Scoprendo l'arte mestrina
Giuseppe Urbani de Gheltof: un museo a Mestre
Giuseppe Urbani De Gheltof | Discovery Mestre Giuseppe Urbani De Gheltof Un artista che sognava il Museo di Mestre Biografia Giuseppe Urbani De Gheltof (Venezia, 11 dicembre 1899 – Mestre, 26 febbraio 1982), pittore, architetto e archeologo, si trasferì a Mestre nel 1912 e dedicò gran parte della vita alla pittura (con tecniche come pastello, cera e olio), alla ricerca storica-archeologica sui reperti della terraferma veneziana e soprattutto al sogno di creare un museo per Mestre. Discendente dai Gheltof (nobilitati a Venezia nel 1697 con 100.000 ducati per la Guerra di Morea) e dagli Urbani (stirpe di pittori svizzeri, tra cui Andrea Urbani), ereditò dallo zio Giuseppe Marino Spiridione (vicedirettore del Museo Correr) la passione per la ricerca archivistica e antiquaria. Carriera artistica e riconoscimenti Il percorso artistico di Urbani De Gheltof iniziò ufficialmente nel 1925 con l’esordio a Ca’ Pesaro, seguito dalla partecipazione alla XV Internazionale d’Arte nel 1926. Durante gli anni ’30 espose diverse volte alla Biennale di Venezia, consolidando una carriera che lo vide vincitore di numerosi premi, tra cui il Michetti, il Ramazzotti nel 1957 e il premio Mestre nel 1958 e 1968. Sebbene fosse attento alle avanguardie del suo tempo, la sua produzione pittorica rimase ancorata alla tradizione, prediligendo piccoli formati, scorci agresti e vedute di Mestre eseguiti a olio o pastello con un tocco vibratile. Tra le sue opere si annoverano decorazioni per la Biblioteca Civica di Mestre e numerose commissioni per il barone Monti. Le sue esposizioni toccarono importanti centri italiani come Milano, Padova, Trieste e la Bevilacqua La Masa a Venezia. Insegnamento e impegno culturale a Mestre Urbani De Gheltof affiancò all’attività artistica una lunga dedizione all’insegnamento del disegno, ricoprendo inizialmente il ruolo che era stato di suo padre presso la Scuola d’Arte Vetraria di Murano. Successivamente, divenne docente e in seguito direttore della scuola media statale “Napoleone Ticozzi” di Mestre. Il suo profondo legame con la città si manifestò in un’assidua partecipazione alla vita culturale, che gli valse negli anni ’60 una medaglia d’argento come “Artista e cultore di storia cittadina”. La sua personalità è stata descritta dai contemporanei come quella di un uomo magro, dai tratti regolari e dallo spirito “raggiante, ilare ed eccitato”, caratterizzato da un entusiasmo talvolta invadente ma sempre guidato da un’indole candida e orgogliosa. Enrico Emanuelli (1948, XXIV Biennale) lo descrisse magro, capelli brizzolati, “raggiante, ilare, eccitato”, con entusiasmo contagioso: distribuiva biglietti da visita autocreati con disegni colorati e indicava l’opera con l’indice teso. L’attività di raccolta archeologica e il progetto museale Il 25 gennaio 1950 propose al Prosindaco la creazione della “Raccolta di memorie storiche di Mestre e terre circonvicine” (che diede vita all’”Istituto Museo per Mestre e le Terre Circonvicine”), una struttura ottocentesca concepita per documentare la storia locale dal Neolitico al 1900 attraverso pietre, libri, scritti, armi e altri oggetti. Nel 1960 la collezione superava i 7.000 pezzi, accumulati grazie a donazioni, depositi istituzionali e soprattutto ai recuperi personali del professore nei cantieri e nelle demolizioni, dove salvava reperti altrimenti destinati alla distruzione. La Raccolta di Giuseppe Urbani De Gheltof: Struttura e Contenuti La collezione fu concepita con una struttura sistematica di stampo ottocentesco per documentare la storia della terraferma dalle epoche remote fino al 1900. Le sei sezioni includevano veri pezzi di prestigio per la storia di Mestre: Pietre: sezione dominante con il pilo romano porta bandiera (scuola De Amicis), il leone alato trecentesco della Torre Belfredo e il monumentale capitello romano in marmo di Paros (San Girolamo, 1953). Urbani eseguì calchi in gesso e schizzi di lapidi, stemmi, sigilli