questa torre. Il compito di richiedere tasse a chi passava con merci di ogni tipo attraverso questa torre restò in uso anche durante il periodo della dominazione della Serenissima su queste terre. Si pensi alle scritte in latino incise su una colonna della Provvederia: “MEN PASSUS VENETI MOLENDINOR 1586, che viene tradotta come “mensura passus veneti molendinorum”. Tale incisione ci racconta un tempo in cui per questa tratta passavano le merci destinate ai molini mestrini. La Torre Belfredo aveva anche un altro nome cioè Torre di Santa Maria, perché divideva il Borgo di Santa Maria dei Battuti dal Borgo di Mestre. Ma qual era il motivo per cui fu chiamata Torre Belfredo? Il motivo è semplice: la Torre Belfredo era una torre Battifreddo cioè una torre con una campana posta al di sopra di essa, che serviva a dare l’allarme in caso di attacco. Questo tipo di torre medioevale era all’inizio della sua storia in legno, poi venne coperta in pietra per darne maggiore resistenza. Tale tipo di torre divenne una torre-porta, o se davanti ad essa vi era un fossato una torre-ponte che permetteva l’accesso a merci e a persone. La Torre Belfredo era una delle tre porte di accesso a Mestre per accedervi attraverso il castello, essendo le strade interne del castello poste a T le porte più importanti della città erano appunto la Torre Belfredo, la Torre Altinate che era all’altezza di Via Caneve, scomparsa molto prima di quest’ultima, e la Torre della Loggia, oggi conosciuta come Torre dell’Orologio. Per un pugno di lire La storia della distruzione della Torre Belfredo ha dell’incredibile e rientra nelle caratteristiche di quell’essere italiani che vede poco rispetto per la collettività e la storia. La Torre venne demolita per poche migliaia di lire, un monumento importantissimo di Mestre e nulla e nessuno poté fermare la proprietaria Teresa Gatto, vedova Artico, che non volle né tenere in piedi la torre né venderla a un prezzo accettabile per il Comune di Mestre. Ma l’abbattimento della Torre non fu pianto da tutti i cittadini dell’epoca, da molti fu salutato come la liberazione e la possibilità di aprire Mestre a una nuova Via, inizialmente chiamata Bandiera e Moro, che permise di rendere più facile il passaggio dei mezzi di locomozione dalla Castellana e dal Terraglio. La demolizione Quando la signora Teresa Gatto si trovò nel possesso della Torre Belfredo a causa della morte del marito, che di cognome faceva Artico, e nella impossibilità di mantenere quell’edificio propose al comune di Mestre due soluzioni: o acquistare l’edificio o permetterne la demolizione. Lettera del 20 gennaio 1875. Informato di tale lettera il Sindaco Napoleone Ticozzi, 9 aprile, si prodigò per evitare tale scempio nei confronti della storia della città. Durante un Consiglio Comunale raccomandò alla signora Gatto di non demolire un bene così prezioso, poi scrisse al Ministero dell’Interno e al prefetto chiedendo l’intervento di tali autorità. Vedendo che le sue pressioni non portavano a nulla chiese alla signora Gatto di attendere che il comune riuscisse a trovare i fondi necessari per rilevare la torre. Lei chiedeva 6000 lire dell’epoca. Il 21 agosto 1876 il comune ricevette una nuova proposta di acquistare l’edificio per 7.000 lire con una scadenza di 40 giorni per accettarla. 143 cittadini comuni si riunirono e firmarono un documento per opporsi a tale scempio, ma fra questi non vi erano i notabili, i cittadini più influenti, della città. Il 19 agosto 1876 il sindaco Ticozzi fece un ultimo tentativo per salvare la torre presso il prefetto Moretti, il quale, però, ribadì l’impossibilità di agire su un bene privato. Ma, ormai, ogni tentativo era diventato vano, infatti l’abbattimento della torre era già iniziato e si sarebbe concluso in pochi giorni. Finita l’opera di demolizione la vedova Artico vendette tutto ciò che poté: compresi i mattoni e il terreno rimasto libero dalla porta del castello. Della torre restava una buca di quattro metri per uno. Il terreno fu venduto al comune per 500 lire. Forse avrebbe potuto cedere l’edificio a un prezzo migliore. L’ingegner Balduin fu incaricato di realizzare una strada dove sorgeva la torre che avrebbe congiunto il Borgo dei Tedeschi, o via Bandiera e Moro, al resto della città. Oltre un secolo dopo al fianco delle mura del castello rimaste in piedi venne realizzato il parchetto di Via Torre Belfredo e poi poste sul marciapiede alcune pietre per ricordare dove fosse l’antica torre. Sulle mura del castello presenti in tale parchetto vi è anche una targa commemorativa. Galleria Immagini Ipotesi del prospetto di Torre Belfredo (Sbrogiò – Centro Studi di Mestre) Rappresentazione artistica della Torre Belfredo Particolare di una mappa di Gioseppo Cuman, (7 Luglio 1668), in cui si nota la Torre Belfredo Il parchetto di Via Torre Belfredo sono le mura del Castello di Mestre Targa Commemorativa della Torre Belfredo Bibliografia Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Sbrogiò, Marco. I Castelli e l’antica struttura urbana, Centro Studi storici di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La Villa degli Zen e Villa Bandiera ai Quattro Cantoni
Villa Zen ai Quattro Cantoni | Discovery Mestre Villa Zen ai Quattro Cantoni Da ornamento del Terraglio a osteria La Villa degli Zen Mestre era un luogo di villeggiatura e di affari per molti nobili veneziani che costruirono qui i loro palazzi. Oltre ai Querini, già presenti nel XIII secolo, e agli Erizzo, vi era la residenza degli Zen, del Ramo di San Biagio, collocata lungo il Marzenego nelle vicinanze del Castelvecchio di Mestre, con la facciata rivolta direttamente verso il Terraglio, all’altezza dei Quattro Cantoni. La famiglia, proprietaria di diversi interessi immobiliari in Terraferma, manteneva il proprio palazzo veneziano sulla Riva de Biasio. Si trattava di un complesso di notevole imponenza. L’ingegnere e storico Giovanni Battista Giuin Manocchi, che di quell’area fu a lungo residente e testimone diretto, lo descriveva come un “grande palazzo di figura quadrata, con quattro torrette più alte nei quattro angoli, di faccia in diretta del Terraglio”, affiancato da un lago e da altre “riduzioni di delizia”: elementi che rimandano a un giardino di villa tipico della cultura patrizia veneziana del Sei-Settecento. La torre centrale aveva pianta quadrata di circa 25 × 25 metri con dodici pilastri, e al complesso si aggiungeva una barchessa sul lato del Terraglio. Il Galliccioli, nella sua opera compilata tra il 1834 e il 1842, ne confermava la grandezza eccezionale: “Zen, in Barban, ai Quattro Cantoni, al cui piede mette capo il Terraglio, che poi torce a sinistra per una striscia ancora sino ai borghi di Mestre. Fabbrica pregiata, di stile severo, di una grandezza gigantesca, guernita alle cime da quattro torricelle. Era uno degli ornamenti principali del Terraglio.” Galliccioli, Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, n. 63, 1834-1842 Il nome “Quattro Cantoni” Le quattro torrette angolari del palazzo avrebbero dato il nome all’intera area. Lo stesso Manocchi era esplicito sul punto: “dal qual palazzo colle quattro torrette avveniva a quel sito una importante vista, e v’era dovuto il titolo di Quattro Cantoni di Mestre.” Una seconda ipotesi vuole invece che il nome derivi da quattro ville o aree distinte: Carpenedo, Mestre, Perlan e Zelarino. Le due spiegazioni non si escludono necessariamente, ma la testimonianza diretta del Manocchi, che conosceva i luoghi, conferisce alla prima un peso documentale maggiore. Il declino settecentesco Non è dato sapere il periodo esatto in cui la villa venne costruita e abitata dagli Zen, ma le fonti testimoniano che il suo declino iniziò ben prima della vendita formale del 1785. Il Galliccioli annotava senza mezzi termini: “Nel 1700 si deturpò il luogo, aprendovi osteria, e poco appresso infame divenne, cambiatosi in covile di quelle triste che fanno mercato di sé stesse.” Galliccioli, n. 63 Quella che era stata definita “uno degli ornamenti principali del Terraglio” era dunque già ridotta a luogo di malcostume quasi un secolo prima della vendita ufficiale. La posizione della villa, in un’area di grande transito lungo la strada da Venezia a Treviso, favoriva certamente questo tipo di frequentazione. La vendita del 1785 e la proprietà Drago-Manocchi Il 4 gennaio 1785 la proprietà degli Zen passava a due acquirenti: l’oste Andrea Drago detto Buonacquisto e l’agrimensore Gio Batta (Giovan Battista) Giuin detto Manocchi. La proprietà era composta da un casale, un edificio destinato a diventare osteria, un’area di servizio e uno stallo, che furono acquistati dal Drago, mentre il Manocchi acquistò il resto dei possedimenti. L’intera area era di circa cinque ettari, di forma trapezoidale, con una superficie di campi trevigiani 10, quarti 3, tavole 171 — denominata nelle fonti «terrenzello». Questa proprietà era collegata all’Abbazia di San Giacomo, che