Giacomo Durazzo 14 Gennaio 2026

La (perduta) Villa Durazzo in Mestre

Villa Durazzo | Discovery Mestre La perduta Villa Durazzo Una “Versaglia in piccolo” sul Canal Salso di Mestre Villa Durazzo a Mestre Il conte Giacomo Durazzo (Genova, 27 aprile 1717 – Venezia, 15 ottobre 1794) giunse a Vienna nel 1749 come inviato straordinario della Repubblica di Genova. Nel 1754 fu nominato Generalspektakeldirektor, direttore generale degli spettacoli imperiali, ruolo in cui sostenne Gluck e favorì la nascita dell’Orfeo ed Euridice del 1762, svolta fondamentale nella storia del teatro musicale europeo. Per questa competenza quasi professionale fu soprannominato «MusikGraf», Conte della Musica. Nel 1764 lasciò Vienna per tornare alla diplomazia: fu nominato ambasciatore plenipotenziario del Sacro Romano Impero a Venezia, con residenza ufficiale a Palazzo Loredan. Palazzo Loredan, le gondole e il trasferimento a Mestre La vita veneziana si rivelò subito scomoda. I veneziani guardavano con diffidenza gli ambasciatori stranieri, ai nobili locali era di fatto proibito frequentarli, e la coabitazione a Palazzo Loredan con Lady Giustiniana Wynne, vedova del predecessore diplomatico, donna intelligente ma insofferente alle regole, aggiunse ulteriori tensioni. Nel Carnevale del 1767 la situazione precipitò: una disputa sul diritto di approdo al Teatro San Benedetto, il cui canale d’accesso era sistematicamente ostruito da gondole vuote, si trasformò in una crisi diplomatica che coinvolse le corti di Vienna, Parigi e Madrid. La corte imperiale sostenne fermamente il suo ministro e la crisi si concluse con la capitolazione della Serenissima, sancita dalla visita di Giuseppe II a Venezia nel 1769. Fu inevitabile la conclusione: Durazzo cercò una residenza più riservata nell’entroterra, lontana dagli intrighi e dai disagi della laguna. Prima dei Durazzo: Villa Duodo La storia dell’edificio inizia prima dell’arrivo del conte. La proprietà era originariamente della famiglia Duodo, patrizi veneziani, che possedevano nell’area di Piazza Barche un vero e proprio polo commerciale e logistico: oltre alla villa, l’ufficio postale, la Pubblica Dogana, lo stallo dei cavalli e una locanda popolarmente nota come «Locanda alli 3 Penacchi», dallo stemma di famiglia a fondo rosso con banda d’argento caricata di tre gigli azzurri, immediatamente riconoscibile a chi frequentava il sito senza dover essere ferrato in araldica. Durazzo non acquistò la villa, ma la prese in affitto dai Duodo nel 1772, trasformandola nel giro di pochi mesi in uno dei centri culturali più vivaci della terraferma veneziana. Carlo Goldoni non esitò a definirla «una Versaglia in piccolo». La scelta di Mestre non era casuale. La città era già alla moda dopo il 1750 e l’apertura del Canal Salso, che la collegava direttamente a Venezia con una via d’acqua larga, profonda e sicura, aveva rapidamente trasformato il borgo nel punto di contatto più importante tra la Serenissima e la terraferma. Lungo il Terraglio, il grande argine sopraelevato quasi rettilineo che dalla Porta Belfredo delle antiche mura di Mestre conduceva direttamente alla Porta Albinia di Treviso, sorgevano le ville più ambite della nobiltà veneziana: era in quella zona strategica, precisamente «in capo del Canale di Mestre», che Durazzo aveva individuato la proprietà dei Duodo. Gli edifici commerciali, la Posta, la Pubblica Dogana, il magazzino doganale realizzato nel 1766 per i traffici con la Germania, restarono sempre proprietà e gestione dei Duodo, prima e dopo il soggiorno mestrino di Durazzo. Su questo complesso si veda l’articolo dedicato a Piazza Barche, la porta fra due mondi. Il progetto e le motivazioni Nel 1770 la contessa Ernestine prese una decisione coraggiosa e di profonda lealtà coniugale: rinunciò ai propri diritti sulla cospicua dote a favore del marito, gesto che garantì a Giacomo la liquidità