Mestre Medioevale

Mestre nel Medioevo

Mestre nel Medioevo
Mura del Castello in Via Torre Belfredo

Mestre conserva tracce significative della sua storia medievale: i resti delle mura del castello, la Torre Belfredo, le chiese antiche e la trama urbana del centro storico raccontano una città che affonda le radici nel Medioevo. Un passato stratificato e spesso invisibile, che raccontiamo attraverso i nostri articoli.

Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

Il Castelvecchio di Mestre

Il Castelvecchio di Mestre: la fortezza trevisana sul Marzenego | Discovery Mestre Il Castelvecchio di Mestre La fortezza trevisana sul Marzenego Una fortezza nell’acqua Nell’area oggi occupata dall’ex Ospedale Umberto I e dalle strade intorno ai Quattro Cantoni sorgeva, nel Medioevo, la struttura difensiva più antica di Mestre: il Castelvecchio. Non era un castello nel senso più comune del termine, con torri alte e mura a picco su una collina. Era qualcosa di più insidioso e di più intimo con il territorio: una fortezza d’acqua, circondata su quasi tutti i lati dalla biforcazione del Marzenego, costruita su un promontorio naturale che il fiume stesso aveva disegnato secoli prima che qualcuno pensasse di difenderlo. La sua forma, ricostruita da Gabriele Rossi-Osmida attraverso il catasto settecentesco dei Canonici di San Salvatore e la cartografia storica, era quella di un settore circolare con il vertice rivolto a ovest. Si divideva in due porzioni: una a ovest, di forma pressoché triangolare, e una a est, subcircolare, circondata quasi completamente da un fossato in cui confluivano le acque dei due rami del Marzenego. Un piccolo passaggio di terra a nord-ovest metteva in comunicazione i due settori. Tutta la zona era attraversata da una rete fitta di canali con piccole torri di controllo, ancora visibili nel XVI secolo. La strada che immetteva nel castello, chiamata semplicemente «strada del castello», corrispondeva all’attuale Via Torre Belfredo; i fossati che la fiancheggiavano erano detti «Scoli del Terraggio» o «Fosse del Terraggio». La carta di Augusto Denaix del 1809-1811, conservata all’Archivio del Magistrato alle Acque di Venezia, rileva ancora con chiarezza la traccia del perimetro ovale del Castelvecchio attestato sul ramo nord del Marzenego. Dentro quel perimetro, nell’area dove il castello era sorto, un edificio era ancora in piedi quando Denaix disegnò la sua mappa. Oggi, nel sottosuolo di quell’area, sono ancora visibili i resti del ponte in pietra che immetteva nel cuore dell’antico castrum. Il manso regale e le origini imperiali Le radici del Castelvecchio affondano nella storia della Marca trevigiana in epoca carolingia e ottoniana, quando il controllo del territorio passava attraverso la concessione di «mansi regales», appezzamenti di confine assegnati dall’imperatore a milites fidati con l’obbligo di presidiarli giorno e notte. Il 13 novembre 994, Ottone III dona a Rambaldo, conte di Collalto, un «mansum regalem inter Mestre et Paureliano et Brentulo». I toponimi coevi «Cautanae» e «Cautus Mistrinus» attestano una struttura di controllo e riscossione fiscale già attiva: «Cautus», spiega Rossi-Osmida citando il Forcellini, significa «tutus, munitus, sicuro, difeso». Una donazione analoga dell’1079 chiarisce la natura militare di questi possessi: il beneficiario deve essere pronto «dies et noctes ad omne servitium nostrum». Non è un semplice latifondo: è una zona di confine armata, il prototipo del castello di Mestre. Nel 1095 Enrico IV si trattiene in Mestre per rogare in favore del monastero di San Zaccaria, prova che il luogo era già attrezzato per accogliere una corte imperiale. Il Castrum de Mestre: il primo documento Il 15 giugno 1117 compare per la prima volta in un documento scritto l’espressione «Castrum de Mestre». Ansedisio e Vidoto di Collalto, figli di Rambaldo, cedono all’abate di San Ilario la località «ad Portum» fino alla «ripam Mestre», escludendo esplicitamente il castrum, specificato come edificato e ordinato previo assenso imperiale. Il castello è già una realtà distinta dalla «ripam Mestre» e dal porto: tre entità separate, ciascuna con le proprie pertinenze. Negli anni successivi il castrum viene alienato al Vescovo di Treviso. Con bolla del 3 maggio 1152, papa Eugenio III riconosce a Bonifacio vescovo il possesso «de Mestre, cum castro, portu, curte, et pertinentiis suis». Il vescovo diventa signore incontrastato del castello per più di un secolo, come confermano le bolle successive di Anastasio IV, Adriano IV, Lucio III e Urbano III. Il 23 febbraio 1211, il Vescovo Tisone prova la sua piena signoria nel castello per testimonianza del notaio Giovanni da Mestre: nel documento è definito «dominus, dux, comes, marchio omnium terrarum, villarum, castellorum et burgorum ad Episcopatum pertinentium». Il castello di Mestre è parte del feudo episcopale trevisano. Ezzelino, l’incendio e la resistenza La signoria vescovile è interrotta dall’avanzata di Ezzelino da Romano. Il cronista Verci e Rolandino descrivono l’esercito ezzeliniano, composto di oltre duemila pedoni oltre la cavalleria, che «Andò primieramente pel Mestrino abbruciando e saccheggiando ogni cosa» prima di porre l’assedio a Noale. Ezzelino fa costruire in Mestre due fortezze con fosse e steccati. Nel giugno del 1256 i Crocesegnati guidati da Tiro da Camposampiero liberano Mestre e la restituiscono al vescovo, con condizioni precise: il castello deve tornare integro, i redditi dei beni episcopali restano del Comune sino alla fine delle ostilità, la giustizia civile è amministrata dal Comune. Nel 1274, non nel 1273 come scrive per errore il Barcella, un violento incendio distrugge il castello quasi totalmente. Le fonti si dividono sulle cause: alcuni sostennero che fossero stati i Veneziani, che mal sopportavano quella fortezza agli estremi limiti dei propri confini; altri che del castello non rimase che misera cenere. La disputa non si chiude mai definitivamente. L’esistenza di due fortezze a Mestre utilizzate contemporaneamente è provata dal fatto che Francesco da Carrara per porre fine alla Guerra di Chioggia (1378-1381) pone come condizione la cessione «del nuovo e del vecchio castello». Da qui alcuni fanno derivare i due soprannomi, legati alla famiglia Da Carrara, tutt’oggi in uso. I frati di San Salvatore e la seconda vita del castello Il 13 agosto 1453, il doge Francesco Foscari fa rogare dal podestà Bartolomeo Pisani un documento che trasferisce ai frati di San Salvatore, Canonici Regolari, le rovine del vecchio castello, definito testualmente «Castellum Vetus inhabitatum». Non era un gesto di generosità disinteressata: il castello in rovina non serviva più militarmente e il monastero di San Salvatore a Venezia cercava da tempo un insediamento in terraferma. Il documento è conservato all’Archivio di Stato di Venezia, Monastero di S. Salvatore, B. 14, doc. 4. Tra il 1468 e il 1470 i Canonici Regolari si insediano nell’area, erigendo una foresteria, una casa dominicale e un oratorio dedicato a San Giacomo di Castelvecchio. I terreni circostanti sono dati a livello; i frati abitano la casa costruita sulle rovine e con le rovine dell’antico castello. Nel 1469 il doge invia ducali al podestà Girolamo Marcello perché le donne smettano di condurre i panni al Marzenego sul ponte che andava dalla porta del Castelvecchio al luogo «ad follandum»: le ducali confermano che il ponte di legno era già in funzione e che il traffico intorno all’area era intenso. Nel XVI secolo, dentro il perimetro del vecchio castrum, erano ancora visibili una torre, parte delle mura disposte a rettangolo e la porta principale con il ponte. Due visite pastorali, nel 1769 e nel 1791, documentano l’oratorio di San Giacomo: un unico altare, usato esclusivamente dai Canonici e dai loro famigli, con sull’altare una teca in cristallo montata in oro contenente una reliquia ossea di San Giacomo. Nel corso del Seicento i Canonici acquistano progressivamente tutto il terreno in cui sorgeva il Castelvecchio, diventandone unici proprietari. Il ponte di pietra e la lapide Nel XVIII secolo i Canonici Regolari sostituiscono il vecchio ponte di legno con uno in pietra. Sul nuovo ponte fanno incidere una lapide latina che il Barcella nel 1839 riporta ancora leggibile: PONTEM HUNC ARCIS VETERIS / CAN.RUM REG.M RERUMO. SUARUM / TRANSITU / DE LIGNO PRIMUM EXTRUCTUM / DEINDE SUMPTU NON MEDIOCRI PLURIES REFECTUM / DEMUM DOMUS EMOLUMENTO MAXIMO / PERPETUOQUE CONSULENTES / CAN.CI REG.RES LAPIDEUM / F. C. / MDCCLII «Questo ponte dell’antica rocca, costruito dapprima in legno per il transito dei Canonici Regolari e delle loro cose, poi più volte rifatto con spesa non indifferente, infine i Canonici Regolari, avendo riguardo al massimo vantaggio della casa e per il futuro, lo fecero eseguire in pietra. 1752.» La fine: Napoleone e l’interramento Nel 1697 e nel 1698 il Marzenego si ingrossa notevolmente, inondando i prati di Castelvecchio con un danno di circa 60 ducati per il monastero. Il colpo definitivo al complesso lo dà Napoleone: nel 1810 i beni di Castelvecchio vengono incamerati dal Governo Napoleonico. Al posto della foresteria dei Canonici di San Salvatore sorge l’Ospedale Civile Umberto I. Viene interrato il Ramo delle Muneghe nel tratto da Via Circonvallazione a poco dopo Via del Sale. L’attuale Via Torre Belfredo conserva nel nome il ricordo dell’antica torre del castrum. Nell’area oggi occupata dall’ex ospedale, sotto l’asfalto e le fondazioni degli edifici moderni, sono ancora visibili i resti del ponte in pietra che immetteva nel cuore dell’antico castrum: l’ultimo segmento fisico di una struttura che aveva resistito per quasi settecento anni alle alluvioni, agli incendi, alle guerre e alle soppressioni napoleoniche. Galleria immagini La Terra di Mestre in una mappa del Sec. XVIII Savi ed Esecutori delle Acque, Catastico n° 2897 (1781) Carta di Augusto Denaix del 1809-1811 Il Ponte del Castelvecchio ad inizio Novecento Il ponte del Castelvecchio oggi Fonti Gabriele Rossi-Osmida, «Il primo Castello di Mestre», in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno 6-7 dicembre 1969, Centro di Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13. ASV, Monastero di S. Salvatore, B. 14, doc. I (1117, 15 giugno); doc. IV (1453, 13 agosto); doc. VII (1468, 28 aprile). Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre, Venezia, 1839. Augusto Denaix, Carta topografica idrografica militare, Pianta particolare di Mestre, 1809-1811, ASV. Giovanni Netto, «Il territorio dipendente dal Castello di Mestre nel passaggio dal Comune di Treviso alla Repubblica di Venezia», Quaderno n. 13, Centro di Studi Storici di Mestre, 1969. Sbrogiò, Marco. I Castelli di Mestre e l’antica Struttura urbana. Gusso, Adriana. Mestre – Le radici di identità di una Città. Cosmai, Franca; Barizza, Sergio (a cura di). Mestre la storia, le fonti. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

