Ritratti mestrini
Le biografie dei mestrini famosi
Mestre ha espresso nel corso dei secoli figure di rilievo che hanno contribuito in modo determinante alla crescita e all'identità della città. Imprenditori lungimiranti, politici impegnati, uomini di cultura e artisti: ciascuno ha lasciato un segno nella storia del territorio. Raccontiamo le loro storie e il patrimonio che ci hanno consegnato.
Giuseppe Urbani de Gheltof: un museo a Mestre
Giuseppe Urbani De Gheltof | Discovery Mestre Giuseppe Urbani De Gheltof Un artista che sognava il Museo di Mestre Biografia Giuseppe Urbani De Gheltof (Venezia, 11 dicembre 1899 – Mestre, 26 febbraio 1982), pittore, architetto e archeologo, si trasferì a Mestre nel 1912 e dedicò gran parte della vita alla pittura (con tecniche come pastello, cera e olio), alla ricerca storica-archeologica sui reperti della terraferma veneziana e soprattutto al sogno di creare un museo per Mestre. Discendente dai Gheltof (nobilitati a Venezia nel 1697 con 100.000 ducati per la Guerra di Morea) e dagli Urbani (stirpe di pittori svizzeri, tra cui Andrea Urbani), ereditò dallo zio Giuseppe Marino Spiridione (vicedirettore del Museo Correr) la passione per la ricerca archivistica e antiquaria. Carriera artistica e riconoscimenti Il percorso artistico di Urbani De Gheltof iniziò ufficialmente nel 1925 con l’esordio a Ca’ Pesaro, seguito dalla partecipazione alla XV Internazionale d’Arte nel 1926. Durante gli anni ’30 espose diverse volte alla Biennale di Venezia, consolidando una carriera che lo vide vincitore di numerosi premi, tra cui il Michetti, il Ramazzotti nel 1957 e il premio Mestre nel 1958 e 1968. Sebbene fosse attento alle avanguardie del suo tempo, la sua produzione pittorica rimase ancorata alla tradizione, prediligendo piccoli formati, scorci agresti e vedute di Mestre eseguiti a olio o pastello con un tocco vibratile. Tra le sue opere si annoverano decorazioni per la Biblioteca Civica di Mestre e numerose commissioni per il barone Monti. Le sue esposizioni toccarono importanti centri italiani come Milano, Padova, Trieste e la Bevilacqua La Masa a Venezia. Insegnamento e impegno culturale a Mestre Urbani De Gheltof affiancò all’attività artistica una lunga dedizione all’insegnamento del disegno, ricoprendo inizialmente il ruolo che era stato di suo padre presso la Scuola d’Arte Vetraria di Murano. Successivamente, divenne docente e in seguito direttore della scuola media statale “Napoleone Ticozzi” di Mestre. Il suo profondo legame con la città si manifestò in un’assidua partecipazione alla vita culturale, che gli valse negli anni ’60 una medaglia d’argento come “Artista e cultore di storia cittadina”. La sua personalità è stata descritta dai contemporanei come quella di un uomo magro, dai tratti regolari e dallo spirito “raggiante, ilare ed eccitato”, caratterizzato da un entusiasmo talvolta invadente ma sempre guidato da un’indole candida e orgogliosa. Enrico Emanuelli (1948, XXIV Biennale) lo descrisse magro, capelli brizzolati, “raggiante, ilare, eccitato”, con entusiasmo contagioso: distribuiva biglietti da visita autocreati con disegni colorati e indicava l’opera con l’indice teso. L’attività di raccolta archeologica e il progetto museale Il 25 gennaio 1950 propose al Prosindaco la creazione della “Raccolta di memorie storiche di Mestre e terre circonvicine” (che diede vita all’”Istituto Museo per Mestre e le Terre Circonvicine”), una struttura ottocentesca concepita per documentare la storia locale dal Neolitico al 1900 attraverso pietre, libri, scritti, armi e altri oggetti. Nel 1960 la collezione superava i 7.000 pezzi, accumulati grazie a donazioni, depositi istituzionali e soprattutto ai recuperi personali del professore nei cantieri e nelle demolizioni, dove salvava reperti altrimenti destinati alla distruzione. La Raccolta di Giuseppe Urbani De Gheltof: Struttura e Contenuti La collezione fu concepita con una struttura sistematica di stampo ottocentesco per documentare la storia della terraferma dalle epoche remote fino al 1900. Le sei sezioni includevano veri pezzi di prestigio per la storia di Mestre: Pietre: sezione dominante con il pilo romano porta bandiera (scuola De Amicis), il leone alato trecentesco della Torre Belfredo e il monumentale capitello romano in marmo di Paros (San Girolamo, 1953). Urbani eseguì calchi in gesso e schizzi di lapidi, stemmi, sigilli sepolcrali e patere. Libri: includeva l’intero archivio antico della Pia Casa di Ricovero (1302-1800) e la mappa topografica del 1796 di Antonio Patron, documento chiave per la città pre-moderna. Arte: comprendeva la statua di Santa Caterina (XV secolo) e affreschi staccati e salvati: cinquecenteschi dalla “Casa del Papa” e quattrocenteschi dalla chiesa di San Rocco. Armi: cimeli bellici tra cui palle di cannone del 1848 e armi neolitiche in pietra da Sambruson. Miscellanea: tronchi palafitticoli millenari (scavi Coin/Barche, 1961-62), collezione preistorica Vanuzzo di Sambruson, ossa (incluso “bue primigenio”), monete romane, ceramiche, vetri, paste vitree e tripodi. Contemporanea: opere donate da Alberto Viani e Gigi Candiani, documenti Risorgimento, fotografie ottocentesche di Mestre, manoscritti garibaldini. Il metodo era pignolo: notizie trascritte su minuscole strisce di carta incollate su supporti di fortuna; frequenti sopralluoghi in cantieri per salvare reperti destinati alla distruzione. Il deterioramento dei rapporti istituzionali Il progetto, pur partito con una certa considerazione istituzionale, fu segnato da una crescente tensione tra la dedizione personale di De Gheltof e l’inerzia o l’ostruzionismo degli enti. Il rapporto con le istituzioni si deteriorò progressivamente, sfociando in scontri aperti e accuse pesanti sui metodi adottati. Particolarmente critico fu il conflitto con la Pia Casa di Ricovero: dopo aver concesso l’accesso all’archivio storico, nel 1965 il consiglio d’amministrazione accusò formalmente lo studioso di aver danneggiato la documentazione antica. Secondo i diari del professore, per fotografare e riordinare le pergamene aveva tagliato le rilegature originali in cuoio e staccato i fogli per disporli in un ordine cronologico personale – pratica giudicata inaccettabile e lontana dai criteri moderni di conservazione. Il punto di rottura definitiva con il Comune di Venezia arrivò il 12 agosto 1964: senza preavviso, l’Amministrazione cambiò le serrature dei magazzini di via Vivaldi e via Gozzi, escludendo De Gheltof dall’accesso ai reperti che aveva raccolto e custodito volontariamente per anni. Il