Giuseppe Urbani de Gheltof: un museo a Mestre
Giuseppe Urbani De Gheltof
Un artista che sognava il Museo di Mestre
Biografia
Giuseppe Urbani De Gheltof (Venezia, 11 dicembre 1899 – Mestre, 26 febbraio 1982), pittore, architetto e archeologo, si trasferì a Mestre nel 1912 e dedicò gran parte della vita alla pittura (con tecniche come pastello, cera e olio), alla ricerca storica-archeologica sui reperti della terraferma veneziana e soprattutto al sogno di creare un museo per Mestre. Discendente dai Gheltof (nobilitati a Venezia nel 1697 con 100.000 ducati per la Guerra di Morea) e dagli Urbani (stirpe di pittori svizzeri, tra cui Andrea Urbani), ereditò dallo zio Giuseppe Marino Spiridione (vicedirettore del Museo Correr) la passione per la ricerca archivistica e antiquaria.
Carriera artistica e riconoscimenti
Il percorso artistico di Urbani De Gheltof iniziò ufficialmente nel 1925 con l'esordio a Ca' Pesaro, seguito dalla partecipazione alla XV Internazionale d'Arte nel 1926. Durante gli anni '30 espose diverse volte alla Biennale di Venezia, consolidando una carriera che lo vide vincitore di numerosi premi, tra cui il Michetti, il Ramazzotti nel 1957 e il premio Mestre nel 1958 e 1968. Sebbene fosse attento alle avanguardie del suo tempo, la sua produzione pittorica rimase ancorata alla tradizione, prediligendo piccoli formati, scorci agresti e vedute di Mestre eseguiti a olio o pastello con un tocco vibratile. Tra le sue opere si annoverano decorazioni per la Biblioteca Civica di Mestre e numerose commissioni per il barone Monti. Le sue esposizioni toccarono importanti centri italiani come Milano, Padova, Trieste e la Bevilacqua La Masa a Venezia.
Insegnamento e impegno culturale a Mestre
Urbani De Gheltof affiancò all'attività artistica una lunga dedizione all'insegnamento del disegno, ricoprendo inizialmente il ruolo che era stato di suo padre presso la Scuola d'Arte Vetraria di Murano. Successivamente, divenne docente e in seguito direttore della scuola media statale "Napoleone Ticozzi" di Mestre. Il suo profondo legame con la città si manifestò in un'assidua partecipazione alla vita culturale, che gli valse negli anni '60 una medaglia d'argento come "Artista e cultore di storia cittadina". La sua personalità è stata descritta dai contemporanei come quella di un uomo magro, dai tratti regolari e dallo spirito "raggiante, ilare ed eccitato", caratterizzato da un entusiasmo talvolta invadente ma sempre guidato da un'indole candida e orgogliosa.
Enrico Emanuelli (1948, XXIV Biennale) lo descrisse magro, capelli brizzolati, "raggiante, ilare, eccitato", con entusiasmo contagioso: distribuiva biglietti da visita autocreati con disegni colorati e indicava l'opera con l'indice teso.
L'attività di raccolta archeologica e il progetto museale
Il 25 gennaio 1950 propose al Prosindaco la creazione della "Raccolta di memorie storiche di Mestre e terre circonvicine" (che diede vita all'"Istituto Museo per Mestre e le Terre Circonvicine"), una struttura ottocentesca concepita per documentare la storia locale dal Neolitico al 1900 attraverso pietre, libri, scritti, armi e altri oggetti. Nel 1960 la collezione superava i 7.000 pezzi, accumulati grazie a donazioni, depositi istituzionali e soprattutto ai recuperi personali del professore nei cantieri e nelle demolizioni, dove salvava reperti altrimenti destinati alla distruzione.
La Raccolta di Giuseppe Urbani De Gheltof: Struttura e Contenuti
La collezione fu concepita con una struttura sistematica di stampo ottocentesco per documentare la storia della terraferma dalle epoche remote fino al 1900. Le sei sezioni includevano veri pezzi di prestigio per la storia di Mestre:
- Pietre: sezione dominante con il pilo romano porta bandiera (scuola De Amicis), il leone alato trecentesco della Torre Belfredo e il monumentale capitello romano in marmo di Paros (San Girolamo, 1953). Urbani eseguì calchi in gesso e schizzi di lapidi, stemmi, sigilli sepolcrali e patere.
- Libri: includeva l'intero archivio antico della Pia Casa di Ricovero (1302-1800) e la mappa topografica del 1796 di Antonio Patron, documento chiave per la città pre-moderna.
- Arte: comprendeva la statua di Santa Caterina (XV secolo) e affreschi staccati e salvati: cinquecenteschi dalla "Casa del Papa" e quattrocenteschi dalla chiesa di San Rocco.
- Armi: cimeli bellici tra cui palle di cannone del 1848 e armi neolitiche in pietra da Sambruson.
- Miscellanea: tronchi palafitticoli millenari (scavi Coin/Barche, 1961-62), collezione preistorica Vanuzzo di Sambruson, ossa (incluso "bue primigenio"), monete romane, ceramiche, vetri, paste vitree e tripodi.