La Storia della Torre Belfredo

Torre Belfredo | Discovery Mestre Torre Belfredo Un simbolo di Mestre per quasi 900 anni M: ovvero quasi 900 anni di storia. Il Fapanni Della Torre Belfredo ci parla il Fapanni nel suo volume denominato “Il 24°”. In questo volume il Fapanni rammenta che la Torre Belfredo deve il proprio nome ad una macchina da guerra “conformata a Guisa di torre”. Egli ricorda che questa divenne un’abitazione a partire dal 1723 e che il suo primo abitante fu il N.U. Filippo Crotta. Molte parti del castello mutarono la loro destinazione d’uso ad abitazione privata, e due lo sono tutt’oggi. La datazione della sua realizzazione è fissabile, per il Fapanni, attorno all’anno 1000, quindi era coetanea con la Torre dell’Orologio, e questo lo dedusse dalla presenza di una M sulla porta della Torre rivolta verso il Terraglio, in numeri romani corrispondente all’anno 1000 appunto. Questa pietra fu poi collocata sul muro della casa N° 41/a sita nella stessa Via di Mestre una volta demolita la Torre. Testimonianze dell’ing Marco Sbrogiò L’Ing. Marco Sbrogiò ricorda che questa torre sia stata fra le più importanti per Mestre perché per essa passavano tutte le merci provenienti da Treviso e destinate a Venezia, o a fermarsi a Mestre. Da qui si poteva raggiungere il Porto di Cavergnago, il porto sorto sulla foce del Marzenego fondamentale per gli scambi commerciali fra Venezia e il continente. Quindi anche fra Treviso, che lo controllava e Venezia che con il suo Stato da Mar era un mercato importantissimo. Ma non tutta la merce che passava per questa torre – porta andava a Cavergnago, una parte veniva commercializzata nel mercato cittadino, rendendo i mercanti locali ricchi. Treviso aveva il diritto di richiedere la muda, o dazio, su ogni tipo di prodotto che varcava la Torre Belfredo, le documentazioni relative a tale tassa venivano poste in un armadio detto Arca, da cui il nome di Porta dell’Arca attribuito a questa torre. Il compito di richiedere tasse a chi passava con merci di ogni tipo attraverso questa torre restò in uso anche durante il periodo della dominazione della Serenissima su queste terre. Si pensi alle scritte in latino incise su una colonna della Provvederia: “MEN PASSUS VENETI MOLENDINOR 1586, che viene tradotta come “mensura passus veneti molendinorum”. Tale incisione ci racconta un tempo in cui per questa tratta passavano le merci destinate ai molini mestrini. La Torre Belfredo aveva anche un altro nome cioè Torre di Santa Maria, perché divideva il Borgo di Santa Maria dei Battuti dal Borgo di Mestre. Ma qual era il motivo per cui fu chiamata Torre Belfredo? Il motivo è semplice: la Torre Belfredo era una torre Battifreddo cioè una torre con una campana posta al di sopra di essa, che serviva a dare l’allarme in caso di attacco. Questo tipo di torre medioevale era all’inizio della sua storia in legno, poi venne coperta in pietra per darne maggiore resistenza. Tale tipo di torre divenne una torre – porta, o se davanti ad essa vi era un fossato una torre -ponte che permetteva l’accesso a merci e a persone. La Torre Belfredo era una delle tre porte di accesso a Mestre per accedervi attraverso il castello, essendo le strade interne del castello poste a T le porte più importanti della città erano appunto la Torre Belfredo, la Torre Altinate che era all’altezza di Via Caneve, scomparsa molto prima di quest’ultima, e la Torre della Loggia, oggi conosciuta come Torre dell’Orologio. Per un pugno di lire La storia della distruzione della Torre Belfredo ha dell’incredibile e rientra nelle caratteristiche di quell’essere italiani che vede poco rispetto per la collettività e la storia. La Torre venne demolita per poche migliaia di lire, un monumento importantissimo di Mestre e nulla e nessuno poté fermare la proprietaria Teresa Gatto, vedova Artico, che non volle né tenere in piedi la torre né venderla a un prezzo accettabile per il Comune di Mestre. Ma l’abbattimento della Torre non fu pianto da tutti i cittadini dell’epoca, da molti fu salutato come la liberazione e la possibilità di aprire Mestre a una nuova Via, inizialmente chiamata Bandiera e Moro, che permise di rendere più facile il passaggio dei mezzi di locomozione dalla Castellana e dal Terraglio. La demolizione Quando la signora Teresa Gatto si trovò nel possesso della Torre Belfredo a causa della morte del marito, che di cognome faceva Artico, e nella impossibilità di mantenere quell’edificio propose al comune di Mestre due soluzioni: o acquistare l’edificio o permetterne la demolizione. Lettera del 20 gennaio 1875. Informato di tale lettera il Sindaco Napoleone Ticozzi, 9 aprile, si prodigò per evitare tale scempio nei confronti della storia della città. Durante un Consiglio Comunale raccomandò alla signora Gatto di non demolire un bene così prezioso, poi scrisse al Ministero dell’Interno e al prefetto chiedendo l’intervento di tali autorità. Vedendo che le sue pressioni non portavano a nulla chiese alla signora Gatto di attendere che il comune riuscisse a trovare i fondi necessari per rilevare la torre. Lei chiedeva 6000 lire dell’epoca. Il 21 agosto 1876 il comune ricevette una nuova proposta di acquistare l’edificio per 7.000 lire con una scadenza di 40 giorni per accettarla. 143 cittadini comuni si riunirono e firmarono un documento per opporsi a tale scempio, ma fra questi non vi erano i notabili, i cittadini più influenti, della città. Il 19 agosto 1876 il sindaco Ticozzi fece un ultimo tentativo per impedire salvare la torre presso il prefetto Moretti, il quale, però, ribadì l’impossibilità di agire su un bene privato. Ma, ormai, ogni tentativo era diventato vano, infatti l’abbattimento della torre era già iniziato e si sarebbe conclusa in pochi giorni. Finita l’opera di demolizione la vedova Artico vendette tutto ciò che poté: compresi i mattoni e il terreno rimasto libero dalla porta del castello. Della torre restava una buca di quattro metri per uno. Il terreno fu venduto al comune per 500 lire. Forse avrebbe potuto cedere l’edificio a un prezzo migliore. L’ingegner Balduin fu incaricato di realizzare una strada dove sorgeva la torre che avrebbe congiunto the Borgo dei Tedeschi, o via Bandiera e Moro, al resto della città. Oltre un secolo dopo al fianco delle mura del castello rimaste in piedi venne realizzato il parchetto di Via Torre Belfredo e poi poste sul marciapiede alcune pietre per ricordare dove fosse l’antica torre. Sulle mura del castello presenti in tale parchetto vi è anche una targa commemorativa. Galleria Immagini Ipotesi del prospetto di Torre Belfredo (Sbrogiò – Centro Studi di Mestre) Rappresentazione artistica della Torre Belfredo Particolare di una mappa di Gioseppo Cuman, (7 Luglio 1668), in cui si nota la Torre Belfredo Il parchetto di Via Torre Belfredo sono le mura del Castello di Mestre Targa Commemorativa della Torre Belfredo Bibliografia Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Sbrogiò, Marco. I Castelli e l’antica struttura urbana, Centro Studi storici di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

Mestre la Trevigiana (cenni)

