Mestre Medioevale

Mestre nel Medioevo

Mestre nel Medioevo
Mura del Castello in Via Torre Belfredo

Mestre conserva tracce significative della sua storia medievale: i resti delle mura del castello, la Torre Belfredo, le chiese antiche e la trama urbana del centro storico raccontano una città che affonda le radici nel Medioevo. Un passato stratificato e spesso invisibile, che raccontiamo attraverso i nostri articoli.

Mestre Medioevale 03 Febbraio 2026

La Chiesa di San Lorenzo (Prima del Duomo)

La chiesa di San Lorenzo | Discovery Mestre La chiesa di San Lorenzo La prima chiesa del Borgo di San Lorenzo prima del Duomo La chiesa di San Lorenzo La Chiesa di San Lorenzo Levita Martire affonda le sue radici in un periodo anteriore al XII secolo, pur mancando tracce documentarie certe. Alla sua presenza si deve il nome del borgo cresciuto esternamente al Castelvecchio prima e al Castelnuovo poi. La popolazione residente all’interno della prima fortificazione, il Castelvecchio mestrino, raggiungeva la chiesa tramite una strada raffigurata in molte mappe antiche. Tale via ha lasciato spazio oggi a Via Antonio da Mestre, Via Ospedale Umberto I e, in parte, al tracciato che precedette Via Cesare Battisti (realizzata all’inizio del Novecento). Dopo la costruzione del Castelnuovo, la chiesa conservò il suo ruolo centrale, riconosciuto come chiesa arcipretale. L’edificio in questione non era l’attuale Duomo neoclassico (costruito tra il 1781 e il 1805 su progetto di Bernardino Maccaruzzi), bensì l’antica chiesa situata nel cuore di Mestre, che per circa sei o sette secoli accolse gli abitanti del borgo. Il testo preso in esame è redatto da Bonaventura Barcella, autore tra l’altro di Notizie storiche del castello di Mestre dalla sua origine all’anno 1832 e del suo territorio, in cui riportò ed elaborò, senza indicarne la paternità, le ricerche di Giovanni Battista Manocchi. Dignità istituzionale: arcipretura e collegiata La chiesa di San Lorenzo mantenne un ruolo centrale nella Diocesi di Treviso sin dal Medioevo, quando questa era divisa in quattro arcipreture principali: Mestre, Cornuda, Castelfranco e Quinto (XIV secolo). Mestre era una delle “matrici”, con giurisdizione su undici pievi, tra cui Favero (e Terzo), Maerne (S. Pietro in cattedra), Canizzano (S. Elisabetta), Martellago (S. Stefano) e Chirignago (citata all’epoca come Chierignago). Già nel 1292 gli atti attestano che i pievani di San Lorenzo esercitavano funzioni di vicari foranei, cioè pubblicavano atti solenni per conto del vescovo (comunicazioni ufficiali e decreti ecclesiastici superiori). Inoltre coordinavano e supervisionavano il clero locale, assicurando l’esecuzione delle disposizioni vescovili. Va sottolineato che la chiesa possedeva fin dall’età più remota il titolo onorifico di collegiata, che presupponeva un collegio canonico stabile, in questo caso di arciprete, per l’officio divino. Tale titolo fu solennemente rinnovato e riconosciuto dal vescovo Paolo Francesco Giustiniani con decreto del 26 settembre 1777, che ne sottolineava l’antica qualifica di capoluogo di una delle quattro arcipreture diocesane e la presenza di un clero collegiale residente. Il Senato Veneto ratificò il provvedimento il 29 maggio 1779, autorizzando l’uso delle onorificenze delle collegiate veneziane, tra cui la zanfarda (vesti e calze violacee) per il clero. Evoluzione architettonica dell’antica chiesa L’antica chiesa sorgeva fuori dalle mura del Castello di Mestre, nel Borgo di San Lorenzo (che prese il nome da essa), esattamente nello stesso luogo dell’edificio attuale. Un documento notarile del 1192 riporta, fra l’altro, la dicitura «Actum sub porticu Ecclesiae S. Laurentii de Mestre», dalla quale si deduce che già in quell’epoca esisteva la chiesa intitolata a San Lorenzo e che davanti ad essa era stato realizzato un portico esterno che fungeva da tribunale e da ufficio pubblico dove si rogavano atti giudiziari e notarili. La chiesa ha convissuto per secoli con la vicina Scoletta dei Battuti (oggi Istituto di Cultura Laurentianum), confraternita giunta a Mestre nel 1302. La vita spirituale dei confratelli era guidata dalle regole scritte nella loro Matricola e aveva la Beata Vergine Maria come protettrice principale, seguita per importanza da San Lorenzo, definito “protettore e difensore” della Scuola (fonte: Bonaventura Barcella). Questo legame devozionale influenzò l’identità della comunità: nel 1656 San Lorenzo fu ufficialmente riconosciuto in atti pubblici come patrono principale della Terra di Mestre. Sappiamo che la chiesa dell’ospedale dei Battuti fu eretta ad oratorio il 5 agosto 1676 dall’arciprete Giacomo Porri, che vi celebrò messa. Si suppone inoltre che nei secoli passati la Chiesa di San Lorenzo fosse usata in talune occasioni come chiesa per le funzioni dei Battuti e di altre scuole mestrine. Il rifacimento del 1446 segnò un momento di profonda trasformazione per l’antico edificio medievale, rappresentando un chiaro tentativo di adeguare la struttura alle crescenti necessità della comunità di Mestre. In quell’anno la chiesa venne riprogettata acquisendo una pianta a tre navate, un’evoluzione architettonica resa possibile dall’intervento diretto del Consiglio della Comunità, che finanziò l’acquisto di otto colonne per sostenerne i nuovi archi. All’interno si trovava un’unica cappella laterale dedicata alla Santissima Croce, eretta per donazione della famiglia Dalla Croce (come attesta il testamento di Maria Dalla Croce del 1593, che la definiva «dei suoi antenati»). La famiglia ne curò l’arredo commissionando una preziosa tela di Rocco Marconi, inserendola in un contesto artistico veneziano di grande rilievo. Dell’opera si sono perse le tracce dopo la demolizione della chiesa, già ignote al Barcella nel 1855. Nella seconda metà del XVIII secolo, a causa dell’incremento demografico, l’antico edificio divenne insufficiente, degradato e angusto. Nel 1770, giudicata vetusta e rovinosa, il Consiglio dei Cittadini ne decretò la demolizione per erigere un nuovo tempio a navata unica, progettato da Bernardino Maccaruzzi. I lavori iniziarono nel 1781; la vecchia struttura fu abbattuta nel 1792 e il nuovo edificio neoclassico fu completato nel 1805. Un cimitero in stato di abbandono al campanile che sopravvisse Da una perizia di Tommaso Scalfarotto datata 16 marzo 1772 sappiamo che il cimitero si estendeva attorno alla chiesa, in particolare sul lato nord-ovest, sul fronte dell’edificio e sul lato sud-ovest, dove confinava direttamente con la Scoletta dei Battuti. La perizia, redatta proprio mentre si decideva la costruzione del nuovo Duomo, fu consegnata ai Provveditori alla Sanità. In essa il cimitero appariva insalubre: le mura di recinzione erano crollate e al suo interno vagavano maiali che, nella ricerca di radici e cibo, arrivavano a disseppellire i resti dei defunti. Scalfarotto chiedeva non solo il ripristino del decoro, ma il trasferimento in una sede più idonea. Cinque giorni dopo, i provveditori sollecitarono il provveditore di Mestre a intervenire immediatamente. Prima di Napoleone quasi tutte le chiese veneziane e dell’entroterra avevano piccoli cimiteri attigui all’edificio religioso; questo valeva anche per San Rocco e San Girolamo. Napoleone impose sepolture isolate e distanti dalle abitazioni in quanto tale pratica era insalubre. A Mestre un nuovo cimitero venne progettato da Giobatta Manocchi il 26 ottobre 1811. Il nuovo cimitero di Mestre fu realizzato nell’arco di decenni e il monumentale prese forma molto dopo. Nel 1855 Bonaventura Barcella registra ancora un’area cimiteriale presso il Duomo; parte dell’area occupata dall’antico cimitero servì infatti a ospitare l’edificio neoclassico, più ampio del precedente. Elemento di continuità tra antico e nuovo è il campanile, che non seguì la sorte della sua chiesa e possiamo ancora ammirarlo esattamente come facevano cinque secoli fa. Esso fu infatti realizzato nel 1515 ed è costituito da una torre solida, semplice ed elevata, con linee essenziali. Prosopografia dei parroci e arcipreti La serie dei parroci è documentata a partire dal 1232 con Enrico, primo nome attestato. Bonaventura Barcella compilò un elenco completo fino al 1832 (poi esteso al 1855), testimoniando l’evoluzione della guida spirituale e il legame tra clero e comunità mestrina. Tra le figure più rilevanti prima della demolizione del 1792 si ricordano: Enrico (1232): citato in un atto vescovile per l’istituzione di canonicati a Treviso. Jacopo (1292): incaricato dal vescovo di Treviso di pubblicare scomuniche, con funzioni simili a quelle degli odierni vicari foranei. Matteo dalla Strada (1429): sacerdote e notaio. Jacopo de’ Spini (1464): sacerdote veneziano eletto dalla Comunità di Mestre. Pietro Basso (1469): notaio, rogò testamenti per cittadini locali. Nicolò de’ Crescenzi (1477): insigne Dottore dei Decreti. Girolamo Fior (1540): menzionato in atti testamentari fino al 1547. Andrea Trevisan (1546-1574): canonico di Treviso, resse la parrocchia come commendatario risiedendo fuori città, nonostante le proteste dei cittadini; alla morte lasciò un capitale per due mansionerie. Camillo Trevisan (1578): canonico residente a Treviso; la cittadinanza insistette per la sua residenza in loco. Valentino Manetti (1586): originario di Tivoli. Antonio Caresini detto Massa (1600-1604): di famiglia cittadinesca, forse ex militare; morì a 29 anni. Flaminio Trevisan (1605). Fabio Andreoni (1606). Fiorino Onigo (1607): nobile trevigiano, autore di componimenti latini tra cui un Carme eroico. Francesco Porri (1609). Tommaso Tommasetti (1612-1621): illustre giurista, Dottore in ambedue le leggi; autore del manuale Flores Legum, con tredici edizioni europee. Girolamo Barbieri (1622-1637): resse la parrocchia fino alla rinuncia poco prima della morte. Giacomo Porri (1637-1680): cittadino mestrino, arricchì la chiesa di reliquie romane e istituì il suffragio dei morti; sotto il suo mandato fu inaugurato l’oratorio della Salute (1676). Alfonso Porri (1680-1703): nipote di Giacomo, morì a 60 anni. Lodovico Pamio (1703-1708). Andrea Sansoni (1708-1729): già parroco a Canizzano, pastore esemplare; lasciò legati preziosi alla Scuola del Santissimo Sacramento. Giovanni Antonio Zuliani (1729-1770): membro del Consiglio Civico, donò una reliquia della SS. Croce; guidò la parrocchia per oltre quarant’anni. Giacomo Albrizzi (1770-1800): Dottore in Teologia e noto predicatore; sotto la sua guida la chiesa ottenne il rinnovo del titolo di collegiata (1777) e iniziò la ricostruzione (1781); ospitò Papa Pio VI nel 1782. Galleria Immagini Schizzo della parte meridionale di Piazza Maggiore. Tommaso Scalfarotto, 21 marzo 1772 Savi ed Esecutori delle Acque Catastico (Particolare). Questa mappa del 1781 è di poco antecedente alla demolizione Savi ed esecutori delle Acque Serie Diversi Bibliografia “Della chiesa arcipretale e collegiata di S. Lorenzo Levita Martire di Mestre e dei Parrochi che la ressero dal secolo XIII sino al presente, Cenni Storici”. Scritti di Bonaventura Barcella e altri autori (pubblicato nel 1855 dalla Fabbriceria e dai Priori della Confraternita del Santissimo Sacramento in occasione dell’ingresso dell’Arciprete Paolo Colferai). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Medioevale 01 Febbraio 2026

Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio

La terra di Mestre: mille anni di storia nell’area del Castelvecchio | Discovery Mestre Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio Dal Castelvecchio all’Ospedale Umberto I Genesi e importanza strategica del Castelvecchio La storia del sito che oggi ospita il complesso dell’ex ospedale Umberto I di Mestre rappresenta una narrazione millenaria di trasformazioni urbanistiche, militari e sociali che definiscono l’identità profonda della città. Sebbene la tradizione storiografica locale, definita spesso come “vulgata”, suggerisca che la prima fortificazione sia sorta sulle vestigia di un antico castrum romano, le fonti precisano che tale ipotesi rimane esclusivamente un’ipotesi scientifica non verificata, poiché non sono mai state effettuate rilevazioni archeologiche nell’area in grado di confermare una genesi romana o la presenza di insediamenti di quell’epoca. La documentazione storica certa pone invece la nascita dell’insediamento fortificato nell’anno 994, quando l’imperatore Ottone III, attraverso un celebre Diploma imperiale, concesse il territorio di Mestre ai Conti di Collalto. In questo periodo arcaico, la città si strutturava attorno alla cosiddetta Isola di San Lorenzo, un lembo di terra dove il potere militare, rappresentato dal primo castello poi denominato Castelvecchio, e quello religioso, identificato nella Pieve di San Lorenzo, costituivano i due poli fondamentali della vita comunitaria. Tale assetto ricevette un’ulteriore legittimazione nel 1152, quando la bolla pontificia Justis fratrum di papa Eugenio III confermò al vescovo Bonifacio la proprietà della fortificazione, della pieve e del fondamentale porto di Cavergnago. La conformazione di questo primo nucleo difensivo è deducibile dall’analisi della cartografia storica, che evidenzia i segni degli antichi alvei del fossato alimentato dal fiume Marzenego. Questo sistema idraulico circondava l’abitato, sfruttando la naturale protezione offerta dal fiume a nord e dal percorso originario dell’antico Musone a sud. Le difese si evolsero nel tempo, passando da una primitiva palizzata lignea a una muraglia in pietra rafforzata da torri e porte munite di ponti, note come battifredo. Queste torri, originariamente realizzate in legno e ricostruite in pietra nel XIV secolo per resistere alle nuove macchine d’assedio, fungevano da punti di avvistamento e difesa dell’ingresso cittadino. Sulla loro sommità era posta una campana per dare l’allarme e spesso la struttura era allargata al primo piano per permettere alle guardie di compiere la ronda. All’interno di questo perimetro risiedeva il Capitano, un funzionario di nomina trevigiana incaricato della difesa militare della supervisione economica del territorio. Il Capitano gestiva la riscossione della muda, termine che deriva da “mutuare” o tassa, una gabella riscossa dal “mudaro” sul transito di merci e persone. Questa attività garantiva ai governanti entrate cospicue, poiché Mestre costituiva l’unico punto di raccordo terrestre obbligato tra la laguna veneziana e l’entroterra, trovandosi all’incrocio tra il Terraglio verso Treviso, la Castellana verso l’Impero d’Occidente e la Padovana verso Mirano. Il declino militare e la transizione agraria L’importanza strategica del Castelvecchio lo rese oggetto di frequenti attacchi da parte delle signorie che si contendevano il dominio sul Veneto, tutte desiderose di conquistare un avamposto capace di mettere in difficoltà la potenza di Venezia. Tuttavia, la struttura iniziò a mostrare segni di decadenza già nel XIII secolo, quando non era più all’altezza delle nuove tecniche belliche. Un evento di particolare gravità si verificò nel 1274, quando un vasto incendio distrusse gran parte della fortificazione e la residenza del patrizio veneziano Tommaso Querini, la cui famiglia era presente nell’area già da tempo. Tale episodio innescò una crisi diplomatica tra Venezia e Treviso, con quest’ultima che rispose alle richieste di risarcimento espellendo tutti i cittadini veneziani dal proprio territorio. Con la successiva costruzione del Castelnuovo, l’antica fortezza del Castelvecchio perse progressivamente la sua funzione primaria, venendo trascurata dalla Repubblica di Venezia che si limitò a riparazioni superficiali dopo la conquista guidata da Andrea Morosini. La vulnerabilità del sito emerse nuovamente durante la Guerra di Chioggia (1378-1381), quando Francesco da Carrara espresse la volontà di conquistare entrambi i castelli mestrini. Proprio da questo periodo storico alcuni fanno derivare i due soprannomi “Castelvecchio” e “Castelnuovo” ancora oggi in uso. La fine definitiva della fase castrense giunse nel 1434, quando le autorità veneziane decretarono la demolizione delle mura e il riutilizzo dei laterizi per nuove edificazioni cittadine. L’area interna, ormai priva di difese, fu destinata prevalentemente alla coltivazione agricola e affidata inizialmente al nobile Andrea da Mosto. In questo periodo si registrava ancora la presenza di una struttura signorile denominata Domus Magna e di alcune piccole abitazioni rurali, segnando il passaggio da centro di potere militare a zona di sfruttamento agricolo. Questa transizione fu favorita dalla fertilità dei terreni lambiti dal Marzenego, ma segnò anche l’inizio di una lunga fase in cui le vestigia medievali vennero gradualmente smantellate per recuperare materiale da costruzione per la nascente espansione urbana del borgo. L’epoca dei Canonici e l’Abbazia di San Giacomo Una nuova e significativa trasformazione ebbe inizio nel 1458, quando l’area del Castelvecchio appariva ormai ridotta a mura ed edifici abbandonati. Il 28 agosto 1458, il Doge Francesco Foscari indirizzò una lettera al Podestà di Mestre, Bartolomeo Pisani, chiedendo di concedere la struttura ai Canonici Regolari di San Salvador affinché vi edificassero un “recapito” per le loro faccende amministrative. Nacque così il Priorato di San Giacomo, la cui chiesa fu dedicata all’apostolo poiché si credeva custodisse una reliquia delle sue ossa. Questo insediamento religioso divenne un punto di riferimento non solo spirituale ma anche economico, poiché da qui il Priore poteva controllare le vaste proprietà dei canonici site nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban. La ricchezza derivante da queste proprietà consentì all’ordine persino di acquistare l’osteria del Cappello. I terreni circostanti furono affidati alla famiglia Querini e a vari coloni che trasformarono l’area in un polo di produzione agricola. Il prestigio dell’istituzione raggiunse il suo apice nel 1728 grazie all’iniziativa di Giovanni Santo Foscarini, priore di Mestre e cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Foscarini, sfruttando la sua influenza e l’amicizia con il Cardinale Francesco Barberini (o Bernini), riuscì a ottenere da Papa Benedetto XIII l’elevazione del priorato a rango di Abbazia il 26 aprile 1728. Tale promozione, compiuta senza il preventivo assenso della Serenissima o dei confratelli di San Salvador, generò tensioni politiche, ma fu infine accettata dal Senato veneziano il 10 settembre 1729. Tuttavia, l’esperienza abbaziale fu legata quasi esclusivamente alla figura di Foscarini, che rimase l’unico a ricoprire il ruolo di Abate prima di essere nominato Arcivescovo di Corfù nel 1732. Nonostante la partenza di Foscarini, il titolo di Abbazia restò formalmente attivo finché l’istituto religioso rimase operativo sul territorio. Attività produttive e insediamenti nobiliari Parallelamente alla vita religiosa del priorato, l’area del Castelvecchio mantenne per secoli una spiccata vocazione produttiva legata alla forza idraulica del fiume Marzenego. Lungo il Ramo delle Beccaria sorgeva infatti il Molino del Castelvecchio, una struttura essenziale per la molitura del grano e l’economia locale. Nel 1584, il patrizio Fedrigo Contarini tentò di ricostruire il mulino, all’epoca ridotto a rudere, proponendo di innalzare il salto d’acqua (l’antipetto) a due piedi e sei once per aumentare la potenza idraulica. Tuttavia, i periti della Repubblica di Venezia, Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo effettuato il 22 gennaio 1584, si opposero fermamente al progetto. Essi temevano che l’innalzamento del livello idrico avrebbe causato un ristagno prolungato delle acque nei campi vicini, favorendo il trasporto di sedimenti verso la laguna e minacciandone l’equilibrio idraulico strategico. Per tutelare la laguna, la richiesta fu respinta e il mulino non risorse mai più. Nello stesso periodo, l’area divenne meta di villeggiatura per la nobiltà veneziana. Tra le residenze più celebri vi era la Villa degli Zen, del Ramo di San Biagio, situata lungo il Marzenego nelle vicinanze del castello. La sua architettura era caratterizzata da quattro torri angolari che, secondo alcune interpretazioni, avrebbero dato origine al toponimo “Quattro Cantoni”, sebbene tale nome potrebbe riferirsi anche all’incrocio tra le aree di Carpenedo, Mestre, Perlan e Zelarino. Nel 1785, la proprietà degli Zen fu ceduta a privati — l’oste Andrea Drago e l’agrimensore Gio Batta Giuin — per essere trasformata in un’osteria e campi coltivati. La proprietà, estesa per circa cinque ettari, era collegata all’Abbazia di San Giacomo da un ponte e rimase un’attività molto redditizia fino alla demolizione dell’edificio avvenuta, secondo il Fapanni, nel 1818. Successivamente, nel 1850, sul sito dell’ex osteria fu eretto un “casino di villeggiatura” dalla nobildonna Alba Corner Balbi, noto come Villa Bandiera e dotato di una piccola torre, distrutto poi nel XX secolo per l’edificazione del quartiere San Paolo. La nascita della sanità pubblica e il lascito di Piero Berna Per tutto il XIX secolo, Mestre rimase priva di una struttura ospedaliera propria, costringendo i malati meno abbienti a trasferirsi a Venezia per ricevere cure presso l’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. Questa situazione gravava pesantemente sulle casse comunali, che dovevano rimborsare le spese di degenza. Nonostante vari tentativi di istituire un “ospedale pegli poveri” già nel 1838 sotto l’amministrazione asburgica, la cronica scarsità di fondi impedì la realizzazione di qualsiasi progetto concreto. Una prima risposta temporanea fu offerta dal dottor Giuseppe dalla Giusta, che allestì un ambulatorio provvisorio nel casino del Conte Gaspare Contarini dal Zaffo, portando sollievo ai più bisognosi in attesa di una soluzione definitiva. La svolta avvenne solo all’inizio del Novecento grazie alla determinazione del sindaco Jacopo Rossi, che istituì un comitato raccogliendo 50.000 lire per la costruzione di un nosocomio cittadino. L’opera fu resa possibile dallo straordinario gesto filantropico di Piero Berna, membro del comitato, che acquistò personalmente i terreni della famiglia Tozzi per la somma di 40.000 lire e li donò gratuitamente al Comune per permettere l’inizio dei lavori. Berna dovette farsi carico della presidenza dell’Opera Pia dopo il tragico suicidio del Conte Rossi nel 1904, causato dalla disperazione per infondate accuse di malversazione dei fondi raccolti. La costruzione fu affidata all’ingegnere Eugenio Mogno, che in tre anni completò il primo padiglione dotato di 32 posti letto e una sala operatoria. L’inaugurazione dell’ospedale Umberto I avvenne il 16 aprile 1906, alla presenza di un’equipe medica guidata dal professor Tullio Pozzan, a cui sarebbe stato successivamente intitolato il corpo centrale della struttura dopo la sua morte nel 1933. Nel 1908, la maestra Maria Berna donò 20.000 lire per la realizzazione di una chiesetta neogotica, progettata da Giorgio Francesconi, destinata alle suore e oggi sede della comunità ortodossa. Sviluppo dei padiglioni e impatto sociale Negli anni successivi, l’ospedale continuò a espandersi grazie a lasciti di privati come Elvira Tozzi Favier, Marini Missara e Zancanaro. Un contributo fondamentale giunse dall’imprenditore Cesare Cecchini, il quale lasciò in eredità 100.000 lire con la disposizione che gli interessi venissero utilizzati per ospitare gratuitamente anziani soli e indigenti durante i cento giorni del periodo invernale, dal 15 novembre a marzo. Per onorare tale lascito, il secondo padiglione dell’ospedale, completato nel 1915 lungo via Antonio da Mestre, fu intitolato proprio a Cecchini. All’interno di questo padiglione fu collocato nel 1922 un moderno impianto di radiologia acquistato tramite donazioni cittadine. L’ultima grande aggiunta storica fu il terzo padiglione, inaugurato nel 1935 lungo il Ramo della Beccaria e intitolato al dottor De Zottis. Questo edificio nacque come sanatorio per la cura della tubercolosi, sebbene la sua posizione vicino al macello cittadino sollevò inizialmente problemi per i cattivi odori. Nonostante la crescita, la posizione centrale dell’ospedale alimentò un lungo dibattito urbano. Il 17 aprile 1925, il sindaco e primario Paolino Piovesana propose di spostare l’Umberto I fuori dal centro, vicino a Borgo Pezzana, per realizzare un tubercolosario moderno. Tuttavia, la proposta fu bocciata dal consiglio comunale con 23 voti contrari, confermando la sede storica del Castelvecchio come fulcro della sanità mestrina. La presenza dell’ospedale impedì per decenni lo sviluppo di altre attività commerciali sui terreni limitrofi, mantenendo l’area dedicata esclusivamente alla funzione assistenziale. Dalla modernizzazione alla chiusura definitiva La seconda metà del Novecento ha visto l’ospedale Umberto I trasformarsi ulteriormente per adattarsi allo sviluppo demografico di Mestre, ormai divenuta il principale entroterra veneziano. Per rispondere alle nuove esigenze cliniche e tecnologiche, l’area è stata saturata con l’aggiunta di grandi monoblocchi inaugurati nel 1962, 1966 e 2003. Quest’ultima espansione, costata venti milioni di euro, rappresentò l’ultimo investimento significativo prima dell’ormai programmato trasferimento dei servizi sanitari fuori dal centro…