gesto fu percepito come un tradimento delle promesse iniziali degli anni ’50; il professore rispose con denuncia ai Carabinieri per manomissione, sospettando un tentativo del Comune di impossessarsi del materiale per gestirlo autonomamente. Anche con il Centro Studi Storici di Mestre emersero frizioni: nella seconda metà degli anni ’60 l’associazione collaborò con il Comune per allestire prime bacheche nel Municipio, iniziativa che De Gheltof interpretò come un tentativo di emarginarlo dal ruolo di unico promotore del museo. L’amarezza crebbe quando, in riunioni ufficiali sull’imminente realizzazione del museo, il suo nome non venne nemmeno menzionato, nonostante quindici anni di lavoro e risorse personali per oltre settemila pezzi. Questi scontri incrociati segnarono la fine della fase attiva del progetto, lasciando la collezione in uno stato di abbandono nei magazzini comunali. Che fine ha fatto: decenni di negligenza e dispersione Nonostante sussidio comunale (30.000 lire nel 1952) e promessa del Palazzo della Provvederia, la raccolta non ebbe mai sede stabile: scuola Ticozzi → via Vivaldi (1953) → via Gozzi, Ca’ Marcello, Villa Querini → magazzino “Cipros”. Il 12 agosto 1964 il Comune cambiò le serrature senza preavviso, escludendo Urbani dai materiali raccolti. Dopo la morte di Giuseppe, avvenuta nel 1982 per le conseguenze di un incidente stradale, il fratello Giacomo (scultore e architetto, 1906-1998) cercò invano di preservare la memoria e la collezione. Purtroppo i danni si rivelarono irreparabili: un sarcofago romano da 1,5 tonnellate fu tagliato a metà e riutilizzato come base per un pozzo in Villa Querini, un sigillo del XIV secolo venne distrutto da vandali, i preziosi tronchi neolitici marcivano nel fango del magazzino “Cipros”, e un pluteo del IX secolo finì sepolto tra macerie e ossa. Un’ispezione del 1979 accertò la sparizione di circa venti reperti da Villa Querini, mentre l’intera collezione numismatica – documentata fotograficamente dallo stesso Urbani – risultò scomparsa. Negli anni ’90 due tesi di laurea promosse dall’Università Ca’ Foscari per catalogare il materiale (ormai trasferito nel Rione Pertini) si arenarono perché il Comune non fornì mai nemmeno un semplice lavandino per pulire i reperti dalla sporcizia accumulata. Oggi una parte della raccolta, in particolare i reperti di Sambruson, è stata trasferita a Dolo nel 2001; il resto giace ancora nei depositi di via Gagliardi/Pertini, in attesa di un progetto museale che resta fermo da decenni. L’eredità tra entusiasmo e oblio I pezzi di maggior prestigio – pilo romano, leone trecentesco, capitello Paros, archivio Ricovero, tronchi millenari, affreschi staccati – restano simboli di radici profonde negate dall’incuria. Un “museo-fantasma” che testimonia un’identità mestrina inseguita con passione individuale, ma mai pienamente istituzionalizzata. Nell’agosto 2020 l’assessore Paola Mar ha inaugurato una targa in sua memoria, intitolando a Giuseppe Urbani De Gheltof il parchetto situato alla fine di via Manin, dietro il Centro Culturale Candiani. A lui sono state dedicate due mostre in città: la prima presso la Banca Fideuram di Riviera XX Settembre a Mestre, intitolata “Un sognatore fuori dal tempo”; la seconda presso la Galleria D.E.M. . Bibliografia Nicoletta Consentino, Un museo per Mestre: storia di un’idea (Centro Studi Storici di Mestre) Galleria Immagini Giuseppe Urbani de Gheltof in una foto d’epoca Apoteosi di Mestre, affresco nel soffitto della sala matrimoni del Palazzo della Provvederia Descrizione Autografa del Quadro “Apoteosi di Mestre”, datami dalla famiglia Santo, olio su tela di Giuseppe Urbani de Gheltof Presso ai Maranzani, opera di Giuseppe Urbani de Gheltof Il Critico Siro Perin e l’opera Fanciulla con fiocco, (1926) A Giuseppe Urbani de Gheltof è stato intitolato un parco nel centro di Mestre (Il Gazzettino, 18 agosto 2020) Mostra “Un sognatore fuori dal tempo” dedicata all’artista tenutasi nel 2013 presso BANCA FIDEURAM (Villa Toniolo), Riviera XX Settembre, 22 – Mestre L’Apoteosi di Mestre, Palazzo della Provvederia nella sala della Provvederia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Richard C. Fairfield: il primo soldato americano morto in Italia
Richard Cutts Fairfield | Discovery Mestre Richard Cutts Fairfield Il primo soldato americano morto in Italia nella Grande Guerra Storia Richard Cutts Fairfield nacque in West Virginia il 20 gennaio 1899. Si diplomò al St George’s School di Newport, (Rhode Island), e successivamente fu accettato dall’Università di Harvard quale studente, ma al proseguire gli studi preferì partire volontario per l’Italia dove servì nel corpo di soccorso britannico Wynne-Bevan a Mestre. Richard aveva il compito di guidare l’ambulanza presso un ospedale da campo. Il 26 gennaio 1918 vi fu un raid aereo sulla città di Mestre da parte degli austriaci così Richard assieme al commilitone William Platt di Baltimora decisero di uscire in motocicletta per prestare aiuto ad eventuali feriti. Purtroppo anche loro caddero sotto le bombe nemiche nelle vicinanze della scuola De Amicis, nei pressi della Torre di Mestre: Richard fu colpito da una scheggia al cuore, mentre William fu ferito da più schegge alla testa, allo stomaco e alle gambe. Per loro non vi fu nulla da fare e morirono poco dopo. La madre di Richard decise di seppellire il figlio a Mestre, mentre i genitori di William vollero il figlio accanto a loro in America. Per dare una degna sepoltura alla salma di questo giovane ragazzo il 31 gennaio 1918 l’imprenditore e politico locale Giovanni Cecchini con un gesto di grande benevolenza decise di mettere a disposizione la Cappella di Famiglia nel cimitero di Mestre per ospitarlo provvisoriamente. Il monumento eretto in suo nome a Mestre Il 21 aprile 1921 il suo corpo fu tumulato presso il monumento funebre eretto in suo onore. La sua bara fu coperta sia dalla bandiera americana che da quella italiana in segno di amicizia fra i popoli. Richard ricevette gli onori militari dalle due nazioni e fu sepolto nel cimitero di Mestre dove lo attendeva un monumento costruito appositamente per ricordarlo. Ai funerali partecipò la madre, Lalla Griffith Fairfield-Barr, il Gen. Evan M. Johnson in rappresentanza dell’esercito americano, il Gen. Guglielmotti in rappresentanza del Ministero della Guerra italiano, il Sindaco di Mestre Carlo Allegri e le alte autorità civili e militari. Richard Cutts Fairfield fu insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare Italiana. Secondo alcuni studiosi americani Richard ispirò un personaggio del libro Addio alle Armi di Ernest Hemingway, il quale visitò Mestre pochi anni dopo. Galleria Immagini Il monumento funebre di Richard Cutts Fairfield nel cimitero di Mestre Ambulanza del corpo di soccorso Wynne-Bevan in un’immagine dell’epoca Richard Cutts Fairfield in una foto dell’epoca Ritaglio di un giornale americano che racconta la morte del giovane Richard Bibliografia “Il Cimitero di Mestre a 200 anni dalla fondazione” (Gianni Ferruzzi – Roberto Stevanato Centro di studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Hermann Krull un imprenditore fra Treviso e Mestre