Mestre sotto i Collalto | Discovery Mestre Mestre sotto i Collalto Dagli Ezzelini agli Scaligeri fino alla conquista veneziana I Collalto signori di Treviso I Collalto sono una famiglia di origine longobarda, ancora esistente, che si stabilì nel territorio veneto, nella provincia di Treviso, probabilmente già prima dell’arrivo di Carlo Magno in Italia. Il primo membro della famiglia Collalto citato in un documento ufficiale è Rambaldo I. Il documento è del 25 ottobre 958 (o 959) e in esso il re d’Italia Berengario II e suo figlio Adalberto emisero un diploma con il quale gli donavano, probabilmente ex novo, la curia di Lovadina, con tutte le sue pertinenze, e il vicino bosco del Montello. Mentre in questo documento Rambaldo era denominato “dilecto fideli nostro”, in un successivo documento del 971 venne nominato “Comes Comitato Tarvisianense”. Da qui il titolo di Conte. La donazione di Ottone III e i Conti di Collalto Per iniziare a sviluppare la storia di Mestre serve fare una premessa: il toponimo Mestre appare per la prima volta nel 994 quando Ottone III, che di lì a due anni sarebbe diventato Imperatore del Sacro Romano Impero, dona attraverso un Diploma di investitura Mestre ed altri territori al fido condottiero Rambaldo. Si trattava di un riconoscimento indubbiamente importante poiché ai fedeli vassalli vengono intestati la foresta del Montello, proprietà a Treviso e 24 “mansi” (grandi estensioni di terreno coltivabile) tra cui uno “inter Mester et Paureliano et Brentulo” ovvero tra Mestre e l’attuale Gazzera (Parlan e Brendole). Va detto che il territorio che accoglieva Mestre venne concesso al Vescovo di Treviso da Berengario I del Friuli nel 905. In questo periodo Treviso apparteneva alla Marca del Friuli. La Bolla Justis Fratrum di Papa Eugenio III Altro documento importante che attribuiva al Vescovo di Treviso la podestà su Treviso e quindi su Mestre fu la bolla pontificia Justis fratrum del 1152 con cui papa Eugenio III riconosceva al vescovo Bonifacio la proprietà del castello, del porto e del borgo. Borgo che secondo quanto scrive Gaetano Moroni fu riconosciuto nel 1166. Al Vescovo Bonifacio nel 1152 papa Eugenio III spedì l’amplissima bolla Justis fratrum, di conferma delle prerogative della Chiesa di Treviso, sottoscritta dal Papa e da 11 cardinali (vedasi “Italia Sacra” dell’Ughelli), prendendo sotto protezione la Cattedrale di San Pietro. Blancone del 1153: papa Anastasio IV confermò la Bolla dell’antecedente Papa Eugenio III, e l’Imperatore Federico I gli concesse un privilegio. A questo principe fu familiarissimo il Vescovo Uldarico o Oldorico, e nel 1157 gli spedì un privilegio con diverse concessioni, omnem Teloneum de Castro Montis Bellunae (riprodotto dall’Ughelli). Nel 1166 concesse l’investitura di un suburbio di Mestre. La realizzazione del Castelvecchio viene attribuita alla volontà dei signori locali di proteggere il Porto di Cavergnago, approdo molto importante per le merci provenienti da Venezia. Il Castelvecchio era posto al centro di tre importanti strade dell’epoca: il vecchio Terraglio (strada verso Treviso), che iniziava lì dove oggi si trova Via Castelvecchio; Via Castellana, strada verso Castelfranco; e la Padovana, odierna Miranese, a proteggere l’ingresso e l’uscita dalle Terre di Mestre di uomini e merci. In tale bolla fu concesso l’uso del Porto di Cavergnago anche a Venezia, la quale possedeva in questa area depositi per le proprie merci e attracchi. Treviso e Mestre passano di mano: gli Ezzelini Nell’arco della sua storia il primo castello di Mestre fu soggetto a diversi attacchi che ne minarono anche la struttura. Le molte signorie che si contendevano il Veneto e in particolar modo la terraferma veneziana si trovarono spesso nell’intento di impossessarsi di questa importante fortezza. Nell’ambito di una guerra fratricida fra Ezzelino da Romano e il fratello Alberico, il primo attaccò il castello di Mestre nel 1237 devastandolo e riuscendo poi a occuparlo fra il 1245 e il 1250. Preso atto della sconfitta, il Vescovo di Treviso Adalberto III Ricco fu così costretto a cedere i territori di Mestre ad Alberico nel 1257, già Podestà di Treviso dal 1240. Fu un periodo molto travagliato per il Veneto, quello in cui le signorie locali cambiavano spesso e di conseguenza anche i Signori del Castello di Mestre. Venezia non aveva ancora mostrato interesse per la terraferma, per cui fino a quel momento erano altri a contendersi quel territorio. Il XIV secolo dagli Scaligeri ai Veneziani Nel XIV secolo gli Scaligeri erano la nuova signoria dominante del Veneto, arrivando nel 1336 alla loro massima espansione territoriale. Tale espansione non poteva certo non prevedere la conquista del territorio trevigano: fu Cangrande della Scala a provare per primo la conquista del castello mestrino nel 1317, ma senza successo. Fu solo nel 1323 che Treviso passò alla signoria veronese e di conseguenza anche Mestre. Il 14 luglio 1336 fu fondata la Lega antiscaligera dalla Repubblica di Venezia e dalla Repubblica di Firenze per fermare l’avanzata della signoria veronese. L’episodio che destò preoccupazione nei veneziani fu il tentativo di realizzare un castello, o forse una fortificazione, presso Chioggia da parte degli Scaligeri, denominato il Castello delle Saline. La Lega antiscaligera coinvolse anche i Visconti, gli Estensi, i Gonzaga, Carlo di Boemia e Giovanni di Carinzia. Ma come fecero i veneziani a conquistare il Castello mestrino? Con uno stratagemma e senza versare una goccia di sangue. Il 29 settembre 1337 il comandante Andrea Morosini corruppe con 10.000 fiorini i 400 mercenari tedeschi posti a difesa del castello dagli Scaligeri. Questi, una volta traditi i vecchi padroni, uccisero il Capitano del castello e lo consegnarono a Venezia il 24 gennaio 1339. Successivamente Mastino della Scala chiese e ottenne la pace con un trattato firmato a Venezia. Alla Serenissima andò tutto il territorio che allora corrispondeva a Treviso. Nel 1339 il doge Francesco Dandolo ripartì il territorio trevigiano in quattro podesterie, fra cui quella di Mestre. Venezia pose Mestre soggetta alla Rettoria di Treviso. Il primo Podestà della città pare essere stato Francesco Bon. Il podestà e capitano di Mestre aveva una carica inferiore rispetto al Rettore di Treviso, da cui il borgo dipendeva. Galleria Immagini Lo scudo di Mestre dell’epoca trevisana è posto sul Municipio — la C e la M stanno per Communitas Mestrensis Stemma Araldico della Famiglia Collalto presso il Castello di San Salvatore Il Diploma di Ottone III che concede al Conte Rambaldo II il suo “nuovo” feudo del 994 La Podesteria di Mestre nel XVI secolo (Edizioni Benetton Studi e ricerche di Maria Grazia Biscaro) Il Castello di San Salvatore Palazzo del Castello di San Salvatore Bibliografia Moroni, Gaetano. Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni. Ughelli, Ferdinando. Italia Sacra. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

