Venezia 01 Febbraio 2026

Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio

Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio | Discovery Mestre Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio Dal Castelvecchio all’Ospedale Umberto I Genesi e importanza strategica del Castelvecchio La storia del sito che oggi ospita il complesso dell’ex ospedale Umberto I di Mestre è una vicenda millenaria di trasformazioni urbanistiche, militari e sociali. La tradizione storiografica locale vuole che la prima fortificazione sia sorta sulle vestigia di un antico castrum romano, ma si tratta di un’ipotesi mai verificata: nell’area non sono mai state effettuate rilevazioni archeologiche in grado di confermarla. Già Gabriele Rossi-Osmida, riprendendo la questione sui documenti dell’Archivio di Stato di Venezia, giudicava azzardata quella tesi del Barcella, non suffragata che da pure supposizioni, aggiungendo però che niente esiste all’incontrario. La documentazione certa comincia il 13 novembre 994, quando Ottone III, per intercessione dell’arcivescovo di Magonza Willigis, concesse privilegi e terre a Rambaldo II, conte di Treviso e poi di Collalto. Il diploma annovera fra i beni «unum mansum regalem inter Mestre et Paureliano et Brentulo», oltre alla foresta del Montello, ventiquattro mansi nel contado trevigiano e altri possedimenti nel veneziano. Non era un semplice possedimento. I mansi regali venivano assegnati in zone di confine a soldati fedeli, tenuti a essere pronti giorno e notte al servizio dell’imperatore: un appezzamento allodiale dipendente direttamente dalla Corona, e insieme una zona fortificata. È il prototipo del castello di Mestre. Nel 1001 Ottone III concesse inoltre al vescovo di Treviso il diritto di assegnare al doge Pietro Orseolo II il privilegio di usare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. In questo periodo la città si strutturava attorno alla cosiddetta Isola di San Lorenzo, dove il potere militare, rappresentato dal primo castello, e quello religioso, identificato nella Pieve di San Lorenzo, costituivano i due poli della vita comunitaria. L’assetto ricevette conferma nel 1152, quando la bolla Justis fratrum di papa Eugenio III riconobbe al vescovo di Treviso Bonifacio i possedimenti «de Mestre, cum castro, portu, curte, et pertinentiis suis». La conformazione del primo nucleo difensivo è deducibile dalla cartografia storica, che conserva i segni degli antichi alvei del fossato alimentato dal Marzenego. Il sistema idraulico circondava l’abitato, sfruttando la protezione naturale offerta dal fiume a nord e dal percorso originario dell’antico Musone a sud. Le difese passarono nel tempo da una primitiva palizzata lignea a una muraglia in pietra rafforzata da torri e da porte munite di ponti, i battifredo: originariamente in legno, furono ricostruite in pietra nel Trecento per resistere alle nuove macchine d’assedio. All’interno del perimetro risiedeva il Capitano, funzionario di nomina trevigiana incaricato della difesa militare e della supervisione economica del territorio, e in particolare della riscossione della muda, la gabella sul transito di merci e persone che garantiva entrate cospicue, poiché Mestre era l’unico punto di raccordo terrestre obbligato fra la laguna e l’entroterra. Il declino militare e la transizione agraria L’importanza strategica del Castelvecchio lo rese oggetto di frequenti attacchi da parte delle signorie che si contendevano il dominio sul Veneto, e già nel Duecento la struttura non era più all’altezza delle nuove tecniche belliche. Nel 1274 (1273 secondo il Barcella e Dorigo) un violento incendio, scoppiato per cause fortuite, distrusse quasi totalmente la fortificazione, compresi alcuni stabili di proprietà del patrizio veneziano Tommaso Querini, che si ritenne vittima di una cospirazione trevisana e chiese alla Repubblica di ottenergli un risarcimento dal Comune di Treviso: ne seguì un notevole strascico di rappresaglie da ambo le parti. Proprio questa richiesta smentisce chi attribuì l’incendio ai veneziani stessi. Il castello però non sparì. Sopravvisse anche a un ulteriore assedio: nel 1336-37 fu conteso fra Venezia e gli Scaligeri, e cadde infine il 29 settembre 1337 nelle mani di Andrea Morosini, dopo il tradimento della guarnigione di mercenari tedeschi. L’episodio è raccontato per esteso nell’articolo dedicato al Castelvecchio. Nel 1381 Francesco da Carrara, trattando la pace con Venezia, a riguardo di Mestre precisò di volere il nuovo e il vecchio castello, segno che quest’ultimo era ancora in piedi e serviva ancora a qualcosa. Furono le incursioni e gli incendi padovani, protrattisi fino al 1405, e il maltempo del 1410, che danneggiò seriamente anche il castello nuovo, a dare il colpo di grazia alle vecchie mura ormai decrepite. La fine definitiva della fase castrense giunse nel 1434, quando le autorità veneziane decretarono la demolizione delle mura e il riutilizzo dei laterizi per nuove edificazioni cittadine. L’area interna fu destinata prevalentemente alla coltivazione agricola e affidata inizialmente al nobile Andrea da Mosto. Si registrava ancora la presenza di una struttura signorile denominata Domus Magna e di alcune piccole abitazioni rurali: il passaggio da centro di potere militare a zona di sfruttamento agricolo era compiuto. L’epoca dei Canonici e l’Abbazia di San Giacomo Una nuova trasformazione ebbe inizio a metà Quattrocento, quando l’area appariva ormai ridotta a mura ed edifici abbandonati. I frati di San Salvador possedevano già terreni confinanti con il fossato del castello, e furono loro ad avanzare al doge la proposta di utilizzare le rovine. Il 13 agosto 1453 il doge Francesco Foscari dispose la donazione del complesso ai Canonici Regolari, definendolo «Castellum Vetus inhabitatum»: erano stati gli stessi frati a richiederlo, per potervi alloggiare convenientemente quando si recavano a Mestre a riscuotere alcuni redditi e per altri affari del monastero. La presentazione della lettera davanti al podestà Bartolomeo Pisani avvenne il 28 e il 30 agosto successivi, con l’intromissione d’uso che autorizzava i Canonici a costruirvi una casa e una chiesa. Nacque così il Priorato di San Giacomo, la cui chiesa fu dedicata all’apostolo poiché si credeva custodisse una reliquia delle sue ossa, esposta sull’altare entro una teca di cristallo montata in oro e ancora documentata nelle visite pastorali del 1769 e del 1791. L’insediamento divenne un punto di riferimento non solo spirituale ma anche economico: da qui il Priore controllava le vaste proprietà dei canonici nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban, e la ricchezza che ne derivava consentì all’ordine persino di acquistare