Ritratti mestrini

Conte Giacomo Durazzo

Giacomo Durazzo | Discovery Mestre

Giacomo Durazzo

L'ambasciatore, il mecenate, il Conte della Musica

Giacomo Durazzo, patrizio genovese, mecenate e riformatore del teatro

Il conte Giacomo Durazzo nacque a Genova il 27 aprile 1717 nel palazzo oggi noto come Palazzo Reale di Via Balbi, la dimora dei Durazzo, all'epoca una delle famiglie patrizie più potenti della Repubblica di Genova, che aveva dato alla città nove dogi. Morì a Venezia il 15 ottobre 1794, dopo una vita trascorsa tra le corti più importanti d'Europa, al servizio degli Asburgo e della cultura del suo tempo.

La sua formazione avvenne nel cuore della Genova settecentesca, in un ambiente dove musica, teatro e collezionismo erano parte integrante della vita aristocratica. La famiglia possedeva il Teatro del Falcone, situato all'interno di Palazzo Reale, uno dei più importanti teatri musicali della Repubblica: è in quel contesto che il giovane Giacomo maturò il gusto teatrale che avrebbe poi portato a Vienna. Suo fratello maggiore Marcellino Durazzo (1710-1791) sarebbe diventato doge della Repubblica di Genova dal 1767 al 1769, mentre Giacomo seguiva carriere diplomatiche all'estero.

Gli anni viennesi: diplomatico e riformatore

Dopo aver svolto i primi incarichi diplomatici al servizio di Genova, Durazzo trascorse un periodo formativo a Parigi all'inizio degli anni Cinquanta del Settecento, dove ebbe modo di frequentare i protagonisti del teatro francese, fra cui Charles Simon Favart, autore di opéras-comiques di grande successo, e di osservare da vicino le innovazioni del teatro parigino. Quest'esperienza si sarebbe rivelata decisiva pochi anni dopo, quando avrebbe introdotto sulla scena viennese il repertorio francese.

Giunse a Vienna nel 1749 come inviato straordinario della Repubblica di Genova, guadagnandosi rapidamente la stima dell'imperatrice Maria Teresa e del potente cancelliere Wenzel Anton von Kaunitz-Rietberg. La sua appartenenza a una delle famiglie più colte e facoltose di Genova, proprietaria del Teatro del Falcone, lo rendeva un interlocutore naturale per la corte asburgica, che cercava figure capaci di elevare il livello culturale della vita viennese.

Nel febbraio 1752 Maria Teresa affidò la direzione dei teatri viennesi al conte Franz Esterházy, che era anch’egli marito di una Ungnad von Weissenwolff e dunque parente acquisito di Durazzo. Fu Kaunitz, vincendo le resistenze iniziali dell’imperatrice, a ottenere che Durazzo fosse affiancato a Esterházy come assistente. A maggio dello stesso anno Durazzo lasciò formalmente la legazione genovese, tornò brevemente a Genova per sistemare alcune questioni ereditarie, poi ripartì per Vienna, dove entrò al servizio dell’Impero con il titolo di consigliere segreto titolare e l’anno successivo di consigliere imperiale e reale. Dalla primavera del 1754, con le dimissioni di Esterházy, divenne Generalspektakeldirektor con piena responsabilità sui due grandi teatri viennesi, il Kärntnerthor e il Burgtheater. Il soprannome che gli rimase fu «MusikGraf», Conte della Musica.

La sua azione riformatrice fu profonda e multidirezionale. Il primo colpo fu portato contro il monopolio del melodramma metastasiano: Durazzo congedò la compagnia italiana e la sostituì con adattamenti di opéras-comiques importate da Parigi, aprendo la scena viennese a un repertorio fino ad allora ignorato. La collaborazione con Charles Simon Favart funzionava per corrispondenza: Favart inviava da Parigi partiture e suggerimenti sul personale, Durazzo le metteva in scena al Burgtheater. Nel 1752 una compagnia di attori francesi era già stata ingaggiata alla corte imperiale; dal 1756 il canale diretto con Favart intensificò e sistematizzò il flusso di repertorio parigino verso Vienna. Pietro Metastasio, poeta di corte a Vienna da decenni e simbolo dell’opera seria che Durazzo intendeva riformare, subì questa svolta come un affronto personale: il contrasto tra i due divenne uno degli episodi più vivaci della vita culturale viennese degli anni Cinquanta del Settecento.

