Mestre città sull'acqua
Una Mestre che si specchiava sull'acqua
Riflessi di storia che svaniscono lenti nel tempo, quando Mestre respirava al ritmo dei suoi canali e fiumi silenziosi. Ville che si specchiavano con grazia malinconica sulle acque quiete, e il borgo di Malghera, nato e svanito dove oggi veglia l'ombra di Forte Marghera. Porti contesi, sospesi tra il respiro di Treviso e il richiamo di Venezia, e un canale artificiale, nato da mani audaci, che ridisegnò il cuore economico e l'anima sociale della città, come un nuovo battito nel suo antico corpo d'acqua.
L’Isola di San Lorenzo nel cuore di Mestre
L’Isola di San Lorenzo | Discovery Mestre L’Isola di San Lorenzo Un’area unica nel cuore di Mestre L’Isola di San Lorenzo Mestre ha nel suo cuore un’isola intitolata a San Lorenzo, probabilmente perché conteneva in parte il Borgo di San Lorenzo. L’isola si forma grazie alla biforcazione del fiume Marzenego, che avviene alle spalle del Palazzetto dello Sport intitolato a Davide Ancilotto. Qui il Marzenego si divide in due rami: il Ramo delle Beccherie, a nord, e il Ramo delle Muneghe, «monache» in veneziano, a sud dell’isola. L’altra estremità dell’isola si trova dove è stato costruito il Mercato di San Michele, che occupa la punta dell’isola di fronte a Piazzale Cialdini, dove, prima dello scavo del canale Osellino nel 1507, terminava il corso del Marzenego. Per comprendere l’aspetto dell’Isola di San Lorenzo e dei suoi due rami nel passato, possiamo esaminare il dettaglio di una mappa del 1781 di Tommaso Scalfuroto, che evidenzia l’isola nel cuore di Mestre. Questa può essere confrontata con mappe attuali della città e con altre mappe del 1682 e del 1811. Il Ramo delle Beccherie Il Ramo delle Beccherie è il letto originario del Marzenego, ed è quasi interamente scoperto ancora oggi, come mostra bene la visione satellitare. È stato coperto solo in prossimità della Torre di Mestre, dove un tempo il suo letto separava la piazza principale da Piazzetta Matter, allora Piazza delle Erbe: durante i lavori di riqualificazione della piazza, emersero i resti di un ponte antico. Dopo aver superato la piazza, il Marzenego scorre in Riviera Magellano fino a incontrare il Ramo delle Muneghe di fronte al Mercato di San Michele. Il Mercato e il Palazzetto dello Sport segnano di fatto le due estremità dell’isola. Il Ramo delle Muneghe Il Ramo delle Muneghe, a differenza del gemello settentrionale, non è un’articolazione naturale del Marzenego: secondo l’ipotesi avanzata dallo storico locale Luigino Casarin, è il tratto finale di un antico alveo del Muson, che le carte più antiche chiamano Musonel, Fiumetto o Beseto, e che scendeva da Spinea per gettarsi nel Marzenego solo alla punta orientale dell’isola. È a questo alveo del Muson, non al Marzenego, che il ramo meridionale dell’isola dovrebbe la propria origine. Il nome gli venne dal Monastero delle Monache delle Grazie, davanti al quale passava, e dove ora sorge l’M9. Scorre accanto a Villa Querini, proseguendo lungo Riviera XX Settembre e poi lungo Via Alessandro Poerio, ricongiungendosi al ramo gemello e cingendo l’isola e il Mercato di San Michele: dalla loro unione, il Marzenego torna a scorrere in un unico letto. A differenza del Ramo delle Beccherie, quello delle Muneghe è oggi per lo più coperto da strade e vie: solo dopo il 2012, in zona Via Poerio, il suo alveo è stato liberato, riportando un po’ della bellezza originaria e ricordando ai mestrini che Mestre, come Venezia, era una città d’acqua. Il ramo era attraversato dal Ponte della Campana, che collegava Piazza Ferretto a via Poerio, sepolto sotto l’asfalto insieme al resto del ramo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta del Novecento. Il nome custodisce una leggenda: nel 1513, durante l’occupazione di Mestre da parte delle truppe imperiali e spagnole di Massimiliano I, fu ordinato di requisire tutte le campane delle chiese della città per