Mestre città sull'acqua

Una Mestre che si specchiava sull'acqua

Vista di Mestre – Canaletto (ca 1740)
"Vista di Mestre" opera del Canaletto (Bemberg Fondation Toulouse – ca 1740) Così Mestre si presentava nel XVIII secolo

Riflessi di storia che svaniscono lenti nel tempo, quando Mestre respirava al ritmo dei suoi canali e fiumi silenziosi. Ville che si specchiavano con grazia malinconica sulle acque quiete, e il borgo di Malghera, nato e svanito dove oggi veglia l'ombra di Forte Marghera. Porti contesi, sospesi tra il respiro di Treviso e il richiamo di Venezia, e un canale artificiale, nato da mani audaci, che ridisegnò il cuore economico e l'anima sociale della città, come un nuovo battito nel suo antico corpo d'acqua.

Mestre città sull'acqua 14 Gennaio 2026

Forte Marghera: il primo campo trincerato di Mestre

Forte Marghera | Discovery Mestre Forte Marghera Il primo campo trincerato di Mestre Forte Marghera: il primo campo trincerato di Mestre Il sito di Malghera e la scelta del terreno La posizione di Forte Marghera non fu casuale. Il sito prescelto sorgeva sull’area dell’antico borgo di Malghera (o Malgera), situato alla foce della Fossa Gradeniga, conosciuta anche come Canal Salso. Si trattava di una zona marginale della laguna, caratterizzata da canali, paludi e terreni soggetti a inondazioni, un ambiente di transizione fra la terraferma e le acque lagunari. Questo vincolo idraulico ebbe un ruolo determinante nella progettazione. I fossati del forte potevano essere alimentati dalle acque dei canali vicini, e il sistema di chiaviche consentiva, in caso di necessità, di regolare i livelli idrici e perfino di provocare allagamenti controllati. La fortificazione fu dunque innestata in un paesaggio idraulico preesistente, dove acqua e terra interagivano costantemente. La scelta di costruire in quest’area rispondeva a una duplice esigenza: garantire la protezione della laguna e controllare i passaggi fluviali e terrestri che collegavano Mestre a Venezia. Il sacrificio del borgo di Malghera L’edificazione del forte comportò la scomparsa del borgo di Malghera, che occupava da secoli la foce della Fossa Gradeniga. Qui si trovavano la chiesa del Santissimo Salvatore, alcune osterie, stalle, case coloniche e un piccolo porto attivo nel commercio fluviale. L’area era da sempre di interesse strategico per la Serenissima: già nel 1209, poco distante, era stata costruita la Torre di Palata o di San Giuliano, destinata al controllo delle imbarcazioni dirette a Venezia e alla riscossione dei tributi. Quando gli austriaci decisero di costruire la nuova fortificazione, l’intero borgo venne progressivamente demolito. La chiesa e altri edifici furono riutilizzati come strutture di servizio militare. L’antico ponte, trasformato in costruzione coperta, ospita oggi la Biblioteca di Forte Marghera. I documenti d’archivio, in particolare il fascicolo Stime sui fondi di Malghera e nozioni relative ai medesimi, conservato all’Archivio di Stato di Venezia, registrano i nomi dei proprietari dei terreni espropriati — tra cui i Marcello, i Colledani, la ditta Cornet e la Sanità Marittima — e le somme corrisposte per le cessioni. La costruzione del forte cancellò così un antico insediamento, sostituendolo con una nuova funzione: la difesa armata della laguna. La costruzione e il disegno architettonico La decisione di edificare una fortificazione in quest’area risale al 1805. Il progetto originario, elaborato dagli austriaci, fu poi ripreso e ampliato dal Regno d’Italia napoleonico dopo la Pace di Presburgo del dicembre dello stesso anno. I lavori furono diretti dall’ingegnere francese Marescò, che utilizzò parte degli sbancamenti già avviati dagli austriaci. Il piano prevedeva sei bastioni principali, un doppio fossato di cinta e un ridotto verso nord, in prossimità del canale Osellino. Questo piccolo fortino, situato circa un chilometro più a nord, fu chiamato Forte “Eua” o Forte Manin e serviva al controllo delle chiuse costruite lungo una nuova diramazione dell’Osellino. In caso di attacco nemico, l’apertura delle chiuse avrebbe consentito di allagare le campagne circostanti, rallentando l’avanzata. L’opera, oggi inglobata nel Parco di San Giuliano, rappresenta un raro esempio di fortificazione idraulica annessa a un sistema difensivo principale. Il corpo principale del forte di Marghera presentava una pianta irregolare, poligonale, non pienamente a stella, ma derivata dalla tradizione bastionata. Le cortine in muratura, le batterie coperte e i terrapieni erano disposti in modo da permettere un fuoco incrociato lungo tutti i fronti. I fossati e i canali di collegamento garantivano la navigazione di servizio e la regolazione dei livelli d’acqua, rendendo l’intero complesso un organismo militare e idraulico allo stesso tempo. Le caserme, i magazzini e le polveriere erano costruiti in laterizio, con volte a botte e coperture di terra battuta che fungevano da protezione contro i colpi d’artiglieria. Il laterizio veneziano e la pietra d’Istria erano i materiali principali, scelti per la loro resistenza e la loro compatibilità con il terreno umido. Il forte fu completato tra molte difficoltà: fra il 1809 e il 1813 la zona fu teatro di scontri fra francesi e austriaci, e i lavori procedettero tra assedi, interruzioni e danni bellici, come documentato dal diario del Paganello. La guerra franco-asburgica e il ruolo del Forte Marghera L’importanza strategica di Forte Marghera emerse già nei primi anni della sua esistenza. Tra il 1809 e il 1813, nel pieno delle guerre napoleoniche, l’area di Mestre divenne teatro di scontri ripetuti tra le truppe francesi, che difendevano la laguna, e gli eserciti austriaci, decisi a riconquistare il Veneto. La posizione del forte, a metà tra la terraferma e la laguna, lo rendeva l’ultimo baluardo prima di Venezia e un punto di passaggio obbligato per chi volesse controllare l’accesso alla città. Le operazioni militari si concentrarono lungo la linea del Canal Salso, del Marzenego e della Brenta Vecchia, dove gli austriaci tentarono più volte di penetrare nella pianura mestrina per aggirare le difese francesi. Mestre, allora un piccolo borgo agricolo e mercantile, subì devastazioni e incendi, mentre il forte veniva costantemente rafforzato e presidiato. Le cronache e i rapporti militari dell’epoca — confermati da documenti d’archivio e dal diario del Paganello, testimone oculare di quegli anni — riportano diversi episodi in cui le truppe imperiali attaccarono il presidio di Marghera tentando di forzare le linee esterne. In una di queste azioni, gli ingegneri francesi, per rallentare l’avanzata nemica, aprirono le chiuse del vicino Forte Manin (o “Eua”), immettendo grandi quantità d’acqua nelle campagne circostanti. L’area pianeggiante, già soggetta a ristagni, si trasformò in un terreno impraticabile, impedendo l’uso di artiglierie e carri. Questo intervento idraulico, concepito come misura temporanea, si rivelò estremamente efficace e dimostrò la validità del sistema difensivo basato sull’acqua. Per diversi anni il forte fu sottoposto a bombardamenti e tentativi di assalto. Le perdite furono pesanti da entrambe le parti, ma la guarnigione francese riuscì a mantenere il controllo della posizione fino alla caduta del dominio napoleonico nel 1814. Alla fine del conflitto, l’opera risultava in parte danneggiata ma non distrutta: i bastioni e i fossati, pur segnati dai colpi d’artiglieria, avevano retto. Fu proprio questa capacità di resistenza — dovuta alla solidità delle strutture e al controllo idraulico del territorio circostante — che convinse gli austriaci, tornati padroni del Veneto, a conservarla e potenziarla come cardine della futura difesa di Venezia. Il periodo austriaco (1814–1847): ricostruzione e potenziamento Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione, nel 1814 il Veneto tornò sotto il dominio dell’Impero austriaco. Le autorità militari di Vienna riconobbero subito l’importanza di Forte Marghera e del suo sistema idraulico come presidio avanzato della difesa veneziana. La fortezza, pur danneggiata dagli scontri del periodo napoleonico, risultava strutturalmente integra: i bastioni avevano resistito e i fossati conservavano piena efficienza. Gli austriaci avviarono quindi una fase di ricostruzione e potenziamento che durò per buona parte della prima metà dell’Ottocento. Vennero eseguiti importanti lavori di consolidamento dei terrapieni, di ripristino delle caserme e di rafforzamento dei magazzini e delle polveriere. Le cortine in muratura furono rinforzate con nuove masse di terra, e vennero create ridotte esterne e ravelins a protezione dei fronti più esposti. Furono inoltre costruite nuove strade militari di collegamento con Mestre e San Giuliano, migliorando la viabilità e il trasporto di materiali e munizioni. Il forte divenne la base logistica principale per il presidio militare della laguna. Ospitava una guarnigione stabile, composta da unità di artiglieria e del genio, con funzioni di controllo e manutenzione delle difese idrauliche. Il complesso non era più un avamposto isolato ma il centro operativo di un sistema difensivo più ampio, che comprendeva ridotti e batterie lungo la gronda lagunare — a Campalto, San Giuliano, Tessera e alla foce dell’Osellino. In questi anni si definisce la “prima cintura difensiva” di Venezia: un insieme coordinato di opere permanenti, fortini e presidi collegati da canali navigabili e strade di servizio. Forte Marghera ne rappresentava il nodo centrale, grazie alla possibilità di comunicare sia via terra che via acqua. Oltre alle opere militari, gli austriaci investirono anche nella gestione idraulica del territorio circostante, restaurando le chiaviche e le opere di regolazione dei livelli d’acqua. Questa manutenzione costante garantì al forte un’efficienza che sarebbe risultata decisiva durante i successivi moti del 1848. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, le innovazioni tecniche in campo bellico e l’evoluzione dell’artiglieria indussero gli ingegneri imperiali a studiare progetti di aggiornamento per il complesso. Alcuni bastioni vennero adattati per ospitare batterie di medio calibro, e furono introdotti nuovi depositi interrati per le munizioni. Il forte raggiunse così la sua massima estensione e funzionalità proprio alla vigilia dei moti rivoluzionari che, nel 1848, lo avrebbero posto nuovamente al centro della storia. Ragioni tattiche e tecnologiche La forma di Forte Marghera rispondeva a precise esigenze difensive. L’obiettivo principale era eliminare le zone d’ombra, ossia quei tratti di cortina che non potevano essere coperti dal tiro laterale. I bastioni triangolari consentivano di creare fuoco incrociato, garantendo la copertura reciproca di tutti i fronti. Le mura basse e spesse, schermate da terrapieni, riducevano l’impatto dei colpi diretti d’artiglieria. Il riempimento di terra dietro le cortine assorbiva le vibrazioni e limitava le fratture. Questa tecnica era ormai consolidata nella seconda metà del XVIII secolo e rappresentava l’evoluzione della trace italienne rinascimentale. Il sistema era inoltre concepito secondo il principio della difesa in profondità: più linee di fortificazioni concentriche, separate da fossati, creavano una serie di ostacoli successivi per l’assalitore. In questo modo si aumentava la durata della resistenza e si distribuiva il rischio di cedimento. Un altro elemento fondamentale era l’integrazione con l’acqua. Le opere idrauliche consentivano di mantenere o variare il livello dei fossati, di allagarli parzialmente o di inondare le campagne. In un ambiente come quello veneziano, l’acqua era una risorsa difensiva, non un ostacolo. Infine, l’adattamento al territorio fu decisivo. Le preesistenze — strade, canali, lievi rilievi — condizionarono la forma del forte, che non risulta perfettamente simmetrica ma calibrata sul paesaggio. In questo senso, Forte Marghera è un caso di fortificazione “organica”, modellata sul terreno e sulle sue infrastrutture. Nonostante la modernità del progetto, il forte nacque già in un’epoca di transizione: le nuove armi a lunga gittata e i proiettili esplosivi stavano rendendo obsolete le fortificazioni permanenti. Forte Marghera rappresenta quindi un punto di svolta tra la tradizione e il declino del sistema bastionato classico. Confronti e analogie europee Forte Marghera si inserisce in una tradizione più ampia di architettura militare europea. Strutture analoghe, come il Forte Manoel a Malta, il Fort Carré di Antibes o il Charles Fort in Irlanda, presentano analoghi sistemi di bastioni, fossati e difese multiple. Marghera ne rappresenta una versione tardiva e adattata al contesto lagunare: un modello ibrido, che unisce la tecnica dei forti continentali con le soluzioni idrauliche proprie di Venezia. Galleria Immagini Particolare della carta del 1692 in cui si vedono la chiesa e il ponte di Margera (Archivio di Stato di Venezia) Borgo di Marghera nel disegno di G.Patron del 1781 (Archivio di Stato di Venezia) Particolare della mappa “Piano di Assedio Militare” dell’Ingegner Martino Cellai (1866) in cui si evidenzia l’area di Forte Marghera e Mestre nel 1849 Cartografia del 1869 dell’area su cui sorse Forte Marghera e Forte Campalto Cartina del Forte Marghera sotto il Dominio francese (dal libro: I fatti di Mestre) Un avviso del Prefetto che impone l’abbattimento di ogni edificio e albero vicini al Forte (1809, Dal libro “I fatti di Mestre) Una Pianta del Forte Manin così come appariva Mappa aerea di Forte Marghera Bibliografia selezionata Ecco alcune opere e fonti utili che ho incontrato nell’elaborazione: Zanlorenzi C. (a cura di), Brunello P., Brusò F., Facca G., I forti di Mestre: storia di un Campo Trincerato. Cierre, Verona, 1997. Foffano R., Lugato D., Da Marghera a Forte Marghera. Multigraf, Venezia, 1998. Cavazzana S., Rossi G., Forte Tron e il Campo Trincerato di Mestre: analisi, rilievo e ipotesi di riuso. Relazione (1992/’93). “Linee guida al Piano per il riuso e la valorizzazione del Campo trincerato di Mestre”, 25 luglio 2007, scheda Forte Marghera. Sito ufficiale Museo Storico Militare di Forte Marghera — sezione “Il Forte Marghera”. Sito Venezia Unica, “The Fortifications of Campo Trincerato di Mestre”. “Il…