Hermann Krull | Discovery Mestre Hermann Krull Fondatore dello Scopificio Krull e di Acca Kappa Storia Le origini e l’arrivo in Italia Hermann Krüll fu un giovane mercante prussiano originario della piccola città di Bad Wilsnack. Giunse a Venezia verso la metà dell’Ottocento, stabilendosi al Fondaco dei Tedeschi, tradizionale punto di riferimento per i commercianti dell’Europa settentrionale. All’interno del Fondaco avviò un’attività di import-export concentrata principalmente sui mercati cinese e asiatico: importava setole e pelli animali, mentre esportava soprattutto perle di Murano. Fin dagli esordi dimostrò un notevole talento imprenditoriale, che gli consentì di arricchirsi rapidamente e di consolidare una rete commerciale di respiro internazionale. La nascita dell’Acca Kappa Nel 1869 fondò a Treviso l’azienda H. Krüll & Co., rilevando e riorganizzando la Premiata Fabbrica di Spazzole Trevisana, precedentemente di proprietà del signor Sironi. Inizialmente Krüll ne divenne socio nel 1898, per poi acquisirne la piena proprietà nel 1899, a seguito della necessità di Sironi di estinguere i debiti contratti nei suoi confronti. L’espansione a Mestre L’impresa trevigiana non fu l’unica iniziativa dell’imprenditore tedesco. Intorno al 1905 Krüll fondò a Mestre, lungo il Canal Salso (in zona via Forte Marghera, all’inizio di piazza XXVII Ottobre, dove oggi sorge il Tribunale per i Minorenni di Venezia), uno scopificio specializzato nella produzione di scope destinate prevalentemente all’esportazione verso il mercato mitteleuropeo. Lo stabilimento faceva parte del sistema di opifici sorti sulle rive del canale all’inizio del Novecento, insieme ad altri insediamenti industriali come lo scopificio Longo, e sfruttava la posizione strategica del Canal Salso per il trasporto delle merci via acqua. Le scope venivano poi caricate su carri e treni merci, mentre lo stabilimento impiegava numerose maestranze locali. L’attività rimase documentata a Mestre fino a tutto il periodo della Seconda Guerra Mondiale, contribuendo in modo significativo all’economia industriale dell’area prima dell’affermazione del polo di Porto Marghera. Le vicissitudini durante la Prima Guerra Mondiale Nel 1917, durante la Prima Guerra Mondiale, la Premiata Fabbrica di Spazzole Trevisana venne confiscata dalle autorità italiane, poiché Krüll aveva mantenuto la cittadinanza tedesca ed era quindi considerato cittadino di una nazione nemica. La società passò in gestione a una cooperativa di dipendenti, mentre la proprietà fu acquisita dalla Cassa di Risparmio di Treviso. Krüll riuscì a riacquistare l’azienda nel 1923, esponendosi con un prestito di due milioni di lire oro, debito che riuscì a estinguere poco prima della morte. Vita familiare Durante un viaggio in Germania Hermann Krüll conobbe l’olandese Hulda Jaap, che sposò e dalla quale ebbe sette figli: una femmina e sei maschi, tra cui Hermann Krüll Jr., divenuto noto per la sua attività partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante gli interessi imprenditoriali sia a Mestre sia a Treviso, Hermann scelse Treviso come residenza stabile, facendo costruire una villa nei pressi dell’opificio. La successione e la morte Hermann Krüll morì nel 1936, lasciando l’azienda ai cinque figli maschi superstiti: Hermann Jr., Walter, Augusto, Günther e Fritz. Günther morì nel 1944 durante la Seconda Guerra Mondiale, Augusto nel 1961, Fritz nel 1977, mentre Hermann Jr. e Walter scomparvero entrambi nel 1984. Augusto Krüll si distinse come appassionato collezionista ed esperto di reperti archeologici, rinvenuti soprattutto nell’area del Montello. Alla sua morte, la collezione venne ceduta al Museo Civico di Crocetta del Montello. Fu inoltre amico del noto esploratore e imprenditore Giancarlo Ligabue. Galleria Immagini La famiglia di Hermann Krüll in una foto storica Ritratto storico di Hermann Krüll, fondatore di Acca Kappa Operai all’esterno dell’opificio lungo il Canal Salso Il portone d’ingresso del Tribunale dei minori dove vi fu lo scopificio Lo Scopificio Krull di Via Forte Marghera così come appariva (Foto Paolo Pavan) Pubblicità storica dei prodotti Acca Kappa Bibliografia “Con quelle setole restavano tutti a bocca aperta” da un articolo su Sette, rivista. I grandi marchi Italiani di Enrico Mannucci Storia della Società Acca Kappa Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Alessandro Poerio
Alessandro Poerio | Discovery Mestre Alessandro Poerio Il patriota e poeta ferito mortalmente a Mestre nel 1848 Alessandro Poerio (1802–1848) Alessandro Poerio (Napoli, 27 agosto 1802 – Venezia, 3 novembre 1848) fu un patriota e poeta italiano del Risorgimento. La sua figura unisce attività letteraria, impegno civile e partecipazione diretta agli eventi politici dell’Ottocento italiano. Proveniente da una famiglia attiva nella vita politica del Regno delle Due Sicilie, era figlio del giurista Giuseppe Poerio e fratello di Carlo Poerio, futuro protagonista dei moti costituzionali. Ricevette la prima educazione da Domenico Simeone Oliva, poeta legato alla corte napoleonica e già precettore dei figli di Gioacchino Murat. La sua formazione classica e l’interesse per la filosofia morale contribuirono alla costruzione di una poetica sobria e meditativa. Nel 1820 partecipò ai moti costituzionali napoletani, combattendo a Rieti contro le truppe austriache. In seguito alla repressione, fu costretto all’esilio, durante il quale consolidò le sue convinzioni politiche e il contatto con la cultura europea. Rientrò a Napoli nel 1835 e riprese l’attività letteraria e intellettuale. L’attività letteraria Poerio è ricordato soprattutto per le liriche di ispirazione patriottica, pubblicate nel 1843 e successivamente, in edizione ampliata, nel 1852. La critica contemporanea accostò la sua produzione a quella di Niccolò Tommaseo e, per alcune affinità tematiche, a quella di Giacomo Leopardi. La sua poesia si caratterizza per: l’idea della patria come valore morale; il richiamo al dovere civile; la presenza della sofferenza personale come mezzo di elevazione interiore; la natura come riflesso dello stato d’animo; un linguaggio misurato, coerente con la sua formazione classica. Pur senza raggiungere la notorietà dei maggiori autori romantici, Poerio fu apprezzato dai contemporanei per la coerenza tra vita e opere. La Sortita di Mestre Allo scoppio dei moti del 1848, Poerio si recò a Venezia, dove la Repubblica di San Marco di Daniele Manin e Niccolò Tommaseo aveva proclamato l’indipendenza dall’Austria. Arruolatosi volontario, partecipò alla difesa della città. Il 27 ottobre 1848, durante la sortita di Forte Marghera, fu gravemente ferito presso Mestre da colpi d’arma da fuoco e schegge di mitraglia. Trasportato a Venezia, subì l’amputazione di una gamba, ma morì pochi giorni dopo, il 3 novembre. Per merito di guerra fu promosso da soldato semplice a capitano. Galleria Immagini Alessandro Poerio in un’immagine d’epoca La prima Caserma Matter in Via Poerio Il Ramo delle Muneghe, l’ex Chiesa delle Grazie e il Palazzo del M9 district Via Poerio all’interno del Centro di Mestre Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Antonio Serena
Antonio Serena | Discovery Mestre Antonio Serena Velocista, medico dermatologo e figura di spicco mestrina Biografia Antonio Serena, detto Toni (Venezia, 16 agosto 1932 – Casale sul Sile, 29 giugno 2019), è stato un velocista, dirigente sportivo, medico e accademico italiano. È stato primatista nazionale nella staffetta 4×400 metri. Laureatosi in medicina, fu tra i più importanti dermatologi d’Italia e ha coperto diverse cariche dirigenziali. Antonio Serena nacque in una famiglia contadina a Mestre da Umberto (1906-1986) e Norma Brotto (1911-2000). Si diplomò presso il liceo classico Franchetti della stessa città. Carriera Sportiva In età giovanile giocò a calcio nella squadra dilettantistica locale del Porto di Cavergnago. Squadra formata tra l’altro da diversi familiari e il cui presidente era il padre dello stesso Antonio Serena. Si avvicinò all’atletica negli anni del liceo, spinto dal prof. Armando Ossena: suo docente di ginnastica ed ex atleta azzurro. Con il Gruppo Atletico Aristide Coin di Mestre si laureò due volte, nel 1955 e 1956, campione italiano assoluto nella staffetta 4×400 metri. Nella seconda vittoria ottenne l’allora record italiano sulla specialità in 3’17″4. Nel 1957, con il CUS Padova, vinse il titolo di campione italiano universitario nel 400 m. In questa specialità, nel 1957, risultava essere tra i primi 5 atleti d’Italia. Fu tesserato FIDAL PO (probabile olimpico) in vista dei Giochi olimpici di Roma 1960. Tuttavia si ritirò nel 1958 per terminare gli studi universitari. Portò la fiaccola olimpica dei Giochi olimpici invernali di Cortina d’Ampezzo 1956 per le vie di Mestre. Carriera professionale Dopo il liceo si iscrisse alla facoltà di medicina presso l’Università degli Studi di Padova, dove si laureò nel 1961. Si specializzò prima in Medicina del Lavoro e successivamente in Dermatologia e Sessuologia Clinica. A Bologna fu anche docente di Clinica Dermosifilopatica. Lavorò prima all’ospedale di Mirano, per poi diventare Primario presso l’ex ospedale Umberto I di Mestre. Nella seconda metà degli anni ’60 a Mestre nacque il primo Centro Studi di Educazione Sessuale d’Italia: Antonio Serena fu un grande collaboratore. Assieme al prof. Giovanni Caletti pubblicò alcuni libri di educazione sessuale. Partecipò al Congresso Mondiale di Medicina dello Sport a Québec in Canada in occasione dei Giochi olimpici di Montréal 1976. Grazie a queste attività fu premiato con la Medaglia di bronzo al merito della sanità pubblica. Associazioni e impegno nella comunità Nel 1984 Antonio Serena è stato tra i fondatori del Panathlon di Mestre, associazione di cui fu presidente dal 1988 al 1989 e poi dal 2000 al 2007. Divenne presidente del Gruppo Atletico Aristide Coin di Mestre, e fu tra coloro che spronarono ed ottennero lo stadio di atletica, inaugurato nel 1958 dal futuro papa Giovanni XXIII (e ancora attivo a San Giuliano). Molte sono state le sue iniziative all’interno della comunità mestrina. Era “portabandiera” dell’indipendenza di Mestre da Venezia: in caso di vittoria molti lo avrebbero visto come possibile Sindaco. Pubblicazioni Il Comportamento sessuale degli italiani: indagine su campioni rappresentativi della popolazione, Calderini, 1976. Giovanni Caletti, S. Farese, U. Mammini, A. Ramello, Antonio Serena. Sesso e sport. Il comportamento sessuale dei campioni dello sport, Calderini, 1977. Antonio Serena. I problemi della tua età. Elementi di educazione sessuale per i ragazzi delle scuole medie, Calderini, 1979. Antonio Serena. Rapporto: prostituzione oggi. Calderini, 1986. Giovanni Caletti, Ennio Fortuna, Antonio Serena. Un uomo e la sua città – amarcord di un mestrino, S.I.T., 2015. Antonio Serena. Galleria Immagini Antonio Serena al Panathlon Antonio Serena primo piano Bibliografia Voce “Antonio Serena” in Wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Serena. Serena, Antonio. Un uomo e la sua città – amarcord di un mestrino, S.I.T., 2015. Archivio FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera), risultati campionati italiani 1955-1957. Panathlon Club Mestre, atti e verbali assembleari 1984-2007. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Antonio Olivi
Guglielmo Pepe | Discovery Mestre Guglielmo Pepe Il generale che guidò la Sortita di Mestre nel 1848 Biografia Guglielmo Pepe (1783–1855) fu uno dei personaggi più affascinanti e rappresentativi del Risorgimento italiano. Calabrese di nascita, proveniente da Squillace, entrò giovanissimo nell’esercito borbonico distinguendosi subito per coraggio, disciplina e una naturale predisposizione al comando. Figlio di una famiglia in cui il valore militare era forte – basti pensare al fratello Florestano, anch’egli generale – Guglielmo crebbe in un clima dove il servizio alla patria era percepito come un dovere morale prima ancora che professionale. Sposò Marianna Coventry, di origine anglo-irlandese, donna colta e di grande personalità che lo accompagnò per molti anni della sua vita. Il momento in cui la sua storia si intreccia con Mestre e Venezia è uno dei più importanti della sua carriera. Mandato da Ferdinando II a combattere contro gli austriaci in Lombardia durante la Prima guerra d’Indipendenza, Pepe si trovò in una situazione delicata dopo l’esito sfavorevole della campagna. Il sovrano borbonico gli ordinò di ritirarsi e di