fonderle in cannoni. Una di queste, scivolata dal carro che la trasportava, cadde nel canale e vi restò sepolta, finché una marea eccezionalmente bassa, durante la ricostruzione della città, non ne rivelò la presenza vicino al ponte. Fu recuperata e collocata nel campanile di San Lorenzo, secondo quanto racconta Eugenio Vittoria in un suo libro del 1977. Poche decine di metri dopo quel ponte, un’altra deviazione prendeva le acque del ramo sud: la Brentella, un canale che scendeva rettilineo verso sud fino alla località della Rana e da qui a Malcontenta. Ebbe vita breve: fu interrata già nel primo ventennio del Settecento, e il suo tracciato sopravvive oggi solo nel toponimo di via Brenta Vecchia. Lo sbocco e i confini dell’isola Dove ora si trova Piazzale Cialdini vi era lo sbocco del Marzenego, vicino alle chiuse. Oggi l’antico fiume di Mestre confluisce nel canale artificiale Osellino, o Fossa Nuova, scavato dalla Serenissima nel 1507, per poi sfociare nella Laguna di Venezia presso Tessera. Negli ultimi anni è stato aperto un canale che passa accanto al Parco di San Giuliano. L’Isola di San Lorenzo è molto estesa, comprendendo un’area che va da Via Olimpia, l’area dell’ex Umberto I, Piazzale Candiani, Piazza Ferretto e il Centro Commerciale Le Barche. Galleria Fotografica Il Ramo delle Muneghe, l’ex Chiesa delle Grazie e il Palazzo del M9 District Il Mercato di Mestre all’apice dell’Isola di San Lorenzo Il Ramo delle Beccherie visto da Piazzetta Matter Mappa di Mestre del 1781 di Tommaso Scalfuroto Il fiume Marzenego prima di dividersi, area Palazzetto dello Sport Il ponte del Castelvecchio oggi Il Cinema Excelsior, lato Ramo delle Beccherie, dopo la ristrutturazione del 1992 Il Ramo delle Muneghe lungo Via Poerio Un ponte su Riviera Miani Bibliografia Luigino Casarin et al., in Il Marzenego. Vivere il fiume e il suo territorio, Stabilimento grafico Tonolo, Mirano 1985. Giacomo Pasqualetto, C’è un canale qui! Il Marzenego e l’idrografia urbana di Mestre: acque interstiziali dimenticate e riscoperte, in «Venetica», 28/2013. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Piazza Barche nei primi anni del novecento
Piazza Barche | Discovery Mestre Piazza Barche L’antico cuore economico di Mestre Piazza Barche: il cuore pulsante di Mestre Piazza Barche, nel cuore di Mestre, rappresentava nei primi anni del Novecento il centro vitale della città, un luogo dove la storia, il commercio e la vita quotidiana si intrecciavano lungo le sponde del Canal Salso. Questo canale, scavato dalla Serenissima per collegare Mestre alla Laguna di Venezia, era l’arteria principale per il trasporto di merci e persone, rendendo Piazza Barche un punto di approdo strategico noto come il Porto di Mestre. Nei primi decenni del Novecento, l’area era animata da attività commerciali e industriali, tra cui lo Stabilimento Taboga, fondato dalla famiglia Ticozzi, che divenne un simbolo dell’economia mestrina. Grazie all’impegno di figure come Napoleone Ticozzi, sindaco di Mestre tra il 1871 e il 1881, la città vide importanti interventi urbanistici, tra cui la costruzione della Colonna della Sortita, inaugurata nel 1886 per celebrare i moti risorgimentali del 1848. Lo Stabilimento Taboga, situato in Piazza XXVII Ottobre, era un punto di riferimento per la produzione dolciaria e contribuì alla vivacità economica dell’area. Le immagini dell’epoca — cartoline e dipinti — mostrano un paesaggio urbano in trasformazione: il Canal Salso, le case dei pescatori, il Garage Reale (antica posta) e gli edifici storici che circondavano Piazza Barche. Nel corso del Novecento, con l’interramento parziale del canale e l’espansione urbana, l’area ha perso parte del suo carattere fluviale, ma rimane un simbolo della Mestre di un tempo, testimoniata da opere come quella di Canaletto del 1740, che immortala la città nel suo splendore settecentesco. Galleria Fotografica Vista di Mestre — Canaletto, ca. 1740 (Bemberg Fondation Toulouse) Il Canal Salso in un’opera di Giacomo Aliprandi L’approdo del Canal Salso, lo Stabilimento Taboga e il Garage Reale (antica posta) Lo Stabilimento Taboga sullo sfondo, dove ora sorge Coin Il Canal Salso in una cartolina del 1902 Piazza Barche e il tram La fontana per l’inaugurazione dell’acquedotto (29 settembre 1912) Il Canal Salso e il Porto di Mestre negli anni Cinquanta, con le case dei pescatori La Colonna della Sortita collocata in Piazza Barche il 4 aprile 1866 Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Molino Fabris (Zelarino)