l’osteria del Cappello. Il prestigio dell’istituzione raggiunse l’apice nel 1728 grazie a Giovanni Santo Foscarini, priore di Mestre e cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Sfruttando la propria influenza e l’amicizia con il cardinale Francesco Barberini, Foscarini ottenne da papa Benedetto XIII l’elevazione del priorato a rango di Abbazia il 26 aprile 1728. La promozione, compiuta senza il preventivo assenso della Serenissima né dei confratelli di San Salvador, generò tensioni politiche, ma fu infine accettata dal Senato veneziano il 10 settembre 1729. L’esperienza abbaziale restò legata quasi esclusivamente a Foscarini, unico a ricoprire il ruolo di Abate prima di essere nominato arcivescovo di Corfù nel 1732. Il ponte che immetteva nel castello doveva essere mantenuto a spese della comunità di Carpenedo, per una delibera del podestà di Treviso del 5 giugno 1323 che il comune impugnò a lungo. I Canonici risolsero la questione a proprie spese: costruirono prima un ponte in legno, poi nel Settecento lo sostituirono con uno in pietra, sul quale, a detta del Barcella, nel 1837 era ancora visibile una lapide datata 1752. Attività produttive e insediamenti nobiliari Parallelamente alla vita religiosa del priorato, l’area mantenne per secoli una spiccata vocazione produttiva legata alla forza idraulica del Marzenego. Lungo il Ramo della Beccaria sorgeva il Molino del Castelvecchio, essenziale per la molitura del grano e per l’economia locale. Nel 1584 il patrizio Fedrigo Contarini tentò di ricostruire il mulino, ormai ridotto a rudere, proponendo di innalzare l’antipetto, il salto d’acqua, di due piedi e sei once per aumentare la potenza idraulica. I periti della Repubblica Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo del 22 gennaio 1584, si opposero fermamente: temevano che l’innalzamento del livello favorisse il trasporto di sedimenti verso la laguna, minacciandone l’equilibrio. La richiesta fu respinta e il mulino non risorse mai più. Nello stesso periodo l’area divenne meta di villeggiatura per la nobiltà veneziana. Tra le residenze più celebri vi era la Villa degli Zen, del Ramo di San Biagio, situata nelle vicinanze del castello, nell’area che sarebbe poi stata detta dei Quattro Cantoni, verso il Terraglio. Nel 1785 la proprietà degli Zen fu ceduta a privati per essere trasformata in un’osteria e campi coltivati, collegata all’Abbazia di San Giacomo da un ponte. La villa fu demolita nel 1818; sul sito sorse poi il casino di villeggiatura di Alba Corner Balbi, noto come Villa Bandiera, distrutto nel Novecento per il quartiere San Paolo. Il nome dei Quattro Cantoni si fissò però più tardi, e per una ragione diversa da quella che la tradizione locale attribuisce alle torri angolari della villa. Nel Settecento la famiglia Querini, proprietaria dal 1274 di un appezzamento a sud-ovest del Castelvecchio, fece costruire a proprie spese una strada che attraversava i due rami in cui il fiume si divideva, il Ramo del Marzenego a nord e il Ramo delle Muneghe a sud, e arrivava direttamente all’imbocco del Terraglio. Fu quell’incrocio a dare il nome alla località. La strada, allora chiamata genericamente «Il Stradone», è oggi via Circonvallazione. La nascita della sanità pubblica e il lascito di Piero Berna Per tutto l’Ottocento Mestre rimase priva di una struttura ospedaliera propria, e i malati meno abbienti dovevano trasferirsi a Venezia per essere curati all’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. La svolta arrivò all’inizio del Novecento grazie alla determinazione del sindaco Jacopo Rossi, che istituì un comitato e raccolse 50.000 lire per la costruzione di un nosocomio cittadino. L’opera fu resa possibile dal gesto filantropico di Piero Berna, che acquistò personalmente i terreni della famiglia Tozzi per 40.000 lire e li donò gratuitamente al Comune. Berna dovette poi farsi carico della presidenza dell’Opera Pia dopo il suicidio, nel 1904, del conte Rossi, travolto dalla bancarotta dei Da Re e da voci infondate di malversazione. La costruzione fu affidata all’ingegnere Eugenio Mogno, che completò il primo padiglione con trentadue posti letto e una sala operatoria. L’inaugurazione avvenne il 16 aprile 1906. Nel 1908 la maestra Maria Berna donò 20.000 lire per una chiesetta neogotica progettata da Giorgio Francesconi, oggi sede della comunità ortodossa. Sviluppo dei padiglioni e impatto sociale Negli anni successivi l’ospedale si espanse grazie ai lasciti di privati come Elvira Tozzi Favier, Marini Missara e Zancanaro. Un contributo fondamentale giunse dall’imprenditore Cesare Cecchini, che lasciò in eredità 100.000 lire per ospitare gratuitamente anziani soli e indigenti nei cento giorni invernali. Il secondo padiglione, completato nel 1915 lungo via Antonio da Mestre, fu intitolato a Cecchini, e nel 1922 vi fu collocato un moderno impianto di radiologia. L’ultima grande aggiunta storica fu il terzo padiglione, inaugurato nel 1935 lungo il Ramo della Beccaria e intitolato al dottor De Zottis, nato come sanatorio per la tubercolosi. Il 17 aprile 1925 il sindaco e primario Paolino Piovesana propose di spostare l’Umberto I vicino a Borgo Pezzana, ma la proposta fu bocciata dal consiglio comunale con ventitré voti contrari. Dalla modernizzazione alla chiusura definitiva La seconda metà del Novecento vide l’ospedale trasformarsi ancora per adattarsi alla crescita demografica di Mestre. L’area venne saturata con grandi monoblocchi inaugurati nel 1962, nel 1966 e nel 2003. Quest’ultima espansione, costata venti milioni di euro, fu l’ultimo investimento significativo prima del trasferimento programmato. La parabola secolare dell’Umberto I si è conclusa nel giugno 2008, con lo spostamento di tutti i reparti all’Ospedale dell’Angelo di Zelarino. La chiusura del pronto soccorso, il 14 giugno 2008, ha segnato la fine di centodue anni di storia sanitaria ininterrotta. Oggi l’area del Castelvecchio attende una riqualificazione che restituisca dignità a un luogo carico di memoria. Sopravvive intatto il ponte del Castelvecchio sul Ramo della Beccaria, ultimo legame tangibile con il passato millenario della città. Ma non è il solo. Wladimiro Dorigo ha identificato, nella cosiddetta «casa delle suore» oggi incorporata nei fabbricati di servizio dell’ospedale, un muro spesso 59 e 74 centimetri che delimita un ambiente coperto da volte a crociera, sorretto da due colonne in marmo veronese con capitelli duecenteschi in marmo greco: materiali probabilmente riutilizzati dai Canonici, negli ultimi decenni del Quattrocento, dalla chiesa del vecchio castello demolita fra il 1434 e il 1453. Poco distante sorgeva una barchessa, documentata da una fotografia ottocentesca,…

