Mestre fra il settecento e l'ottocento

Fra splendore e rinascita: il Settecento e l'Ottocento

Fra splendore e rinascita: il Settecento e l'Ottocento
Villa Durazzo, opera di Giovanni David

Il Settecento mestrino si caratterizza per un fiorire di ville patrizie che punteggiano tutto il territorio dell'entroterra veneziano. Da Villa Duodo, poi Durazzo, fino a Villa Erizzo, il Terraglio e Via Miranese si affermano come le due direttrici privilegiate di questo straordinario sviluppo architettonico.

Nell'Ottocento Mestre scopre la propria autonomia da Venezia e avvia una profonda trasformazione strutturale e urbana. Il borgo, che per secoli aveva svolto la funzione di presidio difensivo e porta d'accesso alla Serenissima, si reinventa: nuove visioni industriali e una rinnovata urbanistica si intrecciano con le guerre d'indipendenza e le lotte per il controllo del territorio, ridisegnando l'identità e il volto della città.

Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio

La terra di Mestre: mille anni di storia nell’area del Castelvecchio | Discovery Mestre Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio Dal Castelvecchio all’Ospedale Umberto I Genesi e importanza strategica del Castelvecchio La storia del sito che oggi ospita il complesso dell’ex ospedale Umberto I di Mestre rappresenta una narrazione millenaria di trasformazioni urbanistiche, militari e sociali che definiscono l’identità profonda della città. Sebbene la tradizione storiografica locale, definita spesso come “vulgata”, suggerisca che la prima fortificazione sia sorta sulle vestigia di un antico castrum romano, le fonti precisano che tale ipotesi rimane esclusivamente un’ipotesi scientifica non verificata, poiché non sono mai state effettuate rilevazioni archeologiche nell’area in grado di confermare una genesi romana o la presenza di insediamenti di quell’epoca. La documentazione storica certa pone invece la nascita dell’insediamento fortificato nell’anno 994, quando l’imperatore Ottone III, attraverso un celebre Diploma imperiale, concesse il territorio di Mestre ai Conti di Collalto. In questo periodo arcaico, la città si strutturava attorno alla cosiddetta Isola di San Lorenzo, un lembo di terra dove il potere militare, rappresentato dal primo castello poi denominato Castelvecchio, e quello religioso, identificato nella Pieve di San Lorenzo, costituivano i due poli fondamentali della vita comunitaria. Tale assetto ricevette un’ulteriore legittimazione nel 1152, quando la bolla pontificia Justis fratrum di papa Eugenio III confermò al vescovo Bonifacio la proprietà della fortificazione, della pieve e del fondamentale porto di Cavergnago. La conformazione di questo primo nucleo difensivo è deducibile dall’analisi della cartografia storica, che evidenzia i segni degli antichi alvei del fossato alimentato dal fiume Marzenego. Questo sistema idraulico circondava l’abitato, sfruttando la naturale protezione offerta dal fiume a nord e dal percorso originario dell’antico Musone a sud. Le difese si evolsero nel tempo, passando da una primitiva palizzata lignea a una muraglia in pietra rafforzata da torri e porte munite di ponti, note come battifredo. Queste torri, originariamente realizzate in legno e ricostruite in pietra nel XIV secolo per resistere alle nuove macchine d’assedio, fungevano da punti di avvistamento e difesa dell’ingresso cittadino. Sulla loro sommità era posta una campana per dare l’allarme e spesso la struttura era allargata al primo piano per permettere alle guardie di compiere la ronda. All’interno di questo perimetro risiedeva il Capitano, un funzionario di nomina trevigiana incaricato della difesa militare della supervisione economica del territorio. Il Capitano gestiva la riscossione della muda, termine che deriva da “mutuare” o tassa, una gabella riscossa dal “mudaro” sul transito di merci e persone. Questa attività garantiva ai governanti entrate cospicue, poiché Mestre costituiva l’unico punto di raccordo terrestre obbligato tra la laguna veneziana e l’entroterra, trovandosi all’incrocio tra il Terraglio verso Treviso, la Castellana verso l’Impero d’Occidente e la Padovana verso Mirano. Il declino militare e la transizione agraria L’importanza strategica del Castelvecchio lo rese oggetto di frequenti attacchi da parte delle signorie che si contendevano il dominio sul Veneto, tutte desiderose di conquistare un avamposto capace di mettere in difficoltà la potenza di Venezia. Tuttavia, la struttura iniziò a mostrare segni di decadenza già nel XIII secolo, quando non era più all’altezza delle nuove tecniche belliche. Un evento di particolare gravità si verificò nel 1274, quando un vasto incendio distrusse gran parte della fortificazione e la residenza del patrizio veneziano Tommaso Querini, la cui famiglia era presente nell’area già da tempo. Tale episodio innescò una crisi diplomatica tra Venezia e Treviso, con quest’ultima che rispose alle richieste di risarcimento espellendo tutti i cittadini veneziani dal proprio territorio. Con la successiva costruzione del Castelnuovo, l’antica fortezza del Castelvecchio perse progressivamente la sua funzione primaria, venendo trascurata dalla Repubblica di Venezia che si limitò a riparazioni superficiali dopo la conquista guidata da Andrea Morosini. La vulnerabilità del sito emerse nuovamente durante la Guerra di Chioggia (1378-1381), quando Francesco da Carrara espresse la volontà di conquistare entrambi i castelli mestrini. Proprio da questo periodo storico alcuni fanno derivare i due soprannomi “Castelvecchio” e “Castelnuovo” ancora oggi in uso. La fine definitiva della fase castrense giunse nel 1434, quando le autorità veneziane decretarono la demolizione delle mura e il riutilizzo dei laterizi per nuove edificazioni cittadine. L’area interna, ormai priva di difese, fu destinata prevalentemente alla coltivazione agricola e affidata inizialmente al nobile Andrea da Mosto. In questo periodo si registrava ancora la presenza di una struttura signorile denominata Domus Magna e di alcune piccole abitazioni rurali, segnando il passaggio da centro di potere militare a zona di sfruttamento agricolo. Questa transizione fu favorita dalla fertilità dei terreni lambiti dal Marzenego, ma segnò anche l’inizio di una lunga fase in cui le vestigia medievali vennero gradualmente smantellate per recuperare materiale da costruzione per la nascente espansione urbana del borgo. L’epoca dei Canonici e l’Abbazia di San Giacomo Una nuova e significativa trasformazione ebbe inizio nel 1458, quando l’area del Castelvecchio appariva ormai ridotta a mura ed edifici abbandonati. Il 28 agosto 1458, il Doge Francesco Foscari indirizzò una lettera al Podestà di Mestre, Bartolomeo Pisani, chiedendo di concedere la struttura ai Canonici Regolari di San Salvador affinché vi edificassero un “recapito” per le loro faccende amministrative. Nacque così il Priorato di San Giacomo, la cui chiesa fu dedicata all’apostolo poiché si credeva custodisse una reliquia delle sue ossa. Questo insediamento religioso divenne un punto di riferimento non solo spirituale ma anche economico, poiché da qui il Priore poteva controllare le vaste proprietà dei canonici site nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban. La ricchezza derivante da queste proprietà consentì all’ordine persino di acquistare l’osteria del Cappello. I terreni circostanti furono affidati alla famiglia Querini e a vari coloni che trasformarono l’area