sorgeva dove vi era stato il Castelvecchio, da un ponte, e confinava a est con le proprietà dei Canonici Regolari di San Salvatore. L’area corrispondeva indicativamente a quella dell’attuale via Einaudi. Già prima della vendita la villa era diventata una bevèrara: un luogo di sosta per vetturini e cavalli in transito lungo il Terraglio. Il Magistrato alle Acque usava il vicino casello per il rifornimento. Era in pratica un grande casal dove i passeggeri potevano pulirsi dalla polvere di viaggio, togliersi i gabbani bagnati, riposarsi e rifocillarsi, prima di riprendere il cammino verso Venezia o verso la terraferma. Un rilievo della proprietà, eseguito nel 1785 dal tenente ingegnere Saverio Garofolo e poi rielaborato con varianti da Giovanni Casoni nel 1817, descriveva in dettaglio la composizione dei lotti individuati nella mappa: I. Terra prativa detta il Prà Basso (campi 4, quarti 2, tavole 268): fondo di buona qualità piantato di alberi dolci. II. Terra prativa piantata di alberi dolci, viti e salgari. III. A.P.V. [arativo, prativo, vitato]: con peschiera e casa di muro coperta di coppi; stalla con sovrapposto fienile. Nel 1783 la casa ospitava una bottega del caffè. L’inquilino al momento del rilievo era Gio. Batta Fusaro. IV. Chiusura prativa con poco aratorio e sopra casone in parte cinto a muro, e parte da paredane, coperto di paglia. V. Terra A.P.V.: poco prativo con cason sopra in parte cinto di muro e parte paredonato, coperto di paglia. I lotti contenevano complessivamente 460 ceppi di salici e 212 di viti. Questo disegno (BMC, cod. Cic. 3320, fasc. 245) è conservato presso la Biblioteca del Museo Correr di Venezia. L’osteria si poneva in un’area di grande passaggio di merci e di persone, il che la rendeva molto redditizia. Forse fu proprio questo a spingere i figli del compianto Zen a voler ritrattare la compravendita, senza però riuscire a ottenere modifiche alle proprietà già divise. Le vicende successive della proprietà Nel 1808 Manocchi acquistò dagli eredi Zen anche i terreni in località Barban, in parte già da lui affittati fin dal 1806. Il prezzo pattuito fu di circa 3600 ducati, in gran parte destinati a coprire un debito degli Zen verso il defunto don Camillo Fioravanti, garantito dalla nipote Loredana Tron vedova Priuli. Nel 1811 l’oste Drago vendette il palazzo con i due appezzamenti annessi (nn. m. 1177-1178) a Gaetano Fedeli del fu Giacomo, che il Fapanni descriveva come pizzicagnolo, ma abbastanza colto e conoscitore della storia locale. Fu lui il demolitore effettivo dell’edificio: il Fapanni e le fonti successive concordano nell’indicare il 1818 come anno della demolizione. Come annotava amaramente lo stesso Manocchi, il palazzo fu “demolito, sostituendo un casino di meschina simmetria, e fuori di linea proseguente il vero in faccia al Terraglio.” La vendita del 1785 aveva generato una lunga vertenza tra Manocchi e Drago. I professionisti delegati dalle due parti non si rispettavano, non si consegnavano le perizie e si usavano appuntamenti reciproci con qualche sgarberia. L’ingegner Ruggin fu nominato mediatore e dovette essere soddisfacente per gli acquirenti. Il sopraggiungere del catasto austriaco stabilì definitivamente la situazione delle proprietà Manocchi e Drago, almeno per un breve periodo. A complicare ulteriormente le cose intervennero le guerre. Le costruzioni della zona furono danneggiate dai Francesi e durante i giorni terribili del 1809, quando ai Quattro Cantoni si scontrarono le truppe del viceré Eugenio Beauharnais e quelle dell’arciduca Giovanni d’Asburgo. Per superare i disaccordi relativi al saldo dell’acquisto e alla valutazione delle migliorie apportate, Manocchi diede procura all’ingegner Giuseppe Fuin, mentre gli Zen delegarono l’ingegner Giovanni Casoni, che nominarono arbitro superiore. Nel frattempo, nel 1817, tramite convenzione giudiziaria al Tribunale civile di prima istanza a Venezia, gli edifici con i terreni di pertinenza tornarono agli eredi Zen, che nel 1820 li rivendettero ai fratelli Giovanni Battista e Luigi Motta di Stefano. I terreni prativi del Manocchi erano già passati nel 1815-16 tramite vendita all’asta per debiti prediali non pagati, confluendo anch’essi nell’orbita delle proprietà legate alla famiglia Drago. La demolizione e Villa Bandiera La grande villa fu abbattuta nel 1818. Il Galliccioli lo registrava con queste parole: “Nel 1818 questa mole superba fu atterrata e sulle sue rovine sorse l’attuale casino, che è predisposto per villeggiatura della gentilissima dama della Croce Stellata, la nobil-donna Alba Corner-Balbi.” Galliccioli, n. 64 Secondo il Fapanni, il casino fu eretto intorno al 1850, probabilmente riferendosi a una fase di ampliamento o completamento dell’edificio sorto sulle rovine della villa. Il casino aveva una torricella, come si evince in una cartolina del 1919, e fu poi noto come Villa Bandiera. Anche questo edificio fu a sua volta demolito per permettere di erigere il Quartiere San Paolo e Via Filiasi. L’area dei Quattro Cantoni oggi L’area oggi chiamata dei Quattro Cantoni era assai diversa da come appare oggi. Dove ora sorge Via Circonvallazione vi erano i terreni dei nobili Calbo, mentre dove poi fu eretto l’ospedale Umberto I vi era l’Abbazia di San Giacomo. Il terreno limitrofo al centro Candiani pare essere stato di proprietà della N.H. Chiara Tron. Probabilmente l’unica zona rimasta a ricordare come fosse quest’area è oggi Villa Querini e il suo parco. Galleria Immagini La Villa degli Zen in un disegno di Francesco Fiorini del 15 Luglio 1668, particolare, Archivio di Stato di Venezia Mappa di Joseppo Cuman, 1678, Savi Esecutori della Acque, Archivio di Stato di Venezia Villa Bandiera, Torrione della nobile Alba Corner Balbi, Cartolina del 1919 Villa Bandiera di Alba Corner Balbi, rappresentazione Bibliografia Zoccoletto, Giorgio. Un terrenzello ai Quattro Cantoni, Centro Studi Storici di Mestre. Stocchero, Ilva. Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano, Centro Studi Storici di Mestre. Brunello, Luigi. Mestre – Antiche Mappe, Centro Studi Storici di Mestre. Galliccioli, Giovanni Battista. Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, 1834-1842, nn. 63-64. Fapanni, Francesco Scipione. Mestre, ed. postuma 1975, pp. 13, 78. Balistreri, Corrado; Zanverdiani, Dario; Brombin, Giuseppe. Mestre. Architetture nel tempo, Volume 1, PM edizioni. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La Torre di San Giuliano e la Torre di Malgera
Torri di San Giuliano e Malgera | Discovery Mestre Torri di San Giuliano e Malgera Simboli difensivi di Mestre e Marghera nella laguna veneziana Due torri e due destini Marin Sanudo, durante un soggiorno a Mestre nel 1483, descrisse così la città: «Mestre è un castelo mia, (miglia), diece luntan di Veniexia, zoè per l’acqua cinque fino la Torre di Marghera, poi do a San Zulian, et tre fino a Veniexia; è murato con mura alte; à tre porte; una di Venecia, la Trivisana appresso la rocha; et quella dil Campo di Castelo…». Nel 1837, Paoletti, nel suo “Il Fiore di Venezia”, citava: «Sotto Mestre travasi Maghera, o Malgaria, luogo pur posseduto dai Trivigiani, e difeso da quella torre posta a San Giuliano di Buon Albergo». La Torre di San Giuliano Quando si parla delle due torri poste non distante dal Borgo di Marghera — la Torre di Marghera e la Torre di San Giuliano — vi è sempre una grande confusione e spesso la storia delle due costruzioni difensive si fonde, impedendo di distinguere dove cominci la storia dell’una e dove inizi quella dell’altra. Per raccontare tale storia ci siamo basati sulle ricerche di Redi Foffano e di Dario Lugato pubblicate nel libro “Da Margera a Forte Marghera“. La Torre di San Giuliano venne eretta sull’isola di San Giuliano nel 1209 lungo quella direttrice che permetteva a Venezia di raggiungere la terraferma e viceversa. A testimonianza di tale data si trova un documento dell’Avogaria in cui si legge «Quod Malgarie turris statuatur» («Che venga fondata la torre di Marghera»). Un’altra testimonianza dell’esistenza della torre è presente in un documento del 1358 in cui si cita tale Rainero Dandolo quale Capitano della Torre di San Giuliano. La realizzazione della torre si potrebbe considerare come un’esigenza dei veneziani per controllare i territori dei signori di Treviso — che all’epoca detenevano il potere su quasi tutta l’area dell’attuale entroterra veneziano — sull’isola più vicina a quello che sarebbe diventato il Borgo di Marghera. La Torre di Malgera L’11 luglio 1328 fu eretta la Torre di Marghera, proprio all’ingresso di quel piccolo canale — forse proveniente dal Marzenego — che più tardi sarebbe stato allargato e trasformato nella Cava Gradeniga. Questa seconda torre fu opera dei signori di Treviso. La scelta del luogo non fu certo casuale: in quella posizione era possibile osservare sia chi entrava che chi usciva da quel canale, accedendo così al territorio