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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

La Torre di Mestre

La Torre di Mestre | Discovery Mestre La Torre di Mestre La storia del simbolo della città Ritenuta da tutti i mestrini il simbolo per eccellenza della città, la Torre dell’Orologio è una delle due torri rimaste ancora in piedi del Castelnuovo, la fortificazione realizzata a partire dal XII secolo attorno all’area compresa tra Via Palazzo, Via Caneve e Via Torre Belfredo. L’altra torre superstite è la Torre Moza, che si trova in Via Spalti, mentre nel parchetto di Via Torre Belfredo si possono ammirare un piccolo torresino e tratti delle antiche mura del castello. La Torre non ha mai avuto l’aspetto attuale fin dalle origini: nel corso dei secoli è stata più volte modificata e adattata alle esigenze dei signori e dei governanti che si sono succeduti a Mestre. Le origini: la casaforte dei Collalto Le prime testimonianze risalgono al XII secolo. La torre venne eretta nell’anno 1108 vicino all’attuale Piazza Ferretto. La sua collocazione non fu casuale: sorgeva infatti non lontano dal corso antico del Marzenego, l’attuale Ramo delle Beccarie, e non distante dal ponte che permetteva di entrare nel Borgo di San Lorenzo. La posizione strategica permetteva alla famiglia Collalto di controllare le merci provenienti da Venezia e dirette verso il territorio trevisano, che essi governavano. Oltre alla casa-torre, i Collalto realizzarono un magazzino-ponte usato come dogana sopra il Marzenego (edificio ancora esistente e visibile da Riviera Magellano) e un piccolo porticciolo, pare esclusivamente usato da loro, secondo quanto riportato dal Professor Papaccio. In origine la casaforte dei Collalto era una costruzione autonoma, non collegata ad altri edifici e si presume più bassa. Già a partire dal XIII secolo risulta collegata alla vicina torre di Ca’ da Musto, dando vita a un primo nucleo, ridotto, del castello. Questa prima versione del castello era più piccola rispetto a quella documentata dalle mappe del XVI secolo e proteggeva il centro del Borgo di Mestre. La conquista veneziana e il fortilizio Vi è una data che fa da spartiacque per la storia mestrina ed è il 29 settembre 1337. In questa data Andrea Morosini, con uno stratagemma, strappò il controllo del castello ai Della Scala, la signoria veronese che aveva conquistato Mestre, proiettando così Venezia verso l’entroterra. Non ci è dato sapere quanto si estendessero le mura del castello all’epoca, ma sappiamo che la Serenissima apportò modifiche alla struttura del castello. L’intervento da parte della Serenissima più importante e documentato fu realizzato a seguito della Guerra di Chioggia (1378-1381), durante la quale la struttura del castello fu messa a dura prova. Nel 1382 la Repubblica rafforzò la Torre e creò attorno ad essa un “fortilizio” formato da quattro mura che collegavano la Torre di San Lorenzo con la Torre di Ca’ da Musto e un terzo torresino situato dietro alla torre principale. Questo fortilizio aveva lo scopo di aumentare la resistenza contro eventuali attacchi nemici. Chiunque volesse entrare nel castello doveva ormai attraversare questa nuova struttura difensiva, dotata di due ponti levatoi. L’ingresso originario della torre fu murato e sostituito da un nuovo accesso. L’intero fortilizio venne circondato da un fossato alimentato dalle acque del Marzenego. All’interno trovavano alloggio i militari veneziani e le autorità residenti nel borgo del castello. La Torre dell’Orologio Oggi la conosciamo come Torre dell’Orologio, ma questo elemento fu aggiunto circa quattro secoli dopo la realizzazione della casaforte dei Collalto. Sappiamo dal Barcella che era già presente nel XVI secolo, anche se la data esatta di installazione non è nota. Bonaventura Barcella scrisse: «La torre civica, originariamente parte di un sistema difensivo della città murata che consisteva in ben undici torri e torresini, fin dal 1573 fu corredata di un orologio pubblico e di un “Deputato alla Custodia, e regolazione del medesimo” anche se dalla documentazione attualmente nota non si conoscono i particolari del meccanismo che alimentava l’antico orologio» (Barcella, 1839). Il secondo orologio della Torre, quello che si affaccia sulla piazza, è molto più recente. Dovrebbe essere stato realizzato tra Settecento e Ottocento e subì numerosi interventi durante l’Ottocento a causa dei suoi frequenti malfunzionamenti. Nel 1826 l’ingegner Barbon segnalava in una relazione che l’orologio posto sopra Piazza delle Legne (l’attuale Piazzetta Matter) presentava diverse disfunzioni. In quegli anni Mestre ambiva a rinnovare l’aspetto della torre per renderla simile alla celebre Torre dell’Orologio di Piazza San Marco. Il primo intervento di ristrutturazione riguardò la liberazione della campana dal piccolo “torresino” che la riparava dalle intemperie e che ne attutiva il suono, posto sulla sommità della torre. Successivamente, nel 1827, fu installato un nuovo meccanismo dell’orologio ad opera dell’orologiaio Giovanni Fiorentin di Treviso. Tale intervento non fu definitivo: già nel 1877 l’orologio presentava ulteriori difetti di funzionamento. Intervenne allora l’orologiaio udinese Ceschiutti, che sostituì il meccanismo, introdusse i rintocchi orari e aggiunse l’illuminazione notturna. Una scritta ottocentesca Il Fapanni riporta che nel 1809 il signor Pietro Pasini dipinse sulla torre, sul lato a mezzogiorno, la seguente iscrizione: «Arx Ego Longevae Servabam Munera Pacis, Ast Nqueo Tempus: Vix Sonat Hora Fugit; MDCCCIX.» («Ho conservato a lungo i doni della pace ma non ho tempo: l’ora è appena suonata – 1809»). Durante il restauro del 1878 la scritta dipinta venne cancellata; fu poi trascritta su una pietra collocata su un arco, aggiungendo le date MCVIII (1108) e MDCCCLXXVIII (1878) in numeri romani. Il progetto del 1902 e il suo abbandono Nel 1902, dopo anni di progetti e proposte nate dalle lamentele dei cittadini che faticavano a leggere ore e minuti, l’orologio subì l’apertura ai lati del quadrante verso la piazza di due finestrini poggiati su tamburi ruotanti, illuminati a corrente elettrica. L’idea era di rendere la torre mestrina più funzionale e simile alla celebre Torre dell’Orologio di Piazza San Marco a Venezia. Il nuovo meccanismo accessorio fu proposto e fornito dalla locale ditta Luigi Cercato. Tuttavia mostrò fin dall’inizio un cattivo funzionamento e, nel 1909, su preciso parere dello stesso Francesco Ceschiutti, fu staccato definitivamente e il progetto venne abbandonato. L’aspetto esteriore dell’orologio rimase invariato: i finestrini furono aperti, ma il sistema rotante illuminato non funzionò mai e fu rimosso. Galleria Immagini Osservatorio sulla torre telegrafica a Mestre il 4 maggio 1849 – Franz Adam In questo disegno della Torre, tratto da una mappa di Francesco Antonio Patron del 1796, si nota in cima alla struttura un piccolo “torresino ottagonale” Progetto per la nuova collocazione della campana del 1928 La Torre dell’orologio oggi con l’orologio più recente. Sul quadrante i numeri arabi L’orologio con i numeri romani è il più antico e guarda verso via Palazzo La Torre in un’immagine di inizio novecento Piazza Maggiore 1851 in un’incisione di Francesco Ratti Riproduzione del Prof. Papaccio della nuova fortificazione del 1382 La scultura di Toni Benetton collocata di fronte alla torre: “Trasformazione del cerchio” (1970) Bibliografia Francesco Scipione Fapanni, Mestre – Il 24° (Centro Studi Storici di Mestre). Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea (Il Poligrafo). Marco Sbrogiò, I Castelli e l’antica struttura urbana (Centro Studi Storici di Mestre). Mestre Archeologica. Tracce di identità dal sottosuolo, Redazione: V. Ardizzon, L. Baracco, C. Colautti, E. Cunico. Barcella B., 1839, Notizie storiche del Castello di Mestre dalla sua origine all’anno 1832 e del suo territorio, Poggi editore, Venezia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

