Il Castello Nuovo: la fortezza veneziana del 1337
Il Castello Nuovo: la fortezza veneziana del 1337
Un chilometro di mura nel centro di Mestre
«...il castello di Mestre vecchio e nuovo, con tutte le bastie e fortezze pertinenti...»
Richiesta di Francesco da Carrara nelle trattative di pace, 1381
Quando nel 1381 Francesco da Carrara chiede a Venezia la cessione del castello di Mestre, ne specifica due. Il primo, vecchio, è il Castelvecchio di origine trevisana, che sorge più a nord lungo il Marzenego, nell’area dell’ex Ospedale Umberto I, già caduto in rovina. Il secondo, nuovo, occupa l’area oggi delimitata da via Palazzo, via Caneve e dal tratto di via Torre Belfredo che sale fino alla torre stessa, con il fronte nord segnato da via Spalti e quello sud dal fortilizio fra la Torre dell’Orologio e la Torre da Ca’ de Musto, verso il borgo di San Lorenzo: eretto dalla Repubblica dopo la conquista della città nel 1337, resta per quasi quattro secoli il cuore del potere veneziano a Mestre.
Il 29 settembre 1337: la resa e il nuovo inizio
Alla conquista veneziana del Castelvecchio, il 29 settembre 1337, segue la definizione amministrativa del territorio mestrino, di cui si dà conto nell’articolo dedicato. Il trattato giurato in San Marco il 24 gennaio 1339, che assegnò l’intera Marca trevigiana alla Serenissima, descrive con le parole «desolazione e rovina» l’eredità di Mastino e Alberto della Scala; pochi mesi dopo arrivava a Treviso, come primo podestà, un uomo destinato a diventare tristemente famoso: Marin Faliero. Il castello nuovo di cui si racconta in questa pagina non esisteva ancora: sorgerà solo a partire dal 1371.
Le torri e la comunità ebraica
Sul numero delle torri le fonti non concordano fra loro: Bergamo ne conta dieci, mentre il Barcella parla di un sistema difensivo di «undici torri e torresini», la stessa cifra ripresa dalla lapide apposta alla Torre dell’Orologio nel 1966. Secondo gli studi raccolti in Mestre Archeologica, atti del convegno tenutosi al Centro Culturale Candiani il 12 maggio 2005 e pubblicati nel 2006 a cura di Cristina Colautti e Valeria Ardizzon, che considerano anche le torrette minori, la stima sale invece a sedici o diciassette. Tre porte-torre segnavano il perimetro, come racconta già nel 1483 il viaggiatore Marin Sanudo. A sud, verso il borgo di San Lorenzo, si apriva la porta che dal 1603 fu chiamata Porta della Loza, per la vicina loggetta medievale, posta tra il fortilizio e la Torre dell’Orologio. La torre, che la tradizione attribuisce al 1108 e alla famiglia Collalto per il controllo delle merci sul Marzenego, è per Wladimiro Dorigo più antica di quanto la vulgata racconti: un atto imperiale del 1095 e uno vescovile del 1099 suggeriscono che il castrum vetus, e con esso la torre stessa, esistessero già nell'XI secolo. Fu rafforzata nel 1382 con un fortilizio a quattro mura e due ponti levatoi, dopo le prove della guerra di Chioggia; l’orologio pubblico vi fu installato dal 1573.
A ovest, verso il Terraglio, si apriva la porta grande sulla via che porta ancora il nome della Torre Belfredo, detta anche «Tore granda»: qui Treviso esigeva la muda, il dazio sulle merci dirette a Venezia e ai mercati mestrini. Il Fapanni ne fissava la costruzione attorno all’anno 1000, per una M incisa sulla porta verso il Terraglio. Sopravvissuta per quasi novecento anni, fu demolita nel 1876 per poche migliaia di lire nonostante le resistenze del sindaco Napoleone Ticozzi e di 143 cittadini. A est, verso via Caneve, la terza porta era detta nel Trecento «porta va in champo de Castelo», e dal 1603 Porta di Molini per la vicinanza ai mulini sul Marzenego: vi si accedeva tramite il Pontelongo, che guardava verso il Borgo di Marghera, il ponte in mattoni, pietra e pali lignei che superava il fossato, di cui restano ancora solide fondazioni in blocchi squadrati di pietra d’Istria fra Via Caneve e Via Slongo.