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La Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli

Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli | Discovery Mestre Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli Confraternita di barcaioli fondamentale per il commercio acqueo Contesto storico: dal Porto di Cavergnago alla Cava Gradeniga «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di S. Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» [Luigi Brunello, «Mestre – Il porto, il castello», 1971]. Una nuova strada per Venezia Mestre fu città d’acqua sin dai tempi più remoti quando la merce e le persone provenienti, o dirette, dall’entroterra venivano trasportate in barca attraverso il “Flumen di Mestre”, cioè il Marzenego. All’epoca questo piccolo paese era già conteso fra le potenze locali d’allora e si caratterizzava per la presenza del Castelvecchio, e del porto di Cavergnago sul Marzenego, (Da qui il titolo del noto libro di Luigi Brunello: “Mestre: il porto, il castello”). Quando la Serenissima entrò in possesso di Mestre e del suo circondario pose in essere una serie di cambiamenti relativi alla rete idrica con la realizzazione di nuove bretelle e di un vero proprio nuovo canale che prese il nome di Fossa Gradeniga. Grazie al nuovo canale artificiale le imbarcazioni provenienti, o dirette, dalla terraferma venivano convogliate verso Venezia portando al veloce e inesorabile abbandono dell’antico Porto di Cavergnago. Infatti la Fossa Gradeniga sfociava nel Canale di San Secondo, che deve il nome all’omonima isola, collegando così Mestre al sestiere di Cannaregio sino a raggiungere la Chiesa di San Giobbe. Questo canale esiste ancora e corre parallelo al Ponte della Libertà. Dalla Scuola di Sant’Andrea in Cannaregio all’Istituzione della Scuola di San Nicolò Se è vero come detto sopra che il commercio acqueo era importantissimo per l’economia di Mestre e del piccolo Borgo di Mergera, è anche vero che il mestiere dei barcaioli era fondamentale per l’entroterra così come per Venezia. Ed è proprio in qualità di questa importanza che nacque la Scuola di Sant’Andrea, una scuola laica destinata a rappresentare un mestiere, e non un gruppo religioso, come ve n’erano già molte a Venezia. Questa scuola trovò la sua sede nelle vicinanze della Chiesa di San Giobbe a partire dal 4 Maggio 1462 su concessione della Serenissima. Perché a San Giobbe? Probabilmente perché di là passava la nuova via acquea che partiva da Mestre e arrivava fino a Venezia all’epoca chiamato anche Canal Trevisan. Il 19 dicembre 1507 la scuola venne intitolata a San Nicolò con il compito di rappresentare tutti i barcaioli di Mestre e di Mergera avendo nuova sede nella Chiesa di San Lorenzo nell’omonimo borgo mestrino. Non il Duomo ma la chiesa precedente. La collocazione presso la chiesa del Borgo di San Lorenzo ebbe vita breve tanto che già nel 1508, non si sa se per volontà dei Battuti che avevano la loro Scuola lì vicino, l’odierno Laurentianum, o per altro motivo i barcaioli trasferirono la loro attività nelle vicinanze della Chiesa di San Girolamo. Il primo Gastaldo della Scuola di San Nicolò fu Giampietro Veronese. Anche questa scuola prevedeva oltre al Gastaldo le figure del Massaro, una banca per gestire le attività economiche e altre istituzioni interne. Come descritto nella pagine che tratta la Scuola dei Battuti. La sede della Scuola di San Nicolò Il 26 aprile 1609 la Confraternita chiese ai Padri Serviti, a cui era affidata la Chiesa di San Girolamo sin dal 1349, di avere in affido un luogo dove potersi riunire per poter svolgere le proprie attività. A tale richiesta sia il Podestà e Capitano di Mestre Tommaso Doria sia i Padri Serviti diedero parere positivo e furono concesse loro due casette il 22 novembre dello stesso anno all’interno della Terra di Mestre, l’isola di San Lorenzo. Dopo neppure un anno, nel 1610, la sede della Scuola fu spostata all’interno del Castelnuovo in una casa accostata alla Chiesa di San Girolamo, la quale venne restaurata e resa disponibile per le riunioni e le funzioni della scuola. Per ricordare l’istituzione della Scuola di San Nicolò nella nuova sede di Borgo San Girolamo venne posta una lapide in cui erano raffigurati San Nicolò e due gondole oltre alla scritta: “In tempo de S. Cristofaro Carrara detto Formagin Gastaldo S Pietro Bao Masser Er tutta la Fraterna MDCX” Le Scuole erano nate per aiutare i confratelli che non potevano più lavorare, o le famiglie che perdevano il congiunto. Di fatto le Scuole erano l’unica forma di Stato sociale che i cittadini avevano a disposizione. Ma per le piccole scuole di mestieri come quella di San Nicolò vi era però un problema legato alla raccolta fondi. L’unica Scuola davvero ricca a Mestre era quella dei Battuti, mentre le altre tendevano a sorreggersi a stento sulle iscrizioni fornite dai confratelli e spesso tale situazione era fonte di discussione interna. Per finanziare l’operato della Scuola i barcaioli si autotassavano versando una parte del compenso ricevuto per traghettare merci o persone lungo i canali di Mestre e Margera. Mestre nella sua storia avrebbe ospitato otto Scuole: la Scuola dei Battuti, la Scuola di San Rocco, la Scuola di San Marco, del Santissimo San Rosario, di San Biagio e ovviamente di San Nicolò. Per un certo periodo la Chiesa di San Rocco ospitò anche le Scuole di San Francesco di Paola e di Sant’Antonio. Ogni anno le Scuole di San Rocco, San Nicolò e San Marco organizzavano una festa per i confratelli a base di malvasia e bussolai. L’influenza della Scuola sulla Chiesa di San Girolamo La Chiesa di San Girolamo fu custodita dai Padri Serviti dal 1349 al 1658, anno in cui questo ordine fu soppresso da Papa Alessandro VII che concesse poi la Chiesa stessa alla gestione di quattro scuole mestrine, cioè quella del Santissimo Rosario, di San Marco, di San Nicolò e di San Biagio. La gestione della Chiesa venne suddivisa fra le scuole che venivano ospitate al suo interno. Alla Scuola di San Nicolò vennero affidati l’altare maggiore e un altare laterale, mentre alle scuole di San Biagio e di San Marco furono concessi gli altri due altari laterali, uno a testa. Tale onore era anche un onere che vide la Scuola dei barcaioli impegnata nella ricostruzione dell’altare maggiore nel XVIII secolo. Un iter iniziato il 1732 e portato a termine nel 1737 con non poche difficoltà economiche affrontate dalla confraternita che spese molto per quest’opera che si può ammirare ancora oggi. Gli interventi all’interno della chiesa non si fermarono qui e portarono a realizzare in onore di San Nicolò anche un telere ancora presente nella Chiesa. La fine Il 1777 fu l’anno che fece capire al Gastaldo Iseppo Tessaro che la crisi delle Scuole era irreversibile a causa dei sempre più scarsi fondi raccolti. Il colpo di grazia arrivò pochi anni dopo quando il governo francese soppresse le scuole, 1807. Venezia faceva parte del Regno d’Italia quindi era governata dai francesi di Napoleone. La scuola restò attiva per almeno tre secoli in questo edificio, cioè fino all’abolizione avvenuta nel 1807 da parte di Napoleone delle scuole. Dopo tale data l’edificio che l’ospitava fu adibito ad altre funzioni e restò in piedi fino a qualche decennio fa. Il contesto storico in cui operavano i barcaioli in quegli anni era sempre più difficile e si sarebbe deteriorato ulteriormente a causa delle nuove tecnologie che misero fine al monopolio del trasporto acqueo di merci e uomini da e per Venezia. Nel 1842 fu realizzata la ferrovia austriaca, realizzata non lontana da Forte Marghera, posizionata lì dove c’è la fermata Porto Marghera odierna. Nel 1891 venne inaugurata la prima tranvia Mestre – San Giuliano e successivamente arrivò persino il Vaporetto che portava i cittadini da San Giuliano a Cannaregio. Nuove tecnologie per quell’epoca che rendevano le barche a remi sempre più obsolete. Statutes of the fraternity of St Nicholas of the Boat Man in Mestre “Statutes of the fraternity of St Nicholas of the Boat Man in Mestre” è un manoscritto presente presso The British Library di Londra ed è il documento ufficiale più importante della scuola di San Nicolò esistente e anche questo, purtroppo, ci è stato portato via. Galleria Immagini Chiesa di San Girolamo anni ’10 e Scuola di San Nicolò La scuola di San Nicolò dei Barcajuoli da un’altra prospettiva Nicolò dei Barcajuoli di Brunello San Casa ed emblema della Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli ricostruita da Vittorio Byrevi Bibliografia La scuola S. Nicolò dei barcajuoli in Mestre (Luigi Brunello – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Il Canal Salso: rivoluzione urbana ed economica

