Piazza Barche nel ‘700: la porta fra due mondi
Mestre, porta tra due mondi
Arrivare a Mestre: la piazza dei Duodo
Sul corpo di fabbrica principale dei Duodo campeggiava lo stemma di famiglia, con fondo rosso, banda argento, caricata di tre gigli azzurri… alla maggior parte dei frequentatori del sito, poco o nulla interessati all’araldica, si sarà palesata l’immagine dei tre pennacchi, efficacissima, quale immediato contrassegno.
(C. Balistreri, D. Zanverdiani, G. Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, p. 44)
Nel Settecento, per cogliere appieno la testata del Canal Salso occorreva percorrerla al contrario: non da terra, ma dall’acqua. Chi partiva da Venezia la risaliva fino alla sua estremità settentrionale, dove il bacino si allargava e la testata del porto, costruita con tre muraglioni in mattoni, segnava il punto in cui l’acqua cedeva il passo alla strada. Da due di questi muraglioni scendevano altrettante scalinate graduate in pietra d’Istria, una per lato, mentre il muraglione centrale era dotato di un paranco per i bagagli.
Era Piazza Barche: non una piazza nel senso moderno del termine, ma uno spazio di scambio, il nodo in cui merci e uomini passavano dal mondo acqueo di Venezia a quello terrestre di Mestre e dell’Europa. È questo che mostrano le vedute settecentesche: una città viva, raccolta attorno a un canale altrettanto vivo, che vista dall’acqua ricordava Venezia e vista da terra una ricca città europea del Settecento. Una di quelle scalinate compare nell’incisione di Giovanni David del 1775: interpretata a lungo come veduta della villa Durazzo, secondo i professori Balistreri e Zanverdiani ritrae al contrario, come dice il titolo «rimpetto al Giardino», ciò che alla villa stava di fronte, cioè la testata e la Posta sull’altra sponda.
In testa al canale, per lungo tempo, sorse anche il capitello: un’edicola votiva riprodotta nelle mappe di fine Seicento e Settecento e ben visibile nella stampa del Canaletto. I capitelli erano un simbolo religioso caratteristico degli incroci stradali, segnale di devozione e punto di riferimento per i viaggiatori; quello delle Barche era dedicato alla Beata Vergine, come si ricava da documenti del 1834, ed era l’unico simbolo religioso della località.
Quella vitalità era nota. Una testimonianza racconta come il conte Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero, sedesse nella coffee house del suo giardino ad ammirare, e forse a schernire, le persone così indaffarate nel loro lavoro. Una preziosa testimonianza di come si presentasse la piazza ci viene dalla carta di Domenico Margutti del 29 marzo 1691, da cui si vede che gran parte di essa era già proprietà dei Duodo, antico casato patrizio veneziano iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima, con palazzo di famiglia a Venezia in zona Sant’Angelo, che a Mestre traevano consistenti ricavi dal fornire servizi a chi muoveva merci e persone in Piazza Barche.
La Posta, la Dogana e il magazzino tedesco
Il primo edificio che un avventore proveniente da terra incontrava era l’antica Posta, che già nella mappa del 1691 risultava ospitare la «Locanda alli 3 Penacchi». Il nome si doveva allo stemma di famiglia: fondo rosso, banda d’argento con tre gigli azzurri che agli occhi dei passanti somigliavano a tre pennacchi. L’edificio era ufficialmente registrato come «Stabile detto tre pennacchi con Offizi di Lettere, diligenze e Posta da cavalli», una denominazione che racchiude tre funzioni distinte: gli «Offizi di Lettere» gestivano la corrispondenza, le «diligenze» erano le carrozze pubbliche per i passeggeri, la «Posta da cavalli» assicurava il cambio degli animali da tiro. La rendita era cospicua: nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda 270 ducati annui.
Di fianco a questo edificio sorgeva la Pubblica Dogana, una costruzione più bassa e di maggiore sviluppo frontale, che primeggia sulla sinistra delle vedute settecentesche. Accanto ad essa operava l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e poco oltre lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva del complesso. L’intero assetto è documentato in dettaglio in una mappa del Canal Salso disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827.