in un polo di produzione agricola. Il prestigio dell’istituzione raggiunse il suo apice nel 1728 grazie all’iniziativa di Giovanni Santo Foscarini, priore di Mestre e cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Foscarini, sfruttando la sua influenza e l’amicizia con il Cardinale Francesco Barberini (o Bernini), riuscì a ottenere da Papa Benedetto XIII l’elevazione del priorato a rango di Abbazia il 26 aprile 1728. Tale promozione, compiuta senza il preventivo assenso della Serenissima o dei confratelli di San Salvador, generò tensioni politiche, ma fu infine accettata dal Senato veneziano il 10 settembre 1729. Tuttavia, l’esperienza abbaziale fu legata quasi esclusivamente alla figura di Foscarini, che rimase l’unico a ricoprire il ruolo di Abate prima di essere nominato Arcivescovo di Corfù nel 1732. Nonostante la partenza di Foscarini, il titolo di Abbazia restò formalmente attivo finché l’istituto religioso rimase operativo sul territorio. Attività produttive e insediamenti nobiliari Parallelamente alla vita religiosa del priorato, l’area del Castelvecchio mantenne per secoli una spiccata vocazione produttiva legata alla forza idraulica del fiume Marzenego. Lungo il Ramo delle Beccaria sorgeva infatti il Molino del Castelvecchio, una struttura essenziale per la molitura del grano e l’economia locale. Nel 1584, il patrizio Fedrigo Contarini tentò di ricostruire il mulino, all’epoca ridotto a rudere, proponendo di innalzare il salto d’acqua (l’antipetto) a due piedi e sei once per aumentare la potenza idraulica. Tuttavia, i periti della Repubblica di Venezia, Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo effettuato il 22 gennaio 1584, si opposero fermamente al progetto. Essi temevano che l’innalzamento del livello idrico avrebbe causato un ristagno prolungato delle acque nei campi vicini, favorendo il trasporto di sedimenti verso la laguna e minacciandone l’equilibrio idraulico strategico. Per tutelare la laguna, la richiesta fu respinta e il mulino non risorse mai più. Nello stesso periodo, l’area divenne meta di villeggiatura per la nobiltà veneziana. Tra le residenze più celebri vi era la Villa degli Zen, del Ramo di San Biagio, situata lungo il Marzenego nelle vicinanze del castello. La sua architettura era caratterizzata da quattro torri angolari che, secondo alcune interpretazioni, avrebbero dato origine al toponimo “Quattro Cantoni”, sebbene tale nome potrebbe riferirsi anche all’incrocio tra le aree di Carpenedo, Mestre, Perlan e Zelarino. Nel 1785, la proprietà degli Zen fu ceduta a privati — l’oste Andrea Drago e l’agrimensore Gio Batta Giuin — per essere trasformata in un’osteria e campi coltivati. La proprietà, estesa per circa cinque ettari, era collegata all’Abbazia di San Giacomo da un ponte e rimase un’attività molto redditizia fino alla demolizione dell’edificio avvenuta, secondo il Fapanni, nel 1818. Successivamente, nel 1850, sul sito dell’ex osteria fu eretto un “casino di villeggiatura” dalla nobildonna Alba Corner Balbi, noto come Villa Bandiera e dotato di una piccola torre, distrutto poi nel XX secolo per l’edificazione del quartiere San Paolo. La nascita della sanità pubblica e il lascito di Piero Berna Per tutto il XIX secolo, Mestre rimase priva di una struttura ospedaliera propria, costringendo i malati meno abbienti a trasferirsi a Venezia per ricevere cure presso l’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. Questa situazione gravava pesantemente sulle casse comunali, che dovevano rimborsare le spese di degenza. Nonostante vari tentativi di istituire un “ospedale pegli poveri” già nel 1838 sotto l’amministrazione asburgica, la cronica scarsità di fondi impedì la realizzazione di qualsiasi progetto concreto. Una prima risposta temporanea fu offerta dal dottor Giuseppe dalla Giusta, che allestì un ambulatorio provvisorio nel casino del Conte Gaspare Contarini dal Zaffo, portando sollievo ai più bisognosi in attesa di una soluzione definitiva. La svolta avvenne solo all’inizio del Novecento grazie alla determinazione del sindaco Jacopo Rossi, che istituì un comitato raccogliendo 50.000 lire per la costruzione di un nosocomio cittadino. L’opera fu resa possibile dallo straordinario gesto filantropico di Piero Berna, membro del comitato, che acquistò personalmente i terreni della famiglia Tozzi per la somma di 40.000 lire e li donò gratuitamente al Comune per permettere l’inizio dei lavori. Berna dovette farsi carico della presidenza dell’Opera Pia dopo il tragico suicidio del Conte Rossi nel 1904, causato dalla disperazione per infondate accuse di malversazione dei fondi raccolti. La costruzione fu affidata all’ingegnere Eugenio Mogno, che in tre anni completò il primo padiglione dotato di 32 posti letto e una sala operatoria. L’inaugurazione dell’ospedale Umberto I avvenne il 16 aprile 1906, alla presenza di un’equipe medica guidata dal professor Tullio Pozzan, a cui sarebbe stato successivamente intitolato il corpo centrale della struttura dopo la sua morte nel 1933. Nel 1908, la maestra Maria Berna donò 20.000 lire per la realizzazione di una chiesetta neogotica, progettata da Giorgio Francesconi, destinata alle suore e oggi sede della comunità ortodossa. Sviluppo dei padiglioni e impatto sociale Negli anni successivi, l’ospedale continuò a espandersi grazie a lasciti di privati come Elvira Tozzi Favier, Marini Missara e Zancanaro. Un contributo fondamentale giunse dall’imprenditore Cesare Cecchini, il quale lasciò in eredità 100.000 lire con la disposizione che gli interessi venissero utilizzati per ospitare gratuitamente anziani soli e indigenti durante i cento giorni del periodo invernale, dal 15 novembre a marzo. Per onorare tale lascito, il secondo padiglione dell’ospedale, completato nel 1915 lungo via Antonio da Mestre, fu intitolato proprio a Cecchini. All’interno di questo padiglione fu collocato nel 1922 un moderno impianto di radiologia acquistato tramite donazioni cittadine. L’ultima grande aggiunta storica fu il terzo padiglione, inaugurato nel 1935 lungo il Ramo della Beccaria e intitolato al dottor De Zottis. Questo edificio nacque come sanatorio per la cura della tubercolosi, sebbene la sua posizione vicino al macello cittadino sollevò inizialmente problemi per i cattivi odori. Nonostante la crescita, la posizione centrale dell’ospedale alimentò un lungo dibattito urbano. Il 17 aprile 1925, il sindaco e primario Paolino Piovesana propose di spostare l’Umberto I fuori dal centro, vicino a Borgo Pezzana, per realizzare un tubercolosario moderno. Tuttavia, la proposta fu bocciata dal consiglio comunale con 23 voti contrari, confermando la sede storica del Castelvecchio come fulcro della sanità mestrina. La presenza dell’ospedale impedì per decenni lo sviluppo di altre attività commerciali sui terreni limitrofi, mantenendo l’area dedicata esclusivamente alla funzione assistenziale. Dalla modernizzazione alla chiusura definitiva La seconda metà del Novecento ha visto l’ospedale Umberto I trasformarsi ulteriormente per adattarsi allo sviluppo demografico di Mestre, ormai divenuta il principale entroterra veneziano. Per rispondere alle nuove esigenze cliniche e tecnologiche, l’area è stata saturata con l’aggiunta di grandi monoblocchi inaugurati nel 1962, 1966 e 2003. Quest’ultima espansione, costata venti milioni di euro, rappresentò l’ultimo investimento significativo prima dell’ormai programmato trasferimento dei servizi sanitari fuori dal centro…