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Venezia 14 Gennaio 2026

La Scuola dei Battuti di Mestre

La Scuola dei Battuti di Mestre | Discovery Mestre La Scuola dei Battuti di Mestre Il fulcro religioso ed economico della città Nascita della Confraternita dei Battuti La Confraternita dei Battuti, o Flagellanti o Disciplinati, sorse in Umbria a partire dal 1260 sotto la spinta dell’asceta Raniero Fasani per poi diffondersi principalmente nel centro-nord Italia, acquisendo una grande importanza sociale e culturale. La confraternita fu presente in Veneto sin dal principio e già a Treviso e a Venezia erano attive confraternite dei Flagellanti o Battuti poco dopo la loro fondazione. A Venezia la loro attività si registra fra il 1260 e il 1261, anni in cui nacquero le prime «Scuole», poi diventate Grandi, di Santa Maria della Carità, di San Marco e di San Giovanni Evangelista. In totale le Scuole Grandi veneziane, tutte fondate dai Battuti, diventeranno sei. Nel 1269 nacque la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Treviso e nel 1302 sorse quella mestrina. Il contesto storico Nel XIII secolo Mestre era un piccolo centro abitato da non più di 1500 abitanti che si trovava sotto il controllo di Treviso, il quale era anche proprietario di questi territori. In quelle che venivano chiamate le «Terre di Mestre» sorgevano il Castelvecchio, sito dove poi venne realizzato l’Ospedale Umberto I, e il Borgo di San Lorenzo con la sua omonima arcipieve. Attorno a Mestre si potevano notare alcune ville, o villaggi, fra cui Carpenedo con la sua arcipieve dei Santissimi Gervasio e Protasio, Malghera, i Bottenighi e molti altri. Fu in questo contesto storico che a Mestre nel 1302 sorse la Scuola di Santa Maria dei Battuti. La Mariegola La Mariegola era il «libro madre» di ogni confraternita veneziana: un vero e proprio statuto scritto in volgare veneto (con qualche formula in latino) che raccoglieva tutte le regole della Scuola. Come spiega Giuseppe Boerio nel suo famoso dizionario del dialetto veneziano, si trattava di un volume «nel quale sono raccolte le leggi sistematiche di alcune Corporazioni di arti ed anche di luoghi pii». Per la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Mestre non ci è arrivata la mariegola originale del 1302, ma quella redatta nel 1492, che resta il documento più importante e che riassume le origini e le norme della confraternita. In sintesi, la mariegola del 1492 racconta che: la Confraternita nacque nel 1302 con l’approvazione del vescovo di Treviso Tolberto Calza; era formata da penitenti laici (i «battuti») che si dedicavano alla devozione alla Madonna, all’aiuto reciproco e all’assistenza ai poveri; accoglieva sia uomini che donne (consorelle); al vertice c’erano il gastaldo (il capo che controllava tutto), il massaro (che teneva i conti e i beni), lo scrivano (che scriveva le decisioni e le cronache) e un consiglio di quindici membri; i confratelli dovevano partecipare a messe, processioni, suffragi per i defunti e pratiche di penitenza (l’autoflagellazione era ormai quasi scomparsa); si stabilivano regole precise per le donazioni, la gestione dei terreni e delle case possedute dalla Scuola, la distribuzione di aiuti (grano, vino, denaro) ai bisognosi e all’ospedale, e sanzioni per chi non rispettava le norme. Era un patto sacro tra i soci: chi entrava prometteva di vivere secondo questi principi in cambio di assistenza spirituale, economica e di un funerale dignitoso. Questo prezioso documento, custodito oggi negli archivi dell’Antica Scuola dei Battuti (IPAV) a Mestre, ci permette di capire quanto la confraternita fosse organizzata, solidale e radicata nella vita quotidiana della Mestre medievale e rinascimentale. La Scuola e l’ospedale dei Battuti a Mestre Secondo quanto riportato da Alessandra Checchin, la fondazione della Confraternita di Santa Maria dei Battuti avvenne sotto il patrocinio del Vescovo di Treviso Tolberto Calza «il giorno dell’incarnazione di nostro Signore del 1302». Non si conosce il luogo delle prime riunioni, ma probabilmente esse avvennero nella Chiesa di San Lorenzo, eretta nel XII secolo. Qui vi era un altare dedicato alla Madonna, di fronte al quale si sarebbero svolte le riunioni dei confratelli. Il 4 agosto 1314 una donna locale dal nome di Mabilia lasciò un vasto terreno con l’indicazione di costruirci sopra un ospedale per i poveri. Il terreno che Mabilia donò è indicativamente dove oggi sorge l’Antica Scuola dei Battuti. Qui fu eretto l’Hospitale per i poveri di Cristo, o ospedale di «Santa Maria verberatorum», attuale Antica Scuola dei Battuti o Casa di Riposo. Da quel momento la Confraternita poteva vantare due importanti sedi: una scuola sita nel Borgo di San Lorenzo (dove ora vi è Piazza Ferretto) e un Ospedale che si affacciava sulla strada che portava a Treviso. Venezia conquisterà Mestre il 29 settembre 1337. Da questa iniziale donazione la proprietà della confraternita in quest’area divenne tale da essere poi considerata un vero e proprio borgo, detto di Santa Maria, esterno al Castelnuovo. Torre Belfredo veniva anche chiamata Porta di Santa Maria. La Confraternita aveva un’organizzazione interna che prevedeva l’elezione di un gruppo dirigente formato da quindici membri. Tale gruppo aveva anche il compito di eleggere un gastaldo, che doveva vegliare affinché ogni confratello e consorella seguissero le regole incise nella Mariegola. Al massaro era affidato il compito di controllare le finanze, catalogare i beni e tenere una sorta di Libro Mastro sia per la Scuola che per l’Ospedale. Spesso la carica di massaro veniva prorogata più volte rispetto a quella di gastaldo, in quanto era raro trovare chi «sapeva far di conto» in quei tempi. Così avveniva per un’altra figura introdotta in seguito, cioè lo scrivano, al quale era dato il compito di documentare l’attività della Scuola, le decisioni prese e una sorta di cronaca. L’Hospitale dei Battuti Per quel che riguarda l’ospedale, la gestione era affidata a una famiglia a cui faceva capo il Priore. La carica di Priore veniva votata da un consiglio di quindici confratelli e la sua durata poteva estendersi anche a tutta la vita. Viveva all’interno dell’ospedale e