Sostenne Tommaso Traetta e Christoph Willibald Gluck, e nel 1761 favorì l’arrivo a Vienna del poeta livornese Ranieri de’ Calzabigi, presentato da Kaunitz. L’incontro tra Gluck e Calzabigi, entrambi sotto la protezione di Durazzo, produsse l’Orfeo ed Euridice, rappresentato per la prima volta a Vienna il 5 ottobre 1762. L’opera aprì la stagione della riforma gluckiana, proseguita con l’Alceste e Paride ed Elena, con cui i tre intendevano superare sia le astruse trame dell’opera seria italiana sia i suoi eccessi vocali, ripristinando un rapporto più equilibrato tra parola e musica.

Riformò anche il balletto, sostenendo Gasparo Angiolini e le sue teorie sulla danza-pantomima, e favorì l’attività di Kurz Bernardon nel teatro in tedesco. La sua visione era quella di un teatro totale, dove musica, danza, scena e drammaturgia convergessero in un’unica esperienza estetica coerente, un principio che anticipava concezioni poi sviluppate nel secolo successivo.

Nel 1764, a causa di diatribe interne al mondo culturale viennese e delle pressioni degli ambienti ostili alle sue riforme, fu costretto a lasciare l’incarico. L’imperatrice Maria Teresa lo sostenne fino all’ultimo, ma non bastò.

La contessa Ernestine: una nobile austriaca, cognata degli Esterházy

Nel 1750, un anno dopo l'arrivo a Vienna, Giacomo Durazzo sposò la diciottenne contessa Ernestine Aloisia Ungnad von Weissenwolff (Vienna, 1732 – Venezia, 1794), descritta dalle fonti coeve come una bellezza socialmente in vista alla corte di Maria Teresa. La famiglia Ungnad von Weissenwolff era una delle casate più antiche dell'aristocrazia austriaca, con origini risalenti al Cinquecento: tra gli antenati figurava Hans Ungnad Freiherr von Sonneck (1493-1564), riformatore protestante e promotore della Bibbia in lingue slave meridionali. La residenza storica della famiglia era il castello di Steyregg, sul Danubio presso Linz, in Alta Austria.

Il matrimonio inseriva Durazzo in una rete di parentele europee di primissimo piano. La sorella maggiore di Ernestine, Marie Elisabeth Ungnad von Weissenwolff (1718-1790), aveva sposato il principe Nikolaus I Esterházy, il celebre mecenate ungherese protettore di Joseph Haydn. I Durazzo erano dunque cognati degli Esterházy, fatto che illumina sotto una nuova luce molti dei rapporti culturali e musicali della coppia: il legame Vienna-Eisenstadt-Esterháza diveniva, attraverso Ernestine, parte integrante dell'orizzonte familiare di Durazzo.

Nel 1770, durante l'ambasciata veneziana, Ernestine prese una decisione coraggiosa e di profonda lealtà coniugale: rinunciò ai propri diritti sulla cospicua dote a favore del marito, gesto che garantì a Giacomo la liquidità necessaria per affrontare le ingenti spese del progetto di Villa Durazzo a Mestre, realizzato a partire dal 1772. Per la contessa il pittore Giovanni David realizzò nel 1776 l'opera Amor disarmato; fu inoltre dedicato a lei il libretto dell'opera La virtuosa alla moda (1779). Ernestine accompagnò il marito a Mestre e a Venezia durante tutto il ventennio dell'ambasciata, fino alla fine del mandato nel 1784, e morì a Venezia nello stesso anno del consorte, coincidenza singolare ma documentata da tutte le fonti museali e biografiche.

