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Il Castelvecchio di Mestre

Il <a href="https://www.discoverymestre.com/lisola-di-san-lorenzo-nel-cuore-di-mestre/">Castelvecchio</a> di Mestre: la fortezza trevisana sul Marzenego | Discovery Mestre

Il Castelvecchio di Mestre

La fortezza trevisana sul Marzenego

Una fortezza nell’acqua

Nell’area oggi occupata dall’ex Ospedale Umberto I e dalle strade intorno ai Quattro Cantoni sorgeva, nel Medioevo, la struttura difensiva più antica di Mestre: il Castelvecchio. Non era un castello nel senso più comune del termine, con torri alte e mura a picco su una collina. Era qualcosa di più insidioso e di più intimo con il territorio: una fortezza d’acqua, circondata su quasi tutti i lati dalla biforcazione del Marzenego, costruita su un promontorio naturale che il fiume stesso aveva disegnato secoli prima che qualcuno pensasse di difenderlo.

La sua forma, ricostruita da Gabriele Rossi-Osmida attraverso il catasto settecentesco dei Canonici di San Salvatore e la cartografia storica, era quella di un settore circolare con il vertice rivolto a ovest. Si divideva in due porzioni: una a ovest, di forma pressoché triangolare, e una a est, subcircolare, circondata quasi completamente da un fossato in cui confluivano le acque dei due rami del Marzenego. Un piccolo passaggio di terra a nord-ovest metteva in comunicazione i due settori. Tutta la zona era attraversata da una rete fitta di canali con piccole torri di controllo, ancora visibili nel XVI secolo. La strada che immetteva nel castello, chiamata semplicemente «strada del castello», corrispondeva all’attuale Via Torre Belfredo; i fossati che la fiancheggiavano erano detti «Scoli del Terraggio» o «Fosse del Terraggio».

La carta di Augusto Denaix del 1809-1811, conservata all’Archivio del Magistrato alle Acque di Venezia, rileva ancora con chiarezza la traccia del perimetro ovale del Castelvecchio attestato sul ramo nord del Marzenego. Dentro quel perimetro, nell’area dove il castello era sorto, un edificio era ancora in piedi quando Denaix disegnò la sua mappa. Oggi, nel sottosuolo di quell’area, sono ancora visibili i resti del ponte in pietra che immetteva nel cuore dell’antico castrum.

Il manso regale e le origini imperiali

Le radici del Castelvecchio affondano nella storia della Marca trevigiana in epoca carolingia e ottoniana, quando il controllo del territorio passava attraverso la concessione di «mansi regales», appezzamenti di confine assegnati dall’imperatore a milites fidati con l’obbligo di presidiarli giorno e notte. Il 13 novembre 994, Ottone III dona a Rambaldo, conte di Collalto, un «mansum regalem inter Mestre et Paureliano et Brentulo». I toponimi coevi «Cautanae» e «Cautus Mistrinus» attestano una struttura di controllo e riscossione fiscale già attiva: «Cautus», spiega Rossi-Osmida citando il Forcellini, significa «tutus, munitus, sicuro, difeso».

Una donazione analoga dell’1079 chiarisce la natura militare di questi possessi: il beneficiario deve essere pronto «dies et noctes ad omne servitium nostrum». Non è un semplice latifondo: è una zona di confine armata, il prototipo del castello di Mestre. Nel 1095 Enrico IV si trattiene in Mestre per rogare in favore del monastero di San Zaccaria, prova che il luogo era già attrezzato per accogliere una corte imperiale.

Il Castrum de Mestre: il primo documento

Il 15 giugno 1117 compare per la prima volta in un documento scritto l’espressione «Castrum de Mestre». Ansedisio e Vidoto di Collalto, figli di Rambaldo, cedono all’abate di San Ilario la località «ad Portum» fino alla «ripam Mestre», escludendo esplicitamente il castrum, specificato come edificato e ordinato previo assenso imperiale. Il castello è già una realtà distinta dalla «ripam Mestre» e dal porto: tre entità separate, ciascuna con le proprie pertinenze.

Negli anni successivi il castrum viene alienato al Vescovo di Treviso. Con bolla del 3 maggio 1152, papa Eugenio III riconosce a Bonifacio vescovo il possesso «de Mestre, cum castro, portu, curte, et pertinentiis suis». Il vescovo diventa signore incontrastato del castello per più di un secolo, come confermano le bolle successive di Anastasio IV, Adriano IV, Lucio III e Urbano III. Il 23 febbraio 1211, il Vescovo Tisone prova la sua piena signoria nel castello per testimonianza del notaio Giovanni da Mestre: nel documento è definito «dominus, dux, comes, marchio omnium terrarum, villarum, castellorum et burgorum ad Episcopatum pertinentium». Il castello di Mestre è parte del feudo episcopale trevisano.

Ezzelino, l’incendio e la resistenza

La signoria vescovile è interrotta dall’avanzata di Ezzelino da Romano. Il cronista Verci e Rolandino descrivono l’esercito ezzeliniano, composto di oltre duemila pedoni oltre la cavalleria, che «Andò primieramente pel Mestrino abbruciando e saccheggiando ogni cosa» prima di porre l’assedio a Noale. Ezzelino fa costruire in Mestre due fortezze con fosse e steccati. Nel giugno del 1256 i Crocesegnati guidati da Tiro da Camposampiero liberano Mestre e la restituiscono al vescovo, con condizioni precise: il castello deve tornare integro, i redditi dei beni episcopali restano del Comune sino alla fine delle ostilità, la giustizia civile è amministrata dal Comune.