aveva come compito gestirlo assieme alla moglie, Priora, alla quale era affidata la pulizia delle stanze, la biancheria e l’aiuto dei malati o residenti. A partire dal 1472 si viene a conoscenza di ragazze assunte per aiutare la Priora, dette «mammole», e altre figure che aiutavano il Priore nella cura della struttura. Vi erano dei medici che curavano i pazienti, seppur a questi fossero preferiti i barbieri, che costavano di meno e all’epoca avevano anche alcune conoscenze mediche. L’ospedale possedeva anche una cappella dedicata a Maria, un orto e alcuni animali che servivano a sfamare la famiglia del Priore e gli ospiti. L’ospedale era composto di un dormitorio per uomini, due stanze per i confratelli, un’infermeria per uomini e una per donne, un’altra stanzetta con dei letti e le camere per il Priore e la famiglia. L’ospedale offrì, per un breve periodo, anche riparo a neonati e bambini abbandonati, ma pare che questi non avessero una buona sorte all’interno dell’Istituto, costringendo negli anni il Priore ad affidarli alla Pietà a Venezia, dove vi era un brefotrofio. Se la capienza dell’Ospedale mestrino non consentiva di ospitare nuovi bisognosi, poteva capitare che questi venissero mandati a Treviso. I Battuti cardine di Mestre Si potrebbe arrivare a dire che già nel XV secolo la Confraternita dei Battuti fosse un cardine dell’attività politica e sociale di Mestre. Le numerose donazioni ricevute dai devoti e i rapporti con le persone più influenti del luogo lo dimostrano. Oltretutto la Confraternita venne più volte chiamata ad aiutare economicamente Venezia durante le sue guerre, oltre che la podesteria in cui sorgeva. Da un testamento del 1442 si viene a sapere che vi fu una donazione da parte di un devoto perché sorgesse un piccolo ospedale a Carpenedo, vicino alla chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, destinato ad aiutare le vedove. L’attività dei Battuti non si svolse solo all’interno della loro Scuola, ma si allargò e questa confraternita diede luogo alla nascita di una Chiesa di San Rocco a Mestre, nata poco dopo quella veneziana (1478), e di una sua scuola, struttura che oggi ospita attività private sita in Via Manin, poco distante dalla Chiesa. Nel 1493 venne acquistata una nuova campana per la Chiesa di San Rocco in Mestre, mentre nel 1495 la Scuola finanziò la costruzione di un campanile per la Chiesa di San Lorenzo. Possedimenti della Scuola dei Battuti Sin dalla sua stabilizzazione a Mestre, la Scuola dei Battuti acquistò terreni, case e mansi in varie aree sia nella Podesteria di Mestre che in altre zone come Martellago, Noale e Campo Croce. Questi acquisti vanno sommati alle donazioni in beni immobili ricevute dai devoti, che fecero della Scuola dei Battuti di Mestre una delle più importanti strutture religiose dell’entroterra veneziano dal 1337 alla sua soppressione da parte di Napoleone nel 1807. I possedimenti della Confraternita erano dislocati in varie aree: nel Borgo di San Lorenzo, a San Zulian, Chirignago, Tarù, Brendole, Carpenedo e persino Zerman, Martellago e Noale. Da tali possedimenti la Scuola ricavava sia affitti che beni in solido quali grano, carne e vino, che venivano usati dai confratelli, per sfamare i bisognosi e i pazienti dell’ospedale o dati come aiuto ai cittadini più poveri. Va ricordato che la Chiesa di San Carlo Borromeo a Mestre sorse proprio in un terreno appartenente a loro. La soppressione napoleonica (1807) Con l’arrivo del dominio napoleonico e le successive politiche di soppressione degli enti ecclesiastici e assistenziali, l’Ospedale dei Battuti fu travolto da una profonda crisi istituzionale. Nel 1807, a seguito della soppressione, venne nominata un’amministrazione provvisoria per gestire la transizione. Ne fecero parte Giovanni Battista Giuin Manocchi e Graziadio Frisotti, insieme a Michiel Pizzoni e Luigi Massa, che formarono la prima commissione affidata al pubblico ornato istituita in quell’anno. La scelta di Manocchi non era casuale: egli era già in quegli anni una delle figure tecniche e civiche di riferimento a Mestre, definito dal Barcella nella sua cronaca «uomo di molta esperienza nel maneggio dei pubblici affari». La sua nomina testimoniava il riconoscimento delle sue qualità anche al di là dell’ambito strettamente tecnico. La soppressione napoleonica non colpì soltanto l’Ospedale dei Battuti, ma investì in modo sistematico il patrimonio ecclesiastico e assistenziale di tutta la terraferma veneziana. A Mestre, dove pure sorgeva l’Abbazia di San Giacomo (nell’area poi occupata dall’Ospedale Umberto I), le conseguenze furono profonde: edifici, terreni e rendite passarono di mano, le funzioni assistenziali vennero ridistribuite, e la fisionomia stessa del centro urbano ne risultò modificata. Galleria Immagini Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti (Anna Motterle) L’Antico Hospitale dei Battuti oggi è una casa di riposo e nacque nel XIV secolo quale Hospitale per orfani e poveri Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti e la targa che ricorda la donazione di Mabilia del 1314 (Anna Motterle) Targa che ricorda la donazione di Mabilia, nel 1314, posta nell’Antica Scuola La Scala della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La Maria dei Battuti sulla facciata della scuola Un’edicola dei Battuti sita in Calle del Sale Scuola dei Battuti, Laurentianum, oggi. Vista da via Poerio L’ingresso della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La scoletta dei Battuti negli anni sessanta Bibliografia La scuola e l’ospedale di Santa Maria dei Battuti di Mestre dalle Origini al 1520 (Alessandra Checchin, Centro Studi Storici di Mestre). Boerio, Giuseppe. Dizionario del dialetto veneziano, Venezia, 1829 (voce «Mariegola»). Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Barcella, Cronaca di Mestre, 1975, p. 19. Crouzet-Pavan, Élisabeth. Venezia trionfante: gli orizzonti di un mito, Torino, Einaudi, 2004. Marangon, Paolo. Mestre medievale: dalla dipendenza trevigiana alla conquista veneziana, Venezia, 1998. Archivio di Stato di Venezia, fondi relativi alle Scuole dei Battuti (secc. XIII-XIX). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Venezia 14 Gennaio 2026