fare ritorno nel Regno delle Due Sicilie. Ma Pepe, mosso da un profondo senso di libertà e da una visione politica più ampia di quella del suo re, decise di disobbedire. Non tornò indietro: risalì invece verso Venezia, accompagnato da circa duemila volontari fedeli, per unirsi alla Repubblica guidata da Daniele Manin. A Venezia la sua figura divenne subito centrale. Manin, riconoscendone il talento e l’esperienza, lo nominò comandante delle forze di terra della città. Pepe si impegnò nella difesa di Forte Marghera, un baluardo fondamentale per la protezione di Venezia e dell’interno mestrino. Lì si dimostrò un generale attento, lucido, capace di mantenere ordine e disciplina anche in momenti di grande pressione. La sua abilità si vide ancor di più nella famosa Sortita di Mestre, una delle operazioni militari più audaci e riuscite della resistenza veneziana del 1848-49. Grazie a quell’azione, il Governo provvisorio ottenne una preziosa vittoria contro le truppe austriache, e il morale della popolazione salì notevolmente. Forse non cambiò le sorti della guerra, ma fu un gesto che segnò profondamente la memoria del territorio e alimentò il mito della Venezia che non voleva arrendersi. Quando l’Impero Austro-Ungarico riprese controllo della città, Pepe si trovò costretto a lasciare Venezia. Come molti patrioti del tempo, scelse la via dell’esilio e si trasferì a Parigi, dove continuò a scrivere, riflettere e partecipare al movimento politico e culturale che preparava l’Italia unita. Più tardi si stabilì a Torino, allora centro del movimento nazionale, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Galleria Immagini La targa posta sul palazzo che accolse il generale a Venezia Il Decreto di nomina a firma Daniele Manin La Battaglia della Campana (1848) Al Generale Guglielmo Pepe è dedicata la Via che costeggia Via Forte Marghera e porta in Piazza XXVII ottobre Bibliografia Voce “Guglielmo Pepe” in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
I Conti Bianchini “di Mestre”
Dagli Erizzo ai Bianchini | Discovery Mestre Dagli Erizzo ai Bianchini I nuovi nobili di Mestre: ascesa e caduta I Bianchini Patrizi “croati” “In ordine al decreto del Senato veneto, 17 febbraio 1784 (m.v.) i provveditori sopra feudi con terminazione 25 febbraio stesso, investirono GIUSEPPE Bianchini di Zara coi discendenti maschi del vicariato della Villa di Alberigo nel veronese in ragion di feudo, retto, gentile, nobile e legale con la giurisdizione civile di prima istanza e con l’annesso titolo di conte, col qual titolo lo stesso GIUSEPPE venne iscritto nell’A.L.T. e nel 5 gennaio 1789 fu ascritto al Consiglio nobile di Zara. Con S.R.A. 3 marzo 1822 e 9 maggio 1829 furono confermati la nobiltà ed il titolo comitale a VINCENZO e NICOLO’, di Giuseppe.” (Enciclopedia storico-nobiliare del marchese Vittorio Spreti) I Bianchini di Mestre Dopo la morte del Principe Nicolò XIII Andrea Erizzo le tre figlie decisero di vendere la loro villa di Mestre, 1826, ai Conti Bianchini che si trasferirono così nella Mestre Austriaca. Sappiamo che all’interno di Villa Erizzo dimorò la famiglia Bianchini per circa 103 anni, periodo in cui questa imponente proprietà cambiò il suo status da villa di campagna, come spesso furono usate queste ville dei Patrizi costruite fuori Venezia, a dimora principale dei Conti Bianchini. Un cambiamento di abitudini da parte dei nobili veneti che era in realtà anche sintomo della nuova società che si era venuta a creare sotto i governi successivi alla Serenissima. I nuovi aristocratici veneti non avevano certo le ricchezze dei patrizi veneziani e per molti Nobili di quel tempo una villa come quella di Mestre era un importante Status Symbol oltre ad un importante investimento. In questi 103 anni la proprietà passò di mano di generazione in generazione fino ad arrivare all’ultima Bianchini di Mestre, la Contessa Beatrice Elena. I primi proprietari furono Vincenzo e Nicolò Bianchini, poi la Villa passò al Conte Pietro di Giuseppe nel 1835, mentre suo figlio Angelo la ereditò circa nel 1850. L’ultima Bianchini che visse in questa proprietà fu, appunto, la Contessa Beatrice Elena che la ereditò alla morte di Angelo avvenuta nel 1884. Beatrice sposò il diplomatico Ettore di Rosa Luraghi, nel 1894 e dopo la morte di questi si trasferì in Svizzera cedendo la Villa al Conte Volpi di Misurata. Con il passaggio della villa dalla famiglia Bianchini al Conte Volpi di Misurata iniziò il suo smembramento e l’abbandono della villa che divenne sede della Cellina e durante questo periodo fu alterata e depauperata. La battaglia legale fra il Conte G. Angelo Bianchini e il Comune di Mestre I primi attriti fra la famiglia Bianchini e il neonato comune di Mestre si manifestarono quando venne individuato dal Sindaco Girolamo Allegri e da altri notabili del paese nell’Ortaglia della villa di famiglia, Villa Bianchini, il luogo deputato per realizzarvi il Foro Boario. Il Foro Boario avrebbe sostituito Piazza Maggiore nel compito di ospitare il mercato degli animali che da sempre si svolgeva nello spiazzo nato dal Borgo di San Lorenzo, rendendo questa Piazza adatta a diventare il centro del neonato comune di Mestre. Ricevuta la proposta di cedere questo terreno posto di fronte alla villa il Conte Giuseppe Angelo Bianchini, (1831 – 1884), ne determinò il prezzo mediante una perizia e la fece pervenire al Comune che a sua volta portò una propria perizia al Conte: il valore attribuito all’Ortaglia era troppo distante fra le parti e questo fermò la cessione. Dopo un periodo di stallo in cui non fu trovato un accordo fra il Comune e la proprietà intervenne la prefettura che ne dispose l’esproprio. Questo atto della prefettura costrinse il Conte a iniziare una lunga causa per far valere i propri diritti, una causa che si concluse in secondo grado con la vittoria del Bianchini: il terreno era perso ma il comune doveva corrispondergli un indennizzo. Il Conte Ettore di Rosa mecenate e cittadino eccellente Il conte Ettore di Rosa Luraghi, titolo acquisito sposando Beatrice Elena Bianchini, a differenza della famiglia della moglie fu molto attivo a Mestre e partecipò attivamente alla vita politica e alle discussioni sul futuro di Mestre. Sua e di altri cittadini fu la proposta di trasferire nell’ormai ex Foro Boario la nuova piazza cittadina. Questo terreno libero da grandi palazzi e costruzioni di ogni sorta si prestava per la realizzazione di un nuovo municipio, più ampio di quel Ca’ Collalto che dal 1871 ospitava gli uffici comunali e non solo. In questo luogo si sarebbe