Nel 1766, sei anni prima dell’arrivo del conte Durazzo, Gerolamo Duodo fece realizzare accanto alla Posta un magazzino doganale privato destinato alle merci dei commerci con la Germania. Mestre era uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. L’ingresso era segnato da un imponente portale «in foggia d’arco trionfale», ancora visibile nelle vecchie immagini ottocentesche e in seguito «barbaramente distrutto». L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano decise di trasferire gli uffici doganali pubblici proprio nell’immobile Duodo: la dogana privata dei «tre pennacchi» diventava la dogana pubblica di Mestre.
Il patrimonio dei Duodo
Una fotografia del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo. Vi figuravano alcune case nei pressi del ponte dell’Orologio, nell’attuale via Palazzo, e soprattutto il nucleo di Piazza Barche: una «Casa con fabriche» adibita a stallo «alli tre penachi», con terreno annesso, e diverse «Casette» con porticato a tettoia. Queste ultime compaiono nelle vedute del Canaletto e furono in parte sostituite dalla Dogana: una mappa del 1744 individua in quel punto il «Sotto Portico delle Casette».
I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle verso la strada per Marghera, detta «al Cavalletto» e in origine «al Sol»; vi confinava un terreno dell’architetto Giuseppe Jappelli, il progettista del Caffè Pedrocchi di Padova.
La villa: dai Duodo ai Pisani
Sul lato opposto rispetto alla dogana, sempre sul fronte settentrionale, sorgeva una delle più belle ville nobiliari mai realizzate a Mestre. Villa Duodo era la dimora di rappresentanza della famiglia patrizia veneziana e la si può ammirare nel quadro del Canaletto, nell’area dove sorgeva un piccolo boschetto, alla destra di chi osserva.
Il suo aspetto era già mutato nel quadro attribuito al Bellotto, dove il boschetto è scomparso e si intravede un giardino più ordinato. In seguito, fra il 1772 e il 1784, la villa fu presa in affitto dal conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che la trasformò in una piccola corte con teatrino, giardini all’italiana, voliere e sala di lettura.
Come molte famiglie del patriziato veneziano nell’ultima stagione della Serenissima, anche i Duodo andarono incontro a un progressivo dissesto finanziario. Nel 1808, alle registrazioni del catasto napoleonico, i beni mestrini della famiglia non risultavano più nelle mani dei proprietari originari ma gestiti da una «Massa de’ Creditori», con affittuari che versavano una rendita annua ai creditori; tra gli amministratori figurava già un Pisani.
Quel nome non era casuale. Fu proprio la famiglia Pisani a subentrare nel possesso della villa, trasformandola radicalmente: come scrive il Fapanni, «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, Quaderno 24 del CSSM, 1975, p. 77). Il giardino frontale cambiava così per l’ennesima volta: dal boschetto del Canaletto al giardino all’italiana descritto dal Boscovich, fino a quello all’inglese dei Pisani. La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti nel corso del Novecento.
La caduta della Serenissima, il 12 maggio 1797, e il declino del suo patriziato pesarono sui traffici di Piazza Barche tanto da far fallire persino il Teatro Balbi, che sorgeva non lontano dalla testata del canale, vicino allo Stallo Venezia e all’osteria alla Campana, dove soggiornavano nobili, uomini d’affari e persino re e imperatori. Era la fine di un’era.
Il fronte meridionale e i percorsi di terra
Sul lato opposto della piazza, verso mezzogiorno, il paesaggio era più modesto. Le mappe settecentesche mostrano una serie di piccoli edifici con porticato a tettoia, il «Sotto Portico delle Casette», strutture basse e commerciali già incontrate tra i possedimenti dei Duodo. Era il lato operativo della piazza, quello dei barcaioli, degli scaricatori, delle botteghe minute.