Molino Fabris | Discovery Mestre Molino Fabris Una testimonianza molitoria lungo il Marzenego Origini e funzione Il Molino Fabris è un antico mulino ad acqua situato nella località Contea di Zelarino, lungo il corso del fiume Marzenego. Questo mulino era probabilmente fin dall’inizio di proprietà dei Foscari, essendo compreso nel feudo di cui la famiglia fu investita il 21 giugno 1331 da Giovanni di Lussemburgo, re di Boemia e Polonia. Nel 1611 le due ruote vennero divise tra Federico fu Alvise, il fratello e il nipote, e Piero fu Girolamo. A una delle periodiche visite ai mulini nel 1642 appare anche il nome di Antonio Girardi. All’inizio del secolo successivo era Foscari-Duodo. Nel 1739, nella conferma dell’investitura fatta dai Provveditori sopra beni inculti a Francesco Foscari per una delle due ruote, si sottolineò che: «se per la caduta delle sudette aque li occorresse passar per le publiche seriole e beni communali, possa farlo senza pagamento alcuno, e per beni de particolari persone dovrà pagar il farli le rippe di quelli il doppio, giusto le leggi». Il Molino Fabris rappresenta una delle testimonianze più significative della tradizione molitoria del territorio mestrino. Le prime attestazioni risalgono al XIX secolo, periodo in cui il Marzenego alimentava numerosi mulini da cereali distribuiti lungo le sue sponde. L’impianto, di proprietà della famiglia Fabris, era dedicato alla macinazione del frumento e del mais, attività essenziale per la produzione di farine alimentari destinate alla popolazione rurale di Zelarino e Mestre. Una testimonianza diretta dell’ex mugnaio Giuseppe Mardegan descrive la composizione delle macine: «Il mulino Fabris aveva una mola da formenton bianco, una da formenton giallo, una per i panociati e una per il frumento.» [Zanlorenzi, C., 1985] Al catasto napoleonico sono riportati, per il mulino (0,10 pertiche) e la corte e casa d’affitto (0,70 pertiche) in località «ai mulini», come proprietari Pietro e Francesco Duodo e Federico Foscarini (presumibilmente un errore per Foscari) fu Francesco. A Pietro successe Alvise Franchin fu Antonio e quindi la vedova Angelica Boldrin; al secondo le figlie, poi anche Federico Fontanin fu Pietro e quindi Pietro Bellinato fu Alvise. La rendita era di 266,40 lire. I livellari erano Antonio Scanferlato fu Amedeo e nel 1887 la vedova Teresa Simionato come usufruttuaria. Evoluzione tecnica e declino Il mulino fu coinvolto nelle rettifiche fatte al fiume verso il 1844. Nel 1898 era di Cesare Cecchini e quindi nel 1916 di Roberto Maurer-Cecchini. Nel 1923 l’edificio venne trasferito al catasto rurale. L’anno successivo fu dichiarato dai figli di Giovanni Cappelletto, due anni dopo da Napoleone Fuga di Carlo Giovanni, e infine il 20 giugno 1929 venne trasferito a nome di Giovampaolo Fabris. Come molti mulini del Marzenego, anche il Molino Fabris subì nel corso del Novecento una progressiva trasformazione tecnologica. Dapprima mosso dalla forza idraulica del fiume, introdusse in seguito macchinari a cilindri e motori elettrici, adeguandosi alla modernizzazione industriale. Nonostante questi aggiornamenti, la concorrenza dei mulini industriali e il mutamento del sistema produttivo determinarono la chiusura definitiva dell’impianto nella seconda metà del XX secolo. L’alto timpano riccamente ornato dell’edificio a due piani