Il Castelvecchio di Mestre

Il Castelvecchio di Mestre: costruzione e declino della prima fortezza | Discovery Mestre Il Castelvecchio di Mestre Costruzione e declino della prima fortezza cittadina Una fortezza sull’acqua Nell’area oggi occupata dall’ex Ospedale Umberto I e dalle strade intorno ai Quattro Cantoni sorgeva, nel Medioevo, la struttura difensiva più antica di Mestre: il Castelvecchio. Circondata su quasi tutti i lati dalla biforcazione del Marzenego, non assomigliava ai castelli che siamo abituati a immaginare, con mura a picco su un’altura. Era una fortezza d’acqua. La sua forma, ricostruita da Gabriele Rossi-Osmida sul catastico settecentesco dei Canonici di San Salvatore, era quella di un settore grosso modo circolare con il vertice rivolto a ovest: una porzione occidentale triangolare e una orientale subcircolare, chiusa quasi interamente da un fossato in cui confluivano le acque dei due rami del fiume, con un piccolo passaggio di terra a nord-ovest a collegare le due parti. Wladimiro Dorigo, incrociando quella stessa forma con il catasto napoleonico, ne ha misurato con precisione l’estensione: circa 35.000 metri quadri, oltre sei volte l’area di Palazzo Ducale, corrispondenti ai mappali 619, 620, 621 e 622. Da queste dimensioni e dalla forma tondeggiante, Dorigo avanza un’ipotesi sulla natura originaria della fortezza: non un castello feudale in senso proprio, ma inizialmente qualcosa di più vicino a un campo trincerato, sul modello di Noale, sorto anch’esso entro le acque dello stesso Marzenego, e distinto dal tipo di incastellamento rappresentato da Musestre sul Sile. A sostegno di questa lettura, Dorigo richiama anche altri insediamenti fortificati sorti fra Nono e Decimo secolo su fiumi navigabili, a difesa di mercati e approdi: Nogara nel 906, Gorgo sul Bondeno fra il 902 e il 913, un castello sul Ticino nel 916. Un territorio conteso Per capire perché una fortezza sorga in questo punto bisogna guardare a Venezia. La città lagunare non aveva né boschi né cave: il legname per navigare e la pietra per erigere baluardi dovevano venire dalla riva opposta. Verso il X secolo la giurisdizione su quest’area di confine era contesa fra il Duca e il Vescovo di Olivolo, il Patriarca d’Aquileia, il Vescovo di Treviso e quello di Altino, mentre i Candiano di Venezia possedevano un lembo di territorio verso Tessera. In casi simili, osserva Rossi-Osmida, il confine fra le proprietà non era mai definitivo e si arrestava in prossimità di un corso d’acqua: un punto fortificato sulla riva del Marzenego diventava così strategico non perché difendesse un’altura, ma perché difendeva un varco. Il secolo del vescovo Le prime notizie certe risalgono al 994, quando Ottone III donò a Rambaldo II, conte di Treviso e poi di Collalto, un manso regale collocato in questa zona di confine, fra Mestre, Paureliano e un terzo luogo che le due fonti trascrivono in modo lievemente diverso, Brentulo per Rossi-Osmida, Brentalo per Dorigo. Nel 1117 compare per la prima volta in un documento scritto l’espressione «Castrum de Mestre»: in un atto con cui i fratelli Ansedisio e Widoto, discendenti di Rambaldo e della stessa famiglia dei conti di Treviso, cedettero un vasto possedimento all’abate Pietro del monastero di Sant’Ilario, il castello ne fu esplicitamente escluso, segno che era già allora un bene distinto e non alienabile. Sulla localizzazione di quella cessione le due fonti divergono: generica per Rossi-Osmida, identificata da Dorigo con l’attuale Porto Menai, presso Gambarare. Il castello passò quindi al Vescovo di Treviso, che ne fu signore per oltre un secolo. Con bolla del 3 maggio 1152, papa Eugenio III ne conferma il possesso a Bonifacio vescovo; un atto del 1181, rogato nel Palazzo di Mestre, attesta l’esistenza di una sede vescovile ormai stabile, capace di ospitare la corte; il 23 febbraio 1211 il vescovo Tisone ne rivendica la piena signoria, definendosi «dominus, dux, comes, marchio omnium terrarum, villarum, castellorum et burgorum ad Episcopatum pertinentium». Il castello di Mestre è parte del feudo episcopale trevisano, e i Collalto, che ne erano stati i primitivi proprietari, dispongono ormai soltanto dei «banna» riscossi a Tessera. Dai Da Romano a Venezia: la caduta Il castello dimostrò per due volte la propria tenuta, prima di cedere per due volte a chi lo assediava. Racconta Rolandino che nel 1234, durante le devastazioni dell’esercito padovano, questo ebbe l’intera terra di Mestre, ma non il castello: il borgo cadde, la fortezza resistette. Fu Ezzelino da Romano, un decennio più tardi e dopo un primo assalto nel 1237, a impadronirsene: nel 1245, conquistata Mestre, vi fece costruire tre torri, dette «zirones». È lo stesso anno in cui rifortificò Noale, e si inserisce in una sequenza di opere concentrate in meno di vent’anni, Montagnana nel 1242, Castelfranco nel 1246, Cittadella nel 1262, che Dorigo legge come un’unica strategia difensiva della Marca trevigiana. Un incendio distrusse quasi totalmente il castello: Rossi-Osmida lo colloca nel 1274, mentre sia il Barcella sia Dorigo lo datano al 1273. Circolarono in seguito congetture su presunte responsabilità veneziane, ma un dettaglio le smentisce: il patrizio Tommaso Querini, proprietario di alcuni stabili distrutti perché compresi nel circuito castellano, chiese alla Repubblica un risarcimento dal Comune di Treviso, cosa che difficilmente avrebbe fatto se i responsabili fossero stati i suoi. Il castello, ancora in piedi sessant’anni dopo l’incendio, tornò a essere conteso con le armi. Nel 1336, in guerra con Mastino II della Scala, Venezia inviò circa cinquecento armigeri per espugnarlo, senza riuscirvi. Tentò allora di corrompere il capitano Tommasino Luchesio da Bologna, che pure aveva lasciato in ostaggio moglie e figlio: questi avvertì gli Scaligeri, che fecero uccidere i soldati veneziani nella notte concordata per la resa. Il successore scaligero, Giovanni di Lisano, tenne il castello anche dopo la caduta di Padova; fu infine la guarnigione di mercenari tedeschi, corrotta con