necessaria per affrontare le ingenti spese del progetto. Non era un gesto di poco conto: Ernestine apparteneva a una delle casate più antiche dell’aristocrazia austriaca, gli Ungnad von Weissenwolff, e sua sorella maggiore Marie Elisabeth aveva sposato il principe Nikolaus I Esterházy, il celebre mecenate ungherese protettore di Joseph Haydn. Rinunciare alla dote significava rinunciare a una garanzia patrimoniale di primissimo rango. Fu probabilmente questo gesto a rendere possibile il costoso progetto mestrino. I lavori di ampliamento e decorazione furono avviati dalla tarda primavera del 1772: nel giro di pochi mesi la dimora si trasformò da «romitorio», come Durazzo stesso l’aveva definita il 21 luglio 1770 in una lettera al cognato Giacomo Filippo III Durazzo del ramo di Gabiano, detto «Marcellone», proprietario della villa di Cornigliano, in una delle residenze più raffinate della terraferma veneziana. Ernestine non fu semplice spettatrice: accompagnò il marito a Mestre e a Venezia durante tutto il ventennio dell’ambasciata, fino alla fine del mandato nel 1784, e morì a Venezia nello stesso anno del consorte. Per lei Giovanni David realizzò nel 1776 l’opera Amor disarmato, e a lei fu dedicato il libretto dell’opera La Virtuosa alla moda del 1779. La fonte: sei ore a lume di candela Boscovich era abituato al bello: aveva soggiornato in residenze di prestigio come villa Foscarini sulla Brenta e la villa di Bagnaia presso Viterbo. Eppure usa toni davvero entusiastici per la villa mestriana. Dopo cinque giorni come ospite del conte, vergò i suoi fogli «l’uno sull’altro, per ben sei ore, a lume di candela», con la precisione descrittiva di uno scienziato e l’entusiasmo di chi aveva appena vissuto qualcosa di insolito. La lettera, pubblicata postuma nel 1811, resta la fonte primaria e insostituibile per ricostruire la residenza. L’architettura La villa si estendeva su un territorio molto esteso, fra il Canal Salso e ben oltre l’attuale Via Mestrina, da circa il Teatro Balbi oltre Corso del Popolo, con un proprio attracco diretto sul canale. Dal progetto planimetrico superstite, disegno a penna e acquarello purtroppo anch’esso distrutto, si articolava attorno a un «palazzo dominical», il corpo padronale centrale leggermente rialzato rispetto al piano terra, con due ali laterali più basse. Il corpo più basso, verso la cappella privata, ospitava il teatrino. Davanti all’ingresso principale si apriva uno spazio con una «bacila cinta di griglie basse», utile per le necessità del giardino e come presidio antincendio. Gli interni Al piano nobile si susseguivano la «prima nobile sala» e la «vaghissima galleria», decorata con festoni dipinti, architetture e putti svolazzanti, tipico repertorio della pittura parietale veneta di secondo Settecento, seguita da camere e appartamenti per i padroni e gli ospiti. Al piano superiore un «nobile magazzino» fungeva da archivio e studiolo, cuore dell’instancabile attività collezionistica del conte. È in quello spazio che, secondo la ricostruzione della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, Durazzo conservò negli ultimi anni dell’ambasciata (1780-1784) i ventisette volumi autografi di Antonio Vivaldi, acquisiti dal padre somasco Matteo Luigi Canonici (1727-1805), letterato e collezionista veneziano, che a sua volta li aveva ricevuti dalla biblioteca del senatore Jacopo Soranzo. Lo stesso ambiente ospitava anche il nucleo originario della raccolta di incisioni italiane che il conte stava mettendo insieme per il principe Alberto di Sassonia-Teschen, e che nel 1776 sarebbe divenuta il fondamento della celebre Collezione Albertina di Vienna. Proprio grazie alla scuola di acquatinta creata da Durazzo nel magazzino mestrino, il giovane Giovanni David avrebbe avviato la sua carriera di incisore. La più grande raccolta vivaldiana del mondo passò da Mestre prima di prendere