Canal Salso, l’età d’oro dei commerci
Canal Salso, l’età d’oro dei commerci (XVII-XIX secolo) | Discovery Mestre Canal Salso, l’età d’oro Corrieri, patrizi e vedutisti: Mestre nel cuore dei commerci veneziani Il canale torna a vivere Con la riapertura del canale alla laguna, nel 1615, e la demolizione del carro di Marghera, il Canal Salso tornò a essere quello che la Serenissima aveva sempre voluto che fosse: la via d’acqua più rapida e sicura fra Venezia e la terraferma. Quella che era una semplice infrastruttura idraulica divenne nei due secoli successivi il cuore pulsante dell’economia mestrina, attorno a cui nacquero mestieri, edifici, ricchezze e, per qualche decennio, perfino una vita culturale di respiro europeo. È la storia che raccontiamo in questa seconda parte, che riprende il filo dove lo avevamo lasciato. Mestre al centro del commercio veneziano Venezia, città d’acqua, conosceva l’importanza delle vie fluviali interne al territorio veneto. Scavando il Canal Salso aveva di fatto realizzato una nuova direttrice commerciale che partiva dal Canal Grande e terminava in una zona di Mestre allora secondaria, ma vicina sia al Castelnuovo, l’attuale area compresa fra via Palazzo, via Torre Belfredo e via Caneve, sia al Borgo di San Lorenzo, l’attuale Piazza Ferretto. Un luogo ideale per proseguire verso le molte destinazioni a cui erano diretti i viaggiatori e le merci provenienti dalla laguna. Questa fu una rivoluzione, e fece nascere nel tempo una nuova piazza a Mestre, quella che sarebbe stata chiamata Piazza Barche. L’apporto economico che la Cava Gradeniga aveva portato alle aree che si sviluppavano attorno ad essa si può cogliere anche dalla collocazione, lungo il canale, della palada di Mergera: uno sbarramento di pali piantati nel letto del canale che fungeva da posto di controllo per il pagamento dei dazi sulle merci, prima di superare il Borgo di Mergaria e proseguire. Lo stesso borgo, raso al suolo all’inizio dell’Ottocento dai francesi per realizzare Forte Marghera, conobbe uno sviluppo notevole, con una piccola chiesa, magazzini e osterie. Una volta giunti in laguna, gli avventori potevano fermarsi all’isola di San Giuliano, dove sorgevano la torre omonima e un convento. Con il tempo l’isola ospitò persino un luogo di ristoro per i viandanti, da cui il nome di “San Giuliano buon albergo”. Osterie, magazzini, un piccolo borgo e poi ville e attività economiche: la Fossa Gradeniga non era diversa dagli altri fiumi e canali che Venezia utilizzava per commerciare con la terraferma. Osterie, stalli e barcaioli Mestre divenne città accogliente per commercianti, cocchieri, uomini d’affari e nobili grazie alle osterie e agli stalli presenti sul suo territorio. Persino l’imperatore Francesco I vi trascorse una notte: del suo soggiorno resta una targa ricordo all’interno dell’agenzia Generali di Via Poerio. L’attuale Hotel Venezia sorge invece dove per secoli si trovava lo stallo omonimo, nato per accogliere mercanti ricchi e facoltosi. Il canale ebbe un risvolto importante anche sul mestiere dei barcaioli: questi divennero un’importante figura economica del territorio e, come era uso a quel tempo, si organizzarono in una Scuola, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la cui sede si trovava vicino alla Chiesa di San Girolamo, a riprova dell’importanza delle vie fluviali per la città. La prima Scuola che i barcaioli di Mestre realizzarono fu però a Cannaregio e prese il nome di Scuola di Sant’Andrea, proprio là dove il «Canal Trevisan», altro nome con cui veniva chiamata la Fossa Gradeniga, incontrava i canali veneziani. Le proprietà dei Duodo Per comprendere appieno questa età d’oro bisogna ricordare a chi appartenesse il cuore di Piazza Barche. Per buona parte del Settecento, l’intero fronte settentrionale della piazza, con la Posta, la Dogana, lo stallo dei cavalli, le locande e la villa nobiliare, era proprietà di una sola famiglia patrizia veneziana: i Duodo, antico casato iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima. Chi arrivava a Mestre dalla laguna e metteva piede sulla testata del Canal Salso calpestava, in un modo o nell’altro, proprietà Duodo. Il loro stemma, a fondo rosso con banda d’argento e tre gigli azzurri, agli occhi dei passanti somigliava a tre pennacchi, e da quello l’edificio della Posta prese il nome popolare di locanda «alli 3 Penacchi», attestato già nella mappa del 1691. Nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda una rendita di 270 ducati annui e per la Dogana poco più di 128 ducati. Una fotografia dettagliata del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo fu de ser Piero: una casa in Via Palazzo affittata a Iseppo Tamburin per 20 ducati, uno stallo «alli tre penachi» affittato ad Antonio Buggie per 160 ducati, e diverse «Casette» vicine con porticato a tettoia, visibili nelle vedute del Canaletto, affittate allo stesso Buggie per altri 40 ducati. I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle, detta «al Cavalletto» o in origine «al Sol», proprietà separata da un terreno appartenuto all’architetto Giuseppe Jappelli. Furono proprio i Duodo a costruire, accanto alla Posta, il magazzino doganale per le merci dirette in Germania con un imponente portale in foggia di arco trionfale, e a tenere in affitto la villa che di lì a poco avrebbe ospitato il personaggio più illustre passato per Mestre nel secolo. L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano stabilì di trasferire gli uffici doganali pubblici nell’immobile Duodo adiacente alla Posta: la dogana privata dei tre pennacchi diventava la dogana pubblica di Mestre. La Posta dei Cavalli e i Corrieri Veneti Fu Piazza Barche a guadagnare di più, nel corso del tempo, da questo commercio, vedendo passare di qua un traffico umano e mercantile sempre più importante. Qui sorse una Posta dei Cavalli in cui giungevano i corrieri da tutta Europa per portare il proprio carico. Vi operava la Compagnia dei Corrieri Veneti, una corporazione privata che ebbe un ruolo prevalente nel servizio postale della Repubblica di Venezia. Marghera era infatti uno dei punti, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile, da cui i traghettatori smistavano la corrispondenza diretta verso la terraferma e da cui poi partivano i corrieri. Erano questi, come le Barche, i luoghi in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna e le merci passavano da un’imbarcazione all’altra. Mestre era inoltre uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. Il complesso della testata fu documentato in dettaglio da una mappa disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827: accanto alla Posta operavano l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva. Piazza Barche nei dipinti dei vedutisti Alla testa del canale sorgeva un’edicola votiva, visibile in tutti e tre i dipinti settecenteschi che ritraggono la piazza. La Piazza assunse un ruolo così centrale nella vita economica veneziana ed europea da meritare di essere immortalata per sempre dai grandi vedutisti del Settecento. Tutti gli amanti del Canaletto conoscono Vista di Mestre, databile intorno al 1740, oggi alla Fondation Bemberg di Tolosa, che mostra l’approdo animato da imbarcazioni, carrozze e persone in frenetica attività. La seconda opera, La riva delle Barche e l’Antica Posta, è tradizionalmente attribuita a Bernardo Bellotto e appartiene a un collezionista privato in Gran Bretagna; secondo i professori Balistreri e Zanverdiani l’attribuzione è però dubbia, poiché il dipinto mostra il magazzino con l’arco trionfale costruito solo nel 1766, quando Bellotto era già all’estero. La terza è una copia settecentesca della composizione del Canaletto. Queste opere ci restituiscono la “fotografia” di quanto Mestre ha perduto a causa della speculazione edilizia e della scarsa lungimiranza dei suoi amministratori, che nel Canal Salso, ormai superato dalla ferrovia e dal trasporto su gomma, videro soltanto un triste simulacro del passato. Un’altra immagine celebre, secondo gli stessi Zanverdiani e Balistreri, è invece stata a lungo fraintesa. L’incisione di Giovanni David del 1775, intitolata Veduta della Scalinata a capo del Canale di Mestre, rimpetto al Giardino di S.E. Co: Durazzo Amb. Cesar., non raffigura la villa, bensì ciò che le stava davanti: la scalinata di discesa all’acqua, l’edificio della Posta e il portale della nuova Dogana Duodo. Il titolo stesso lo dice: «rimpetto al Giardino» significa di fronte al giardino. L’arrivo della cultura europea: il conte Durazzo L’importanza del Canal Salso fu tale da portare a Mestre anche la cultura veneziana e internazionale, in quello che era pur sempre un borgo e non una città. Si pensi al conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che nel XVIII secolo, dopo l’«incidente delle Gondole», preferì trasferirsi proprio a Mestre, in una villa affacciata su questo canale che modellò a propria immagine. Nel 1772 il conte prese in affitto dai Duodo soltanto la dimora nobiliare. Durazzo trasformò quella villa in una piccola corte, con teatrino, giardini all’italiana, voliere, sala di lettura e una Kaffeehaus, una “Versailles in piccolo”, per riprendere la celebre definizione goldoniana di Mestre. Vi custodì anche la straordinaria raccolta di manoscritti autografi di Antonio Vivaldi, che proprio da Mestre prese poi la via di Genova e infine di Torino, dove costituisce oggi il celebre Fondo Foà-Giordano della Biblioteca Nazionale Universitaria. Il Teatro Balbi, l’ambizione di una città Lo stesso fermento spinse un’altra famiglia patrizia, i Balbi, a un’impresa ancora più ambiziosa. Nel 1777 Almerigo Balbi diede avvio, presso la sua proprietà non lontana da Piazza Barche, alla costruzione di un grande teatro, affidato all’architetto Bernardino Maccaruzzi. L’ingresso principale guardava proprio verso il Canal Salso. Era un teatro all’italiana di dimensioni ragguardevoli, con novantanove palchi su quattro ordini, capace di ospitare spettacoli grandiosi. Il Teatro Balbi divenne presto un punto di ritrovo per nobili e artisti di tutta Europa, attratti anche dalla vicina corte del conte Durazzo, che vi organizzava galà sontuosi. Per qualche stagione, Piazza Barche conobbe una vita culturale di respiro internazionale, fatta di opere, balli e ricevimenti, impensabile per quello che era nato come un semplice scalo di terraferma. Il crollo: dalla fine della Serenissima al silenzio del canale Quella stagione di splendore, però, fioriva su un terreno già fragile. Venezia, nel tardo Settecento, viveva da tempo un lento ridimensionamento economico, una perdita di traffici e di territori che svuotava lentamente la sua potenza commerciale. Lo stesso boom dei teatri, a Venezia come a Mestre, era in fondo il lusso di una società che spendeva in magnificenza mentre le sue basi mercantili si assottigliavano. Il Teatro Balbi, costato una fortuna ad Almerigo Balbi, nasceva proprio in questo clima di sfarzo e incertezza. Il conte Durazzo, da parte sua, aveva già lasciato Mestre nel 1784, alla fine della sua ambasciata, e sarebbe morto a Venezia dieci anni dopo. La sua piccola corte sul Canal Salso si era spenta ancora prima della tempesta. E la tempesta arrivò: negli ultimi anni della Repubblica il clima si fece pesante, tanto che nel 1796 il Consiglio dei Dieci ordinò la chiusura del Teatro Balbi, per non offrire alcun pretesto ai soldati francesi e austriaci accampati nei dintorni. Pochi mesi dopo, il 12 maggio 1797, la Serenissima cadeva per sempre. Da quel momento il declino fu inarrestabile e travolse, una dopo l’altra, tutte le glorie di Piazza Barche. Il Teatro Balbi non si riprese mai: conobbe affitti parziali e tentativi di riapertura, poi le demolizioni, finendo declassato a magazzino, a granaio e infine, nell’Ottocento, a sede della prima officina elettrica di Mestre. La celebre villa, dopo il lungo dissesto patrimoniale dei Duodo (già nel 1808 i loro beni mestrini erano gestiti da una «Massa de’ Creditori verso la famiglia Duodo di S. M.ª Zobenigo di Venezia»), passò alla famiglia patrizia dei Pisani, che vi realizzò uno dei primi giardini all’inglese della zona. Come testimonia il Fapanni: «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, CSSM, 1975, p. 77). La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti. Il colpo definitivo arrivò dalla tecnica. Quando,…