probabilmente rappresenta l’appartenenza al feudo Foscari. Valore storico e territoriale Il Molino Fabris costituisce un’importante testimonianza della cultura del lavoro e della gestione delle acque nel territorio mestrino. Oltre al suo valore produttivo, il mulino contribuì alla definizione del paesaggio fluviale locale, legato a una rete di canali, rogge e chiuse che per secoli regolarono la vita economica e agricola della zona. Oggi l’edificio è riconosciuto come parte integrante della memoria del Marzenego e dei suoi «mulini di Zelarino», un sistema che comprendeva anche i mulini Gaggian, Ronchin, Ca’ Bianca e Scabello. Galleria Fotografica Molino Fabris Cartellone descrittivo Molino Fabris (immagini dal web) Bibliografia Zanlorenzi, C. (1985). Intervista a Giuseppe Mardegan — Mugnaio nel Molino Fabris di Zelarino (Contea). In Il Fiume Marzenego. I Mugnai di Zelarino — 4. Il Fiume Marzenego (s.d.). Per una storia del mulino (Alessandra Sambo) — I Mulini del Marzenego (Luigino Casarin). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Molino Gaggian (Zelarino)
Molino Gaggian | Discovery Mestre Molino Gaggian Una testimonianza proto-industriale sul fiume Marzenego Storia e proprietà Il Molino Gaggian è di costruzione anteriore al 1133. Il 10 agosto 1133 fu acquistato dal monastero di San Salvador di Venezia. Nel 1574 il monastero lo concesse a livello a Rocco Cattaneo fu Bernardin. In quel periodo l’edificio si trovava in uno stato di notevole degrado, tanto che Rocco fu costretto a ricostruirlo. Il mulino passò successivamente al fratello di Rocco, Giovannantonio Cattaneo, che il 26 settembre 1598 lo cedette a Domenico Gaian (o Gaggian). Nel 1602 Domenico Gaian presentò una supplica per ottenere l’autorizzazione ad aggiungere due ruote al mulino. La richiesta fu valutata positivamente dai periti incaricati, tra cui Giovanni Alvise Galesi, proto ingegnere, che stabilirono che l’intervento non avrebbe arrecato danni ai terreni circostanti né alla navigazione e che, anzi, «sarebbe stato di grande utilità per la rapidità del macinare». L’autorizzazione fu quindi concessa. In esecuzione del decreto del Senato veneziano del 9 marzo 1656, venne installato presso il mulino uno stramazzo di pietra. Circa otto anni dopo (1664), la famiglia Gaggian ottenne il permesso di modificarne altezza e larghezza, poiché «era cresciuto il terreno del fiume e le acque stentavano a defluire». Prima del 1669 il mulino fu venduto a Pietro Mocenigo, procuratore. All’inizio del Settecento, durante una visita ispettiva, venne dichiarato anche il nome di Orlando Benvenuti. Il mulino rimase alle famiglie Mocenigo e Benvenuti fino alla fine del XVIII secolo. Il 10 settembre 1774 il Senato veneziano ordinò lo scavo dei mulini di Gaggian presso la palada di Dese, imponendo una tassa di 14.377 ducati. Dopo la caduta della Repubblica, la proprietà passò ad Antonio Bagolini e consorti, che possedevano anche la casa contigua con corte annessa all’uso del mulino. Nel 1840 il mulino risultava intestato ai fratelli Paolo, Domenico e Angelo Furlan fu Bartolomeo, detti Dorella, con una rendita catastale di 446,57 lire per una superficie di 0,28 pertiche. Nel 1866 la proprietà rimase ad Angelo Furlan, cui subentrarono undici anni dopo i figli Antonio e Bartolomeo. Nel 1884 la proprietà passò al solo Antonio, che il 28 gennaio 1899 la vendette a Teresa Pigazzi fu Pietro, coniugata Paccagnella. Come altri impianti analoghi della zona (Ca’ Bianca, Ronchin, Fabris, Scabello), il Molino Gaggian contribuì all’approvvigionamento alimentare del territorio mestrino e delle campagne limitrofe. Evoluzione tecnologica Nel corso del Novecento il mulino subì numerosi interventi di ammodernamento. Secondo le testimonianze orali raccolte, fino agli anni Cinquanta disponeva di una turbina idraulica che sfruttava la portata del Marzenego, poi sostituita da motori elettrici. Negli anni Cinquanta il signor