sepolcrali e patere. Libri: includeva l’intero archivio antico della Pia Casa di Ricovero (1302-1800) e la mappa topografica del 1796 di Antonio Patron, documento chiave per la città pre-moderna. Arte: comprendeva la statua di Santa Caterina (XV secolo) e affreschi staccati e salvati: cinquecenteschi dalla “Casa del Papa” e quattrocenteschi dalla chiesa di San Rocco. Armi: cimeli bellici tra cui palle di cannone del 1848 e armi neolitiche in pietra da Sambruson. Miscellanea: tronchi palafitticoli millenari (scavi Coin/Barche, 1961-62), collezione preistorica Vanuzzo di Sambruson, ossa (incluso “bue primigenio”), monete romane, ceramiche, vetri, paste vitree e tripodi. Contemporanea: opere donate da Alberto Viani e Gigi Candiani, documenti Risorgimento, fotografie ottocentesche di Mestre, manoscritti garibaldini. Il metodo era pignolo: notizie trascritte su minuscole strisce di carta incollate su supporti di fortuna; frequenti sopralluoghi in cantieri per salvare reperti destinati alla distruzione. Il deterioramento dei rapporti istituzionali Il progetto, pur partito con una certa considerazione istituzionale, fu segnato da una crescente tensione tra la dedizione personale di De Gheltof e l’inerzia o l’ostruzionismo degli enti. Il rapporto con le istituzioni si deteriorò progressivamente, sfociando in scontri aperti e accuse pesanti sui metodi adottati. Particolarmente critico fu il conflitto con la Pia Casa di Ricovero: dopo aver concesso l’accesso all’archivio storico, nel 1965 il consiglio d’amministrazione accusò formalmente lo studioso di aver danneggiato la documentazione antica. Secondo i diari del professore, per fotografare e riordinare le pergamene aveva tagliato le rilegature originali in cuoio e staccato i fogli per disporli in un ordine cronologico personale – pratica giudicata inaccettabile e lontana dai criteri moderni di conservazione. Il punto di rottura definitiva con il Comune di Venezia arrivò il 12 agosto 1964: senza preavviso, l’Amministrazione cambiò le serrature dei magazzini di via Vivaldi e via Gozzi, escludendo De Gheltof dall’accesso ai reperti che aveva raccolto e custodito volontariamente per anni. Il gesto fu percepito come un tradimento delle promesse iniziali degli anni ’50; il professore rispose con denuncia ai Carabinieri per manomissione, sospettando un tentativo del Comune di impossessarsi del materiale per gestirlo autonomamente. Anche con il Centro Studi Storici di Mestre emersero frizioni: nella seconda metà degli anni ’60 l’associazione collaborò con il Comune per allestire prime bacheche nel Municipio, iniziativa che De Gheltof interpretò come un tentativo di emarginarlo dal ruolo di unico promotore del museo. L’amarezza crebbe quando, in riunioni ufficiali sull’imminente realizzazione del museo, il suo nome non venne nemmeno menzionato, nonostante quindici anni di lavoro e risorse personali per oltre settemila pezzi. Questi scontri incrociati segnarono la fine della fase attiva del progetto, lasciando la collezione in uno stato di abbandono nei magazzini comunali. Che fine ha fatto: decenni di negligenza e dispersione Nonostante sussidio comunale (30.000 lire nel 1952) e promessa del Palazzo della Provvederia, la raccolta non ebbe mai sede stabile: scuola Ticozzi → via Vivaldi (1953) → via Gozzi, Ca’ Marcello, Villa Querini → magazzino “Cipros”. Il 12 agosto 1964 il Comune cambiò le serrature senza preavviso, escludendo Urbani dai materiali raccolti. Dopo la morte di Giuseppe, avvenuta nel 1982 per le conseguenze di un incidente stradale, il fratello Giacomo (scultore e architetto, 1906-1998) cercò invano di preservare la memoria e la collezione. Purtroppo i danni si rivelarono irreparabili: un sarcofago romano da 1,5 tonnellate fu tagliato a metà e riutilizzato come base per un pozzo in Villa Querini, un sigillo del XIV secolo venne distrutto da vandali, i preziosi tronchi neolitici marcivano nel fango del magazzino “Cipros”, e un pluteo del IX secolo finì sepolto tra macerie e ossa. Un’ispezione