Canal Salso | Discovery Mestre Canal Salso Il canale artificiale che rivoluzionò la vita di Mestre Piazza Barche oggi «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di S. Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» [«MESTRE – IL PORTO, IL CASTELLO» DI LUIGI BRUNELLO – 1971]. Se oggi un viaggiatore giungesse in Piazza XXVII Ottobre si chiederebbe perché i mestrini la chiamano Piazza Barche quando lì non c’è una goccia d’acqua, forse persino qualche mestrino non conosce la storia di questa importantissima area della nostra città che è chiamata in due modi diversi. Il nome Piazza Barche è un soprannome che la cittadinanza diede a quest’area per la presenza del tratto finale del Canal Salso, posto di fronte lì dove oggi c’è il centro commerciale Le Barche. Canale che generò un importantissimo apporto economico per la comunità locale e che ne cambiò la geografia urbana e umana. Mentre la sua toponomastica, Piazza XXVII Ottobre, ci ricorda i fatti di Forte Marghera. Qui per volontà di alcuni cittadini, fra cui il sindaco Napoleone Ticozzi, fu collocata la Colonna della Sortita il 4 aprile 1886. Il Canal Salso veniva chiamato anche Cava Gradeniga in onore del Doge Bartolomeo Gradenigo che aveva avuto l’idea di realizzare questo canale artificiale. Un canale che oggi termina all’altezza di Via Pepe e che perse definitivamente la sua centralità nell’economia veneziana quando il Governo Austriaco decise di realizzare la stazione ferroviaria al confine dei Bottenighi, l’attuale Marghera. Eppure quel canale artificiale, che poi prese il nome di Canal Salso perché l’acqua che contiene è l’acqua della laguna, un tempo fu importantissimo e strategico per Venezia, per Mestre e per la loro storia. Una nuova via d’acqua per Mestre Mestre fu città d’acqua sin dai tempi più remoti quando merci e persone usavano il “Flumen di Mestre”, il Marzenego, per dirigersi verso o da Venezia. All’epoca questo piccolo paese era già conteso fra le potenze locali d’allora e si caratterizzava per la presenza del Castelvecchio e del porto di Cavergnago sul Marzenego, (Da qui il titolo del noto libro di Luigi Brunello: “Mestre: il porto, il castello”). La Serenissima sin dal X secolo cercò di stabilizzare, non certo con pochi sforzi, la sua presenza nel Porto di Cavergnago e quando si impossessò, grazie ad uno stratagemma di Andrea Morosini, del Castelnuovo prima e poi dell’intera area di Mestre impose grandi cambiamenti nella rete dei canali presente dei territori appena conquistati. Il Porto di Cavergnago si era nel tempo rivelato non sicuro per accogliere merce e persone a causa del fatto che il Marzenego a quel tempo era spesso soggetto, sembra difficile da credere oggi, a forti correnti che lo rendevano di difficile navigazione, oltre ad avere un grave problema quale l’interramento dovuto a depositi di rena, sabbia e terra, trasportata a valle dal fiume stesso. A Venezia serviva un canale più semplice da navigare e più facile da controllare per ottimizzare i suoi commerci con il continente. Il Canal Salso fu da questo punto di vista una svolta. Il nuovo canale fu realizzato a partire dal 1361, secondo Redi Foffano e Dario Lugato, ampliando un ramo del Marzenego che già collegava Mestre con quest’area. Tale conclusione la si deve al testamento del N.H. Nicolò Corner in cui viene citata in quest’area la presenza del “Coregio o canal di San Zulian…”, forse chiamato così in onore della torre omonima. Il nuovo canale venne scavato allargando il letto di questo, mentre per alcuni usando quello che era l’antico letto del fiume Musone, e si collegava a Venezia attraverso il Canale di San Secondo direttamente a Cannaregio, in zona San Giobbe, e quindi si dirigeva verso San Geremia. La merce e le persone da e per Venezia avevano ora una nuova via fluviale da percorrere. Questa via d’acqua che metteva insieme più realtà prese il nome di “Canal Trevisan”. Quando la Cava Gradeniga fu chiusa alla Laguna: il Carro di Margera “L’è chomuna sentencia de tuti che a voler salvar questa terra el sia necessari proveder che nissua acqua dolce veni in le salse vicina al cità nostra. E che cussì come l’è ordenato de la Brenta cussi sia provisto del Botenigo e de le aque de Mestre…. meter el Botenigo, (canale) in el canal de Mergara. Et insieme con quelle da Mestre tute condurle per el Canal dela torre de San Zulian a Tombello…” I veneziani avevano osservato nell’arco dei secoli che il mescolarsi delle acque dolci dei fiumi con quella salata della Laguna causava la formazione di canneti e di aree stagnati in vaste aree della laguna compromettendo la navigazione della medesima e quindi creando un danno incalcolabile per una Repubblica sorta sull’acqua. Per evitare ciò nell’arco dei secoli la Serenissima aveva deviato i corsi d’acqua di tutti i principali fiumi che sfociavano nel proprio mare interno portandone le foci sui due lati più estremi della stessa, a nord e a sud. E proprio mediante tali opere idrauliche, perché Venezia da sempre è stata maestra di ingegneria idraulica, il fiume Bottenigo e altri corsi d’acqua minori si trovarono a confluire nella Fossa Gradeniga provocando proprio quell’incontro fra acque dolci e salate tanto temute dai tecnici veneziani lungo la foce del fiume e aprendo ad una discussione su come evitare tale mescolamento fra acque in prossimità di Venezia. Il 1462 portò a un cambiamento epocale per la Fossa Gradeniga, nei pressi di Mergaria, quando alle acque del canale veniva impedito di sfociare nella laguna mediante un argine artificiale sul modello di quello realizzato a Fusina, dove ad essere bloccato era il Fiume Brenta. Ovviamente se si bloccava il decorso di un fiume si impediva la navigazione da parte delle barche che lo percorrevano e quindi si danneggiava l’attività economica che derivava dall’utilizzo dei corsi d’acqua. Per ovviare a tale nefasta conseguenza che danneggiava l’economia locale a Fusina fu introdotto un meccanismo di trasporto per spostare le barche su terra, chiamato carro, realizzato poi anche a Mergaria. Tale meccanismo consisteva in uno stabile realizzato a cavallo dell’argine all’interno del quale erano stati realizzati due binari in pietra e un argano formato da una trave che arrotolava delle corde mediante le quali le barche superavano l’ostacolo. Le barche che giungevano in sua prossimità venivano poste sopra a delle pedane e legate alla trave superando l’ostacolo mediante il lavoro di alcuni cavallo. Tale meccanismo sarebbe stato inventato da tale Antonio Marini. Il Carro di Marghera fu realizzato dal clodiense Angelo Sambo. A questo punto la Fossa Gradeniga si vedeva compromessa nella sua funzione di “via di trasporto” verso Venezia e la difficoltà che si manifestava nell’uso del “carro”, che causava gravi ritardi nella gestione delle merci e nei viaggi delle persone, portò alla realizzazione di magazzini e nuove strutture per ospitare i viandanti. Aumentando di conseguenza la necessità di nuova manodopera. Le difficoltà a trasbordare le barche mediante il carro portarono molti a preferire usare la via di terra che passava al fianco del canale detta delle “motte”. Per permettere alle carrozze di arrivare all’isola di Margera venne fatto erigere un ponte, 1502, in legno che poi fu realizzato in modo definitivo in mattoni, 1589. Sotto il ponte scorreva un ramo del Marzenego diretto verso Fusina. Le acque del canale di Mestre confluivano sia nella Fossa Nova, detta Osellino e realizzata nel 1507, sia in questo ramo secondario. Ma non finirono qui i danni cagionati dalla “chiusura” del canale mestrino. Durante la Guerra di Cambrai quando i mestrini e gli altri abitanti dell’entroterra si rovesciarono in massa verso Venezia mediante i suoi canali interni rimasero imbottigliati nel Borgo di Margera e divenendo facile preda dell’esercito nemico. Malgrado tutti i danni e problemi che il Carro causò ci vollero oltre 150 anni per farlo demolire, 1615, e far riaprire il canale alla laguna tornando a far fiorire l’economia del Borgo di Margera. Pochi anni dopo venne anche chiuso il ramo del Marzenego che passava sotto il ponte di Margera diventando una “cava de fanghi” e lasciando che tutte le acque del Marzenego venissero convogliate nella Cava Nova. Mestre al centro del commercio veneziano Venezia città d’acqua conosceva l’importanza delle vie fluviali interne al territorio veneto e scavando il Canal Salso realizzò di fatto una nuova direttrice commerciale che partiva dal Canal Grande e terminava in una zona di Mestre che allora era secondaria quale importanza ma sita vicina sia al Castelnuovo, l’attuale area Via Palazzo, sia al Borgo di San Lorenzo, l’attuale Piazza Ferretto. Un luogo ideale per proseguire verso le molte destinazioni a cui erano diretti i viaggiatori e le merci provenienti da Venezia. Questa fu una rivoluzione e fece nascere nell’arco del tempo una nuova piazza a Mestre che sarebbe poi stata chiamata Piazza Barche. Il Canale partito da Piazza Barche attraversava un’area poco abitata e passava attraverso la palada di Mergera, una fortificazione che aveva anche la funzione di dogana che si trovava non molto distante da lì dove con il tempo si sarebbe sviluppato il Borgo di Mergaria, area da sempre abitata ma non in modo strutturale. Chi voleva recarsi a Venezia sin dal XIII secolo aveva la possibilità di fermarsi all’isola di San Giuliano dove vi era la Torre omonima e un convento. Con il tempo sull’isola vi trovò posto persino un luogo di ristoro per i viandanti da cui il nome dato all’isola di “San Giuliano buon albergo”. Un canale che cambia l’anatomia di Mestre Ma il Borgo di Margera non era l’unico a crescere e a svilupparsi grazie alle nuove economie nate dal nuovo Canale e lungo il tratto della nuova via fluviale nascevano nuove attività e nuove realtà economiche e nuovi mestieri che prima a Mestre non esistevano. Fu Piazza Barche a guadagnare di più nell’arco del tempo da questo commercio vedendo un traffico umano e mercantile sempre più importante passare per di qua. Qui sorse una Posta di Cavalli, che purtroppo oggi verte in condizioni disastrose, in cui giungevano i corrieri da tutta Europa per portare il proprio carico. Qui operava la Compagnia dei Corrieri Veneti: “una corporazione privata che ebbe un ruolo prevalente nel servizio postale della Repubblica di Venezia.” E dove vi era passaggio di uomini erano necessari anche osterie e alberghi in cui far mangiare e dormire i viandanti. Mestre divenne città accogliente per commercianti, cocchieri, uomini d’affari e nobili. Persino l’Imperatore Francesco I trascorse una notte a Mestre. Del soggiorno dell’Imperatore ci rimane una targa ricordo all’interno dell’agenzia Generali di Via Poerio. A Mestre anche i barcaioli erano organizzati in associazioni e questo permise loro di formare, ad esempio, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la cui sede si trovava vicino alla Chiesa di San Girolamo, dimostrando anche in questo caso l’importanza delle vie fluviali per Mestre. La prima Scuola che i barcaioli di Mestre realizzarono fu sita a Cannaregio e prese il nome di Scuola di Sant’Andrea, proprio dove Il “Canal Trevisan”, altro nome con cui veniva chiamata la Fossa Gradeniga, incontrava i canali veneziani. L’importanza del Canal Salso fu tale da portare a Mestre anche la cultura veneziana e internazionale in quello che era un borgo e non certo una città. Si pensi al Conte Durazzo che era ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia ma preferì trasferirsi nel XVIII secolo proprio a Mestre in una villa che aveva un affaccio a questo canale e che modellò a sua immagine. O ai Balbi che qui vicino vollero realizzare il loro magnifico Teatro nel 1777 destinato a grandi eventi, ma che a causa dell’arrivo di Napoleone, con il conseguente crollo economico, ebbe vita troppo breve. Galleria Immagini “Vista di Mestre” — Canaletto (Bemberg Fondation Toulouse – ca 1740) Particolare di un’opera di Jacopo de’ Barbari in cui si vede il Canale di San Secondo Canal Salso in un’opera dell’Aliprandi come doveva apparire nel XVIII secolo L’approdo del Canal Salso,…