potuta collocare anche nuova prefettura e altri edifici che avrebbero dovuto ospitare le autorità e i funzionari statali e locali. Il Conte fu protagonista nel 1923 anche del salvataggio del Teatro Toniolo che, in quel periodo, navigava in cattive acque come la famiglia che ne era proprietaria. Furono anni davvero vivaci per la città e ricchi di eventi culturali. Si pensi che il Maestro Mascagni diresse un’opera al Teatro cittadino e soggiornò proprio nella Villa dei Bianchini. Mestre sembrava lanciata verso un periodo florido ma la morte del Conte Ettore Di Rosa, 1925, e l’annessione di Mestre al Comune di Venezia, 1926, frenarono definitivamente ogni slancio locale. La moglie del Di Rosa, Beatrice, rimasta vedova, e portatrice di un certo risentimento ereditato dal padre verso la città, nel 1938 decise di vendere la Villa al Conte Volpi di Misurata decretandone di fatto la fine. Galleria Immagini Villa Erizzo all’epoca Villa Beatrice Bianchini Lo stemma araldico dei Bianchini Mappa di Mestre prima del 1869 Albero Genealogico dei Bianchini di Mestre Prospetto di Villa Erizzo nel 1938 Un esempio di Trompe-l’œil di Andrea Urbani presente sulle scale della villa Bibliografia dal Fabbro, Valentina. VEZ Una nuova biblioteca in città, Venezia Documenta Settore Servizi Bibliotecari e Multimediali Comune di Venezia. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La famiglia Da Re dai fasti al crollo
La Famiglia Da Re | Discovery Mestre La Famiglia Da Re Dai fasti al crollo: una dinastia mestrina dell’Ottocento I Da Re: Giuseppe ed Eugenio La fortuna dei Da Re a Mestre ebbe inizio grazie a Giuseppe Da Re (1824–1885), imprenditore mestrino capace di sviluppare nella zona che oggi va da Via Pepe ad Altobello e Viale Ancona quella che l’ingegner Giorgio Sarto definì «il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre». Seppe costruire le sue fortune grazie alla realizzazione di un insieme di attività concentrate nell’area dell’attuale Altobello, che andavano dalla produzione di laterizi alla lavorazione di calce e zolfo e allo stoccaggio di granaglie. In quell’area Da Re edificò persino le case per i suoi operai. Giuseppe acquistò la Fornace da Gaetano Fedeli nel 1852, a soli 28 anni, anno in cui acquistò anche il palazzo più prestigioso di Piazza Maggiore, al quale diede poi il suo nome: Palazzo Da Re. Le cronache dell’epoca lo descrivevano come un imprenditore tutt’altro che amato dai suoi dipendenti e dai contadini insediati nei terreni da lui gestiti, spesso per conto terzi. Morì il 9 dicembre 1885 in una delle sue fabbriche, sbattendo la testa contro un macchinario dopo una caduta accidentale. Dopo la morte di Giuseppe la sua eredità passò al figlio Eugenio (1860–1933), che non la seppe amministrare adeguatamente: nel 1901 tutti i suoi beni furono ceduti a Napoleone Ticozzi e al Conte Jacopo Rossi dopo il suo fallimento. Tale cambio di proprietà non fu dovuto a una cessione vera e propria, ma fu una forma di rifondazione dei debiti accumulati da Eugenio nei confronti della Società di Credito di Mestre, e si accompagnò alla vendita del Palazzo Da Re al Cavaliere Cesare Cecchini. Le attività dei Da Re Secondo la “Lista dei maggiori estimati del Comune di Mestre” redatta il 27 ottobre 1849, l’area su cui poi sarebbero sorti gli stabilimenti di Giuseppe Da Re era in possesso della famiglia Fedeli, che in quell’area aveva già avviato una fornace e realizzato delle case per i dipendenti. Le case che oggi si trovano in Via Fedeli sono ciò che resta dell’attività di quest’ultimo imprenditore. Da Re acquistò la Fornace da Gaetano Fedeli nel 1852 e, sempre in quegli anni, comprò anche Ca’ Emo e un vasto terreno di proprietà della famiglia Foscari. Ca’ Emo sarebbe stata assorbita all’interno dell’insediamento produttivo, che si estendeva sulla riva meridionale del Canal Salso, tra via Pepe e l’attuale viale Ancona, in una posizione strategica che permetteva l’importazione di argilla dalla laguna e di carbone via acqua, e l’esportazione dei prodotti tramite la ferrovia attiva dal 1846. All’interno dello stabilimento venivano prodotti beni per l’edilizia come laterizi e mattoni, Da Re fornì il materiale edile per la realizzazione del nuovo cimitero di Mestre, e venivano lavorati la calce e lo zolfo. Vi erano depositi per il grano, officine di carpentieri, fienili e scuderie, case per gli operai con giardini e latrine, case per i fuochisti e per il direttore. Era di fatto una cittadella. Negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento Da Re introdusse i forni continui di tipo Hoffmann, tecnologia brevettata nel 1858 che riduceva i consumi di combustibile fino al 70% rispetto ai forni tradizionali, rendendo il complesso tra i più avanzati del Veneto. La famiglia Da Re era anche una famiglia di possidenti agricoli con proprietà distribuite fra Altobello, Favaro, Tessera e il Bottenigo. Inoltre Giuseppe aveva preso in affitto un totale di 9.000 campi dal barone Bianchi, dalla contessa Sugana, dal conte Marcello e dalla Curia, situati fra Roncade, Zerman, Dese e Marcon. Dai contadini si faceva consegnare sia il grano che il materiale utile per alimentare le fornaci e i cavalli: un circuito chiuso in cui la campagna nutriva la fabbrica. Nel settore delle costruzioni, Giuseppe Da Re partecipò alla ristrutturazione del Palazzo Comunale e alla realizzazione del nuovo cimitero nel 1865. Al culmine della sua parabola era probabilmente l’uomo più ricco di Mestre. Il pranzo con Garibaldi La vita di Da Re non si limitò all’ambito economico. Il 5 marzo 1867, su iniziativa del consiglio comunale, ospitò nel Palazzo Da Re in Piazza Ferretto Giuseppe Garibaldi per un pranzo e un breve discorso dalla terrazza. L’evento durò circa un’ora ma rimase impresso nella memoria collettiva della città come uno dei momenti simbolici del Risorgimento a Mestre. Nel 1884, pochi mesi dopo la morte dell’Eroe dei Due Mondi, Da Re fece apporre una lapide commemorativa sulla facciata del palazzo senza permessi ufficiali, suscitando malumori tra le autorità e i notabili locali. Il fallimento Eugenio Da Re, figlio di Giuseppe, verso la fine dell’Ottocento ottenne varie fideiussioni da Napoleone Ticozzi e dal Conte Jacopo Rossi, ottenendo prestiti anche da varie banche, fra cui dalla Società di Credito di Mestre. Cesare Ticozzi, figlio di Napoleone, raccontò che il padre fu mosso dall’affetto verso la vedova Anna Giorgio Guidini, madre della moglie Emilia, e che per questo concesse tali fideiussioni, le quali si rivelarono un boomerang sia per lui che per il