trevisano. Un’altra funzione era quella di permettere la riscossione del dazio da parte di chi voleva accedere alla terraferma. Solo pochi anni dopo, le aree di Mestre, Marghera e le zone limitrofe caddero in mano alla Serenissima il 29 settembre 1337, e la funzione della torre trevisana fu messa in discussione in quanto doppione di quella di San Giuliano. A mettere ulteriormente in crisi l’esigenza di avere due torri così vicine fu la realizzazione, nel 1341 da parte di Venezia, della Cava Gradeniga, che spostò quasi tutte le attività commerciali via acqua dal Marzenego al nuovo canale artificiale, dando luogo a una nuova rotta commerciale che sarebbe passata per l’Isola di San Giuliano per arrivare a Venezia. Inoltre le due torri non avevano il solo scopo di difendere e sorvegliare i confini, ma anche di far pagare il dazio a chi vi passava accanto: un compito che poteva essere perfettamente assolto da una sola di esse. Il colpo di grazia alla Torre di Marghera arrivò quando nel 1513, durante la Guerra della Lega di Cambrai, i tedeschi la conquistarono, come narra Marin Sanudo, ed esplosero dei colpi in direzione di Venezia — fortunosamente fermati all’Isola di San Secondo. Di tale evento abbiamo la testimonianza di una relazione di Jacques de Bannissis, segretario dell’imperatore Carlo V: «… accesserunt ad Mergariam, qui locus propinquior est ipsis Venetiis, nec per diametrum plus quam duobus milibus passuum a Venetiis distans, quem Veneti munierant et presidio firmaverant, quem nostri vi expugnarunt et incenderunt et, injectis bombardis ad litus maris, cum eis in Venetias sagittarunt…». La torre scomparirà dalle mappe dopo neppure un secolo, facendo supporre che fosse stata abbattuta a cavallo fra il XVI e il XVII secolo. L’isola di San Giuliano, avamposto veneziano L’Isola di San Giuliano è posta lungo il Canale di San Secondo ed è la prima isola che si vede alla propria sinistra percorrendo il Ponte della Libertà recandosi a Venezia, mentre la seconda isola che si incontra è l’isola di San Secondo, da cui prende il nome il canale stesso. Oggi l’isola è disabitata, ma nei secoli passati ospitava un convento di frati francescani e un “ospizio” — da cui il nome “San Giuliano del Buon Albergo” — che permetteva ai viandanti diretti a Venezia o in partenza di riposarsi prima di riprendere il viaggio. L’isola poteva essere considerata anche un avamposto militare della Serenissima e per questo vi era stata costruita la Torre di San Giuliano nel 1209. Oltre a queste funzioni — militari, religiose e di ospitalità — essa aveva anche la funzione di dogana. Vicino all’isola era stata realizzata una palada, cioè un insieme di pali capaci di far rallentare le barche che dovevano fermarsi e pagare il dazio prima di poter proseguire i propri commerci. Sede religiosa L’isola ospitava, come molte altre nella laguna veneziana, un convento di frati francescani, presente da molto tempo e citato nelle cronache locali sia prima che dopo l’annessione a Venezia. I francescani restarono sull’isola sino al 1491, anno in cui vi si insediò un gruppo di monache (Clarisse Osservanti?), le quali compaiono anche in un documento del 1521 del Senato della Repubblica. La Torre di San Giuliano vittima della dominazione francese Il destino della Torre di San Giuliano fu diverso rispetto alla torre di Marghera: rimase in piedi per circa sei secoli, finché Venezia non fu invasa dai francesi, che la distrussero all’inizio dell’800. Ma le dominazioni straniere non portarono solo all’abbattimento della torre: coinvolsero anche il Borgo di Marghera, raso al suolo per permettere ai francesi di Napoleone di costruire Forte Marghera. La Torre di San Giuliano fu rappresentata da ben quattro artisti: Canaletto in un famoso dipinto intitolato “La Torre di Malghera” la confuse con la torre trevisana, così come Francesco Guardi, mentre Bernardo Bellotto e Giuseppe Ponga non commisero tale errore nell’intitolare il proprio dipinto. Nel 1823 l’Isola di San Giuliano fu utilizzata anche dai finanzieri austriaci, tornando ad avere due funzioni: militare e di controllo finanziario delle merci che passavano per il Canale di San Secondo. L’isola fu fatta saltare in aria dai veneziani ritiratisi da Forte Marghera nel 1848, e da allora è abbandonata. Galleria Immagini L’isola di San Giuliano (Giuseppe Ponga) Torre di San Giuliano (Bernardo Bellotto) «Veduta della laguna di Venezia con la torre di Marghera», Francesco Guardi (1780–1793) Luigi Querena, «Lo scoppio di una mina nell’isola di San Giuliano», 1849 — Museo Correr, Venezia Particolare di un’opera di Jacopo de’ Barbari in cui si vede il Canale di San Secondo Bibliografia Foffano, Redi; Lugato, Dario. Da Margera a Forte Marghera, Edizioni Multigraf. Pellizier, Lionello. Ricerche. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il Teatro Garibaldi di Mestre
Teatro Garibaldi | Discovery Mestre Teatro Garibaldi Il primo teatro moderno di Mestre (1840–1908) Un teatro per Mestre Il primo teatro di Mestre fu il Teatro Balbi, realizzato da Almerigo Balbi, che inaugurò nel 1778 presso un’area di sua proprietà nelle vicinanze di Piazza Barche. Il costo ingente del suo mantenimento e la caduta della Serenissima, con le conseguenze economiche che ne derivarono, portarono il figlio di Almerigo, Filippo, a chiuderlo e a ottenerne la parziale demolizione già nel 1811. Chiuso il teatro, Gasparo Gozzi — omonimo dello scrittore — ottenne da Filippo l’affitto delle sale per le prove, poste sopra l’atrio dell’edificio, da adibire a piccolo teatrino per la sua Compagnia dei Dilettanti. Un esperimento che durò solo undici anni. Mentre si assisteva all’agonia dell’edificio dei Balbi, a Mestre nacquero piccoli centri di ritrovo adibiti a teatri nelle ville e negli edifici di proprietà dei nobili. Presso la Villa dei Pisani, già Duodo–Durazzo, sita lungo il Canal Salso, era ancora attivo il teatrino del Conte Durazzo, che lo usava per intrattenere i suoi ospiti. Il conte era ripartito da Mestre nel 1784 dopo che il fratello Marcello lo aveva escluso dal testamento, e probabilmente nel giro di pochi anni i Duodo, proprietari della villa, la vendettero ai Pisani. Anche Villa Erizzo si prestò ad accogliere un teatrino per piccoli concerti e prosa. La nobile Maria Coletti Savorgnan, invece, realizzò un piccolo teatrino nell’attuale Via Cappuccina, non distante dalla chiesa, chiamandolo San Carlo. Di tale teatrino il commissario distrettuale Puntellati disse che era indecente e insalubre. Il console degli Stati Uniti Howells lo descrisse come pieno di poveri locali che fischiavano e applaudivano con veemenza, preferendo i sanguinosi e spettacolari drammi del repertorio locale. Insomma Mestre aveva bisogno di un teatro, e lo chiedeva a gran voce nelle sue lettere il commissario distrettuale Puntellati. Il teatro di Moisé D’Angeli Giunto a Mestre negli anni Trenta dell’Ottocento, Moisé D’Angeli si trasferì nell’area detta dei Sabbioni — vicino a Villa Querini Stampalia — assieme al figlio Angelo e alla compagna Carolina Gernich. Secondo Giacomo Ferrari la moglie era una donna cattolica triestina, mentre lui si presume fosse anch’egli triestino, ma di religione ebraica. Moisé commerciava in armi e nel novembre 1839 chiese di poter realizzare un teatro presso una sua proprietà sita al civico N° 706 della Piazza. In pochi anni dall’essere proprietario di una sola casa in zona Sabbioni divenne un possidente di oltre venti proprietà. La proposta di realizzare un teatro nell’attuale Piazza Ferretto, fra Palazzo Da Re e un edificio di proprietà di tale Bertocco — dove nel 1912 sarebbe sorto il Cinema Excelsior — venne accolta, e il Teatro Nuovo del D’Angeli fu inaugurato nel 1840. La sua realizzazione fu affidata all’architetto Giovan Battista Roi e prevedeva uno spazioso atrio, una caffetteria e alcune abitazioni per gli attori. L’ingresso principale non dava sulla Piazza Maggiore, ma sul retro di essa, raggiungibile attraverso un sottoportico denominato per l’occasione “Sottoportego che conduce al Teatro”. Davanti si apriva una piazzetta, con una scuola nelle vicinanze, per cui la deputazione comunale pretese la chiusura del teatro durante le lezioni. Il capocomico Bonuzzi fu il primo impresario e all’inizio il teatro andava bene, tanto da organizzare eventi durante la Festa di San Michele — il 29 settembre, per ricordare la presa di Mestre da parte dei Veneziani — per diversi anni. Il teatro reggeva e i conti tornavano, il che convinse il Moisé a versare 900 lire alla contessa Savorgnan per chiudere il suo teatro San Carlo di Via Cappuccina nel 1845. Durante i moti risorgimentali e gli scontri fra mestrini e austriaci, il Moisé dapprima fornì mezzi agli austriaci, poi si defilò, infine riprese ad aiutarli. Il Ferrari ritiene che ciò fosse dovuto ai nuovi diritti che il governo provvisorio di Manin aveva concesso agli ebrei e a un suo momentaneo ripensamento. Moisé D’Angeli morì nel 1851 