Piazza Barche nel ‘700: la porta fra due mondi
Mestre, porta tra due mondi | Discovery Mestre Mestre, porta tra due mondi La Piazza dei Duodo: mercanti, corrieri e pennacchi Arrivare a Mestre: la piazza dei Duodo Sul corpo di fabbrica principale dei Duodo campeggiava lo stemma di famiglia, con fondo rosso, banda argento, caricata di tre gigli azzurri… alla maggior parte dei frequentatori del sito, poco o nulla interessati all’araldica, si sarà palesata l’immagine dei tre pennacchi, efficacissima, quale immediato contrassegno.(C. Balistreri, D. Zanverdiani, G. Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, p. 44) Nel Settecento, per cogliere appieno la testata del Canal Salso occorreva percorrerla al contrario: non da terra, ma dall’acqua. Chi partiva da Venezia la risaliva fino alla sua estremità settentrionale, dove il bacino si allargava e la testata del porto, costruita con tre muraglioni in mattoni, segnava il punto in cui l’acqua cedeva il passo alla strada. Da due di questi muraglioni scendevano altrettante scalinate graduate in pietra d’Istria, una per lato, mentre il muraglione centrale era dotato di un paranco per i bagagli. Era Piazza Barche: non una piazza nel senso moderno del termine, ma uno spazio di scambio, il nodo in cui merci e uomini passavano dal mondo acqueo di Venezia a quello terrestre di Mestre e dell’Europa. È questo che mostrano le vedute settecentesche: una città viva, raccolta attorno a un canale altrettanto vivo, che vista dall’acqua ricordava Venezia e vista da terra una ricca città europea del Settecento. Una di quelle scalinate compare nell’incisione di Giovanni David del 1775: interpretata a lungo come veduta della villa Durazzo, secondo i professori Balistreri e Zanverdiani ritrae al contrario, come dice il titolo «rimpetto al Giardino», ciò che alla villa stava di fronte, cioè la testata e la Posta sull’altra sponda. In testa al canale, per lungo tempo, sorse anche il capitello: un’edicola votiva riprodotta nelle mappe di fine Seicento e Settecento e ben visibile nella stampa del Canaletto. I capitelli erano un simbolo religioso caratteristico degli incroci stradali, segnale di devozione e punto di riferimento per i viaggiatori; quello delle Barche era dedicato alla Beata Vergine, come si ricava da documenti del 1834, ed era l’unico simbolo religioso della località. Quella vitalità era nota. Una testimonianza racconta come il conte Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero, sedesse nella coffee house del suo giardino ad ammirare, e forse a schernire, le persone così indaffarate nel loro lavoro. Una preziosa testimonianza di come si presentasse la piazza ci viene dalla carta di Domenico Margutti del 29 marzo 1691, da cui si vede che gran parte di essa era già proprietà dei Duodo, antico casato patrizio veneziano iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima, con palazzo di famiglia a Venezia in zona Sant’Angelo, che a Mestre traevano consistenti ricavi dal fornire servizi a chi muoveva merci e persone in Piazza Barche. La Posta, la Dogana e il magazzino tedesco Il primo edificio che un avventore proveniente da terra incontrava era l’antica Posta, che già nella mappa del 1691 risultava ospitare la «Locanda alli 3 Penacchi». Il nome si doveva allo stemma di famiglia: fondo rosso, banda d’argento con tre gigli azzurri che agli occhi dei passanti somigliavano a tre pennacchi. L’edificio era ufficialmente registrato come «Stabile detto tre pennacchi con Offizi di Lettere, diligenze e Posta da cavalli», una denominazione che racchiude tre funzioni distinte: gli «Offizi di Lettere» gestivano la corrispondenza, le «diligenze» erano le carrozze pubbliche per i passeggeri, la «Posta da cavalli» assicurava il cambio degli animali da tiro. La rendita era cospicua: nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda 270 ducati annui. Di fianco a questo edificio sorgeva la Pubblica Dogana, una costruzione più bassa e di maggiore sviluppo frontale, che primeggia sulla sinistra delle vedute settecentesche. Accanto ad essa operava l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e poco oltre lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva del complesso. L’intero assetto è documentato in dettaglio in una mappa del Canal Salso disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827. Nel 1766, sei anni prima dell’arrivo del conte Durazzo, Gerolamo Duodo fece realizzare accanto alla Posta un magazzino doganale privato destinato alle merci dei commerci con la Germania. Mestre era uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. L’ingresso era segnato da un imponente portale «in foggia d’arco trionfale», ancora visibile nelle vecchie immagini ottocentesche e in seguito «barbaramente distrutto». L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano decise di trasferire gli uffici doganali pubblici proprio nell’immobile Duodo: la dogana privata dei «tre pennacchi» diventava la dogana pubblica di Mestre. Il patrimonio dei Duodo Una fotografia del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo. Vi figuravano alcune case nei pressi del ponte dell’Orologio, nell’attuale via Palazzo, e soprattutto il nucleo di Piazza Barche: una «Casa con fabriche» adibita a stallo «alli tre penachi», con terreno annesso, e diverse «Casette» con porticato a tettoia. Queste ultime compaiono nelle vedute del Canaletto e furono in parte sostituite dalla Dogana: una mappa del 1744 individua in quel punto il «Sotto Portico delle Casette». I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle verso la strada per Marghera, detta «al Cavalletto» e in origine «al Sol»; vi confinava un terreno dell’architetto Giuseppe Jappelli, il progettista del Caffè Pedrocchi di Padova. La villa: dai Duodo ai Pisani Sul lato opposto rispetto alla dogana, sempre sul fronte settentrionale, sorgeva una delle più belle ville nobiliari mai realizzate a Mestre. Villa Duodo era la dimora di rappresentanza della famiglia patrizia veneziana e la si può ammirare nel quadro del Canaletto, nell’area dove sorgeva un piccolo boschetto, alla destra di chi osserva. Il suo aspetto era già mutato nel quadro attribuito al Bellotto, dove il boschetto è scomparso e si intravede un giardino più ordinato. In seguito, fra il 1772 e il 1784, la villa fu presa in affitto dal conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che la trasformò in una piccola corte con teatrino, giardini all’italiana, voliere e sala di lettura. Come molte famiglie del patriziato veneziano nell’ultima stagione della Serenissima, anche i Duodo andarono incontro a un progressivo dissesto finanziario. Nel 1808, alle registrazioni del catasto napoleonico, i beni mestrini della famiglia non risultavano più nelle mani dei proprietari originari ma gestiti da una «Massa de’ Creditori», con affittuari che versavano una rendita annua ai creditori; tra gli amministratori figurava già un Pisani. Quel nome non era casuale. Fu proprio la famiglia Pisani a subentrare nel possesso della villa, trasformandola radicalmente: come scrive il Fapanni, «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, Quaderno 24 del CSSM, 1975, p. 77). Il giardino frontale cambiava così per l’ennesima volta: dal boschetto del Canaletto al giardino all’italiana descritto dal Boscovich, fino a quello all’inglese dei Pisani. La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti nel corso del Novecento. La caduta della Serenissima, il 12 maggio 1797, e il declino del suo patriziato pesarono sui traffici di Piazza Barche tanto da far fallire persino il Teatro Balbi, che sorgeva non lontano dalla testata del canale, vicino allo Stallo Venezia e all’osteria alla Campana, dove soggiornavano nobili, uomini d’affari e persino re e imperatori. Era la fine di un’era. Il fronte meridionale e i percorsi di terra Sul lato opposto della piazza, verso mezzogiorno, il paesaggio era più modesto. Le mappe settecentesche mostrano una serie di piccoli edifici con porticato a tettoia, il «Sotto Portico delle Casette», strutture basse e commerciali già incontrate tra i possedimenti dei Duodo. Era il lato operativo della piazza, quello dei barcaioli, degli scaricatori, delle botteghe minute. I barcaioli di Mestre erano organizzati in una propria confraternita. Erano loro a garantire il collegamento quotidiano con Venezia, smistando passeggeri e merci lungo il canale. La Compagnia dei Corrieri Veneti, corporazione privata che gestiva il servizio postale della Repubblica, aveva in Piazza Barche uno dei suoi nodi principali, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile e il Piave: come le Barche, erano i punti in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna. Chi arrivava dall’acqua e non proseguiva a piedi poteva prendere una carrozza alla Posta dei Cavalli. Chi invece si muoveva a piedi percorreva il «marchiapiede», forma settecentesca dal francese marchepied: un percorso pedonale che, attraverso il «Sottoportico detto da Prosdocimo», collegava Piazza Barche ai principali assi cittadini e conduceva al Teatro Balbi, costruito nel 1777 dalla famiglia Balbi non lontano dalla piazza. Parte di quel portico sopravvive ancora nella piazzetta XXII Marzo; il tratto verso via Cappuccina scomparve con l’edificio che lo conteneva, abbattuto in un bombardamento della Seconda Guerra Mondiale. Le proprietà della famiglia Pasquali si estendevano lungo la Strada Postale detta Cappuccina, dove possedevano anche un’osteria. Nel catasto napoleonico del 1808 i loro edifici risultavano già trasformati in «Porzione di Fabbricato per l’Ufficio di Posta lettere e Spedizione delle Diligenze Erariali»: il servizio postale si era già in parte spostato dalla testata del canale verso la nuova viabilità terrestre. Piazza Barche oggi Oggi della Piazza Barche rappresentata dai vedutisti non resta quasi nulla. La villa fu demolita a più riprese fra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, il portale trionfale di Gerolamo Duodo è