I Molini di Mestre 

Mappa antica di Mestre con i molini lungo il Marzenego
Patrimonio storico

Molini di Mestre

Mappa interattiva dei molini storici di Mestre

6 molini

Censiti lungo il corso del fiume Marzenego nell'area attigua a Mestre.

Sul Marzenego

I molini citati sorgevano sul Marzenego.

Storia mestrina

Fonti documentate, archivi e ricerche originali di Discovery Mestre.

Genesi e sviluppo tecnologico

Il mulino è uno dei congegni più antichi della storia umana. Nelle sue forme più arcaiche la macinazione avveniva attraverso l'oscillazione manuale di una pietra superiore su una inferiore, con l'errata convinzione che l'efficacia dipendesse dal peso della mola e non dal movimento. La svolta fu l'introduzione della macina rotante a moto continuo. Sebbene Vitruvio avesse già descritto la forza idrica nel I secolo a.C., l'Europa tardò ad applicarla per il basso costo della manodopera schiavistica: fu solo tra i secoli IX e XI che il rincaro del lavoro e la ripresa demografica resero il mulino ad acqua indispensabile. Il salto decisivo avvenne intorno al XII secolo, quando l'asse di rotazione passò dalla posizione orizzontale a quella verticale. Da quel momento il mulino smise di essere uno strumento esclusivamente agricolo: azionava frantoi, cartiere, segherie, follerie e magli.

I mulini del territorio veneziano

Nel territorio veneziano la presenza di mulini è documentata già dall'anno Mille. I termini lessicali ne indicano la funzione: il pestrin a trazione animale, l'aquimolo ad acqua, il sandon natante su imbarcazione piatta. Un documento dell'819 d.C. relativo al monastero di S. Ilario attesta già la presenza di questi impianti nell'area. Nelle zone lagunari si diffusero i mulini a marea, documentati a San Pantalon già nel 1107; i mulini a vento comparvero in situazioni d'emergenza, come durante l'assedio del 1378.

Sul Marzenego la presenza di mulini è segnalata dall'XI secolo ma è certamente anteriore. A metà Cinquecento ne furono censiti diciotto, distribuiti fra Piombino Dese e Mestre; il numero rimase pressoché costante nel tempo — diciannove nel 1781, diciassette nel 1828, diciotto ancora nel 1920 — mentre aumentò la capacità produttiva. Tutti erano adibiti alla macinatura dei cereali, con qualche specializzazione: pilatura del riso nella proprietà Morosini di Piombino, segheria nello Scabello di Trivignano, follone per la lana sull'affluente Draganziolo a Noale nel 1870.

Gli impianti erano tutti a struttura fissa con ruote a pala che pescavano direttamente nell'alveo. L'acqua veniva convogliata in una gora e, sceso un piano inclinato detto perfil, faceva girare la ruota nella cuna. La bova maistra regolava il flusso per le pale; le bove bastarde venivano aperte durante le piene per far defluire il fiume.

Il controllo istituzionale

Per la Repubblica di Venezia l'acqua era dominio pubblico assoluto. Il Magistrato alle Acque vigilava sul territorio; i Provveditori sopra beni inculti gestivano le bonifiche. L'interesse della Serenissima non era solo fiscale: i mulini interferivano con l'equilibrio idraulico del territorio. Il flusso dei prodotti agricoli veniva convogliato verso Rialto per garantire l'esazione del dazio macina. Nel 1501 furono aperti mulini pubblici a Mestre fuori dalla porta per Altino, su fosse scavate lungo il Terraglio: furono chiusi dopo trent'anni per i problemi di impaludamento che le rogge provocavano. Sempre vicino a tale porta, che era sita in prossimità dell'attuale Via Caneve, fu realizzata una folleria, dal latino follis, che significava originariamente «mantice», «sacco di cuoio» o «pallone pieno d'aria».

L'abuso cronico dei mugnai aggravava la situazione: innalzavano sistematicamente la soglia del mulino con pietre, tavole o fascine di canne per ottenere una caduta maggiore e una forza motrice più costante, creando un tappo che in caso di piena facilitava l'esondazione a monte. Nel 1532 il perito Giacomo Dall'Orologio fu inviato sul Marzenego per ordinare l'abbassamento dei livelli idrici.

La Terminazione Zorza

Il 28 novembre 1533 il podestà di Mestre Pietro Zorzi, affiancato dal perito bresciano Cristofolo Baruco, pubblicò la Terminazione Zorza: dodici capitoli che regolavano ogni aspetto della vita del fiume e degli impianti, rimasti testo legislativo di riferimento per il Marzenego fino alla caduta della Repubblica. Le norme imponevano l'escavazione dell'alveo ogni cinque anni, vietavano ostruzioni nel fiume, disciplinavano le bove e i palanconi. Ogni intervento strutturale richiedeva l'autorizzazione dei Provveditori.

L'elemento più simbolico era la pietra di S. Marco o Zorza: una lastra di marmo inamovibile affissa su ogni mulino recante la scritta Mensura passus ab infra, che indicava la distanza esatta — un passo veneziano, circa 1,73 metri — tra la pietra e il piancone di fondo. Spostarla comportava il taglio della mano e il bando per venticinque anni. Ogni nuovo Rettore veneziano era tenuto a ripubblicare la Terminazione nelle piazze e nelle chiese: nessun mugnaio avrebbe potuto invocare l'ignoranza.

La norma faticò tuttavia a trovare piena applicazione. Per usura del tempo e per la malizia dei monari le bove bastarde finirono distrutte. Nel 1656 si decise di sostituirle con stramazzi fissi in pietra. Ancora nel secondo Ottocento il Consorzio Dese lottava con i mugnai perché rispettassero i livelli indicati dalla pietra consorziale, che aveva ormai sostituito la pietra zorza.

Proprietà, contratti e figura del mugnaio

La proprietà dei mulini passò progressivamente dagli enti ecclesiastici al patriziato veneziano, che li considerava terra-capitale ad alta rendita. I contratti seguivano due modelli: l'investitura livellaria, a lungo termine fino a 29 anni, con diritto reale di godimento; e l'affitto, breve — 3-5 anni — con canoni in natura come farina, vino, pollame o uova.

Il mugnaio — monaro in dialetto veneziano — era figura di notevole complessità: tecnicamente specializzato nel calcolo delle correnti e nella manutenzione degli impianti, con un capitale liquido superiore alla media contadina, ma circondato da diffidenza. La malitia del monaro era uno stereotipo radicato: lo si accusava di frodare sul peso della farina e di innalzare abusivamente le soglie per proprio tornaconto. Gli inventari del 1614 e del 1684 mostrano che il mulino era anche un luogo di vita: accanto a molle, fusi, tramozze e palanconi, si trovavano letti, casse, pignatte di rame e stalle. Il valore di questi impianti arrivò a triplicarsi nel corso di un secolo.

Il declino

A porre fine alla storia dei mulini ad acqua del Marzenego non fu la politica idraulica ma l'introduzione del motore elettrico. Alcuni impianti, così ristrutturati, erano ancora in esercizio negli anni Ottanta del Novecento.

Galleria fotografica

Bibliografia

  • Sambo, Alessandra, «Per una storia del mulino. Tipologie e sviluppo in territorio veneziano», in Il Marzenego, "vivere il fiume e il suo territorio", Venezia 1985.
  • Pasqual C., Sorteni S., «Parole del fiume: mulino», in Il fiume Marzenego, disponibile su ilfiumemarzenego.it.

Dove sorgono i molini — mappa interattiva

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