La Torre Moza, che si trova in Via Spalti, è, insieme alla Torre dell’Orologio, l’unica struttura del Castello Nuovo giunta fino a oggi. Si tratta di una torre angolare poligonale con base in pietra d’Istria, oggi incorporata in un edificio civile, il cui nome, attestato nei contratti d'affitto delle Rason Vechie fra il 1490 e il 1497, discende da una delibera del Senato del 1401: il bastione, allora ancora da completare, vi è definito «turris magna de lapidibus fienda», una grande torre da costruire in pietra, con l'ordine di realizzarla insieme a duecento passi di muro ancora mancanti entro quattro anni. Una tradizione raccolta da Barcella nel 1839 la vorrebbe invece assai più antica, identificandola con uno dei tre «gironi» fatti erigere da Ezzelino da Romano nel Duecento: un’origine che i documenti d’archivio non confermano, ma che potrebbe riflettere una fortificazione preesistente sullo stesso sedime, poi ricostruita in pietra dalla Repubblica nel 1401. All’angolo nordorientale del circuito, verso Carpenedo, sorgeva la torre Vituria, dal cognome della famiglia Vitturi, quadrangolare secondo un disegno del 1586: lo stesso Barcella la descrive come «di grande ampiezza detta del Miglio». Presso l’ingresso del porto, a sud del canale che dal Marzenego entrava nel borgo murato, sorgeva la torre detta da Ca’ de Musto, incastrata fra il muro e l’ansa del canale, con la quale formava un corpo unico la fortilizia di San Lorenzo. La cinta muraria, fra riprese e sospensioni, fu completata non prima del 1405.
Tra le torri minori si segnala la Torre delle Zigogne, rimasta a lungo di difficile localizzazione e poi inglobata nella villa Tirabosco di Scamozzi nel Seicento. Un torresino a pianta trilatera è inoltre emerso nel Parco Ponci, con fondazioni su tavolato ligneo ad assi incrociate, tecnica tipica dei terreni umidi e paludosi. Il rischio che quella tecnica cercava di scongiurare è raccontato da un testimone d’eccezione, Leon Battista Alberti, che di una delle torri del Castello scrisse: «Io ho visto una Torre presso a Mestri, Castello de Venetiani, la quale dopo qualche anno che ella fu fatta, forato per il suo peso il terreno, sopra del quale posta, sottile et debole (come dimostrò il fatto) si sotterrò insino quasi alla merlatura». Oggi possiamo ammirare anche un altro torresino, nel parchetto di Via Torre Belfredo, le cui mura sono la sezione più ampia di quelle rimaste in piedi. In Viale Garibaldi gli scavi hanno identificato l’antico fossato del castello, riutilizzato in epoca ottocentesca per una condotta fognaria in mattoni.
Delle indagini archeologiche colpisce soprattutto quanto raccontano sulla fortilicia realmente costruita, quella addossata alla Torre dell’Orologio verso il borgo di San Lorenzo. Aveva una pianta a trapezio scaleno definita da quattro muri: tre di essi, lunghi rispettivamente circa 9,57, 24,36 e 25,23 metri e spessi un metro e venti, correvano fino al muro merlato già esistente che congiungeva la torre dei Collalto; un quinto muro, di circa 16,5 metri, separava la fortilicia vera e propria dalla strada comune che la fiancheggiava. Per costruirla si demolì la domus comitum, l’antica casa dei Collalto che sorgeva su quell’area, recuperandone in loco i mattoni e integrandoli con pietre marmoree portate dalla chiesa e dal campanile di San Lorenzo, anch’essi in demolizione in quegli stessi anni. Delle due fortilizie previste dalle delibere del 1381 e del 1382, una per ciascuna porta principale, ne fu realizzata solo una: alla porta Terralii, verso il Terraglio, ci si limitò a interventi minori su un ponte levatoio già esistente. Il circuito avrebbe dovuto contare due barbacani muniti di ponte levatoio, ma il documento del 1384 ne descrive con precisione uno solo, quello meridionale verso San Lorenzo, che offre ancora oggi i resti fondazionali più consistenti.
Nell’area tra la Torre delle Zigogne e Calle de Mezo, corrispondente circa all’odierna via Daniele Manin, si concentrava nei secoli XIV e XV la vita della comunità ebraica mestrina, che Marin Sanudo nel 1483 descrive con «una bella sinagoga», mentre nell’edificio di fronte, tra il 1465 e il 1479, aveva sede la Scuola di San Marco. Distrutta la sinagoga nel saccheggio del 1509, la comunità lasciò la città con l’istituzione del Ghetto di Venezia nel 1516.