del 1979 accertò la sparizione di circa venti reperti da Villa Querini, mentre l’intera collezione numismatica – documentata fotograficamente dallo stesso Urbani – risultò scomparsa. Negli anni ’90 due tesi di laurea promosse dall’Università Ca’ Foscari per catalogare il materiale (ormai trasferito nel Rione Pertini) si arenarono perché il Comune non fornì mai nemmeno un semplice lavandino per pulire i reperti dalla sporcizia accumulata. Oggi una parte della raccolta, in particolare i reperti di Sambruson, è stata trasferita a Dolo nel 2001; il resto giace ancora nei depositi di via Gagliardi/Pertini, in attesa di un progetto museale che resta fermo da decenni. L’eredità tra entusiasmo e oblio I pezzi di maggior prestigio – pilo romano, leone trecentesco, capitello Paros, archivio Ricovero, tronchi millenari, affreschi staccati – restano simboli di radici profonde negate dall’incuria. Un “museo-fantasma” che testimonia un’identità mestrina inseguita con passione individuale, ma mai pienamente istituzionalizzata. Nell’agosto 2020 l’assessore Paola Mar ha inaugurato una targa in sua memoria, intitolando a Giuseppe Urbani De Gheltof il parchetto situato alla fine di via Manin, dietro il Centro Culturale Candiani. A lui sono state dedicate due mostre in città: la prima presso la Banca Fideuram di Riviera XX Settembre a Mestre, intitolata “Un sognatore fuori dal tempo”; la seconda presso la Galleria D.E.M. . Bibliografia Nicoletta Consentino, Un museo per Mestre: storia di un’idea (Centro Studi Storici di Mestre) Galleria Immagini Giuseppe Urbani de Gheltof in una foto d’epoca Apoteosi di Mestre, affresco nel soffitto della sala matrimoni del Palazzo della Provvederia Descrizione Autografa del Quadro “Apoteosi di Mestre”, datami dalla famiglia Santo, olio su tela di Giuseppe Urbani de Gheltof Presso ai Maranzani, opera di Giuseppe Urbani de Gheltof Il Critico Siro Perin e l’opera Fanciulla con fiocco, (1926) A Giuseppe Urbani de Gheltof è stato intitolato un parco nel centro di Mestre (Il Gazzettino, 18 agosto 2020) Mostra “Un sognatore fuori dal tempo” dedicata all’artista tenutasi nel 2013 presso BANCA FIDEURAM (Villa Toniolo), Riviera XX Settembre, 22 – Mestre L’Apoteosi di Mestre, Palazzo della Provvederia nella sala della Provvederia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). 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Da Canaletto al Bellotto: Piazza Barche nei quadri dei grandi
Piazza Barche e i grandi vedutisti: Mestre dipinta da Canaletto e Bellotto | Discovery Mestre Piazza Barche e i grandi vedutisti Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. Piazza Barche nel XVIII secolo Piazza Barche nel XVIII secolo fu un punto nevralgico della storia della Serenissima che aveva in essa un centro di scambio di merci fra Venezia e l’entroterra. Un porto intermodale come si chiamerebbe oggi dove la merce arrivava con carrozze trainate da cavalli e veniva spedita a Venezia attraverso il Canal Salso. Qui arrivavano le merci provenienti da più direttrici e qui in quel periodo sorsero anche la villa Durazzo e il Teatro Balbi. Forse il periodo storico più florido per Mestre. Tre quadri raccontano Piazza Barche I tre quadri che rappresentano Mestre sono stati realizzati dal Canaletto, da Bernardo Bellotto e da un autore quasi contemporaneo che copiò il Canaletto e raffigurano Piazza Barche così come appariva all’epoca. In essi si può vedere l’antica edicola votiva posta alla testa del Canale, la Posta in cui venivano accolti e cambiati i cavalli dei corrieri e gli edifici che si affacciavano sul Canal Salso. Le barche ormeggiate lungo il canale aspettano la merce destinata a Venezia o la portano da Venezia per essere venduta nell’entroterra. Le persone raffigurate sono eleganti e ciò si può capire che la piazza accoglieva persone di ogni estrazione sociale. Senz’altro per meritare questa attenzione da parte di pittori così importanti per l’epoca come il Canaletto e suo nipote il Bellotto quest’area di Mestre deve