Rossi. Gli eredi Da Re, vistisi impossibilitati a pagare i debiti accumulati, nel 1901 cedettero le loro attività ai fideiussori, lasciando loro anche l’onere di estinguere i debiti. Questi, per amministrare tali attività, fondarono la società “Successori di Giuseppe Da Re”, famosa secondo le cronache «per accumulare più debiti che attività», portando al tracollo finanziario anche i suoi due amministratori. I debiti accumulati da Eugenio furono tali da portare al suicidio del Conte Rossi il 2 gennaio 1904, che non riuscì, in quanto garante della fideiussione, a risanarli, e alla prematura morte dell’ex sindaco di Mestre Napoleone Ticozzi, scomparso il 26 marzo 1905 di crepacuore, come raccontato dal figlio Cesare. Le attività dei Da Re passarono successivamente a Domenico Toniolo, Giuseppe Fabbris e Luigi Pallotti, i quali a loro volta vendettero tutto il 4 novembre 1905 alla ditta Piero Trevisan. Con Trevisan l’area cambiò vocazione produttiva: dalla produzione di laterizi si passò alla lavorazione del carbone, poi confluita nella Carbonifera Industriale Italiana (1909). Il Quartiere Altobello e ciò che resta degli stabilimenti Da Re L’area che ospitò gli stabilimenti Da Re è stata oggetto in questi anni di una riqualificazione da parte del Comune di Venezia e di privati. Basti pensare a Via Guglielmo Pepe, che nell’Ottocento veniva chiamata Via Fornace ed era una strada sorta sulla riva del Canal Salso, e che oggi mostra ad avventori ignari ciò che resta del loro patrimonio. L’edificio che oggi ospita uffici, confinante con quelle che furono le case degli operai di Fedeli, era uno stallo per cavalli: a testimoniarlo resta la testa di un cavallo in cotto su un muro. Anche l’area abbandonata situata fra Via Fedeli e Via Giotto era parte degli stabilimenti Da Re e ospitava un magazzino e delle case. Il magazzino all’interno non è diviso in piani e presenta alte colonne che sorreggono il tetto ad arco. Proseguendo per Via Fornace si arriva all’area dove vi era uno squero, da cui il nome della via, in cui un tempo venivano costruite barche per i mestrini. Scendendo per Via Fornace si trovano case in ristrutturazione, fra cui le cosiddette “ex tettoie”, destinate ad alloggi popolari, che un tempo erano magazzini. Famosa è quella che viene chiamata Carbonifera in Viale Ancona, che ospita uffici dell’amministrazione comunale oltre ad attività private, mentre gli edifici che oggi ospitano ristoranti, loft e varie attività erano l’altro confine delle proprietà dei Da Re. L’urbanista Giorgio Sarto, che negli anni Ottanta riscoprì il complesso con laboratori scolastici e il volume “Altobello, storia/analisi/proposte” (Comune di Venezia, 1985), ha documentato come otto dei dieci manufatti originali siano sopravvissuti, riconoscendo nel complesso Da Re il più importante esempio di archeologia industriale ottocentesca a Mestre. Galleria Immagini Un ritratto di Giuseppe Da Re Carta intestata dello Stabilimento di Giuseppe Da Re che era posto sulla riva meridionale del Canal Salso L’estensione degli Stabilimenti Da Re nel 1905 quando erano già dei Trevisan (Ing. Giorgio Sarto) L’edificio dei Da Re, probabilmente una stalla, vicino a Via Pepe Palazzo Da Re nei primi del novecento L’area dei Da Re nel 1916 e il Canal Salso Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Sarto, Giorgio (a cura di). Altobello, storia/analisi/proposte. Comune di Venezia, 1985. Sarto, Giorgio e collaboratori. Catalogo “Mestre Novecento”. Il secolo breve della città di terraferma. Centro Culturale Candiani, Mestre, 2007-2008. storiAmestre. Contributi su Altobello e Canal Salso. storiamestre.it Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! ×
Cesare Ticozzi “Frattini” dalla Valsassina
Cesare Ticozzi imprenditore e politico | Discovery Mestre Cesare Ticozzi imprenditore e politico Dalla Valsassina a protagonista della storia locale La famiglia Ticozzi La famiglia Ticozzi era originaria di Pasturo, in Valsassina, una valle lombarda alle spalle di Lecco. Giovanni Maria (1787–1869), maestro elementare di umili origini, ebbe due figli: Cesare e Teodoro. Il ramo familiare a cui appartenevano era detto dei “Frattini”. Nel 1818, a soli tredici anni, Cesare lasciò Pasturo e raggiunse Venezia, dove trovò lavoro come garzone in un negozio di drogheria. Dopo il servizio militare in Lombardia, nel 1831 si trasferì a Mestre, presso il negozio di Giobatta Panciera. Fu il primo della famiglia a compiere questo passo, che avrebbe cambiato per sempre le sorti dei Ticozzi. Mazziniano convinto, non amava il governo austriaco che dominava sul Veneto, pur venendo nominato Deputato di Mestre assieme a Francesco Linghindal e Antonio Berna. Il titolo gli fu restituito dopo i fatti di Forte Marghera, malgrado la sua contrarietà. Emblematica, in questo senso, la scelta di chiamare suo figlio Napoleone: quasi un affronto agli occupanti. Interrogato sul motivo, Cesare rispose che il nome era stato dato in onore di un cugino che aveva combattuto con l’Imperatore francese. Difficile, però, non leggervi anche quella stessa avversione che lo caratterizzò per tutta la vita. La cioccolateria e la villa Nel 1836, a trent’anni, Cesare avviò la sua fabbrica di cioccolata in Piazza Barche, su un terreno affacciato sul Ramo delle Muneghe del fiume Marzenego, dove oggi sorge il Centro commerciale Le Barche. La struttura, inizialmente a forma di “L”, produceva cioccolata, confetture e altri prodotti dolciari. Di fronte, all’angolo della Calle del Teatro Vecchio, aprì anche il negozio di vendita al dettaglio. Le materie prime arrivavano via acqua: il cacao sbarcava in bastimento alla Punta della Dogana e veniva poi trasportato a Mestre attraverso il Canal Salso, che fino alla metà dell’Ottocento rimase il principale scalo merci della terraferma. Gli affari andarono subito bene. In poco tempo Cesare costruì un patrimonio fatto di case, terreni, alberghi e attività commerciali, commercializzando i suoi prodotti in molte aree del nord Italia. Era un imprenditore moderno, capace di cogliere le opportunità del momento. I diari e i quaderni conservati nell’archivio di famiglia lo mostrano mentre trascrive ricette di marmellate e biscotti con la stessa precisione con cui registra i carichi e gli scarichi del magazzino: una dote manageriale che non era mai disgiunta dall’attenzione ai risultati benefici per la città. La fabbrica assunse la struttura visibile nelle famose cartoline di inizio Novecento nel 1895, quando ad amministrarla vi era Antonio Taboga e la proprietà era passata al figlio Napoleone. Da quel