Storia del prestito ebraico fra Mestre e Venezia (cenni)

Storia della presenza ebraica a Mestre | Discovery Mestre Storia della presenza ebraica a Mestre Il prestito di denaro e la funzione dei banchi Testimonianza da “Il Pecorone” di Ser. Giovanni Fiorentino “è perch’egli mancavano dieci mil ducati, andò a un Giudeo a Mestri, e accattogli con questi patti e condizioni, ec.” Da “Il Pecorone” di Ser. Giovanni Fiorentino del 1378, citato da Francesco Scipione Fapanni. I banchi di prestito a Mestre Nel 1254 il Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia proibì l’attività di usura all’interno della città di Venezia da parte dei suoi cittadini, spingendo i foresti, persone da fuori, ad avviare tale attività a Mestre. All’inizio i prestatori di denaro erano per lo più toscani provenienti da Firenze ed avevano una pessima reputazione fra i clienti e le autorità. Secondo il professor Reinhold C. Mueller, docente di Storia Medioevale presso l’università Ca’ Foscari, durante il periodo che va dal 1301 al 1370 non vi è menzione circa prestatori di denaro ebrei siti a Mestre. L’avvento della terza Guerra con Genova, (1350 – 1355), fu il motivo che spinse la Serenissima a cambiare idea e a permettere che il prestito manifesto all’interno del suo territorio tornasse ad essere lecito. I tassi di interesse che i vari banchi potevano attuare dovevano essere approvati dal governo e si rivelarono altissimi. Il governo della Serenissima definì un range di interesse che andava dal 25 al 40% nella città lagunare, mentre nell’entroterra il tasso risultava molto più basso e andava dal 10 al 12%. Mueller ricorda due episodi che coinvolsero i prestatori toscani. Nel 1363 alla famiglia toscana Lisca era proibito l’attività di prestito a Mestre e nei dintorni. Mentre nel 1365 il Governatore del monastero veneziano dei Cavalieri Teutonici Johannes Roliger portò a Mestre in pegno al feneratore fiorentino Bartolo gli arredi sacri e altri beni del monastero stesso, svuotandolo di molti beni e generando grave scandalo. In un documento del 1366 prodotto dal Maggior Consiglio veniva chiesto al Podestà di Mestre di negoziare con i prestatori presenti nel borgo una somma di 40.500 ducati d’oro. Questo, secondo Mueller, viene spesso indicato come il primo documento che riporti la presenza di prestatori ebrei a Mestre. Tale somma doveva essere restituita al tasso di interesse del 20 – 25%. Secondo il sito Italia Judaica, Venezia, superando la propria riluttanza, si accordò con i prestatori ebrei mestrini per l’apertura di tre banchi, esigendo un canone che ammontava di 4.000 ducati annui, elevato, poi, gradatamente, a 8.000. L’interesse che era loro concesso di attuare sui sodi prestati fu inizialmente fissato al 4%, per poi essere alzato all’8% e al 10%, rispettivamente su pegno e senza pegno. Il governo veneziano stabilì, inoltre, che, in cambio di adeguate garanzie, i banchi non potevano rifiutare a nessun richiedente un prestito, per l’ammontare massimo di 30 ducati. Si deve tenere presente che il prestito per gli ebrei era uno dei pochi modi che possedevano per reinvestire i propri capitali in quanto non era permesso loro l’acquisto di una dimora e spesso neppure di risiedere a livello ufficiale nelle città. Inoltre l’interpretazione di alcuni versi della Bibbia, ad esempio il Deutoronomio 23:20-21, mettevano in cattiva luce qualsiasi persona che intraprendesse tale attività. Si pensi alle prediche di Sant’Antonio da Padova e di altri Santi cristiani che indicavano nei possessori dei banchi dei grandi peccatori. Anche se all’epoca a Padova svolgevano tale lavoro per lo più cristiani come gli Scrovegni. (Quando nel 1337 Mestre passò sotto il dominio veneziano gli ebrei rimasero in città e continuarono la loro attività di prestito presso i tre banchi a cui era concesso dalla Serenissima di operare. Ovviamente gli ebrei presenti a Mestre non svolgevano esclusivamente l’attività di “bancari”, alcuni di loro si specializzarono nella pelletteria, alcuni divennero scrivani, altri medici.) Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Mestre – Il 24° (Francesco Scipione Fapanni – Centro Studi Storici di Mestre) Sito Italia Judaica Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

La presenza ebraica a Mestre (cenni)

Ebrei a Mestre | Discovery Mestre Ebrei a Mestre Storia della comunità ebraica Gli ebrei veneziani nelle parole di Marin Sanudo “Qui, (Mestre), sta molti zudei et à una bella sinagoga; et quivi se inpegna, (prestano denaro in pegno), perché i venitiani non vol hebrei stagi a Veniexia” Itinerario per la Terraferma, 1483 Una Sinagoga, una scuola e una piccola comunità Mestre, in ebraico מסטרה, ospitò una comunità ebraica sin dal medioevo, di tale presenza vi è traccia in varie testimonianze. La vita della comunità ebraica a Mestre si svolgeva principalmente nell’area di “Cale de Mezo”, corrispondente circa alla odierna Calle del Gambero e Via Daniele Manin, che collegava Via Palazzo con l’area attigua a Torre Belfredo. Questa zona era interna al Castelnuovo ed è probabile che alcuni ebrei vivessero proprio qui oltre che nel Borgo di Santa Maria. Mestre non fu per gli ebrei luogo in cui svolgere solo l’attività di prestito, ma anche luogo in cui praticare la propria religione. Secondo Marin Sanudo il Giovane a Mestre vi era una Sinagoga di piccole dimensioni, ricavata all’interno di una “chaxa” presa in affitto dalla famiglia Tron. La Sinagoga venne distrutta nel 1509 dagli eserciti della Lega di Cambrai e viene riportato da Luca, Marco e Marietta Tron che essi pagavano l’affitto di 50 ducati per tale casa. Renata Segre nel suo “Preludio al Ghetto di Venezia” afferma che la Sinagoga era sita di fronte al Palazzo del Podestà ed era dato in affitto alla cifra di 20 ducati. Questo la posiziona vicino alla Provvederia di Mestre in un luogo non proprio appartato bensì quasi al centro del Castelnuovo. In riferimento a tale Sinagoga riporta il Professor Reinhold Christopher Mueller dell’esistenza di una condotta, del 1393, stipulata dal Podestà di Mestre e il consiglio cittadini con l’ebreo Moishe in cui vi è scritto che tale persona doveva essere trattato come cittadino pari agli altri, (tractetum pro cive), e che era concesso a questi di acquistare beni, come ad esempio la carne Kasher. Sempre in questo documento si legge la richiesta del Moishe di poter acquistare due terreni dove realizzare un cimitero ed edifici da adibire a sinagoga per la comunità. Questo dato fa pensare al Professor Mueller che precedentemente a tale autorizzazione non vi fosse una struttura religiosa nel borgo. Secondo lo studioso ebreo Cecil Roth nel suo libro “Storia degli Ebrei in Italia” tale borgo era sito nell’area denominata Piraghetto. Ma tale citazione non trova conferma in altri studi. Secondo il Rabbino e storico Ariel Toaff gli ebrei presenti a Mestre erano circa 100 su una popolazione di circa 2000 abitanti nel XV secolo. Dalla contabilità dell’Ospedale dei Battuti di Mestre risulta che fra il 1466 e il 1507 vi fossero 28 ebrei che avevano avuto in affitto case da questa istituzione. Uno di essi era un medico che si prendeva cura dei malati ospiti dell’Ospedale. Gli ebrei residenti a Mestre, e a Venezia, erano per lo più aschenaziti e vantavano rapporti con gli ebrei tedeschi, molti di essi originari della città di Norimberga. Una delle famiglie più influenti a Mestre e nel Veneto di allora era la famiglia Rapp un cui membro ricoprì la carica di Rabbino nel piccolo borgo. Oltre alla Sinagoga Mestre registrava la presenza di una scuola, o yeshiva, e un responsabile della comunità, chiamato parnàs, una carica elettiva che corrispondeva circa a un presidente della comunità. Gli ebrei mestrini svolgevano varie attività fra cui quella di tipografi e medici. Gli ebrei a Mestre fra il XIV secolo e l’istituzione del Ghetto La presenza degli aschenaziti portò nel centro fortificato anche la lingua Yiddish e la pubblicazione di testi religiosi di grande rilievo per la cultura ebraica. Questo fa credere ad alcuni storici che qui vi era anche una tipografia gestita da questa piccola comunità. Gli ebrei mestrini svolgevano varie attività fra cui quella di tipografi, medici, pellettieri e bancari. La storia degli ebrei a Venezia è fatta di trasferimenti, spesso forzati, fra la città lagunare e Mestre imputabili a cambi di politica interna al territorio di Venezia e alla tolleranza che il governo in quel periodo concedeva ad essi. Ad esempio nel febbraio 1397 i residenti nella laguna vennero espulsi da Venezia e ritornarono a vivere a Mestre. Eppure dal 1382 al 1397 vi è traccia di banchi di prestito gestiti da ebrei a Venezia stessa. Caso rarissimo in quanto l’unica attività connessa ai banchi concessa a Venezia era quella di tenere le aste pubbliche per i pegni non riscossi a Rialto. La loro situazione precipitò all’inizio del XVI secolo sia per presenza a Venezia del predicatore fra Ruffino Lovato da Padova, che chiedeva ai cristiani il saccheggio delle case che ospitavano gli ebrei, sia dopo la sconfitta delle truppe veneziane durante la battaglia di Agnadello, 14 maggio 1509. Le prediche del frate e la situazione di tensione dovuta alla guerra sfociarono nel saccheggio del 31 maggio 1509, avvenuto a Venezia, e a quelli di Padova e di Treviso il 3 giugno. Racconta il Sanudo che dopo la sconfitta di Agnadello gli ebrei scapparono nella città lagunare dall’entroterra rifugiandosi lì. Furono gli emissari del Consiglio dei Dieci a portare al sicuro in laguna i tre banchi di prestito presenti nel piccolo borgo. Questo non solo per difendere l’attività dei bancari ma anche i capitali in essi investiti. Capitali che se fossero stati perduti avrebbero messo in crisi la Repubblica stessa. In questo periodo la presenza ebraica a Venezia si era arricchita di un sempre maggiore numero di membri della comunità dei Levantini provenienti dalla Spagna e cacciati dalla Regina Isabella e dal Re Ferdinando II nell’atto finale di quel periodo storico definito Reconquista. Con un aumento sempre più forte di ebrei in città si ebbe luogo a dispute nei palazzi del potere veneziano, come riferisce Alvise Zorzi, “La Repubblica del Leone”, su come comportarsi con un gruppo religioso, formato spesso di persone di origine geografica diversa da quella dei residenti, che non era amalgamato nella comunità locale e con cui la comunità religiosa e politica era spesso ostile. Dopo la fuga degli ebrei da Mestre e l’istituzione del Ghetto, 16 Marzo 1516, Mestre ospitò sempre meno ebrei fino alla loro quasi totale scomparsa dalle cronache. La situazione degli ebrei a Venezia era senz’altro peggiorata rispetto al periodo precedente e il fatto di essere rinchiusi in uno spazio nato per escluderli dal resto della comunità non portò senz’altro a rapporti più sereni con il resto della cittadinanza. La comunità ebraica rischiò di esser rimandata a Mestre nel novembre 1519, ma, seppure approvata dal Senato, tale proposta non ebbe seguito. Tale minaccia si ripeté nel 1537. Queste date e questi dati ci potrebbero portare a pensare che la vita della comunità ebraica in Mestre avesse avuto il suo apice fra il 1397 e il 1509. Galleria Immagini Mestre rappresentata in una cartina del 1678 (1678 Savi ed Esecutori alle Acque Serie diversi n. 26) Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Sito Italia Ebraica Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