essere stata fra le più importanti d’entroterra veneziano. L’opera del Canaletto è stata realizzata all’incirca nel 1740 ed è di proprietà della Bemberg Fondation di Tolosa, mentre l’opera attribuita a suo nipote il Bellotto è di proprietà di un collezionista privato che vive in Gran Bretagna. Vi è poi la terza opera che è definita opera posteriore al Canaletto e che ne riproduce la raffigurazione che l’artista veneziano dava di Piazza Barche. Perché i grandi vedutisti dipinsero Mestre Nel Settecento la veduta, cioè la rappresentazione fedele e topograficamente riconoscibile di luoghi e città, divenne uno dei generi più richiesti della pittura veneziana. I protagonisti furono Antonio Canal, detto il Canaletto, e suo nipote Bernardo Bellotto, capaci di restituire con precisione quasi fotografica scorci urbani, canali e architetture. Le loro tele erano molto ambite dai viaggiatori stranieri, soprattutto inglesi, che durante il Grand Tour acquistavano vedute come prezioso ricordo del viaggio in Italia. In questo contesto, l’attenzione rivolta a Mestre e alla sua Piazza Barche non è casuale: significa che quel piccolo porto di terraferma, snodo dei traffici fra Venezia e l’entroterra, era considerato un soggetto degno della grande pittura, alla pari di scorci ben più celebri della laguna. Le tre opere La prima opera è la Vista di Mestre di Canaletto, databile intorno al 1740, oggi conservata alla Fondation Bemberg di Tolosa (inventario 1010). È un olio su tela che mostra l’approdo del Canal Salso animato da imbarcazioni e figure, con gli edifici della testata del canale e l’antica Posta. Negli ultimi anni l’opera ha viaggiato in mostre internazionali dedicate alla collezione Bemberg, segno del prestigio che le viene riconosciuto. La seconda opera, La riva delle Barche e l’Antica Posta, è tradizionalmente attribuita a Bernardo Bellotto e appartiene a un collezionista privato in Gran Bretagna. Rispetto alla veduta del Canaletto mostra un assetto più tardo degli edifici, con dettagli architettonici che, come vedremo, hanno fatto sorgere dubbi sull’effettiva paternità dell’opera. La terza opera, Mestre alle Barche, è una versione realizzata da un autore successivo che riprese e riprodusse la composizione del Canaletto. La pratica di copiare le vedute dei maestri era diffusa nel Settecento: le repliche soddisfacevano la forte domanda di immagini di città italiane da parte dei viaggiatori, e oggi documentano la fortuna e la circolazione di quelle composizioni. Un dubbio sull’attribuzione a Bellotto Proprio sull’opera attribuita a Bernardo Bellotto è doveroso segnalare un’ipotesi più recente. Secondo gli autori del volume Mestre. Architetture nel tempo (Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin), il dipinto raffigurante la Riva delle Barche e l’Antica Posta non sarebbe in realtà opera di Bellotto. La veduta sembra infatti posteriore di oltre vent’anni rispetto a quelle del Canaletto, e mostra un edificio, il magazzino doganale con il portale ad arco trionfale, che fu costruito solo nel 1766: a quell’epoca Bellotto si era da tempo trasferito all’estero, lontano dall’Italia. L’attribuzione tradizionale al «nipote del Canaletto», dunque, resta secondo questi studiosi tutta da verificare. Galleria fotografica “La riva delle Barche e l’Antica Posta” (attribuito a Bernardo Bellotto, 1721–1790 – Collezione Privata) “Vista di Mestre” – Canaletto (Bemberg Fondation Toulouse – ca 1740) “Mestre alle Barche” Autore successivo al Canaletto vissuto nel XVIII secolo Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il mito di Ercole a Mestre: “Ercole e il Leone di Nemea” a Villa Querini