lasciando il teatro e le sue proprietà in eredità al figlio Angelo e alla moglie Carolina. Ebbe così inizio un periodo di crisi, aggravato dallo “sciopero del divertimento” attuato dai cittadini mestrini — e veneti in generale — nel 1859 per protestare contro il governo austriaco. Nessun divertimento significava anche nessun teatro. Sotto il Governo Italiano il teatro ospitò ogni anno dal 1868 la Festa dello Statuto Albertino, evento di grande prestigio. In quello stesso anno nacque a Mestre, per iniziativa del direttore d’orchestra Petronio De Lena, l’idea di una “Orchestra vocale ed istrumentale”, sostenuta dal sindaco Allegri. Il teatro fu inoltre intitolato a Garibaldi per ricordare la visita dell’Eroe dei due mondi a Mestre. Il giovane D’Angeli dovette inseguire anche le nuove norme che richiedevano continui adeguamenti per rendere teatri e luoghi di ritrovo più sicuri. Sembrerà quasi incredibile, ma per prevenire gli incendi fu realizzato un pozzo sotto la fossa dell’orchestra. Nel 1907 il Teatro Garibaldi ospitò il sacerdote veneziano Emilio Silvestri, che portò uno spettacolo di immagini di paesaggi marini e monumenti animati tramite proiezioni luminose, sul modello della lanterna magica. Lo spettacolo ebbe buon successo e permise agli organizzatori di raccogliere fondi per l’Ospedale Umberto I. Pare che nell’ultimo anno di vita il Garibaldi diventasse anche un cinematografo. Fu l’ultimo anno: il teatro chiuse nel 1908, e con infamia — malgrado gli sforzi della famiglia D’Angeli, di quel teatro venne scritto che «Mestre sola… fra le città consimili… a chiamare con il pomposo nome di Teatro una indecente ed insalubre baracca di legno». L’edificio che lo aveva ospitato resistette fino al 1933, quando la sala fu trasformata in uno stabilimento per la lavorazione meccanica del legno. Galleria Immagini Locandina del 1889 di uno spettacolo presso il Teatro Garibaldi (Proprietà Alessandro Bon) Presentazione dell’Accademia di Scherma mestrina presso il teatro Piazza Maggiore (Federico Vendramin – 1875) Bibliografia Ferrari, Giorgio. Documenti per la storia dei teatri di Mestre, Il Cardo Editore, Venezia, 1992. Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il primo porto di Mestre: Cavergnago
Il Porto di Cavergnago | Discovery Mestre Il Porto di Cavergnago Il primo porto di Mestre Il «Flumen de Mestre» e il centro economico mestrino «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di Canale di San Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» (Luigi Brunello, Mestre. Il porto, il castello, 1971) Bonaventura Barcella, nella sua opera Notizie storiche del Castello di Mestre, descrive come Treviso e Venezia avessero creato una rete di porti finalizzata al controllo dei traffici di merci. Questi scali erano collocati sia all’interno della laguna di Venezia sia lungo i fiumi che vi confluivano. Si trattava di approdi intermodali, dove le merci venivano trasbordate dalle barche alle carrozze o ad altre imbarcazioni per proseguire il viaggio. Poiché Treviso e Venezia erano governate da entità politiche distinte, il transito delle merci era soggetto al pagamento di una muda, una tassa riscossa dal mudaro incaricato. Il Porto di Cavergnago si sviluppò sotto la signoria trevisana, in quanto il territorio mestrino apparteneva al distretto di Treviso. Esso rivestì un ruolo fondamentale per l’economia locale, poiché si affacciava direttamente sulla laguna di Venezia, consentendo un collegamento agevole con la Via Annia e con le principali vie di terra dell’epoca: la Trevisana (l’antico Terraglio), la Padovana (lungo la Riviera del Brenta) e la Castellana. Secondo la tradizione storiografica locale, un tempo il Marzenego, noto anche come Flumen de Mestre, aveva un alveo (o un ramo) che si prolungava verso l’area dell’attuale Canale di Cannaregio. La navigazione verso Venezia rimase possibile anche dopo le trasformazioni della laguna, con la foce del fiume situata nelle vicinanze di Campalto. Si ipotizza inoltre che il Castelvecchio fosse stato eretto anche per difendere le vie di accesso provenienti dall’entroterra, attraverso queste principali arterie, verso il Porto di Cavergnago. La localizzazione e i traffici (IX-XIV secolo) Il Porto di Cavergnago cominciò probabilmente a essere frequentato fin dal IX secolo: il nome «Caverniacus» compare già in documenti dell’epoca di Ottone III. A tanti secoli di distanza dalla sua scomparsa è impossibile individuarne l’esatta ubicazione puntuale, ma come tutti gli scali commerciali non lo si può pensare concentrato in una determinata località: si sviluppava lungo le rive del Marzenego nella zona compresa in un rettangolo i cui lati approssimativamente potevano essere da una parte le attuali Via Colombo e Via Triestina, dall’altra Via Marghera e Via Bissuola. Ormai nelle recenti mappe e anche in quelle più antiche non è possibile individuare niente: non c’è che il nome alla sinistra del Marzenego, lo stesso nome che con dicitura inesatta è stato dato alla strada che collega Bissuola alla Statale Triestina: Cavergnaghi. Per molto tempo, dal IX secolo e forse anche prima, fino oltre il 1362, a questa località e a questo porto venne convogliato quasi tutto il traffico commerciale diretto da Venezia alla Terraferma, e qui si davano convegno i mercanti delle città della pianura padana e dei paesi d’oltralpe. Il Filiasi nelle Memorie storiche dei Veneti primi e secondi lo descrive come un luogo dove «fondachi e magazzini e grande negozio facevano co’ Trevigiani ed altri popoli del continente», con le «Cavane» dove si fermavano i navigli veneziani: il termine veneto cavana indica un luogo sicuro dove raccogliere le barche. Il rione di S. Maria della Salute si chiamava anticamente Borgo dei Tedeschi perché ivi avevano alloggi e depositi i mercanti germanici che frequentavano Cavergnago. Non lontano dal porto confluivano tre importanti strade: il Terraglio, la Castellana e la Padovana. Il Castello di Mestre aveva una porta rivolta a levante, detta porta di Altino o dei Mulini, che comunicava direttamente con il porto tramite quella che è oggi Via Caneve, la vecchia strada comunale di Bissuola segnata nelle antiche mappe con il nome di «Strada di Urlando». Una mappa datata 5 maggio 1694, conservata all’Archivio di Stato di Venezia, disegnata da Domenico Bocchetti Proto ordinario del Magistrato delle Rason Vecchie, indica le vie che univano Mestre a Carpenedo, Favaro e Bissuola. Lungo il percorso verso Bissuola si leggono annotazioni relative a due fosse in corrispondenza di un antico ponte distrutto, già citate dal Filiasi come «Cavane» sul lato sinistro del Marzenego. La prossimità del Porto di Cavergnago alla via consolare romana Annia è un elemento di grande rilievo storico-archeologico. La via Annia è riportata nelle cartografie moderne con il nome di «strada di Orlando» ed è oggetto di un progetto di legge per la sua valorizzazione. All’altezza dell’attuale Via del Miglio si diparte in direzione sudovest un percorso singolarmente rettilineo che punta verso l’area del paleoalveo del Marzenego, ancora leggibile nelle cartografie storiche. Nell’area sono stati rinvenuti resti di una strada pavimentata in trachite e reperti archeologici nel sito denominato «villa Crusca» in località Bissuola, testimonianze di un insediamento antico che precede lo stesso porto medievale. Il porto di Cavergnago nel periodo trevisano «Mestre, luogo di gran traffico, di grande concorso era nei secoli VIII, IX e X a cagione di un porto vicino, nel quale i Veneziani avevano ottenuto di fabbricare alcune proprie mansioni, di mantenere un gastaldo ducale per le faccende mercantili, e fruire perfino in parte dei diritti e dei dazi colà riscossi, sebbene non altro pagassero che quattro bisanti d’oro, ovvero due lire di denari venete, al Vescovo di Treviso, padrone dei luoghi.» (Paoletti, Il Fiore di Venezia, Venezia 1837, vol. I) Nel 905 Berengario, re d’Italia, con un diploma concesse al vescovo di Treviso Adalberto il diritto di riscuotere dazi e mude «sulla Dogana di Trevigi di dentro e di fuori, e per esteso per tutto il distretto del quale faceva parte Mestre». Il vescovo riconobbe al re due porzioni della dogana. Questo privilegio fu successivamente confermato dall’imperatore Ottone III nel 991 e nel 996 al vescovo Rozzone Calza. Il vescovo Rozzone Calza (969-1002) intervenne per disciplinare il possesso dell’area di Cavergnago e i rapporti con i vicini veneziani. Nel documento di fondazione dell’abbazia benedettina di Santa Maria di Mogliano del 997, Rozzone concedeva all’abate Vitale, tra l’altro, la proprietà della corte di Cavergnago. Questa donazione fu in seguito confermata da Rambaldo II e dallo stesso imperatore Ottone III. Nel 1074 l’abbazia fu trasformata in monastero e la titolarità sul porto passò alla badessa. Per quanto riguarda i rapporti tra Venezia e Treviso sul controllo del porto, l’imperatore Ottone III, con un documento