Mestre Scomparsa,  Mestre Medioevale

La presenza ebraica a Mestre

La comunità ebraica di Mestre
Sinagoga, ostello, scuola e libri nel borgo medievale

Gli ebrei veneziani nelle parole di Marin Sanudo

«Qui, (Mestre), sta molti zudei et à una bella sinagoga; et quivi se inpegna, (prestano denaro in pegno), perché i venitiani non vol hebrei stagi a Veniexia»
Itinerario per la Terraferma, 1483

Le origini della presenza ebraica

La presenza ebraica nel territorio veneto è documentata già nel IV secolo d.C., nelle iscrizioni del cosiddetto «sepolcreto dei militi» scoperto nel 1872 a Concordia Sagittaria, anteriori al decreto di Onorio del 418 che escludeva gli ebrei dalle milizie imperiali. Mestre, in ebraico מסטרה, entrò nella storia ebraica nel 1298, quando il Senato veneziano nominò cinque Savi per consultarsi sui rimedi contro le usure e in quella sede la colonia ebraica fu relegata in terraferma fuori dal Dogado. Il nome della città, secondo il Gallicciolli, potrebbe discendere dalla romana famiglia Mestria.

Sotto la dominazione trevigiana prima e scaligera poi, Mestre fu per gli ebrei un antico nido d'insediamento. Con la conclusione della guerra veneto-scaligera, nel 1339, Treviso e con essa Mestre passarono sotto Venezia, andando a costituire il primo nucleo dello Stato di Terraferma: la conquista del castello mestrino da parte di Andrea Morosini, il 29 settembre 1337, ne era stata l'anticipazione militare. Si aprì allora quella politica ambigua, alternata tra bandi e allettamenti, che avrebbe caratterizzato i due secoli successivi di presenza ebraica in città.

Dei meccanismi economici del prestito – condotte, tassi, pegni, aste – ci siamo occupati nell'articolo dedicato ai feneratori ebrei fra Mestre e Venezia. Qui il filo è un altro: la comunità. Chi erano queste persone, dove abitavano, dove pregavano, cosa leggevano e cosa scrivevano.

Le prime condotte: Bert da Norimberga e Moise di Francia

Nel 1373 il Senato concesse una «condotta» quinquennale agli ebrei, con l'obbligo di prestare ai poveri, prorogata al 1386. Il prestito del denaro avveniva su pegno, per lo più di arredi sacri, immagini e paramenti, poi venduti all'incanto se non riscattati. Un decreto del 24 settembre 1389 proibì loro questi negozi.

Il primo banco ebraico mestrino di cui conosciamo il titolare fu quello di Bert, o Roberth, da Norimberga, figlio di quella Sarra vedova di Josef che nel 1391 troviamo ancora a Venezia. Poco dopo, e quasi certamente nel 1393, un secondo prestatore ottenne il benestare del podestà per aprire il proprio banco accanto a quello di Bert: Moise, detto «di Francia». Non era soltanto un finanziere. Le fonti lo definiscono magister in pagina ebrea, cioè maestro della Legge, un rabbino; e a Venezia, in contrada di Santa Sofia, aveva già preso in affitto nel 1390 un grande edificio con accesso alla riva per abitarvi con la famiglia e con altri ebrei, offrendo servizi alberghieri ai viandanti e camere a chi soggiornasse più a lungo.

Il professor Reinhold Christopher Mueller ha studiato per primo il capitolato della condotta stipulata fra il Podestà di Mestre, il consiglio cittadino e questo Moise. Il documento, giunto a noi mutilo della parte iniziale e privo di data, è l'unico del genere finora reperito per Mestre, e vale la pena leggerlo con attenzione: vi si stabilisce che l'ebreo doveva essere trattato come un cittadino pari agli altri (tractetum pro cive), con facoltà di acquistare i beni che gli servivano, compresa la carne kasher. Vi si legge poi la richiesta di due terreni, uno per allestire una sinagoga a proprie spese, l'altro per seppellire i propri morti; il diritto di esclusiva sul prestito, salvo il già presente Bert; un tetto d'interesse del 15% sui prestiti su pegno; e infine la facoltà di gestire un ospizio dove ricevere ospiti, gratuitamente o a pagamento. Mueller osserva che la mancanza, allora, di una sinagoga e di un cimitero già esistenti non depone a favore di un insediamento ebraico mestrino precedente di qualche consistenza.