La letteratura ebraica a Mestre 

La letteratura ebraica a Mestre | Discovery Mestre La letteratura ebraica a Mestre Come Mestre divenne un centro culturale ebraico Religione e testi sacri ebraici a Mestre Come visto la comunità ebraica a Mestre, fra il XIV e il XVI secolo, era una comunità strutturata con un edificio religioso, aveva adibito una casa dei Tron sito nella Calle de Mezo a Sinagoga, una scuola, yeshiva, ed un Rabbino che officiava le funzioni. Oltre a un capo della comunità noto come parnàs. Una struttura che era presente a Mestre ma a cui faceva riferimento anche Venezia in quanto gli ebrei si spostavano spesso da una parte all’altra della Laguna in base agli umori delle autorità politiche e religiose. La comunità ebraica mestrina era composta da ebrei aschenaziti, che in ebraico medioevale voleva dire germanico, cioè provenienti per lo più dalla Germania e dall’Europa dell’Est. Molti di questi ebrei intraprendevano spesso viaggi fra la Germania e il Dominio della Serenissima sia per svolgere affari sia perché essendo originari della Germania avevano parte della propria famiglia nelle città del Sacro Romano Impero. In quel periodo Mestre divenne sede culturale della comunità ebraica e vide la pubblicazione e la conservazione di libri sia in lingua Yiddish che in ebraico. Fra i testi pubblicati nel “borgo fortilizio” di Mestre, come veniva chiamato da Venezia, possiamo citare l’edizione ad opera di Yosef di Mosheh del “Leket Yosher”, di Joseph Ben Moses, (1470), un testo che conteneva leggi ebraiche ed episodi di vita del suo Maestro il Rabbino Israel Isserlein. Hayyim Israel Rapa, che ospitava nella propria dimora Yosef, nel 1467 pubblicò il Codice Mantova VIII e fu possessore del Codice Livorno II. Il Rapa, (cognome che a volte viene scritto come Rapp o Rap nel caso di altri mestrini e veneziani ebrei di adozione), era stato cacciato da Mainz (Magonza) nel 1462. I Rapp erano una delle famiglie ebree più importanti che operavano nel nord Italia in vari ambiti, dal campo economico, prestiti, al campo della cultura e religioso. Vissero a Mestre in quegli anni molti grandi studiosi ebrei come il Rabbino e parnàs Meshullam Cusi che arrivò a Mestre nel 1463 e vi soggiornò fino al 1468. Meshullam fu un grande mercante e uomo di cultura che aprì a Piove di Sacco una importante stamperia in cui fu riprodotto il “Arba’ah Turim” di Yaakov Ben Asher, ebreo Askenazita che visse in Spagna. Qui morì nel 1474. Fu deputato alla raccolta di fondi per gli ebrei di Palestina. Il grande studioso ebreo Joseph Colon visse a Mestre nello stesso periodo del Cusi e fu per un breve periodo Rabbino del Borgo. Ebbe l’arduo compito di cercare di mettere pace tra il Cusi e il nuovo parnàs di Mestre Zusman. Il Colon si trasferì a Mantova, alla fine degli anni Sessanta. Sempre a Mestre nel XV secolo vennero stampate le opere dello studioso, poeta e scrittore Menahem Oldendorf, (Mandolino) “Frauen – bikhlen”, un testo di precetti religiosi per le donne aschenazite, all’interno di cui vi era l’omelia “Pensieri sulla Morte”, e il Selihot, un testo di preghiere in preparazione per la festa di Rosh haShanah, il capodanno civile ebraico. Renata Segre racconta la storia di Bonaventura da Ulma, cioè originario della città tedesca di Ulma, che risiedette e lavorò fra Mestre e Venezia e che oltre a svolgere l’attività di feneratore, prestatore con tasso di interesse, fu anche mecenate e collezionista di libri scritti in yiddish, una lingua di matrice germanica usata dagli askenaziti. Bonaventura ebbe tre figli che continuarono l’attività di prestatori ma che alla morte del padre non rivendicarono l’intera eredità compresi i libri presenti nella sua biblioteca. Testi preziosi fra cui alcuni antichi codici in yiddish molto rari che, forse a causa di ciò, andarono perduti. Sempre a Mestre lo scriba Seligman da Norinberga nel 1474 trascrisse le 1274 ricette mediche a base di erbe medicinali che facevano parte del testo in yiddish Sefer refues. Seligman fu anche rabbino della sinagoga di rito tedesco e parnàs con l’appellativo di Susman. Per ultimo, non per importanza, fra i notabili ebrei che operarono fra Mestre e Venezia va ricordato il filosofo e grande letterato Aron del fu Jacob che operava, come gli altri ebrei, fra Venezia e Mestre e che era considerato un uomo di grande cultura. La sua cultura fu riconosciuta persino dal Sanudo che nei suoi Diarii, gli dedicò un epitaffio dopo che venne assassinato brutalmente: “In questo zorno, 12 settembre 1503, fo amazato, da chi non si sa, di zorno, verso Santo Stephano, Aron zudio gran filosofo, el qual non credeva in niuna fede et perché era homo degno, qui ne ho fato memoria”. Galleria Immagini Una copia del Sefer refues nella biblioteca della Columbia University. Questo testo fu trascritto dal parnàs Seligman a Mestre Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Mestre – Il 24° (Francesco Scipione Fapanni – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