Ambasciatore a Venezia (1764-1784)

Tornato alla diplomazia, fu nominato ambasciatore plenipotenziario del Sacro Romano Impero presso la Repubblica di Venezia, ruolo che mantenne per vent'anni con residenza ufficiale a Palazzo Loredan. Il mandato veneziano non fu privo di tensioni. I veneziani guardavano con diffidenza gli ambasciatori stranieri, ai nobili locali era di fatto proibito frequentarli, e la coabitazione a Palazzo Loredan con Lady Giustiniana Wynne, vedova del predecessore diplomatico, aggiunse ulteriori difficoltà.

Nel Carnevale del 1767 una disputa sul diritto di approdo al Teatro San Benedetto si trasformò in una crisi diplomatica internazionale che coinvolse le corti di Vienna, Parigi e Madrid. La corte imperiale sostenne fermamente il suo ministro e la crisi si concluse con la capitolazione della Serenissima, sancita dalla visita di Giuseppe II a Venezia nel 1769.

Nel 1771 ricevette ufficialmente a Palazzo Loredan Wolfgang Amadeus Mozart e suo padre Leopold, arrivati a Venezia l'11 febbraio in pieno Carnevale. I Mozart avevano già conosciuto Durazzo a Vienna nel 1762. A Venezia, il 3 marzo 1771, furono ricevuti ufficialmente a Palazzo Loredan. Durazzo facilitò i loro contatti con i circoli culturali veneziani, tra cui quello dell'abate Giammaria Ortes, che accompagnò poi i Mozart fino a Padova lungo la Brenta.

Per sfuggire alle rigidità della vita diplomatica veneziana, Durazzo si trasferì a Mestre, dove trasformò una villa sul Canal Salso in uno dei centri culturali più vivaci della terraferma veneziana, dotata di un teatrino privato, un giardino con serraglio e una scuola di acquatinta.

La villa di Mestre

Originariamente proprietà della famiglia Duodo, patrizi veneziani, la villa di Piazza Barche fu presa in affitto da Durazzo nel 1772 e trasformata nel giro di pochi mesi da «romitorio», come il conte stesso la definiva, in una residenza di straordinaria raffinatezza. Carlo Goldoni non esitò a definirla «una Versaglia in piccolo». Vale la pena precisarlo: il conte non possedette mai la dimora mestrina, ma la tenne in locazione dai Duodo per tutta la durata dell'ambasciata, dal 1772 al 1784.

La villa si estendeva su un territorio molto vasto, fra il Canal Salso e ben oltre l'attuale Via Mestrina, con un proprio attracco diretto sul canale. Disponeva di una galleria decorata con festoni dipinti e putti svolazzanti, di un teatrino privato con fondale scenico circolare, di un «nobile magazzino» che fungeva da archivio e studiolo, e di un giardino rivolto verso mezzogiorno con parterre disegnati, serraglio di animali esotici, orangerie, Caffehaus e un grande circolo equinoziale dorato al centro, strumento scientifico e decorativo insieme. Il padre gesuita Ruggiero Giuseppe Boscovich, scienziato di fama europea di nascita ragusana (Dubrovnik), ospite del conte per cinque giorni nell'ottobre del 1772, ne lasciò una descrizione dettagliata in una lettera all'abate Girolamo Durazzo, fratello minore dell'ambasciatore, pubblicata postuma nel 1811, fonte primaria insostituibile per ricostruire la residenza. Vai all'articolo dedicato a Villa Durazzo.

Dopo la fine dell'incarico diplomatico la villa passò alla famiglia Pisani, che vi realizzò, come testimonia Francesco Scipione Fapanni, uno dei primi giardini all'inglese della zona mestriana. Nei primi anni del Novecento fu abitata dalla famiglia Crepet. Nel 1933 venne demolita la barchessa annessa per la costruzione di Via Principe di Piemonte, oggi Corso del Popolo. La demolizione definitiva dell'edificio principale avvenne negli anni Sessanta del Novecento.