la via di Genova e infine, attraverso il ritrovamento torinese del 1926-1930, della Biblioteca Nazionale di Torino. Adiacente alla galleria, una «stanza comodissima» era destinata al biliardo, sistemato su consiglio dell’abate Girolamo, passatempo serale molto gradito agli ospiti insieme al gioco delle carte. La giornata tipo dell’ambasciatore iniziava con la cioccolata del mattino, seguita dalla messa e da lunghe ore dedicate agli affari. I pomeriggi erano dedicati a svaghi campestri, come dar da mangiare alle lepri nel parco o osservare il traffico delle barche dal belvedere sulle mura. La sera era il momento della socialità: biliardo, carte, musica, discussioni di scienze e astronomia. Il teatrino Era ancora incompleto nell’autunno del 1772. Ricavato dalla stanza contigua alla galleria, con un «ritiro circolare» come fondale scenico, «un’ampia nicchia, o specie di arcova, o portichetto teatrale», godeva di un accesso diretto al giardino attraverso il lungo viale coperto di verzura, «senza bisogno di esporsi un momento all’aperto». I primi intrattenimenti documentati risalgono al settembre 1772. Il 28 settembre si esibì Antonio Conti detto Nazzari, allievo di Tartini, lodato da Charles Burney come il migliore violinista di Venezia. Il giorno successivo, festa di San Michele patrono di Mestre, fu la volta di una promettente sua allieva «figlia della Pietà», ovvero una delle giovani musiciste formate dall’Ospedale della Pietà di Venezia, il celebre conservatorio femminile di cui Antonio Vivaldi era stato per decenni maestro di violino e di coro. Una continuità ideale, pur postuma di oltre trent’anni rispetto alla morte del «prete rosso», fra la tradizione musicale veneziana e la nuova vita culturale che il conte-collezionista aveva edificato sul Canal Salso, la stessa villa in cui, nello studiolo del piano superiore, erano custoditi gli autografi vivaldiani. Nel teatrino fu rappresentato anche l’Orfeo di Gluck, opera che Durazzo stesso aveva contribuito a promuovere durante gli anni viennesi, in occasione della visita di Massimiliano III Joseph di Baviera. L’attività artistica Il conte non era soltanto committente, ma vero regista di un’intensa vita culturale. Boscovich lo ritrae mentre dirige personalmente pittori, falegnami, intagliatori, giardinieri e zappatori, coordinandoli «appunto come un maresciallo regola la sua armata». A tutto questo si aggiungeva l’attività letteraria dello stesso Boscovich, che, sollecitato dal conte, componeva all’improvviso epigrammi latini sulla vita quotidiana della villa, testimonianza di come la dimora fosse non solo luogo di lusso, ma vero laboratorio culturale dove pittura, scultura, architettura, musica e poesia si intrecciavano. Durazzo ospitò nella villa e al Teatro Balbi artisti di tutta Europa. Il Teatro Balbi, fatto costruire dai nobili fratelli Filippo e Alvise Balbi a partire dal carnevale 1777-1778 nella zona delle Barche, si rivelò presto all’avanguardia rispetto al San Bartolomeo di Venezia, sia per gli aspetti architettonici che tecnici, e divenne il naturale prolungamento della vita culturale della villa. Il pittore genovese Giovanni David, che frequentò Venezia dal 1774 al 1776, realizzò per la contessa Ernestine l’opera Amor disarmato (1776) e avviò, grazie alla scuola di acquatinta che Durazzo aveva creato nel magazzino della villa, una carriera di incisore di primo livello. Il suo lavoro sulle incisioni sarebbe diventato il nucleo fondativo della Collezione Albertina di Vienna. Tra gli ospiti illustri della villa si annoverò anche il conte Kaunitz, la cui visita a Venezia fu salutata con grande soddisfazione dal conte Giacomo come uno dei momenti più graditi dell’intero soggiorno mestrino. Gli ospiti illustri: Mozart a Palazzo Loredan Uno degli eventi più rilevanti del mandato veneziano fu la ricezione ufficiale dei Mozart nel 1771. Wolfgang Amadeus, allora