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La Torre di San Giuliano e la Torre di Malgera

Torri di San Giuliano e Malgera | Discovery Mestre Torri di San Giuliano e Malgera Simboli difensivi di Mestre e Marghera nella laguna veneziana Due torri e due destini Marin Sanudo, durante un soggiorno a Mestre nel 1483, descrisse così la città: «Mestre è un castelo mia, (miglia), diece luntan di Veniexia, zoè per l’acqua cinque fino la Torre di Marghera, poi do a San Zulian, et tre fino a Veniexia; è murato con mura alte; à tre porte; una di Venecia, la Trivisana appresso la rocha; et quella dil Campo di Castelo…». Nel 1837, Paoletti, nel suo “Il Fiore di Venezia”, citava: «Sotto Mestre travasi Maghera, o Malgaria, luogo pur posseduto dai Trivigiani, e difeso da quella torre posta a San Giuliano di Buon Albergo». La Torre di San Giuliano Quando si parla delle due torri poste non distante dal Borgo di Marghera — la Torre di Marghera e la Torre di San Giuliano — vi è sempre una grande confusione e spesso la storia delle due costruzioni difensive si fonde, impedendo di distinguere dove cominci la storia dell’una e dove inizi quella dell’altra. Per raccontare tale storia ci siamo basati sulle ricerche di Redi Foffano e di Dario Lugato pubblicate nel libro “Da Margera a Forte Marghera“. La Torre di San Giuliano venne eretta sull’isola di San Giuliano nel 1209 lungo quella direttrice che permetteva a Venezia di raggiungere la terraferma e viceversa. A testimonianza di tale data si trova un documento dell’Avogaria in cui si legge «Quod Malgarie turris statuatur» («Che venga fondata la torre di Marghera»). Un’altra testimonianza dell’esistenza della torre è presente in un documento del 1358 in cui si cita tale Rainero Dandolo quale Capitano della Torre di San Giuliano. La realizzazione della torre si potrebbe considerare come un’esigenza dei veneziani per controllare i territori dei signori di Treviso — che all’epoca detenevano il potere su quasi tutta l’area dell’attuale entroterra veneziano — sull’isola più vicina a quello che sarebbe diventato il Borgo di Marghera. La Torre di Malgera L’11 luglio 1328 fu eretta la Torre di Marghera, proprio all’ingresso di quel piccolo canale — forse proveniente dal Marzenego — che più tardi sarebbe stato allargato e trasformato nella Cava Gradeniga. Questa seconda torre fu opera dei signori di Treviso. La scelta del luogo non fu certo casuale: in quella posizione era possibile osservare sia chi entrava che chi usciva da quel canale, accedendo così al territorio trevisano. Un’altra funzione era quella di permettere la riscossione del dazio da parte di chi voleva accedere alla terraferma. Solo pochi anni dopo, le aree di Mestre, Marghera e le zone limitrofe caddero in mano alla Serenissima il 29 settembre 1337, e la funzione della torre trevisana fu messa in discussione in quanto doppione di quella di San Giuliano. A mettere ulteriormente in crisi l’esigenza di avere due torri così vicine fu la realizzazione, nel 1341 da parte di Venezia, della Cava Gradeniga, che spostò quasi tutte le attività commerciali via acqua dal Marzenego al nuovo canale artificiale, dando luogo a una nuova rotta commerciale che sarebbe passata per l’Isola di San Giuliano per arrivare a Venezia. Inoltre le due torri non avevano il solo scopo di difendere e sorvegliare i confini, ma anche di far pagare il dazio a chi vi passava accanto: un compito che poteva essere perfettamente assolto da una sola di esse. Il colpo di grazia alla Torre di Marghera arrivò quando nel 1513, durante la Guerra della Lega di Cambrai, i tedeschi la conquistarono, come narra Marin Sanudo, ed esplosero dei colpi in direzione di Venezia — fortunosamente fermati all’Isola di San Secondo. Di tale evento abbiamo la testimonianza di una relazione di Jacques de Bannissis, segretario dell’imperatore Carlo V: «… accesserunt ad Mergariam, qui locus propinquior est ipsis Venetiis, nec per diametrum plus quam duobus milibus passuum a Venetiis distans, quem Veneti munierant et presidio firmaverant, quem nostri vi expugnarunt et incenderunt et, injectis bombardis ad litus maris, cum eis in Venetias sagittarunt…». La torre scomparirà dalle mappe dopo neppure un secolo, facendo supporre che fosse stata abbattuta a cavallo fra il XVI e il XVII secolo. L’isola di San Giuliano, avamposto veneziano L’Isola di San Giuliano è posta lungo il Canale di San Secondo ed è la prima isola che si vede alla propria sinistra percorrendo il Ponte della Libertà recandosi a Venezia, mentre la seconda isola che si incontra è l’isola di San Secondo, da cui prende il nome il canale stesso. Oggi l’isola è disabitata, ma nei secoli passati ospitava un convento di frati francescani e un “ospizio” — da cui il nome “San Giuliano del Buon Albergo” — che permetteva ai viandanti diretti a Venezia o in partenza di riposarsi prima di riprendere il viaggio. L’isola poteva essere considerata anche un avamposto militare della Serenissima e per questo vi era stata costruita la Torre di San Giuliano nel 1209. Oltre a queste funzioni — militari, religiose e di ospitalità — essa aveva anche la funzione di dogana. Vicino all’isola era stata realizzata una palada, cioè un insieme di pali capaci di far rallentare le barche che dovevano fermarsi e pagare il dazio prima di poter proseguire i propri commerci. Sede religiosa L’isola ospitava, come molte altre nella laguna veneziana, un convento di frati francescani, presente da molto tempo e citato nelle cronache locali sia prima che dopo l’annessione a Venezia. I francescani restarono sull’isola sino al 1491, anno in cui vi si insediò un gruppo di monache (Clarisse Osservanti?), le quali compaiono anche in un documento del 1521 del Senato della Repubblica. La Torre di San Giuliano vittima della dominazione francese Il destino della Torre di San Giuliano fu diverso rispetto alla torre di Marghera: rimase in piedi per circa sei secoli, finché Venezia non fu invasa dai francesi, che la distrussero all’inizio dell’800. Ma le dominazioni straniere non portarono solo all’abbattimento della torre: coinvolsero anche il Borgo di Marghera, raso al suolo per permettere ai francesi di Napoleone di costruire Forte Marghera. La Torre di San Giuliano fu rappresentata da ben quattro artisti: Canaletto in un famoso dipinto intitolato “La Torre di Malghera” la confuse con la torre trevisana, così come Francesco Guardi, mentre Bernardo Bellotto e Giuseppe Ponga non commisero tale errore nell’intitolare il proprio dipinto. Nel 1823 l’Isola di San Giuliano fu utilizzata anche dai finanzieri austriaci, tornando ad avere due funzioni: militare e di controllo finanziario delle merci che passavano per il Canale di San Secondo. L’isola fu fatta saltare in aria dai veneziani ritiratisi da Forte Marghera nel 1848, e da allora è abbandonata. Galleria Immagini L’isola di San Giuliano (Giuseppe Ponga) Torre di San Giuliano (Bernardo Bellotto) «Veduta della laguna di Venezia con la torre di Marghera», Francesco Guardi (1780–1793) Luigi Querena, «Lo scoppio di una mina nell’isola di San Giuliano», 1849 — Museo Correr, Venezia Particolare di un’opera di Jacopo de’ Barbari in cui si vede il Canale di San Secondo Bibliografia Foffano, Redi; Lugato, Dario. Da Margera a Forte Marghera, Edizioni Multigraf. Pellizier, Lionello. Ricerche. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre città sull'acqua 14 Gennaio 2026