L'incontro con Papa Pio VI

L'11 marzo 1782, mentre era ancora in carica come ambasciatore imperiale, Durazzo si trovò al centro di un evento di portata europea. Il pontefice Pio VI, Giovanni Angelo Braschi, eletto nel 1775, era in viaggio verso Vienna per incontrare l'imperatore Giuseppe II d'Asburgo, nel tentativo di frenare le riforme giuseppiniste che stavano ridisegnando i rapporti tra Chiesa e Stato nei territori imperiali. Il corteo papale sostò a Mestre, a Villa Erizzo, nella zona di Piazza Barche, dove Pio VI celebrò la messa nell'oratorio privato della residenza, consacrato nel 1686 come attestato da una lapide interna raccolta dall'erudito Francesco Scipione Fapanni. Ad accogliere il pontefice fu proprio Durazzo, in qualità di rappresentante ufficiale dell'imperatore sul territorio veneziano. A ricordo della visita, il successivo proprietario di Villa Erizzo, il conte Giuseppe Bianchini, fece apporre una targa commemorativa nell'oratorio.

Il collezionismo: verso una storia visibile dell'arte

Gli anni veneziani furono segnati da una grandiosa e sistematica attività collezionistica, che Durazzo concepì non come semplice accumulo ma come progetto culturale organico. L'obiettivo dichiarato era costruire una «Storia visibile dell'Arte» attraverso le stampe, strumento che, a differenza dei dipinti, resisteva meglio alle ingiurie del tempo e permetteva la diffusione della conoscenza artistica su scala europea.

Su incarico del duca Alberto di Sassonia-Teschen, governatore dei Paesi Bassi e cognato di Maria Teresa d'Austria, allestì una monumentale raccolta di incisioni italiane, consegnata nel 1776 in occasione del soggiorno veneziano del duca. Questa collezione costituì il nucleo fondativo di quella che sarebbe diventata la Collezione Albertina di Vienna, oggi tra i più importanti musei grafici del mondo.

Parallelamente, Durazzo iniziò a costruire una propria collezione personale, partendo dai doppioni della raccolta ducale e ampliandola progressivamente. Il criterio classificatorio era innovativo: gli artisti erano divisi in due scuole fondamentali, italiana e oltramontana, in ordine cronologico, tenendo conto delle diramazioni fra maestri e allievi. Un metodo che si avvicinava a quello che Christian von Mechel stava applicando per la riorganizzazione del Belvedere di Vienna (1783) e che Luigi Lanzi aveva anticipato per gli Uffizi di Firenze (1782).

L'ambizione era documentare almeno millecinquecento artisti, ciascuno preceduto dalla propria biografia e, ove possibile, da un ritratto. Il progetto fu descritto e sistematizzato dal nobile modenese Bartolomeo Benincasa nel volume Descrizione della Raccolta di Stampe di S.E. il Sig. Conte Jacopo Durazzo Patrizio Genovese, stampato a Parma nel 1784 in caratteri bodoniani. L'iniziativa naufragò tuttavia per gli altissimi costi già nel 1783, prima di poter essere pubblicata nella sua interezza.

Fondamentale per questo progetto fu la collaborazione con il pittore genovese Giovanni David (Cabella Ligure, 1749 – Genova, 1790), che Durazzo ospitò a Venezia dal 1774 al 1776. David frequentò con profitto la scuola di acquatinta che il conte aveva creato, probabilmente nel magazzino della stessa villa di Mestre, grazie a due incisori viennesi, Jacob Mathias Schmutzer e Joseph Wagner. Le commissioni di Durazzo furono determinanti per lo sviluppo delle capacità di David come incisore, e spaziarono dall'allegoria artistica alla satira veneziana, fino agli omaggi alla contessa Ernestine.

I manoscritti vivaldiani

Negli ultimi anni dell'ambasciata veneziana, secondo la ricostruzione della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, intorno al 1780, Durazzo acquistò dal padre somasco Matteo Luigi Canonici (1727-1805) una straordinaria collezione di ventisette volumi di partiture musicali, contenenti quasi interamente autografi di Antonio Vivaldi. Il «prete rosso», morto in povertà a Vienna il 28 luglio 1741, aveva lasciato la propria biblioteca personale a Venezia; questa era stata acquistata dal senatore Jacopo Soranzo (1686-1761) e, alla sua morte, ceduta a Canonici, che la conservò per quasi vent'anni prima di vendere al conte.