momento in poi sarebbe stata conosciuta come Cioccolateria Taboga. Accanto alla fabbrica, lungo lo stesso Ramo delle Muneghe, Cesare costruì anche la villa di famiglia, in Via Sabbioni, poi rinominata Via Verdi, nelle vicinanze di Villa Querini. La proprietà fu assemblata nel tempo: nel 1832 acquistò all’asta una casa di tale Pescarolo, nel 1847 un edificio attiguo, e nel 1875 un ulteriore lotto sul fiume. Quella strada veniva spesso chiamata Via Ticozzi, a testimonianza del peso che la famiglia aveva nella vita cittadina. Da Deputato di Mestre si batté affinché la nuova Stazione di Mestre venisse costruita lungo il Canal Salso, vicino alla fornace di Giuseppe Da Re, convinto che la ferrovia potesse accelerare l’industrializzazione della città. Nel 1850 fu primo firmatario di una petizione indirizzata all’arciprete Giovanni Renier e al maresciallo Radetzky, chiedendo di non allontanare troppo lo scalo dal cuore economico di Mestre. L’ingegner Luigi Negrelli, incaricato dal Governo Asburgico, fu irremovibile: il tracciato era già definito lungo il Terraglio e la stazione sarebbe stata costruita in aperta campagna, dove si trova ancora oggi. La famiglia Cesare sposò Domenica Olivia Olivi, nipote di Giuseppe, podestà di Treviso e padre di Antonio Olivi. Ebbero tre figli: Napoleone, Isabella (1846–1876) e Luigia. Isabella si sposò con Giovanni Molin. Alla morte di Cesare, il 9 gennaio 1880, la maggior parte del patrimonio passò a Napoleone: la villa di Via Sabbioni, case a Carbonera di Treviso e a Pasturo, terreni a Scaltenigo di Mirano e altro ancora. Il resto fu diviso in quattro parti: tre quarti a Napoleone, un quarto alla famiglia di Isabella. Un patrimonio cospicuo, che comprendeva fondi agricoli a Zelarino, Trivignano, Scorzè, Dolo e Terzo di Tessera, dove si trovava anche una valle da pesca, oltre a dieci case a Mestre e proprietà a Treviso e Spresiano. Cesare riposa nella cappella di famiglia all’interno della chiesa antica del Cimitero di Mestre, accanto alla moglie e ai suoi discendenti. Napoleone ereditò i beni del padre, ma anche il suo attaccamento a Mestre, che lo portò a diventare Sindaco della città nel Regno d’Italia. Galleria Immagini La famiglia Ticozzi e la loro villa Cesare Ticozzi, ritratto su cartoncino Cesare Ticozzi e moglie Domenica Olivi, con i figli Napoleone, Isabella e Luigia (collezione Famiglia Ticozzi) Napoleone Ticozzi, Emilia Guidini e il figlio Cesare in un ritratto di famiglia La villa Ticozzi in Via Sabbioni Via Sabbioni e Villa Ticozzi sullo sfondo Lettera autografata di Cesare Ticozzi (collezione Ugo Ticozzi) Villa Ticozzi, acquerello su cartone, particolare. A. Chichisiola La cioccolateria Ticozzi in Piazza Barche Stabilimento Taboga, già Ticozzi, nel 1900 La Cioccolateria Taboga, già Ticozzi, all’inizio del ‘900 (collezione A. Bon) Lo stabilimento Taboga dei Ticozzi in Piazza XXVII Ottobre Piazza Barche con la fabbrica di cioccolata Taboga, già Ticozzi, fondata da Cesare Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Dal Moro, Anna Maria; Angelozzi, Daniela. Da Cesare a Napoleone, in «Pianeta UTL. Il giornale di e per tutti noi», n. 6, maggio-giugno 2015, Università del Tempo Libero di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il Cinema Excelsior l’opera Liberty dei Furlan
Discovery Mestre Cinema Excelsior Un esempio di stile Liberty voluto dai Furlan Il Cinema Excelsior a Mestre si può definire quale ottimo esempio di stile Liberty di inizio Novecento. Voluto dai Vittorio Furlan, trasferitosi a Mestre da Firenze nel 1905, si può inquadrare all’interno del tentativo di rivalorizzare Piazza Maggiore e dare a Mestre una piazza degna di una città moderna. La nuova Piazza di Mestre fu un progetto pensato da Vittorio Toniolo, Arcangelo Vivit, Barbaro e Furlan stesso, quando grazie all’esproprio dell’Ortaglia di Villa Erizzo al paese, l’area dove ora sorge Piazzale Donatori di Sangue, e lo spostamento del Mercato nel nuovo Foro Boario. Così, mentre lungo il Ramo delle Muneghe venivano costruite le opere dei Toniolo, dal lato opposto, vicino al Duomo di San Lorenzo, Arcangelo Vivit costruiva due edifici: l’Hotel Vivit e il palazzo maestoso eretto al suo fianco. Furlan decise di realizzare il suo cinema sul lato opposto rispetto al Vivit e a Toniolo: di fianco al Ramo della Beccaria. La realizzazione del Cinema Il progetto fu affidato all’ingegner Gardin e l’impresa costruttrice Guassin. Fu realizzato fra il Ramo della Beccaria e l’ormai dismesso Teatro Garibaldi su una proprietà che fu di tale Bertocco suddivisa in un edificio, che ospiterà l’atrio del Cinema, e un giardino sul quale verrà costruita la sala per la proiezione. Come già detto fu scelto lo stile Liberty per la sua realizzazione iniziale a cui fu poi aggiunto un ammodernamento della facciata grazie ad affreschi dell’artista mestrino Alessandro Pomi e a opere in ferro battuto del veneziano Umberto Bellotto. Sempre di Pomi il bellissimo “Il trionfo di Apollo” della sala principale del Teatro Toniolo. Dall’Excelsior all’IMG Vittorio Furlan è stato il padre del Cinema a Mestre e colui che ne ha fatto la storia. Cominciò a proiettare i primi film in un palazzo di fronte all’attuale Excelsior, poi decise di realizzare il Cinema che per anni fu un punto di riferimento della città. Alla morte di Vittorio il cinema passò al fratello Desiderio che apportò qualche cambiamento nella sala. Del 1992 l’ultima ristrutturazione del cinema che ne ampliò la capienza e cambiò la sua prospettiva sul lato del Marzenego. Purtroppo il cinema chiuse nel 2014. Della famiglia Furlan erano anche il Cinema Palazzo e l’IMG Cinema Candiani che venne ceduto al Comune di Venezia nel 2021. Galleria Immagini Il nome del Cinema Excelsior realizzato in ferro battuto da Umberto Bellotto (Foto di Anna Motterle) Il primo dei tre dipinti di Alessandro Pomi che raffigura Mestre e l’industrializzazione, vedi le ciminiere sullo sfondo (Foto di Anna Motterle) Il secondo dei tre dipinti di Alessandro Pomi che raffigura un cavaliere con una bandiera ammainata e sullo sfondo la Torre dell’Orologio (Foto di Anna Motterle) Il terzo dei tre dipinti di Alessandro Pomi che raffigura un proiettore e sullo sfondo una torre (Foto di Anna Motterle) Particolare del Cinema Excelsior con le opere in ferro battuto di Umberto Bellotto Il Cinema Excelsior, lato Ramo della Beccaria, dopo la ristrutturazione del 1992 Il Cinema Excelsior immagini prebelliche Il Cinema Excelsior esempio di architettura Liberty (Foto di Anna Motterle) Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.