Il primo porto di Mestre: Cavergnago

Il Porto di Cavergnago | Discovery Mestre Il Porto di Cavergnago Il primo porto di Mestre Il «Flumen de Mestre» e il centro economico mestrino «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di Canale di San Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» (Luigi Brunello, Mestre – Il porto, il castello, 1971) Bonaventura Barcella, nella sua opera Notizie storiche del Castello di Mestre, descrive come Treviso e Venezia avessero creato una rete di porti finalizzata al controllo dei traffici di merci. Questi scali erano collocati sia all’interno della laguna di Venezia sia lungo i fiumi che vi confluivano. Si trattava di approdi intermodali, dove le merci venivano trasbordate dalle barche alle carrozze o ad altre imbarcazioni per proseguire il viaggio. Poiché Treviso e Venezia erano governate da entità politiche distinte, il transito delle merci era soggetto al pagamento di una muda, una tassa riscossa dal mudaro incaricato. Il Porto di Cavergnago si sviluppò sotto la signoria trevisana, in quanto il territorio mestrino apparteneva al distretto di Treviso. Esso rivestì un ruolo fondamentale per l’economia locale, poiché si affacciava direttamente sulla laguna di Venezia, consentendo un collegamento agevole con la Via Annia e con le principali vie di terra dell’epoca: la Trevisana (l’antico Terraglio), la Padovana (lungo la Riviera del Brenta) e la Castellana. Secondo la tradizione storiografica locale, un tempo il Marzenego — noto anche come Flumen de Mestre — aveva un alveo (o un ramo) che si prolungava verso l’area dell’attuale Canale di Cannaregio. La navigazione verso Venezia rimase possibile anche dopo le trasformazioni della laguna, con la foce del fiume situata nelle vicinanze di Campalto. Si ipotizza inoltre che il Castelvecchio fosse stato eretto anche per difendere le vie di accesso provenienti dall’entroterra, attraverso queste principali arterie, verso il Porto di Cavergnago. Il porto di Cavergnago nel periodo trevisano «Mestre, luogo di gran traffico, di grande concorso era nei secoli VIII, IX e X a cagione di un porto vicino, nel quale i Veneziani avevano ottenuto di fabbricare alcune proprie mansioni, di mantenere un gastaldo ducale per le faccende mercantili, e fruire perfino in parte dei diritti e dei dazi colà riscossi, sebbene non altro pagassero che quattro bisanti d’oro, ovvero due lire di denari venete, al Vescovo di Treviso, padrone dei luoghi.» (Paoletti, Il Fiore di Venezia, Venezia 1837, vol. I) Nel 905 Berengario, re d’Italia, con un diploma concesse al vescovo di Treviso Adalberto il diritto di riscuotere dazi e mude «sulla Dogana di Trevigi di dentro e di fuori, e per esteso per tutto il distretto del quale faceva parte Mestre». Il vescovo riconobbe al re due porzioni della dogana. Questo privilegio fu successivamente confermato dall’imperatore Ottone III nel 991 e nel 996 al vescovo Rozzone Calza. Il vescovo Rozzone Calza (969–1002) intervenne per disciplinare il possesso dell’area di Cavergnago e i rapporti con i vicini veneziani. Nel documento di fondazione dell’abbazia benedettina di Santa Maria di Mogliano del 997, Rozzone concedeva all’abate Vitale, tra l’altro, la proprietà della corte di Cavergnago. Questa donazione fu in seguito confermata da Rambaldo II e dallo stesso imperatore Ottone III. Nel 1074 l’abbazia fu trasformata in monastero e la titolarità sul porto passò alla badessa. Per quanto riguarda i rapporti tra Venezia e Treviso sul controllo del porto, l’imperatore Ottone III, con un documento del 1001, autorizzò il vescovo di Treviso a concedere al doge Pietro Orseolo II il privilegio di utilizzare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. Già in precedenza, lo stesso Rozzone si era accordato con il doge Pietro I Orseolo per assegnare ai veneziani il possesso di tre magazzini e il diritto di riscuotere un terzo delle gabelle e dei dazi, eccetto quelli dovuti dai sudditi imperiali. Il 3 maggio 1152 papa Eugenio III, con la bolla Justis fratrum, riconobbe al vescovo di Treviso Bonifacio la proprietà del castello, del porto e del borgo, confermando di fatto il privilegio dei veneziani sul porto. Secondo Giambattista Verci nella Historia degli Eccelini, nel 1173 scoppiò una disputa tra il signore di Caurignago (Cavergnago), Almerico Buz, e il vescovo di Treviso Ulderico III (1157–1179). Ezzelino da Romano, giudice del contenzioso, il 16 febbraio 1173 assolse il vescovo dalle pretese di Almerico relative alle mude e alle gabelle di Caurignago, dichiarando che tali diritti spettavano interamente al vescovado. Assolse invece Almerico dall’obbligo di restituire il borgo al vescovo e gli concesse di edificarvi case «a suo talento». Gli impose tuttavia di non impedire al vescovo la riscossione delle gabelle, di lasciare libero il transito a passeggeri e naviganti e di non deviare il corso del fiume Marzenego. La conquista veneziana e il declino del porto Treviso non fu mai un vicino facile per Venezia, anche a causa dei frequenti cambiamenti di governo che caratterizzavano la città. Controllare Treviso significava per i nuovi signori poter dominare il territorio mestrino, con gravi rischi per l’economia e la sicurezza della Serenissima. Gli ultimi signori di Treviso che ebbero il controllo di Mestre furono i veronesi Della Scala, i quali nel 1317 insediarono mercenari tedeschi a difesa del Castelnuovo di Mestre. Questo mutamento di regime spinse Venezia a intervenire. Dopo un primo tentativo fallito, il 29 settembre 1337 il capitano veneziano Andrea Morosini corruppe i 400 mercenari tedeschi che difendevano il castello, ottenendo l’ingresso dopo l’uccisione del capitano trevisano. Pochi anni più tardi Venezia conquistò definitivamente anche Treviso. Una volta entrata a far parte del dominio veneziano, Mestre fu oggetto di importanti trasformazioni per adattarsi alle esigenze della Serenissima. L’intervento più significativo fu la realizzazione della Fossa Gradeniga, avviata nel 1361 utilizzando quanto rimaneva dell’antico alveo del Musone. Questo canale artificiale partiva poco distante dal Borgo di San Lorenzo e sfociava in laguna nei pressi del Canale di San Secondo. Il suo scopo principale era creare una via d’acqua più diretta e affidabile tra Mestre e la laguna, in alternativa al Marzenego, che nel frattempo era diventato difficile da navigare. La nascita della Fossa Gradeniga segnò l’inizio del declino del Porto di Cavergnago. Il nuovo canale offrì una via di comunicazione più efficiente verso Venezia, favorendo lo sviluppo del borgo di Mestre e la nascita di quella che sarebbe diventata nota come Piazza Barche. Galleria Immagini La Villa di Cavergnago nel Catastico Scalfuroto del 1782 «Vista di Mestre» – Canaletto (ca 1744) Raccolta dei principali piani dei porti e rade del Mediterraneo — Joseph Roux, ed. Yves Gravier, Genova, 1804 Bibliografia Barcella, Bonaventura. Notizie storiche del Castello di Mestre, Centro Studi Storici. Filiasi, Giacomo. Memorie storiche de’ Veneti primi e secondi. Fapanni, Francesco Scipione. La Congregazione di Martellago, a cura di Danilo Zanlorenzi, Il Giardini. Brunello, Luigi. Mestre – Il porto, il castello, Centro Studi Storici di Mestre, 1971. 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Il Borgo di Malgera (Mergaria)