Le mura di Mestre ciò che c’era e che c’è ancora

Castello di Mestre | Discovery Mestre Castello di Mestre I resti e le tracce del castello medievale Il Castello di Mestre: le tracce nascoste di una fortezza scomparsa Passeggiando oggi in Piazza Ferretto, è facile pensare che dell’antico Castello di Mestre sia rimasta soltanto la Torre dell’Orologio, isolata e silenziosa testimone del passato. Ma è davvero così? Possibile che una delle principali strutture difensive della terraferma veneziana sia svanita quasi completamente? In realtà, il Castello di Mestre non è scomparso: si è trasformato. Le sue mura, i torrioni, le porte d’accesso e le strutture difensive sono stati in parte demoliti, in parte inglobati negli edifici successivi, in parte nascosti sotto l’attuale tessuto urbano. Ciò che oggi appare come una città moderna conserva, tra le pieghe delle sue strade e dei suoi palazzi, le tracce di una fortificazione che per secoli ha protetto e definito l’identità di Mestre. Oltre alla torre visibile in centro, esistono altri resti murari, segmenti di cinta ancora riconoscibili, strutture che raccontano la forma originaria del castello e la sua estensione. Alcuni si trovano in aree meno frequentate, altri sono sotto gli occhi di tutti ma spesso non vengono riconosciuti come parti dell’antica fortezza. Dove si trovano esattamente questi resti? Esiste un secondo torrione? Com’era organizzato il sistema difensivo? Attraverso una mappa dedicata e un percorso guidato, è possibile ricostruire idealmente il perimetro del Castello di Mestre e riscoprire un capitolo fondamentale della storia cittadina. Un invito a guardare Mestre con occhi diversi: non solo come città contemporanea, ma come luogo stratificato, dove il Medioevo continua a dialogare con il presente. Sei pronto a partire per l’esplorazione di una città medievale? Scorri in basso e trova le mura del castello ancora presenti a Mestre. Abbiamo realizzato una mappa interattiva per guidarti in questa esplorazione e una breve storia per raccontarti il Castello di Mestre. Mappa interattiva – Castello di Mestre I luoghi del Castello di Mestre La Torre dell’Orologio di Mestre La Torre dell’Orologio è la principale torre del Castelnuovo ancora rimasta in piedi. Eretta nel 1108, ha subito varie trasformazioni, da casa-fortezza della famiglia Collalto a Torre del Castelnuovo. Il castello che a partire dal XIII secolo difenderà il Borgo di Mestre, area che corrisponde oggi circa a Via Palazzo, Via Torre Belfredo, Via Caneve. Nel plastico del professor Papaccio possiamo vedere come appariva la torre quando dal 1384 fu inglobata nel “fortilicio” voluto dalla Serenissima. Approfondimento: la Torre di Mestre. La Torre dell’Orologio di Mestre La Torre Loza, o Torre della Loggia, oggi conosciuta come Torre dell’Orologio, modellino del Prof. Giovanni Papaccio presso la VEZ Il giardino di Via Torre Belfredo Nel giardino di Via Torre Belfredo si trovano una porzione delle mura del Castelnuovo e una torricella abitata. Questo è il più importante tratto delle mura rimasto in piedi a Mestre. Attiguo al parchetto vi era la Torre Belfredo, abbattuta nel 1876. Per ricordarne la posizione sono state collocate delle mattonelle sui marciapiedi della via omonima. Le mura sono visibili anche da Via Giordano Bruno. Per un certo periodo questo edificio ospitò il Teatro della Murata. Torresino e Mura di Via Torre Belfredo Un particolare delle mura antiche nel parco di Via Torre Belfredo (Anna Motterle) Torresino di Via Torre Belfredo (Anna Motterle) La Torre Moza di Via Spalti Del Castelnuovo ci parla il Fapanni nel suo volume denominato “Il 24°”. In questo volume il Fapanni rammenta che la Torre Belfredo deve il proprio nome a una macchina da guerra “conformata a Guisa di torre”. Egli ricorda che questa divenne un’abitazione a partire dal 1723 e che il suo primo abitante fu il N.U. Filippo Crotta. Molte parti del castello mutarono la loro destinazione d’uso ad abitazione privata, e due lo sono tutt’oggi. La datazione della sua realizzazione è fissabile, per il Fapanni, attorno all’anno 1000, quindi era coetanea con la Torre dell’Orologio; questo lo dedusse dalla presenza di una M sulla porta della Torre rivolta verso il Terraglio, in numeri romani corrispondente all’anno 1000. Questa pietra fu poi collocata sul muro della casa N° 41/a sita nella stessa Via di Mestre, una volta demolita la Torre. Proseguendo da Via Torre Belfredo verso Via Spalti si incontra la Torre Moza, un torrione — unico di questo genere a Mestre — tutt’oggi abitato, sito più a nord lungo la parete del Castelnuovo. Lungo Via Spalti scorreva il fossato posto a difesa del castello. Attigue al torrione si possono vedere alcuni resti di mura. Nell’immagine accanto alla foto della Torre Moza troviamo la sua rappresentazione secondo la ricostruzione del Prof. Papaccio. La Torre Mozza (Anna Motterle) Una parte delle mura del castello ancora in piedi collegata alla Torre Mozza (Anna Motterle) La Torre Moza, modellino del Prof. Giovanni Papaccio presso la VEZ Il ponte sul fossato e la Porta Altinate In Via Caneve, all’incrocio con Via Slongo, si trovano oggi le tracce dell’antico Ponte dei Mulini — conosciuto anche come Ponte Longo o Pontelongo — una struttura medievale che faceva parte del sistema difensivo della Mestre antica. Il ponte permetteva di superare il fossato che circondava il Castello di Mestre (Castelnuovo) ed era collocato in prossimità della Porta Altinate, una delle principali porte d’accesso al complesso fortificato. Pochi metri più avanti lungo Via Caneve furono individuati anche i resti della Porta Altinate, o dei Molini, ma sul luogo non è stato lasciato alcun segno che ne indichi con precisione la posizione. Anche di questa area — comprendente il ponte, la porta e la loro relazione con il fossato medievale — esiste una rappresentazione dettagliata secondo la ricostruzione del Prof. Papaccio, che permette di visualizzare in modo chiaro l’assetto originario del luogo all’epoca del Castello di Mestre. Resti della Torre Altinate, o dei Molini La Porta Molino o Altinate con Via Caneve, modellino del Prof. Giovanni Papaccio presso la VEZ Le fondamenta del torresino del Parco Ponci All’interno del parcheggio di Parco Ponci si possono vedere le fondamenta di una torricella. La torricella presenta mura solo su tre lati, perché questo genere di torrette erano aperte all’interno. La torricella si trova alle spalle della Chiesa di San Girolamo, l’unica chiesa presente all’interno delle mura del castello, come si vede nel modellino del Prof. Papaccio. Al di là di queste mura vi era un’area definita “giardino” in passato, che diventerà il parco personale del Ponci. Le fondamenta di un torresino nel parcheggio di Parco Ponci Il torresino le cui fondamenta si trovano nel Parco Ponci, modellino del Prof. Giovanni Papaccio presso la VEZ Le mura che testimoniano dove si trovava la Torre di Ca’ da Mosto Le mura, o forse poche pietre, site all’interno del giardino della CaRiVe sono menzionate anche dal Fapanni nel libro Il 24°, che le descrive lunghe circa 9 metri, alte 5 e larghe 2. Non è rimasto intatto neppure questo piccolo pezzo di muro nel centro cittadino, sito fra Via San Rocco e Via Manin, non lontano dalla Torre di Ca’ da Mosto. La citazione del Fapanni: «Un rimasuglio di una torre si trova ancora in piedi, entro il cortile dello stallo della Cuccagna, dinnanzi i portici dei San Rocco. È ridotta all’altezza delle case circostanti, con fondamenta di rozzi macigni sporgenti dal suolo e con due brevi tratti di muraglia, ambedue di lati. Per vederla di dentro conviene entrare per altro ingresso. Vi scorre sotto un rivolo di poca acqua, poco dopo l’accennato anno, 1883, scomparve e vi eresse un nuovo muro.» Mura del Castelnuovo vicino alla CaRiVe Mura del Castelnuovo vicino alla CaRiVe Il tratto di mura a cui appartenevano i resti della CaRiVe, modellino del Prof. Giovanni Papaccio presso la VEZ Il Ponte del Castelvecchio: l’ultimo pezzo del Castelvecchio Il Ponte del Castelvecchio è l’unico elemento ancora visibile del più antico dei due castelli di Mestre — più una piccola fortificazione che un castello, per alcuni studiosi. Lo si può vedere dal parchetto di Via Einaudi. Aiutava coloro che volevano accedere a quell’area ad attraversare il Ramo della Beccaria del Marzenego. Dopo il Castelvecchio qui sorse la chiesa-priorato di San Giacomo e poi l’Umberto I. Quanto avrebbe da raccontare questo ponte. Il Ponte del Castelvecchio oggi Il Ponte del Castelvecchio a inizio Novecento Bibliografia Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

L’origine del toponimo e il mito

Mesthle e l’origine del nome Mestre | Discovery Mestre Mesthle e l’origine del nome Mestre Dal mito omerico alle ipotesi etrusche e romane Il mito di Mesthle «Sui Meoni imperavano Mestle ed Antifo, i due figli di Talemene, che la palude Gigea partorì; essi guidavano i Meoni, nati sotto lo Tmolo.» (Omero, Iliade) «Di Pilemene i figli Antifo e Mesthle alla gigèa palude partoriti ai Meonii eran duci, a quelli ancora che alla falda del Tmolo ebber la vita.» (Omero, Iliade, Libro II) Per quel che riguarda l’origine di Mestre non esiste alcuna datazione certa circa l’origine di questa città, neppure un secolo indicativo. Il mito fa risalire la sua fondazione a un personaggio dell’Iliade di nome Mesthle, figlio di Talemene re dei Meoni, che con Antenore arrivò in Veneto fuggendo da Troia e si stabilì con altri presso un bosco di fronte alla Laguna — la cosiddetta Selva Fetontea — fondando una città fortificata che, dal suo nome, chiamò Mestre. Questa selva è citata nel I secolo d.C. dal poeta Marziale, che documentava l’esistenza di un bosco esteso da Aquileia a Ravenna. Localmente la colonizzazione romana lasciò in vita ampi spazi boschivi lungo la gronda, specialmente a nord-est di Mestre, verso il Dese e lo Zero, e lungo il corso finale del Marzenego a risalire verso gli odierni Carpenedo, Zelarino e Chirignago, nello spazio interstiziale lasciato tra le centuriazioni altinate e padovana. (ilfiumemarzenego.it) L’origine del nome nelle ricerche del Fapanni «La grossa borgata di Mestre, detta ne’ secoli barbari Mestrine, grosso vico esser dovea pure né tempi romani, ne’ quali il nome acquistò di Nonum. Ivi pure una mutazione segnano gli Itinerari: in conseguenza anche Mestre doveva essere popolosa in grazia del grande passaggio sull’Emilia Altinate. Clabuli, rhedae, birotae, veredarii, dovevano starvi, e tutto il proprio delle grandi vie militari… Il nome Mestrine dovea essere il locale e proprio, quello di ad Nonum, avendolo acquisito, quando i Romani 2000 anni addietro vi fecero passare l’Emilia. Finito il dominio de’ Romani, l’Emilia perdutasi, distrutto Altino, finita la lingua latina, il nome acquistato perde, e rivisse probabilmente il locale, come accadde anche ad Oriago.» (Filiasi, Memorie storiche de’ Veneti primi e secondi; Paoletti, Il Fiore di Venezia, Venezia 1837, Vol. I — citato ne Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici, perché stava alla IX milliaria sulla Via Emilia, venendo da Altino.) Le ipotetiche origini del nome Il toponimo Mestre, secondo il filologo Dante Olivieri, deriva dal personale romano Mestrius, documentato specialmente nell’Italia settentrionale, ed è da confrontare con Mestrino in provincia di Padova. In quest’area potrebbe quindi aver avuto sede una Gens romana denominata Mestria. Il Filiasi sosteneva invece che l’etimo fosse etrusco. L’Agnoletti ipotizzò la possibile presenza della radice mad-, riferita a una località paludosa; altri ancora individuarono una somiglianza con nomi di origine orientale, frigia e greca in particolare. L’origine legata all’antico nome del Marzenego Altri studiosi, come Antonio Luigi de’ Romano e Giovanni Casoni, fanno risalire il toponimo della città all’antico nome del Marzenego, che in passato pare essere stato Mestria. «Mestre acquisì il nome dal Mestre o meglio Mestria, un fiume sulle cui rive in tempi lontani il borgo era sorto e che si andava a scaricare dove ora inizia il Canal Grande di Venezia: Pel Porto di Olivolo o di Lito sboccava il fiume così detto Mestre o Marzenego, scorrendo pel canal di S. Secondo, e quindi in Canal Regio (Cannareggio), incontrando poscia alla confluenza col Canal Grande, alla così detta oggidì Riva di Biagio, il Bottenigo ossia Butinicus, in cui immettevano Muson e Luxor, Pianca, Tergola e fiume d’Oriago, il quale per qualche tempo portò anche il nome di Brenta.» (Antonio Luigi de’ Romano, Prospetto sulle conseguenze derivate alla laguna di Venezia, ai porti e alle limitrofe provincie dopo la diversione de’ fiumi ecc., T. I, Venezia, 1815). «… molto prima del secolo XIV un branco del Medoaco maggiore, da poi denominato Brenta, il quale col Retrone passava nelle vicinanze di Padova, staccavasi al sito dell’odierno Fiesso (Flexus) dove assumeva il nome di fiume Una ovvero Prealto […] giunto questo branco ne’ dintorni di Lizza Fusina sboccava in Laguna […] al sito ove ora sta la chiesa di San Geremia, capitava ad ingrossarlo porzione delle acque de’ fiumicelli Mestria o Marzinicus, del Butinicus, del Muxon, del Tergala e del Pionca…» (Giovanni Casoni, Sulla destinazione di un’antichissima opera murale scoperta in Venezia, in “Atti delle adunanze dell’I.R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti”, pp. 220–221, Vol. VI, Venezia, 1856). Bibliografia Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. 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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