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Forte Marghera: il primo campo trincerato di Mestre

Forte Marghera | Discovery Mestre Forte Marghera Il primo campo trincerato di Mestre Forte Marghera: il primo campo trincerato di Mestre Il sito di Malghera e la scelta del terreno La posizione di Forte Marghera non fu casuale. Il sito prescelto sorgeva sull’area dell’antico borgo di Malghera (o Malgera), situato alla foce della Fossa Gradeniga, conosciuta anche come Canal Salso. Si trattava di una zona marginale della laguna, caratterizzata da canali, paludi e terreni soggetti a inondazioni, un ambiente di transizione fra la terraferma e le acque lagunari. Questo vincolo idraulico ebbe un ruolo determinante nella progettazione. I fossati del forte potevano essere alimentati dalle acque dei canali vicini, e il sistema di chiaviche consentiva, in caso di necessità, di regolare i livelli idrici e perfino di provocare allagamenti controllati. La fortificazione fu dunque innestata in un paesaggio idraulico preesistente, dove acqua e terra interagivano costantemente. La scelta di costruire in quest’area rispondeva a una duplice esigenza: garantire la protezione della laguna e controllare i passaggi fluviali e terrestri che collegavano Mestre a Venezia. Il sacrificio del borgo di Malghera L’edificazione del forte comportò la scomparsa del borgo di Malghera, che occupava da secoli la foce della Fossa Gradeniga. Qui si trovavano la chiesa del Santissimo Salvatore, alcune osterie, stalle, case coloniche e un piccolo porto attivo nel commercio fluviale. L’area era da sempre di interesse strategico per la Serenissima: già nel 1209, poco distante, era stata costruita la Torre di Palata o di San Giuliano, destinata al controllo delle imbarcazioni dirette a Venezia e alla riscossione dei tributi. Quando gli austriaci decisero di costruire la nuova fortificazione, l’intero borgo venne progressivamente demolito. La chiesa e altri edifici furono riutilizzati come strutture di servizio militare. L’antico ponte, trasformato in costruzione coperta, ospita oggi la Biblioteca di Forte Marghera. I documenti d’archivio, in particolare il fascicolo Stime sui fondi di Malghera e nozioni relative ai medesimi, conservato all’Archivio di Stato di Venezia, registrano i nomi dei proprietari dei terreni espropriati — tra cui i Marcello, i Colledani, la ditta Cornet e la Sanità Marittima — e le somme corrisposte per le cessioni. La costruzione del forte cancellò così un antico insediamento, sostituendolo con una nuova funzione: la difesa armata della laguna. La costruzione e il disegno architettonico La decisione di edificare una fortificazione in quest’area risale al 1805. Il progetto originario, elaborato dagli austriaci, fu poi ripreso e ampliato dal Regno d’Italia napoleonico dopo la Pace di Presburgo del dicembre dello stesso anno. I lavori furono diretti dall’ingegnere francese Marescò, che utilizzò parte degli sbancamenti già avviati dagli austriaci. Il piano prevedeva sei bastioni principali, un doppio fossato di cinta e un ridotto verso nord, in prossimità del canale Osellino. Questo piccolo fortino, situato circa un chilometro più a nord, fu chiamato Forte “Eua” o Forte Manin e serviva al controllo delle chiuse costruite lungo una nuova diramazione dell’Osellino. In caso di attacco nemico, l’apertura delle chiuse avrebbe consentito di allagare le campagne circostanti, rallentando l’avanzata. L’opera, oggi inglobata nel Parco di San Giuliano, rappresenta un raro esempio di fortificazione idraulica annessa a un sistema difensivo principale. Il corpo principale del forte di Marghera presentava una pianta irregolare, poligonale, non pienamente a stella, ma derivata dalla tradizione bastionata. Le cortine in muratura, le batterie coperte e i terrapieni erano disposti in modo da permettere un fuoco incrociato lungo tutti i fronti. I fossati e i canali di collegamento garantivano la navigazione di servizio e la regolazione dei livelli d’acqua, rendendo l’intero complesso un organismo militare e idraulico allo stesso tempo. Le caserme, i magazzini e le polveriere erano costruiti in laterizio, con volte a botte e coperture di terra battuta che fungevano da protezione contro i colpi d’artiglieria. Il laterizio veneziano e la pietra d’Istria erano i materiali principali, scelti per la loro resistenza e la loro compatibilità con il terreno umido. Il forte fu completato tra molte difficoltà: fra il 1809 e il 1813 la zona fu teatro di scontri fra francesi e austriaci, e i lavori procedettero tra assedi, interruzioni e danni bellici, come documentato dal diario del Paganello. La guerra franco-asburgica e il ruolo del Forte Marghera L’importanza strategica di Forte Marghera emerse già nei primi anni della sua esistenza. Tra il 1809 e il 1813, nel pieno delle guerre napoleoniche, l’area di Mestre divenne teatro di scontri ripetuti tra le truppe francesi, che difendevano la laguna, e gli eserciti austriaci, decisi a riconquistare il Veneto. La posizione del forte, a metà tra la terraferma e la laguna, lo rendeva l’ultimo baluardo prima di Venezia e un punto di passaggio obbligato per chi volesse controllare l’accesso alla città. Le operazioni militari si concentrarono lungo la linea del Canal Salso, del Marzenego e della Brenta Vecchia, dove gli austriaci tentarono più volte di penetrare nella pianura mestrina per aggirare le difese francesi. Mestre, allora un piccolo borgo agricolo e mercantile, subì devastazioni e incendi, mentre il forte veniva costantemente rafforzato e presidiato. Le cronache e i rapporti militari dell’epoca — confermati da documenti d’archivio e dal diario del Paganello, testimone oculare di quegli anni — riportano diversi episodi in cui le truppe imperiali attaccarono il presidio di Marghera tentando di forzare le linee esterne. In una di queste azioni, gli ingegneri francesi, per rallentare l’avanzata nemica, aprirono le chiuse del vicino Forte Manin (o “Eua”), immettendo grandi quantità d’acqua nelle campagne circostanti. L’area pianeggiante, già soggetta a ristagni, si trasformò in un terreno impraticabile, impedendo l’uso di artiglierie e carri. Questo intervento idraulico, concepito come misura temporanea, si rivelò estremamente efficace e dimostrò la validità del sistema difensivo basato sull’acqua. Per diversi anni il forte fu sottoposto a bombardamenti e tentativi di assalto. Le perdite furono pesanti da entrambe le parti, ma la guarnigione francese riuscì a mantenere il controllo della posizione fino alla caduta del dominio napoleonico nel 1814. Alla fine del conflitto, l’opera risultava in parte danneggiata ma non distrutta: i bastioni e i fossati, pur segnati dai colpi d’artiglieria, avevano retto. Fu proprio questa capacità di resistenza — dovuta alla solidità delle strutture e al controllo idraulico del territorio circostante — che convinse gli austriaci, tornati padroni del Veneto, a conservarla e potenziarla come cardine della futura difesa di Venezia. Il periodo austriaco (1814–1847): ricostruzione e potenziamento Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione, nel 1814 il Veneto tornò sotto il dominio dell’Impero austriaco. Le autorità militari di Vienna riconobbero subito l’importanza di Forte Marghera e del suo sistema idraulico come presidio avanzato della difesa veneziana. La fortezza, pur danneggiata dagli scontri del periodo napoleonico, risultava strutturalmente integra: i bastioni avevano resistito e i fossati conservavano piena efficienza. Gli austriaci avviarono quindi una fase di ricostruzione e potenziamento che durò per buona parte della prima metà dell’Ottocento. Vennero eseguiti importanti lavori di consolidamento dei terrapieni, di ripristino delle caserme e di rafforzamento dei magazzini e delle polveriere. Le cortine in muratura furono rinforzate con nuove masse di terra, e vennero create ridotte esterne e ravelins a protezione dei fronti più esposti. Furono inoltre costruite nuove strade militari di collegamento con Mestre e San Giuliano, migliorando la viabilità e il trasporto di materiali e munizioni. Il forte divenne la base logistica principale per il presidio militare della laguna. Ospitava una guarnigione stabile, composta da unità di artiglieria e del genio, con funzioni di controllo e manutenzione delle difese idrauliche. Il complesso non era più un avamposto isolato ma il centro operativo di un sistema difensivo più ampio, che comprendeva ridotti e batterie lungo la gronda lagunare — a Campalto, San Giuliano, Tessera e alla foce dell’Osellino. In questi anni si definisce la “prima cintura difensiva” di Venezia: un insieme coordinato di opere permanenti, fortini e presidi collegati da canali navigabili e strade di servizio. Forte Marghera ne rappresentava il nodo centrale, grazie alla possibilità di comunicare sia via terra che via acqua. Oltre alle opere militari, gli austriaci investirono anche nella gestione idraulica del territorio circostante, restaurando le chiaviche e le opere di regolazione dei livelli d’acqua. Questa manutenzione costante garantì al forte un’efficienza che sarebbe risultata decisiva durante i successivi moti del 1848. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, le innovazioni tecniche in campo bellico e l’evoluzione dell’artiglieria indussero gli ingegneri imperiali a studiare progetti di aggiornamento per il complesso. Alcuni bastioni vennero adattati per ospitare batterie di medio calibro, e furono introdotti nuovi depositi interrati per le munizioni. Il forte raggiunse così la sua massima estensione e funzionalità proprio alla vigilia dei moti rivoluzionari che, nel 1848, lo avrebbero posto nuovamente al centro della storia. Ragioni tattiche e tecnologiche La forma di Forte Marghera rispondeva a precise esigenze difensive. L’obiettivo principale era eliminare le zone d’ombra, ossia quei tratti di cortina che non potevano essere coperti dal tiro laterale. I bastioni triangolari consentivano di creare fuoco incrociato, garantendo la copertura reciproca di tutti i fronti. Le mura basse e spesse, schermate da terrapieni, riducevano l’impatto dei colpi diretti d’artiglieria. Il riempimento di terra dietro le cortine assorbiva le vibrazioni e limitava le fratture. Questa tecnica era ormai consolidata nella seconda metà del XVIII secolo e rappresentava l’evoluzione della trace italienne rinascimentale. Il sistema era inoltre concepito secondo il principio della difesa in profondità: più linee di fortificazioni concentriche, separate da fossati, creavano una serie di ostacoli successivi per l’assalitore. In questo modo si aumentava la durata della resistenza e si distribuiva il rischio di cedimento. Un altro elemento fondamentale era l’integrazione con l’acqua. Le opere idrauliche consentivano di mantenere o variare il livello dei fossati, di allagarli parzialmente o di inondare le campagne. In un ambiente come quello veneziano, l’acqua era una risorsa difensiva, non un ostacolo. Infine, l’adattamento al territorio fu decisivo. Le preesistenze — strade, canali, lievi rilievi — condizionarono la forma del forte, che non risulta perfettamente simmetrica ma calibrata sul paesaggio. In questo senso, Forte Marghera è un caso di fortificazione “organica”, modellata sul terreno e sulle sue infrastrutture. Nonostante la modernità del progetto, il forte nacque già in un’epoca di transizione: le nuove armi a lunga gittata e i proiettili esplosivi stavano rendendo obsolete le fortificazioni permanenti. Forte Marghera rappresenta quindi un punto di svolta tra la tradizione e il declino del sistema bastionato classico. Confronti e analogie europee Forte Marghera si inserisce in una tradizione più ampia di architettura militare europea. Strutture analoghe, come il Forte Manoel a Malta, il Fort Carré di Antibes o il Charles Fort in Irlanda, presentano analoghi sistemi di bastioni, fossati e difese multiple. Marghera ne rappresenta una versione tardiva e adattata al contesto lagunare: un modello ibrido, che unisce la tecnica dei forti continentali con le soluzioni idrauliche proprie di Venezia. Galleria Immagini Particolare della carta del 1692 in cui si vedono la chiesa e il ponte di Margera (Archivio di Stato di Venezia) Borgo di Marghera nel disegno di G.Patron del 1781 (Archivio di Stato di Venezia) Particolare della mappa “Piano di Assedio Militare” dell’Ingegner Martino Cellai (1866) in cui si evidenzia l’area di Forte Marghera e Mestre nel 1849 Cartografia del 1869 dell’area su cui sorse Forte Marghera e Forte Campalto Cartina del Forte Marghera sotto il Dominio francese (dal libro: I fatti di Mestre) Un avviso del Prefetto che impone l’abbattimento di ogni edificio e albero vicini al Forte (1809, Dal libro “I fatti di Mestre) Una Pianta del Forte Manin così come appariva Mappa aerea di Forte Marghera Bibliografia selezionata Ecco alcune opere e fonti utili che ho incontrato nell’elaborazione: Zanlorenzi C. (a cura di), Brunello P., Brusò F., Facca G., I forti di Mestre: storia di un Campo Trincerato. Cierre, Verona, 1997. Foffano R., Lugato D., Da Marghera a Forte Marghera. Multigraf, Venezia, 1998. Cavazzana S., Rossi G., Forte Tron e il Campo Trincerato di Mestre: analisi, rilievo e ipotesi di riuso. Relazione (1992/’93). “Linee guida al Piano per il riuso e la valorizzazione del Campo trincerato di Mestre”, 25 luglio 2007, scheda Forte Marghera. Sito ufficiale Museo Storico Militare di Forte Marghera — sezione “Il Forte Marghera”. Sito Venezia Unica, “The Fortifications of Campo Trincerato di Mestre”. “Il…