Il 30 dicembre 1393, alla presenza del podestà Nicolò Grimani, Moise firmava un contratto d'affitto per una casa murata con corte, a 24 ducati l'anno, affacciata sulla strada che portava alla porta del Terraglio, e dunque verso nord, in direzione del Trevigiano; per renderla abitabile occorreva consolidare le pareti esterne e ripristinare il pozzo, spese già comprese nel prezzo. Come ha ricostruito Renata Segre, quella casa era destinata ad accogliere gli ebrei di passaggio per Mestre e a metter loro a disposizione la sinagoga di casa sua, per la quale Moise era già titolare di apposita licenza. In un solo edificio convivevano così locanda, ostello, centro comunitario e luogo di culto.

I luoghi della comunità: sinagoga, ostello, abitazioni

La vita della comunità ebraica a Mestre si svolgeva principalmente nell'area di «Cale de Mezo», corrispondente circa alla odierna Calle del Gambero e via Daniele Manin, che collegava via Palazzo con l'area attigua a Torre Belfredo, interna al Castelnuovo. È probabile che alcuni ebrei vivessero proprio qui, oltre che nel Borgo di Santa Maria.

La sinagoga era ricavata all'interno di una casa presa in affitto dalla famiglia Tron. Marin Sanudo il Giovane la descrive come «bella» nell'Itinerario per la Terraferma del 1483. Luca, Marco e Marietta Tron riferiscono di aver pagato l'affitto di 50 ducati per tale casa. Renata Segre nel suo «Preludio al Ghetto di Venezia» afferma invece che la sinagoga era sita di fronte al Palazzo del Podestà e data in affitto alla cifra di 20 ducati, il che la colloca quasi al centro del Castelnuovo, vicino alla Provvederia.

Un testamento del 1399 ricorda inoltre una «chaxa granda» di Mestre abitata dagli ebrei che prestavano su pegno: probabilmente quella in cui Bert da Norimberga abitava e teneva banco. Apparteneva alla vedova padovana del mestrino ser Marco Bonino, che ne fece donazione al proprio esecutore testamentario, il patrizio Zorzi Bragadin. Le fonti non permettono di collocarla sulla mappa, e restano vaghe anche sul luogo di lavoro: talvolta il banchiere operava in casa, talaltra sotto la loggia del Comune, se non addirittura in piazza.

Molto più preciso è invece il quadro che emerge dai registri contabili della Scuola dei Battuti, proprietaria già nel Trecento di molti immobili attorno al castello e lungo la calle de Mezzo, che divennero il vero centro vitale dell'ebraismo mestrino. Il primo inquilino ebreo di cui conosciamo il nome fu ‘maestro’ Salomone di Samuele di Sansone, medico, ebreo di Spagna: dal 1416 affittava, accanto all'ospizio della Chiave, una casa alta murata su due piani, dove per tre lustri tenne il banco insieme al figlio Aron e al loro fattore Mayer, fino alla disdetta del 1430. Poco dopo compare Anselmo, figlio di Mandolino, che prese un edificio con corte e orto sul retro, adiacente all'albergo dell'Angelo, spendendo somme notevoli in migliorie: un «necessario», alcune finestre, la selciatura della cucina e della camera. Attorno al suo banco e alla sua casa – insieme locanda, ostello e centro comunitario – si andò formando un vero e proprio agglomerato ebraico, a due passi dai due alberghi per viandanti cristiani.

Come documentano i professori Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani, nell'area circostante la Torre delle Zigogne si concentravano alcune delle funzioni più vitali della Mestre medievale: la macelleria pubblica, le abitazioni della comunità ebraica documentate nel Quattro e Cinquecento, la scuola di San Marco nell'edificio contiguo alla torre nel 1465–79. Un nodo di vita civile e commerciale in cui la comunità ebraica era parte integrante, non marginale. A conferma, il gruppo di studio coordinato da Wladimiro Dorigo individuò negli anni Novanta del Quattrocento, proprio nelle vicinanze della torre, la casa abitata dagli ebrei che tenevano il «bancho novo»; Mueller avverte però che in quello studio gli usurai toscani di epoca precedente vengono scambiati per ebrei, e la notizia va quindi maneggiata con prudenza.

Fra Mestre e Venezia: una comunità divisa da tre ore di voga

Per più di un secolo la sinagoga, di rito tedesco, fu a Mestre e non a Venezia, dove pure abitavano molti ebrei. In laguna era permesso riunirsi soltanto per la recita dei Salmi, in gruppi non superiori alle dieci persone: una delibera del Collegio del 1464 insisteva che non vi si potessero tenere servizi sinagogali completi. Perfino la circoncisione poteva essere praticata solo a Mestre, fino al 1483, quando il divieto cadde con una motivazione tutta pratica: portare un neonato a Mestre d'inverno lo esponeva a un grave rischio.