I barcaioli di Mestre erano organizzati in una propria confraternita. Erano loro a garantire il collegamento quotidiano con Venezia, smistando passeggeri e merci lungo il canale. La Compagnia dei Corrieri Veneti, corporazione privata che gestiva il servizio postale della Repubblica, aveva in Piazza Barche uno dei suoi nodi principali, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile e il Piave: come le Barche, erano i punti in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna.
Chi arrivava dall’acqua e non proseguiva a piedi poteva prendere una carrozza alla Posta dei Cavalli. Chi invece si muoveva a piedi percorreva il «marchiapiede», forma settecentesca dal francese marchepied: un percorso pedonale che, attraverso il «Sottoportico detto da Prosdocimo», collegava Piazza Barche ai principali assi cittadini e conduceva al Teatro Balbi, costruito nel 1777 dalla famiglia Balbi non lontano dalla piazza. Parte di quel portico sopravvive ancora nella piazzetta XXII Marzo; il tratto verso via Cappuccina scomparve con l’edificio che lo conteneva, abbattuto in un bombardamento della Seconda Guerra Mondiale.
Le proprietà della famiglia Pasquali si estendevano lungo la Strada Postale detta Cappuccina, dove possedevano anche un’osteria. Nel catasto napoleonico del 1808 i loro edifici risultavano già trasformati in «Porzione di Fabbricato per l’Ufficio di Posta lettere e Spedizione delle Diligenze Erariali»: il servizio postale si era già in parte spostato dalla testata del canale verso la nuova viabilità terrestre.
Piazza Barche oggi
Oggi della Piazza Barche rappresentata dai vedutisti non resta quasi nulla. La villa fu demolita a più riprese fra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, il portale trionfale di Gerolamo Duodo è scomparso, il Teatro Balbi è stato recuperato solo nella parte frontale dalla Galleria Teatro Vecchio. Anche la scalinata di discesa al canale è sparita con l’interramento della testata del Canal Salso nel 1932-1933; la si intravede ancora sotto il manto stradale in alcune fotografie scattate durante lavori di scavo.
Gli edifici della Posta, della Dogana e delle locande sopravvivono in parte nel tessuto di Piazza Barche e della piazzetta XXII Marzo, ma con pesanti alterazioni, sopraelevazioni e ristrutturazioni che ne hanno cancellato quasi ogni traccia riconoscibile. Per chi sappia leggere il fronte della piazza, però, restano le impronte di una stagione in cui una sola famiglia veneziana governava, da terra e da acqua, la porta d’ingresso di Mestre.
La storia del Canal Salso su Discovery Mestre
La vicenda del canale che unì Mestre a Venezia si dipana in più articoli collegati: Il Canal Salso, le origini, che ne racconta la nascita e i primi secoli fino al 1615; Il Canal Salso, l’età d’oro, dedicato alla stagione dei commerci tra Seicento e Ottocento; La perduta villa Durazzo, sulla dimora nobiliare che vi sorgeva; Il conte Giacomo Durazzo, sul suo ospite più illustre; e Da Canaletto a Bellotto, sui grandi vedutisti che ritrassero la piazza.
Con la fine della Serenissima e l’arrivo della ferrovia, il baricentro di Mestre si sposta dall’acqua alla terra e all’industria: una nuova stagione che comincia nell’area che oggi è nota come Altobello.
Galleria immagini
Approfondimenti
- La perduta villa Durazzo — la residenza del conte Giacomo Durazzo
- Il Canal Salso, le origini — nascita e storia del canale fino al 1615
- Il Canal Salso, l’età d’oro — storia economica e culturale del canale
- Da Canaletto a Bellotto — Piazza Barche nei quadri dei grandi vedutisti
Bibliografia
- Balistreri, Corrado; Zanverdiani, Dario; Brombin, Giuseppe. Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni.
- Brusò, Fabio. Piazza Barche Mestre (1846-1932).
- Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre, 1975.
- Ivaldi, Armando Fabio. «Magnificenza, e buon gusto inarrivabili». La villa e il teatrino di Giacomo Durazzo a Mestre (1772), in Nuova Rivista Musicale Italiana, n. 2/2012.
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