La Scuola dei Battuti di Mestre

La Scuola dei Battuti | Discovery Mestre La Scuola dei Battuti Il fulcro religioso ed economico di Mestre Nascita della Confraternita dei Battuti La Confraternita dei Battuti, o Flagellanti o Disciplinati, sorse in Umbria a partire dal 1260 sotto la spinta dell’asceta Raniero Fasani per poi diffondersi principalmente nel centro-nord Italia, acquisendo una grande importanza sociale e culturale. La confraternita fu presente in Veneto sin dal principio e già a Treviso e a Venezia erano attive confraternite dei Flagellanti o Battuti poco dopo la loro fondazione. A Venezia la loro attività si registra fra il 1260 e il 1261, anni in cui nacquero le prime “Scuole”, poi diventate Grandi, di Santa Maria della Carità, di San Marco e di San Giovanni Evangelista. In totale le Scuole Grandi veneziane, tutte fondate dai Battuti, diventeranno sei. Nel 1269 nacque la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Treviso e nel 1302 sorse quella mestrina. Il contesto storico Nel XIII secolo Mestre era un piccolo centro abitato da non più di 1500 abitanti che si trovava sotto il controllo di Treviso, il quale era anche proprietario di questi territori. In quelle che venivano chiamate le “Terre di Mestre” sorgevano il Castelvecchio, sito dove poi venne realizzato l’Ospedale Umberto I, e il Borgo di San Lorenzo con la sua omonima arcipieve. Attorno a Mestre si potevano notare alcune ville, o villaggi, fra cui Carpenedo con la sua arcipieve dei Santissimi Gervasio e Protasio, Malghera, i Bottenighi e molti altri. Fu in questo contesto storico che a Mestre nel 1302 sorse la Scuola di Santa Maria dei Battuti. La Mariegola La Mariegola era il “libro madre” di ogni confraternita veneziana: un vero e proprio statuto scritto in volgare veneto (con qualche formula in latino) che raccoglieva tutte le regole della Scuola. Come spiega Giuseppe Boerio nel suo famoso dizionario del dialetto veneziano, si trattava di un volume «nel quale sono raccolte le leggi sistematiche di alcune Corporazioni di arti ed anche di luoghi pii». Per la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Mestre non ci è arrivata la mariegola originale del 1302, ma quella redatta nel 1492, che resta il documento più importante e che riassume le origini e le norme della confraternita. In sintesi, la mariegola del 1492 racconta che: la Confraternita nacque nel 1302 con l’approvazione del vescovo di Treviso Tolberto Calza; era formata da penitenti laici (i “battuti”) che si dedicavano alla devozione alla Madonna, all’aiuto reciproco e all’assistenza ai poveri; accoglieva sia uomini che donne (consorelle); al vertice c’erano il gastaldo (il capo che controllava tutto), il massaro (che teneva i conti e i beni), lo scrivano (che scriveva le decisioni e le cronache) e un consiglio di quindici membri; i confratelli dovevano partecipare a messe, processioni, suffragi per i defunti e pratiche di penitenza (l’autoflagellazione era ormai quasi scomparsa); si stabilivano regole precise per le donazioni, la gestione dei terreni e delle case possedute dalla Scuola, la distribuzione di aiuti (grano, vino, denaro) ai bisognosi e all’ospedale, e sanzioni per chi non rispettava le norme. Era un patto sacro tra i soci: chi entrava prometteva di vivere secondo questi principi in cambio di assistenza spirituale, economica e di un funerale dignitoso. Questo prezioso documento, custodito oggi negli archivi dell’Antica Scuola dei Battuti (IPAV) a Mestre, ci permette di capire quanto la confraternita fosse organizzata, solidale e radicata nella vita quotidiana della Mestre medievale e rinascimentale. La Scuola e l’ospedale dei Battuti a Mestre Secondo quanto riportato da Alessandra Checchin, la fondazione della Confraternita di Santa Maria dei Battuti avvenne sotto il patrocinio del Vescovo di Treviso Tolberto Calza «il giorno dell’incarnazione di nostro Signore del 1302». Non si conosce il luogo delle prime riunioni, ma probabilmente esse avvennero nella Chiesa di San Lorenzo, eretta nel XII secolo. Qui vi era un altare dedicato alla Madonna, di fronte al quale si sarebbero svolte le riunioni dei confratelli. Presumibilmente la Scuola fu eretta vicino a tale chiesa (da non confondere con il Duomo) sin dai suoi primi anni. In uno schizzo del Settecento appare proprio lì, vicino a quella che dovrebbe essere la casa del N.H. Dolfin. Il 4 agosto 1314 una donna locale dal nome di Mabilia lasciò un vasto terreno con l’indicazione di costruirci sopra un ospedale per i poveri. Il terreno che Mabilia donò è indicativamente dove oggi sorge l’Antica Scuola dei Battuti. Qui fu eretto l’Hospitale per i poveri di Cristo, o ospedale di “Santa Maria verberatorum”, attuale Antica Scuola dei Battuti o Casa di Riposo. All’epoca Venezia non aveva ancora conquistato Mestre, per cui non vi era il Castelnuovo e quest’area era un po’ distante dal centro del borgo. Da quel momento la Confraternita poteva vantare due importanti sedi: una scuola sita nel Borgo di San Lorenzo (dove ora vi è Piazza Ferretto) e un Ospedale che si affacciava sulla strada che portava a Treviso. Venezia, ricordiamo, conquisterà Mestre il 29 settembre 1337. Da questa iniziale donazione la proprietà della confraternita in quest’area divenne tale da essere poi considerata un vero e proprio borgo, detto di Santa Maria, esterno al Castelnuovo. Torre Belfredo veniva anche chiamata Porta di Santa Maria. Pur essendosi espansi in quest’area, la sede principale dei Battuti restò nel Borgo di San Lorenzo. La Confraternita aveva un’organizzazione interna che prevedeva l’elezione di un gruppo dirigente formato da quindici membri. Tale gruppo aveva anche il compito di eleggere un gastaldo, che doveva vegliare affinché ogni confratello e consorella seguissero le regole incise nella Mariegola e tenesse i rapporti con la comunità. La Confraternita di Mestre era più legata a quella di Treviso e, come questa, accoglieva al suo interno sia uomini che donne. Al massaro era affidato il compito di controllare le finanze, catalogare i beni e tenere una sorta di Libro Mastro sia per la Scuola che per l’Ospedale. Anch’egli era eletto dai quindici confratelli, che rappresentavano una sorta di consiglio di amministrazione della Scuola. Spesso la carica di massaro veniva prorogata più volte rispetto a quella di gastaldo, in quanto era raro trovare chi «sapeva far di conto» in quei tempi. Così avveniva per un’altra figura introdotta in seguito, cioè lo scrivano. A questi era dato il compito di documentare l’attività della Scuola, le decisioni prese e una sorta di cronaca. Per quel che riguarda l’ospedale, invece, la gestione era affidata a una famiglia a cui faceva capo il Priore. L’Hospitale dei Battuti Va detto che le due strutture mestrine dei Battuti avevano compiti e gestioni diverse, seppur la contabilità fosse in comune. Se il compito della Scuola dei Battuti in Borgo San Lorenzo era quello di governare l’attività della confraternita (attraverso un gastaldo) e gestirne le proprietà (attraverso un massaro), il compito dell’Ospedale era di dare assistenza ai bisognosi di Mestre; per fare ciò era necessario affidare questo ad un Priore. La carica di Priore veniva votata da un consiglio di quindici confratelli e la sua durata poteva estendersi anche a tutta la vita. Viveva all’interno dell’ospedale e aveva come compito gestirlo assieme alla moglie, Priora, alla quale era affidata la pulizia delle stanze, la biancheria e l’aiuto dei malati o residenti. A partire dal 1472 si viene a conoscenza di ragazze assunte per aiutare la Priora, dette “mammole”, e altre figure che aiutavano il Priore nella cura della struttura. Vi erano dei medici che curavano i pazienti, seppur a questi fossero preferiti i barbieri, che costavano di meno e all’epoca avevano anche alcune conoscenze mediche. L’ospedale possedeva anche una cappella dedicata a Maria, un orto e alcuni animali che servivano a sfamare la famiglia del Priore e gli ospiti. L’ospedale era composto di un dormitorio per uomini, due stanze per i confratelli, un’infermeria per uomini e una per donne, un’altra stanzetta con dei letti e le camere per il Priore e la famiglia. L’ospedale offrì, per un breve periodo, anche riparo a neonati e bambini abbandonati, ma pare che questi non avessero una buona sorte all’interno dell’Istituto, costringendo negli anni il Priore ad affidarli alla Pietà a Venezia, dove vi era un brefotrofio. Se la capienza dell’Ospedale mestrino non consentiva di ospitare nuovi bisognosi, poteva capitare che questi venissero mandati a Treviso, dove vi era una struttura più grande e capace di accogliere più persone. I Battuti cardine di Mestre Si potrebbe arrivare a dire che già nel XV secolo la Confraternita dei Battuti fosse un cardine dell’attività politica e sociale di Mestre. Le numerose donazioni ricevute dai devoti e i rapporti con le persone più influenti del luogo lo dimostrano. Oltretutto la Confraternita venne più volte chiamata ad aiutare economicamente Venezia durante le sue guerre, oltre che la podesteria in cui sorgeva. Da un testamento del 1442 si viene a sapere che vi fu una donazione da parte di un devoto perché sorgesse un piccolo ospedale a Carpenedo, vicino alla chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, destinato ad aiutare le vedove. L’attività dei Battuti non si svolse solo all’interno della loro Scuola, ma si allargò e questa confraternita diede luogo alla nascita di una Chiesa di San Rocco a Mestre, nata poco dopo quella veneziana (1478), e di una sua scuola, struttura che oggi ospita attività private sita in Via Manin, poco distante dalla Chiesa. Nel 1493 venne acquistata una nuova campana per la Chiesa di San Rocco in Mestre. Mentre nel 1495 la Scuola finanziò la costruzione di un campanile per la Chiesa di San Lorenzo, chiesa che era presente nell’omonimo Borgo sin dal XII secolo e che precedette storicamente il Duomo che oggi vediamo in Piazza. Possedimenti della Scuola dei Battuti Se possiamo collocare l’istituzione della Scuola dei Battuti nel 1302 e la più famosa donazione fu quella di Mabilia del 1314, si deve tener presente che questa confraternita, sin dalla sua stabilizzazione a Mestre, acquistò terreni, case e mansi in varie aree sia nella Podesteria di Mestre che in altre zone come Martellago, Noale e Campo Croce. Questi acquisti vanno sommati alle donazioni in beni immobili ricevute dai devoti, che fecero della Scuola dei Battuti di Mestre una delle più importanti strutture religiose dell’entroterra veneziano dal 1337 alla sua soppressione da parte di Napoleone nel 1807. I possedimenti della Confraternita erano dislocati in varie aree, come scritto, quindi nel Borgo di San Lorenzo, a San Zulian, Chirignago, Tarù, Brendole, Carpenedo e persino Zerman, Martellago e Noale. Da tali possedimenti la Scuola ricavava sia affitti che beni in solido quali grano, carne e vino, che venivano usati dai confratelli, per sfamare i bisognosi e i pazienti dell’ospedale o dati come aiuto ai cittadini più poveri. Alcuni cittadini che abitavano nelle proprietà della Scuola pagavano in natura, altri con un affitto, altri ancora con prestazioni svolte all’interno delle proprietà della medesima. Va ricordato che la Chiesa di San Carlo Borromeo a Mestre sorse proprio in un terreno appartenente a loro. Galleria Immagini Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti (Anna Motterle) L’Antico Hospitale dei Battuti oggi è una casa di riposo e nacque nel XIV secolo quale Hospitale per orfani e poveri Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti e la targa che ricorda la donazione di Mabilia del 1314 (Anna Motterle) Targa che ricorda la donazione di Mabilia, nel 1314, posta nell’Antica Scuola La Scala della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La Maria dei Battuti sulla facciata della scuola Un’edicola dei Battuti sita in Calle del Sale Scuola dei Battuti, Laurentianum, oggi. Vista da via Poerio L’ingresso della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La scoletta dei Battuti negli anni sessanta Bibliografia La scuola e l’ospedale di Santa Maria dei Battuti di Mestre dalle Origini al 1520 (Alessandra Checchin – Centro Studi Storici di Mestre) Boerio, Giuseppe. Dizionario del dialetto veneziano, Venezia, 1829 (voce “Mariegola”). Crouzet-Pavan, Élisabeth. Venezia trionfante: gli orizzonti di un mito, Torino, Einaudi, 2004 (per il contesto delle Scuole Grandi veneziane). Pullano, Grazia. Le Scuole Grandi a Venezia, Milano, Electa, 1985. Archivio di Stato di Venezia, fondi relativi alle Scuole dei Battuti (secc. XIII-XV). Marangon, Paolo. Mestre medievale: dalla dipendenza trevigiana alla conquista veneziana, Venezia, 1998. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è…

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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