Sulla datazione esatta dell'acquisto vivaldiano da parte di Durazzo la storiografia non è concorde: la tradizione musicologica fondata da Gabriella Gentili Verona e ripresa da Federico Maria Sardelli nel suo L'affare Vivaldi (Sellerio, 2015) tende a collocare l'acquisizione negli anni Cinquanta-Settanta del Settecento, senza intermediazione di Canonici; la ricostruzione attualmente proposta dalla BNU Torino la colloca invece intorno al 1780. Resta il fatto che, in entrambe le versioni, l'intero corpus autografo vivaldiano fu custodito per un periodo non trascurabile nella villa di Piazza Barche, nel «nobile magazzino» descritto da Boscovich. Conclusa l'ambasciata nel 1784, i manoscritti seguirono Durazzo a Genova, dove rimasero in famiglia fino al ritrovamento torinese del 1926-1930 da parte del musicologo Alberto Gentili. Vai all'articolo dedicato al ritrovamento vivaldiano.

Gli ultimi anni e la morte

Nonostante la vita splendida, Durazzo fu progressivamente oppresso da problemi finanziari, aggravati dalla questione ereditaria con il fratello Marcellino e dall'impossibilità di convincere la contessa Ernestine a trasferirsi definitivamente a Genova. Morì a Venezia il 15 ottobre 1794 e fu sepolto nella chiesa di San Moisè. La sua pietra tombale, fatta porre dal nipote Girolamo Luigi, ricorda i vent'anni di servizio come ambasciatore e il suo ruolo di promotore delle belle arti.

La storia del Canal Salso su Discovery Mestre

La vicenda del canale che unì Mestre a Venezia si dipana in più articoli collegati: Il Canal Salso, le origini, che ne racconta la nascita e i primi secoli fino al 1615; Il Canal Salso, l'età d'oro, dedicato alla stagione dei commerci tra Seicento e Ottocento; Piazza Barche, la porta fra due mondi, sulla testata del canale e i suoi edifici; La perduta villa Durazzo, sulla dimora nobiliare che vi sorgeva; e Da Canaletto a Bellotto, sui grandi vedutisti che ritrassero la piazza.

Con la fine della Serenissima e l'arrivo della ferrovia, il baricentro di Mestre si sposta dall'acqua alla terra e all'industria: una nuova stagione che comincia nell'area che oggi è nota come Altobello.

Galleria fotografica

Bibliografia

  • Boscovich, Ruggiero Giuseppe. Lettera al P. Girolamo Durazzo, Mestre 1° ottobre 1772, in Lettere del P. Boscovich pubblicate per le nozze Olivieri Balbi, Venezia, Pinelli, 1811.
  • Fapanni, Francesco Scipione. Mestre, Il 24°, in «Quaderni del Centro Studi Storici di Mestre», n. 24, Mestre, CSSM, 1975, p. 77.
  • Ivaldi, Armando Fabio. «Magnificenza, e buon gusto inarrivabili». La villa e il teatrino di Giacomo Durazzo a Mestre (1772), in «Nuova Rivista Musicale Italiana», n. 2/2012, pp. 181–204.
  • Balistreri, Corrado – Zanverdiani, Dario – Brombin, Giuseppe. Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni.
  • Pagine di storia mestriana, in «Quaderni del Centro Studi Storici di Mestre», nn. 7–8, Mestre, CSSM, 1966.
  • Sardelli, Federico Maria. L'affare Vivaldi, Palermo, Sellerio, 2015 (romanzo).
  • Marzo Magno, Alessandro. Villa Durazzo e l'antico splendore di Mestre: viaggio nella memoria, in «Il Gazzettino», 2024.
  • Assereto, Giovanni. Durazzo, Giacomo Pier Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 42, Roma, Treccani, 1993.
  • Brown, Bruce Alan. «I cacciatori amanti»: The Portrait of Count Giacomo Durazzo and His Wife by Martin van Meytens the Younger, in «Metropolitan Museum Journal», vol. 32 (1997), pp. 161–174.

Risorse online

Segui i nostri social:

Sostieni Discovery Mestre

© Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Content is protected !!