del 1001, autorizò il vescovo di Treviso a concedere al doge Pietro Orseolo II il privilegio di utilizzare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. Già in precedenza, lo stesso Rozzone si era accordato con il doge Pietro I Orseolo per assegnare ai veneziani il possesso di tre magazzini e il diritto di riscuotere un terzo delle gabelle e dei dazi, eccetto quelli dovuti dai sudditi imperiali. Il 3 maggio 1152 papa Eugenio III, con la bolla Justis fratrum, riconobbe al vescovo di Treviso Bonifacio la proprietà del castello, del porto e del borgo, confermando di fatto il privilegio dei veneziani sul porto. Secondo Giambattista Verci nella Historia degli Eccelini, nel 1173 scoppiò una disputa tra il signore di Caurignago (Cavergnago), Almerico Buz, e il vescovo di Treviso Ulderico III (1157-1179). Ezzelino da Romano, giudice del contenzioso, il 16 febbraio 1173 assolse il vescovo dalle pretese di Almerico relative alle mude e alle gabelle di Caurignago, dichiarando che tali diritti spettavano interamente al vescovado. Assolse invece Almerico dall’obbligo di restituire il borgo al vescovo e gli concesse di edificarvi case «a suo talento». Gli impose tuttavia di non impedire al vescovo la riscossione delle gabelle, di lasciare libero il transito a passeggeri e naviganti e di non deviare il corso del fiume Marzenego. Una vertenza del 1173 tra il Vescovo di Treviso ed un certo Almerico Buz stabilisce formalmente che il Teloneo e la Muta dei mercanti e delle navi si trovavano a Cavergnago «inferius prope flumen de Mestre, usque ad aquam salsam»: il porto era dunque posizionato lungo il Marzenego fino all’acqua salata, cioè fino alla laguna. La conquista veneziana e il declino del porto Treviso non fu mai un vicino facile per Venezia, anche a causa dei frequenti cambiamenti di governo che caratterizzavano la città. Controllare Treviso significava per i nuovi signori poter dominare il territorio mestrino, con gravi rischi per l’economia e la sicurezza della Serenissima. Gli ultimi signori di Treviso che ebbero il controllo di Mestre furono i veronesi Della Scala, i quali nel 1317 insediarono mercenari tedeschi a difesa del Castelnuovo di Mestre. Questo mutamento di regime spinse Venezia a intervenire. Dopo un primo tentativo fallito, il 29 settembre 1337 il capitano veneziano Andrea Morosini corruppe i 400 mercenari tedeschi che difendevano il castello, ottenendo l’ingresso dopo l’uccisione del capitano trevisano. Pochi anni più tardi Venezia conquistò definitivamente anche Treviso. Una volta entrata a far parte del dominio veneziano, Mestre fu oggetto di importanti trasformazioni. Padroni del territorio alle spalle della Laguna fin dal 1341, i Veneziani avevano già deciso la costruzione di un gran canale che collegasse Mestre con Marghera: era quest’ultimo un centro abitato sorto lungo le rive del Marzenego dove c’erano una chiesa, delle case, un’osteria ed un albergo. L’intervento più significativo fu la realizzazione della Fossa Gradeniga, avviata con Ducale del 12 aprile 1362, utilizzando quanto rimaneva dell’antico alveo del Musone. Questo canale, detto anche Canal Salso o Canale di Mestre, partiva poco distante dal Borgo di San Lorenzo e sfociava in laguna nei pressi del Canale di San Secondo. Dal 1362 tutto il movimento delle merci che prima si svolgeva attraverso il porto di Cavergnago avvenne lungo il nuovo canale, trovando Mestre come punto di confluenza delle più importanti vie di comunicazione che portavano alle città dell’entroterra. L’epicentro delle vie di comunicazione si spostò e si avvicinò maggiormente al Borgo di S. Lorenzo, che ormai per tutti i secoli seguenti avrebbe costituito il più importante nodo di vie attraverso il quale si sarebbe mosso il commercio tra Venezia e la Terraferma. La nascita della Fossa Gradeniga segnò così l’inizio del declino del Porto di Cavergnago, che tuttavia mantenne una qualche attività residua fino al XV secolo, e favorì lo sviluppo del borgo di Mestre e la nascita di quella che sarebbe diventata nota come Piazza Barche. Il porto sorgeva sulle antiche foci del Marzenego, prima che queste fossero spostate verso nord con lo scavo dell’Osellino: un intervento che legò per sempre il destino del Marzenego a quello del Dese, l’unico dei fiumi della gronda lagunare che la Serenissima non deviò mai. La biforcazione del Marzenego dentro le mura di Mestre è raccontata nell’articolo sull’Isola di San Lorenzo, mentre la storia del terzo grande fiume mestrino, quello che i documenti chiamano Muson entrando in territorio mestrino e poi Bottenigo, è raccontata separatamente. Le anse fossili del tracciato fluviale originario del Marzenego sono ancora oggi leggibili nell’area compresa tra Via Bissuola e il fiume Marzenego-Osellino. Questi paleoalvei, insieme ad altri tracciati fluviali oggi scomparsi, hanno probabilmente condizionato l’assetto storico del territorio e generato la caratteristica toponomastica locale (Bissagola, Bissa, Bissuola). L’assetto attuale è frutto delle grandi opere idrauliche della Repubblica Serenissima nei primi anni Ottanta del Settecento: il «Taglio Nuovo» dell’Osellino, che secondo il Consorzio di Bonifica Acque Risorgive fu ideato e realizzato nel 1783-84 dall’ingegnere Tommaso Scalfurotto, responsabile del Catastico, definito dai contemporanei «scrupoloso osservatore e risolutore dei problemi idraulici della terraferma fra Mestre e Treviso». La vicenda di quel canale e della sua rettifica è raccontata nell’articolo sull’Osellino. Galleria Immagini La Villa di Cavergnago nel Catastico Scalfuroto del 1782 «Vista di Mestre», Canaletto (ca 1744) Raccolta dei principali piani dei porti e rade del Mediterraneo, Joseph Roux, ed. Yves Gravier, Genova, 1804 Bibliografia Barcella, Bonaventura. Notizie storiche del Castello di Mestre, Centro Studi Storici. Brunello, Luigi. Il porto di Cavergnago, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 7-8, 1966-1967. Brunello, Luigi. Mestre. Il porto, il castello, Centro Studi Storici di Mestre, 1971. Filiasi, Giacomo. Memorie…
La (perduta) Villa Durazzo in Mestre
Villa Durazzo | Discovery Mestre La perduta Villa Durazzo Una “Versaglia in piccolo” sul Canal Salso di Mestre Villa Durazzo a Mestre Il conte Giacomo Durazzo (Genova, 27 aprile 1717 – Venezia, 15 ottobre 1794) giunse a Vienna nel 1749 come inviato straordinario della Repubblica di Genova. Nel 1754 fu nominato Generalspektakeldirektor, direttore generale degli spettacoli imperiali, ruolo in cui sostenne Gluck e favorì la nascita dell’Orfeo ed Euridice del 1762, svolta fondamentale nella storia del teatro musicale europeo. Per questa competenza quasi professionale fu soprannominato «MusikGraf», Conte della Musica. Nel 1764 lasciò Vienna per tornare alla diplomazia: fu nominato ambasciatore plenipotenziario del Sacro Romano Impero a Venezia, con residenza ufficiale a Palazzo Loredan. Palazzo Loredan, le gondole e il trasferimento a Mestre La vita veneziana si rivelò subito scomoda. I veneziani guardavano con diffidenza gli ambasciatori stranieri, ai nobili locali era di fatto proibito frequentarli, e la coabitazione a Palazzo Loredan con Lady Giustiniana Wynne, vedova del predecessore diplomatico, donna intelligente ma insofferente alle regole, aggiunse ulteriori tensioni. Nel Carnevale del 1767 la situazione precipitò: una disputa sul diritto di approdo al Teatro San Benedetto, il cui canale d’accesso era sistematicamente ostruito da gondole vuote, si trasformò in una crisi diplomatica che coinvolse le corti di Vienna, Parigi e Madrid. La corte imperiale sostenne fermamente il suo ministro e la crisi si concluse con la capitolazione della Serenissima, sancita dalla visita di Giuseppe II a Venezia nel 1769. Fu inevitabile la conclusione: Durazzo cercò una residenza più riservata nell’entroterra, lontana dagli intrighi e dai disagi della laguna. Prima dei Durazzo: Villa Duodo La storia dell’edificio inizia prima dell’arrivo del conte. La proprietà era originariamente della famiglia Duodo, patrizi veneziani, che possedevano nell’area di Piazza Barche un vero e proprio polo commerciale e logistico: oltre alla villa, l’ufficio postale, la Pubblica Dogana, lo stallo dei cavalli e una locanda popolarmente nota come «Locanda alli 3 Penacchi», dallo stemma di famiglia a fondo rosso con banda d’argento caricata di tre gigli azzurri, immediatamente riconoscibile a chi frequentava il sito senza dover essere ferrato in araldica. Durazzo non acquistò la villa, ma la prese in affitto dai Duodo nel 1772, trasformandola nel giro di pochi mesi in uno dei centri culturali più vivaci della terraferma veneziana. Carlo Goldoni non esitò a definirla «una Versaglia in piccolo». La scelta di Mestre non era casuale. La città era già alla moda dopo il 1750 e l’apertura del Canal Salso, che la collegava direttamente a Venezia con una via d’acqua larga, profonda e sicura, aveva rapidamente trasformato il borgo nel