La guerra di Chioggia: dal palancato alle mura di pietra
Tra il 1378 e il 1381 il Castello di Mestre è al centro della guerra di Chioggia, lo scontro mortale tra Venezia e Genova che vede il Carrarese schierarsi con i genovesi. La fonte più ricca di questo periodo è la cronaca della guerra fra veneziani e genovesi scritta da Daniele di Chinazzo, mercante e speziale di Treviso che trascorse parte della sua vita a Venezia: un racconto nato dalla visione diretta dei fatti, scoperto in un antico codice della Biblioteca Universitaria di Copenaghen solo nel 1925 e pubblicato nel 1958 dalla Deputazione di Storia Patria per le Venezie.
Nel luglio del 1378 Giovanni degli Obizzi, capitano di Francesco da Carrara, pose il campo davanti a Mestre con circa sedicimila uomini, isolando la terra con un ponte fortificato sul canale verso Marghera e bombardando a lungo le difese dal campanile di San Lorenzo, trasformato in torre d'assedio. Mestre era allora protetta soltanto da un palancato, una palizzata di legno vulnerabile al fuoco e alle bombarde: la caduta sembrò imminente, finché cinquecento fanti veneziani, guidati da Nicolò da Galiano e dal Becco da Pisa, non si infiltrarono attraverso canneti e paludi fino alle mura. L'assalto padovano fallì, con centinaia di morti e le febbri del mal aere ad aggravare le perdite dell'esercito assediante; Giovanni degli Obizzi fu licenziato dal generalato.
Quell'assedio, quasi risolto in disastro, spinse i veneziani ad accelerare un lavoro già deciso da anni ma rimasto fermo: secondo Chinazzo, ritirati i padovani, decisero di «farlo più forte e levarlo de muro d’intorno dove iera el palanchato». Il palancato fu così progressivamente sostituito da una cinta muraria in pietra, pensata per resistere all'artiglieria e agli assedi prolungati: è l'origine della stessa cinta di cui restano oggi i resti nel giardino pubblico e nel bastione poligonale di via Spalti.
Negli anni successivi la guerra proseguì per logoramento, fra razzie, scorte intercettate e una crisi finanziaria che nel febbraio 1381 spinse oltre mille mercenari ad abbandonare il campo per il mancato pagamento delle paghe. Nei capitoli di pace pubblicati il 1° settembre 1381, la richiesta di Francesco da Carrara, quella citata in apertura, fu respinta: Mestre restò veneziana, e la prova appena superata convinse la Repubblica a non separarsene mai.
La guerra di Cambrai e il sacco del 1513
Agli inizi del Cinquecento il Castello di Mestre è ancora il presidio principale del dominio veneziano in terraferma. Il trattato di Cambrai del 10 dicembre 1508 coalizza contro Venezia il Papa, l'Imperatore, la Francia e la Spagna con parole di fuoco: «Per cessare le perdite, le ingiurie, le rapine, i danni che i Veneziani hanno arrecato non solo alla Santa Sede Apostolica, ma al Sacro Romano Impero, alla Casa d'Austria, ai Duchi di Milano, ai Re di Napoli». Il 14 maggio 1509, a Ghiara d'Adda, l'esercito veneziano viene sconfitto da quello francese. I soldati si rifugiano nel Castello di Mestre, unica testa di ponte rimasta in terraferma.
Marin Sanudo registra nei suoi Diari la fuga in tempo reale: «Etiam Mestre è svudado, ne lì è robe né donne molte. Mestre è in fuga, li cittadini hanno mandà le sue robe qui (a Venezia); li Zudei, con destreza, il bon e mior con licentia di la Signoria e Cai di X, li fenno portar in questa terra». L'8 giugno 1509 il campo veneziano dorme alla Mira; il 9 giugno le truppe si accampano in borgo a Mestre. Il 7 luglio l'esercito veneziano riconquista Marghera e San Giuliano, leva le tende e torna in campo.
Ma le combinazioni diplomatiche cambiano di nuovo, e nel 1513 Mestre viene pressoché distrutta da un esercito imperiale e spagnolo alleato del Papa. Il 30 settembre 1513 il Sanudo scrive: «...e vidi fuogi grandissimi a Marghera... I nimici alozeno a Mestre questa nocte, e si dice doman si leverano e bruserano Mestre. E nota, intrati in li borghi, el vicerè alozò in certa casa, e la roca si teniva, e l'ebeno per forza con occision di quanti erano dentro; fato preson sier Martin Michiel castelan, e uno Domenego da Vanzo, e uno sier Zuan Memo; il resto tuti amazono». La roca, il nucleo difensivo del Castello, cadde dopo essere stata difesa: il castellano Martin Michiel e altri due furono fatti prigionieri, gli altri difensori uccisi. Le mura restarono comunque in piedi ancora a lungo: la demolizione vera e propria, per obsolescenza militare più che per l'assedio, avverrà solo nel Settecento.