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Il Teatro Balbi di Mestre

Il Teatro Balbi | Discovery Mestre Il Teatro Balbi Un grande teatro nel cuore di Mestre “Al presente la grossa Terra di Mestre, ornata di pulite abitazioni, e Casini dÈ Veneziani, giace situata alle sponde del Marzenego in vicinanza alle Venete Lagune. (…) Vi sono in Mestre diverse Chiese, oltre l’Archipresbiteriale… la quale ora si rifabbrica dai fondamenti (…) Si vede in questa Terra un magnifico Teatro, non ha pari, costruito dalla Patrizia Famiglia Balbi. Qui si trovano in abbondanza Cavalli, e vetture per ogni parte d’Europa (…) e però molti sono gli alloggi, e le osterie; e nel Canale, che mette nella Laguna sonovi a ogn’ora pronte Gondole e altre Barche, e legni maggiori per far il viaggio verso la Dominante”. Così scriveva l’Abate Tentori alla fine del ’70. Un quadro d’insieme Venezia nel XVIII secolo stava vivendo un periodo di ridimensionamento economico dovuto ad una riduzione della sua capacità di commercio e di territori posti sotto il suo dominio. In questo periodo i patrizi svilupparono uno stile di vita che li portava con un piede in laguna e uno in terraferma, la cultura della Villa di campagna stava prendendo sempre più piede. I veneziani usavano le Ville in terraferma come luogo di villeggiatura, ma anche per fuggire agli impegni politici cittadini, non certo per il raccolto dei campi posti attorno ad esse. Paradossalmente in un periodo di crisi economica a Venezia si sviluppò un vero e proprio boom di teatri. Ve n’erano così tanti da costringere il governo cittadino a condizionare la loro realizzazione solo dopo che il proponente avesse ricevuto il consenso del Consiglio dei Dieci. Legge del 1756. Anche Mestre fu attraversata da tale moda tanto che il Goldoni la definì una piccola Versailles riferendosi alle meravigliose ville in essa presenti in cui, però, la vita nelle ville si discostava dalla vita dei cittadini, tanto che il Boschovich in una lettera del 1 ottobre 1772 scriveva a Padre Girolamo Durazzo che i nobili e patrizi rifiutavano il contatto con le persone comuni del luogo in quanto rozze e poche istruite. In tale contesto Almerigo Balbi, figlio di Filippo e nipote di Alvise, ebbe l’idea di realizzare un teatro presso la sua proprietà di Mestre sita non molto distante da Piazza Barche e dal Canal Salso. In effetti l’area oggi nota come Piazza XXVII ottobre era lo scalo fluviale più importante per Venezia in cui giungevano da tutta Europa viaggiatori, più o meno ricchi, e vicino a cui erano sorte ville di prestigio, va menzionata la villa dell’Ambasciatore Giovanni Durazzo, e i vari alberghi destinati ad ospitare i viaggiatori più ricchi diretta a Venezia. Per capire come si presentava l’area si pensi ai dipinti del Canaletto e del Bellotto in cui Piazza Barche e le vie ai lati del Canal Salso rappresentavano Mestre come una città dinamica e ricca di vita. Un quadro che visto con gli occhi di oggi sembra più rappresentare una città di medie dimensioni e ricca dell’epoca e non certo l’idea della città povera e sobborgo di Venezia che molti credono esser stata Mestre. Un progetto ambizioso Assunta la decisione di realizzare il suo teatro Almerigo Balbi incaricò l’architetto Bernardino Maccaruzzi, allievo del Massari, di studiare due grandi teatri veneziani dell’epoca, il Teatro di San Luca e il Teatro di San Giovanni Crisostomo, oggi Malibran, per due anni, 1775 – ’76, per permettergli di sviluppare un progetto adeguato per l’epoca e il luogo in cui sarebbe stato realizzato. Probabilmente fu da tale teatro che prese spunto l’architetto del Balbi. Il progetto del Maccaruzzi venne subito approvato dopo la sua presentazione al Consiglio dei dieci dando il via alla sua realizzazione. Non si può dire che Almerigo Balbi avesse ben capito in quale impresa si stesse imbarcando. Per realizzare il suo progetto chiese un prestito al nobile Francesco Martinengo, una cifra iniziale di 10.000 ducati, al quale diede in “garanzia” proprietà di Mestre e Bassano. Un prestito davvero ingente per l’epoca, ma neppure dopo questo i fondi raccolti dal Balbi per realizzare il suo sogno sembravano bastare. Fu così che Almerigo si inventò la vendita dei palchi fra i nobili residenti a Mestre, ma anche questa andò male e riuscì a raccogliere con tale proposta pochi soldi. Nel frattempo la realizzazione del teatro procedeva e l’ingresso principale si trovava rivolto verso il Canal Salso, dove oggi vi è la Galleria Teatro Vecchio che vuole ricordarlo nello stile architettonico, e procedeva nel suo sviluppo verso l’attuale via Mestrina. L’esterno del teatro ci è ignoto in quanta esisteva un modellino che finì nelle mani dell’ingegner G. B. Manocchi, poi ai Balbi, agli Albrizzi e infine perduto dalla famiglia Rossi di San Gallo, Venezia. Tornando alla sua realizzazione alla fine il teatro costò ben 42.000 ducati, obbligando il Balbi a chiedere prestiti ulteriori al nobile Francesco Martinengo e a presentare al pubblico lo stesso come “eretto con il denaro del N.H. Conte Francesco Martinengo”. Descrizione Come sopra scritto il modellino del teatro andò perso dalla famiglia Rossi, per cui per descriverlo Giorgio Ferrari si fa aiutare dai testi che ne riportano l’esistenza. Il Ferrari ci ricorda che all’epoca vi era un grande dibattito su come realizzare nei teatri la cavea e la sala, non era certo una discussione di lana caprina perché da ciò dipendeva l’acustica del medesimo. I due modelli presi in esame per la realizzazione della sala del teatro furono i due più tipici del teatro all’Italiana: a campana e a ferro di cavallo. Da parte sua il Bernardino Maccaruzzi per il suo teatro optò per una curvatura che si rilevò innovativa e ben realizzata da portare Giannantonio Selva ad applicare questa innovazione nella realizzazione del suo capolavoro: il Gran Teatro La Fenice. Una volta ultimato il teatro avrebbe misurato 40 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 16 in altezza ed era costituito da 99 palchi disposti in quattro ordini. Il Maccaruzzi inoltre aveva avuto l’accortezza di evitare all’interno dei palchi gli angoli fra soffitto e pareti e parete e parete arrotondandoli e smussandoli allo scopo di non permettere che i suoni e le voci incontrandosi negli stessi angoli si estinguesse. Vastissimo era il Palcoscenico, e capace dei più grandiosi spettacoli. L’Arrigoni, in merito all’estensione della scena, ricorda che nel 1798 si rappresentò un ballo dal titolo “Caccia di Arrigo IV” ove comparvero 12 ballerini, 26 figuranti, 80 granatieri austriaci, 16 ussari con i loro cavalli, e 12 cani, e tutti questi in atto di inseguire cervo…”; ciò era possibile grazie a una serie di praticabili approntati in varie parti della scena. Come riporta Bonaventura Barcella “Il palcoscenico era costruito in modo da potersi dividere a metà, e ciò perché aggiunto alla Platea lo spazio che restava dalla metà del Palco Scenico verso la stessa, separata dell’altra metà, che si lasciava, sussistente verso il fondo della Scena, vi si avesse un’ampia Piazza di figura ellittica per dare delle splendide feste di Ballo. In tali incontri si inoltrava sulla metà della Scena, che restava sussistente, un contorno mobile di altri Palchi a comodo della spettatori convertendo così la Platea in un anfiteatro e rendere più magnifico e gradito lo spettacolo”. “L’atrio del teatro – continua il Barcella – era fiancheggiato da Botteghe da Caffè e Confettiere, e sopra l’atrio vi erano erette in due piani due maestose Sale con Camere adiacenti per le prove dell’Opera, e altri usi”. All’interno del teatro, di fianco all’atrio, erano state predisposte Botteghe di Caffè e di confetture. Un altro modo per attirare persone e per guadagnare da altri clienti. Al di sopra dell’atrio le Camere per le prove dell’Opera. Un teatro che ospitò ambasciatori e grandi artisti Fin da subito il Teatro del Balbi attirò su di sé l’attenzione di grandi nomi della cultura ed uno di questi fu il Conte Durazzo, che risiedeva nella vicina villa sita vicino all’attuale Piazza Barche di proprietà del Duodo. Il Conte, che durante il suo soggiorno viennese ne rivoluzionò il teatro austriaco, vi organizzò alcuni galà per intrattenere i suoi prestigiosi ospiti, fra questi vi erano nobili e artisti provenienti da tutta Europa. Durante uno di questi galà il pittore Giovanni David, suo pupillo che risiedette a lungo nella dimora del Conte, dipinse alcuni oggetti e lasciò alcune sue opere sui muri del teatro, di cui purtroppo non ve n’è più testimonianza. La moglie del Conte Durazzo, la contessa Ernestine Von Weissenwolff era una assidua frequentatrice del teatro e dei galà che si tenevano in esso. Events che continuavano fino a notte fonda in cui vi erano artisti pagati per intrattenere gli ospiti in luoghi privati. Alla Contessa nel 1779 fu dedicata lo spettacolo “La virtuosa alla moda”, di cui è rimasta una locandina a testimonianza. Nel 1790 fu nominato coreografo e impresario del teatro mestrino Giovanni Monticini coreografo e ballerino di fama internazionale che lavorò nel teatro veneziano di San Benedetto, nel Teatro la Scala di Milano e nel Concordia di Cremona. Non sono molte le testimonianze delle rappresentazioni che avvennero nel Teatro mestrino giunte a noi. Nel 1778 fu eseguito il dramma Scipione dove fra le interpreti è annoverata Maria Contini. E l’anno successivo lo spettacolo “La virtuosa alla moda”. Nel 1796 venne eseguita l’opera di Giuseppe Sarti “La giardiniera brillante” che fu dedicato al Podestà E. Ferrigo Bembo. L’ultima opera musicale venne rappresentata nel 1798 e fu l’Arrigo IV di Giacomo Rust. Nel limbo C’è da chiedersi che futuro avrebbe potuto avere questo grande teatro se non fosse stato realizzato proprio negli ultimi anni di vita della Serenissima. Un periodo talmente delicato da far chiudere il teatro nel settembre del 1796 da parte del Consiglio dei Dieci con il motivo di non dare alcun motivo di entrare in città ai soldati francesi e austriaci accampati fuori dal suo territorio. La fine della Serenissima sarebbe avvenuta il 12 maggio 1797. Nel gennaio del 1809 il Manocchi, fu incaricato di stimare gli affitti annui di alcuni locali presenti a Mestre trovando il teatro non valutabile perché inoperoso. Nel 1810 un amante del teatro, Gasparo Gozzi (omonimo del famoso scrittore), chiese al podestà di Mestre il permesso di aprire al pubblico un “piccolo Teatrino” che venne ricavato nelle sale sopra l’atrio del teatro. La Società de’ Dilettanti, probabilmente nome dato in onore all’originale società di teatro londinese, le prese in affitto da Almerigo Balbi per un intero anno. Purtroppo l’affitto del teatrino non copriva che parzialmente i costi di manutenzione dell’intero teatro, fu così che nell’agosto del 1811 Filippo Balbi, come procuratore del padre Almerigo, chiese al podestà il permesso di demolire il suo teatro definendolo “una fabbrica inutile a ogni oggetto per la Comune, che col tempo può solo divenire pericolosa” ricordando anche che su di esso gravava una pesante imposta. La Commissione all’ornato, un organismo istituito per controllare e promuovere l’aspetto estetico delle città, dopo aver esaminato i disegni elaborati dal Selva concesse il permesso parziale di demolizione. È noto che successivamente alla demolizione, parte degli arredi che impreziosivano i locali del Teatro Balbi ed i vari complementi di arredamento furono trasferiti alla Scala di Milano. Fine di un sogno Il 1822 fu l’ultimo anno di attività del teatrino, nel marzo di quell’anno infatti Filippo Balbi si rivolse nuovamente alla Deputazione chiedendo di poter demolire anche l’atrio dell’ex teatro. Il tetto dell’edificio secondo il Balbi era pericolante e il restauro, molto costoso, non poteva certo essere affrontato con la rendita incerta data dall’affitto del teatrino. Alla richiesta si oppose la Commissione all’ornato ricordando che il permesso concesso nel 1811 era vincolato proprio al mantenimento dell’atrio e delle sale sovrapposte e al loro utilizzo da parte della popolazione per pubblici divertimenti. Il tetto del teatrino venne restaurato e “ridotto a padiglione” ma probabilmente il Balbi dopo questa ennesima disavventura approfittò di alcuni dissapori sorti fra la Società de’ Dilettanti e la Deputazione e decise di non affittare più lo stabile come teatro. Da granaio degli Allegri alla centrale elettrica dei Moresco I Balbi vendettero ciò che rimaneva del Teatro alla Signora Pasqua Bobbo i cui esecutori testamentari inviarono nel 1839 una…

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Villa Querini Stampalia (Mestre )