Statua di Ercole a Villa Querini | Discovery Mestre Statua di Ercole a Villa Querini La leonté del Leone di Nemea e il mito di Ercole La statua di Ercole a Villa Querini A Villa Querini è presente una statua raffigurante Ercole, posta esattamente sopra una delle due colonne di ingresso della Villa. Ercole è rappresentato mentre indossa la pelle del Leone di Nemea: è in piedi, tiene la pelle del leone come una veste attorno al bacino e sulle spalle, mentre la testa appare poggiata sul fianco sinistro. Tale pelle di leone prese il nome di leonté e rese Ercole invincibile. Da notare che sulla spalla destra tiene la clava con cui lo aveva ucciso. Il mito del Leone di Nemea Il leone apparteneva a Era, che lo aveva cresciuto sulle colline attorno alla città di Nemea, luogo dove terrorizzava e assaliva la gente. Fu cacciato e ucciso da Eracle, che, giunto nei pressi della sua dimora, cercò invano di trafiggerlo con arco e frecce: avendo la pelliccia invulnerabile, il leone non subì ferite. Eracle lo aggredì allora a colpi di clava e, per difendersi, il leone fuggì in una caverna con due uscite; Eracle ne bloccò una e continuò ad assalirlo dall’altra. Intrappolato, fu raggiunto e stretto al collo con un braccio fino a essere soffocato a morte. Eracle poi se lo caricò sulle spalle e lo portò a Cleone. In seguito scuoiò il leone e ne indossò la pelliccia, ottenendo una difesa invincibile per le nuove imprese che avrebbe affrontato. Il Leone Nemeo fu posto da Zeus tra i segni dello zodiaco, dove formò la costellazione del Leone. Galleria Immagini Ercole indossa la leonté — statua di Girolamo Albanese a Villa Querini Antonio del Pollaiolo – Ercole e l’Idra (Ercole indossa la leonté) Bibliografia Parte di quanto riportato deriva dall’omonima pagina di Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Luigi Candiani
Luigi Candiani | Discovery Mestre Luigi Candiani Paesaggista impressionista mestrino Luigi Candiani, noto come Gigi (Mestre, 5 luglio 1903 – Mestre, 14 settembre 1963), è stato un rinomato pittore italiano, celebre per i suoi paesaggi veneti intrisi di atmosfere impressioniste. La sua carriera artistica iniziò presso la scuola d’arte Ticozzi di Mestre, sotto la guida del maestro Giuseppe Urbani De Gheltof. Nel 1926 partecipò alla sua prima mostra d’arte nella città natale. Dal 1929 al 1963 fu presente a tutte le mostre collettive organizzate dall’Opera Bevilacqua La Masa e prese parte a prestigiose rassegne, tra cui quattro edizioni della Quadriennale di Roma e tre edizioni dell’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, ottenendo numerosi riconoscimenti. Nel 1953 si aggiudicò, ex aequo, la terza edizione del Premio Burano con l’opera Riflessi verso sera. I suoi dipinti si concentrano prevalentemente su paesaggi — in particolare della Laguna e del Veneziano, ma anche del Trevigiano, del Padovano e del Vicentino — con evidenti richiami allo stile impressionista. Caratteristica distintiva delle sue opere è l’uso di strutture portanti in rosa e azzurro, che negli ultimi anni della carriera si tinsero di tonalità più grigie. Dopo la sua morte, numerose retrospettive in Italia e all’estero hanno celebrato il suo contributo artistico. A Mestre il suo nome è ricordato attraverso una piazza e il Centro Culturale Candiani, situato nella stessa piazzetta vicino a Piazza Erminio Ferretto. Nel 2013 il critico d’arte Alain Chivilò ha pubblicato la monografia Tessere di vita, che per la prima volta analizza in profondità la vita e l’opera di Candiani, evidenziando gli elementi distintivi della sua pittura lirica e delicata. Nel 2016 Chivilò ha curato una seconda monografia, Gigi Candiani. Atmosfere Rarefatte (192 pagine), con documenti, foto inedite e un’ampia selezione di disegni e oli. Galleria Immagini Luigi Candiani (1903–1963) — Marina con Barche a Vela Il Centro Culturale Candiani in Piazzetta Candiani, vicino a Piazza Erminio Ferretto Piazzale Candiani Bibliografia Parte del testo è tratta dalla voce Luigi Candiani su Wikipedia. Chivilò, Alain. Tessere di vita, 2013. Chivilò, Alain. Gigi Candiani. Atmosfere Rarefatte, 2016. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Antonio Lazzari