La caduta del Castello nei «Diarii» di Sanudo
Il 1° ottobre 1513 Sanudo annota: «Ozi si vede fuogi grandissimi verso Mestre e le palade...», e la mattina seguente sente «trar molte artelarie grosse». Il 2 ottobre, domenega, il racconto si fa più esteso: «Fino i nimici a Mestre, come dirò di soto; et io le udii di caxa mia, e se intese certissimo i nimici questa matina levati di Mestre, aver posto fuogo in Mestre e i borgi, zoè cadaun in le case dove erano alozati aver ficato fuogo, sichè tutto Mestre brusava, e si vedeva fumi grandissimi». Fra le case incendiate, secondo il diarista, «è restà in piedi solum le chiexie e la caxa di la pieve di San Lorenzo, ch'è il beneficio dil fio di sier Michiel Trivixan, l'osteria di la Corono, e la casa di Sanudi». Il 4 ottobre l'annotazione si fa ancora più cupa: «Et si vede cossa che par un inferno, tutto brusato, fuogi ancora per le case, omeni morti in terra, e si vede do apicadi a la restelli di Mestre verso Treviso».
Un piccolo borgo murato
Nel primo Cinquecento, secondo Piero Bergamo, Mestre contava circa duemila abitanti, fra artigiani, barcaioli, piccoli commercianti e agricoltori. Una parte viveva entro il perimetro del Castello, un’altra fuori, nel borgo di San Lorenzo, l’attuale piazza Ferretto. Il perimetro del Castello misurava un chilometro di mura solide, con fossati alimentati da una derivazione del Marzenego; dentro le mura sorgevano il Palazzo pubblico, sede del Podestà e Capitano, la Provvederia con i suoi tre Provveditori, le prigioni, la cancelleria. Il Consiglio Civico di trenta membri si riuniva due volte l’anno per nominare i capi e i deputati dei colmelli del distretto: una città dentro la città, retta da un podestà nominato ogni sedici mesi, assistito da funzionari e da un reparto di polizia comandato dal Cavalier di Corte.
Dentro le mura del castello sorgeva la chiesa di San Girolamo, fondata secondo la vulgata nel 1261 e affidata ai frati Serviti, consacrata il 12 febbraio 1349, danneggiata nel sacco del 1513 e ricostruita nel 1520: conserva un crocifisso in cedro di tradizione miracolosa e affreschi quattrocenteschi attribuiti alla scuola di Alvise Vivarini. Proprio accanto, in una casa concessa dai Serviti nel 1609, si trasferì l’anno seguente la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la confraternita laica dei barcaioli che collegavano Mestre a Venezia lungo il Canal Salso: in precedenza aveva sede nel borgo di San Lorenzo, e ancora prima, dal 1462, presso la chiesa di San Giobbe con il nome di Scuola di Sant’Andrea.
Lo stesso edificio che oggi ospita il Municipio fu sotto la Serenissima il Palazzo Pretorio, sede del podestà e capitano. Maria Grazia Morandi ne documenta il lento declino settecentesco, fra perizie e restauri mai del tutto completati: ancora nel 1788, alla vigilia della caduta della Repubblica, il palazzo risultava in stato di «deiezione». Restava sulla carta proprietà della famiglia Collalto, da cui il nome Ca’ Collalto, un titolo mai formalmente rinunciato dal 994; fu ristrutturato dopo l’Unità d’Italia dall’ingegner Balduin e riconsegnato nel 1871 come sede comunale. Accanto, la Provvederia, palazzo del XV secolo sede del Consiglio Civico, restaurata nel 1925, ospita oggi mostre e matrimoni civili.
Fra Cinque e Seicento anche le mura del castello, ormai prive di funzione difensiva, furono in parte inglobate in una villa rinascimentale progettata da Vincenzo Scamozzi per la famiglia Tirabosco: la sua storia, e quella della Torre delle Zigogne che vi fu incorporata, è raccontata per esteso nell’articolo dedicato.