La comunità mestrina aveva un proprio cimitero, ma è oggi impossibile stabilire quanto spesso si usasse invece quello veneziano del Lido, inaugurato nel 1386, dove restano otto lapidi quattrocentesche, due delle quali della famiglia Rapp. La condotta del 1503 riconosceva del resto agli ebrei mestrini il diritto di pregare a Venezia e di celebrarvi le orazioni funebri per seppellire i morti al Lido.

Il movimento fra le due sponde era continuo. I banchieri mestrini avevano così spesso ragioni fiscali e finanziarie per presentarsi di persona a Venezia che vi tenevano case in affitto a mo' di alloggi per ebrei; la condotta concedeva loro fino a venti giorni l'anno di soggiorno, e almeno un rappresentante per ciascuno dei tre banchi doveva seguire a Rialto le aste pubbliche dei pegni non riscattati. Il traghetto per Mestre partiva da un'area di Rialto in prossimità dell'attuale campo delle Beccherie, e il viaggio, secondo le stime, richiedeva al massimo tre ore di remi. Chi arrivava a Venezia doveva portare il segno distintivo giallo, obbligo che poteva essere sospeso solo in casi eccezionali: nel 1491 il futuro imperatore Massimiliano chiese e ottenne che ne fosse esonerato il proprio agente commerciale ebreo, cui il Consiglio dei Dieci concesse perfino il porto d'armi entro i domini veneti.

Nell'altro senso, per le feste principali gli ebrei residenti a Venezia dovevano recarsi a Mestre, dove trovavano accoglienza presso parenti o negli ospizi appositi. Era anche il modo per aggirare il limite dei soggiorni: bastava intervallarli con qualche giorno nell'ostello mestrino e ripartire.

Libri, medici e rabbini: Mestre centro di cultura ashkenazita

È l'aspetto più dimenticato di questa storia, e forse il più sorprendente: Mestre fu un centro di produzione e diffusione della cultura ashkenazita, con botteghe di copisti che lavoravano in ebraico e in yiddish. Un Mahzor, il libro di preghiere per le feste, fu firmato a Mestre nel 1449 da Joel ben Simon, copista noto anche come Joel «da Bonn». Nel 1467 il rabbino Chaim Rapp, della famiglia originaria di Norimberga, copiò o fece copiare in città una raccolta di testi giuridici del XIII secolo.

Ma il pezzo più notevole è un altro. Nel 1474 fu copiato a Mestre, nella casa di Moshé ben Seligman Ulma, il più antico manoscritto yiddish datato di origine italiana: un libro di medicamenti destinato a chi medico non era, con circa 260 ricette fra mediche, cosmetiche e d'altro genere, filtri d'amore compresi. Il codice, ancora poco studiato, si trova oggi nella biblioteca regionale del Baden-Württemberg a Stoccarda. Il copista non si è firmato, ma Mueller avanza un'ipotesi affascinante: potrebbe trattarsi di quell'«Amadio zudio, scritor» che i libri contabili dell'Ospedale dei Battuti registrano come affittuario di una casa fra il 1471 e il 1485. Un secondo manoscritto simile, del 1508, fu prodotto verosimilmente ancora a Mestre, alla vigilia dell'invasione della Lega di Cambrai.

A Mestre viveva inoltre il giurista Yoseph Colon – il Maharik, una delle massime autorità halakhiche del Quattrocento europeo – quando fu chiamato a presiedere, nel 1468-1469, la riunione di tutti i rabbini ashkenaziti dell'alta Italia a Piove di Sacco. L'anno prima era a Mestre per dirimere una lite fra il banchiere mestrino Frizel Rapp e lo stampatore Meshullam Cusi, che nel 1475 avrebbe stampato il primo libro in ebraico. E a Mestre soggiornò a lungo Menahem Oldendorf, autore, poeta e copista nato a Francoforte sul Meno nel 1450: nel 1504 vi copiò un'omelia sui pensieri della morte acclusa a un libricino di precetti in versi per donne, e nel maggio dello stesso anno vi scrisse alcune Selihot per una donna di nome Haennelein, probabilmente una promessa sposa. Nel 1500, infine, Iacob Levitico faceva copiare a Mestre un libro di preghiere per la sua sposa Ester, figlia di un banchiere padovano: quasi certamente un dono di nozze.

L'apice della comunità mestrina (XIV-XV secolo)

Nel febbraio 1397 i residenti nella laguna vennero espulsi da Venezia e ritornarono a vivere a Mestre, rafforzando una comunità già strutturata. Secondo il rabbino e storico Ariel Toaff gli ebrei presenti a Mestre erano circa 100 su una popolazione di circa 2.000 abitanti nel XV secolo: un insediamento che seguiva Treviso, con i suoi 150 membri circa, ed era alla pari di Padova. Tutti e tre questi centri avevano nel Quattrocento un proprio tribunale rabbinico.