Villa Querini – La dimora dei Patrizi Querini Stampalia | Discovery Mestre Villa Querini La dimora dei Patrizi Querini Stampalia sulle rive del Marzenego La famiglia Querini a Mestre La presenza dei Querini Stampalia è documentata a Mestre sin dal XIII secolo, quando un incendio nel Castelvecchio devastò, oltre a questo, anche le proprietà della famiglia. I Querini risultano avere in concessione terreni in quest’area anche ai tempi dell’istituzione del priorato di San Giacomo, sorto sulle macerie del castello, ben due secoli dopo. Non è dato sapere se tali terreni coincidessero con quello su cui i Querini Stampalia edificarono la loro villa nel XVI o XVII secolo. La loro villa sorse sulla Riva del Ramo delle Muneghe, fuori dall’Isola di San Lorenzo, mentre sia il Castelvecchio che la futura Abbazia vennero eretti all’interno dell’isola stessa. Una villa di campagna per i Querini Villa Querini, edificata nel 1696, testimonia come già nel XVII secolo Mestre fosse divenuta un luogo privilegiato dai patrizi veneziani per costruire le proprie residenze di campagna. Negli anni passati il giardino della villa ospitava un piccolo laghetto con alcuni pesciolini e una pista di mini-kart dove i bambini potevano giocare; oggi la stessa area accoglie alcune giostre pensate per offrire ai più piccoli uno spazio dedicato al divertimento all’interno del parco. Un manoscritto conservato alla Biblioteca Marciana e redatto da Francesco Scipione Fapanni attribuisce la villa al conte Giorgio Querini Stampalia di Santa Maria Formosa (cit. in Elena Bassi, 1987). A differenza di molte altre ville storiche mestrine, la costruzione sorge lungo il Marzenego, accanto al Ramo delle Muneghe, così da essere raggiungibile via acqua: i proprietari potevano arrivare dalla laguna imboccando il canale di Tessera, proseguire nell’Osellino (scavato dalla Serenissima nel 1507) e poi risalire il Marzenego fino all’ingresso della villa. Secondo Luigi Brunello (1964), la datazione al 1696 è corretta e potrebbe riferirsi alla ricostruzione, dopo un incendio, di una fabbrica preesistente; studi precedenti la consideravano genericamente settecentesca. La proprietà rimase ai Querini Stampalia fino al 1869, anno della morte di Giovanni Querini Stampalia, che segnò l’estinzione del ramo familiare. Descrizione Il complesso comprende la villa padronale, un corpo di servizio sul lato ovest verso Via Verdi e vari edifici minori. Il parco, conservato nelle sue dimensioni originarie, ospita una vera da pozzo veneziana con lo stemma dei Querini e alcune statue, tra cui una copia del Ratto delle Sabine attribuita a Girolamo Albanese. La villa dispone di quattro ingressi su Via Verdi, tutti con cancelli in ferro battuto. Nel principale compaiono lo stemma dei Querini Stampalia e due statue dell’Albanese raffiguranti Ercole con la pelle del Leone di Nemea e Giove; un altro cancello è sormontato dalle sue statue di Marte e Mercurio. Sugli altri due ingressi compaiono invece cesti di frutta e sfere. Resta un dubbio attributivo: Girolamo Albanese morì nel 1660, quindi le statue potrebbero essere opera della sua scuola, oppure la villa potrebbe essere precedente alla datazione del 1696. Architettura L’edificio padronale ha pianta quadrata e volumetria compatta, articolata su tre piani fuori terra più un seminterrato. Riprende il tradizionale schema veneziano con un salone centrale passante e ambienti laterali simmetrici. Una lieve sopraelevazione con tetto a due spioventi emerge sopra le facciate est e ovest, donando slancio al prospetto. Il fronte principale, rivolto a sud, è tripartito e rigorosamente simmetrico, con aperture disposte secondo lo schema 2-3-2. L’insieme è scandito da una fascia marcapiano, cornici modanate e una sequenza di timpani triangolari ai piani superiori. Sull’asse centrale si trovano, dal basso verso l’alto: un portale ad arco con scalinata e due finestre laterali; al piano nobile, una porta-finestra con arco accecato e due laterali architravate affacciate su un balcone continuo in ferro battuto; al secondo piano, tre monofore architravate con timpani, quello centrale di forma curvilinea. Le aperture sono profilate in pietra d’Istria, con davanzali aggettanti e modanature raffinate, mentre una cornice superiore corre lungo tutto il perimetro, unificando il volume. Sul lato ovest si estende il corpo di servizio a due piani, disposto ad angolo e più sobrio: sul fronte sud alterna un portale ad arco, tre finestre ad arco e due porte-finestre con timpani triangolari; al piano superiore si allineano finestre quadrate scandite da sottili fasce orizzontali. Uso attuale Oggi la villa ospita alcuni uffici comunali. Il grande parco storico, uno dei pochi ancora presenti nel centro di Mestre, è aperto quotidianamente al pubblico e costituisce un importante polmone verde della città. Galleria Immagini Villa Querini e il suo giardino vista dall’alto Stemma della famiglia Querini Stampalia Villa Querini, facciata principale Veduta della Villa da Via Verdi La barchessa della Villa L’ingresso della Villa Un’immagine di inizio Novecento di Villa Querini Villa Querini all’inizio del Novecento Il Ratto delle Sabine presente al parco Querini Bibliografia Bassi, E. (a cura di). Ville Venete. Provincia di Venezia, vol. I. Venezia: Istituto Regionale per le Ville Venete, 1987. Scheda n. VE 521, pp. 473 ss. Brunello, L. Ville Venete nella Terraferma Veneziana. Venezia, 1964. Propone una datazione della villa al 1696 e menziona una primitiva fabbrica distrutta da incendio. Fapanni, F. Manoscritto marciano. Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia, Fondo Querini Stampalia. Attribuisce la villa al conte Giorgio Querini Stampalia di Santa Maria Formosa. Istituto Regionale per le Ville Venete (IRVV). Atlante delle Ville Venete. Venezia: IRVV, 2005 ss. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Cesare Ticozzi “Frattini” dalla Valsassina

Cesare Ticozzi imprenditore e politico | Discovery Mestre Cesare Ticozzi imprenditore e politico Dalla Valsassina a protagonista della storia locale La famiglia Ticozzi La famiglia Ticozzi era originaria di Pasturo, in Valsassina, una valle lombarda alle spalle di Lecco. Giovanni Maria (1787–1869), maestro elementare di umili origini, ebbe due figli: Cesare e Teodoro. Il ramo familiare a cui appartenevano era detto dei “Frattini”. Nel 1818, a soli tredici anni, Cesare lasciò Pasturo e raggiunse Venezia, dove trovò lavoro come garzone in un negozio di drogheria. Dopo il servizio militare in Lombardia, nel 1831 si trasferì a Mestre, presso il negozio di Giobatta Panciera. Fu il primo della famiglia a compiere questo passo, che avrebbe cambiato per sempre le sorti dei Ticozzi. Mazziniano convinto, non amava il governo austriaco che dominava sul Veneto, pur venendo nominato Deputato di Mestre assieme a Francesco Linghindal e Antonio Berna. Il titolo gli fu restituito dopo i fatti di Forte Marghera, malgrado la sua contrarietà. Emblematica, in questo senso, la scelta di chiamare suo figlio Napoleone: quasi un affronto agli occupanti. Interrogato sul motivo, Cesare rispose che il nome era stato dato in onore di un cugino che aveva combattuto con l’Imperatore francese. Difficile, però, non leggervi anche quella stessa avversione che lo caratterizzò per tutta la vita. La cioccolateria e la villa Nel 1836, a trent’anni, Cesare avviò la sua fabbrica di cioccolata in Piazza Barche, su un terreno affacciato sul Ramo delle Muneghe del fiume Marzenego, dove oggi sorge il Centro commerciale Le Barche. La struttura, inizialmente a forma di “L”, produceva cioccolata, confetture e altri prodotti dolciari. Di fronte, all’angolo della Calle del Teatro Vecchio, aprì anche il negozio di vendita al dettaglio. Le materie prime arrivavano via acqua: il cacao sbarcava in bastimento alla Punta della Dogana e veniva poi trasportato a Mestre attraverso il Canal Salso, che fino alla metà dell’Ottocento rimase il principale scalo merci della terraferma. Gli affari andarono subito bene. In poco tempo Cesare costruì un patrimonio fatto di case, terreni, alberghi e attività commerciali, commercializzando i suoi prodotti in molte aree del nord Italia. Era un imprenditore moderno, capace di cogliere le opportunità del momento. I diari e i quaderni conservati nell’archivio di famiglia lo mostrano mentre trascrive ricette di marmellate e biscotti con la stessa precisione con cui registra i carichi e gli scarichi del magazzino: una dote manageriale che non era mai disgiunta dall’attenzione ai risultati benefici per la città. La fabbrica assunse la struttura visibile nelle famose cartoline di inizio Novecento nel 1895, quando ad amministrarla vi era Antonio Taboga e la proprietà era passata al figlio Napoleone. Da quel momento in poi sarebbe stata conosciuta come Cioccolateria Taboga. Accanto alla fabbrica, lungo lo stesso Ramo delle Muneghe, Cesare costruì anche la villa di famiglia, in Via Sabbioni, poi rinominata Via Verdi, nelle vicinanze di Villa Querini. La proprietà fu assemblata nel tempo: nel 1832 acquistò all’asta una casa di tale Pescarolo, nel 1847 un edificio attiguo, e nel 1875 un ulteriore lotto sul fiume. Quella strada veniva spesso chiamata Via Ticozzi, a testimonianza del peso che la famiglia aveva nella vita cittadina. Da Deputato di Mestre si batté affinché la nuova Stazione di Mestre venisse costruita lungo il Canal Salso, vicino alla fornace di Giuseppe Da Re, convinto che la ferrovia potesse accelerare l’industrializzazione della città. Nel 1850 fu primo firmatario di una petizione indirizzata all’arciprete Giovanni Renier e al maresciallo Radetzky, chiedendo di non allontanare troppo lo scalo dal cuore economico di Mestre. L’ingegner Luigi Negrelli, incaricato dal Governo Asburgico, fu irremovibile: il tracciato era già definito lungo il Terraglio e la stazione sarebbe stata costruita in aperta campagna, dove si trova ancora oggi. La famiglia Cesare sposò Domenica Olivia Olivi, nipote di Giuseppe, podestà di Treviso e padre di Antonio Olivi. Ebbero tre figli: Napoleone, Isabella (1846–1876) e Luigia. Isabella si sposò con Giovanni Molin. Alla morte di Cesare, il 9 gennaio 1880, la maggior parte del patrimonio passò a Napoleone: la villa di Via Sabbioni, case a Carbonera di Treviso e a Pasturo, terreni a Scaltenigo di Mirano e altro ancora. Il resto fu diviso in quattro parti: tre quarti a Napoleone, un quarto alla famiglia di Isabella. Un patrimonio cospicuo, che comprendeva fondi agricoli a Zelarino, Trivignano, Scorzè, Dolo e Terzo di Tessera, dove si trovava anche una valle da pesca, oltre a dieci case a Mestre e proprietà a Treviso e Spresiano. Cesare riposa nella cappella di famiglia all’interno della chiesa antica del Cimitero di Mestre, accanto alla moglie e ai suoi discendenti. Napoleone ereditò i beni del padre, ma anche il suo attaccamento a Mestre, che lo portò a diventare Sindaco della città nel Regno d’Italia. Galleria Immagini La famiglia Ticozzi e la loro villa Cesare Ticozzi, ritratto su cartoncino Cesare Ticozzi e moglie Domenica Olivi, con i figli Napoleone, Isabella e Luigia (collezione Famiglia Ticozzi) Napoleone Ticozzi, Emilia Guidini e il figlio Cesare in un ritratto di famiglia La villa Ticozzi in Via Sabbioni Via Sabbioni e Villa Ticozzi sullo sfondo Lettera autografata di Cesare Ticozzi (collezione Ugo Ticozzi) Villa Ticozzi, acquerello su cartone, particolare. A. Chichisiola La cioccolateria Ticozzi in Piazza Barche Stabilimento Taboga, già Ticozzi, nel 1900 La Cioccolateria Taboga, già Ticozzi, all’inizio del ‘900 (collezione A. Bon) Lo stabilimento Taboga dei Ticozzi in Piazza XXVII Ottobre Piazza Barche con la fabbrica di cioccolata Taboga, già Ticozzi, fondata da Cesare Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Dal Moro, Anna Maria; Angelozzi, Daniela. Da Cesare a Napoleone, in «Pianeta UTL. Il giornale di e per tutti noi», n. 6, maggio-giugno 2015, Università del Tempo Libero di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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I fatti di Forte Marghera

