Storia di Marghera

La tenuta dei Tron a Bottenigo

Bottenigo: la rivoluzione agricola nel Mestrino del Settecento | Discovery Mestre

I Bottenighi nel XVIII Secolo

La tenuta agricola dei Tron e un'agricoltura all'avanguardia
«Con minor di opere et in conseguenza con risparmio non indifferente di spesa et con profito anche estraendo con piu facilita tutto il grano della paglia. Questo deve esser tirato da due cavalli et due sole ore di lavoro al giorno bastano per battere il formento.»

Lettera dell'intendente del Bottenigo a Vincenzo Tron, luglio 1783 (Museo Correr di Venezia, Fondo P.D., cit. in Adriana Gusso, Il «caso Bottenigo», Centro Studi Storici di Mestre, 2008, da J. Georgelin, 1985)

Un luogo di boschi e acque

Intorno all'anno Mille, il Bottenigo è zona boschiva attraversata dalle acque del Musone, a sud del castrum mestrino. Il nome probabilmente deriva da butinica, termine riferito a un canale pre-lagunare poi esteso alla fitta boscaglia circostante, la silva butinica, tra gli acquitrini della gronda lagunare. Il territorio, attraversato da un tratto della consolare Annia proveniente da Ravenna e Padova verso Aquileia, passa nel corso dei secoli dalla giurisdizione del vescovo di Treviso a quella dei benedettini di San Giorgio Maggiore; dalla fine del Duecento entra a far parte della pieve di San Lorenzo di Mestre, ma ha scarso peso economico.

La svolta arriva dopo i grandi lavori idraulici avviati da Venezia alla fine del Cinquecento sul litorale lagunare. Le modifiche al corso dei fiumi, in particolare la deviazione del Musone confluito in un tratto del Brenta il cui sbocco viene dirottato verso Chioggia, rendono il Bottenigo accessibile e coltivabile. Ricche famiglie patrizie acquisiscono allora vaste tenute della campagna mestrina da sfruttare per la caccia, la produzione agricola, l'allevamento e, soprattutto dal Settecento, per trascorrervi la lunga stagione della villeggiatura.

La famiglia Tron e l'acquisto

Nel 1755 la nobile famiglia Tron acquista la proprietà di Bottenigo dall'Ordine di Malta. Non è una scelta casuale. I Tron sono, all'epoca, insieme ai Da Ponte, tra i più arditi artefici del progresso agricolo in Veneto. Il capofamiglia Nicolò Tron (1685-1771) è un abile politico interessato all'economia e alla finanza veneziana, ma soprattutto un imprenditore che, di ritorno dall'ambasceria inglese del 1717, cerca di importare novità tecnologiche: fonda il lanificio di Schio e organizza con criteri moderni le sue tenute agricole, tra cui quella di Anguillara Veneta.

Proprietario risultante della tenuta è Vincenzo Tron, fratello di Andrea, celebre procuratore. Della proprietà si conoscono molte notizie grazie alla corrispondenza tra il 1761 e il 1791, conservata al Museo Correr di Venezia, tra Vincenzo, il padrone, e il suo intendente. È proprio questo epistolario, analizzato dallo storico dell'Illuminismo Jean Georgelin nel 1985, a permettere di ricostruire la straordinaria trasformazione della tenuta.

La proprietà comprende la villa padronale: Palazzo Tron, o Villa Bottenigo, esiste ancora oggi, sebbene molto rimaneggiata. L'edificio principale del Quattrocento ha un ampliamento cinquecentesco con ampi granai, cantine e una sala decorata con affreschi attribuiti alla scuola del Veronese. La torre, nella prima metà dell'Ottocento, veniva usata per controllare il territorio antistante l'antica via Bottenigo e il canale Brentella-Lusore, che per terre e barene comunicava con la laguna veneziana, prima della realizzazione dell'area industriale di Porto Marghera.

Il censimento di Mestre

Il censimento agricolo veneto del 1765 offre il contesto numerico. Mestre col Bottenigo nella periferia sud conta 2.976 abitanti: 1.091 donne, 1.885 uomini, di cui 1.083 dai 14 ai 60 anni. La categoria preponderante è quella dei lavoranti di campagna, 310 persone; seguono gli artigiani fabbri e armaioli, 53. Il patrimonio zootecnico comprende 275 bovini, 190 cavalli, 66 pecore e 7 capre. Nella podestaria mestrina nel suo complesso gli agricoltori sono 4.392 addetti, affiancati da 4.656 bovini, più numerosi dei cavalli (972, compresi muli e somari), usati maggiormente per il trasporto.

Jean Georgelin, valutando tutti questi dati, stima che lo stato veneziano abbia raggiunto nel 1765 una produttività agricola molto elevata, pari addirittura al livello conquistato da Francia e Svezia solo nel 1810, cioè mezzo secolo più tardi.