Dalla contabilità dell'Ospedale dei Battuti risulta che fra il 1466 e il 1507 vi fossero 28 ebrei, uomini e donne, che avevano preso in affitto case da questa istituzione; di alcuni conosciamo il mestiere: un tintore-berrettaio, un tessitore, un orefice, uno «scriptor» e un medico che veniva chiamato a curare i malati dell'ospedale. Secondo lo studioso Cecil Roth, nel suo «Storia degli Ebrei in Italia», il borgo ebraico era sito nell'area denominata Piraghetto, anche se tale citazione non trova conferma in altri studi.

Oltre alla sinagoga, Mestre registrava la presenza di una scuola o yeshiva, e un responsabile della comunità chiamato parnàs, carica elettiva corrispondente circa a un presidente della comunità. La scuola era aperta: la condotta del 1503 riconosceva agli ebrei il diritto di tenere i propri maestri e i propri libri, e di far venire a Mestre quanti volessero, ad abitare e a studiare. I residenti erano per lo più aschenaziti, con legami con le comunità tedesche, in particolare quella di Norimberga; la famiglia Rapp, grande e ramificata, “pendolare” fra la Germania e la penisola, fu tra le più influenti, con propri membri nella carica di rabbino.

Il periodo compreso tra il 1397 e il 1509 fu con ogni probabilità l'apice della presenza ebraica a Mestre. A spingerla verso l'alto contribuì anche la crisi di Treviso: quando fra il 1442 e il 1467 vi fu vietato agli ebrei il prestito, fu Mestre ad attrarne prima gli operatori del credito e poi alcuni elementi di spicco del mondo culturale. Il banchiere Frizel Rapp si trasferì da Treviso a Mestre prima del 1460; e fu il doge Francesco Foscari a convocare per il 16 giugno 1442 a Mestre, e non più a Treviso, la riunione dei rappresentanti degli ebrei di Padova, Treviso e Mestre per la ripartizione degli oneri fiscali. La forza dei banchi mestrini era tale che nel 1490 il fallimento di uno di essi portò davanti al tribunale fallimentare di Venezia una vera processione di ebrei venuti da vicino e da lontano.

I divieti e la fine della comunità (1427-1516)

Il 1427 segnò una svolta: fu proibito agli ebrei residenti a Mestre di fare sinagoga in pubblico, di tenere scuole e di avere apprendisti cristiani. Nel corso del Quattrocento furono espulsi anche da Vicenza, Treviso, Belluno, Bergamo, Brescia e dalla riviera di Salò.

La situazione precipitò definitivamente nei primi anni del XVI secolo, sia per la presenza a Venezia del predicatore fra Ruffino Lovato da Padova, che già nella Settimana Santa aveva giustificato dal pulpito il saccheggio delle case degli ebrei, sia dopo la sconfitta delle truppe veneziane nella battaglia di Agnadello del 14 maggio 1509. Le case degli ebrei di Verona furono messe a sacco il 31 maggio, quelle di Treviso nella notte fra il 2 e il 3 giugno. Proprio il 3 giugno Marin Sanudo annotava che Mestre era in fuga: i cittadini mandavano le loro cose a Venezia, e con loro facevano gli ebrei, con licenza del Consiglio dei Dieci.

Furono le barche degli emissari del Consiglio dei Dieci a portare al sicuro i pegni dei tre banchi mestrini, distribuendoli in depositi sparsi per Venezia: non tanto per difendere l'attività dei banchieri, quanto perché quei pegni appartenevano in massima parte a debitori veneziani, e la perdita dei capitali investiti avrebbe messo in crisi la Repubblica stessa. La sinagoga di Mestre fu distrutta dagli eserciti della Lega di Cambrai.

In questo periodo la presenza ebraica a Venezia si era arricchita di un numero crescente di levantini provenienti dalla Spagna, cacciati dalla regina Isabella e dal re Ferdinando II nell'atto finale della Reconquista. Con l'aumento degli ebrei in città si aprirono dispute nei palazzi del potere veneziano su come comportarsi con un gruppo religioso spesso considerato non integrato nella comunità locale. Con l'istituzione del Ghetto, decretata dal Senato il 29 marzo 1516, i tre banchi si trasferirono definitivamente in laguna e gli ebrei lasciarono Mestre. La comunità rischiò di essere rimandata in città nel novembre 1519, ma la proposta, sebbene approvata dal Senato, non ebbe seguito; la minaccia si ripeté nel 1537.