Il Castelvecchio di Mestre

Castelvecchio di Mestre | Discovery Mestre Castelvecchio di Mestre La prima fortificazione della città su possibile castrum romano Notizie storiche sul Castelvecchio Oltre mille anni fa a Mestre venne eretta una fortificazione attorno a ciò che dovevano essere i resti di un antico castrum romano, nell’area oggi chiamata ex Umberto I. Questa secondo la vulgata è la storia della nascita del Castelvecchio. La sua realizzazione a partire da un castrum è però solo un’ipotesi perché non vi sono state mai rilevazioni archeologiche nell’area suddetta, quindi non si conosce né la sua genesi, né se vi siano stati romani in quel luogo. Il primo castello di Mestre, denominato in seguito Castelvecchio, fu realizzato nel periodo in cui Mestre si trovava sotto Treviso, essendo stata ceduta da Ottone III ai Conti di Collato, 994, mediante il famoso Diploma. L’insediamento principale di Mestre corrispondeva all’area dell’Isola di San Lorenzo dove risiedeva sia il potere religioso che quello militare, le due aree principali della città erano la Pieve di San Lorenzo con il suo borgo e il castello. Circa due secoli dopo il Diploma di Ottone III viene pubblicata la bolla pontificia Justis fratrum, 1152, con cui papa Eugenio III riconosceva al vescovo Bonifacio la proprietà del castello, del Porto di Cavergnago e della Pieve di San Lorenzo. La forma del castello si può intuire attraverso l’osservazione di varie mappe del passato dove si notano ancora i segni degli alvei del fossato che era stato realizzato attorno ad esso. Il fossato era alimentato dal fiume Marzenego e si riversava all’interno di esso, fiume che a nord delimitava l’isola di San Lorenzo, mentre a sud di questa scorreva l’antico percorso del Musone. Attorno all’abitato del castello era stata da prima realizzata una palizzata che dal XIII secolo era stata rafforzata da una muraglia con costruzioni a torre e due porte munite di ponti denominate battifredo. Con il termine battifredo si intende una torre medioevale che nelle realizzazioni iniziali era in legno, ma dal XIV secolo fu realizzata in pietra, forse anche per adeguarla alle armi di assedio di quel periodo storico. Sulla sommità della torre vi era una campana per dare l’allarme. Spesso la torre era allargata al primo piano per dare la possibilità alle guardie di fare la ronda. La torre divenne con il tempo una torre ponte e quindi una torre posta a difesa dell’ingresso della città. Da quanto riportano in “Mestre la storia, le fonti” di Franca Cosmai e Sergio Barizza a Mestre vi erano due torri battifredo nel Castelvecchio, e una torre battifredo nel Castelnuovo, la Torre Belfredo abbattuta nel 1876. All’interno dell’area del castello dovevano esserci alcuni edifici fra questi la residenza del Capitano, quella di un rappresentante religioso dei Vescovi di Treviso e di altre persone impegnate per la difesa o per altri lavori. Il capitano nominato da Treviso aveva il compito di difendere il castello, ma anche di sovraintendere la gestione economica del territorio posto sotto ad esso. La raccolta della muda, (che deriva da muta cioè tassa, gabella, dazio), era affidata al mudaro che raccoglieva le tasse dovute al passaggio di merci e uomini attraverso il territorio di sua pertinenza. Mestre all’epoca era un raccordo fra Venezia e Treviso e se le merci veneziane dovevano andare o arrivare in laguna per via terrena dovevano passare per Mestre e questo permetteva ai suoi governanti di avere grandi entrate. Un crocevia che faceva gola a molti La realizzazione del primo castello mestrino viene attribuita alla volontà dei signori locali di proteggere la via che conduceva al Porto di Cavergnago, passando attraverso Mestre, approdo per le merci provenienti o destinate a Venezia. Inoltre il castello era posto al centro di tre importanti vie dell’epoca come il vecchio Terraglio, strada verso Treviso, che iniziava lì dove oggi si trova Via Castelvecchio, Via Castellana, strada che passando per Castelfranco e Bassano raggiungeva l’Impero d’Occidente, e la Padovana, odierna Miranese, rendendolo un punto di passaggio obbligatorio per raggiungere o uscire da Venezia via terra. Nell’arco della sua storia questa fortificazione fu soggetta a diversi attacchi che ne minarono anche la struttura. Le molte signorie che si contendevano il Veneto puntarono spesso a conquistare l’area di Mestre perché era un ottimo avamposto per poter mettere in difficoltà Venezia. Va detto che le battaglie più cruente per la conquista di Mestre avvennero nel periodo in cui vi era già il Castelnuovo, realizzato attorno alle tre direttrici Via Palazzo, Via Caneve e Via Torre Belfredo. A quel tempo il Castelvecchio già verteva in pessime condizioni e la sua struttura non era certo all’altezza delle battaglie che si svolgevano in quel periodo storico. Gli ultimi anni del Castelvecchio e l’abbandono Nel 1274 il Castello di Mestre fu coinvolto in un incendio di grandi proporzioni e ciò comportò anche la distruzione della Casa del patrizio Veneziano Tommaso Querini. Venezia avanzò una richiesta di danno a cui Treviso rispose con l’espulsione di tutti i veneziani dal territorio. Dopo la conquista da parte di Andrea Morosini, mediante un escamotage, del Castelnuovo i nuovi signori di Mestre, i veneziani, effettuarono piccole riparazioni dell’antica fortificazione, senza però intervenire in modo definitivo. Il Castelvecchio subì attacchi anche durante la Guerra di Chioggia, 1378 – 1381, quando Francesco da Carrara afferma di voler conquistare sia il Castelvecchio che il Castelnuovo. Da qui alcuni fanno derivare i due soprannomi tutt’oggi in uso. Nel 1434 le mura del castello furono rase al suolo e i laterizi da esse ricavate furono usate per nuove costruzioni. L’area fu per lo più dedicata alla coltivazione e in prima battuta affidata al nobile Andrea da Mosto, omonimo dello storico vissuto fra il XIX e il XX secolo. Si registra all’epoca la presenza all’interno delle mura di una Domus Magna e di piccole abitazioni. Successivamente l’area del Castelvecchio sarebbe stata concessa dal Doge Francesco Foscari ai monaci di San Salvador che qui vi eressero la chiesa di San Giacomo. Da qui comincia un nuovo capitolo per quest’area di Mestre. Galleria Immagini La Terra di Mestre in una mappa del Sec. XVIII Una mappa del Catasto francese del 1811 con posizionate le più importanti strutture cittadine 1781 Savi ed Esecutori delle Acque Catastico n° 2897 (1781 Sezione) Il Ponte del Castelvecchio ad inizio novecento Il ponte del Castelvecchio oggi Bibliografia Sbrogiò, Marco. I Castelli di Mestre e l’antica Struttura urbana. Gusso, Adriana. Mestre – Le radici di identità di una Città. Zoccoletto, Giorgio. Il priorato di Mestre Eretto in Abbazia. ACOMAI Studio associato. Progetto di Rigenerazione Urbana “Castelvecchio” – Area dell’ex Ospedale Umberto I, Mestre-Venezia. Cosmai, Franca; Barizza, Sergio (a cura di). Mestre la storia, le fonti. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

Mestre la Trevigiana (cenni)

Mestre sotto i Collalto | Discovery Mestre Mestre sotto i Collalto Dagli Ezzelini agli Scaligeri fino alla conquista veneziana I Collalto signori di Treviso I Collalto sono una famiglia di origine longobarda, ancora esistente, che si stabilì nel territorio veneto, nella provincia di Treviso, probabilmente già prima dell’arrivo di Carlo Magno in Italia. Il primo membro della famiglia Collalto citato in un documento ufficiale è Rambaldo I. Il documento è del 25 ottobre 958 (o 959) e in esso il re d’Italia Berengario II e suo figlio Adalberto emisero un diploma con il quale gli donavano, probabilmente ex novo, la curia di Lovadina, con tutte le sue pertinenze, e il vicino bosco del Montello. Mentre in questo documento Rambaldo era denominato “dilecto fideli nostro”, in un successivo documento del 971 venne nominato “Comes Comitato Tarvisianense”. Da qui il titolo di Conte. La donazione di Ottone III e i Conti di Collalto Per iniziare a sviluppare la storia di Mestre serve fare una premessa: il toponimo Mestre appare per la prima volta nel 994 quando Ottone III, che di lì a due anni sarebbe diventato Imperatore del Sacro Romano Impero, dona attraverso un Diploma di investitura Mestre ed altri territori al fido condottiero Rambaldo. Si trattava di un riconoscimento indubbiamente importante poiché ai fedeli vassalli vengono intestati la foresta del Montello, proprietà a Treviso e 24 “mansi” (grandi estensioni di terreno coltivabile) tra cui uno “inter Mester et Paureliano et Brentulo” ovvero tra Mestre e l’attuale Gazzera (Parlan e Brendole). Va detto che il territorio che accoglieva Mestre venne concesso al Vescovo di Treviso da Berengario I del Friuli nel 905. In questo periodo Treviso apparteneva alla Marca del Friuli. La Bolla Justis Fratrum di Papa Eugenio III Altro documento importante che attribuiva al Vescovo di Treviso la podestà su Treviso e quindi su Mestre fu la bolla pontificia Justis fratrum del 1152 con cui papa Eugenio III riconosceva al vescovo Bonifacio la proprietà del castello, del porto e del borgo. Borgo che secondo quanto scrive Gaetano Moroni fu riconosciuto nel 1166. Al Vescovo Bonifacio nel 1152 papa Eugenio III spedì l’amplissima bolla Justis fratrum, di conferma delle prerogative della Chiesa di Treviso, sottoscritta dal Papa e da 11 cardinali (vedasi “Italia Sacra” dell’Ughelli), prendendo sotto protezione la Cattedrale di San Pietro. Blancone del 1153: papa Anastasio IV confermò la Bolla dell’antecedente Papa Eugenio III, e l’Imperatore Federico I gli concesse un privilegio. A questo principe fu familiarissimo il Vescovo Uldarico o Oldorico, e nel 1157 gli spedì un privilegio con diverse concessioni, omnem Teloneum de Castro Montis Bellunae (riprodotto dall’Ughelli). Nel 1166 concesse l’investitura di un suburbio di Mestre. La realizzazione del Castelvecchio viene attribuita alla volontà dei signori locali di proteggere il Porto di Cavergnago, approdo molto importante per le merci provenienti da Venezia. Il Castelvecchio era posto al centro di tre importanti strade dell’epoca: il vecchio Terraglio (strada verso Treviso), che iniziava lì dove oggi si trova Via Castelvecchio; Via Castellana, strada verso Castelfranco; e la Padovana, odierna Miranese, a proteggere l’ingresso e l’uscita dalle Terre di Mestre di uomini e merci. In tale bolla fu concesso l’uso del Porto di Cavergnago anche a Venezia, la quale possedeva in questa area depositi per le proprie merci e attracchi. Treviso e Mestre passano di mano: gli Ezzelini Nell’arco della sua storia il primo castello di Mestre fu soggetto a diversi attacchi che ne minarono anche la struttura. Le molte signorie che si contendevano il Veneto e in particolar modo la terraferma veneziana si trovarono spesso nell’intento di impossessarsi di questa importante fortezza. Nell’ambito di una guerra fratricida fra Ezzelino da Romano e il fratello Alberico, il primo attaccò il castello di Mestre nel 1237 devastandolo e riuscendo poi a occuparlo fra il 1245 e il 1250. Preso atto della sconfitta, il Vescovo di Treviso Adalberto III Ricco fu così costretto a cedere i territori di Mestre ad Alberico nel 1257, già Podestà di Treviso dal 1240. Fu un periodo molto travagliato per il Veneto, quello in cui le signorie locali cambiavano spesso e di conseguenza anche i Signori del Castello di Mestre. Venezia non aveva ancora mostrato interesse per la terraferma, per cui fino a quel momento erano altri a contendersi quel territorio. Il XIV secolo dagli Scaligeri ai Veneziani Nel XIV secolo gli Scaligeri erano la nuova signoria dominante del Veneto, arrivando nel 1336 alla loro massima espansione territoriale. Tale espansione non poteva certo non prevedere la conquista del territorio trevigano: fu Cangrande della Scala a provare per primo la conquista del castello mestrino nel 1317, ma senza successo. Fu solo nel 1323 che Treviso passò alla signoria veronese e di conseguenza anche Mestre. Il 14 luglio 1336 fu fondata la Lega antiscaligera dalla Repubblica di Venezia e dalla Repubblica di Firenze per fermare l’avanzata della signoria veronese. L’episodio che destò preoccupazione nei veneziani fu il tentativo di realizzare un castello, o forse una fortificazione, presso Chioggia da parte degli Scaligeri, denominato il Castello delle Saline. La Lega antiscaligera coinvolse anche i Visconti, gli Estensi, i Gonzaga, Carlo di Boemia e Giovanni di Carinzia. Ma come fecero i veneziani a conquistare il Castello mestrino? Con uno stratagemma e senza versare una goccia di sangue. Il 29 settembre 1337 il comandante Andrea Morosini corruppe con 10.000 fiorini i 400 mercenari tedeschi posti a difesa del castello dagli Scaligeri. Questi, una volta traditi i vecchi padroni, uccisero il Capitano del castello e lo consegnarono a Venezia il 24 gennaio 1339. Successivamente Mastino della Scala chiese e ottenne la pace con un trattato firmato a Venezia. Alla Serenissima andò tutto il territorio che allora corrispondeva a Treviso. Nel 1339 il doge Francesco Dandolo ripartì il territorio trevigiano in quattro podesterie, fra cui quella di Mestre. Venezia pose Mestre soggetta alla Rettoria di Treviso. Il primo Podestà della città pare essere stato Francesco Bon. Il podestà e capitano di Mestre aveva una carica inferiore rispetto al Rettore di Treviso, da cui il borgo dipendeva. Galleria Immagini Lo scudo di Mestre dell’epoca trevisana è posto sul Municipio — la C e la M stanno per Communitas Mestrensis Stemma Araldico della Famiglia Collalto presso il Castello di San Salvatore Il Diploma di Ottone III che concede al Conte Rambaldo II il suo “nuovo” feudo del 994 La Podesteria di Mestre nel XVI secolo (Edizioni Benetton Studi e ricerche di Maria Grazia Biscaro) Il Castello di San Salvatore Palazzo del Castello di San Salvatore Bibliografia Moroni, Gaetano. Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni. Ughelli, Ferdinando. Italia Sacra. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