scomparso, il Teatro Balbi è stato recuperato solo nella parte frontale dalla Galleria Teatro Vecchio. Anche la scalinata di discesa al canale è sparita con l’interramento della testata del Canal Salso nel 1932-1933; la si intravede ancora sotto il manto stradale in alcune fotografie scattate durante lavori di scavo. Gli edifici della Posta, della Dogana e delle locande sopravvivono in parte nel tessuto di Piazza Barche e della piazzetta XXII Marzo, ma con pesanti alterazioni, sopraelevazioni e ristrutturazioni che ne hanno cancellato quasi ogni traccia riconoscibile. Per chi sappia leggere il fronte della piazza, però, restano le impronte di una stagione in cui una sola famiglia veneziana governava, da terra e da acqua, la porta d’ingresso di Mestre. La storia del Canal Salso su Discovery Mestre La vicenda del canale che unì Mestre a Venezia si dipana in più articoli collegati: Il Canal Salso, le origini, che ne racconta la nascita e i primi secoli fino al 1615; Il Canal Salso, l’età d’oro, dedicato alla stagione dei commerci tra Seicento e Ottocento; La perduta villa Durazzo, sulla dimora nobiliare che vi sorgeva; Il conte Giacomo Durazzo, sul suo ospite più illustre; e Da Canaletto a Bellotto, sui grandi vedutisti che ritrassero la piazza. Con la fine della Serenissima e l’arrivo della ferrovia, il baricentro di Mestre si sposta dall’acqua alla terra e all’industria: una nuova stagione che comincia nell’area che oggi è nota come Altobello. Galleria immagini La testata del Canal Salso con la Posta «ai Tre Pennacchi» dei Duodo (Domenico Margutti, 1691) I possedimenti meridionali dei Duodo a Piazza Barche (Domenico Margutti, 1691) Ca’ Duodo, la Posta e la Dogana nella pianta del proto Giulio Zuliani (1791) Confronto Canaletto/Bellotto: il magazzino con l’arco trionfale dei Duodo (1766) compare solo nella veduta attribuita al Bellotto La scalinata del canale e la Posta dei Duodo, di fronte alla villa Durazzo (Giovanni David, 1775) Il Canal Salso in un’opera di Aliprandi (XVIII secolo) «La riva delle Barche e l’Antica Posta», attribuito a Bernardo Bellotto (collezione privata) Approfondimenti La perduta villa Durazzo — la residenza del conte Giacomo Durazzo Il Canal Salso, le origini — nascita e storia del canale fino al 1615 Il Canal Salso, l’età d’oro — storia economica e culturale del canale Da Canaletto a Bellotto — Piazza Barche nei quadri dei grandi vedutisti Bibliografia Balistreri, Corrado; Zanverdiani, Dario; Brombin, Giuseppe. Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Brusò, Fabio. Piazza Barche Mestre (1846-1932). Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di…
I manoscritti di Vivaldi a Mestre
I manoscritti di Vivaldi a Mestre | Discovery Mestre I manoscritti di Vivaldi a Mestre Nello studiolo di Villa Durazzo in Piazza Barche la più grande raccolta vivaldiana del mondo Un patrimonio inatteso sul Canal Salso La più vasta raccolta di manoscritti autografi di Antonio Vivaldi esistente al mondo è oggi conservata nella Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, nel celebre Fondo Foà-Giordano. Pochi sanno, tuttavia, che quel patrimonio straordinario transitò fisicamente per Mestre: fu custodito per circa quattro anni, fra il 1780 e il 1784, nella Villa Durazzo di Piazza Barche, la dimora dell’ambasciatore imperiale Giacomo Durazzo. Un tassello poco noto di storia culturale europea che lega indissolubilmente la terraferma veneziana alla rinascita vivaldiana novecentesca. La morte di Vivaldi e la dispersione dell’archivio Antonio Vivaldi morì a Vienna il 28 luglio 1741, nell’abitazione di una vedova viennese dove alloggiava. Si era trasferito nella capitale imperiale l’anno precedente cercando la protezione di Carlo VI, ma la morte dell’imperatore nell’ottobre 1740 e lo scoppio della Guerra di Successione Austriaca lo avevano privato di ogni prospettiva. A causa della totale indigenza in cui versava, non ebbe né un funerale solenne né una lapide commemorativa: il suo corpo fu inumato in una fossa comune riservata ai poveri nel cimitero dello Spittaler Gottesacker, presso la Karlskirche. L’area cimiteriale fu successivamente dismessa, oggi vi sorge la Technische Universität Wien, rendendo impossibile l’individuazione della tomba. Alla morte del compositore, il le carte musicali che Antonio aveva lasciato a Venezia passarono agli eredi, fra i quali il fratello Francesco, barbiere e parrucchiere. Erano le partiture autografe che oggi formano i ventisette volumi torinesi, il nucleo di lavoro del compositore. Gli eredi vendettero il fondo al bibliofilo veneziano Jacopo Soranzo (1686-1761), senatore della Serenissima. Alla morte di Soranzo la collezione fu acquistata dal gesuita Matteo Luigi Canonici (1727-1805), letterato e collezionista veneziano fra i più importanti dell’epoca, e da lui passò infine al conte Giacomo Durazzo. Giacomo Durazzo, il «Conte della Musica» L’acquisizione, che secondo la ricostruzione della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino avvenne intorno al 1780, non fu una scelta casuale. Il conte Giacomo Durazzo (Genova, 27 aprile 1717 – Venezia, 15 ottobre 1794) era, fra le figure del suo tempo, quella più qualificata per riconoscere il valore di un simile patrimonio. Dopo l’esperienza viennese come Generalspektakeldirektor della corte imperiale (1754-1764), durante la quale aveva promosso la riforma gluckiana del melodramma e fatto nascere l’Orfeo ed Euridice del 1762, era tornato alla diplomazia come ambasciatore plenipotenziario del Sacro Romano Impero presso la Serenissima, carica che ricoprì dal 1764 al 1784. Sulla datazione precisa dell’acquisto dei manoscritti vivaldiani la storiografia non è concorde. La tradizione musicologica fondata da Gabriella Gentili Verona negli anni Sessanta del Novecento e ripresa da Federico Maria Sardelli nel suo L’affare Vivaldi (Sellerio, 2015) tende a collocare l’acquisizione nel corso degli anni Cinquanta-Settanta del Settecento, durante il periodo viennese o nei primi anni dell’ambasciata veneziana. La ricostruzione attualmente proposta dalla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, custode istituzionale dei volumi, la colloca invece intorno al 1780, con l’intermediazione del gesuita Matteo Luigi Canonici, che avrebbe tenuto la collezione per circa vent’anni dopo la morte di Soranzo. Il dibattito non è chiuso; in attesa di nuovi riscontri d’archivio, il presente saggio adotta la datazione BNU per coerenza con la fonte primaria istituzionale. Il trasferimento a Mestre e Villa Durazzo Nei primi anni dell’ambasciata, Durazzo soggiornò con la moglie Ernestine von Weissenwolff a Palazzo Loredan a Venezia. La città lagunare non piacque tuttavia alla coppia: i veneziani guardavano con diffidenza gli ambasciatori stranieri, la coabitazione a Palazzo Loredan con Lady Giustiniana Wynne si rivelò difficile, e nel Carnevale del 1767 la disputa per il diritto di approdo al Teatro San Benedetto degenerò in una vera e propria crisi diplomatica. Nel 1772 il conte decise allora di prendere in affitto dai Duodo una villa in Piazza Barche a Mestre, affacciata sul Canal Salso, trasformandola nel giro di pochi mesi in una delle residenze più raffinate della terraferma veneziana. Carlo Goldoni non esitò a definirla «una Versaglia in piccolo». Lo studio fondamentale di Armando Fabio Ivaldi sulla villa, pubblicato nella «Nuova Rivista Musicale Italiana» nel 2012, e la lettera descrittiva che il padre gesuita Ruggero Giuseppe Boscovich inviò all’abate Girolamo Durazzo, fratello del conte, il 1° ottobre 1772 documentano con precisione la struttura della dimora: un «palazzo dominical» centrale, due ali laterali, un teatrino, una galleria, una caffetteria sul Canal Salso, un giardino all’inglese, un serraglio con animali esotici e persino un telescopio gregoriano per osservare i satelliti di Giove. Al piano superiore, e questo è il dettaglio decisivo per la nostra storia, si apriva un «nobile magazzino» che fungeva «da archivio e studiolo», cuore dell’instancabile attività collezionistica del conte. Lo studiolo-archivio e i volumi vivaldiani È in quel «magazzino, archivio, studiolo», la definizione è di Boscovich, testimone oculare nell’ottobre del 1772, che, nei quattro anni finali dell’ambasciata (1780-1784), Durazzo conservò i ventisette volumi autografi di Vivaldi acquistati da Canonici. Lo spazio, descritto come parte di un ambiente più vasto dedicato al collezionismo, ospitava anche il nucleo originario della raccolta di incisioni italiane che Durazzo aveva messo insieme per il principe Alberto di Sassonia-Teschen, e che nel 1776 era divenuta il fondamento della celebre Collezione Albertina di Vienna. Non è improbabile che fra quelle carte, le stampe antiche da un lato, le partiture vivaldiane dall’altro, passasse a Mestre anche il pittore genovese Giovanni David, ospite della villa dal 1774, che proprio grazie alla scuola di acquatinta creata da Durazzo nel magazzino mestrino avviò la sua carriera di incisore. Un dettaglio suggestivo: al Teatro Balbi e nel teatrino della villa Durazzo fece esibire anche una «figlia della Pietà», ovvero una delle giovani musiciste formate all’Ospedale della Pietà di Venezia, il celebre conservatorio femminile di cui Vivaldi era stato per decenni maestro di violino e di coro. Una continuità ideale, pur postuma di oltre trent’anni rispetto alla morte del «prete rosso», fra la tradizione veneziana e la nuova vita culturale che il conte-collezionista aveva animato sul Canal Salso. Dopo Mestre: Genova, Borgo San Martino, Torino Conclusa l’ambasciata nel 1784, Durazzo lasciò Mestre. I manoscritti musicali, compresi i ventisette volumi vivaldiani, lo seguirono. Il conte morì a Venezia il 15 ottobre 1794 e fu sepolto nella chiesa di San Moisè. Le stampe antiche presero la via di Vienna, confluendo nella Collezione Albertina; le carte musicali, in eredità, passarono al nipote Girolamo Luigi Durazzo, ultimo doge della Repubblica Ligure, e furono trasferite nel palazzo di famiglia a Genova, dove rimasero per quasi un secolo. Nel 1893 i volumi che avevano lasciato Mestre un secolo prima furono divisi fra due fratelli discendenti del conte, Marcello Durazzo (1842-1922) e Flavio Ignazio Durazzo (1849-1925). La divisione spezzò la serie dei volumi, particolare che si rivelerà decisivo molti anni dopo. Marcello destinò la propria porzione per lascito al Collegio salesiano San Carlo di Borgo San Martino, nel Monferrato; Flavio Ignazio conservò la propria metà nella villa genovese. Il ritrovamento torinese (1926-1930) Nel 1926, circa centoquarant’anni dopo che gli stessi volumi avevano lasciato la villa di Piazza Barche al seguito di Durazzo, il rettore del Collegio salesiano di Borgo San Martino, dovendo finanziare lavori di manutenzione, decise di alienarli e chiese una perizia alla Biblioteca Nazionale di Torino. Il direttore Luigi Torri si rivolse all’amico Alberto Gentili (1873-1954), primo docente di Storia della musica presso l’Ateneo torinese, e al bibliotecario Faustino Curlo (1867-1935). Gentili, esaminati i materiali, comprese di trovarsi davanti a un ritrovamento di portata mondiale. Grazie alla generosità dell’agente di cambio