diecimila fiorini, a ucciderlo e a consegnare la fortezza ad Andrea Morosini, il 29 settembre 1337, giorno di San Michele. Il borgo murato che oggi si chiama Castelnuovo non esisteva ancora, la sua cinta comincerà a sorgere solo nel 1371, inglobando la più antica Torre dell’Orologio: l’unica fortezza esistente a quella data, e quindi l’oggetto della contesa, era il Castelvecchio. Gli anni del declino Alla conquista seguì rapidamente la definizione amministrativa del territorio mestrino. Il 18 aprile 1339, con la ducale di Francesco Dandolo conservata nel codice «Morosina» della Biblioteca Capitolare di Treviso, viene fissata la podesteria dipendente dal Castello: comprende il Borgo di Mestre con la villa detta Mestrina, Zelarino e Salvanese, Trevignano, Chirignago, Carpenedo, San Martino di Strada, Tessera, Martellago, e molte altre ville fino alle foci del Dese e del Bottenigo. Il presidio del Castello deve essere garantito da venti uomini con due capitani; due guardie presidiano ognuna delle bocche dei fiumi: Marghera, Dese, Altino, Bocca del Silione, Campalto, Bottenigo, Tessera, San Pietro di Terzo. Il giudizio delle autorità venete sul sito, negli anni immediatamente successivi alla conquista, si fece rapidamente severo, per ragioni di salute più che di guerra. Nel 1341, appena quattro anni dopo, il Senato lo dichiarò inutile e nocivo per l’aria. Nel 1378 il cronista Daniele di Chinazzo ne attestò la pericolosità, con un bilancio letale fra gli stessi assedianti: le febbri del «mal aere», una delle prime testimonianze di un problema malarico a Mestre. Il castello non era però ancora scomparso del tutto. Nel 1381 Francesco da Carrara, trattando con Venezia la pace al termine della Guerra di Chioggia, dichiarò di volere tanto il nuovo quanto il vecchio castello di Mestre: prova che il Castelvecchio era ancora in piedi, e che i due appellativi erano già in uso. Furono le incursioni padovane, protrattesi fino al 1405, e un violento maltempo nel 1410, che intaccarono seriamente anche il castello nuovo, a dare infine il colpo definitivo alle mura ormai decrepite del Castelvecchio. Francesco Foscari pone la parola fine Nel 1434 le autorità veneziane decisero di abbattere quanto restava della fortezza. Il terreno era allora concesso in affitto ad Andrea da Mosto, che il 29 agosto di quell’anno ottenne l’esenzione dal canone per il periodo in cui l’area era stata resa inagibile dalla demolizione. Il materiale fu riutilizzato tramite un accordo di scambio: chi trasportava mille mattoni nel luogo indicato dal Podestà poteva trattenerne altrettanti per sé. Al momento della demolizione vi si trovavano ancora una casa grande, una chiesa, un edificio adibito a deposito e diverse case minori con i propri pozzi. Vent’anni dopo, il 13 agosto 1453, il doge Francesco Foscari donò le rovine ai Canonici Regolari di San Salvatore, definendole con una formula che certifica la fine: il vecchio castello ormai disabitato. L’atto fu perfezionato a Mestre il 30 agosto, quando il religioso incaricato si presentò davanti al podestà Bartolomeo Pisani per l’intromissione d’uso che autorizzava i Canonici a costruirvi una casa e una chiesa. Da quel momento il Castelvecchio cessò di esistere come fortezza. Un sentiero al posto del fossato Dorigo osserva che già in un disegno colorato del Cinquecento il castello non esisteva più come struttura, ma sopravviveva come forma sul terreno: un profilo grosso modo circolare, definito dagli alvei residui del fossato. Quando all’inizio dell’Ottocento i periti napoleonici rilevarono l’area, quei fossati erano stati sostituiti da viottoli e da confini di proprietà, e questi ultimi continuavano fedelmente a ricalcare il perimetro dell’antica fortezza: è così che Dorigo ha potuto riconoscerne l’impronta nei quattro mappali già ricordati. Non restava alcun edificio del castello, ma un disegno del terreno che ne conservava la memoria. Sopravvive, visibile dal parchetto di Via Einaudi, il ponte in pietra sul Ramo della Beccaria che immetteva nel cuore dell’antico castrum. La vita successiva del sito, dal priorato dei Canonici all’ospedale Umberto I, è raccontata negli articoli a essa dedicati, così come nell’articolo dedicato ai mille anni di storia nell’area del Castelvecchio. Galleria immagini Stemma della famiglia Collalto In questo particolare del Catastico di Tommaso Scalfuroto, 1781, si può notare il sentiero, indicato con 6, sorto al posto del fossato del Castelvecchio La Terra di Mestre in una mappa del Sec. XVIII Savi ed Esecutori delle Acque, Catastico n° 2897 (1781) Mappa del cap. Augusto Denaix del 1811, con posizionate, da me, le più importanti strutture cittadine Il Ponte del Castelvecchio ad inizio Novecento Il ponte del Castelvecchio oggi Fonti Gabriele Rossi-Osmida, «Il primo Castello di Mestre», in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno 6-7 dicembre 1969, Centro di Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13. Wladimiro Dorigo, Mestre medioevale, in «Venezia Arti», Bollettino del Dipartimento di storia e critica delle arti dell’Università di Venezia, n. 5, 1991, pp. 9-28. ASV, Monastero di S. Salvatore, B. 14, doc. I (1117, 15 giugno); doc. IV (1453, 13 agosto); doc. VII (1468, 28 aprile). Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre, Venezia, 1839. Rolandino da Padova, Cronica in factis et circa facta Marchie Trivixane. Daniele di Chinazzo, Cronica de la guerra da Veniciani a Zenovesi, Deputazione di Storia Patria per le Venezie, 1958. Augusto Denaix, Carta topografica idrografica militare, Pianta particolare di Mestre, 1809-1811, ASV. Giovanni Netto, «Il territorio dipendente dal Castello di Mestre nel passaggio dal Comune di Treviso alla Repubblica di Venezia», Quaderno n. 13, Centro di Studi Storici di Mestre, 1969. Sbrogiò, Marco. I Castelli di Mestre e l’antica Struttura urbana. Gusso, Adriana. Mestre. Le radici di identità di una Città. Cosmai, Franca; Barizza, Sergio (a cura di). Mestre la storia, le fonti. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Venezia 14 Gennaio 2026