I fatti di Forte Marghera | Discovery Mestre I fatti di Forte Marghera 1848–1849: il Risorgimento mestrino La nascita della Repubblica di San Marco Nel 1848, l’ondata rivoluzionaria che attraversò l’Europa raggiunse anche la laguna veneziana. Il 22 marzo la popolazione di Venezia insorse contro il dominio austriaco, occupò l’Arsenale e proclamò la Repubblica di San Marco, affidando la guida politica a Daniele Manin e Niccolò Tommaseo. Dopo oltre cinquant’anni dalla caduta della Serenissima, la città tornava a rivendicare la propria libertà. La notizia della sollevazione si diffuse rapidamente sulla terraferma. A Mestre, i cittadini, aiutati dai lavoratori della ferrovia, organizzarono un’azione armata che portò alla resa della guarnigione austriaca di Forte Marghera. Fu un momento di entusiasmo e di speranza: la bandiera tricolore tornò a sventolare sul bastione principale e l’opera difensiva divenne simbolo del nuovo Stato repubblicano. I protagonisti di quell’impresa — Guglielmo Pepe, Alessandro Poerio, Cesare Rossarol, Antonio Olivi, Enrico Cosenz e Girolamo Ulloa — rappresentano ancora oggi, nella toponomastica mestrina, la memoria di un risveglio collettivo. Sotto il loro comando il forte fu ripristinato e riarmato in poche settimane: le artiglierie rimesse in funzione, i bastioni rinforzati, i fossati riaperti per garantire il controllo idraulico. Il presidio, formato da soldati regolari e volontari provenienti da tutta Italia, divenne la prima linea di difesa della Repubblica di San Marco. Intanto la situazione sulla terraferma rimaneva instabile. Gli austriaci, pur arretrati, controllavano ancora le principali vie di accesso a Mestre e mantenevano piccole guarnigioni lungo il Canal Salso e nella zona di Favaro. Le notizie di un loro possibile contrattacco spinsero il comando veneziano a pianificare un’operazione di forza: un’azione destinata a colpire il nemico e a mostrare al tempo stesso la vitalità della Repubblica. La Sortita di Mestre (27 ottobre 1848) Nella notte tra il 26 e il 27 ottobre tutto era pronto. All’alba, circa duemila uomini tra soldati regolari, artiglieri e volontari uscirono da Forte Marghera al comando del tenente Antonio Olivi, giovane ufficiale noto per la sua energia e il suo coraggio. La colonna avanzò lungo l’argine di San Giuliano, un tracciato che attraversava paludi e canali, fino a raggiungere le posizioni austriache. L’attacco fu rapido e deciso. I patrioti riuscirono a sorprendere il presidio imperiale e a metterlo in fuga. Superato San Giuliano, proseguirono verso il Ponte della Campana, un punto strategico che collegava le vie d’accesso al centro di Mestre. Qui gli austriaci, rinforzati da nuove truppe e protetti da quattro cannoni, opposero una resistenza feroce. Lo scontro fu durissimo: un combattimento ravvicinato fra ponti, argini e case di legno, con i veneziani che, nonostante l’inferiorità numerica, continuarono ad avanzare sostenuti anche dalla popolazione mestrina, accorsa in aiuto portando acqua, munizioni e viveri. Il Ponte della Campana divenne il cuore della battaglia. Tra nuvole di fumo e detonazioni, i patrioti riuscirono a travolgere le postazioni nemiche e a costringere gli imperiali a ritirarsi verso il Ponte delle Erbe, abbandonando cannoni e feriti. Fu una vittoria breve ma luminosa. Nel pieno dell’assalto, Antonio Olivi venne colpito da una scarica di mitraglia e morì poco dopo, assistito dai suoi compagni. La sua morte suscitò profonda commozione a Venezia e a Mestre: il giovane ufficiale divenne simbolo del patriottismo cittadino e della dedizione alla libertà. Il suo nome, oggi inciso in una via del centro, ricorda il sacrificio di chi guidò i primi uomini della Repubblica contro l’Impero. La Sortita di Mestre e la Battaglia della Campana non mutarono gli equilibri militari, ma ebbero un effetto morale enorme. Dimostrarono che la Repubblica di San Marco era viva e disposta a combattere, e che anche la popolazione di Mestre — fino ad allora cauta o intimorita — si riconosceva nella causa nazionale. Per questo motivo l’episodio rimase nella memoria collettiva come la prima vera vittoria veneziana sulla terraferma durante la rivoluzione del 1848. Nei mesi successivi gli austriaci si riorganizzarono. Ripresero il controllo dei collegamenti tra Padova, Treviso e Venezia e iniziarono a concentrare truppe e artiglierie attorno a Mestre. La primavera del 1849 avrebbe riportato la guerra alle porte del forte e segnato l’inizio dell’assedio più drammatico della sua storia. La caduta di Forte Marghera Con l’arrivo del 1849, l’iniziativa passò nuovamente nelle mani dell’Impero austriaco. Dopo aver riconquistato Milano e sbaragliato l’esercito piemontese, gli imperiali di Radetzky concentrarono il grosso delle forze contro la Repubblica di San Marco. Il 24 aprile le truppe imperiali raggiunsero Mestre e iniziarono a posizionare le batterie attorno a Forte Marghera. All’interno del forte si trovavano circa 2.500 uomini tra regolari, volontari e studenti, al comando del generale Antonio Paolucci. L’intero sistema difensivo di terra comprendeva anche Forte Manin (o “Eua”) e la Ridotta Rizzardi, per un totale di 140 cannoni. Per due mesi Marghera fu martellata da colpi d’artiglieria pesante: giorno e notte le granate cadevano sui bastioni, incendiando magazzini, baracche e postazioni. La popolazione civile nelle campagne circostanti fuggì verso la laguna, mentre nel forte si combatteva tra fumo, malattie e mancanza di viveri. Le condizioni igieniche erano terribili: l’acqua dei pozzi era inquinata, il caldo favoriva la malaria e i cadaveri rimanevano spesso insepolti. Nonostante tutto, i difensori resistettero fino alla fine di maggio. Il 27 maggio 1849, esausti e decimati, i superstiti ricevettero l’ordine di evacuare. Durante la notte attraversarono la laguna su barche di fortuna per rifugiarsi a Venezia. Forte Marghera, ormai ridotto a un cumulo di macerie, cadde nuovamente in mano austriaca. La sua resistenza, durata oltre due mesi, rimase un episodio eroico della Repubblica di San Marco. La fine della Repubblica La caduta di Forte Marghera segnò la fine della resistenza di terra della Repubblica di San Marco. Dopo la ritirata dei difensori, Venezia rimase sola, circondata da ogni lato. Gli austriaci, padroni della terraferma, trasformarono Mestre in una grande base logistica, installando batterie d’artiglieria tra Campalto, Favaro e San Giuliano, pronte a colpire la città. L’estate del 1849 fu una stagione di dolore e di fame. Le granate imperiali cadevano quotidianamente su Venezia, colpendo chiese, ospedali e abitazioni. Il colera, diffuso dalle acque inquinate, decimava la popolazione. Nelle scuole e nei magazzini si improvvisavano ospedali, mentre i medici e i volontari della Guardia Civica tentavano di curare i feriti. La città, stremata, resisteva più per dignità che per speranza. Daniele Manin, sostenuto da Niccolò Tommaseo, cercava ancora di mantenere la disciplina e la coesione. Le riserve di viveri e munizioni erano quasi esaurite e i rifornimenti attraverso la laguna sempre più rari. Ogni giorno si contavano nuove vittime, ma lo spirito della Repubblica non si spegneva. Il 22 agosto 1849, dopo diciassette mesi di lotta, la Repubblica di San Marco fu costretta alla resa. Manin, con un ultimo gesto di dignità, firmò la capitolazione con il generale Julius Jacob von Haynau, preferendo una resa onorevole all’annientamento. Le truppe imperiali entrarono a Venezia in silenzio, ponendo fine all’ultima illusione di libertà. Nei giorni successivi, anche i presidi della laguna — Forte Manin, la Ridotta Rizzardi, Sant’Andrea e Sant’Erasmo — si arresero senza ulteriori scontri. L’intero sistema difensivo tornò sotto bandiera austriaca e con l’autunno del 1849 l’Impero aveva ripreso pieno possesso del territorio, avviando la ricostruzione delle fortificazioni danneggiate. Le perdite furono gravissime: oltre tremila morti fra soldati e civili. Il tenente Antonio Olivi, caduto alla Battaglia della Campana, e il poeta Alessandro Poerio, ferito a Marghera e morto poco dopo, divennero simboli del sacrificio patriottico. Molti soldati morirono di malaria, colera e stenti, e interi quartieri di Mestre furono devastati. I caduti di Forte Marghera, Forte Manin e della Ridotta Rizzardi vennero sepolti in fosse comuni all’interno del perimetro del forte, dove oggi sorge il sacello commemorativo, accanto al fabbricato di ponente sede del Museo Militare. Quando gli austriaci rientrarono nel Veneto, trovarono un paesaggio devastato ma ancora intatto nella sua dignità. Forte Marghera, pur distrutto, aveva dimostrato la solidità della sua struttura e la forza di chi l’aveva difeso fino all’estremo. Gli stessi imperiali ne disposero la ricostruzione, riconoscendone l’importanza strategica. Tra le sue mura, nei fossati colmi di fango e nelle pietre annerite dall’artiglieria, si chiuse una pagina di storia dolorosa ma fondativa: la prima, autentica battaglia per la libertà nazionale del Veneto. E nel silenzio del suo sacello, il ricordo dei patrioti continua ancora oggi a raccontare — con la voce delle pietre — il prezzo della libertà veneziana. La Colonna della sortita e la Medaglia alla Città Nel giugno 1849 l’esercito austriaco, dopo aver vinto contro il Regno di Sardegna e riconquistato Milano, si diresse verso la Repubblica di San Marco. Dopo aver occupato Mestre, cinse d’assedio Marghera — all’epoca un’area che comprendeva per lo più l’attuale zona di Bottenigo — dove avevano trovato rifugio circa duemilacinquecento patrioti, per lo più volontari provenienti da tutta Italia. Il 4 aprile 1866 venne collocata una colonna commemorativa in Piazza Barche, poi rinominata Piazza XXVII Ottobre, per ricordare gli eroici cittadini che parteciparono ai moti antiaustriaci e alla difesa della città. L’opera, realizzata da Angelo Seguso, è una colonna d’ordine in pietra d’Istria alta undici metri, sormontata da un leone marciano in bronzo. Alla base, due iscrizioni dettate da Costantino Nardi e gli stemmi di Mestre e Venezia sui lati opposti ne completano la simbologia. Il 13 novembre 1898 il Re Umberto I conferì a Mestre la Medaglia d’Oro di Città Benemerita del Risorgimento Nazionale, in riconoscimento ai fatti del 22 marzo e del 27 ottobre 1848 e all’eroica difesa del Forte di Marghera. Un tributo che consacrò definitivamente la città e i suoi cittadini fra i protagonisti del Risorgimento italiano. Galleria Immagini La Battaglia della Campana in una rappresentazione Particolare del Piano d’assedio della Città di Venezia in una cartina dell’Ing. M. Cellai del 1864 Immagine d’epoca sulla Battaglia di Forte Marghera La targa posta nel 1883 sulla Casa della Rana che ricorda due combattenti polacchi, in Via Carducci Targa che ricorda la Battaglia della Campana posta su un edificio vicino a dove sorgeva il ponte omonimo Abbandono del Forte Marghera da un’opera dell’epoca (Volume edito nel 1898 di Alessandro Bon) La Battaglia della Campana (Volume edito nel 1898 di Alessandro Bon) La presa dell’Arsenale del 22 marzo 1848, da un’opera dell’epoca (Volume edito nel 1898 di Alessandro Bon) Bibliografia Archivio Storico Militare di Venezia. Documenti del Genio Militare Austriaco (1849–1866). Centro Studi Storici di Mestre. Il Campo Trincerato di Mestre: origini e sviluppo, Quaderni n. 8, 2010. AA.VV. Forte Marghera e la difesa della laguna veneziana, Marsilio, Venezia, 2002. Comune di Venezia. Forte Marghera: storia e restauri, 2015. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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La (perduta) Villa Durazzo in Mestre