Roberto Foà (1885-1957), che acquistò e donò la raccolta alla Biblioteca in memoria del figlio Mauro, la prima metà del corpus vivaldiano divenne patrimonio dello Stato italiano (Raccolta Mauro Foà). Ma Gentili notò subito una lacuna regolare nella numerazione: i tomi erano stati divisi. Seguirono tre anni di ricerche genealogiche e di difficili trattative con il marchese Giuseppe Maria Durazzo, erede del ramo genovese. Solo nel 1930, grazie all’intervento di un secondo mecenate, l’industriale tessile Filippo Giordano, che donò i volumi in memoria del figlio Renzo, la seconda metà della raccolta giunse a Torino (Raccolta Renzo Giordano). Il corpus era finalmente riunito. Pochi anni dopo, nel 1938, Alberto Gentili, ebreo, fu rimosso dall’insegnamento all’Università di Torino per effetto delle leggi razziali fasciste; i diritti di studio e pubblicazione dei manoscritti, che gli erano stati riservati, rimasero bloccati e lo studio del fondo poté riprendere solo dopo la guerra. Nel dopoguerra Gentili rinunciò a tornare sulla cattedra. Un momento decisivo della riscoperta fu la settimana vivaldiana del settembre 1939, la prima Settimana Musicale Senese, organizzata da Alfredo Casella presso l’Accademia Chigiana di Siena con il sostegno del conte Guido Chigi Saracini, dove tornarono ad ascoltarsi fra l’altro il Gloria RV 589 e L’Olimpiade. La rinascita vivaldiana del Novecento era cominciata. Mestre nella vicenda Per quattro anni soltanto, fra il 1780 e il 1784, la più vasta raccolta di autografi vivaldiani al mondo fu custodita in una villa di Piazza Barche, a pochi passi dal Castello e dalla Torre dell’Orologio. Non fu un deposito casuale: era la dimora di Giacomo Durazzo, ambasciatore imperiale, riformatore del teatro musicale viennese, fondatore di quella che sarebbe diventata la Collezione Albertina. Della provenienza mestrina di quei volumi, oggi conservati a Torino, restano poche tracce visibili. La villa fu demolita a più riprese fra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del Novecento; il fondo vivaldiano, che comprende oltre trecento brani strumentali, circa ottanta cantate, una ventina di opere teatrali, una quarantina di composizioni sacre e il Gloria RV 589, è ancora largamente identificato con il nome dei suoi mecenati torinesi del 1927-1930. La connessione mestrina è un tassello documentato, ma poco frequentato, della sua storia. L’intero corpus dei manoscritti vivaldiani è oggi digitalizzato e liberamente fruibile sul portale Internet Culturale; l’edizione critica integrale, in corso di pubblicazione presso Ricordi, è curata dall’Istituto Italiano Antonio Vivaldi della Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Bibliografia essenziale Boscovich, R. G., Lettera al P. Girolamo Durazzo, Mestre 1° ottobre 1772, in Lettere del P. Boscovich pubblicate per le nozze Olivieri Balbi, Venezia, Pinelli, 1811. Ivaldi, A. F., «Magnificenza, e buon gusto inarrivabili». La villa e il teatrino di Giacomo Durazzo a Mestre (1772), in «Nuova Rivista Musicale Italiana», n. 2/2012, pp. 181-204. Ivaldi, A. F. – Canepa, S., Il conte Giacomo Durazzo Ambasciatore Imperiale a Venezia (1764-1784), in «La Casana», n. 3, autunno 2008, pp. 39-57. Balistreri, C. – Zanverdiani, D. – Brombin, G., Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Gentili Verona, G., Le collezioni Foà e Giordano della Biblioteca Nazionale di Torino, in «Accademie e biblioteche d’Italia», XXXII, n. 6, novembre-dicembre 1964. Fragalà Data, I. – Colturato, A., Raccolta Mauro Foà. Raccolta Renzo Giordano, introduzione di A. Basso, Roma, Edizioni Torre d’Orfeo, 1987. Sardelli, F. M., L’affare Vivaldi, Palermo, Sellerio, 2015 (romanzo). Sebastiani, M. L. – Porticelli, F. (a cura di), Torino musicale «scrinium» di Vivaldi, Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, 2006. Colturato, A. – Porticelli, F. (a cura di), L’approdo inaspettato. I manoscritti torinesi di Antonio Vivaldi, Torino, BNU, 2023. Assereto, G., Durazzo, Giacomo Pier Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 42, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1993. Risorse online Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, Manoscritti vivaldiani: Raccolta Foà e Raccolta Giordano (pagina ufficiale del fondo) BNU Torino, Biblioteca digitale: Raccolta Foà e Raccolta Giordano Internet Culturale, Manoscritti musicali della Raccolta Foà-Giordano (corpus vivaldiano digitalizzato) Istituto Italiano Antonio Vivaldi, Fondazione Giorgio Cini, Venezia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Da Canaletto al Bellotto: Piazza Barche nei quadri dei grandi
Piazza Barche e i grandi vedutisti: Mestre dipinta da Canaletto e Bellotto | Discovery Mestre Piazza Barche e i grandi vedutisti Mestre dipinta da Canaletto e Bellotto Piazza Barche nel XVIII secolo Piazza Barche nel XVIII secolo fu un punto nevralgico della storia della Serenissima che aveva in essa un centro di scambio di merci fra Venezia e l’entroterra. Un porto intermodale come si chiamerebbe oggi dove la merce arrivava con carrozze trainate da cavalli e veniva spedita a Venezia attraverso il Canal Salso. Qui arrivavano le merci provenienti da più direttrici e qui in quel periodo sorsero anche la villa Durazzo e il Teatro Balbi. Forse il periodo storico più florido per Mestre. Tre quadri raccontano Piazza Barche I tre quadri che rappresentano Mestre sono stati realizzati dal Canaletto, da Bernardo Bellotto e da un autore quasi contemporaneo che copiò il Canaletto e raffigurano Piazza Barche così come appariva all’epoca. In essi si può vedere l’antica edicola votiva posta alla testa del Canale, la Posta in cui venivano accolti e cambiati i cavalli dei corrieri e gli edifici che si affacciavano sul Canal Salso. Le barche ormeggiate lungo il canale aspettano la merce destinata a Venezia o la portano da Venezia per essere venduta nell’entroterra. Accanto a barcaioli e facchini compaiono figure vestite con eleganza: segno che la piazza accoglieva persone di ogni estrazione sociale. Senz’altro per meritare questa attenzione da parte di pittori così importanti per l’epoca come il Canaletto e suo nipote il Bellotto quest’area di Mestre deve essere stata fra le più importanti d’entroterra veneziano. Perché i grandi vedutisti dipinsero Mestre Nel Settecento la veduta, cioè la rappresentazione fedele e topograficamente riconoscibile di luoghi e città, divenne uno dei generi più richiesti della pittura veneziana. I protagonisti furono Antonio Canal, detto il Canaletto, e suo nipote Bernardo Bellotto, capaci di restituire con precisione quasi fotografica scorci urbani, canali e architetture. Le loro tele erano molto ambite dai viaggiatori stranieri, soprattutto inglesi, che durante il Grand Tour acquistavano vedute come prezioso ricordo del viaggio in Italia. In questo contesto, l’attenzione rivolta a Mestre e alla sua Piazza Barche non è casuale: significa che quel piccolo porto di terraferma, snodo dei traffici fra Venezia e l’entroterra, era considerato un soggetto degno della grande pittura, alla pari di scorci ben più celebri della laguna. Le tre opere La prima opera è la Vista di Mestre di Canaletto, databile intorno al 1740, oggi conservata alla Fondation Bemberg di Tolosa (inventario 1010). È un olio su tela che mostra l’approdo del Canal Salso animato da imbarcazioni e figure, con gli edifici della testata del canale e l’antica Posta. Negli ultimi anni l’opera ha viaggiato in mostre internazionali dedicate alla collezione Bemberg, segno del prestigio che le viene riconosciuto. La seconda opera, La riva delle Barche e l’Antica Posta, è tradizionalmente attribuita a Bernardo Bellotto e appartiene a un collezionista privato in Gran Bretagna. Rispetto alla veduta del Canaletto mostra un assetto più tardo degli edifici, con dettagli architettonici che, come vedremo, hanno fatto sorgere dubbi sull’effettiva paternità dell’opera. La terza opera, Mestre alle Barche, è una versione realizzata da un autore successivo che riprese e riprodusse la composizione del Canaletto. La pratica di copiare le vedute dei maestri era diffusa nel Settecento: le repliche soddisfacevano la forte domanda di immagini di città italiane da parte dei viaggiatori, e oggi documentano la fortuna e la circolazione di quelle composizioni. Un dubbio sull’attribuzione a Bellotto Proprio sull’opera attribuita a Bernardo Bellotto è doveroso segnalare un’ipotesi più recente. Secondo gli autori del volume Mestre. Architetture nel tempo (Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin), il dipinto raffigurante la Riva delle Barche e l’Antica Posta non sarebbe in realtà opera di Bellotto. La veduta sembra infatti posteriore di oltre vent’anni rispetto a quelle del Canaletto, e mostra un edificio, il magazzino doganale con il portale ad arco trionfale, che fu costruito solo nel 1766: a quell’epoca Bellotto si era da tempo trasferito all’estero, lontano dall’Italia. L’attribuzione tradizionale al «nipote del Canaletto», dunque, resta secondo questi studiosi tutta da verificare. Galleria fotografica “La riva delle Barche e l’Antica Posta”, attribuito a Bernardo Bellotto (collezione privata) “Vista di Mestre”, Canaletto (Fondation Bemberg, Tolosa, circa 1740) “Mestre alle Barche” Autore successivo al Canaletto vissuto nel XVIII secolo Bibliografia Balistreri, Corrado; Zanverdiani, Dario; Brombin, Giuseppe. Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Approfondimenti: Piazza Barche nel ‘700, la porta fra due mondi e Canal Salso, l’età d’oro dei commerci. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il Canal Salso: le origini