La Scuola dei Battuti fuori Mestre

I Battuti oltre Mestre | Discovery Mestre I Battuti oltre Mestre Dalla laguna alle comunità del Trevisano Nascita e scioglimento della Confraternita a Mestre Le date più importanti per i Battuti a Mestre furono tre: il 1302, il 1314 e il 1807. Come già visto, la fondazione della Confraternita di Santa Maria dei Battuti avvenne sotto il patrocinio del Vescovo di Treviso Talberto Calza «il giorno dell’incarnazione di nostro Signore del 1302», mentre la nascita dell’Hospitale per i poveri di Cristo — o ospedale di “Santa Maria verberatorum” — fu possibile grazie alla donazione di Mabilia il 4 agosto 1314. Di questo ospedale si parla in alcuni atti notarili già nel 1318. Se il 1302 fu l’anno dell’istituzione dei Battuti a Mestre, il 1807 fu la data del loro scioglimento, voluto da Napoleone Bonaparte. La Chiesa di San Giorgio a Chirignago Del 1123 è la prima testimonianza di un’”Ecclesia Clarignaghi” dedicata a San Giorgio in area Chirignago. La chiesa apparteneva all’ordine benedettino, che attorno al 1100 possedeva praticamente l’intera area. La parrocchia di Chirignago era anticamente sotto la giurisdizione dell’Abbazia di Sant’Ilario, situata su un’isoletta della laguna di fronte ai Moranzani. A partire dal 1022 i benedettini vendettero i terreni di loro pertinenza in quest’area a persone del luogo, e «già dal 1120 tre mansi giacevano in confino Piragi et Clarignani». La parrocchia di Chirignago fu la prima filiale dell’Arcipretale di San Lorenzo. Dal 1339 tutta questa area apparteneva alla Podesteria di Mestre. Va ricordato che l’antica chiesa di San Giorgio fu distrutta nel 1336 durante la guerra fra Venezia e Verona. Per quel che riguarda la presenza dei Battuti a Chirignago, questa è documentata dal 1441, anno di un’indulgenza plenaria, mentre nel 1459 il Rettore Bartolomeo di Pietro ne trasformò il titolo in “Santa Maria della Misericordia”. Il cappellano di Chirignago aveva diritto a una rendita in natura e all’elargizione periodica di una somma in denaro, e risiedeva in una casa attigua alla chiesa. Il Rettore della Chiesa era scelto dalla scuola di Mestre: nel 1521 tale incarico ricadde su Nicolaus Blanco canonicus Rector, che stese la Mariegola in un codice miniato tutt’ora conservato negli archivi della chiesa. Tale codice documenta che a Chirignago vi fu la prima Scuola dopo quella di Mestre. Le altre scuole e gli altri ospedali dei Battuti nel Trevisano Oratorio dei Santissimi Lorenzo e Marco dei Battuti a Vittorio Veneto. Casa dei Battuti a Noale. Santa Maria dei Battuti di Treviso. L’ospedal Grando a Treviso. Scuola di Santa Maria della Misericordia o dei Battuti di Mogliano. Galleria Immagini La casa dei Battuti a Noale Madonna della Confraternita di Chirignago San Giorgio e il Drago e lo stemma di San Nicola Bianco La Mariegola Chiesa di San Lorenzo dei Battuti a Serravalle Bibliografia Checchin, Alessandra. La scuola e l’ospedale di Santa Maria dei Battuti di Mestre dalle origini al 1520, Centro Studi Storici di Mestre. Sito sulla storia di Chirignago. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