adolescente già famoso, e suo padre Leopold arrivarono a Venezia l’11 febbraio in pieno Carnevale. I Mozart avevano già conosciuto Durazzo a Vienna nel 1762. A Venezia, il 3 marzo 1771, furono ricevuti ufficialmente a Palazzo Loredan. Durazzo facilitò i loro contatti con i circoli culturali veneziani, tra cui quello dell’abate Giammaria Ortes, che accompagnò poi i Mozart fino a Padova lungo la Brenta. Il giardino Era forse la parte più celebrata della residenza, e Boscovich inizia proprio da lì la sua descrizione. Rivolto verso mezzogiorno, si estendeva con parterre disegnati, viali coperti di verzura, agrumi, fiori e pianticelle. Sul fronte strada, «belle spalliere, i vialetti, gazzoni figurati, tutto quello che a chi passa per strada possa annunciare subito il buon gusto, e la magnificenza del padrone di casa». Al centro campeggiava il «grande circolo equinoziale somigliante a una parte di sfera armillare», dorato, che mostrava «l’equinozio e le ore», strumento scientifico e decorativo insieme, laboratorio astronomico a cielo aperto. Il serraglio ospitava pappagalli, pavoni, canarini, galline faraone, conigli e mammiferi esotici, tra cui un rarissimo orsetto americano destinato imbalsamato al naturalista Buffon perché mancava nel suo Cabinet de Curiosités d’Histoire Naturelle di Parigi. Un telescopio gregoriano alto due piedi permetteva di osservare i satelliti di Giove e le stelle fisse. Lungo la strada si trovava la Caffehaus, dove il conte e gli ospiti osservavano i viandanti sul Canal Salso: «chi a piedi, chi a cavallo, chi in sedia, chi in carrozza… e in esso gondole, peottine, barchette coperte, piene spesso di gente… per cui concorre a Mestre mezza Venezia». L’orangerie completava il quadro di una residenza che era al tempo…

Leggi l'articolo →
Giacomo Durazzo 14 Gennaio 2026

Conte Giacomo Durazzo

Giacomo Durazzo | Discovery Mestre Giacomo Durazzo L’ambasciatore, il mecenate, il Conte della Musica Giacomo Durazzo, patrizio genovese, mecenate e riformatore del teatro Il conte Giacomo Durazzo nacque a Genova il 27 aprile 1717 nel palazzo oggi noto come Palazzo Reale di Via Balbi, la dimora dei Durazzo, all’epoca una delle famiglie patrizie più potenti della Repubblica di Genova, che aveva dato alla città nove dogi. Morì a Venezia il 15 ottobre 1794, dopo una vita trascorsa tra le corti più importanti d’Europa, al servizio degli Asburgo e della cultura del suo tempo. La sua formazione avvenne nel cuore della Genova settecentesca, in un ambiente dove musica, teatro e collezionismo erano parte integrante della vita aristocratica. La famiglia possedeva il Teatro del Falcone, situato all’interno di Palazzo Reale, uno dei più importanti teatri musicali della Repubblica: è in quel contesto che il giovane Giacomo maturò il gusto teatrale che avrebbe poi portato a Vienna. Suo fratello maggiore Marcellino Durazzo (1710-1791) sarebbe diventato doge della Repubblica di Genova dal 1767 al 1769, mentre Giacomo seguiva carriere diplomatiche all’estero. Gli anni viennesi: diplomatico e riformatore Dopo aver svolto i primi incarichi diplomatici al servizio di Genova, Durazzo trascorse un periodo formativo a Parigi all’inizio degli anni Cinquanta del Settecento, dove ebbe modo di frequentare i protagonisti del teatro francese, fra cui Charles Simon Favart, autore di opéras-comiques di grande successo, e di osservare da vicino le innovazioni del teatro parigino. Quest’esperienza si sarebbe rivelata decisiva pochi anni dopo, quando avrebbe introdotto sulla scena viennese il repertorio francese. Giunse a Vienna nel 1749 come inviato straordinario della Repubblica di Genova, guadagnandosi rapidamente la stima dell’imperatrice Maria Teresa e del potente cancelliere Wenzel Anton von Kaunitz-Rietberg. La sua appartenenza a una delle famiglie più colte e facoltose di Genova, proprietaria del Teatro del Falcone, lo rendeva