Canal Salso, le origini: come nacque la via d’acqua di Mestre (1361-1615) | Discovery Mestre Canal Salso, le origini Come nacque la via d’acqua che unì Mestre a Venezia (1361-1615) «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di S. Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» Luigi Brunello, Mestre, il porto, il castello, 1971. Mestre prima del canale Mestre è stata città d’acqua molto prima di diventare la città di terraferma che conosciamo oggi. Per secoli il suo legame con Venezia passò attraverso il Marzenego, il “Flumen di Mestre”, lungo il quale merci e viaggiatori scendevano verso la laguna e risalivano verso le città che si affacciavano su di esso. Attorno a quel fiume ruotava la vita del paese, conteso fra le potenze locali e organizzato attorno a due poli: il Castelvecchio e il porto di Cavergnago, da cui prende il titolo il noto libro di Luigi Brunello, Mestre: il porto, il castello. Che questa fosse da sempre terra di passaggio lo dicono già gli Statuti del Comune di Treviso del 1232, quando Mestre dipendeva dalla città trevigiana. Vi era fissata persino la tariffa, fino a 4 soldi, per il noleggio dei cavalli da Treviso a Mestre e Margera, con tanto di penale per chi restituiva l’animale in ritardo: segno di un viavai di uomini e bestie già intenso, e di un’autorità che lo regolamentava con cura. Venezia, da parte sua, guardava a quest’area da secoli, tanto da disputarsi con Treviso il controllo del porto di Cavergnago, dove voleva collocare magazzini e personale per i propri commerci con la terraferma. Già alla fine del X secolo il vescovo trevigiano Rozzone Calza si era accordato con il doge Pietro I Orseolo (976-978) per assegnare ai veneziani il possesso di tre magazzini e il diritto di riscuotere un terzo delle gabelle e dei dazi, eccetto quelli dovuti dai sudditi imperiali. Quando poi, grazie a uno stratagemma di Andrea Morosini, la Serenissima mise le mani prima sul Castello e poi sull’intera Mestre, una delle sue prime preoccupazioni fu proprio la gestione dei canali interni. Come sappiamo Venezia era maestra di ingegneria idraulica, e riorganizzare la rete dei canali significava controllarne i commerci. E il vecchio porto di Cavergnago, ormai, non bastava più. Il Marzenego si era infatti rivelato un alleato infido. Soggetto a correnti che ne rendevano faticosa la navigazione, tendeva a interrarsi sotto il peso della sabbia e della terra che trascinava a valle. Per una potenza che fondava la propria ricchezza sugli scambi, serviva qualcosa di meglio: una via d’acqua dritta, profonda e facile da sorvegliare. Quella via sarebbe stato il Canal Salso. La Cava Gradeniga: un canale mite e una strada d’acqua “L’è chomuna sentencia de tuti che a voler salvar questa terra el sia necessari proveder che nissua acqua dolce veni in le salse vicina al cità nostra. E che cussì come l’è ordenato de la Brenta cussi sia provisto del Botenigo e de le aque de Mestre… meter el Botenigo (canale) in el canal de Mergara. Et insieme con quelle da Mestre tute condurle per el Canal dela torre de San Zulian a Tombello…”(Redi Foffano, Dario Lugato, Da Margera a Forte Marghera) La decisione di realizzare un nuovo canale, facile da navigare e quasi rettilineo verso Venezia e l’attuale canale dei Tre Archi, o di Cannaregio, fu maturata sotto il doge Bartolomeo Gradenigo, e fu da lui che il canale prese il nome. I lavori veri e propri presero il via nel 1341 e terminarono nel 1361. Secondo gli studiosi Redi Foffano e Dario Lugato il letto del nuovo canale non fu realizzato ex novo, ma sfruttò quello del “Coregio o canal di San Zulian”, un dato ricordato nel testamento del nobile Nicolò Corner. Di lì il canale raggiungeva Venezia attraverso il Canale di San Secondo, così chiamato dall’isola omonima, fino a Cannaregio, e l’intera via d’acqua prese il nome di “Canale di Mestre”. Su quale alveo naturale i veneziani avessero appoggiato la loro opera, gli studiosi si sono a lungo interrogati. La tesi più solida è quella di Luigi Brunello, secondo cui la Cava Gradeniga ricalcava l’antico letto del fiume Musone, che in tempi remoti sfociava proprio dalle parti di Margera, prima che la Serenissima ne dirottasse il corso lontano dalla laguna. È una spiegazione che ha la concretezza dei conti: scavare lungo un letto già tracciato costava molto meno. Il canale, in fondo, non inventava un percorso nuovo, ma riportava l’acqua dove un fiume era già scorso per secoli. Il risultato fu un’opera imponente per l’epoca. Da San Giuliano, sul margine della laguna, il canale correva quasi in linea retta fin quasi davanti all’odierno centro commerciale in Piazza Barche, largo circa 24 metri e profondo due, capace di accogliere anche imbarcazioni di grossa stazza. All’estremità lagunare vigilava l’isola di San Zulian, con la sua torre di avvistamento, dove in seguito sarebbe sorto un luogo di accoglienza per gli avventori che in barca si dirigevano verso Venezia, da cui il nome di San Giuliano del Buon Albergo, e la dogana per i dazi: la porta d’ingresso della laguna, da sorvegliare con la stessa cura della testata di terraferma. Fin dall’inizio il canale ebbe una doppia anima, commerciale e militare, e non tardò a mostrarla. Durante la Guerra di Chioggia del 1378, mentre Venezia fronteggiava i Genovesi sul mare, a terra dovette vedersela con la lega capeggiata da Francesco da Carrara, signore di Padova, che fece sbarrare la Cava Gradeniga con un ponte e con grandi bastioni per tagliare i rifornimenti alimentari diretti a Mestre. Sconfitto il Carrarese, la navigazione riprese. Ma il pericolo più grande per il canale non sarebbe venuto dalle guerre, bensì dall’acqua stessa. Il Carro di Margera e l’agonia della Cava Gradeniga Se dovessimo rileggere i paragrafi precedenti ci troveremmo di fronte a un’opera di ingegneria idraulica ideale: un canale diretto verso Venezia, più mite del Marzenego e capace di trasportare merci e persone in modo sicuro. Eppure proprio quel pregio nascondeva un problema. Da secoli i veneziani avevano imparato a temere il punto in cui l’acqua dolce dei fiumi incontrava quella salata della laguna: lì si formavano canneti e bassifondi stagnanti, la navigazione si impantanava e per una Repubblica nata sull’acqua era un danno incalcolabile. Quell’ossessione, e le sue conseguenze sulla navigazione lagunare, avrebbe presto spinto le autorità di Venezia a intervenire sul flusso del nuovo canale. La risposta fu sempre la stessa, applicata su scala grandiosa: deviare i fiumi, spingendone le foci ai due estremi della laguna, lontano dal cuore della città. Proprio queste opere, però, avevano un effetto collaterale. Il Bottenigo e altri corsi minori erano stati convogliati nella Fossa Gradeniga, e così le acque dolci tornavano a mescolarsi con quelle salate proprio davanti a Venezia. Bisognava intervenire ancora, e stavolta il prezzo lo avrebbe pagato il canale. Il 1462 segnò la svolta. Per impedire alle acque della Fossa Gradeniga di sfociare in laguna fu realizzato, nei pressi di Mergaria, un argine trasversale, sul modello di quello già costruito a Fusina sul Brenta. Ma sbarrare un canale significava bloccare le barche, e con le barche i commerci. La soluzione, già sperimentata a Fusina, fu ingegnosa: un meccanismo capace di trasportare le imbarcazioni oltre l’argine, via terra. Tale meccanismo prese il nome di Carro. Il carro era costituito da uno stabile costruito a cavallo dell’argine. Al suo interno, due binari in pietra e un argano a trave avvolgevano le corde con cui le barche, caricate su pedane, venivano tirate oltre il dislivello dalla forza di alcuni cavalli. L’invenzione si attribuisce a un certo Antonio Marini, mentre il Carro di Margera fu realizzato dal chioggiotto Angelo Sambo. Funzionava, ma a caro prezzo: ogni passaggio richiedeva tempo, fatica e attesa. Fu un paradosso amaro. Lo stesso canale che aveva dato ricchezza a Mestre e vita al borgo di Margera si trovava ora strozzato proprio nel suo punto di sbocco. Attorno al carro nacquero magazzini e ricoveri per i viandanti costretti ad aspettare, e crebbe la richiesta di manodopera. Ma la Fossa Gradeniga aveva perso la sua scorrevolezza, e con essa parte della sua ragione d’essere. Un secolo difficile Malgrado l’ostacolo, il canale restò un’arteria irrinunciabile per le comunicazioni della Repubblica. Alla fine del Quattrocento si organizzò la Compagnia dei Corrieri Veneti, formata in gran parte da corrieri bergamaschi della famiglia Tasso, i cui statuti iniziano nel 1490 e alla quale la Repubblica affidò i servizi postali regolari verso le principali città italiane ed estere. I corrieri, riconoscibili dalla giubba con l’insegna di San Marco, il corno e il copricapo con la pelle di tasso, emblema della famiglia, percorrevano senza sosta le strade che facevano capo al canale, portando corrispondenza e merci fino alle più lontane città d’Europa. La presenza del carro spinse molti a preferire la via di terra che ne costeggiava il percorso, detta delle “motte”. Per consentire alle carrozze di raggiungere l’isola di Margera, nel 1502 fu costruito un ponte di legno, poi rifatto in mattoni nel 1589. All’inizio del Cinquecento il borgo era ormai un nodo idrografico di prima importanza: qui la Fossa Gradeniga, la “cava nuova” verso Lizza Fusina e il canale Osellino, aperto nel 1507, disegnavano una sorta di Y rovesciata che si congiungeva proprio a Margera, crocevia d’acque in cui si decideva la sorte dei traffici fra terraferma e laguna. Su questo intreccio di canali e di commerci si abbatté la guerra. Nel 1513 le armate della Lega di Cambrai saccheggiarono e incendiarono Mestre, riducendola quasi in rovina. E ancora una volta fu il carro a rivelarsi una trappola: chi cercava scampo verso la laguna rimase imbottigliato a Margera, in balìa dell’esercito nemico, perché lo sbarramento impediva alle barche di fuggire. Nemmeno la natura concedeva tregua. Nel 1535 una grande inondazione allagò l’intera pianura fra Brenta e Sile, sommersa fino a un metro d’acqua, tanto che si dovette riaprire sull’argine fra Margera e Fusina lo sbocco di alcuni scoli. Per i tecnici della Serenissima le opere idrauliche erano un cantiere senza fine, in perenne revisione. Eppure, proprio da quel lavoro paziente sarebbe arrivata, di lì a poco, la liberazione del canale. La liberazione del 1615 La svolta definitiva maturò con le grandi diversioni fluviali, con cui la Serenissima cercava di allontanare dalla laguna le acque dolci dei tre grandi fiumi del problema: Brenta, Musone e Sile. Per il Sile si sarebbe dovuto attendere il Taglio del 1680-1684, ma per il nostro canale fu decisivo il Musone: nel 1613 fu inaugurato il Taglio Nuovo del Musone, che separò il fiume in due rami distinti, il Muson Vecchio e il Muson dei Sassi, convogliandone le acque verso il Brenta. Ridotto finalmente il rischio di interramento, il carro non aveva più ragione di esistere. Ci vollero comunque oltre centocinquant’anni per liberarsene. Avvenne nel 1615: l’argine fu rimosso, il carro demolito e il canale tornò a sfociare liberamente in laguna. Per il borgo di Margera e per la testata di Mestre, Piazza Barche, fu una rinascita, e non a caso è proprio attorno a quegli anni che la zona del porto conobbe un nuovo slancio. Pochi anni dopo venne chiuso anche il ramo del Marzenego che passava sotto il ponte, ridotto a “cava de fanghi”, mentre tutte le acque del fiume venivano dirottate nella Cava Nova. Riaperto alla laguna dopo oltre un secolo e mezzo, il Canal Salso poteva finalmente diventare ciò per cui era nato: la grande porta d’acqua fra Mestre e Venezia. Comincia da qui la sua stagione più fortunata, quella dei traghetti, delle locande e dei mercanti. La storia del Canal Salso su Discovery Mestre La vicenda del canale che unì Mestre a Venezia si dipana in più articoli collegati: Il Canal Salso, l’età d’oro, dedicato alla stagione dei commerci tra Seicento e Ottocento; Piazza Barche, la porta fra due mondi, sulla testata del canale e i suoi edifici;…
La Colonna della Sortita