Il primo porto di Mestre: Cavergnago

Il Porto di Cavergnago | Discovery Mestre Il Porto di Cavergnago Il primo porto di Mestre Il «Flumen de Mestre» e il centro economico mestrino «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di Canale di San Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» (Luigi Brunello, Mestre – Il porto, il castello, 1971) Bonaventura Barcella, nella sua opera Notizie storiche del Castello di Mestre, descrive come Treviso e Venezia avessero creato una rete di porti finalizzata al controllo dei traffici di merci. Questi scali erano collocati sia all’interno della laguna di Venezia sia lungo i fiumi che vi confluivano. Si trattava di approdi intermodali, dove le merci venivano trasbordate dalle barche alle carrozze o ad altre imbarcazioni per proseguire il viaggio. Poiché Treviso e Venezia erano governate da entità politiche distinte, il transito delle merci era soggetto al pagamento di una muda, una tassa riscossa dal mudaro incaricato. Il Porto di Cavergnago si sviluppò sotto la signoria trevisana, in quanto il territorio mestrino apparteneva al distretto di Treviso. Esso rivestì un ruolo fondamentale per l’economia locale, poiché si affacciava direttamente sulla laguna di Venezia, consentendo un collegamento agevole con la Via Annia e con le principali vie di terra dell’epoca: la Trevisana (l’antico Terraglio), la Padovana (lungo la Riviera del Brenta) e la Castellana. Secondo la tradizione storiografica locale, un tempo il Marzenego, noto anche come Flumen de Mestre, aveva un alveo (o un ramo) che si prolungava verso l’area dell’attuale Canale di Cannaregio. La navigazione verso Venezia rimase possibile anche dopo le trasformazioni della laguna, con la foce del fiume situata nelle vicinanze di Campalto. Si ipotizza inoltre che il Castelvecchio fosse stato eretto anche per difendere le vie di accesso provenienti dall’entroterra, attraverso queste principali arterie, verso il Porto di Cavergnago. La localizzazione e i traffici (IX–XIV secolo) Il Porto di Cavergnago cominciò probabilmente a essere frequentato fin dal IX secolo: il nome «Caverniacus» compare già in documenti dell’epoca di Ottone III. A tanti secoli di distanza dalla sua scomparsa è impossibile individuarne l’esatta ubicazione puntuale, ma come tutti gli scali commerciali non lo si può pensare concentrato in una determinata località: si sviluppava lungo le rive del Marzenego nella zona compresa in un rettangolo i cui lati approssimativamente potevano essere da una parte le attuali Via Colombo e Via Triestina, dall’altra Via Marghera e Via Bissuola. Ormai nelle recenti mappe e anche in quelle più antiche non è possibile individuare niente: non c’è che il nome alla sinistra del Marzenego, lo stesso nome che con dicitura inesatta è stato dato alla strada che collega Bissuola alla Statale Triestina: Cavergnaghi. Per molto tempo, dal IX secolo e forse anche prima, fino oltre il 1362, a questa località e a questo porto venne convogliato quasi tutto il traffico commerciale diretto da Venezia alla Terraferma, e qui si davano convegno i mercanti delle città della pianura padana e dei paesi d’oltralpe. Il Filiasi nelle Memorie storiche dei Veneti primi e secondi lo descrive come un luogo dove «fondachi e magazzini e grande negozio facevano co’ Trevigiani ed altri popoli del continente», con le «Cavane» dove si fermavano i navigli veneziani: il termine veneto cavana indica un luogo sicuro dove raccogliere le barche. Il rione di S. Maria della Salute si chiamava anticamente Borgo dei Tedeschi perché ivi avevano alloggi e depositi i mercanti germanici che frequentavano Cavergnago. Non lontano dal porto confluivano tre importanti strade: il Terraglio, la Castellana e la Padovana. Il Castello di Mestre aveva una porta rivolta a levante, detta porta di Altino o dei Mulini, che comunicava direttamente con il porto tramite quella che è oggi Via Caneve, la vecchia strada comunale di Bissuola segnata nelle antiche mappe con il nome di «Strada di Urlando». Una mappa datata 5 maggio 1694, conservata all’Archivio di Stato di Venezia, disegnata da Domenico Bocchetti Proto ordinario del Magistrato delle Rason Vecchie, indica le vie che univano Mestre a Carpenedo, Favaro e Bissuola. Lungo il percorso verso Bissuola si leggono annotazioni relative a due fosse in corrispondenza di un antico ponte distrutto, già citate dal Filiasi come «Cavane» sul lato sinistro del Marzenego. La prossimità del Porto di Cavergnago alla via consolare romana Annia è un elemento di grande rilievo storico-archeologico. La via Annia è riportata nelle cartografie moderne con il nome di «strada di Orlando» ed è oggetto di un progetto di legge per la sua valorizzazione. All’altezza dell’attuale Via del Miglio si diparte in direzione sudovest un percorso singolarmente rettilineo che punta verso l’area del paleoalveo del Marzenego, ancora leggibile nelle cartografie storiche. Nell’area sono stati rinvenuti resti di una strada pavimentata in trachite e reperti archeologici nel sito denominato «villa Crusca» in località Bissuola, testimonianze di un insediamento antico che precede lo stesso porto medievale. Il porto di Cavergnago nel periodo trevisano «Mestre, luogo di gran traffico, di grande concorso era nei secoli VIII, IX e X a cagione di un porto vicino, nel quale i Veneziani avevano ottenuto di fabbricare alcune proprie mansioni, di mantenere un gastaldo ducale per le faccende mercantili, e fruire perfino in parte dei diritti e dei dazi colà riscossi, sebbene non altro pagassero che quattro bisanti d’oro, ovvero due lire di denari venete, al Vescovo di Treviso, padrone dei luoghi.» (Paoletti, Il Fiore di Venezia, Venezia 1837, vol. I) Nel 905 Berengario, re d’Italia, con un diploma concesse al vescovo di Treviso Adalberto il diritto di riscuotere dazi e mude «sulla Dogana di Trevigi di dentro e di fuori, e per esteso per tutto il distretto del quale faceva parte Mestre». Il vescovo riconobbe al re due porzioni della dogana. Questo privilegio fu successivamente confermato dall’imperatore Ottone III nel 991 e nel 996 al vescovo Rozzone Calza. Il vescovo Rozzone Calza (969–1002) intervenne per disciplinare il possesso dell’area di Cavergnago e i rapporti con i vicini veneziani. Nel documento di fondazione dell’abbazia benedettina di Santa Maria di Mogliano del 997, Rozzone concedeva all’abate Vitale, tra l’altro, la proprietà della corte di Cavergnago. Questa donazione fu in seguito confermata da Rambaldo II e dallo stesso imperatore Ottone III. Nel 1074 l’abbazia fu trasformata in monastero e la titolarità sul porto passò alla badessa. Per quanto riguarda i rapporti tra Venezia e Treviso sul controllo del porto, l’imperatore Ottone III, con un documento del 1001, autorizò il vescovo di Treviso a concedere al doge Pietro Orseolo II il privilegio di utilizzare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. Già in precedenza, lo stesso Rozzone si era accordato con il doge Pietro I Orseolo per assegnare ai veneziani il possesso di tre magazzini e il diritto di riscuotere un terzo delle gabelle e dei dazi, eccetto quelli dovuti dai sudditi imperiali. Il 3 maggio 1152 papa Eugenio III, con la bolla Justis fratrum, riconobbe al vescovo di Treviso Bonifacio la proprietà del castello, del porto e del borgo, confermando di fatto il privilegio dei veneziani sul porto. Secondo Giambattista Verci nella Historia degli Eccelini, nel 1173 scoppiò una disputa tra il signore di Caurignago (Cavergnago), Almerico Buz, e il vescovo di Treviso Ulderico III (1157–1179). Ezzelino da Romano, giudice del contenzioso, il 16 febbraio 1173 assolse il vescovo dalle pretese di Almerico relative alle mude e alle gabelle di Caurignago, dichiarando che tali diritti spettavano interamente al vescovado. Assolse invece Almerico dall’obbligo di restituire il borgo al vescovo e gli concesse di edificarvi case «a suo talento». Gli impose tuttavia di non impedire al vescovo la riscossione delle gabelle, di lasciare libero il transito a passeggeri e naviganti e di non deviare il corso del fiume Marzenego. Una vertenza del 1173 tra il Vescovo di Treviso ed un certo Almerico Buz stabilisce formalmente che il Teloneo e la Muta dei mercanti e delle navi si trovavano a Cavergnago «inferius prope flumen de Mestre, usque ad aquam salsam»: il porto era dunque posizionato lungo il Marzenego fino all’acqua salata, cioè fino alla laguna. La conquista veneziana e il declino del porto Treviso non fu mai un vicino facile per Venezia, anche a causa dei frequenti cambiamenti di governo che caratterizzavano la città. Controllare Treviso significava per i nuovi signori poter dominare il territorio mestrino, con gravi rischi per l’economia e la sicurezza della Serenissima. Gli ultimi signori di Treviso che ebbero il controllo di Mestre furono i veronesi Della Scala, i quali nel 1317 insediarono mercenari tedeschi a difesa del Castelnuovo di Mestre. Questo mutamento di regime spinse Venezia a intervenire. Dopo un primo tentativo fallito, il 29 settembre 1337 il capitano veneziano Andrea Morosini corruppe i 400 mercenari tedeschi che difendevano il castello, ottenendo l’ingresso dopo l’uccisione del capitano trevisano. Pochi anni più tardi Venezia conquistò definitivamente anche Treviso. Una volta entrata a far parte del dominio veneziano, Mestre fu oggetto di importanti trasformazioni. Padroni del territorio alle spalle della Laguna fin dal 1341, i Veneziani avevano già deciso la costruzione di un gran canale che collegasse Mestre con Marghera: era quest’ultimo un centro abitato sorto lungo le rive del Marzenego dove c’erano una chiesa, delle case, un’osteria ed un albergo. L’intervento più significativo fu la realizzazione della Fossa Gradeniga, avviata con Ducale del 12 aprile 1362, utilizzando quanto rimaneva dell’antico alveo del Musone. Questo canale, detto anche Canal Salso o Canale di Mestre, partiva poco distante dal Borgo di San Lorenzo e sfociava in laguna nei pressi del Canale di San Secondo. Dal 1362 tutto il movimento delle merci che prima si svolgeva attraverso il porto di Cavergnago avvenne lungo il nuovo canale, trovando Mestre come punto di confluenza delle più importanti vie di comunicazione che portavano alle città dell’entroterra. L’epicentro delle vie di comunicazione si spostò e si avvicinò maggiormente al Borgo di S. Lorenzo, che ormai per tutti i secoli seguenti avrebbe costituito il più importante nodo di vie attraverso il quale si sarebbe mosso il commercio tra Venezia e la Terraferma. La nascita della Fossa Gradeniga segnò così l’inizio del declino del Porto di Cavergnago, che tuttavia mantenne una qualche attività residua fino al XV secolo, e favorì lo sviluppo del borgo di Mestre e la nascita di quella che sarebbe diventata nota come Piazza Barche. Le anse fossili del tracciato fluviale originario del Marzenego sono ancora oggi leggibili nell’area compresa tra Via Bissuola e il fiume Marzenego-Osellino. Questi paleoalvei, insieme ad altri tracciati fluviali oggi scomparsi, hanno probabilmente condizionato l’assetto storico del territorio e generato la caratteristica toponomastica locale (Bissagola, Bissa, Bissuola). L’assetto attuale è frutto delle grandi opere idrauliche della Repubblica Serenissima nel 1783-84: il «Taglio Nuovo» dell’Osellino fu ideato e realizzato dall’ingegnere Tomaso Scalfuroto, responsabile del Catastico, definito dai contemporanei «scrupoloso osservatore e risolutore dei problemi idraulici della terraferma fra Mestre e Treviso». Galleria Immagini La Villa di Cavergnago nel Catastico Scalfuroto del 1782 «Vista di Mestre» – Canaletto (ca 1744) Raccolta dei principali piani dei porti e rade del Mediterraneo — Joseph Roux, ed. Yves Gravier, Genova, 1804 Bibliografia Barcella, Bonaventura. Notizie storiche del Castello di Mestre, Centro Studi Storici. Brunello, Luigi. Il porto di Cavergnago, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 7-8, 1966-1967. Brunello, Luigi. Mestre – Il porto, il castello, Centro Studi Storici di Mestre, 1971. Filiasi, Giacomo. Memorie storiche de’ Veneti primi e secondi. Fapanni, Francesco Scipione. La Congregazione di Martellago, a cura di Danilo Zanlorenzi, Il Giardini. Paoletti, Pietro. Il Fiore di Venezia, Venezia, 1837. Verci, Giambattista. Historia degli Eccelini. Consorzio di Bonifica Acque Risorgive, Studio Altieri. Riqualificazione ambientale del basso corso del fiume Marzenego-Osellino. Rilevanza storico naturalistica e opportunità di intervento, settembre 2015. × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