un interlocutore naturale per la corte asburgica, che cercava figure capaci di elevare il livello culturale della vita viennese. Nel febbraio 1752 Maria Teresa affidò la direzione dei teatri viennesi al conte Franz Esterházy, che era anch’egli marito di una Ungnad von Weissenwolff e dunque parente acquisito di Durazzo. Fu Kaunitz, vincendo le resistenze iniziali dell’imperatrice, a ottenere che Durazzo fosse affiancato a Esterházy come assistente. A maggio dello stesso anno Durazzo lasciò formalmente la legazione genovese, tornò brevemente a Genova per sistemare alcune questioni ereditarie, poi ripartì per Vienna, dove entrò al servizio dell’Impero con il titolo di consigliere segreto titolare e l’anno successivo di consigliere imperiale e reale. Dalla primavera del 1754, con le dimissioni di Esterházy, divenne Generalspektakeldirektor con piena responsabilità sui due grandi teatri viennesi, il Kärntnerthor e il Burgtheater. Il soprannome che gli rimase fu «MusikGraf», Conte della Musica. La sua azione riformatrice fu profonda e multidirezionale. Il primo colpo fu portato contro il monopolio del melodramma metastasiano: Durazzo congedò la compagnia italiana e la sostituì con adattamenti di opéras-comiques importate da Parigi, aprendo la scena viennese a un repertorio fino ad allora ignorato. La collaborazione con Charles Simon Favart funzionava per corrispondenza: Favart inviava da Parigi partiture e suggerimenti sul personale, Durazzo le metteva in scena al Burgtheater. Nel 1752 una compagnia di attori francesi era già stata ingaggiata alla corte imperiale; dal 1756 il canale diretto con Favart intensificò e sistematizzò il flusso di repertorio parigino verso Vienna. Pietro Metastasio, poeta di corte a Vienna da decenni e simbolo dell’opera seria che Durazzo intendeva riformare, subì questa svolta come un affronto personale: il contrasto tra i due divenne uno degli episodi più vivaci della vita culturale viennese degli anni Cinquanta del Settecento. Sostenne Tommaso Traetta e Christoph Willibald Gluck, e nel 1761 favorì l’arrivo a Vienna del poeta livornese Ranieri de’ Calzabigi, presentato da Kaunitz. L’incontro tra Gluck e Calzabigi, entrambi sotto la protezione di Durazzo, produsse l’Orfeo ed Euridice, rappresentato per la prima volta a Vienna il 5 ottobre 1762. L’opera aprì la stagione della riforma gluckiana, proseguita con l’Alceste e Paride ed Elena, con cui i tre intendevano superare sia le astruse trame dell’opera seria italiana sia i suoi eccessi vocali, ripristinando un rapporto più equilibrato tra parola e musica. Riformò anche il balletto, sostenendo Gasparo Angiolini e le sue teorie sulla danza-pantomima, e favorì l’attività di Kurz Bernardon nel teatro in tedesco. La sua visione era quella di un teatro totale, dove musica, danza, scena e drammaturgia convergessero in un’unica esperienza estetica coerente, un principio che anticipava concezioni poi sviluppate nel secolo successivo. Nel 1764, a causa di diatribe interne al mondo culturale viennese e delle pressioni degli ambienti ostili alle sue riforme, fu costretto a lasciare l’incarico. L’imperatrice Maria Teresa lo sostenne fino all’ultimo, ma non bastò. La contessa Ernestine: una nobile austriaca, cognata degli Esterházy Nel 1750, un anno dopo l’arrivo a Vienna, Giacomo Durazzo sposò la diciottenne contessa Ernestine Aloisia Ungnad von Weissenwolff (Vienna, 1732 – Venezia, 1794), descritta dalle fonti coeve come una bellezza socialmente in vista alla corte di Maria Teresa. La famiglia Ungnad von Weissenwolff era una delle casate più antiche dell’aristocrazia austriaca, con origini risalenti al Cinquecento: tra gli antenati figurava Hans Ungnad Freiherr von Sonneck (1493-1564), riformatore protestante e promotore della Bibbia in lingue slave meridionali. La residenza storica della famiglia era il castello di Steyregg, sul Danubio presso Linz, in