Colonna della Sortita | Discovery Mestre Colonna della Sortita Simbolo del patriottismo mestrino e della sortita del 1848 Il 27 ottobre 1848 avveniva la sortita di Forte Marghera, episodio fondamentale per la storia mestrina che si colloca all’interno dei moti rivoluzionari che videro l’Italia attraversata da un’onda di orgoglio patriottico. Un patriottismo che restò vivo nei dibattiti cittadini anche dopo la nascita del Comune di Mestre, dividendo la politica locale per decenni. Un tema divisivo Il dibattito su come onorare i fatti di Marghera animava la vita cittadina contrapponendo le diverse anime della politica locale. La stessa data del 27 ottobre era un campo di battaglia simbolico: i progressisti volevano commemorare quell’episodio con solennità pubblica, mentre monarchici, cattolici e la destra dell’epoca preferivano tenere sottotono queste rievocazioni. I due fronti avevano i loro uomini di riferimento: Napoleone Ticozzi, favorevole alla piena commemorazione del 27 ottobre, e Pietro Berna, cattolico, propenso a ridimensionare il patriottismo risorgimentale mestrino. La posizione del Ticozzi non stupisce conoscendo le sue radici familiari. Sua madre Domenica Olivi era nipote di Giuseppe Olivi, podestà di Treviso e patriota, e cugina di Antonio Olivi, eroe e martire dei moti mestrini. Suo padre Cesare, mazziniano convinto e sospettato di aver finanziato Mazzini, gli aveva imposto il nome Napoleone in aperto sfregio agli austriaci. Un monumento per i Fatti di Marghera Il 29 dicembre 1875, nella casa del veterano Bellinato, si riunì un gruppo di reduci insieme al sindaco Napoleone Ticozzi e ad altri cittadini per formare un comitato con il compito di raccogliere fondi per la realizzazione di quello che il Barizza definisce un “modesto Obelisco”, destinato a ricordare i fatti di Marghera. Fra i membri del comitato figuravano Giorgio Manin, figlio di Daniele, il Conte Jacopo Rossi, Lorenzo Gastaldis, Girolamo Allegri, Paride Zajotti e Antonio Malvolti. La prima iniziativa concreta del comitato fu nel 1878 la posa di una targa commemorativa sulle mura della casa di Pietro Berna, sita nei pressi del Ponte della Campana, abbattuta nel 1920 per far posto all’edificio tuttora esistente. Il 9 dicembre 1883 fu la volta della “casa della Rana”, ancora oggi visibile in via Cappuccina, dove venne affissa una targa in ricordo dei patrioti polacchi Costantino Miskiewicz e Isidoro Dembowski, caduti a Mestre durante i moti. Alla cerimonia parteciparono i loro familiari e un folto gruppo di cittadini polacchi giunti appositamente. La raccolta fondi per il monumento non ottenne il successo sperato: furono i Ticozzi ad anticipare di tasca propria la somma mancante, confermando l’attaccamento personale della famiglia all’ideale risorgimentale. Nel 1881 venne affidato a Lorenzo Seguso il compito di realizzare una colonna ionica sormontata da un Leone di San Marco in bronzo. Il piedistallo alla base ospita quattro piastre: due recano iscrizioni di Costantino Nardi, le altre due gli stemmi di Mestre e di Venezia. Il collocamento in Piazza Barche fu affidato ad Antonio Toniolo. La scelta di questa piazza non fu casuale: evitare Piazza Ferretto significava anche evitare le polemiche con chi si opponeva alla commemorazione nel cuore della città. Pietro Berna e la politica contro il ricordo Succeduto al Ticozzi, il sindaco Pietro Berna proseguì nella sua opera di ridimensionamento del patriottismo mestrino. La cerimonia d’inaugurazione, inizialmente fissata per il 27 ottobre 1885, fu sospesa il 17 ottobre con un’ordinanza prefettizia che adduceva come motivazione un’epidemia di colera — pretesto piuttosto trasparente, dal momento che il colera era allora endemico. Fu il Conte Jacopo Rossi a sbloccare la situazione proponendo una data alternativa: domenica 4 aprile 1886. Anche in questa occasione, tuttavia, il Berna si oppose alla richiesta del Comitato Promotore di esporre i gonfaloni donati a Mestre nel 1866 da altre città italiane in riconoscimento del contributo mestrino alla liberazione nazionale, e di organizzare una processione civica aperta alla cittadinanza. L’irremovibilità del sindaco portò il Comitato a sciogliersi in forma di protesta, lasciando una traccia duratura di quanto quella data fosse divisiva per la città. Da Piazza Barche al deposito comunale Per molti decenni la Colonna della Sortita rimase collocata di fronte al negozio Coin, al centro di Piazza Barche, punto di riferimento visivo e simbolico del centro mestrino. Nel 2008 venne rimossa per consentire i lavori di realizzazione del tram, finendo in un magazzino comunale dove rimase per sette anni. Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia il monumento giaceva ancora in deposito, tanto che il consigliere del Quirinale Louis Godart invitò pubblicamente il Comune di Venezia a ricollocarlo nel sito originario. Il ritorno in piazza e la polemica sul leone Il 24 ottobre 2015, in tempo per l’anniversario del 27 ottobre, la colonna tornò in piazza — non nella posizione originaria, oggi occupata da alberi e dalla rotonda, ma a una ventina di metri di distanza, in Piazza XXVII Ottobre. Alla cerimonia partecipò il sindaco Luigi Brugnaro, che ricordò anche Stefano Zabeo, recentemente scomparso, che si era a lungo battuto per riportare il monumento in città. Il leone era però ancora a terra: doveva essere restaurato secondo le indicazioni concordate con la Soprintendenza prima di essere riposizionato in cima alla colonna. Il 21 marzo 2016 i Lavori Pubblici procedettero infine alla posa del leone alato, seguita dalla rimozione del ponteggio e dal completamento delle opere sulla base. Ma non mancò la polemica. Il Centro Studi Storici di Mestre protestò per l’errato orientamento del leone: rimontato con lo sguardo rivolto verso sud, verso Roma, anziché verso nord, verso Vienna, come era stato voluto in origine. Una svista non da poco per un monumento il cui significato risorgimentale è tutto nell’indicare il nemico sconfitto. I fatti recenti: ricollocazione, restauro e polemiche (2008–2026) La rimozione del 2008 per i lavori del tram Sir1 portò il monumento in deposito per sette anni, suscitando appelli pubblici (come quello di Louis Godart nel 2011 per il 150° dell’Unità d’Italia). Il ricollocamento avvenne il 24 ottobre 2015 in Piazza XXVII Ottobre, con cerimonia alla presenza del sindaco Luigi Brugnaro e dell’assessore Francesca Zaccariotto, che sottolinearono il restauro della pietra d’Istria e del bronzo in collaborazione con la Soprintendenza. Il leone fu riposizionato il 21 marzo 2016 dopo restauro. Subito emerse la polemica sull’orientamento: il leone, storicamente rivolto a nord (verso il Terraglio e Vienna, simboleggiando la vigilanza anti-austriaca, come documentato da foto d’inaugurazione 1886), fu montato verso sud (ruotato di 180°). Il Centro Studi Storici di Mestre e il consigliere Paolo Ticozzi (discendente di Napoleone Ticozzi) denunciarono l’errore, che altera il significato simbolico del monumento. Ticozzi ha depositato un’interrogazione consiliare il 17 marzo 2026 (n. 1398), sostenuta dal gruppo PD, chiedendo il ripristino immediato ruotando il leone verso nord. La polemica è ripresa anche su gruppi Facebook come “Mestre Evolution” e pagine del Centro Studi Storici, evidenziando come l’errore sia persistente nonostante segnalazioni fin dal 2016. Galleria Immagini Piazza XXVII ottobre e la Colonna della Sortita in cartolina dell’inizio novecento Festeggiamenti per il collocamento della Colonna della Sortita a Mestre avvenuto il 4 aprile 1886 Leone di San Marco posto sopra la Colonna della Sortita La Casa della Rana in una foto d’epoca. Vi si intravede la targa commemorativa Lo Stemma di Mestre è posto sulla colonna Commemorazione della Sortita e del XXVII Ottobre Il Leone di San Marco è raffigurato al lato opposto dello stemma mestrino Commemorazione delle guerre veneziane La Targa posta nel 1883 sulla Casa della Rana che ricorda due combattenti polacchi su un edificio in via Cappuccina Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Il Gazzettino, “Mestre si riappropria della sua storia e accoglie la Colonna della Sortita”, 25 ottobre 2015. Il Gazzettino, “La colonna della Sortita è tornata quasi al suo posto, a pochi metri da dov’era”, 23 ottobre 2015. Interrogazione consiliare n. 1398, Comune di Venezia, depositata il 17 marzo 2026 da Paolo Ticozzi et al., “Colonna della sortita, si riposizioni nella direzione corretta il leone posto sulla sua sommità”. Disponibile su consiglio2020.comune.venezia.it. Venezia Radio TV, “Mestre, la Colonna della Sortita torna in Piazza XXVII Ottobre”, 24 ottobre 2015. VeneziaToday, articoli sul restauro e ricollocazione della Colonna della Sortita, marzo 2016. Centro Studi Storici di Mestre, comunicati e proteste sull’orientamento del leone (dal 2016 in poi, ripresi su social e giornali locali). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il Teatro Balbi di Mestre
Il Teatro Balbi | Discovery Mestre Il Teatro Balbi Un grande teatro nel cuore di Mestre “Al presente la grossa Terra di Mestre, ornata di pulite abitazioni, e Casini de’ Veneziani, giace situata alle sponde del Marzenego in vicinanza alle Venete Lagune. (…) Vi sono in Mestre diverse Chiese, oltre l’Archipresbiteriale… la quale ora si rifabbrica dai fondamenti (…) Si vede in questa Terra un magnifico Teatro, non ha pari, costruito dalla Patrizia Famiglia Balbi. Qui si trovano in abbondanza Cavalli, e vetture per ogni parte d’Europa (…) e però molti sono gli alloggi, e le osterie; e nel Canale, che mette nella Laguna sonovi a ogn’ora pronte Gondole e altre Barche, e legni maggiori per far il viaggio verso la Dominante”. Così scriveva l’Abate Tentori sul finire del Settecento. Un quadro d’insieme Venezia nel XVIII secolo stava vivendo un periodo di ridimensionamento economico dovuto ad una riduzione della sua capacità di commercio e dei territori posti sotto il suo dominio. In questo periodo i patrizi svilupparono uno stile di vita che li portava con un piede in laguna e uno in terraferma: la cultura della villa di campagna stava prendendo sempre più piede. I veneziani usavano le ville come luogo di villeggiatura, ma anche per fuggire agli impegni politici cittadini, non certo per il raccolto dei campi posti attorno ad esse. Paradossalmente, in un periodo di crisi economica a Venezia si sviluppò un vero e proprio boom di teatri. Ve n’erano così tanti da costringere il governo cittadino a condizionarne la realizzazione al consenso preventivo del Consiglio dei Dieci, con la legge del 1756. Quanto pesasse quel mestiere lo dice un particolare: Francesco Tron, proprietario del teatro di San Cassiano, nel testamento del 1756 ordinò ai suoi eredi di “mai aprirlo”, “ben sapendo… quale grave pregiudizio sia l’esser impresari di Teatri”. Anche Mestre fu attraversata da tale moda, tanto che il Goldoni la definì una piccola Versailles riferendosi alle meravigliose ville in essa presenti. La vita nelle ville però si discostava da quella dei cittadini, tanto che il Boscovich, in una lettera del 1 ottobre 1772 indirizzata all’abate Girolamo Durazzo, scriveva che i nobili e i patrizi rifiutavano il contatto con le persone comuni del luogo, giudicate rozze e poco istruite. In tale contesto Almerigo Balbi, figlio di Filippo e nipote di Alvise, ebbe l’idea di realizzare un teatro presso la sua proprietà di Mestre, non molto distante da Piazza Barche e dal Canal Salso. In effetti l’area oggi nota come Piazza XXVII Ottobre era lo scalo fluviale più importante per Venezia, dove giungevano da tutta Europa viaggiatori più o meno ricchi, e vicino al quale erano sorte ville di prestigio, fra cui quella dell’ambasciatore Giacomo Durazzo, e i vari alberghi destinati a ospitare i viaggiatori più facoltosi diretti a Venezia. Per capire come si presentava l’area si pensi ai dipinti del