La Storia della Torre Belfredo

Torre Belfredo | Discovery Mestre Torre Belfredo Un simbolo di Mestre per quasi 900 anni M: ovvero quasi 900 anni di storia. Il Fapanni Della Torre Belfredo ci parla il Fapanni nel suo volume denominato “Il 24°”. In questo volume il Fapanni rammenta che la Torre Belfredo deve il proprio nome ad una macchina da guerra “conformata a Guisa di torre”. Egli ricorda che questa divenne un’abitazione a partire dal 1723 e che il suo primo abitante fu il N.U. Filippo Crotta. Molte parti del castello mutarono la loro destinazione d’uso ad abitazione privata, e due lo sono tutt’oggi. La datazione della sua realizzazione è fissabile, per il Fapanni, attorno all’anno 1000, quindi era coetanea con la Torre dell’Orologio, e questo lo dedusse dalla presenza di una M sulla porta della Torre rivolta verso il Terraglio, in numeri romani corrispondente all’anno 1000 appunto. Questa pietra fu poi collocata sul muro della casa N° 41/a sita nella stessa Via di Mestre una volta demolita la Torre. Testimonianze dell’ing Marco Sbrogiò L’Ing. Marco Sbrogiò ricorda che questa torre sia stata fra le più importanti per Mestre perché per essa passavano tutte le merci provenienti da Treviso e destinate a Venezia, o a fermarsi a Mestre. Da qui si poteva raggiungere il Porto di Cavergnago, il porto sorto sulla foce del Marzenego fondamentale per gli scambi commerciali fra Venezia e il continente. Quindi anche fra Treviso, che lo controllava e Venezia che con il suo Stato da Mar era un mercato importantissimo. Ma non tutta la merce che passava per questa torre – porta andava a Cavergnago, una parte veniva commercializzata nel mercato cittadino, rendendo i mercanti locali ricchi. Treviso aveva il diritto di richiedere la muda, o dazio, su ogni tipo di prodotto che varcava la Torre Belfredo, le documentazioni relative a tale tassa venivano poste in un armadio detto Arca, da cui il nome di Porta dell’Arca attribuito a questa torre. Il compito di richiedere tasse a chi passava con merci di ogni tipo attraverso questa torre restò in uso anche durante il periodo della dominazione della Serenissima su queste terre. Si pensi alle scritte in latino incise su una colonna della Provvederia: “MEN PASSUS VENETI MOLENDINOR 1586, che viene tradotta come “mensura passus veneti molendinorum”. Tale incisione ci racconta un tempo in cui per questa tratta passavano le merci destinate ai molini mestrini. La Torre Belfredo aveva anche un altro nome cioè Torre di Santa Maria, perché divideva il Borgo di Santa Maria dei Battuti dal Borgo di Mestre. Ma qual era il motivo per cui fu chiamata Torre Belfredo? Il motivo è semplice: la Torre Belfredo era una torre Battifreddo cioè una torre con una campana posta al di sopra di essa, che serviva a dare l’allarme in caso di attacco. Questo tipo di torre medioevale era all’inizio della sua storia in legno, poi venne coperta in pietra per darne maggiore resistenza. Tale tipo di torre divenne una torre – porta, o se davanti ad essa vi era un fossato una torre -ponte che permetteva l’accesso a merci e a persone. La Torre Belfredo era una delle tre porte di accesso a Mestre per accedervi attraverso il castello, essendo le strade interne del castello poste a T le porte più importanti della città erano appunto la Torre Belfredo, la Torre Altinate che era all’altezza di Via Caneve, scomparsa molto prima di quest’ultima, e la Torre della Loggia, oggi conosciuta come Torre dell’Orologio. Per un pugno di lire La storia della distruzione della Torre Belfredo ha dell’incredibile e rientra nelle caratteristiche di quell’essere italiani che vede poco rispetto per la collettività e la storia. La Torre venne demolita per poche migliaia di lire, un monumento importantissimo di Mestre e nulla e nessuno poté fermare la proprietaria Teresa Gatto, vedova Artico, che non volle né tenere in piedi la torre né venderla a un prezzo accettabile per il Comune di Mestre. Ma l’abbattimento della Torre non fu pianto da tutti i cittadini dell’epoca, da molti fu salutato come la liberazione e la possibilità di aprire Mestre a una nuova Via, inizialmente chiamata Bandiera e Moro, che permise di rendere più facile il passaggio dei mezzi di locomozione dalla Castellana e dal Terraglio. La demolizione Quando la signora Teresa Gatto si trovò nel possesso della Torre Belfredo a causa della morte del marito, che di cognome faceva Artico, e nella impossibilità di mantenere quell’edificio propose al comune di Mestre due soluzioni: o acquistare l’edificio o permetterne la demolizione. Lettera del 20 gennaio 1875. Informato di tale lettera il Sindaco Napoleone Ticozzi, 9 aprile, si prodigò per evitare tale scempio nei confronti della storia della città. Durante un Consiglio Comunale raccomandò alla signora Gatto di non demolire un bene così prezioso, poi scrisse al Ministero dell’Interno e al prefetto chiedendo l’intervento di tali autorità. Vedendo che le sue pressioni non portavano a nulla chiese alla signora Gatto di attendere che il comune riuscisse a trovare i fondi necessari per rilevare la torre. Lei chiedeva 6000 lire dell’epoca. Il 21 agosto 1876 il comune ricevette una nuova proposta di acquistare l’edificio per 7.000 lire con una scadenza di 40 giorni per accettarla. 143 cittadini comuni si riunirono e firmarono un documento per opporsi a tale scempio, ma fra questi non vi erano i notabili, i cittadini più influenti, della città. Il 19 agosto 1876 il sindaco Ticozzi fece un ultimo tentativo per impedire salvare la torre presso il prefetto Moretti, il quale, però, ribadì l’impossibilità di agire su un bene privato. Ma, ormai, ogni tentativo era diventato vano, infatti l’abbattimento della torre era già iniziato e si sarebbe conclusa in pochi giorni. Finita l’opera di demolizione la vedova Artico vendette tutto ciò che poté: compresi i mattoni e il terreno rimasto libero dalla porta del castello. Della torre restava una buca di quattro metri per uno. Il terreno fu venduto al comune per 500 lire. Forse avrebbe potuto cedere l’edificio a un prezzo migliore. L’ingegner Balduin fu incaricato di realizzare una strada dove sorgeva la torre che avrebbe congiunto the Borgo dei Tedeschi, o via Bandiera e Moro, al resto della città. Oltre un secolo dopo al fianco delle mura del castello rimaste in piedi venne realizzato il parchetto di Via Torre Belfredo e poi poste sul marciapiede alcune pietre per ricordare dove fosse l’antica torre. Sulle mura del castello presenti in tale parchetto vi è anche una targa commemorativa. Galleria Immagini Ipotesi del prospetto di Torre Belfredo (Sbrogiò – Centro Studi di Mestre) Rappresentazione artistica della Torre Belfredo Particolare di una mappa di Gioseppo Cuman, (7 Luglio 1668), in cui si nota la Torre Belfredo Il parchetto di Via Torre Belfredo sono le mura del Castello di Mestre Targa Commemorativa della Torre Belfredo Bibliografia Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Sbrogiò, Marco. I Castelli e l’antica struttura urbana, Centro Studi storici di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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