Carpenedo, allora proprietario dell’ex mulino, tentò la trasformazione dell’edificio da uso artigianale a uso industriale, costruendo due silos. Nel 1957 cessò definitivamente ogni attività molitoria. Successivamente, l’edificio fu utilizzato per la produzione di energia elettrica destinata al servizio tranviario di Mestre. Durante i lavori di rettifica del fiume, effettuati dal Consorzio di Bonifica Dese-Sile, il corso d’acqua fu spostato di alcune decine di metri rispetto al fabbricato originario, che rimase così isolato dal flusso principale. L’attività molitoria cessò definitivamente nel 1972, segnando la fine di una tradizione secolare. Valore storico e territoriale Il Molino Gaggian costituisce oggi una memoria tangibile del paesaggio fluviale produttivo che caratterizzava la campagna mestrina. La sua vicenda riflette il passaggio dall’uso diretto dell’energia idrica alla completa elettrificazione, e documenta le trasformazioni del territorio legate alla modernizzazione idraulica e urbana del secondo dopoguerra. Oggi l’edificio è stato completamente rinnovato, tanto da risultare difficilmente riconoscibile. L’unico elemento storico superstite è la pietra consorziale. L’alveo del Marzenego, in quel tratto, è stato deviato verso sud di circa cento metri e incanalato tra due argini in calcestruzzo, riducendosi così a un semplice canale. Galleria Fotografica Molino Gaggian Bibliografia Carpenedo, G. (2014). Intervista a Guerrino Carpenedo. In Il Fiume Marzenego. Petizione per l’attuazione del Parco Fluviale del Marzenego. storiAmestre, 2020. Università Popolare di Mestre (2016). Kaleidos 27 — Mestre d’acqua. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Molino Ca’ Bianca – (Trivignano)
Molino Ca’ Bianca | Discovery Mestre Molino Ca’ Bianca Un antico molino a Trivignano Storia Il Molino Ca’ Bianca ha origini molto antiche: sembra che esistesse già nel 1085, quando era proprietà delle monache di Sant’Eufemia a Venezia. Nel 1568 l’edificio fu potenziato, ma divenne demaniale in seguito alle soppressioni napoleoniche del 1806. Nei secoli successivi il mulino passò da struttura molitoria a cartiera, subendo poi periodi di abbandono, pur conservando la sua memoria storica e produttiva nel territorio mestrino. Architettura L’edificio si sviluppa su due piani, con tetto a due falde e facciata in laterizio. Sul lato sud si conserva un piccolo bacino, in cui venivano convogliate le acque per far funzionare la ruota del mulino. Una pietra d’Istria con la data 1564 ricorda la sopraelevazione del fabbricato. La struttura, semplice ma funzionale, rappresenta un tipico esempio di architettura molitoria veneziana. Oggi Attualmente il Molino Ca’ Bianca è in stato di abbandono, ma rimane una preziosa testimonianza del sistema produttivo tradizionale della zona. L’edificio racconta la storia delle comunità agricole e dei mugnai che lo hanno utilizzato per secoli, conservando il legame tra le acque del Marzenego e l’economia locale. Galleria Fotografica Molino Ca’ Bianca (Google Maps) Ca’ Bianca lungo il fiume Marzenego (fonte Wikipedia) Molino Ca’ Bianca sul Marzenego Bibliografia I Mugnai di Zelarino. Il Fiume Marzenego. Martino, Emanuele (1985). I mulini del Marzenego. Il Marzenego. Uomoapedali.com. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Molino Scabello – (Trivignano)
Molino Scabello | Discovery Mestre Molino Scabello Un luogo della memoria vicino al Bosco omonimo Storia Il Molino Scabello, situato lungo la sponda sinistra del Marzenego a Trivignano, ha origini antiche, risalenti forse al XIII o XIV secolo. Nel 1533, al tempo della terminazione Zorzi, risultava di proprietà di Marin Negri ed era allora chiamato «molin rosso detto dal rio storto». Alla fine del XVI secolo subì un incendio e prese il nome di «molin brusado». Prima del 1607 l’edificio era già stato ricostruito e rialzato di circa tre piedi. Il 17 marzo 1674 il mulino fu tolto dai beni di Simon