Il lento declino delle mura
Con la fine della funzione militare, il Castello Nuovo si dissolse gradualmente, prima ceduto a privati che ne allargarono le funzioni, poi smantellato pezzo per pezzo. Già fra il 1490 e il 1497 i magistrati delle Rason Vechie affittavano torri, fossati, spalti e tratti di muro, autorizzandone anche la trasformazione in abitazioni. Nel 1600 Vincenzo Scamozzi incorporò un intero tratto di mura nel perimetro della villa Tirabosco, trasformando la Torre delle Zigogne in elemento scenografico. La demolizione vera e propria, per obsolescenza militare più che per le conseguenze dirette degli assedi, arrivò nel Settecento: sopravvissero solo la Torre dell’Orologio e la Torre Belfredo. Quest’ultima cadde per ultima, nel 1876, per mano della proprietaria privata Teresa Gatto, vedova Artico, che preferì demolirla piuttosto che cederla al Comune a un prezzo accettabile: il 19 agosto di quell’anno il sindaco Napoleone Ticozzi tentò un ultimo appello al prefetto Moretti, che si dichiarò impossibilitato ad agire su un bene privato. Dei mattoni e del terreno liberato la vedova Artico vendette quanto poté. Di un circuito che correva per un chilometro intorno al centro di Mestre restano oggi solo due torri, e pochi tratti di muro inglobati in giardini e cortili privati.
Tracce dal sottosuolo
Il sottosuolo ha continuato a restituire tracce del Castello ben oltre la sua scomparsa. Tra il 1902 e il 1903, demolendo la villa Giustinian per far posto alla scuola De Amicis, riaffiorarono intatte le fondazioni medievali: l’ingegnere comunale Eugenio Mogno annotò che «c’era una circostanza particolare che rende[va] il sottosuolo pregevole ed è che ivi trovansì le fondazioni dell’antica mura di Mestre», e i costruttori le riutilizzarono come base del nuovo edificio. Il volume Mestre Archeologica (2006) ha raccolto i risultati degli interventi di archeologia d’emergenza condotti dal 1992. Nel 2009 gli scavi per la Torre Magellano, in via Pio X, hanno permesso di collocare con precisione i resti della villa scamozziana, confrontando le strutture emerse con la planimetria del 1778 e il catasto napoleonico del 1809; nel 2018, nello stesso cantiere, è riemersa una testa lapidea barbuta, oggi esposta nella Torre dell’Orologio. Da ultimo, nell’agosto 2026, uno scavo per la sostituzione della rete del gas ha portato alla luce, sempre in via San Pio X, un pozzo-cisterna quattrocentesco intatto, circondato da tratti murari compatibili con il tracciato delle mura del Castello Nuovo: il sottosuolo, quasi settecento anni dopo, continua a restituire pezzi di quella storia.
Mappe antiche
Galleria Immagini
La ricostruzione dell’Istituto Berna (Prof. Papaccio)
Fonti
- Daniele di Chinazzo, Cronaca della guerra di Chioggia, ed. 1958, Deputazione di Storia Patria per le Venezie
- Piero Bergamo, «Il Castello di Mestre ai tempi della guerra della Lega di Cambrai», in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno 6-7 dicembre 1969, Centro di Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13
- Luigi Brunello, «Il Castello di Mestre al tempo della guerra di Chioggia», ibid.
- Giovanni Netto, «Il territorio dipendente dal Castello di Mestre nel passaggio dal Comune di Treviso alla Repubblica di Venezia», ibid.
- Luigi Brunello, «Il Castello di Mestre al tempo della guerra di Chioggia», ibid., Quaderno n. 13
- Piero Bergamo, «Il Castello di Mestre ai tempi della guerra della Lega di Cambrai», ibid., Quaderno n. 13
- Maria Grazia Morandi, «I lavori di restauro del Palazzo Pretorio del Castello di Mestre dal 1773 al 1789», ibid., Quaderno n. 13. ASV, «Senato Terra», doc. G/F 32; doc. F 130/18/20
- Wladimiro Dorigo, Mestre medioevale, in «Venezia Arti», Bollettino del Dipartimento di storia e critica delle arti dell'Università di Venezia, n. 5, 1991, pp. 9-28
- Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre dalla sua origine all'anno 1832 e del suo territorio, Venezia, 1839
- Daniele di Chinazzo, Cronica de la guerra da Veniciani a Zenovesi, Deputazione di Storia Patria per le Venezie, 1958
- Marin Sanudo, Diari
- Cristina Colautti, Valeria Ardizzon (a cura di), Mestre Archeologica. Tracce di identità dal sottosuolo, Atti del Convegno, Centro Culturale Candiani, 12 maggio 2005, Publistampa, Trento, 2006
- Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni
- Francesco Scipione Fapanni, Mestre, Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre
- Leon Battista Alberti, Della architettura, della pittura, e della statua, trad. Cosimo Bartoli, ed. 1782, riportato in F. S. Fapanni, Il 24°
- Collezione Fulvio Busetto, mappa del 21 maggio 1727
- «Mestre, conclusi i rilievi archeologici in via San Pio X», Comune di Venezia, agosto 2026
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