punto di contatto più importante tra la Serenissima e la terraferma. Lungo il Terraglio, il grande argine sopraelevato quasi rettilineo che dalla Porta Belfredo delle antiche mura di Mestre conduceva direttamente alla Porta Albinia di Treviso, sorgevano le ville più ambite della nobiltà veneziana: era in quella zona strategica, precisamente «in capo del Canale di Mestre», che Durazzo aveva individuato la proprietà dei Duodo. Gli edifici commerciali, la Posta, la Pubblica Dogana, il magazzino doganale realizzato nel 1766 per i traffici con la Germania, restarono sempre proprietà e gestione dei Duodo, prima e dopo il soggiorno mestrino di Durazzo. Su questo complesso si veda l’articolo dedicato a Piazza Barche, la porta fra due mondi. Il progetto e le motivazioni Nel 1770 la contessa Ernestine prese una decisione coraggiosa e di profonda lealtà coniugale: rinunciò ai propri diritti sulla cospicua dote a favore del marito, gesto che garantì a Giacomo la liquidità necessaria per affrontare le ingenti spese del progetto. Non era un gesto di poco conto: Ernestine apparteneva a una delle casate più antiche dell’aristocrazia austriaca, gli Ungnad von Weissenwolff, e sua sorella maggiore Marie Elisabeth aveva sposato il principe Nikolaus I Esterházy, il celebre mecenate ungherese protettore di Joseph Haydn. Rinunciare alla dote significava rinunciare a una garanzia patrimoniale di primissimo rango. Fu probabilmente questo gesto a rendere possibile il costoso progetto mestrino. I lavori di ampliamento e decorazione furono avviati dalla tarda primavera del 1772: nel giro di pochi mesi la dimora si trasformò da «romitorio», come Durazzo stesso l’aveva definita il 21 luglio 1770 in una lettera al cognato Giacomo Filippo III Durazzo del ramo di Gabiano, detto «Marcellone», proprietario della villa di Cornigliano, in una delle residenze più raffinate della terraferma veneziana. Ernestine non fu semplice spettatrice: accompagnò il marito a Mestre e a Venezia durante tutto il ventennio dell’ambasciata, fino alla fine del mandato nel 1784, e morì a Venezia nello stesso anno del consorte. Per lei Giovanni David realizzò nel 1776 l’opera Amor disarmato, e a lei fu dedicato il libretto dell’opera La Virtuosa alla moda del 1779. La fonte: sei ore a lume di candela Boscovich era abituato al bello: aveva soggiornato in residenze di prestigio come villa Foscarini sulla Brenta e la villa di Bagnaia presso Viterbo. Eppure usa toni davvero entusiastici per la villa mestriana. Dopo cinque giorni come ospite del conte, vergò i suoi fogli «l’uno sull’altro, per ben sei ore, a lume di candela», con la precisione descrittiva di uno scienziato e l’entusiasmo di chi aveva appena vissuto qualcosa di insolito. La lettera, pubblicata postuma nel 1811, resta la fonte primaria e insostituibile per ricostruire la residenza. L’architettura La villa si estendeva su un territorio molto esteso, fra il Canal Salso e ben oltre l’attuale Via Mestrina, da circa il Teatro Balbi oltre Corso del Popolo, con un proprio attracco diretto sul canale. Dal progetto planimetrico superstite, disegno a penna e acquarello purtroppo anch’esso distrutto, si articolava attorno a un «palazzo dominical», il corpo padronale centrale leggermente rialzato rispetto al piano terra, con due ali laterali più basse. Il corpo più basso, verso la cappella privata, ospitava il teatrino. Davanti all’ingresso principale si apriva uno spazio con una «bacila cinta di griglie basse», utile per le necessità del giardino e come presidio antincendio. Gli interni Al piano nobile si susseguivano la «prima nobile sala» e la «vaghissima galleria», decorata con festoni dipinti, architetture e putti svolazzanti, tipico repertorio della pittura parietale veneta di secondo Settecento, seguita da camere e appartamenti per i padroni e gli ospiti. Al piano superiore un «nobile magazzino» fungeva da archivio e studiolo, cuore dell’instancabile attività collezionistica del conte. È in quello spazio che, secondo la ricostruzione della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, Durazzo conservò negli ultimi anni dell’ambasciata (1780-1784) i ventisette volumi autografi di Antonio Vivaldi, acquisiti dal padre somasco Matteo Luigi Canonici (1727-1805), letterato e collezionista veneziano, che a sua volta li aveva ricevuti dalla biblioteca del senatore Jacopo Soranzo. Lo stesso ambiente ospitava anche il nucleo originario della raccolta di incisioni italiane che il conte stava mettendo insieme per il principe Alberto di Sassonia-Teschen, e che nel 1776 sarebbe divenuta il fondamento della celebre Collezione Albertina di Vienna. Proprio grazie alla scuola di acquatinta creata da Durazzo nel magazzino mestrino, il giovane Giovanni David avrebbe avviato la sua carriera di incisore. La più grande raccolta vivaldiana del mondo passò da Mestre prima di prendere la via di Genova e infine, attraverso il ritrovamento torinese del 1926-1930, della Biblioteca Nazionale di Torino. Adiacente alla galleria, una «stanza comodissima» era destinata al biliardo, sistemato su consiglio dell’abate Girolamo, passatempo serale molto gradito agli ospiti insieme al gioco delle carte. La giornata tipo dell’ambasciatore iniziava con la cioccolata del mattino, seguita dalla messa e da lunghe ore dedicate agli affari. I pomeriggi erano dedicati a svaghi campestri, come dar da mangiare alle lepri nel parco o osservare il traffico delle barche dal belvedere sulle mura. La sera era il momento della socialità: biliardo, carte, musica, discussioni di scienze e astronomia. Il teatrino Era ancora incompleto nell’autunno del 1772. Ricavato dalla stanza contigua alla galleria, con un «ritiro circolare» come fondale scenico, «un’ampia nicchia, o specie di arcova, o portichetto teatrale», godeva di un accesso diretto al giardino attraverso il lungo viale coperto di verzura, «senza bisogno di esporsi un momento all’aperto». I primi intrattenimenti documentati risalgono al settembre 1772. Il 28 settembre si esibì Antonio Conti detto Nazzari, allievo di Tartini, lodato da Charles Burney come il migliore violinista di Venezia. Il giorno successivo, festa di San Michele patrono di Mestre, fu la volta di una promettente sua allieva «figlia della Pietà», ovvero una delle giovani musiciste formate dall’Ospedale della Pietà di Venezia, il celebre conservatorio femminile di cui Antonio Vivaldi era stato per decenni maestro di violino e di coro. Una continuità ideale, pur postuma di oltre trent’anni rispetto alla morte del «prete rosso», fra la tradizione musicale veneziana e la nuova vita culturale che il conte-collezionista aveva edificato sul Canal Salso, la stessa villa in cui, nello studiolo del piano superiore, erano custoditi gli autografi vivaldiani. Nel teatrino fu rappresentato anche l’Orfeo di Gluck, opera che Durazzo stesso aveva contribuito a promuovere durante gli anni viennesi, in occasione della visita di Massimiliano III Joseph di Baviera. L’attività artistica Il conte non era soltanto committente, ma vero regista di un’intensa vita culturale. Boscovich lo ritrae mentre dirige personalmente pittori, falegnami, intagliatori, giardinieri e zappatori, coordinandoli «appunto come un maresciallo regola la sua armata». A tutto questo si aggiungeva l’attività letteraria dello stesso Boscovich, che, sollecitato dal conte, componeva all’improvviso epigrammi latini sulla vita quotidiana della villa, testimonianza di come la dimora fosse non solo luogo di lusso, ma vero laboratorio culturale dove pittura, scultura, architettura, musica e poesia si intrecciavano. Durazzo ospitò nella villa e al Teatro Balbi artisti di tutta Europa. Il Teatro Balbi, fatto costruire dai nobili fratelli Filippo e Alvise Balbi a partire dal carnevale 1777-1778 nella zona delle Barche, si rivelò presto all’avanguardia rispetto al San Bartolomeo di Venezia, sia per gli aspetti architettonici che tecnici, e divenne il naturale prolungamento della vita culturale della villa. Il pittore genovese Giovanni David, che frequentò Venezia dal 1774 al 1776, realizzò per la contessa Ernestine l’opera Amor disarmato (1776) e avviò, grazie alla scuola di acquatinta che Durazzo aveva creato nel magazzino della villa, una carriera di incisore di primo livello. Il suo lavoro sulle incisioni sarebbe diventato il nucleo fondativo della Collezione Albertina di Vienna. Tra gli ospiti illustri della villa si annoverò anche il conte Kaunitz, la cui visita a Venezia fu salutata con grande soddisfazione dal conte Giacomo come uno dei momenti più graditi dell’intero soggiorno mestrino. Gli ospiti illustri: Mozart a Palazzo Loredan Uno degli eventi più rilevanti del mandato veneziano fu la ricezione ufficiale dei Mozart nel 1771. Wolfgang Amadeus, allora adolescente già famoso, e suo padre Leopold arrivarono a Venezia l’11 febbraio in pieno Carnevale. I Mozart avevano già conosciuto Durazzo a Vienna nel 1762. A Venezia, il 3 marzo 