Corte Legrenzi: da Stallo per i cavalli a luogo di ritrovo

Corte Legrenzi | Discovery Mestre Corte Legrenzi Da Stallo Campesan a luogo di ritrovo con atmosfera veneziana Da Stallo Campesan a Corte Legrenzi Uno dei luoghi più belli e caratteristici di Mestre nasce lì dove un tempo vi era lo Stallo Campesan. A vederla oggi non sembrerebbe possibile immaginare che qui la ditta di Filippo Campesan accogliesse i mezzi dei visitatori diretti a Mestre: cavalli e carrozze prima, automobili poi. Certo era un’altra Mestre: non vi erano Piazzale Donatori di Sangue né l’M9 district, bensì rispettivamente Piazzale Regina Margherita e la Caserma intitolata a Edmondo Matter. Mestre stava cercando di diventare una città il cui centro si stava allargando verso Villa Erizzo, e fu probabilmente anche per questo che lo Stallo venne trasferito in Via Dante negli anni Trenta del Novecento. Oggi Calle e Corte Legrenzi sono diventate nel tempo uno dei posti di ritrovo preferiti dai mestrini. In fin dei conti questa Corte è stata pensata per essere un luogo ideale per passare una serata in compagnia e sperimentare un’atmosfera “veneziana”, assumendo persino la forma di una corte veneziana con tanto di pozzo al suo centro. Il glicine che accoglie gli avventori del Va’ Pensiero sembra disegnato da un pittore. I locali ospitati da questo piccolo angolo di paradiso sono fra i più frequentati della città, capaci di offrire menù, vini e birre di ottima qualità. Chi era Giovanni Legrenzi La calle e la corte portano il nome di Giovanni Legrenzi (Clusone, 1626 – Venezia, 1690), uno dei più importanti compositori della Venezia del tardo Seicento. Dopo aver diretto la musica in diverse istituzioni cittadine, fra cui l’Ospedale dei Derelitti e quello dei Mendicanti, il 23 aprile 1685 divenne maestro di cappella della Basilica di San Marco, il più prestigioso incarico musicale della Repubblica, che mantenne fino alla morte. Sotto la sua guida la cappella marciana raggiunse la massima consistenza, con 36 cantanti e 34 strumentisti. Autore di sonate strumentali, oratori e opere teatrali, Legrenzi ebbe un ruolo decisivo nello sviluppo del linguaggio barocco nell’Italia settentrionale. Fra i suoi allievi figurano Francesco Gasparini e Tomaso Albinoni, e la sua musica fu studiata anche da Johann Sebastian Bach, che scrisse una fuga per organo su un suo tema. X Square Il 18 giugno 2021 al centro della Corte, vicino al pozzo, è stata posta la scultura “X Square”, nuovo progetto di Michele Tombolini e primo intervento in città della galleria Cris Contini Contemporary. Nata nei mesi della pandemia, l’opera voleva essere un messaggio di speranza e di fiducia nella ripresa, e fu pensata come prima tappa di un progetto itinerante. Galleria Immagini Corte Legrenzi, immagine di archivio Ditta Campesan trasferita in Via Dante La Corte vista dalla Calle Legrenzi Un locale in Corte Legrenzi L’installazione X Square di Michele Tombolini in Corte Legrenzi Pubblicità della Ditta Filippo Campesan La porta che si apre sull’M9 district da Corte Legrenzi Riferimenti X Square Sculpture: Michele Tombolini, Cris Contini Contemporary, 2021. Voce Giovanni Legrenzi, Wikipedia. Voce Michele Tombolini, Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Venezia 14 Gennaio 2026

Il mito di Ercole a Mestre: “Ercole e il Leone di Nemea” a Villa Querini

Statua di Ercole a Villa Querini | Discovery Mestre Statua di Ercole a Villa Querini La leonté del Leone di Nemea e il mito di Ercole La statua di Ercole a Villa Querini A Villa Querini è presente una statua raffigurante Ercole, posta sopra uno dei due pilastri del cancello d’ingresso principale su via Verdi, dove compaiono anche lo stemma dei Querini Stampalia e, sull’altro pilastro, una statua di Giove. Entrambe sono attribuite allo scultore vicentino Girolamo Albanese (1584-1660 circa), autore di molte opere a soggetto mitologico in palazzi e ville del Vicentino; poiché la villa è datata al 1696, dopo la morte dello scultore, potrebbe trattarsi di opere della sua bottega. Ercole è rappresentato mentre indossa la pelle del Leone di Nemea: è in piedi, tiene la pelle del leone come una veste attorno al bacino e sulle spalle, mentre la testa appare poggiata sul fianco sinistro. Tale pelle di leone prese il nome di leonté e rese Ercole invincibile. Da notare che sulla spalla destra tiene la clava con cui lo aveva colpito prima di soffocarlo. Il mito del Leone di Nemea Il leone apparteneva a Era, che lo aveva cresciuto sulle colline attorno alla città di Nemea, luogo dove terrorizzava e assaliva la gente. Fu cacciato e ucciso da Eracle, che, giunto nei pressi della sua dimora, cercò invano di trafiggerlo con arco e frecce: avendo la pelliccia invulnerabile, il leone non subì ferite. Eracle lo aggredì allora a colpi di clava e, per difendersi, il leone fuggì in una caverna con due uscite; Eracle ne bloccò una e continuò ad assalirlo dall’altra. Intrappolato, fu raggiunto e stretto al collo con un braccio fino a essere soffocato a morte. Eracle poi se lo caricò sulle spalle e lo portò a Cleone. In seguito scuoiò il leone e ne indossò la pelliccia, ottenendo una difesa invincibile per le nuove imprese che avrebbe affrontato. Il Leone Nemeo fu posto da Zeus tra i segni dello zodiaco, dove formò la costellazione del Leone. Ercole compare anche in un’altra villa mestrina: a Villa Erizzo si trovava il gruppo dell’«Ercole e Lica». Galleria Immagini Ercole indossa la leonté. Statua attribuita a Girolamo Albanese a Villa Querini Antonio del Pollaiolo, Ercole e l’Idra (Ercole indossa la leonté) Bibliografia Parte di quanto riportato deriva dall’omonima pagina di Wikipedia. Voce Girolamo Albanese su Wikipedia. Discovery Mestre, Villa Querini Stampalia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Venezia 14 Gennaio 2026