Antonio Lazzari | Discovery Mestre Antonio Lazzari Maestro mestrino dell’acquatinta Antonio Lazzari (Mestre, 19 settembre 1798 – Venezia, 10 novembre 1834) è stato un disegnatore e incisore italiano, considerato — nonostante la sua giovane età — un maestro nella tecnica dell’acquatinta, con la quale realizzò la gran parte delle sue opere artistiche. Instradato agli studi di architettura e ingegneria a Venezia, dopo la morte prematura del padre dovette provvedere ben presto a se stesso. I suoi maestri d’arte furono Mazzani nell’ornato, Selva nell’architettura civile, Davide Rossi nella tecnica prospettica, Matteini negli elementi di figura e Cipriani nell’arte dell’intaglio. A 27 anni si dedicò esclusivamente alle incisioni all’acquatinta, raggiungendo — praticamente da autodidatta — livelli di perfezione molto apprezzati già all’epoca, sebbene il lavoro intenso aggravasse la malattia che lo portò alla morte a soli 36 anni. Si distinse nelle vedute di Venezia e di altre località del Veneto. Le sue realizzazioni sono per lo più contenute in pubblicazioni per le quali curava la parte grafica, tra cui si ricordano: Le fabbriche più cospicue di Venezia misurate, illustrate, ed intagliate dai membri della veneta reale accademia di belle arti — Venezia, Alvisopoli, 1815–1820. Il monumento a Canova eretto in Venezia — Venezia, Alvisopoli, 1827. Vedute prospettiche degli interni de’ migliori tempi e delle situazioni più pittoresche della città di Venezia disegnate da Andrea Tosini ed incise all’acqua tinta da Antonio Lazzari — Venezia, 1829. De Feller, Francesco Saverio. Dizionario storico ossia Storia compendiata degli uomini memorabili per ingegno, dottrina, virtù, errori, delitti, dal principio del mondo fino ai nostri giorni. Prima traduzione italiana sulla settima edizione francese, con notabili correzioni ed aggiunte — Venezia, Girolamo Tasso. La R. Basilica di S. Marco: esposta in sei tavole disegnate ed eseguite all’acquatinta da Antonio Lazzari, compendiosamente descritta nelle due lingue italiana e francese da Giuseppe Piazza — Venezia, Deposito dell’opera di S. Felice, 1833. Basilica di San Marco vista dalla porta maggiore. Acquatinta Ant. Lazzari Dis. e Inc. 1833 — Venezia, S. Felice n. 3834. Itinerario interno e delle isole della città di Venezia: inciso e descritto in 4 parti — Venezia, Alvisopoli, 1836. Ad Antonio Lazzari è dedicata la via che porta da Piazza XXVII Ottobre a Via Cristoforo Colombo. Galleria Immagini Veduta della Zecca e del Giardino Imperiale Collezione dei più pregevoli Monumenti sepolcrali della città di Venezia e sue isole Aurora legalis Via Lazzari, dedicata ad Antonio Lazzari Bibliografia Parte del testo è tratta dalla voce Antonio Lazzari su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
L'”Ercole e Lica” di Villa Erizzo
L’Ercole e Lica di Villa Erizzo | Discovery Mestre L’Ercole e Lica di Villa Erizzo Le ultime tre statue di un maestoso giardino L’Ercole e Lica di Canova a Villa Erizzo A gennaio 2020, durante una visita a Villa Erizzo, scoprii che fra le tre statue presenti nel cortile interno vi era una riproduzione dell’Ercole e Lica di Antonio Canova. La scultura di Canova mi aveva impressionato quando, nell’estate precedente, visitai la Gypsoteca di Possagno, mentre l’opera originale si trova alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Pensare che una riproduzione del Canova sia lì, sola e misconosciuta, è davvero triste — e per questo ne chiedo la valorizzazione. Breve storia dell’opera originale L’opera fu commissionata da Onorato Gaetani dei principi d’Aragona nel marzo del 1795. Il gruppo marmoreo rappresenta una vicenda tratta dai poeti antichi: Ercole, impazzito dal dolore procuratogli dalla tunica intrisa del sangue avvelenato del centauro Nesso, scagliò in aria il giovanissimo Lica, che, ignaro, gliel’aveva consegnata su ordine di Deianira. Dopo varie vicissitudini, l’opera fu acquistata dal banchiere romano Giovanni Raimondo Torlonia nel 1800. Il gruppo marmoreo fu completato nel 1815, anno in cui fu posto dal proprietario in un’esedra del proprio palazzo, illuminato con luce zenitale. Eracle inviò Lica a Eraclea Trachinia affinché recuperasse una veste prodigiosa. Ebbe da Deianira