La trasformazione della tenuta

Dai 71 ettari del 1776 (187 campi di cui 62 a mais e 13 a fieno), la tenuta passa nel 1782 a 67 ettari (144 campi e 13 terre in affitto): diminuiscono gli ettari coltivati, ma le colture si diversificano. Si contano 70 campi a frumento, 8 ad avena, 2 a segale, 5 a meloni, 34 a mais, 6 a sorgo, 10 ad erba medica, 5 a trifoglio, 4 a orto, a gelsi, a frutteto. Nel 1786 gli ettari coltivati salgono a 99 e la diversificazione aumenta ulteriormente: 100 campi a frumento, 8 ad avena, 5 a meloni e riso, 78 a prato, 52 a mais e altrettanti a pascolo. Cosa stia succedendo, lo si spiega con la «rivoluzione foraggiera».

È un'innovazione di matrice inglese a cambiare tutto. Fino al 1776 a Bottenigo era in uso la rotazione triennale tradizionale: un terzo dei campi a cereali invernali, un terzo a cereali primaverili, un terzo a maggese. L'intendente abbandona questo sistema e introduce la rotazione pluriennale, eliminando il maggese con la coltivazione di piante foraggiere come erba medica, trifoglio o rape. Il risultato è una completa rigenerazione della terra e, soprattutto, foraggio abbondante per il bestiame, che così nutrito fornisce energia per i lavori agricoli e concime in abbondanza.

Per sostenere questa trasformazione, sin dal 1774 sono in uso nella tenuta 4 carri a versoio tirati da 2 buoi ciascuno. Il primo carro a versoio interamente in ferro compare in Europa nel 1771, e già tre anni dopo a Bottenigo se ne adottano di questo tipo: la tenuta va al passo coi tempi «inglesi».

L'artigiano mestrino e la trebbiatrice

Nel luglio 1783, periodo della mietitura, l'intendente del Bottenigo si rivolge a un artigiano mestrino che gli presenta uno strumento di sua fabbricazione, simile a una trebbiatrice. Lo fa prestare e tenta l'esperimento sui campi di frumento con due cavalli presi in affitto. Cinque giorni dopo fa il rendiconto: è un successo. Il grano viene separato dalla paglia con minor fatica, con risparmio di spesa e con profitto, estraendo con facilità tutto il grano dalla paglia; due sole ore di lavoro al giorno bastano per battere il frumento. Ma l'intendente si interroga: potrà adoperare il macchinario sapendo quanto sia difficile reperire dei cavalli? A malincuore, deve abbandonare l'idea.

Chi è l'artigiano mestrino? Dal censimento del 1765 si sa che a Mestre lavorano mediamente una cinquantina di artigiani armaioli e fabbri. Quello interpellato possiede l'abilità del fabbro con il talento del costruttore. Nei documenti al Museo Correr compare solo il nome Giovanni Bianchetti. Nel libro dei morti della pieve di San Lorenzo di Mestre, alla data del 13 agosto 1789, si legge di un Giovanni Bianchetti del fu Giovanni, morto a 36 anni con tutti i conforti religiosi e sepolto in un'arca nella stessa chiesa. Il soprascritto Giovanni nasce nel 1753: se è lui l'artigiano, ha 30 anni quando presenta la sua invenzione all'intendente.

I rischi del clima

L'intendente del Bottenigo non affronta nel 1783 solo il problema dei cavalli. Le sue lettere menzionano due grandi ondate di intemperie: alla fine del Settecento la «piccola era glaciale» si inasprisce, con grave danno della proprietà e in una congiuntura meteorologica europea oggi ben studiata.

Le tempeste rovinano i campi di grano nel luglio e agosto 1773; nel maggio 1774 i lavori sono bloccati dalle strade inondate. L'anno seguente porta un «grande e terribile diluvio d'acqua». La prima vera ondata catastrofica inizia nel gennaio 1787: fino a marzo nevica e piove senza sosta; due mesi dopo non si contano i danni alle semine; ad agosto il secco impedisce di seminare. Tra gennaio e febbraio 1788 inondazioni e siccità si alternano. L'intendente risponde con la novità del quarantino, il mais che germoglia in quaranta giorni. La seconda catastrofe arriva nell'inverno 1788-1789: nevicate e gelate bloccano i lavori, ad aprile manca il fieno, ad agosto la raccolta di frumento è magra per il freddo protrattosi fino al marzo 1790. Tre mesi dopo i prati soffrono ancora per i venti glaciali.