1771, furono ricevuti ufficialmente a Palazzo Loredan. Durazzo facilitò i loro contatti con i circoli culturali veneziani, tra cui quello dell’abate Giammaria Ortes, che accompagnò poi i Mozart fino a Padova lungo la Brenta. Il giardino Era forse la parte più celebrata della residenza, e Boscovich inizia proprio da lì la sua descrizione. Rivolto verso mezzogiorno, si estendeva con parterre disegnati, viali coperti di verzura, agrumi, fiori e pianticelle. Sul fronte strada, «belle spalliere, i vialetti, gazzoni figurati, tutto quello che a chi passa per strada possa annunciare subito il buon gusto, e la magnificenza del padrone di casa». Al centro campeggiava il «grande circolo equinoziale somigliante a una parte di sfera armillare», dorato, che mostrava «l’equinozio e le ore», strumento scientifico e decorativo insieme, laboratorio astronomico a cielo aperto. Il serraglio ospitava pappagalli, pavoni, canarini, galline faraone, conigli e mammiferi esotici, tra cui un rarissimo orsetto americano destinato imbalsamato al naturalista Buffon perché mancava nel suo Cabinet de Curiosités d’Histoire Naturelle di Parigi. Un telescopio gregoriano alto due piedi permetteva di osservare i satelliti di Giove e le stelle fisse. Lungo la strada si trovava la Caffehaus, dove il conte e gli ospiti osservavano i viandanti sul Canal Salso: «chi a piedi, chi a cavallo, chi in sedia, chi in carrozza… e in esso gondole, peottine, barchette coperte, piene spesso di gente… per cui concorre a Mestre mezza Venezia». L’orangerie completava il quadro di una residenza che era al tempo…
Villa e Parco Ponci
Villa e Parco Ponci | Discovery Mestre Villa e Parco Ponci Un’oasi verde perduta a Mestre Il ricordo di Giancarlo Angeloni Sul sfondo se vedeva quea maraviglia che jera el bosco de Ponci. El pareva una foresta co quei alberi co un tronco cussì grosso che do persone jera intrigàe a imbrassàrlo. Drento ghe jera un lago co un canal che scominsiava da na parte e el finiva da staltra parte del lago cussì che se gavesse podesto vardàr tutto da l’alto se gavarìa visto la figura de un anèo, (el canal), col briànte (el lago). Ogni tanto che jera dei pontesèi senza sonda, come que che se vede sue istampe cinesi che te fasseva passar de qua e deà del canal o rivar su na isoloèta che ghe jera in meso al lago e chea gaveva sora na caseta fatta nello stesso stile dea villa Ponci. El lago el jera pien de pessi pèrsego che quando chei se moveva drento l’acqua schiarada col sol, pareva chei infassasse co l’arcobàlen…. ghe jera fiori dapartuto, de quei che cresseva in acqua e de quei che cresseva in terra e l’aria piena de profumi e de oseèti da un àlbaro a àlbaro e che subiando i faseva na musica che dopo non go mai sentito; na volta go visto parfin un martin pescatore chel pareva un lampo azzurro che se impirava in acqua par vantar na spinariola. Quando sul libro de reigion lezevo del Paradiso terrestre, me figuravo chel fusse proprio cussì… (Testo tratto da …te te ricordì. Amarcord di un mestrino originario, Centro Studi Storici di Mestre) I Ponci da Mantova a Venezia I Ponci furono una famiglia mantovana che si trasferì a Venezia nel 1816, dove rilevarono la farmacia sita vicino alla Chiesa di Santa Fosca, Cannaregio. Questa attività aveva già oltre un secolo di vita quando passò di mano ai nuovi proprietari. La struttura che accoglieva la farmacia è ancora esistente e ospita altre attività: è un vero e proprio museo che racconta com’erano le farmacie tra il Settecento e l’Ottocento, oltre a far ammirare l’arte dei maestri intagliatori veneziani dell’epoca. La fama della Farmacia Ponci divenne tale da meritare un articolo nel 1934 su una rivista nazionale: «A Venezia la Farmacia Ponci a S. Fosca è conosciuta e ricercata dai forestieri per il suo ambiente signorile con fedeltà conservato come in antico; essa ricorda i vecchi tempi, quando, sotto il saggio governo della Serenissima, tutte (o quasi tutte) le botteghe da Spezier amavano presentarsi nella suggestiva veste di una proprietà elegante…». Così scriveva nel 1934 il Pedrazzini. Trasferitasi a Mestre, la famiglia Ponci acquistò nel 1902 il parco e la peschiera di Villa Giustinian della famiglia Gobbato, edificio che si trovava dove oggi sorge l’ex scuola De Amicis. I Gobbato avevano puntato sulla realizzazione di una scuola maschile all’interno della villa, la scuola De Amicis, con fortune alterne, finché non la demolirono nel 1902 per realizzare l’edificio che ancora oggi possiamo vedere in Via Pio X. Il parco fu ceduto ai Ponci. Il parco e la peschiera si estendevano al di fuori dell’area del Castello, in quello che molti in passato chiamavano il giardino (vedasi Fapanni), sito dietro la chiesa di San Girolamo. Il giardino di Mestre dev’essere stato molto bello: la Porta del Miglio o del Molino, posta circa dove oggi si incrociano Via Caneve e Via Slongo, era soprannominata anche Porta del Giardino (sempre il Fapanni). Va ricordato inoltre che all’interno del castello scorreva un canale artificiale proveniente dal Ramo della Beccaria del Marzenego, lungo l’attuale Via San Girolamo, che mediante una deviazione alimentava un mulino. Tale deviazione scorreva lungo la via tra Via San Girolamo e il parcheggio di Parco Ponci, per poi sfociare nell’Osellino. Le dimensioni del parco sono note dalla carta del 1937: andavano dal parcheggio di Parco Ponci all’Osellino, e da Via Caneve all’attuale Riviera Magellano. Al suo interno vi erano tre ettari di alberi secolari ad alto fusto e un laghetto alimentato probabilmente dal ramo del Rio di San Girolamo. La villa viene descritta come uno chalet in legno e pietra che, dando le spalle alla chiesa di San Girolamo, si affacciava sull’acqua. Era un piccolo gioiellino che ancora oggi si fa rimpiangere in città. Nel parco vi erano statue e un gazebo, mentre i Ponci potevano dilettarsi ad andare in barca sul laghetto. Mestre nel tempo ospitò diverse ville di varia natura e fattezza, ma ben poche di queste sono rimaste. Basti pensare alla maestosa villa del Durazzo, o a Villa Erizzo, che venne smembrata un pezzo per volta per permettere l’edificazione di nuovi palazzi e che oggi ospita la Biblioteca centrale di Mestre VEZ. Un’altra villa di prestigio sopravvissuta è Villa Querini dei Conti Querini Stampalia di Santa Maria Formosa. Antefatto: le preoccupazioni dell’ing. Antonio Rosso La preoccupazione per una possibile speculazione fu espressa in tempi non sospetti dall’ingegner Antonio Rosso, autore di due Piani Regolatori a Mestre nel 1934 e nel 1937. Il suo cruccio era l’assenza di vincoli sul parco. Il PRG, in effetti, arrivò solo nel 1960: a giochi ormai fatti. Una storia di speculazione La giunta guidata dal sindaco Gianquinto Giobatta aveva progetti edilizi su quest’area, nel cuore di Mestre, e per realizzarli doveva convincere gli eredi del farmacista Ponci a cedere l’intera proprietà. Fu fatta un’offerta di circa cinquecentomila lire che però venne rifiutata. Ma quell’area era ormai diventata troppo importante. Le cronache — ricavate dagli articoli de Il Gazzettino di Venezia e de La Nuova Venezia — raccontano che un certo geometra Ugo Argenta convinse la famiglia Ponci che vi era un grande progetto già approvato e che il terreno sarebbe stato reso edificabile in breve tempo. Con tali promesse si fece nominare amministratore unico del loro patrimonio. L’inghippo proseguì con la commissione a un architetto di un progetto per quell’area e persino con l’acquisto di una pagina de Il Gazzettino per pubblicizzare la vendita di villette — dimore che, ovviamente, non furono mai costruite. Pare che in una sola notte del novembre 1947 un gruppo di taglialegna del Friuli abbatté tutti o quasi tutti gli alberi, devastando per sempre un’area preziosa per la città. Il geometra Argenta fuggì poi in Venezuela, lasciando la famiglia Ponci in balia degli eventi da lui creati. Fu così che la giunta comunale di Angelo Spanio si accordò con gli eredi per ottenere in regalo metà del parco, rendendo edificabile il resto. Sulle macerie nasce Via Pio X Nella metà dell’area divenuta edificabile furono create Via Pio X — fatta passare anche sopra al giardino della scuola De Amicis — Via Fapanni, Via Giardino, Riviera Magellano e Piazzale Cialdini. I palazzi totalmente sproporzionati e fuori contesto costruiti su quest’area sono l’emblema di come a Mestre si sia sempre preferito il cemento alla conservazione del verde. Com’era la Villa dei Ponci Cartolina d’epoca con Villa e Parco Ponci Particolare del giardino del Parco Ponci con statue La villa nel Parco Ponci Particolare del laghetto di Parco Ponci Una gita in barca sul laghetto Il Rio Girolamo prosegue verso il laghetto dei Ponci Mestre dal campanile di San Lorenzo verso nord-est: la città e Parco Ponci Mappe e documenti Pubblicità Farmacia Ponci Attualmente parte della Farmacia Ponci ospita The Merchant of Venice della famiglia Vidal Mestre, parte Parco Ponci: il piazzale asfaltato e la parte recintata destinata alla scuola Vecellio Una colonna nel Convento di San Girolamo, ciò che resta del parco Parco Ponci in una carta di Mestre del 1937 Non è difficile sovrapporre le due immagini e capire cosa ci sia oggi al posto del Parco Bibliografia …te te ricordì. Amarcord di un mestrino originario, Centro Studi Storici di Mestre. Articoli de Il Gazzettino di Venezia. Articoli de La Nuova Venezia. Sito Museo Unifarco. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il Borgo di Malgera (Mergaria)