Canaletto e del Bellotto, in cui Piazza Barche e le vie ai lati del Canal Salso rappresentavano Mestre come una città dinamica e ricca di vita. Un quadro che, visto con gli occhi di oggi, sembra rappresentare una città di medie dimensioni e benestante, e non certo l’idea della città povera e sobborgo di Venezia che molti credono sia stata Mestre. Il permesso del Consiglio dei Dieci La legge del 1756 rendeva difficile la costruzione di nuovi teatri, e i Balbi lo sapevano. Il memoriale che Almerigo indirizzò al Consiglio dei Dieci per conto del padre Filippo e dello zio Alvise fu quindi costruito con astuzia: non si chiedeva di edificare un teatro dove non ce n’erano, ma di regolarizzare moralmente una situazione di fatto. A Mestre le compagnie di giro recitavano già, in stagione di villeggiatura, “all’arbitrio di alcune persone” e con “non indifferenti profitti”, “nonostante l’indecenza del luogo”. Si presentava così il progetto come rimedio a quella indecenza. L’11 agosto 1777 il Consiglio dei Dieci accolse la richiesta, riconoscendo che l’erezione del teatro sarebbe servita “al miglior vantaggio, e perché servir possa di un decente trattenimento a quelle famiglie, che nelle ordinarie villeggiature si traducono in quella terra”. La concessione suscitò la protesta del Podestà e Capitano di Treviso, che temeva che il nuovo teatro potesse ledere gli interessi della Fiera Franca trevigiana, che si svolgeva nel mese di ottobre. I conti di un sogno: palchettisti e debiti Il 1 ottobre 1777 i Balbi dichiararono l’intenzione di vendere i palchi e di garantire con i propri beni eventuali prestiti. Il giorno successivo il nobile Francesco Martinengo concesse 10.000 ducati, garantiti dalle proprietà dei Balbi a Mestre e a Bassano, dalla futura vendita dei palchi e dalla stessa “decenza e bellezza delle rappresentazioni e spettacoli”. Altri 20.000 ducati furono sborsati il 1 aprile 1778. Il 27 giugno dello stesso anno, chiedendone altri 12.000, Almerigo dovette confessare che il suo teatro era stato eretto soltanto “con denaro del N.H. Ser Conte Francesco Martinengo”, e cioè, in altre parole, a forza di debiti. Non bastò. Il 19 marzo 1780 Almerigo dovette emanciparsi dal padre (lo zio era già morto) per poter ottenere a suo nome altri 7.500 ducati dal Martinengo, che minacciava di ricorrere ai tribunali. Nello stesso anno il Martinengo si dissociò dall’impresa e nel 1781 venne sostituito da Zuanne Foscarini. Il 5 maggio 1778 Almerigo pubblicò, in nove capitoli, le basi costitutive della società di palchettisti che voleva fondare, con il prezzo dei palchi fissato non solo rispetto agli ordini (Nobile, Pepiano, Primo e Secondo) ma anche rispetto alla loro posizione riguardo al centro e al proscenio. Oltre agli “onesti oggetti di suo interesse”, il Balbi dichiarava di cercare l’”approvazione universale”, offrendo al “Nobile Pubblico ne’ tempi singolarmente delle villeggiature un nuovo modo di onesto trattenimento”. Le speranze andarono deluse: i firmatari del progetto furono soltanto tredici, e solo quattro acquistarono palchi per sé, mentre gli altri con ogni probabilità li comperarono a scopo di speculazione. Quanto sia costato in tutto il teatro non è chiaro. Il Rossi parla di circa novantamila ducati, il Fapanni di 400.000 lire venete: cifre diverse fra loro, ma entrambe fuori scala rispetto alle possibilità della famiglia. L’architetto: Bernardino Maccaruzzi Il progetto fu affidato a Bernardino Maccaruzzi (Venezia 1728, Venezia 1800), discepolo prima di Giovanni Maria Selva, zio di Giannantonio, e in seguito di Giorgio Massari, considerato l’ultimo rappresentante dell’architettura rococò. Fra le sue opere più note la facciata della chiesa di San Rocco a Venezia, la chiesa di San Lorenzo a Mestre e soprattutto l’allestimento della Fiera della Sensa in Piazza San Marco (1777), distrutto alla caduta della Repubblica e immortalato nelle tele del Guardi. Non era una scelta improvvisata: Maccaruzzi aveva già esperienza in campo teatrale, essendo stato nominato perito per due teatri veneziani, il San Luca nel 1775 e il San Giovanni Grisostomo, oggi Malibran, nel 1776. Nel progetto del 1778 Almerigo Balbi fu generoso di lodi per la “nota abilità” dell’architetto, che aveva fatto “tutti i più accurati studi, riflessioni, e ricerche, onde stabilire la forma d’un teatro la più adatta a ogni sorte di Nobili Spettacoli”. I contemporanei non furono altrettanto teneri. Il classicista Temanza lo liquidava come un “ignorante fortunato”; il De Boni lo definiva “uomo superbo e sprezzatore d’altrui”, salvo poi concludere che “il teatro di Mestre è la migliore sua opera”. Com’era fatto il teatro Il dato che più colpisce, e che si tende a dimenticare, è questo: con il teatro Balbi, Mestre ebbe prima di Venezia un teatro costruito come edificio autonomo e provvisto di una propria facciata. Il prospetto principale, che dava sulla “Strada delle Barche”, era ritmato dal motivo delle pietre squadrate che segnavano verticalmente gli spigoli della facciata e del corpo centrale, coronato da timpano e aggettante sui due laterali, mentre fasce marcapiano sottolineavano orizzontalmente la struttura architettonica. Il portale d’accesso con arco a pieno sesto era affiancato da due porte architravate e, in corrispondenza dei due corpi laterali, da due finestre rettangolari; ad arco erano invece le cinque finestre del piano nobile, al di sopra e al di sotto delle quali si aprivano i fori quadrati dei mezzanini. Quel portale si può ancora oggi individuare, incorporato in una comune casa di abitazione, nella via popolarmente chiamata “calle del Teatro”. Dall’atrio un’ampia scala a due rampe conduceva ai palchi, tutti in legno, in numero di 99 e disposti su quattro ordini. Al centro del pepiano, per un’ampiezza di cinque palchi, si apriva l’ingresso alla platea, mentre al centro degli altri tre ordini era situato un pergolotto. La sala misurava 40 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 16 di altezza. Secondo il Memmo, la sala sarebbe stata costruita evitando spigoli vivi tra soffitto e pareti e fra parete e parete, per impedire che la voce, “incontrandosi negli stessi angoli”, si estinguesse. Per ragioni di acustica la pianta scelta fu quella a “ellisse conica”, che avrebbe eliminato le zone sorde causate dalla curva a ferro di cavallo. Va detto che non tutti furono d’accordo: Francesco Riccati, nel 1790, criticava proprio la curva del teatro Balbi, e il Casoni la contestava per ragioni di visibilità. Sulla parentela fra questa curva e quella del Gran Teatro La Fenice conviene essere prudenti. Giannantonio Selva custodì per tre mesi in casa propria il modello del teatro Balbi, e la si è quindi considerata a lungo la fonte diretta della Fenice; è però più probabile che Maccaruzzi e Selva si siano ambedue ispirati alla curva del teatro Argentina di Roma. Vastissimo era il palcoscenico, e capace dei più grandiosi spettacoli. Come riporta Bonaventura Barcella, esso “era costruito in modo da potersi dividere a metà, e ciò perché aggiunto alla Platea lo spazio che restava dalla metà del Palco Scenico verso la stessa, separata dell’altra metà, che si lasciava, sussistente verso il fondo della Scena, vi si avesse un’ampia Piazza di figura ellittica per dare delle splendide feste di Ballo. In tali incontri si inoltrava sulla metà della Scena, che restava sussistente, un contorno mobile di altri Palchi a comodo degli spettatori convertendo così la Platea in un anfiteatro e rendere più magnifico e gradito lo spettacolo”. Un meccanismo simile era già stato sperimentato nel 1756 al San Giovanni Grisostomo. “L’atrio del teatro, continua il Barcella, era fiancheggiato da Botteghe da Caffè e Confettiere, e sopra l’atrio vi erano erette in due piani due maestose Sale con Camere adiacenti per le prove dell’Opera, e altri usi”. Sulle decorazioni le fonti litigano: lo Zajotti ricorda una volta dorata, il Casoni afferma che il teatro non ebbe decorazioni dipinte e il Fapanni lo conferma almeno per i palchi, mentre per l’Urban era magnificamente addobbato e mobiliato. Se decorazioni ci furono, è probabile che siano state opera di Francesco Battaglioli e Domenico Mauro, che risultano aver ricevuto pagamenti per pitture eseguite nel teatro. Il teatro e la città L’importanza attribuita all’impresa si misura anche dai lavori che ne accompagnarono l’apertura. Dalla Strada delle Barche un porticato proteggeva gli spettatori fino all’atrio, mentre in via Mestrina, dove si affacciavano le finestre delle sale e delle camere adiacenti alla sala del teatro, uno stabile di proprietà dei Balbi era stato trasformato in comoda locanda, detta della Campana. Anche l’ordine pubblico fu riorganizzato per l’occasione. Il podestà Zandomenico Venier, al quale lo Scipione era dedicato, emanò il 13 ottobre 1778 un proclama in cui si specificava che era vietato portare armi, che i questuanti non potevano essere ospitati nelle locande e che le botteghe sotto i portici dovevano tenere i lumi accesi, per evitare che l’oscurità favorisse la “gente malvagia, facinorosa e vagabonda”. La serata inaugurale: 15 ottobre 1778 Il teatro aprì il 15 ottobre 1778 con lo Scipione, dramma serio in tre atti “con musica tutta nuova” di Giuseppe Sarti faentino, libretto di Eugenio Giunti, scene di Francesco Battaglioli e Antonio Mauro, sipario del Battaglioli, costumi di Antonio Dian. Fu l’unica opera seria data a Mestre, e anche l’unica scritta espressamente per il teatro di casa Balbi. Per la serata, che vedeva impegnati noti cantanti, la nobiltà veneziana affollò il teatro. L’opera doveva essere molto spettacolare, perché prevedeva varie mutazioni di scena, alcune a vista, e la presenza di cori e…
Cesare Ticozzi “Frattini” dalla Valsassina