La rivoluzione foraggiera

Dal 1778 tutto cambia in modo decisivo. I campi vengono ingrassati con tutto il letame possibile; si usa la coltura di legumi e avena per alimentare i bovini, ai quali vengono aggiunti sorgo, cime di mais e fieno di primo taglio. Si ottiene bestiame ben in carne per i lavori dei campi. Nel 1778 l'intendente acquista una coppia di bovini per aumentare i lavori in corso; quattro anni dopo ne annota il peso: tra i 650 e i 700 chilogrammi. Georgelin rileva che è il risultato più elevato in tutto il Veneto e superiore nettamente ai bovini francesi della stessa epoca. Nel 1783 si riesce a lavorare con 5 buoi al posto degli 8 dell'anno precedente.

La gestione del Bottenigo aveva sofferto, negli anni Settanta, di deficit di concime. Nel 1775 si usava ancora, come concime, la terra dei fossati. Nel 1786 l'intendente prova a comprare letame a Venezia e confronta il campo concimato col letame con quello trattato con la terra sparsa: conclude che la terra non rende, perché forse troppo «lavata». Nel 1790 ottiene finalmente un primo risultato soddisfacente, grazie ad acquisti di letame sufficienti per tutti i campi.

Legata alla rivoluzione foraggiera è la tecnica della coltura «sopra il formento»: basta seminare del trifoglio sul frumento per ottenere un prato da un campo seminato, come scrive l'intendente. Si tratta probabilmente della doppia coltura annuale sullo stesso campo, tipica nel Veneto negli anni 1770 e attestata da viaggiatori francesi: la coltura promiscua che, assieme ai grandi lavori idraulici, ha dato a Venezia la sua superiorità nella produttività agraria nel Settecento.

Vigne, gelsi e silvicoltura

La congiuntura climatica sfavorevole ai cereali spinge l'intendente a dare priorità ai vigneti. Nel 1765-1766 si stimano in 150-200 ettari: cifre «banali» per Georgelin, in un'epoca in cui cereali e vigne rivaleggiano nelle economie tradizionali. I vigneti di Bottenigo non cessano di estendersi dal 1774 al 1785. Si produce di tutto: dal mosto al bianco di qualità, dai rossi ai bianchi comuni. La viticoltura deve fare i conti con il «pensionatico», l'antico diritto di pascolo su terreni pubblici e privati: l'intendente deplora le numerose incursioni di pastori, pregando più volte il padrone di far leggere in tutte le chiese del vicinato la «messa in guardia».

Oltre alle vigne, nella tenuta si trovano migliaia di gelsi, centinaia di pioppi, centinaia di salici, testimoni eloquenti della silvicoltura, così lucrativa da espandersi in tutta la campagna veneta dell'epoca. Gli altri nobili produttori di vino nella zona, fa capire l'intendente, includono gli Albrizzi, i Grimani, i Mocenigo.

Bottenigo oggi

Lo studio del «caso Bottenigo» arricchisce le conoscenze sulla rivoluzione agricola in Veneto. Bottenigo è, come ha evidenziato Georgelin, una proprietà nobile in mano a patrizi reputati tali per il loro dinamismo. Le tecniche sono le medesime messe a punto ad Anguillara Veneta, altro dominio dei Tron, o all'isola Morosini nella Bassa Friulana. Non si deve però sottovalutare una terza dimensione: quella congiuntura climatica della fine del Settecento che, sfavorevole ai cereali, stimola in modo originale la viticoltura e soprattutto la rivoluzione foraggiera, spostando decisamente il fulcro dell'economia dai cereali all'allevamento.

Oggi l'antico Bottenigo è inserito nel quartiere mestrino e nell'area industriale di Marghera «nuova», nota anche come località Rana o Ca' Emiliani (dalla parrocchia intitolata a San Gerolamo Emiliani, istituita nel 1946, otto anni dopo muta nome in Cristo Lavoratore). Via Bottenigo ne conserva il nome, e una fermata del tram ricorda il legame con questo angolo di campagna che per un trentennio fu un laboratorio agronomico d'avanguardia.

Galleria fotografica

Fonti e bibliografia

  • Adriana Gusso, Il «caso Bottenigo». Agricoltura, agronomia ed artigianato nel Mestrino sul finire del '700, Centro Studi Storici di Mestre, maggio 2008.
  • Jean Georgelin, «Une grande exploitation face à la revolution agricole: Bottenigo (Venise): 1755-1791», in Des societès traditionelles aux societès industrielles, a c. di P. Bairoch e A.M. Piuz, Ginevra-Parigi 1985.
  • G. Netto, La Podestaria di Mestre nell'Anagrafe del 1766, in «Quaderno di Studi e Notizie» 10-11, Mestre 1966-68.
  • Museo Correr di Venezia, Fondo P.D. 1955 (1755-6), 1956 (1777-84), 1957 (1785-9), 1958 (1790-91); P.D. C 915, 910, 2084 e 1087.
  • M. Boer, G. Finco, Guida alle ville venete. Sei itinerari nel comune di Venezia, Venezia 2001, pp. 88-89.

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