Alta Austria. Il matrimonio inseriva Durazzo in una rete di parentele europee di primissimo piano. La sorella maggiore di Ernestine, Marie Elisabeth Ungnad von Weissenwolff (1718-1790), aveva sposato il principe Nikolaus I Esterházy, il celebre mecenate ungherese protettore di Joseph Haydn. I Durazzo erano dunque cognati degli Esterházy, fatto che illumina sotto una nuova luce molti dei rapporti culturali e musicali della coppia: il legame Vienna-Eisenstadt-Esterháza diveniva, attraverso Ernestine, parte integrante dell’orizzonte familiare di Durazzo. Nel 1770, durante l’ambasciata veneziana, Ernestine prese una decisione coraggiosa e di profonda lealtà coniugale: rinunciò ai propri diritti sulla cospicua dote a favore del marito, gesto che garantì a Giacomo la liquidità necessaria per affrontare le ingenti spese del progetto di Villa Durazzo a Mestre, realizzato a partire dal 1772. Per la contessa il pittore Giovanni David realizzò nel 1776 l’opera Amor disarmato; fu inoltre dedicato a lei il libretto dell’opera La virtuosa alla moda (1779). Ernestine accompagnò il marito a Mestre e a Venezia durante tutto il ventennio dell’ambasciata, fino alla fine del mandato nel 1784, e morì a Venezia nello stesso anno del consorte, coincidenza singolare ma documentata da tutte le fonti museali e biografiche. Ambasciatore a Venezia (1764-1784) Tornato alla diplomazia, fu nominato ambasciatore plenipotenziario del Sacro Romano Impero presso la Repubblica di Venezia, ruolo che mantenne per vent’anni con residenza ufficiale a Palazzo Loredan. Il mandato veneziano non fu privo di tensioni. I veneziani guardavano con diffidenza gli ambasciatori stranieri, ai nobili locali era di fatto proibito frequentarli, e la coabitazione a Palazzo Loredan con Lady Giustiniana Wynne, vedova del predecessore diplomatico, aggiunse ulteriori difficoltà. Nel Carnevale del 1767 una disputa sul diritto di approdo al Teatro San Benedetto si trasformò in una crisi diplomatica internazionale che coinvolse le corti di Vienna, Parigi e Madrid. La corte imperiale sostenne fermamente il suo ministro e la crisi si concluse con la capitolazione della Serenissima, sancita dalla visita di Giuseppe II a Venezia nel 1769. Nel 1771 accolse a Venezia Wolfgang Amadeus Mozart e suo padre Leopold, arrivati l’11 febbraio in pieno Carnevale. I Mozart avevano già conosciuto Durazzo a Vienna nel 1762; il ricevimento ufficiale a Palazzo Loredan avvenne il 3 marzo 1771. Durazzo facilitò i loro contatti con i circoli culturali veneziani, tra cui quello dell’abate Giammaria Ortes, che accompagnò poi i Mozart fino a Padova lungo la Brenta. Per sfuggire alle rigidità della vita diplomatica veneziana, Durazzo si trasferì a Mestre, dove trasformò una villa sul Canal Salso in uno dei centri culturali più vivaci della terraferma veneziana, dotata di un teatrino privato, un giardino con serraglio e una scuola di acquatinta. La villa di Mestre Originariamente proprietà della famiglia Duodo, patrizi veneziani, la villa di Piazza Barche fu presa in affitto da Durazzo nel 1772 e trasformata nel giro di pochi mesi da «romitorio», come il conte stesso la definiva, in una residenza di straordinaria raffinatezza. Carlo Goldoni non esitò a definirla «una Versaglia in piccolo». Vale la pena precisarlo: il conte non possedette mai la dimora mestrina, ma la tenne in locazione dai Duodo per tutta la durata dell’ambasciata, dal 1772 al 1784. La villa si estendeva su un territorio molto vasto, fra il Canal Salso e ben oltre l’attuale Via Mestrina, con un proprio attracco diretto sul canale. Disponeva di una galleria decorata con festoni dipinti e putti svolazzanti, di un teatrino privato con fondale scenico circolare, di un «nobile magazzino» che fungeva da archivio e studiolo, e di un giardino rivolto verso mezzogiorno con parterre disegnati, serraglio di animali esotici, orangerie, Caffehaus