Borgo di Mergaria | Discovery Mestre Borgo di Mergaria L’antico porto lungo la Fossa Gradeniga L’origine del nome L’origine del nome della località di Marghera va cercata in questo piccolo borgo sorto lungo la Fossa Gradeniga (Canal Salso), che si costituì a partire dal XIII secolo ma che ebbe il suo maggior sviluppo economico e demografico proprio grazie alla realizzazione di questo canale artificiale voluto da Venezia per collegare Mestre a Venezia. Nei primi documenti veneziani che citano questo borgo si usa solo il nome Mergaria, che dovrebbe essere il nome originario; nell’arco dei suoi circa cinque secoli di vita, nelle cartografie in cui compare, viene spesso declinato con nomi diversi: Melgera, Mergaria, Margara, Malghera, Marghera. Come sostengono Redi Foffano e Dario Lugato nel loro libro Da Margera a Forte Marghera, il nome Malgera potrebbe essere stato un dispregiativo nato a Venezia per indicare le pessime condizioni di salute di un certo periodo storico. Quanto all’etimologia, Wladimiro Dorigo ipotizza che il nome derivi dal latino maceria (“muro a secco”), alludendo al pietrame usato dai romani per delimitare le proprietà. Giovan Battista Pellegrini, traendo spunto dall’antica forma Malghera — quindi in contrasto con Foffano e Lugato — lo ritiene piuttosto un fitonimo derivato da melina, una pianta erbacea endemica in quei luoghi. Un’ulteriore etimologia, basata sull’antica forma Mergaria, lo avvicina al verbo latino mergo (“immergo”), con il significato di “luogo dove è concesso affondare i relitti”: un punto, generalmente istituito presso tutti gli antichi porti, in cui le vecchie imbarcazioni dal legno ormai marcito venivano affondate. Antefatto: dal Porto di Cavergnago alla Fossa Gradeniga Il territorio su cui sorse il Borgo di Mergaria faceva inizialmente parte del dominio trevisano ed era collocato al confine con la Serenissima — un territorio che Venezia rivendicava da tempo. L’antagonismo tra le due realtà venete portò Treviso a realizzare la sua torre l’11 luglio 1318, a poche centinaia di metri dalla Torre di San Giuliano (del 1209): l’una in terraferma, l’altra sull’isola di San Giuliano lungo il Canale di San Severo. Due torri che ebbero due destini diversi, con quella trevisana abbattuta verso la fine del XVI secolo. Prima della conquista veneziana del castello di Mestre da parte di Andrea Morosini il 29 settembre 1337, in questo borgo sorgeva la Chiesa di San Giovanni Battista che, secondo Foffano e Lugato, era sede di un monastero e di un ospitale — forse addirittura dei Templari. La presenza di un ospitale suggerisce che questa via fosse percorsa da merci e persone già prima della realizzazione della Fossa Gradeniga. Con il definitivo abbandono del Porto di Cavergnago (29 novembre 1391) e la realizzazione della Fossa Gradeniga, Mergaria acquisì anche l’importante ruolo di porto per merci e uomini, oltre che di sede daziale per la Serenissima. L’incremento esponenziale di attività portò alla nascita di Piazza Barche e allo sviluppo del Borgo di Mergaria. Un piccolo porto importante Con l’arrivo dei veneziani sul territorio mestrino iniziò una riqualificazione del territorio e la realizzazione di nuovi edifici anche nel piccolo borgo di Mergaria, di cui troviamo questa testimonianza: «De domibus faciendis in Mergaria et bucca sigloni pro habitatione custodum […] ordinamus, quod in Mergaria et bucca sigloni in locis utilioribus et magis idoneis fiat una domus competens cum turrisella […] in quibus custodes tute, commode et continue valeant habitare…» Questa citazione ci permette di conoscere il periodo in cui i veneziani presero possesso effettivo del borgo, sotto il Doge Francesco Dandolo (1329–1339), e che la sua trasformazione iniziò prima della realizzazione della Fossa Gradeniga, seppur di pochi anni. Nell’arco dei secoli questo piccolo borgo si era sviluppato fino a includere una chiesa dedicata al Santissimo Salvatore, un piccolo porto, un’osteria e varie case coloniali. Un borgo che resistette per oltre 550 anni. La citazione fornisce anche un’altra informazione: già prima della Fossa Gradeniga esisteva una via di accesso per l’entroterra che i veneziani chiamavano “Siglon”, di cui si sono poi perse le tracce. Per questo piccolo porto passava una rotta commerciale diretta a Cannaregio, che generava un cospicuo introito per la Serenissima attraverso i dazi sulle merci in transito. Il governo veneziano temeva però che nei magazzini ivi presenti si commettessero contrabbando e malaffari. Come evidenziato nella pagina dedicata alla Scuola di San Nicolò dei barcaiuoli, esisteva un traghetto che da Mestre portava merci e persone a Cannaregio, passando per Mergaria. Si ricorda che il Canale di Cannaregio si chiamava un tempo Canale di Mestre. Il Carro di Marghera Nel 1462 venne realizzato nei pressi del borgo un argine che impediva all’acqua del Canal Salso di mescolarsi con l’acqua della laguna. Venezia aveva osservato che quando queste due acque a diversa salinità si univano davano origine a un ambiente ideale per la formazione di canneti e altre piante che ostacolavano la navigazione. La realizzazione di questo argine ebbe diverse conseguenze per il borgo. Le barche dirette alla laguna erano costrette ad aggirare l’ostacolo mediante un argano che le sollevava e le ricollocava in acqua, aumentando i costi di trasporto verso e da Venezia. Questo argano prese il nome di “Carro di Marghera”. L’aumento dei costi causò un crollo del traffico sulla Fossa Gradeniga e una grave crisi economica per il borgo. Un’ulteriore conseguenza fu che molti mercanti e viaggiatori preferivano proseguire verso la laguna in carrozza lungo la Via delle Motte, sottraendo lavoro e reddito ai residenti locali. Per consentire alle carrozze di raggiungere il Borgo di Margera fu eretto nel 1502 un ponte in legno, poi ricostruito in mattoni nel 1589. Sotto il ponte scorreva un ramo del Marzenego diretto verso Fusina; all’epoca le acque del canale di Mestre confluivano sia nella Fossa Nova — detta Osellino, realizzata nel 1507 — sia in questo ramo secondario. Nonostante i danni e i problemi causati dal Carro, ci vollero oltre 150 anni per farlo demolire (1615) e riaprire il canale alla laguna, facendo tornare a fiorire l’economia del Borgo di Mergaria. Pochi anni dopo fu anche chiuso il ramo del Marzenego che passava sotto il ponte di Mergaria, lasciando che tutte le acque del fiume fossero convogliate nella Cava Nova. La trasformazione dopo il 12 maggio 1797 Dopo la conquista di Venezia da parte di Napoleone, il Trattato di Campoformio assegnò Venezia al Sacro Romano Impero. Gli austriaci decisero di realizzare in quest’area delle fortificazioni — embrione di quello che sarebbe diventato Forte Marghera — con lo scopo di difendere la città lagunare da eventuali attacchi provenienti dall’acqua. La posizione era strategica: di fronte al Canale di San Secondo, in ottima posizione rispetto a Cannaregio, poteva difendere questo tratto di laguna dall’arrivo di eventuali nemici sia via acqua che via terra. Per realizzare ciò, gli austriaci dapprima utilizzarono la chiesa del Santissimo Salvatore come caserma, poi adibendo gli edifici più grandi a caserme o magazzini. Alcuni furono riservati agli ufficiali, mentre altri, ritenuti inutili, furono demoliti. L’area subì uno stravolgimento tale da renderla irriconoscibile, e con il tempo si perse gran parte della memoria dell’antico borgo di Mergaria. Il Borgo di Margera in alcune cartine Particolare della carta del 1692 con la chiesa e il ponte di Margera (Archivio di Stato di Venezia) Chiesa di Malgera. Particolare Mappa Domenico Contino. 2 Marzo 1654 Il borgo di Malgera. Particolare della mappa di Domenico Margutti. 29 Marzo 1691 Cartografia del 1520 circa — Borgo di Marghera con la torre e l’isola di San Zulian (Archivio di Stato di Venezia) Mappa di Tommaso Scalfuroto del 1779, l’antico borgo di Marghera (Archivio di Stato di Venezia) Borgo di Marghera nel disegno di G. Patron del 1781 (Archivio di Stato di Venezia) Il Carro di Fusina, che doveva essere simile al carro di Mergaria Carro of Lizza-Fusina (Zaffosina). La pedana su cui veniva spostata la barca Bibliografia Foffano, Redi; Lugato, Dario. Da Margera a Forte Marghera, Edizioni Multigraf. Voce Marghera su Wikipedia. Pellisier, Lionello. Storia di Marghera — L’antico Borgo di Marghera. 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Mestre città sull'acqua 14 Gennaio 2026