Negri e attribuito in pagamento di dote alla vedova Angela Milesi. Poco dopo, nel 1678, Giacomo Di Negri, canonico di Padova e parente della famiglia, istituì un deposito di 2.000 ducati per garantirsi il diritto di prelazione. Successivamente, il 24 luglio 1711, Di Negri rivendette il mulino a Gerolamo Moracca, alla cui famiglia rimase fino al 1794. In quell’anno il figlio Giovambattista Moracca lo cedette a Benedetto Tentori di Campo San Piero. Il mulino venne denunciato nel 1804 alla Congregazione delegata alle acque e registrato al catasto napoleonico dal figlio Stefano Moracca. All’epoca copriva 1,05 pertiche e si trovava nella località detta «al molinetto», vicino a una fornace. Successivamente passò ad Andrea fu Pietro e ai fratelli Vendramino e Pasquale fu Tommaso Cercato, detti Meni, che nel 1840 ne dichiararono una rendita di 246,92 lire. Dal 1859 risultò unico proprietario Andrea fu Pietro, cui seguì il figlio Angelo. Nel 1885 Angelo restaurò completamente il mulino, mantenendo in funzione una sola ruota e chiudendo l’altra bova con tavole. La proprietà passò infine al nipote Evaristo. Il 9 giugno 1890 il mulino fu venduto all’asta giudiziale e acquistato dalla ditta Jacob Levi e figli di Venezia; pochi mesi dopo, il 10 settembre 1890, fu rivenduto per 432 lire a Girolamo Casarotto fu Valentino di Briana. Casarotto riattivò la seconda ruota, utilizzandola come segheria. Nel 1916 la proprietà passò a Ginevra Casarotto e Maria Pesce (usufruttuaria), quindi nel 1922 al figlio Silvio. Nel XIX secolo il mulino era noto come «Tarù» e si trovava nell’attuale via Molino Marcello, sulla strada che dalla via Gatta porta in via Tarù, all’altezza del ponte sul Dese. Il proprietario risultava un certo Moschini, mentre il conduttore era il mugnaio Giuseppe Cogo. Nel corso del tempo il mulino perse la sua funzione originaria a causa del declino della molitura a forza d’acqua nel primo Novecento. L’edificio fu quindi adattato a uso agricolo e residenziale. Architettura e impianto Il mulino era costruito in laterizio e comprendeva il corpo del mulino con la ruota idraulica, un’abitazione contigua e un piccolo portico rustico. Una relazione tecnica del 1891 descrive il mulino con una ruota di legno di 5 metri di diametro, larga però solo 0,62 m a causa della strettezza della gora. La bova che alimentava la ruota misurava 1,09 m. La seconda ruota, riattivata da Casarotto, azionava la segheria ospitata nell’edificio sulla sponda sinistra del canale. L’impianto era alimentato dalle acque del Marzenego, un fiume che ha sostenuto per secoli un’intensa attività molitoria nella zona. Lungo il corso del fiume, oltre al Molino Scabello, si trovavano altri mulini come Ca’ Bianca, Ronchin, Gaggian e Fabris, che testimoniano l’importanza storica dell’attività molitoria nella zona. Il molino oggi Attualmente il Molino Scabello è in stato di degrado. L’antica segheria è tuttora esistente, sebbene inattiva, e conserva parti del macchinario. L’edificio sulla sponda destra, gravemente danneggiato nel 1966 (probabile cedimento delle fondazioni), è oggi suddiviso in due unità abitative. Sono ancora visibili la pietra consorziale, la gradinata per accedere al fiume e, sul muro, i due fori che accoglievano gli assi delle ruote. Nonostante le condizioni di degrado, il sito è stato oggetto di interventi per migliorarne la fruibilità, come la posa di un ponte di legno nei pressi del mulino, che ha risolto un significativo problema di interruzione del percorso agricolo che collegava Zelarino da nord e Olmo e Maerne da ovest. La memoria storica del mulino è mantenuta viva attraverso iniziative locali e la documentazione storica. Galleria Fotografica Molino Scabello (Google Maps) Molino Scabello Molino Scabello (immagini dal web) Bibliografia Per una storia del mulino (Alessandra Sambo) — I Mulini del Marzenego (Luigino Casarin). I mugnai di Zelarino. Il Fiume Marzenego. Gallery: il ponte al Molino Scabello. Il Fiume Marzenego. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Molino Ronchin (Zelarino)