Villa Durazzo | Discovery Mestre Villa Durazzo La dimora del conte Giacomo Durazzo a Mestre Villa Durazzo a Mestre Il conte Giacomo Durazzo (Genova, 27 aprile 1717 – Venezia, 15 ottobre 1794) giunse a Vienna nel 1749 come inviato straordinario della Repubblica di Genova. Nel 1754 fu nominato Generalspektakeldirektor — direttore generale degli spettacoli imperiali — ruolo in cui sostenne Gluck e favorì la nascita dell’Orfeo ed Euridice del 1762, svolta fondamentale nella storia del teatro musicale europeo. Per questa competenza quasi professionale fu soprannominato «MusikGraf» — Conte della Musica. Nel 1764 lasciò Vienna per tornare alla diplomazia: fu nominato ambasciatore plenipotenziario del Sacro Romano Impero a Venezia, con residenza ufficiale a Palazzo Loredan. Palazzo Loredan, le gondole e il trasferimento a Mestre La vita veneziana si rivelò subito scomoda. I veneziani guardavano con diffidenza gli ambasciatori stranieri, ai nobili locali era di fatto proibito frequentarli, e la coabitazione a Palazzo Loredan con Lady Giustiniana Wynne — vedova del predecessore diplomatico, donna intelligente ma insofferente alle regole — aggiunse ulteriori tensioni. Nel Carnevale del 1767 la situazione precipitò: una disputa sul diritto di approdo al Teatro San Benedetto, il cui canale d’accesso era sistematicamente ostruito da gondole vuote, si trasformò in una crisi diplomatica che coinvolse le corti di Vienna, Parigi e Madrid. La corte imperiale sostenne fermamente il suo ministro e la crisi si concluse con la capitolazione della Serenissima, sancita dalla visita di Giuseppe II a Venezia nel 1769. Fu inevitabile la conclusione: Durazzo cercò una residenza più riservata nell’entroterra, lontana dagli intrighi e dai disagi della laguna. Prima dei Durazzo: Villa Duodo La storia dell’edificio inizia prima dell’arrivo del conte. La proprietà era originariamente della famiglia Duodo, patrizi veneziani. Durazzo vi si trasferì nel 1772, trasformando nel giro di pochi mesi la dimora in uno dei centri culturali più vivaci della terraferma veneziana. Carlo Goldoni non esitò a definirla «una Versaglia in piccolo». Il progetto e le motivazioni Nel 1770 la contessa Ernestine prese una decisione importante: rinunciare ai propri diritti sulla cospicua dote, garantendo al marito maggiore serenità finanziaria. Fu probabilmente questo gesto a rendere possibile il costoso progetto. I lavori di ampliamento e decorazione furono avviati dalla tarda primavera del 1772: nel giro di pochi mesi la dimora si trasformò da «romitorio» — come Durazzo stesso l’aveva definita due anni prima — in una delle residenze più raffinate della terraferma veneziana. La fonte: sei ore a lume di candela Boscovich era abituato al bello: aveva soggiornato in residenze di prestigio come villa Foscarini sulla Brenta e la villa di Bagnaia presso Viterbo. Eppure usa toni davvero entusiastici per la villa mestriana. Dopo cinque giorni come ospite del conte, vergò i suoi fogli «l’uno sull’altro, per ben sei ore, a lume di candela», con la precisione descrittiva di uno scienziato e l’entusiasmo di chi aveva appena vissuto qualcosa di insolito. La lettera — pubblicata postuma nel 1811 — resta la fonte primaria e insostituibile per ricostruire la residenza. L’architettura La villa si estendeva su un territorio molto esteso, fra il Canal Salso e ben oltre l’attuale Via Mestrina, da circa il Teatro Balbi oltre Corso del Popolo, con un proprio attracco diretto sul canale. Dal progetto planimetrico superstite — disegno a penna e acquarello purtroppo anch’esso distrutto — si articolava attorno a un «palazzo dominical», il corpo padronale centrale leggermente rialzato rispetto al piano terra, con due ali laterali più basse. Il corpo più basso, verso la cappella privata, ospitava il teatrino. Davanti all’ingresso principale si apriva uno spazio con una «bacila cinta di griglie basse», utile per le necessità del giardino e come presidio antincendio. Gli interni Al piano nobile si susseguivano la «prima nobile sala» e la «vaghissima galleria», decorata con festoni dipinti, architetture e putti svolazzanti — tipico repertorio della pittura parietale veneta di secondo Settecento — seguita da camere e appartamenti per i padroni e gli ospiti. Al piano superiore un «nobile magazzino» fungeva da archivio e studiolo, cuore dell’instancabile attività collezionistica del conte. È in quello spazio che, con ogni probabilità, Durazzo conservò i ventisette volumi autografi di Antonio Vivaldi acquistati dagli eredi Soranzo: lo stesso ambiente ospitava anche il nucleo originario della raccolta di incisioni italiane che il conte stava mettendo insieme per il principe Alberto di Sassonia-Teschen — e che nel 1776 sarebbe divenuta il fondamento della celebre Collezione Albertina di Vienna. Proprio grazie alla scuola di acquatinta creata da Durazzo nel magazzino mestrino, il giovane Giovanni David avrebbe avviato la sua carriera di incisore. La più grande raccolta vivaldiana del mondo passò da Mestre prima di prendere la via di Genova e infine, attraverso il ritrovamento torinese del 1926–1930, della Biblioteca Nazionale di Torino. Adiacente alla galleria, una «stanza comodissima» era destinata al biliardo — sistemato su consiglio dell’abate Girolamo — passatempo serale molto gradito agli ospiti insieme al gioco delle carte. La giornata tipo dell’ambasciatore iniziava con la cioccolata del mattino, seguita dalla messa e da lunghe ore dedicate agli affari. I pomeriggi erano dedicati a svaghi campestri, come dar da mangiare alle lepri nel parco o osservare il traffico delle barche dal belvedere sulle mura. La sera era il momento della socialità: biliardo, carte, musica, discussioni di scienze e astronomia. Il teatrino Era ancora incompleto nell’autunno del 1772. Ricavato dalla stanza contigua alla galleria, con un «ritiro circolare» come fondale scenico — «un’ampia nicchia, o specie di arcova, o portichetto teatrale» — godeva di un accesso diretto al giardino attraverso il lungo viale coperto di verzura, «senza bisogno di esporsi un momento all’aperto». I primi intrattenimenti documentati risalgono al settembre 1772. Il 28 settembre si esibì Antonio Conti detto Nazzari — allievo di Tartini, lodato da Charles Burney come il migliore violinista di Venezia. Il giorno successivo, festa di San Michele patrono di Mestre, fu la volta di una promettente sua allieva «figlia della Pietà», ovvero una delle giovani musiciste formate dall’Ospedale della Pietà di Venezia, il celebre conservatorio femminile di cui Antonio Vivaldi era stato per decenni maestro di violino e di coro. Una continuità ideale, pur postuma di oltre trent’anni rispetto alla morte del «prete rosso», fra la tradizione musicale veneziana e la nuova vita culturale che il conte-collezionista aveva edificato sul Canal Salso — la stessa villa in cui, nello studiolo del piano superiore, erano custoditi gli autografi vivaldiani. Nel teatrino fu rappresentato anche l’Orfeo di Gluck — opera che Durazzo stesso aveva contribuito a promuovere durante gli anni viennesi — in occasione della visita di Massimiliano III Joseph di Baviera. L’attività artistica Il conte non era soltanto committente, ma vero regista di un’intensa vita culturale. Boscovich lo ritrae mentre dirige personalmente pittori, falegnami, intagliatori, giardinieri e zappatori, coordinandoli «appunto come un maresciallo regola la sua armata». A tutto questo si aggiungeva l’attività letteraria dello stesso Boscovich, che, sollecitato dal conte, componeva all’improvviso epigrammi latini sulla vita quotidiana della villa — testimonianza di come la dimora fosse non solo luogo di lusso, ma vero laboratorio culturale dove pittura, scultura, architettura, musica e poesia si intrecciavano. Durazzo ospitò nella villa e al Teatro Balbi artisti di tutta Europa. Il pittore genovese Giovanni David, che frequentò Venezia dal 1774 al 1776, realizzò per la contessa Ernestine l’opera Amor disarmato (1776) e avviò, grazie alla scuola di acquatinta che Durazzo aveva creato nel magazzino della villa, una carriera di incisore di primo livello. Il suo lavoro sulle incisioni sarebbe diventato il nucleo fondativo della Collezione Albertina di Vienna. Gli ospiti illustri: Mozart a Palazzo Loredan Uno degli eventi più rilevanti del mandato veneziano fu la ricezione ufficiale dei Mozart nel 1771. Wolfgang Amadeus — allora adolescente già famoso — e suo padre Leopold arrivarono a Venezia l’11 febbraio in pieno Carnevale. I Mozart avevano già conosciuto Durazzo a Vienna nel 1762. A Venezia, il 3 marzo 1771, furono ricevuti ufficialmente a Palazzo Loredan. Durazzo facilitò i loro contatti con i circoli culturali veneziani, tra cui quello dell’abate Giammaria Ortes, che accompagnò poi i Mozart fino a Padova lungo la Brenta. Il giardino Era forse la parte più celebrata della residenza, e Boscovich inizia proprio da lì la sua descrizione. Rivolto verso mezzogiorno, si estendeva con parterre disegnati, viali coperti di verzura, agrumi, fiori e pianticelle. Sul fronte strada, «belle spalliere, i vialetti, gazzoni figurati, tutto quello che a chi passa per strada possa annunciare subito il buon gusto, e la magnificenza del padrone di casa». Al centro campeggiava il «grande circolo equinoziale somigliante a una parte di sfera armillare», dorato, che mostrava «l’equinozio e le ore» — strumento scientifico e decorativo insieme, laboratorio astronomico a cielo aperto. Il serraglio ospitava pappagalli, pavoni, canarini, galline faraone, conigli e mammiferi esotici, tra cui un rarissimo orsetto americano destinato imbalsamato al naturalista Buffon perché mancava nel suo Cabinet de Curiosités d’Histoire Naturelle di Parigi. Un telescopio gregoriano alto due piedi permetteva di osservare i satelliti di Giove e le stelle fisse. Lungo la strada si trovava la Caffehaus, dove il conte e gli ospiti osservavano i viandanti sul Canal Salso: «chi a piedi, chi a cavallo, chi in sedia, chi in carrozza… e in esso gondole, peottine, barchette coperte, piene spesso di gente… per cui concorre a Mestre mezza Venezia». L’orangerie completava il quadro di una residenza che era al tempo stesso dimora nobiliare, laboratorio scientifico e museo privato di storia naturale. «Uno dei più belli e perfetti modelli di villeggiatura» dell’intera terraferma veneziana — così Boscovich, scienziato e diplomatico, definì la villa mestrina del conte Durazzo. E Carlo Goldoni, suo contemporaneo, non esitò a chiamarla «una Versaglia in piccolo». Due giudizi convergenti che dicono molto sul prestigio raggiunto, in pochi mesi, dall’antica dimora dei Duodo. Dopo Durazzo: i Pisani e i Crepet Dopo la fine dell’incarico diplomatico la villa passò alla famiglia Pisani, una delle più influenti casate veneziane. I Pisani apportarono modifiche significative, come testimonia Francesco Scipione Fapanni nel suo Mestre – Il 24° (Quaderno 24 del Centro Studi Storici di Mestre, 1975, p. 77): «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni». Un’innovazione precoce per la zona mestrina, che confermava lo status della dimora come residenza di pregio ancora nell’Ottocento avanzato. Nei decenni successivi la proprietà continuò a cambiare mani per eredità e vendite, divenendo infine, nei primi anni del Novecento, della famiglia mestrina Crepet — ultima proprietaria prima della definitiva dismissione. Come ricostruito da Alessandro Marzo Magno sul «Gazzettino» del 2024 nell’ambito del progetto di ricerca curato da Elena Svalduz (Università di Padova) e Anna Nannini (BLUarchitettura), nel 1933, durante la proprietà Crepet, venne demolita la barchessa annessa per permettere la costruzione di Via Principe di Piemonte, dal dopoguerra Corso del Popolo. Negli atti di successione si fa riferimento a una casa di Via Mestrina a tre piani: il corpo principale — un edificio con fino a 36 stanze — resistette ancora qualche decennio prima di diventare rudere. La demolizione definitiva avvenne negli anni Sessanta del Novecento. Quello che resta Oggi il verde pubblico che si estende fra Via Mestrina e Piazza Barche è l’ultima traccia visibile della vasta tenuta settecentesca. Un frammento modesto rispetto alla magnificenza descritta da Boscovich, ma che testimonia la perdurante importanza storica dell’area. Durazzo morì a Venezia il 15 ottobre 1794 e fu sepolto nella chiesa di San Moisè. La sua pietra tombale, fatta porre dal nipote Gerolamo Luigi, ricorda i vent’anni di servizio come ambasciatore e il suo ruolo di promotore delle belle arti. Le collezioni sopravvivono disperse: le stampe antiche presso la Collezione Albertina di Vienna, gli spartiti autografi di Vivaldi alla Biblioteca Nazionale di Torino. Bibliografia Boscovich, Ruggiero Giuseppe. Lettera al P. Girolamo Durazzo, Mestre 1° ottobre 1772, in Lettere del P. Boscovich pubblicate per le nozze Olivieri Balbi, Venezia, Pinelli, 1811. Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, in «Quaderni del Centro Studi Storici di Mestre», n. 24, Mestre, CSSM, 1975, p. 77. Ivaldi, Armando Fabio. «Magnificenza, e buon gusto inarrivabili». La villa e il teatrino di Giacomo Durazzo a Mestre (1772), in «Nuova Rivista Musicale Italiana», n. 2/2012, pp. 181–204….