L’Isola di San Lorenzo nel cuore di Mestre

L’Isola di San Lorenzo | Discovery Mestre L’Isola di San Lorenzo Un’area unica nel cuore di Mestre L’Isola di San Lorenzo Mestre ha nel suo cuore un’isola intitolata a San Lorenzo, probabilmente perché conteneva in parte il Borgo di San Lorenzo. L’isola si forma grazie alla biforcazione del fiume Marzenego, che avviene alle spalle del Palazzetto dello Sport intitolato a Davide Ancilotto. Qui il Marzenego si divide in due rami: il Ramo della Beccaria, a nord, e il Ramo delle Muneghe — «monache» in veneziano — a sud dell’isola. L’altra estremità dell’isola si trova dove è stato costruito il Mercato di San Michele, che occupa la punta dell’isola di fronte a Piazzale Cialdini, dove, prima dello scavo del canale Osellino nel 1507, terminava il corso del Marzenego. Per comprendere l’aspetto dell’Isola di San Lorenzo e dei suoi due rami nel passato, possiamo esaminare il dettaglio di una mappa del 1781 di Tommaso Scalfuroto, che evidenzia l’isola nel cuore di Mestre. Questa può essere confrontata con mappe attuali della città e con altre mappe del 1682 e del 1811. La visione satellitare mostra che il Ramo della Beccaria è quasi interamente scoperto, mentre il Ramo delle Muneghe è per lo più coperto da strade e vie. Solo dopo il 2012, in zona Via Poerio, il suo alveo è stato liberato, riportando un po’ della bellezza originaria e ricordando ai mestrini che Mestre, come Venezia, era una città d’acqua. Il Ramo della Beccaria è stato coperto in prossimità della Torre di Mestre, dove un tempo il suo letto separava la piazza principale da Piazzetta Matter, allora Piazza delle Erbe. Durante i lavori di riqualificazione della piazza, emersero i resti di un ponte antico. Dopo aver superato la piazza, il Marzenego scorre in Riviera Magellano fino a incontrare il Ramo delle Muneghe di fronte al Mercato di San Michele. Il Mercato e il Palazzetto dello Sport segnano di fatto le due estremità dell’isola. Il Ramo delle Muneghe, così chiamato perché passava di fronte al Monastero delle Monache delle Grazie, dove ora sorge l’M9, scorre accanto a Villa Querini, proseguendo lungo Riviera XX Settembre e poi lungo Via Alessandro Poerio, ricongiungendosi al ramo gemello e cingendo l’isola e il Mercato di San Michele. Dalla loro unione, il Marzenego torna a scorrere in un unico letto. Dove ora si trova Piazzale Cialdini vi era la foce del Marzenego, vicino alle chiuse. Oggi l’antico fiume di Mestre confluisce nel canale artificiale Osellino, o Fossa Nuova, scavato dalla Serenissima nel 1507, per poi sfociare nella Laguna di Venezia presso Tessera. Negli ultimi anni è stato aperto un canale che passa accanto al Parco di San Giuliano. L’Isola di San Lorenzo è molto estesa, comprendendo un’area che va da Via Olimpia, l’area dell’ex Umberto I, Piazzale Candiani, Piazza Ferretto e il Centro Commerciale Le Barche. Galleria Fotografica Il Ramo delle Muneghe, l’ex Chiesa delle Grazie e il Palazzo del M9 District Il Mercato di Mestre all’apice dell’Isola di San Lorenzo Il Ramo della Beccaria visto da Piazzetta Matter Mappa di Mestre del 1781 di Tommaso Scalfuroto Il fiume Marzenego prima di dividersi, area Palazzetto dello Sport Il ponte del Castelvecchio oggi Il Cinema Excelsior, lato Ramo della Beccaria, dopo la ristrutturazione del 1992 Il Ramo delle Muneghe lungo Via Poerio Un ponte su Riviera Miani Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre città sull'acqua 14 Gennaio 2026

Piazza Barche nei primi anni del novecento

Piazza Barche | Discovery Mestre Piazza Barche L’antico cuore economico di Mestre Piazza Barche: il cuore pulsante di Mestre Piazza Barche, nel cuore di Mestre, rappresentava nei primi anni del Novecento il centro vitale della città, un luogo dove la storia, il commercio e la vita quotidiana si intrecciavano lungo le sponde del Canal Salso. Questo canale, scavato dalla Serenissima per collegare Mestre alla Laguna di Venezia, era l’arteria principale per il trasporto di merci e persone, rendendo Piazza Barche un punto di approdo strategico noto come il Porto di Mestre. Nei primi decenni del Novecento, l’area era animata da attività commerciali e industriali, tra cui lo Stabilimento Taboga, fondato dalla famiglia Ticozzi, che divenne un simbolo dell’economia mestrina. Grazie all’impegno di figure come Napoleone Ticozzi, sindaco di Mestre tra il 1871 e il 1881, la città vide importanti interventi urbanistici, tra cui la costruzione della Colonna della Sortita, inaugurata nel 1886 per celebrare i moti risorgimentali del 1848. Lo Stabilimento Taboga, situato in Piazza XXVII Ottobre, era un punto di riferimento per la produzione dolciaria e contribuì alla vivacità economica dell’area. Le immagini dell’epoca — cartoline e dipinti — mostrano un paesaggio urbano in trasformazione: il Canal Salso, le case dei pescatori, il Garage Reale (antica posta) e gli edifici storici che circondavano Piazza Barche. Nel corso del Novecento, con l’interramento parziale del canale e l’espansione urbana, l’area ha perso parte del suo carattere fluviale, ma rimane un simbolo della Mestre di un tempo, testimoniata da opere come quella di Canaletto del 1740, che immortala la città nel suo splendore settecentesco. Galleria Fotografica Vista di Mestre — Canaletto, ca. 1740 (Bemberg Fondation Toulouse) Il Canal Salso in un’opera di Giacomo Aliprandi L’approdo del Canal Salso, lo Stabilimento Taboga e il Garage Reale (antica posta) Lo Stabilimento Taboga sullo sfondo, dove ora sorge Coin Il Canal Salso in una cartolina del 1902 Piazza Barche e il tram La fontana per l’inaugurazione dell’acquedotto (29 settembre 1912) Il Canal Salso e il Porto di Mestre negli anni Cinquanta, con le case dei pescatori La Colonna della Sortita collocata in Piazza Barche il 4 aprile 1866 Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre città sull'acqua 27 Ottobre 2025

Molino Fabris (Zelarino)