la veste intrisa del sangue di Nesso, che la donna pensava fosse un potente filtro d’amore, come le aveva raccontato lo stesso Nesso morente; in realtà si trattava di un veleno molto potente. Deianira se ne accorse in ritardo, osservando la fine di una goccia caduta a terra, ma non riuscì ad avvertire in tempo Eracle del pericolo imminente. L’unguento di cui era intrisa la veste era avvelenato con il sangue del mostro Idra di Lerna. Dopo che Eracle ebbe indossato la veste, fu travolto da un dolore insopportabile, che lo accompagnò fino alla morte. Pensando che il giovane Lica lo avesse avvelenato, lo prese e lo scagliò giù dal promontorio. Ovidio narra una diversa fine di Lica: scagliato nel mare d’Eubea, fu tramutato in roccia. Una leggenda racconta invece che Lica si divise in mille pezzi, dando origine alle isole del mar Egeo. Galleria Fotografica La copia dell’Ercole e Lica di Canova presso Villa Erizzo L’Ercole e Lica di Canova — Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma Approfondimenti Villa Erizzo nel cuore di Mestre Villa Erizzo: il sacrificio di una grande realtà Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre Villa Erizzo: breve storia e architettura L’«Ercole e Lica» di Canova a Villa Erizzo? Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Alessandro Pomi
Alessandro Pomi | Discovery Mestre Alessandro Pomi Il grande pittore mestrino del Novecento La formazione e l’attività artistica Alessandro Pomi (Mestre, 1890 – Venezia, 1976) si formò presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia sotto la guida di Ettore Tito (1859–1941). Continuò la sua formazione con viaggi in Germania e soprattutto soggiornando a Firenze e Roma. Iniziò la sua attività legandosi alla tradizione accademica della figura, fortemente influenzato dal tonalismo veneto, per poi rapportarsi positivamente con gli esponenti della Secessione di Ca’ Pesaro, dove aprì uno studio dal 1910 fino alla fine della Prima Guerra Mondiale. Vi espose negli anni 1914, 1922, 1924, 1928, 1930, 1932, 1934, 1936, 1940, 1942 e 1948. Nel 1911 partecipò all’Esposizione Internazionale di Roma. Influenzato da Tito, Pomi pose lo sguardo sulla vita quotidiana di Venezia, evolvendo il suo tratto pittorico nel tempo. Negli anni Venti predilesse partecipare al Circolo Artistico del Ponte della Paglia, collaborando con artisti come Lino Selvatico, Cosimo Privato e Umberto Martina. L’erede simbolico di Ettore Tito Nel corso della sua carriera, Alessandro Pomi conquistò l’apprezzamento dei collezionisti veneti, diventando l’erede simbolico di Ettore Tito. Negli anni Venti tenne importanti mostre, tra cui una personale alla Galleria Pesaro di Milano nel 1928, dove fu elogiato dalla critica. Dal 1923 al 1950 partecipò all’International Exhibition of Paintings al Carnegie Institute di Pittsburgh, dove ottenne un Premio Popolare nel 1931, guadagnando notorietà anche in America. A Mestre realizzò gli affreschi sulla facciata del Cinema Excelsior in Piazza Ferretto e l’opera Trionfo di Apollo sul soffitto del Teatro Toniolo. Tra le sue opere spiccano anche le Stazioni della Via Crucis per il Duomo di Treviso, eseguite nella metà degli anni Trenta. Pomi continuò a esporre fino al 1948, per poi ritirarsi dagli anni Cinquanta in una vita intima e appartata, dipingendo scenette della quotidianità di evidente tradizione ottocentesca. Morì a Venezia nel 1976. Galleria Fotografica Fanciulla allo Specchio Susanna (1931), olio su tela Ritratto di Gentiluomo (Cesare Cecchini) Terzo affresco sulla facciata del Cinema Excelsior Secondo affresco sulla facciata del Cinema Excelsior Primo affresco sulla facciata del Cinema Excelsior Sera a Fusina (1924–1928), olio su compensato — Collezione FriulAdria Il Trionfo di Apollo — affresco al Teatro Toniolo Ritratto di Edmondo Matter Affreschi di Pomi in una sala concerti Autoritratto di Alessandro Pomi Riferimenti La poetica della luce in Laguna in alcune opere di Alessandro Pomi. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.