e un grande circolo equinoziale dorato al centro, strumento scientifico e decorativo insieme. Il padre gesuita Ruggiero Giuseppe Boscovich, scienziato di fama europea di nascita ragusana (Dubrovnik), ospite del conte per cinque giorni nell’ottobre del 1772, ne lasciò una descrizione dettagliata in una lettera all’abate Girolamo Durazzo, fratello minore dell’ambasciatore, pubblicata postuma nel 1811, fonte primaria insostituibile per ricostruire la residenza. Vai all’articolo dedicato a Villa Durazzo. Dopo la fine dell’incarico diplomatico la villa passò alla famiglia Pisani, che vi realizzò, come testimonia Francesco Scipione Fapanni, uno dei primi giardini all’inglese della zona mestriana. Nei primi anni del Novecento fu abitata dalla famiglia Crepet. Nel 1933 venne demolita la barchessa annessa per la costruzione di Via Principe di Piemonte, oggi Corso del Popolo. La demolizione definitiva dell’edificio principale avvenne negli anni Sessanta del Novecento. L’incontro con Papa Pio VI L’11 marzo 1782, mentre era ancora in carica come ambasciatore imperiale, Durazzo si trovò al centro di un evento di portata europea. Il pontefice Pio VI, Giovanni Angelo Braschi, eletto nel 1775, era in viaggio verso Vienna per incontrare l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo, nel tentativo di frenare le riforme giuseppiniste che stavano ridisegnando i rapporti tra Chiesa e Stato nei territori imperiali. Il corteo papale sostò a Mestre, a Villa Erizzo, non lontano da Piazza Barche, dove Pio VI celebrò la messa nell’oratorio privato della residenza, consacrato nel 1686 come attestato da una lapide interna raccolta dall’erudito Francesco Scipione Fapanni. Ad accogliere il pontefice fu proprio Durazzo, in qualità di rappresentante ufficiale dell’imperatore sul territorio veneziano. A ricordo della visita, il successivo proprietario di Villa Erizzo, il conte Giuseppe Bianchini, fece apporre una targa commemorativa nell’oratorio. Il collezionismo: verso una storia visibile dell’arte Gli anni veneziani furono segnati da una grandiosa e sistematica attività collezionistica, che Durazzo concepì non come semplice accumulo ma come progetto culturale organico. L’obiettivo dichiarato era costruire una «Storia visibile dell’Arte» attraverso le stampe, strumento che, a differenza dei dipinti, resisteva meglio alle ingiurie del tempo e permetteva la diffusione della conoscenza artistica su scala europea. Su incarico del duca Alberto di Sassonia-Teschen, governatore dei Paesi Bassi e cognato di Maria Teresa d’Austria, allestì una monumentale raccolta di incisioni italiane, consegnata nel 1776 in occasione del soggiorno veneziano del duca. Questa collezione costituì il nucleo fondativo di quella che sarebbe diventata la Collezione Albertina di Vienna, oggi tra i più importanti musei grafici del mondo. Parallelamente, Durazzo iniziò a costruire una propria collezione personale, partendo dai doppioni della raccolta ducale e ampliandola progressivamente. Il criterio classificatorio era innovativo: gli artisti erano divisi in due scuole fondamentali, italiana e oltramontana, in ordine cronologico, tenendo conto delle diramazioni fra maestri e allievi. Un metodo che si avvicinava a quello che Christian von Mechel stava applicando per la riorganizzazione del Belvedere di Vienna (1783) e che Luigi Lanzi aveva anticipato per gli Uffizi di Firenze (1782). L’ambizione era documentare almeno millecinquecento artisti, ciascuno preceduto dalla propria biografia e, ove possibile, da un ritratto. Il progetto fu descritto e sistematizzato dal nobile modenese Bartolomeo Benincasa nel volume Descrizione della Raccolta di Stampe di S.E. il Sig. Conte Jacopo Durazzo Patrizio Genovese, stampato a Parma nel 1784 in caratteri bodoniani. L’iniziativa naufragò tuttavia per gli altissimi costi già nel 1783, prima di poter essere…

Leggi l'articolo →