Borgo di Mergaria | Discovery Mestre Borgo di Mergaria L’antico porto lungo la Fossa Gradeniga L’origine del nome L’origine del nome della località di Marghera va cercata in questo piccolo borgo sorto lungo la Fossa Gradeniga (Canal Salso), che si costituì a partire dal XIII secolo ma che ebbe il suo maggior sviluppo economico e demografico proprio grazie alla realizzazione di questo canale artificiale voluto da Venezia per collegare Mestre a Venezia. Nei primi documenti veneziani che citano questo borgo si usa solo il nome Mergaria, che dovrebbe essere il nome originario; nell’arco dei suoi circa cinque secoli di vita, nelle cartografie in cui compare, viene spesso declinato con nomi diversi: Melgera, Mergaria, Margara, Malghera, Marghera. Come sostengono Redi Foffano e Dario Lugato nel loro libro Da Margera a Forte Marghera, il nome Malgera potrebbe essere stato un dispregiativo nato a Venezia per indicare le pessime condizioni di salute di un certo periodo storico. Quanto all’etimologia, Wladimiro Dorigo ipotizza che il nome derivi dal latino maceria (“muro a secco”), alludendo al pietrame usato dai romani per delimitare le proprietà. Giovan Battista Pellegrini, traendo spunto dall’antica forma Malghera — quindi in contrasto con Foffano e Lugato — lo ritiene piuttosto un fitonimo derivato da melina, una pianta erbacea endemica in quei luoghi. Un’ulteriore etimologia, basata sull’antica forma Mergaria, lo avvicina al verbo latino mergo (“immergo”), con il significato di “luogo dove è concesso affondare i relitti”: un punto, generalmente istituito presso tutti gli antichi porti, in cui le vecchie imbarcazioni dal legno ormai marcito venivano affondate. Antefatto: dal Porto di Cavergnago alla Fossa Gradeniga Il territorio su cui sorse il Borgo di Mergaria faceva inizialmente parte del dominio trevisano ed era collocato al confine con la Serenissima — un territorio che Venezia rivendicava da tempo. L’antagonismo tra le due realtà venete portò Treviso a realizzare la sua torre l’11 luglio 1318, a poche centinaia di metri dalla Torre di San Giuliano (del 1209): l’una in terraferma, l’altra sull’isola di San Giuliano lungo il Canale di San Severo. Due torri che ebbero due destini diversi, con quella trevisana abbattuta verso la fine del XVI secolo. Prima della conquista veneziana del castello di Mestre da parte di Andrea Morosini il 29 settembre 1337, in questo borgo sorgeva la Chiesa di San Giovanni Battista che, secondo Foffano e Lugato, era sede di un monastero e di un ospitale — forse addirittura dei Templari. La presenza di un ospitale suggerisce che questa via fosse percorsa da merci e persone già prima della realizzazione della Fossa Gradeniga. Con il definitivo abbandono del Porto di Cavergnago (29 novembre 1391) e la realizzazione della Fossa Gradeniga, Mergaria acquisì anche l’importante ruolo di porto per merci e uomini, oltre che di sede daziale per la Serenissima. L’incremento esponenziale di attività portò alla nascita di Piazza Barche e allo sviluppo del Borgo di Mergaria. Un piccolo porto importante Con l’arrivo dei veneziani sul territorio mestrino iniziò una riqualificazione del territorio e la realizzazione di nuovi edifici anche nel piccolo borgo di Mergaria, di cui troviamo questa testimonianza: «De domibus faciendis in Mergaria et bucca sigloni pro habitatione custodum […] ordinamus, quod in Mergaria et bucca sigloni in locis utilioribus et magis idoneis fiat una domus competens cum turrisella […] in quibus custodes tute, commode et continue valeant habitare…» Questa citazione ci permette di conoscere il periodo in cui i veneziani presero possesso effettivo del borgo, sotto il Doge Francesco Dandolo (1329–1339), e che la sua trasformazione iniziò prima della realizzazione della Fossa Gradeniga, seppur di pochi anni. Nell’arco dei secoli questo piccolo borgo si era sviluppato fino a includere una chiesa dedicata al Santissimo Salvatore, un piccolo porto, un’osteria e varie case coloniali. Un borgo che resistette per oltre 550 anni. La citazione fornisce anche un’altra informazione: già prima della Fossa Gradeniga esisteva una via di accesso per l’entroterra che i veneziani chiamavano “Siglon”, di cui si sono poi perse le tracce. Per questo piccolo porto passava una rotta commerciale diretta a Cannaregio, che generava un cospicuo introito per la Serenissima attraverso i dazi sulle merci in transito. Il governo veneziano temeva però che nei magazzini ivi presenti si commettessero contrabbando e malaffari. Come evidenziato nella pagina dedicata alla Scuola di San Nicolò dei barcaiuoli, esisteva un traghetto che da Mestre portava merci e persone a Cannaregio, passando per Mergaria. Si ricorda che il Canale di Cannaregio si chiamava un tempo Canale di Mestre. Il Carro di Marghera Nel 1462 venne realizzato nei pressi del borgo un argine che impediva all’acqua del Canal Salso di mescolarsi con l’acqua della laguna. Venezia aveva osservato che quando queste due acque a diversa salinità si univano davano origine a un ambiente ideale per la formazione di canneti e altre piante che ostacolavano la navigazione. La realizzazione di questo argine ebbe diverse conseguenze per il borgo. Le barche dirette alla laguna erano costrette ad aggirare l’ostacolo mediante un argano che le sollevava e le ricollocava in acqua, aumentando i costi di trasporto verso e da Venezia. Questo argano prese il nome di “Carro di Marghera”. L’aumento dei costi causò un crollo del traffico sulla Fossa Gradeniga e una grave crisi economica per il borgo. Un’ulteriore conseguenza fu che molti mercanti e viaggiatori preferivano proseguire verso la laguna in carrozza lungo la Via delle Motte, sottraendo lavoro e reddito ai residenti locali. Per consentire alle carrozze di raggiungere il Borgo di Margera fu eretto nel 1502 un ponte in legno, poi ricostruito in mattoni nel 1589. Sotto il ponte scorreva un ramo del Marzenego diretto verso Fusina; all’epoca le acque del canale di Mestre confluivano sia nella Fossa Nova — detta Osellino, realizzata nel 1507 — sia in questo ramo secondario. Nonostante i danni e i problemi causati dal Carro, ci vollero oltre 150 anni per farlo demolire (1615) e riaprire il canale alla laguna, facendo tornare a fiorire l’economia del Borgo di Mergaria. Pochi anni dopo fu anche chiuso il ramo del Marzenego che passava sotto il ponte di Mergaria, lasciando che tutte le acque del fiume fossero convogliate nella Cava Nova. La trasformazione dopo il 12 maggio 1797 Dopo la conquista di Venezia da parte di Napoleone, il Trattato di Campoformio assegnò Venezia al Sacro Romano Impero. Gli austriaci decisero di realizzare in quest’area delle fortificazioni — embrione di quello che sarebbe diventato Forte Marghera — con lo scopo di difendere la città lagunare da eventuali attacchi provenienti dall’acqua. La posizione era strategica: di fronte al Canale di San Secondo, in ottima posizione rispetto a Cannaregio, poteva difendere questo tratto di laguna dall’arrivo di eventuali nemici sia via acqua che via terra. Per realizzare ciò, gli austriaci dapprima utilizzarono la chiesa del Santissimo Salvatore come caserma, poi adibendo gli edifici più grandi a caserme o magazzini. Alcuni furono riservati agli ufficiali, mentre altri, ritenuti inutili, furono demoliti. L’area subì uno stravolgimento tale da renderla irriconoscibile, e con il tempo si perse gran parte della memoria dell’antico borgo di Mergaria. Il Borgo di Margera in alcune cartine Particolare della carta del 1692 con la chiesa e il ponte di Margera (Archivio di Stato di Venezia) Chiesa di Malgera. Particolare Mappa Domenico Contino. 2 Marzo 1654 Il borgo di Malgera. Particolare della mappa di Domenico Margutti. 29 Marzo 1691 Cartografia del 1520 circa — Borgo di Marghera con la torre e l’isola di San Zulian (Archivio di Stato di Venezia) Mappa di Tommaso Scalfuroto del 1779, l’antico borgo di Marghera (Archivio di Stato di Venezia) Borgo di Marghera nel disegno di G. Patron del 1781 (Archivio di Stato di Venezia) Il Carro di Fusina, che doveva essere simile al carro di Mergaria Carro of Lizza-Fusina (Zaffosina). La pedana su cui veniva spostata la barca Bibliografia Foffano, Redi; Lugato, Dario. Da Margera a Forte Marghera, Edizioni Multigraf. Voce Marghera su Wikipedia. Pellisier, Lionello. Storia di Marghera — L’antico Borgo di Marghera. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.