Molino Ronchin | Discovery Mestre Molino Ronchin I molini sul Marzenego Storia Il Molino Ronchin di Zelarino è una delle testimonianze più significative del sistema molitorio che un tempo animava le rive del fiume Marzenego. Situato in via Molino Ronchin, nella zona di Zelarino, il mulino ha una storia che affonda le radici nel Medioevo: forse già documentato nel 1176 come proprietà di Otolino da Mestre, il 20 maggio 1373 venne acquistato da Ludovico e Pellegrino Marcheselli da Rimini all’Avogaria di Comun. Successivamente passò al pio luogo della Ca’ di Dio. Il 23 dicembre 1737 Lorenzo Pezzana lo comprò al pubblico incanto. Nel dicembre del 1786 fu nuovamente incantato, a titolo oneroso, tra i beni del fu Niccolò Pezzana; lo acquistarono Gerolamo e Francesco Battaia fu Zuanne. Nel febbraio del 1788 Lorenzo Pezzana vendette mezzo mulino a Giovambattista Paganello. A due ruote (0,25 pertiche), con casa colonica parziale di 1,30 pertiche, in periodo napoleonico era di Giuseppe Paganello fu Giovanni; gli successe, prima del 1846, Agostino Fapanni fu Francesco (rendita 266,40 lire). Nel 1855 passò a Domenico, Antonio e Pietro Fornoni fu Giovanni e Francesco Fapanni e fratelli, quindi nel 1882 a Giacomo Da Lio fu Ambrogio. L’8 marzo 1890 fu denunciato dalla Compagnia delle acque per l’Estero, dalla quale nel 1922 passò a Giovanni Giuseppe Pezzato. Storicamente era conosciuto come mulino «Garofolo», condotto dal mugnaio Da Lio Giovanni, e lavorava solo ad acqua, con una produzione di frumento e granoturco regolata dalle stagioni e dalle piene del fiume. Nel XIX secolo entrò nella disponibilità della famiglia Ronchin, da cui prese il nome attuale. Attivo fino al 1966, fu poi spogliato e usato come deposito. Il laghetto ai suoi piedi divenne luogo di ritrovo e di balneazione. Oggi l’edificio è adattato a uso residenziale e artigianale, pur conservando gran parte dell’impianto originale. Architettura e impianto Il Molino Ronchin conserva le caratteristiche tipiche dei molini veneti: corpo principale in mattoni a due piani, copertura a doppia falda e annessi rustici destinati a deposito e stalla. All’esterno restano il salto d’acqua, lo stramazzo, la pietra Zorzi, quella consorziale e i fori degli assi delle due ruote. È confinante con Villa Barbarich-Fowel-Torella di Romagnano, costruzione cinquecentesca a due piani e soffitta con porticato. All’interno sono ancora visibili tracce della ruota idraulica e delle canalizzazioni originarie, testimonianza dell’ingegnosità del sistema di derivazione delle acque. Funzionamento e produzione storica Tutti i mulini della zona disponevano di due palmenti e lavoravano solo durante i periodi di acqua sufficiente, soffrendo delle secche o delle piene del fiume. Il pagamento del lavoro era riscosso sia in denaro sia in natura. Documenti storici indicano che il mulino Garofolo (oggi Ronchin) macinava circa 1.286 quintali di frumento e 11.845 quintali di granoturco, pagando tasse sul macinato pari a 2.300 lire annue. Conservazione e valorizzazione Oggi il Molino Ronchin, assieme al Molino Gaggian, Ca’ Bianca, Scabello e al Molino Fabris, è considerato un bene di memoria rurale e protoindustriale, testimone dell’evoluzione economica e ambientale del territorio tra i fiumi Dese e Marzenego. La sua conservazione è fondamentale per comprendere le trasformazioni del paesaggio e delle attività produttive locali nel corso dei secoli. Galleria Fotografica Ruderi del Molino Ronchin a Zelarino (1965) La ruota del molino Il molino in un’immagine d’epoca Molino Ronchin sul Marzenego Bibliografia Per una storia del mulino (Alessandra Sambo) — I Mulini del Marzenego (Luigino Casarin). Cappellari, Carlo. 200 — Il ritorno al Molino Ronchin. I mugnai di Zelarino. Il Fiume Marzenego. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.