Scoprire Venezia in bici

Ciclabile Mestre-Venezia | Discovery Mestre Ciclabile Mestre-Venezia Un percorso unico verso la laguna Un percorso unico verso Venezia Immagina di raggiungere Venezia pedalando attraverso un itinerario che unisce la terraferma alla laguna, immergendoti in paesaggi naturali e scorci mozzafiato. La pista ciclabile che collega Marghera a Venezia, ormai prossima al completamento, si candida a diventare una delle più affascinanti d’Europa, offrendo un’esperienza di slow travel per scoprire la Serenissima in modo originale. Inizio del percorso: da Mestre al Vega Il percorso ha inizio presso la stazione di Venezia Porto Marghera, raggiungibile tramite Via Ca’ Marcello. Proseguendo verso l’Hotel Alive e continuando lungo Via Paganello fino al termine, si incontra sulla destra la stazione Venezia Porto Marghera. Qui un sottopasso poco visibile conduce al Padiglione Antares del Vega. I primi due chilometri del tragitto attraversano una zona industriale e costeggiano una tangenziale, offrendo una visuale non particolarmente suggestiva. Dopo una curva, però, il paesaggio cambia radicalmente, immergendo il ciclista in un’oasi naturale tra acquitrini e boschi. Attraversando il Ponte della Libertà Il cuore dell’esperienza è il passaggio sul Ponte della Libertà, un tracciato di 3.850 metri che regala vedute spettacolari sulla laguna veneziana. La lentezza della bicicletta permette di apprezzare dettagli spesso trascurati da chi viaggia in auto, treno o tram. A destra si scorgono Porto Marghera e l’apertura della laguna verso Lido di Venezia, Pellestrina e Chioggia. A sinistra, oltre il ponte, emergono le isole abbandonate di San Giuliano e San Secondo, mentre lo sguardo si perde verso Murano, Sant’Erasmo e Cavallino Treporti, regalando un panorama che celebra la bellezza unica della laguna. Arrivo a Venezia: dove parcheggiare Una volta giunti a Venezia, la domanda sorge spontanea: dove lasciare la bicicletta? Il Bici Park di Venezia offre una soluzione comoda e sicura. Da qui il visitatore può scegliere di esplorare a piedi le calli della città, visitare un museo, ammirare una chiesa o gustare la cucina locale in un tipico bacaro veneziano. Per scoprire i migliori locali, la piattaforma 2night è una guida affidabile e completa. Bike sharing: un’alternativa per i turisti Se non si dispone di una bicicletta propria, il servizio di bikesharing Movi by Mobike è un’opzione accessibile e pratica. Le biciclette sono disponibili in numerosi punti della città con tariffe convenienti, rendendo l’esplorazione di Mestre e Venezia alla portata di tutti. Questo itinerario ciclabile rappresenta un’occasione unica per scoprire il fascino di Venezia e della sua terraferma in modo sostenibile e coinvolgente. Galleria Immagini La pista ciclabile da Mestre a Venezia che costeggia il Ponte della Libertà Lo spettacolo della laguna dalla ciclabile sul Ponte della Libertà La laguna vista dalla ciclabile sul Ponte della Libertà Una chiesetta vicino al Vega Il monumento che delimita l’inizio del Ponte della Libertà Monumento che ricorda il Forte di Sant’Antonio La laguna vista dalla pista ciclabile La laguna vista dalla pista ciclabile Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Venezia 14 Gennaio 2026

L'”Ercole e Lica” di Villa Erizzo

L’”Ercole e Lica” di Villa Erizzo | Discovery Mestre L’Ercole e Lica di Villa Erizzo Le ultime tre statue di un maestoso giardino L’Ercole e Lica di Canova a Villa Erizzo A gennaio 2020, durante una visita a Villa Erizzo, scoprii che fra le tre statue presenti nel cortile interno vi era una riproduzione dell’Ercole e Lica di Antonio Canova. La scultura di Canova mi aveva impressionato quando, nell’estate precedente, visitai la Gypsoteca di Possagno, mentre l’opera originale si trova alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Pensare che una riproduzione del Canova sia lì, sola e misconosciuta, è davvero triste, e per questo ne chiedo la valorizzazione. Breve storia dell’opera originale L’opera fu commissionata da Onorato Gaetani dei principi d’Aragona nel marzo del 1795. Il gruppo marmoreo rappresenta una vicenda tratta dai poeti antichi: Ercole, impazzito dal dolore procuratogli dalla tunica intrisa del sangue avvelenato del centauro Nesso, scagliò in aria il giovanissimo Lica, che, ignaro, gliel’aveva consegnata su ordine di Deianira. Dopo varie vicissitudini, l’opera fu acquistata dal banchiere romano Giovanni Raimondo Torlonia nel 1800. Il gruppo marmoreo fu completato nel 1815, anno in cui fu posto dal proprietario in un’esedra del proprio palazzo, illuminato con luce zenitale. Eracle inviò Lica a Eraclea Trachinia affinché recuperasse una veste prodigiosa. Ebbe da Deianira la veste intrisa del sangue di Nesso, che la donna pensava fosse un potente filtro d’amore, come le aveva raccontato lo stesso Nesso morente; in realtà si trattava di un veleno molto potente. Deianira se ne accorse in ritardo, osservando la fine di una goccia caduta a terra, ma non riuscì ad avvertire in tempo Eracle del pericolo imminente. L’unguento di cui era intrisa la veste era avvelenato con il sangue del mostro Idra di Lerna. Dopo che Eracle ebbe indossato la veste, fu travolto da un dolore insopportabile, che lo accompagnò fino alla morte. Pensando che il giovane Lica lo avesse avvelenato, lo prese e lo scagliò giù dal promontorio. Ovidio narra una diversa fine di Lica: scagliato nel mare d’Eubea, fu tramutato in roccia. Una leggenda racconta invece che Lica si divise in mille pezzi, dando origine alle isole del mar Egeo. Galleria Fotografica La copia dell’Ercole e Lica di Canova presso Villa Erizzo L’Ercole e Lica di Canova, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma Approfondimenti Origini e splendore di Villa Erizzo Villa Erizzo: breve storia e architettura I Conti Bianchini “di Mestre” Il Foro Boario di Mestre Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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