Molino Fabris | Discovery Mestre Molino Fabris Una testimonianza molitoria lungo il Marzenego Origini e funzione Il Molino Fabris è un antico mulino ad acqua situato nella località Contea di Zelarino, lungo il corso del fiume Marzenego. Questo mulino era probabilmente fin dall’inizio di proprietà dei Foscari, essendo compreso nel feudo di cui la famiglia fu investita il 21 giugno 1331 da Giovanni di Lussemburgo, re di Boemia e Polonia. Nel 1611 le due ruote vennero divise tra Federico fu Alvise, il fratello e il nipote, e Piero fu Girolamo. A una delle periodiche visite ai mulini nel 1642 appare anche il nome di Antonio Girardi. All’inizio del secolo successivo era Foscari-Duodo. Nel 1739, nella conferma dell’investitura fatta dai Provveditori sopra beni inculti a Francesco Foscari per una delle due ruote, si sottolineò che: «se per la caduta delle sudette aque li occorresse passar per le publiche seriole e beni communali, possa farlo senza pagamento alcuno, e per beni de particolari persone dovrà pagar il farli le rippe di quelli il doppio, giusto le leggi». Il Molino Fabris rappresenta una delle testimonianze più significative della tradizione molitoria del territorio mestrino. Le prime attestazioni risalgono al XIX secolo, periodo in cui il Marzenego alimentava numerosi mulini da cereali distribuiti lungo le sue sponde. L’impianto, di proprietà della famiglia Fabris, era dedicato alla macinazione del frumento e del mais, attività essenziale per la produzione di farine alimentari destinate alla popolazione rurale di Zelarino e Mestre. Una testimonianza diretta dell’ex mugnaio Giuseppe Mardegan descrive la composizione delle macine: «Il mulino Fabris aveva una mola da formenton bianco, una da formenton giallo, una per i panociati e una per il frumento.» [Zanlorenzi, C., 1985] Al catasto napoleonico sono riportati, per il mulino (0,10 pertiche) e la corte e casa d’affitto (0,70 pertiche) in località «ai mulini», come proprietari Pietro e Francesco Duodo e Federico Foscarini (presumibilmente un errore per Foscari) fu Francesco. A Pietro successe Alvise Franchin fu Antonio e quindi la vedova Angelica Boldrin; al secondo le figlie, poi anche Federico Fontanin fu Pietro e quindi Pietro Bellinato fu Alvise. La rendita era di 266,40 lire. I livellari erano Antonio Scanferlato fu Amedeo e nel 1887 la vedova Teresa Simionato come usufruttuaria. Evoluzione tecnica e declino Il mulino fu coinvolto nelle rettifiche fatte al fiume verso il 1844. Nel 1898 era di Cesare Cecchini e quindi nel 1916 di Roberto Maurer-Cecchini. Nel 1923 l’edificio venne trasferito al catasto rurale. L’anno successivo fu dichiarato dai figli di Giovanni Cappelletto, due anni dopo da Napoleone Fuga di Carlo Giovanni, e infine il 20 giugno 1929 venne trasferito a nome di Giovampaolo Fabris. Come molti mulini del Marzenego, anche il Molino Fabris subì nel corso del Novecento una progressiva trasformazione tecnologica. Dapprima mosso dalla forza idraulica del fiume, introdusse in seguito macchinari a cilindri e motori elettrici, adeguandosi alla modernizzazione industriale. Nonostante questi aggiornamenti, la concorrenza dei mulini industriali e il mutamento del sistema produttivo determinarono la chiusura definitiva dell’impianto nella seconda metà del XX secolo. L’alto timpano riccamente ornato dell’edificio a due piani probabilmente rappresenta l’appartenenza al feudo Foscari. Valore storico e territoriale Il Molino Fabris costituisce un’importante testimonianza della cultura del lavoro e della gestione delle acque nel territorio mestrino. Oltre al suo valore produttivo, il mulino contribuì alla definizione del paesaggio fluviale locale, legato a una rete di canali, rogge e chiuse che per secoli regolarono la vita economica e agricola della zona. Oggi l’edificio è riconosciuto come parte integrante della memoria del Marzenego e dei suoi «mulini di Zelarino», un sistema che comprendeva anche i mulini Gaggian, Ronchin, Ca’ Bianca e Scabello. Galleria Fotografica Molino Fabris Cartellone descrittivo Molino Fabris (immagini dal web) Bibliografia Zanlorenzi, C. (1985). Intervista a Giuseppe Mardegan — Mugnaio nel Molino Fabris di Zelarino (Contea). In Il Fiume Marzenego. I Mugnai di Zelarino — 4. Il Fiume Marzenego (s.d.). Per una storia del mulino (Alessandra Sambo) — I Mulini del Marzenego (Luigino Casarin). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre città sull'acqua 27 Ottobre 2025

Molino Gaggian (Zelarino)

Molino Gaggian | Discovery Mestre Molino Gaggian Una testimonianza proto-industriale sul fiume Marzenego Storia e proprietà Il Molino Gaggian è di costruzione anteriore al 1133. Il 10 agosto 1133 fu acquistato dal monastero di San Salvador di Venezia. Nel 1574 il monastero lo concesse a livello a Rocco Cattaneo fu Bernardin. In quel periodo l’edificio si trovava in uno stato di notevole degrado, tanto che Rocco fu costretto a ricostruirlo. Il mulino passò successivamente al fratello di Rocco, Giovannantonio Cattaneo, che il 26 settembre 1598 lo cedette a Domenico Gaian (o Gaggian). Nel 1602 Domenico Gaian presentò una supplica per ottenere l’autorizzazione ad aggiungere due ruote al mulino. La richiesta fu valutata positivamente dai periti incaricati, tra cui Giovanni Alvise Galesi, proto ingegnere, che stabilirono che l’intervento non avrebbe arrecato danni ai terreni circostanti né alla navigazione e che, anzi, «sarebbe stato di grande utilità per la rapidità del macinare». L’autorizzazione fu quindi concessa. In esecuzione del decreto del Senato veneziano del 9 marzo 1656, venne installato presso il mulino uno stramazzo di pietra. Circa otto anni dopo (1664), la famiglia Gaggian ottenne il permesso di modificarne altezza e larghezza, poiché «era cresciuto il terreno del fiume e le acque stentavano a defluire». Prima del 1669 il mulino fu venduto a Pietro Mocenigo, procuratore. All’inizio del Settecento, durante una visita ispettiva, venne dichiarato anche il nome di Orlando Benvenuti. Il mulino rimase alle famiglie Mocenigo e Benvenuti fino alla fine del XVIII secolo. Il 10 settembre 1774 il Senato veneziano ordinò lo scavo dei mulini di Gaggian presso la palada di Dese, imponendo una tassa di 14.377 ducati. Dopo la caduta della Repubblica, la proprietà passò ad Antonio Bagolini e consorti, che possedevano anche la casa contigua con corte annessa all’uso del mulino. Nel 1840 il mulino risultava intestato ai fratelli Paolo, Domenico e Angelo Furlan fu Bartolomeo, detti Dorella, con una rendita catastale di 446,57 lire per una superficie di 0,28 pertiche. Nel 1866 la proprietà rimase ad Angelo Furlan, cui subentrarono undici anni dopo i figli Antonio e Bartolomeo. Nel 1884 la proprietà passò al solo Antonio, che il 28 gennaio 1899 la vendette a Teresa Pigazzi fu Pietro, coniugata Paccagnella. Come altri impianti analoghi della zona (Ca’ Bianca, Ronchin, Fabris, Scabello), il Molino Gaggian contribuì all’approvvigionamento alimentare del territorio mestrino e delle campagne limitrofe. Evoluzione tecnologica Nel corso del Novecento il mulino subì numerosi interventi di ammodernamento. Secondo le testimonianze orali raccolte, fino agli anni Cinquanta disponeva di una turbina idraulica che sfruttava la portata del Marzenego, poi sostituita da motori elettrici. Negli anni Cinquanta il signor Carpenedo, allora proprietario dell’ex mulino, tentò la trasformazione dell’edificio da uso artigianale a uso industriale, costruendo due silos. Nel 1957 cessò definitivamente ogni attività molitoria. Successivamente, l’edificio fu utilizzato per la produzione di energia elettrica destinata al servizio tranviario di Mestre. Durante i lavori di rettifica del fiume, effettuati dal Consorzio di Bonifica Dese-Sile, il corso d’acqua fu spostato di alcune decine di metri rispetto al fabbricato originario, che rimase così isolato dal flusso principale. L’attività molitoria cessò definitivamente nel 1972, segnando la fine di una tradizione secolare. Valore storico e territoriale Il Molino Gaggian costituisce oggi una memoria tangibile del paesaggio fluviale produttivo che caratterizzava la campagna mestrina. La sua vicenda riflette il passaggio dall’uso diretto dell’energia idrica alla completa elettrificazione, e documenta le trasformazioni del territorio legate alla modernizzazione idraulica e urbana del secondo dopoguerra. Oggi l’edificio è stato completamente rinnovato, tanto da risultare difficilmente riconoscibile. L’unico elemento storico superstite è la pietra consorziale. L’alveo del Marzenego, in quel tratto, è stato deviato verso sud di circa cento metri e incanalato tra due argini in calcestruzzo, riducendosi così a un semplice canale. Galleria Fotografica Molino Gaggian Bibliografia Carpenedo, G. (2014). Intervista a Guerrino Carpenedo. In Il Fiume Marzenego. Petizione per l’attuazione del Parco Fluviale del Marzenego. storiAmestre, 2020. Università Popolare di Mestre (2016). Kaleidos 27 — Mestre d’acqua. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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