La sinagoga dei Tron: la fine di un edificio

Della sinagoga sappiamo con precisione anche come finì, perché i suoi proprietari cristiani dovettero dichiararlo al fisco. Nella condizione di Decima del 1514, Luca, Marco e Marietta Tron scrivono che la sinagoga degli ebrei a Mestre rendeva 50 ducati d'affitto, che fu rovinata quando l'esercito veneziano si accampò a Mestre prima della riconquista di Padova, poi bruciata dai nemici, e che al presente era terreno vuoto da cui non si ricavava nulla.

Ventiquattro anni dopo la situazione era immutata. Nella redecima del 1538 Luca e Marco Tron dichiarano di possedere a Mestre una casa che era stata la sinagoga degli ebrei, bruciata durante la guerra e mai più ricostruita, per la quale da alcuni anni non incassavano alcun affitto; si dicevano disposti a rimetterla come prima e facevano valere, nella trattativa, un argomento significativo: che gli ebrei non potevano avere sinagoga in alcun luogo se non a Mestre. Anche dopo la segregazione nel Ghetto, infatti, a Venezia era ancora proibito costituire una sinagoga, e quella mestrina rimaneva formalmente l'unica consentita.

Il ritorno: le condotte del 1566 e del 1573

La storia non si chiude con il 1516. Si conoscono riferimenti a una condotta per Mestre del 1566, e ci è giunto il testo completo di una condotta stipulata nel 1573 fra il Consiglio cittadino di Mestre e i fratelli Vivian insieme a Iacob fu Michiel di Sacerdoti, dopo il rientro della decisione veneziana di espellere gli ebrei presa per celebrare la vittoria di Lepanto. Nel luglio di quell'anno venivano eletti a Venezia quattro deputati incaricati di trattare con ebrei disposti a prestare ai poveri di Mestre al 10%: mentre in laguna entravano in funzione i «banchi dei poveri» con un tasso massimo del 5%, il nuovo banco mestrino poteva dunque praticare il doppio. Il testo di quella condotta è pubblicato in appendice alle Notizie storiche del castello di Mestre di Bonaventura Barcella.

Coerentemente, riappaiono anche i contratti d'affitto della Scuola dei Battuti: dai suoi libri contabili emerge un tale Leone ebreo, affittuario dal 1575 al 1584. E rientra in questo quadro la notizia, spesso citata come un caso isolato, del patrizio veneziano Giacomo Bragadin che fra il 1583 e il 1594, mentre trasformava l'area del Castelnuovo in quella che sarebbe diventata la villa Tirabosco, affittava alcune casette a «vivian Hebreo Banchier»: quasi certamente lo stesso nucleo familiare dei fratelli Vivian della condotta del 1573. Non l'ultima traccia di una presenza svanita, dunque, ma la coda di un banco regolarmente autorizzato.

Quanto rimase dopo di allora è ancora in gran parte da ricostruire, e attende ricercatori disposti a interrogare gli archivi con pazienza.

Galleria immagini

Bibliografia

  • Achille Bosisio, La Nazione Ebraica tra Venezia e Mestre, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965.
  • Reinhold C. Mueller, Banchi ebraici tra Mestre e Venezia nel tardo medioevo, in Venezia nel tardo medioevo. Economia e società, a cura di L. Molà, M. Knapton, L. Pezzolo, Viella, Roma 2021, pp. 367-393 (pagine scelte su storiAmestre).
  • Renata Segre, Preludio al ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i dogi (1250-1516), Edizioni Ca' Foscari, Venezia 2021 (pagine su Mestre alle pp. 78-85).
  • Ariel Toaff, Gli insediamenti askenaziti nell'Italia settentrionale, in Gli ebrei in Italia, Storia d'Italia, Annali 11, Einaudi, Torino 1996.
  • Angela Möschter, Juden im venezianischen Treviso (1389-1509), Hannover 2008.
  • Antonella Checchin, La scuola e l'ospedale di S. Maria dei Battuti di Mestre dalle origini al 1520, in «Quaderno di studi e notizie», n.s., 6 (1996).
  • Adriana Gusso, Mestre: le radici, identità di una città, Padova 1986.
  • Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre, Venezia 1839 (rist. anast. Mestre 1966), Appendice, doc. XXXIV.
  • Yiddish in Italia. Manoscritti e libri a stampa in yiddish dei secoli XV-XVII, a cura di E. Timm e C. Turniansky, Milano 2003.
  • Wladimiro Dorigo, Mestre Medioevale, in Storia di Mestre, a cura di R. Stevanato, Venezia-Mestre 1999.
  • Italia Judaica

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