Mestre prima dei Collalto

Le origini di Mestre | Discovery Mestre Le origini di Mestre Dalla mutatio romana alla cessione ai Collalto Le prime fonti: Mestre, una mutatio ad nonum Secondo quanto riportato dalla ricerca Il Corridoio della Memoria, lo storico Bosio descrive l’esistenza di due percorsi stradali che collegavano Padova ad Altino in epoca romana. Uno di questi, lungo la riva sinistra del Meduacus maior (l’attuale Brenta), era leggermente più lungo. Lo studioso Miller attribuisce alla Tabula Peutingeriana il tracciato sulla destra del Brenta, mentre agli altri itinerari — come l’Itinerarium Burdigalense — quello sulla sinistra, localizzando la mutatio ad Duodecimum a Dolo e la mutatio ad Nonum a Mestre. Questa ipotesi è supportata sia da testimonianze archeologiche lungo la riva sinistra, sia dall’ingente volume di traffici lungo il Meduacus. Il primo cenno di un insediamento nell’area di Mestre è contenuto nell’Itinerarium Burdigalense, una guida per pellegrini del IV secolo, che cita una mutatio ad nonum — una stazione di posta per il cambio dei cavalli situata a nove miglia da Altino, lungo la Via Annia. È possibile che in quest’area esistesse anche un castrum, embrione del medievale Castelvecchio. In epoca romana il territorio di Mestre era attraversato da importanti vie di comunicazione, come la Via Gallica e la Via Claudia Augusta. A partire dalla mansio ad Portum — l’attuale Porto Menai in località Malcontenta — il percorso attraversava l’odierna città di Mestre, probabilmente denominata mutatio ad Undecimum, e proseguiva verso Altino lungo la gronda lagunare, leggermente sopraelevata mediante terrapieni, come deducibile dai toponimi Levada e Levaduzza. La Tabula Peutingeriana Nella Tabula Peutingeriana, una mappa riprodotta nel Medioevo, si nota una raffigurazione della Laguna di Venezia, con particolare attenzione alle città di Aquileia, Altino e Ad Portum. Quest’ultimo era un porto situato sul vecchio tracciato del fiume Brenta, oggi noto come Porto Menai. La mappa riporta anche l’antico nome del Brenta, diviso in due rami: Maio Meduaco e Mino Meduaco. Ad Portum sorgeva sul Maio Meduaco. Tra Altino e Ad Portum è indicata una stazione numerata — probabilmente l’antica Mestre — segnata come mutatio ad nonum, a indicare che all’epoca non aveva ancora un nome proprio. Accenni storici del tardo Medioevo Le prime testimonianze documentarie di una presenza religiosa nell’area di Mestre appartengono alle diocesi di Treviso e di Altino, che citano una chiesa e monastero di San Crispino in Santa Maria in Strata, l’attuale Campalto, considerata la più antica chiesa del mestrino. La cappella più antica menzionata in atti ufficiali è invece l’abbazia di Sant’Ilario nella Mestrina inferiore, a Malcontenta. Lo storico Lanfranchi, ricostruendo la fisionomia del territorio nel XII secolo, scrive: «In regione boscosa, era, a essa vicino, il bosco del Castelletto, noto da un documento del 1125, e poi il bosco di Bottenigo. Il portus di Mestre, nominato spesso nelle carte, potrebbe corrispondere all’ad Portum della Tabula Peutingeriana? È un interrogativo non senza fondamento, poiché la distanza fra Ad Portum e Altino corrisponde perfettamente a quella attuale fra Mestre e la città romana. Il porto doveva avere una certa importanza, se nel 1117 i conti di Treviso, pur vendendo un vasto territorio a Sant’Ilario per lire 8000, si riservavano i diritti sulla ‘ripa Mestris’. Era presso Mestre, nella località Ponta de Castello, quella chiesa di San Cipriano, nella quale il diacono Giovanni racconta essersi rifugiati il patriarca Fortunato e il vescovo di Olivolo Cristoforo.» Tuttavia, come evidenziato, Ad Portum era probabilmente Porto Menai, frazione di Mira, mentre il porto di Mestre si trovava a Cavergnago. Mestre non appare nel Pactum Lotharii, ma viene citato un portus tarvisiensis tra i possedimenti ceduti al Vescovo di Treviso nell’anno 905 dal re longobardo Berengario, ipotizzato essere a Cavergnago. Ottone III cede Mestre ai Conti di Collalto Il nome di Mestre compare ufficialmente nel Diploma di investitura del 994, con il quale Ottone III — che due anni dopo sarebbe diventato Imperatore del Sacro Romano Impero — intendeva ringraziare il suo fido condottiero Rambaldo, appartenente alla famiglia dei Collalto. Ai fedeli vassalli furono intestati la foresta del Montello, la proprietà di 24 mansi a Treviso e grandi estensioni di terreno coltivabile, tra cui uno «inter Mester et Paureliano et Brentulo», ovvero tra Mestre, Gazzera, Parlan e Brendole. Galleria Immagini Ricostruzione della Via Annia: l’area di Mestre è segnata come AD IX, a 9 miglia da Altino Tabula Peutingeriana con la Laguna di Venezia — Altino, Aquileia e Ad Portum (Porto Menai) Il Castello dei Collalto presso Susegana Bibliografia Via Annia — Il Corridoio della Memoria. Zampieri, Monica. Mansio, Mutatio et Statio: la Maio Meduaco. Mestre: storia, struttura della terraferma veneziana. Gusso, Adriana. Mestre: le radici, identità di una città. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Medioevale 14 Gennaio 2026

Il Diploma di Ottone III del 994

Diploma di Ottone III | Discovery Mestre Diploma di Ottone III Come i Collalto divennero signori di Mestre I Conti di Collalto, signori di Mestre Il 13 novembre 994, il Re di Germania Ottone III, all’età di soli 14 anni, per intercessione dell’arcivescovo di Magonza Willigis, suggellò la concessione di privilegi e terre al conte Rambaldo II da Collalto. Due anni dopo, Ottone III divenne imperatore e confermò gli stessi privilegi. Al conte Rambaldo II furono concessi la foresta del Montello e «tutto ciò che spetta al re entro le mura della città di Treviso», 24 mansi sparsi nel contado di Treviso, parte della Marca Veronese e del Ducato di Carinzia. Nel veneziano si notano anche Oriago, Borbiago e Gaggio. Suo padre fu Rambaldo I, che acquisì terre grazie all’essere fedele servitore dapprima di Berengario I, suo suocero, e poi di Ottone I. Mestre fu ancora protagonista nel 1001, quando l’imperatore Ottone III concesse al Vescovo di Treviso il diritto di assegnare al Doge Pietro Orseolo II il privilegio di usare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. Il viaggio del Diploma di Ottone III I conti di Collalto non solo espansero il loro potere nel corso dei secoli, ma nel XIII secolo fecero erigere un castello a Susegana, denominato Castello di San Salvador, al cui interno realizzarono il seicentesco Palazzo Odoardo e una ricca pinacoteca che ospitava il Diploma di Ottone III. Il diploma fu studiato e trascritto da molti studiosi, e citato nel libro Italicae Medii Aevi del 1758 di Ludovico Antonio Muratori e nel volume di Andrea Gloria del 1877. Nel 1965 il direttore di un museo cecoslovacco lo ritrovò negli archivi dello Státní okresní archiv di Rokycany. Come era possibile che quel documento avesse percorso tanta strada? La versione più accreditata è che un soldato dell’esercito asburgico, durante la Prima Guerra Mondiale, lo avesse trovato nelle rovine del castello e usato per rinforzare la suola di una scarpa, portandolo con sé in patria. Questo causò i danni riportati dalla pergamena stessa. Traduzione del Diploma di Ottone III 994, 13 novembre, ind. VII, Duello/Hohentwiel. L’imperatore Ottone III conferma i beni già concessi e donati dai suoi predecessori a Rambaldo I, conte di Treviso, aggiungendo altre donazioni in mansi e masserie nei territori delle attuali province di Treviso e Venezia. Nel nome della santa ed indivisa Trinità. Ottone, per benevolenza della divina clemenza, re. Se valutando con debita attenzione i servigi di tutti i nostri fedeli avremo gratificato con una giusta ricompensa la loro fedeltà, nessuno potrà dubitare che in futuro essi ci saranno ancora più fedeli. Per questo rendiamo noto a tutti i nostri fedeli attuali e futuri come noi, su proposta dell’arcivescovo della sede di Magonza Willigis, a noi carissimo, ed altri nostri fedeli, col foglio di questo editto abbiamo donato al nostro onorabile Rambaldo cinque masserie regali nel villaggio di Nervesa, presso il fiume Piave; inoltre, due masserie nel villaggio detto Monte Calvo, presso il fiume Glaura: che se in questo villaggio non si ritrovassero beni di diritto regio sufficienti a completare le dette due masserie, con questa nostra concessione autorizziamo che vengano completate con terre di nostro diritto vicine il più possibile al detto villaggio; inoltre, quattro masserie nel villaggio detto Elerosa, o nel luogo più vicino in cui ne abbiamo; ed ancora un manso regale nel villaggio detto Vedelago; similmente due mansi nel villaggio detto Casa Curva, eretto da Wangerio, o nel luogo più vicino in cui se ne trovino di nostro diritto; ancora due mansi nel villaggio detto Sala ed, in più, con la presente donazione gli accordiamo tutto ciò che di diritto regio si trova entro le mura della città di Treviso; un manso all’esterno di detta città; un manso in Oriago; un manso a Borbiago; un manso nel villaggio di Sala. Oltre a tutto questo gli abbiamo dato un manso regale fra Mestre e Paureliano e Brentalo; ed un manso con bosco e pascoli nella selva di Gaio, non lontano da Edrino; ed un manso nel villaggio di Sant’Andrado, non lontano da Paulano; un manso nelle terre di Sarmazza: e sappiate che se quei mansi non si dovessero ritrovare, poiché lì l’insieme dei nostri beni è di novanta iugeri, li si completi con quanto abbiamo il più vicino possibile. I quali complessivi ventiquattro mansi regali che si trovano nelle località indicate li concediamo con tutti i sedimi, campi, vigneti, prati, boschi, pascoli, acque e corsi d’acqua, luoghi di caccia e di pesca ad essi pertinenti. Ed in più anche la foresta del Montello, che si sa essere pertinenza della corte di Lovadina, e tutto ciò che vi si trova in più oltre quanto è di pertinenza della stessa corte. Ed inoltre, con questo stesso atto di conferma doniamo e decretiamo anche la concessione di tutte le altre terre che il sopraddetto conte o il suo genitore hanno avuto con editti da qualunque imperatore o re, assieme a tutti i luoghi di caccia e pesca od ogni e qualsiasi altro annesso che sia possibile enunciare e che noi, di nostro diritto, possiamo in modo corretto e legale dividere: beni che si sa essere situati tutti nel comitato di Treviso. Inoltre, trasferendolo dal nostro diritto regio al suo diritto, gli abbiamo dato anche un servo di nostro diritto di nome Sigismondo, così che di detto servo faccia ciò che gli sarà piaciuto. Se poi qualcuno, cosa che non crediamo potrà assolutamente accadere, dopo la conferma per mezzo di questo nostro editto volesse in qualche modo molestare o spogliare lo stesso conte o i suoi eredi di tutto quanto è sopra descritto, sappia che dovrà pagare una penalità di cento libbre d’oro — metà al nostro erario e metà allo stesso conte od ai suoi eredi. E perché ciò sia creduto più vero e sia ritenuto più fermo, abbiamo ordinato che questo nostro editto venisse subito trascritto e contrassegnato con l’impronta del nostro sigillo e, come sotto si vede, con la nostra mano l’abbiamo convalidato. Firma del gloriosissimo Re [monogramma] signor Ottone. (Io) Eriberto, vice cancelliere del vescovo ed arcicancelliere Pietro, ho autenticato. Redatta il XIX giorno precedente le kalende di dicembre nell’anno dell’incarnazione del Signore 994, indizione VII, anno invero XI del regno di Ottone III. Fatta in Duello felicemente. Amen. Galleria Fotografica Il Diploma di Ottone III che concede al Conte Rambaldo II il suo feudo (994) Il Castello di San Salvatore oggi Il monogramma con cui si firmava Ottone III Ottone III restituisce al monastero di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia la terra dei vassalli (998) Bibliografia A 900 km dalla nostra storia, documento online. Voce Collalto su Wikipedia. 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Mestre Medioevale 21 Dicembre 2025