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Villa Erizzo: nel cuore di Mestre

Villa Erizzo nel cuore di Mestre | Discovery Mestre Villa Erizzo nel cuore di Mestre Una maestosa villa patrizia Gli Erizzo a Mestre Gli Erizzo furono una famiglia patrizia veneziana, originaria di Capodistria, giunta a Venezia tra il IX e il X secolo ed entrata nel patriziato veneziano a cavallo tra il XIII e il XIV secolo. Di umili origini, nell’arco della sua millenaria esistenza la famiglia diede alla Serenissima un Doge — Francesco Erizzo — e lasciò in eredità numerosi palazzi, borghi e località intitolati a loro. Una delle loro dimore più significative fu Villa Erizzo, eretta a Mestre. Villa Erizzo: com’era La villa fu realizzata tra il 1770 e il 1780 in un’area dove già esisteva una «casa dominicale». Come molte ville dell’epoca, era probabilmente accompagnata da case per i braccianti, stalle e una foresteria, mentre l’oratorio — tuttora esistente — era preesistente. La villa non fu collocata al centro dei possedimenti degli Erizzo a Mestre, ma fu eretta con la facciata principale rivolta verso l’ortaglia, l’attuale Piazza Donatori di Sangue, e collegata all’oratorio della Vergine Maria, costruito da un altro Erizzo, Andrea, nel 1686. Le stalle si trovavano dove oggi sorgono i palazzi di Via Querini, mentre la foresteria, presente nelle carte dell’epoca, era collegata alla villa mediante un corridoio. Il parco della villa si estendeva a nord fino all’area occupata oggi dall’ex palazzo della TIM e da quello delle Poste, includendo Piazza Donatori di Sangue, mentre a sud raggiungeva circa l’attuale stazione dei treni. A est era delimitato da Via Cappuccina e a ovest da Via Piave. Un parco immenso per una villa stupenda, documentata da Tommaso Scalfuroto in una mappa del 1781 e nel catasto napoleonico del 1809. L’oratorio della Vergine Madre di Dio La cappella della villa, antecedente alla sua costruzione, presenta un timpano ornato da tre statue e risale alla seconda metà del Seicento. Lo testimonia un’iscrizione interna in latino: «Deo deiparae Virgini Andrea Ericsson sacravit MDCLXXXVI» (Consacrato da Andrea Erizzo alla Vergine Madre di Dio, 1686). All’interno si trova una pala d’altare raffigurante una Madonna con ai piedi San Francesco e un santo che incatena il diavolo. Il Conte Giuseppe Bianchini, proprietario all’epoca, fece realizzare una targa commemorativa per ricordare la messa celebrata qui da Pio VI durante il suo soggiorno nella villa nel 1782, in occasione di un viaggio verso Vienna. L’ingresso della cappella, rivolto verso l’esterno, suggerisce che alcune funzioni religiose fossero aperte a un pubblico più ampio rispetto ai soli proprietari. La foresteria della villa Presente nelle mappe catastali sin dal 1809, la foresteria di Villa Erizzo era inizialmente collegata alla struttura principale da un corridoio, probabilmente demolito durante i lavori di ampliamento del 1950. Eretta nel cortile della villa, presenta un ingresso principale a nord con un portale ad arco sormontato da un timpano triangolare in pietra d’Istria e altri due ingressi laterali. L’edificio è stato modificato con ampliamenti successivi al passaggio di proprietà alla SADE. Il suo interno è stato completamente rinnovato dopo l’acquisto da parte del Conte Volpi e oggi ospita la VEZ Junior. L’ortaglia di Villa Erizzo Bianchini Secondo un sopralluogo degli ingegneri Orazio Monti e Angelo Castagna del 26 febbraio 1869, l’ortaglia — situata a due passi da Piazza Maggiore — comprendeva un prato con gelsi e viti, siepi di tulie, peri, peschi, ciliegi, un noselero e un salice. Questo terreno fu successivamente destinato alla realizzazione del Foro Boario. Le statue nel parco e l’Ercole e Lica di Canova Del vasto giardino della villa rimangono poche tracce delle numerose statue che lo ornavano. Ne sopravvivono tre, collocate attorno a un albero secolare al lato nord-ovest della foresteria, oggi VEZ Junior. Nel febbraio 2020 è stata identificata una di queste come riproduzione dell’Ercole e Lica di Antonio Canova, come segnalato alla biblioteca VEZ di Mestre. Galleria Fotografica Villa Erizzo–Bianchini — Bice sta per Beatrice Bianchini La Fiera di San Michele il 29 settembre 1919 nel Foro Boario Oratorio della Vergine Madre di Dio Parete dello scalone con trompe-l’œil di Urbani Le tre statue dell’antico parco Mappa dell’Ottocento con l’ortaglia di Villa Erizzo Approfondimenti Villa Erizzo nel cuore di Mestre Villa Erizzo: il sacrificio di una grande realtà Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre Villa Erizzo: breve storia e architettura L’«Ercole e Lica» di Canova a Villa Erizzo? Bibliografia Dal Fabbro, Valentina. VEZ — Una nuova biblioteca in città, Venezia Documenta, Settore Servizi Bibliotecari e Multimediali, Comune di Venezia. Ampliamento di Villa Erizzo — Relazione storica, RUP Loreto Silvia. Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre nell’ottocento: gli scritti del Manocchi

Mestre nell’Ottocento | Discovery Mestre Mestre nell’Ottocento Gli scritti del Manocchi che ispirò il Barcella Le testimonianze di Giobatta Manocchi Giobatta Manocchi è stato il primo autore a compilare una storia organica di Mestre, attraverso osservazioni personali e dirette, grazie al suo ruolo di perito e geometra per la Municipalità mestrina. I suoi scritti, raccolti in un archivio personale oggi perduto, hanno influenzato il lavoro di studiosi successivi, come il Notizie storiche del Castello di Mestre di Barcella. Manocchi documentava perizie, rilievi e aneddoti quotidiani, offrendo uno sguardo unico sulla vita della città. La piazza di Mestre era Piazza Barche Nel primo Ottocento, il cuore pulsante di Mestre era Piazza Barche, situata lungo il Canal Salso e il Marzenego-Osellino. Qui si trovavano luoghi chiave come Corte Legrenzi, lo Stallo de Fanti e l’antica Posta, immortalata da Canaletto e Bellotto. Manocchi descrive Mestre come una città «povera di ricchezze», animata da barcaioli, bottegai e traffici fluviali. Uno sguardo alla nostra piazza Piazza Ferretto, allora nota come «piazza maggiore», era uno slargo caotico dedicato a mercati settimanali e feste popolari. Tuttavia, presentava problemi urbanistici, come il Ponte delle Erbe, che creava disagi. I nuovi proprietari borghesi, dopo la caduta della Serenissima, cercavano di risanare la piazza, spostando i mercati verso il foro boario e Piazza delle Erbe (oggi intitolata a Edmondo Matter). Il primo Ottocento: passaggio di consegne Con la fine della Repubblica di Venezia (1797), i palazzi nobiliari di Mestre passarono da famiglie patrizie veneziane, come gli Zon, Marcello e Bembo, a una nuova borghesia emergente. Tra questi, le famiglie Ceresa e Berchet si distinsero per il loro ruolo nello sviluppo urbano. Esempi significativi includono Villa Ceresa e Villa Algarotti Berchet. Il secondo Ottocento: il centro città La planimetria del 1872 di Pietro Moro documenta l’evoluzione di Mestre, con l’emergere di Viale Garibaldi (1881), ispirato da Napoleone Ticozzi. Manocchi lamentava il «malcostume» delle locande e l’opposizione dell’Arciprete Renier alla ferrovia, che ridusse l’importanza dei traffici acquatici a favore della stazione ferroviaria. La nuova borghesia, rappresentata da famiglie come i Toniolo, contribuì a modernizzare il centro città. Galleria fotografica Piazza Maggiore (1851) — incisione di Francesco Ratti Piazza Maggiore — Federico Vendramin (1875) Mestre nel 1811 — mappa del Cap. Augusto Denaix Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Barizza, Sergio. Mestre e la sua Piazza — Immagini e domande fra Otto e Novecento. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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