Nel 1274, non nel 1273 come scrive per errore il Barcella, un violento incendio distrugge il castello quasi totalmente. Le fonti si dividono sulle cause: alcuni sostennero che fossero stati i Veneziani, che mal sopportavano quella fortezza agli estremi limiti dei propri confini; altri che del castello non rimase che misera cenere. La disputa non si chiude mai definitivamente.

L’esistenza di due fortezze a Mestre utilizzate contemporaneamente è provata dal fatto che Francesco da Carrara per porre fine alla Guerra di Chioggia (1378-1381) pone come condizione la cessione «del nuovo e del vecchio castello». Da qui alcuni fanno derivare i due soprannomi, legati alla famiglia Da Carrara, tutt’oggi in uso.

I frati di San Salvatore e la seconda vita del castello

Il 13 agosto 1453, il doge Francesco Foscari fa rogare dal podestà Bartolomeo Pisani un documento che trasferisce ai frati di San Salvatore, Canonici Regolari, le rovine del vecchio castello, definito testualmente «Castellum Vetus inhabitatum». Non era un gesto di generosità disinteressata: il castello in rovina non serviva più militarmente e il monastero di San Salvatore a Venezia cercava da tempo un insediamento in terraferma. Il documento è conservato all’Archivio di Stato di Venezia, Monastero di S. Salvatore, B. 14, doc. 4.

Tra il 1468 e il 1470 i Canonici Regolari si insediano nell’area, erigendo una foresteria, una casa dominicale e un oratorio dedicato a San Giacomo di Castelvecchio. I terreni circostanti sono dati a livello; i frati abitano la casa costruita sulle rovine e con le rovine dell’antico castello. Nel 1469 il doge invia ducali al podestà Girolamo Marcello perché le donne smettano di condurre i panni al Marzenego sul ponte che andava dalla porta del Castelvecchio al luogo «ad follandum»: le ducali confermano che il ponte di legno era già in funzione e che il traffico intorno all’area era intenso.

Nel XVI secolo, dentro il perimetro del vecchio castrum, erano ancora visibili una torre, parte delle mura disposte a rettangolo e la porta principale con il ponte. Due visite pastorali, nel 1769 e nel 1791, documentano l’oratorio di San Giacomo: un unico altare, usato esclusivamente dai Canonici e dai loro famigli, con sull’altare una teca in cristallo montata in oro contenente una reliquia ossea di San Giacomo. Nel corso del Seicento i Canonici acquistano progressivamente tutto il terreno in cui sorgeva il Castelvecchio, diventandone unici proprietari.

Il ponte di pietra e la lapide

Nel XVIII secolo i Canonici Regolari sostituiscono il vecchio ponte di legno con uno in pietra. Sul nuovo ponte fanno incidere una lapide latina che il Barcella nel 1839 riporta ancora leggibile:

PONTEM HUNC ARCIS VETERIS / CAN.RUM REG.M RERUMO. SUARUM / TRANSITU / DE LIGNO PRIMUM EXTRUCTUM / DEINDE SUMPTU NON MEDIOCRI PLURIES REFECTUM / DEMUM DOMUS EMOLUMENTO MAXIMO / PERPETUOQUE CONSULENTES / CAN.CI REG.RES LAPIDEUM / F. C. / MDCCLII

«Questo ponte dell’antica rocca, costruito dapprima in legno per il transito dei Canonici Regolari e delle loro cose, poi più volte rifatto con spesa non indifferente, infine i Canonici Regolari, avendo riguardo al massimo vantaggio della casa e per il futuro, lo fecero eseguire in pietra. 1752.»

La fine: Napoleone e l’interramento

Nel 1697 e nel 1698 il Marzenego si ingrossa notevolmente, inondando i prati di Castelvecchio con un danno di circa 60 ducati per il monastero. Il colpo definitivo al complesso lo dà Napoleone: nel 1810 i beni di Castelvecchio vengono incamerati dal Governo Napoleonico. Al posto della foresteria dei Canonici di San Salvatore sorge l’Ospedale Civile Umberto I. Viene interrato il Ramo delle Muneghe nel tratto da Via Circonvallazione a poco dopo Via del Sale. L’attuale Via Torre Belfredo conserva nel nome il ricordo dell’antica torre del castrum.

Nell’area oggi occupata dall’ex ospedale, sotto l’asfalto e le fondazioni degli edifici moderni, sono ancora visibili i resti del ponte in pietra che immetteva nel cuore dell’antico castrum: l’ultimo segmento fisico di una struttura che aveva resistito per quasi settecento anni alle alluvioni, agli incendi, alle guerre e alle soppressioni napoleoniche.

Galleria immagini

Fonti

  • Gabriele Rossi-Osmida, «Il primo Castello di Mestre», in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno 6-7 dicembre 1969, Centro di Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13.
  • ASV, Monastero di S. Salvatore, B. 14, doc. I (1117, 15 giugno); doc. IV (1453, 13 agosto); doc. VII (1468, 28 aprile).
  • Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre, Venezia, 1839.
  • Augusto Denaix, Carta topografica idrografica militare, Pianta particolare di Mestre, 1809-1811, ASV.
  • Giovanni Netto, «Il territorio dipendente dal Castello di Mestre nel passaggio dal Comune di Treviso alla Repubblica di Venezia», Quaderno n. 13, Centro di Studi Storici di Mestre, 1969.
  • Sbrogiò, Marco. I Castelli di Mestre e l’antica Struttura urbana.
  • Gusso, Adriana. Mestre – Le radici di identità di una Città.
  • Cosmai, Franca; Barizza, Sergio (a cura di). Mestre la storia, le fonti.

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