Il ruolo di Mestre nella Guerra di Chioggia

La Guerra fra Genova e Venezia | Discovery Mestre La Guerra fra Genova e Venezia Mestre, nodo strategico tra terra e laguna Durante la Guerra di Chioggia (1378–1381) Mestre emerge con chiarezza dalle fonti cronachistiche come uno dei punti di maggiore rilevanza strategica e militare della Repubblica di Venezia. Non fu soltanto una terra di confine, ma un vero baluardo avanzato a difesa della laguna e, allo stesso tempo, un centro logistico nevralgico per il movimento delle truppe e il rifornimento delle piazze veneziane sulla terraferma. Il suo ruolo attraversò tutte le fasi del conflitto: dall’assedio diretto, alla fortificazione permanente, fino all’impiego come base operativa e nodo di approvvigionamento. L’assedio del 1378 e la prova decisiva Il momento più drammatico si verificò nel luglio del 1378. Giovanni degli Obizzi, capitano del signore di Padova Francesco I da Carrara, pose il suo campo davanti a Mestre con un esercito stimato dalle cronache in circa sedicimila uomini tra cavalieri e fanti, provenienti da Padova, Ungheria e Friuli. Le forze padovane circondarono completamente la bastia e il borgo di San Lorenzo, isolando la terra e impedendo ogni soccorso veneziano, anche tramite la costruzione di un ponte fortificato sul canale tra Mestre e Marghera. L’assedio fu condotto con tecniche allora moderne: bombarde e mangani colpirono duramente l’interno della piazza, mentre il campanile di San Lorenzo venne utilizzato come punto sopraelevato per l’offesa, trasformandolo di fatto in una torre d’assedio dalla quale l’artiglieria martellava le difese veneziane. Mestre era allora protetta da un semplice palancato, una palizzata lignea, vulnerabile al fuoco e ai proiettili delle bombarde. La caduta della terra sembrò imminente. L’impresa dei canneti e i fassi di frezze La svolta giunse grazie a uno degli episodi più celebri della storia militare mestrina. Cinquecento fanti veneziani, guidati da Nicolò da Galega Lucchese e dal Becco da Pisa, riuscirono a infiltrarsi nella fortezza attraversando i canneti, i fossati e i terreni paludosi che circondavano il castello, strisciando inosservati fino alle mura. Le fonti sottolineano un dettaglio decisivo: ogni soldato portava con sé un fasso di frezze, un fascio di frecce. Questo particolare rivela che i difensori erano ormai quasi privi di munizioni e che l’obiettivo del soccorso non era soltanto rinforzare gli uomini, ma soprattutto garantire il rifornimento balistico necessario a mantenere il fuoco dei balestrieri. All’interno della piazza si trovava il capitano Franceschino Dolfin, che poté così riorganizzare la difesa. Nemmeno l’arrivo in persona di Francesco da Carrara, con mille cavalieri, bastò a ribaltare le sorti dello scontro. Il grande attacco padovano fallì con perdite gravissime: le cronache parlano di circa quattrocento morti e oltre mille feriti. A queste si aggiunsero le malattie causate dal clima paludoso e dall’aria malsana della zona, il cosiddetto mal aere, che colpì duramente l’esercito assediante. Il caso di Giovanni degli Obizzi: successo o rovina Il fallimento dell’assedio ebbe conseguenze immediate. Giovanni degli Obizzi, nonostante la netta superiorità numerica del suo esercito, non era riuscito a espugnare Mestre, considerata il principale caposaldo veneziano prima della laguna. Francesco da Carrara lo ritenne responsabile della sconfitta: lo licenziò dal generalato e, secondo le cronache padovane, «poco mancò non lo facesse decapitare». L’episodio mostra con chiarezza quanto fosse precaria la posizione dei condottieri medievali e quanta pressione politica gravasse sulla conquista di Mestre, obiettivo strategico di prim’ordine. Dal legno alla pietra: la trasformazione delle difese L’assedio del 1378 segnò una svolta decisiva. Compreso che Mestre rappresentava l’ultima grande difesa prima della laguna, Venezia decise di trasformare radicalmente il sistema difensivo della terra. Il palancato ligneo venne progressivamente sostituito da una solida cinta muraria in pietra, concepita per resistere all’artiglieria e agli assedi prolungati. Mestre divenne così una vera piazzaforte permanente, stabilmente inserita nel dispositivo militare veneziano sulla terraferma. Base operativa e guerra di logoramento (1378–1380) Negli anni successivi Mestre non fu soltanto una piazza fortificata, ma anche una base operativa attiva. Da qui partirono spedizioni di razzia e rappresaglia nel territorio nemico. Nicolò da Gallicano, capitano dei fanti, lasciò Mestre con quattrocento uomini e alcune barche, risalendo il Piovado per la via del Coran e catturando persone e bestiame; in un’altra occasione, durante un’azione simile, venne catturato dal nemico. Gasparo da Serravalle, capitano di cinquanta lanze, partì da Mestre per una razzia tra Bassano e Cittadella, riuscendo a rientrare con prigionieri e bottino nonostante gli attacchi subiti. Parallelamente, Mestre si affermò come snodo logistico fondamentale. Per proteggere i rifornimenti diretti a Treviso, la Signoria stabilì un campo militare fisso davanti al castello di Mestre, lungo il Terraglio. Qui si concentravano frumento, uomini e mezzi, destinati a sostenere una guerra ormai sempre più basata sul logoramento. Convogli, imboscate e il peso della logistica Le strade e le vie d’acqua intorno a Mestre erano costantemente minacciate dal nemico. Il 3 dicembre 1380 settanta uomini d’arme e cinquanta fanti partirono da Mestre per scortare Giacomo Valaresso a Noale con trenta carrette di vettovaglie: la colonna fu intercettata e annientata, e solo otto uomini riuscirono a fuggire. Nello stesso giorno, un’altra scorta riuscì a portare trecento staia di frumento a Treviso, ma al ritorno fu sorpresa a Preganziol, perdendo quaranta cavalli e il capitano Traverso da Monfumo. Le cronache riferiscono che, dopo questi colpi, il campo veneziano a Mestre era «ridotto a niente». A tutto questo si aggiungeva il nemico invisibile del mal aere: le paludi intorno a Mestre favorivano febbri ed epidemie che colpirono sia gli assedianti nel 1378 sia i difensori veneziani negli anni successivi. Crisi del 1381, fortificazioni urgenti e trattative di pace Nel 1381 la crisi divenne anche finanziaria. Il 25 febbraio 1.118 cavalieri veneziani, in gran parte mercenari lombardi e inglesi, abbandonarono il campo di Mestre per il mancato pagamento delle paghe e si spostarono verso Mogliano, sotto la protezione del nemico. Nonostante ciò, Venezia tentò di mantenere aperte le vie di comunicazione: nel marzo del 1381 furono costruiti in soli cinque giorni quattro nuovi bastioni tra Marghera e Mestre, uno dei quali alla bocca del Rio Vidal, per difendere gli ultimi collegamenti vitali. Durante le trattative di pace, Francesco da Carrara incluse esplicitamente tra le sue richieste la cessione del «castello di Mestre vecchio e nuovo, con tutte le bastie e fortezze pertinenti», a conferma dell’importanza strategica attribuita alla città. Tuttavia, nei capitoli di pace definitivi, pubblicati il 1° settembre 1381, tale richiesta non venne accolta. Gli accordi prevedevano la restituzione a Venezia del castello di Cavarzere e della bastia dei Moranzani, mentre il Carrarese ottenne la Torre del Coran. Mestre rimase saldamente veneziana. Il ridimensionamento finale e l’eredità strategica Già prima della conclusione formale della pace, Venezia aveva deciso di ridurre il presidio di Mestre, soprattutto dopo la scelta di cedere Treviso al duca d’Austria. L’8 maggio 1381 tutte le truppe furono trasferite al campo di San Nicolò del Lido, segnando la fine del ruolo centrale di Mestre nella fase conclusiva del conflitto. L’esperienza della Guerra di Chioggia lasciò però un’eredità duratura: Mestre aveva dimostrato di essere un cardine strategico tra terra e laguna, capace di resistere a un grande assedio, di sostenere una guerra di logoramento e di fungere da centro logistico essenziale. Proprio questa centralità spiega, allo stesso tempo, l’insistenza del Carrarese nel volerla ottenere e la ferma volontà veneziana di conservarla. Bibliografia Chinazzo, Daniele. Cronaca della guerra di Chioggia, 1864. Altre fonti cronachistiche veneziane e padovane del Trecento. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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