- Contemporanea: opere donate da Alberto Viani e Gigi Candiani, documenti Risorgimento, fotografie ottocentesche di Mestre, manoscritti garibaldini.
Il metodo era pignolo: notizie trascritte su minuscole strisce di carta incollate su supporti di fortuna; frequenti sopralluoghi in cantieri per salvare reperti destinati alla distruzione.
Il deterioramento dei rapporti istituzionali
Il progetto, pur partito con una certa considerazione istituzionale, fu segnato da una crescente tensione tra la dedizione personale di De Gheltof e l'inerzia o l'ostruzionismo degli enti. Il rapporto con le istituzioni si deteriorò progressivamente, sfociando in scontri aperti e accuse pesanti sui metodi adottati.
Particolarmente critico fu il conflitto con la Pia Casa di Ricovero: dopo aver concesso l'accesso all'archivio storico, nel 1965 il consiglio d'amministrazione accusò formalmente lo studioso di aver danneggiato la documentazione antica. Secondo i diari del professore, per fotografare e riordinare le pergamene aveva tagliato le rilegature originali in cuoio e staccato i fogli per disporli in un ordine cronologico personale – pratica giudicata inaccettabile e lontana dai criteri moderni di conservazione.
Il punto di rottura definitiva con il Comune di Venezia arrivò il 12 agosto 1964: senza preavviso, l'Amministrazione cambiò le serrature dei magazzini di via Vivaldi e via Gozzi, escludendo De Gheltof dall'accesso ai reperti che aveva raccolto e custodito volontariamente per anni. Il gesto fu percepito come un tradimento delle promesse iniziali degli anni '50; il professore rispose con denuncia ai Carabinieri per manomissione, sospettando un tentativo del Comune di impossessarsi del materiale per gestirlo autonomamente.
Anche con il Centro Studi Storici di Mestre emersero frizioni: nella seconda metà degli anni '60 l'associazione collaborò con il Comune per allestire prime bacheche nel Municipio, iniziativa che De Gheltof interpretò come un tentativo di emarginarlo dal ruolo di unico promotore del museo. L'amarezza crebbe quando, in riunioni ufficiali sull'imminente realizzazione del museo, il suo nome non venne nemmeno menzionato, nonostante quindici anni di lavoro e risorse personali per oltre settemila pezzi.
Questi scontri incrociati segnarono la fine della fase attiva del progetto, lasciando la collezione in uno stato di abbandono nei magazzini comunali.
Che fine ha fatto: decenni di negligenza e dispersione
Nonostante sussidio comunale (30.000 lire nel 1952) e promessa del Palazzo della Provvederia, la raccolta non ebbe mai sede stabile: scuola Ticozzi → via Vivaldi (1953) → via Gozzi, Ca' Marcello, Villa Querini → magazzino "Cipros". Il 12 agosto 1964 il Comune cambiò le serrature senza preavviso, escludendo Urbani dai materiali raccolti.
Dopo la morte di Giuseppe, avvenuta nel 1982 per le conseguenze di un incidente stradale, il fratello Giacomo (scultore e architetto, 1906-1998) cercò invano di preservare la memoria e la collezione. Purtroppo i danni si rivelarono irreparabili: un sarcofago romano da 1,5 tonnellate fu tagliato a metà e riutilizzato come base per un pozzo in Villa Querini, un sigillo del XIV secolo venne distrutto da vandali, i preziosi tronchi neolitici marcivano nel fango del magazzino "Cipros", e un pluteo del IX secolo finì sepolto tra macerie e ossa. Un'ispezione del 1979 accertò la sparizione di circa venti reperti da Villa Querini, mentre l'intera collezione numismatica – documentata fotograficamente dallo stesso Urbani – risultò scomparsa. Negli anni '90 due tesi di laurea promosse dall'Università Ca' Foscari per catalogare il materiale (ormai trasferito nel Rione Pertini) si arenarono perché il Comune non fornì mai nemmeno un semplice lavandino per pulire i reperti dalla sporcizia accumulata. Oggi una parte della raccolta, in particolare i reperti di Sambruson, è stata trasferita a Dolo nel 2001; il resto giace ancora nei depositi di via Gagliardi/Pertini, in attesa di un progetto museale che resta fermo da decenni.
L'eredità tra entusiasmo e oblio
I pezzi di maggior prestigio – pilo romano, leone trecentesco, capitello Paros, archivio Ricovero, tronchi millenari, affreschi staccati – restano simboli di radici profonde negate dall'incuria. Un "museo-fantasma" che testimonia un'identità mestrina inseguita con passione individuale, ma mai pienamente istituzionalizzata.
Nell'agosto 2020 l'assessore Paola Mar ha inaugurato una targa in sua memoria, intitolando a Giuseppe Urbani De Gheltof il parchetto situato alla fine di via Manin, dietro il Centro Culturale Candiani.
A lui sono state dedicate due mostre in città: la prima presso la Banca Fideuram di Riviera XX Settembre a Mestre, intitolata "Un sognatore fuori dal tempo"; la seconda presso la Galleria D.E.M. .
Bibliografia
- Nicoletta Consentino, Un museo per Mestre: storia di un'idea (Centro Studi Storici di Mestre)
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