Cesare Ticozzi imprenditore e politico | Discovery Mestre Cesare Ticozzi imprenditore e politico Dalla Valsassina a protagonista della storia locale La famiglia Ticozzi La famiglia Ticozzi era originaria di Pasturo, in Valsassina, una valle lombarda alle spalle di Lecco. Giovanni Maria (1787–1869), maestro elementare di umili origini, ebbe due figli: Cesare e Teodoro. Il ramo familiare a cui appartenevano era detto dei “Frattini”. Nel 1818, a soli tredici anni, Cesare lasciò Pasturo e raggiunse Venezia, dove trovò lavoro come garzone in un negozio di drogheria. Dopo il servizio militare in Lombardia, nel 1831 si trasferì a Mestre, presso il negozio di Giobatta Panciera. Fu il primo della famiglia a compiere questo passo, che avrebbe cambiato per sempre le sorti dei Ticozzi. Mazziniano convinto, non amava il governo austriaco che dominava sul Veneto, pur venendo nominato Deputato di Mestre assieme a Francesco Linghindal e Antonio Berna. Il titolo gli fu restituito dopo i fatti di Forte Marghera, malgrado la sua contrarietà. Emblematica, in questo senso, la scelta di chiamare suo figlio Napoleone: quasi un affronto agli occupanti. Interrogato sul motivo, Cesare rispose che il nome era stato dato in onore di un cugino che aveva combattuto con l’Imperatore francese. Difficile, però, non leggervi anche quella stessa avversione che lo caratterizzò per tutta la vita. La cioccolateria e la villa Nel 1836, a trent’anni, Cesare avviò la sua fabbrica di cioccolata in Piazza Barche, su un terreno affacciato sul Ramo delle Muneghe del fiume Marzenego, dove oggi sorge il Centro commerciale Le Barche. La struttura, inizialmente a forma di “L”, produceva cioccolata, confetture e altri prodotti dolciari. Di fronte, all’angolo della Calle del Teatro Vecchio, aprì anche il negozio di vendita al dettaglio. Le materie prime arrivavano via acqua: il cacao sbarcava in bastimento alla Punta della Dogana e veniva poi trasportato a Mestre attraverso il Canal Salso, che fino alla metà dell’Ottocento rimase il principale scalo merci della terraferma. Gli affari andarono subito bene. In poco tempo Cesare costruì un patrimonio fatto di case, terreni, alberghi e attività commerciali, commercializzando i suoi prodotti in molte aree del nord Italia. Era un imprenditore moderno, capace di cogliere le opportunità del momento. I diari e i quaderni conservati nell’archivio di famiglia lo mostrano mentre trascrive ricette di marmellate e biscotti con la stessa precisione con cui registra i carichi e gli scarichi del magazzino: una dote manageriale che non era mai disgiunta dall’attenzione ai risultati benefici per la città. La fabbrica assunse la struttura visibile nelle famose cartoline di inizio Novecento nel 1895, quando ad amministrarla vi era Antonio Taboga e la proprietà era passata al figlio Napoleone. Da quel momento in poi sarebbe stata conosciuta come Cioccolateria Taboga. Accanto alla fabbrica, lungo lo stesso Ramo delle Muneghe, Cesare costruì anche la villa di famiglia, in Via Sabbioni, poi rinominata Via Verdi, nelle vicinanze di Villa Querini. La proprietà fu assemblata nel tempo: nel 1832 acquistò all’asta una casa di tale Pescarolo, nel 1847 un edificio attiguo, e nel 1875 un ulteriore lotto sul fiume. Quella strada veniva spesso chiamata Via Ticozzi, a testimonianza del peso che la famiglia aveva nella vita cittadina. Da Deputato di Mestre si batté affinché la nuova Stazione di Mestre venisse costruita lungo il Canal Salso, vicino alla fornace di Giuseppe Da Re, convinto che la ferrovia potesse accelerare l’industrializzazione della città. Nel 1850 fu primo firmatario di una petizione indirizzata all’arciprete Giovanni Renier e al maresciallo Radetzky, chiedendo di non allontanare troppo lo scalo dal cuore economico di Mestre. L’ingegner Luigi Negrelli, incaricato dal Governo Asburgico, fu irremovibile: il tracciato era già definito lungo il Terraglio e la stazione sarebbe stata costruita in aperta campagna, dove si trova ancora oggi. La famiglia Cesare sposò Domenica Olivia Olivi, nipote di Giuseppe, podestà di Treviso e padre di Antonio Olivi, l’eroe della Sortita di Mestre. Ebbero tre figli: Napoleone, Isabella (1846–1876) e Luigia. Isabella si sposò con Giovanni Molin. Alla morte di Cesare, il 9 gennaio 1880, la maggior parte del patrimonio passò a Napoleone: la villa di Via Sabbioni, case a Carbonera di Treviso e a Pasturo, terreni a Scaltenigo di Mirano e altro ancora. Il resto fu diviso in quattro parti: tre quarti a Napoleone, un quarto alla famiglia di Isabella. Un patrimonio cospicuo, che comprendeva fondi agricoli a Zelarino, Trivignano, Scorzè, Dolo e Terzo di Tessera, dove si trovava anche una valle da pesca, oltre a dieci case a Mestre e proprietà a Treviso e Spresiano. Cesare riposa nella cappella di famiglia all’interno della chiesa antica del Cimitero di Mestre, accanto alla moglie e ai suoi discendenti. Napoleone ereditò i beni del padre, ma anche il suo attaccamento a Mestre, che lo portò a diventare Sindaco della città nel Regno d’Italia. Galleria Immagini La famiglia Ticozzi e la loro villa Cesare Ticozzi, ritratto su cartoncino Cesare Ticozzi e moglie Domenica Olivi, con i figli Napoleone, Isabella e Luigia (collezione Famiglia Ticozzi) Napoleone Ticozzi, Emilia Guidini e il figlio Cesare in un ritratto di famiglia La villa Ticozzi in Via Sabbioni Via Sabbioni e Villa Ticozzi sullo sfondo Lettera autografata di Cesare Ticozzi (collezione Ugo Ticozzi) Villa Ticozzi, acquerello su cartone, particolare. A. Chichisiola La cioccolateria Ticozzi in Piazza Barche Stabilimento Taboga, già Ticozzi, nel 1900 La Cioccolateria Taboga, già Ticozzi, all’inizio del ‘900 (collezione A. Bon) Lo stabilimento Taboga dei Ticozzi in Piazza XXVII Ottobre Piazza Barche con la fabbrica di cioccolata Taboga, già Ticozzi, fondata da Cesare Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Dal Moro, Anna Maria; Angelozzi, Daniela. Da Cesare a Napoleone, in «Pianeta UTL. Il giornale di e per tutti noi», n. 6, maggio-giugno 2015, Università del Tempo Libero di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La (perduta) Villa Durazzo in Mestre
Villa Durazzo | Discovery Mestre La perduta Villa Durazzo Una “Versaglia in piccolo” sul Canal Salso di Mestre Villa Durazzo a Mestre Il conte Giacomo Durazzo (Genova, 27 aprile 1717 – Venezia, 15 ottobre 1794) giunse a Vienna nel 1749 come inviato straordinario della Repubblica di Genova. Nel 1754 fu nominato Generalspektakeldirektor, direttore generale degli spettacoli imperiali, ruolo in cui sostenne Gluck e favorì la nascita dell’Orfeo ed Euridice del 1762, svolta fondamentale nella storia del teatro musicale europeo. Per questa competenza quasi professionale fu soprannominato «MusikGraf», Conte della Musica. Nel 1764 lasciò Vienna per tornare alla diplomazia: fu nominato ambasciatore plenipotenziario del Sacro Romano Impero a Venezia, con residenza ufficiale a Palazzo Loredan. Palazzo Loredan, le gondole e il trasferimento a Mestre La vita veneziana si rivelò subito scomoda. I veneziani guardavano con diffidenza gli ambasciatori stranieri, ai nobili locali era di fatto proibito frequentarli, e la coabitazione a Palazzo Loredan con Lady Giustiniana Wynne, vedova del predecessore diplomatico, donna intelligente ma insofferente alle regole, aggiunse ulteriori tensioni. Nel Carnevale del 1767 la situazione precipitò: una disputa sul diritto di approdo al Teatro San Benedetto, il cui canale d’accesso era sistematicamente ostruito da gondole vuote, si trasformò in una crisi diplomatica che coinvolse le corti di Vienna, Parigi e Madrid. La corte imperiale sostenne fermamente il suo ministro e la crisi si concluse con la capitolazione della Serenissima, sancita dalla visita di Giuseppe II a Venezia nel 1769. Fu inevitabile la conclusione: Durazzo cercò una residenza più riservata nell’entroterra, lontana dagli intrighi e dai disagi della laguna. Prima dei Durazzo: Villa Duodo La storia dell’edificio inizia prima dell’arrivo del conte. La proprietà era originariamente della famiglia Duodo, patrizi veneziani, che possedevano nell’area di Piazza Barche un vero e proprio polo commerciale e logistico: oltre alla villa, l’ufficio postale, la Pubblica Dogana, lo stallo dei cavalli e una locanda popolarmente nota come «Locanda alli 3 Penacchi», dallo stemma di famiglia a fondo rosso con banda d’argento caricata di tre gigli azzurri, immediatamente riconoscibile a chi frequentava il sito senza dover essere ferrato in araldica. Durazzo non acquistò la villa, ma la prese in affitto dai Duodo nel 1772, trasformandola nel giro di pochi mesi in uno dei centri culturali più vivaci della terraferma veneziana. Carlo Goldoni non esitò a definirla «una Versaglia in piccolo». La scelta di Mestre non era casuale. La città era già alla moda dopo il 1750 e l’apertura del Canal Salso, che la collegava direttamente a Venezia con una via d’acqua larga, profonda e sicura, aveva rapidamente trasformato il borgo nel punto di contatto più importante tra la Serenissima e la terraferma. Lungo il Terraglio, il grande argine sopraelevato quasi rettilineo che dalla Porta Belfredo delle antiche mura di Mestre conduceva direttamente alla Porta Albinia di Treviso, sorgevano le ville più ambite della nobiltà veneziana: era in quella zona strategica, precisamente «in capo del Canale di Mestre», che Durazzo aveva individuato la proprietà dei Duodo. Gli edifici commerciali, la Posta, la Pubblica Dogana, il magazzino doganale realizzato nel 1766 per i traffici con la Germania, restarono sempre proprietà e gestione dei Duodo, prima e dopo il soggiorno mestrino di Durazzo. Su questo complesso si veda l’articolo dedicato a Piazza Barche, la porta fra due mondi. Il progetto e le motivazioni Nel 1770 la contessa Ernestine prese una decisione coraggiosa e di profonda lealtà coniugale: rinunciò ai propri diritti sulla cospicua dote a favore del marito, gesto che garantì a Giacomo la liquidità necessaria per affrontare le ingenti spese del progetto. Non era un gesto di poco conto: Ernestine apparteneva a una delle casate più antiche dell’aristocrazia austriaca, gli Ungnad von Weissenwolff, e sua sorella maggiore Marie Elisabeth aveva sposato il principe Nikolaus I Esterházy, il celebre mecenate ungherese protettore di Joseph Haydn. Rinunciare alla dote significava rinunciare a una garanzia patrimoniale di primissimo rango. Fu probabilmente questo gesto a rendere possibile il costoso progetto mestrino. I lavori di ampliamento e decorazione furono avviati dalla tarda primavera del 1772: nel giro di pochi mesi la dimora si trasformò da «romitorio», come Durazzo stesso l’aveva definita il 21 luglio 1770 in una lettera al cognato Giacomo Filippo III Durazzo del ramo di Gabiano, detto «Marcellone», proprietario della villa di Cornigliano, in una delle residenze più raffinate della terraferma veneziana. Ernestine non fu semplice spettatrice: accompagnò il marito a Mestre e a Venezia durante tutto il ventennio dell’ambasciata, fino alla fine del mandato nel 1784, e morì a Venezia nello stesso anno del consorte. Per lei Giovanni David realizzò nel 1776 l’opera Amor disarmato, e a lei fu dedicato il libretto dell’opera La Virtuosa alla moda del 1779. La fonte: sei ore a lume di candela Boscovich era abituato al bello: aveva soggiornato in residenze di prestigio come villa Foscarini sulla Brenta e la villa di Bagnaia presso Viterbo. Eppure usa toni davvero entusiastici per la villa mestriana. Dopo cinque giorni come ospite del conte, vergò i suoi fogli «l’uno sull’altro, per ben sei ore, a lume di candela», con la precisione descrittiva di uno scienziato e l’entusiasmo di chi aveva appena vissuto qualcosa di insolito. La lettera, pubblicata postuma nel 1811, resta la fonte primaria e insostituibile per ricostruire la residenza. L’architettura La villa si estendeva su un territorio molto esteso, fra il Canal Salso e ben oltre l’attuale Via Mestrina, da circa il Teatro Balbi oltre Corso del Popolo, con un proprio attracco diretto sul canale. Dal progetto planimetrico superstite, disegno a penna e acquarello purtroppo anch’esso distrutto, si articolava attorno a un «palazzo dominical», il corpo padronale centrale leggermente rialzato rispetto al piano terra, con due ali laterali più basse. Il corpo più basso, verso la cappella privata, ospitava il teatrino. Davanti all’ingresso principale si apriva uno spazio con una «bacila cinta di griglie basse», utile per le necessità del giardino e come presidio antincendio. Gli interni Al piano nobile si susseguivano la «prima nobile sala» e la «vaghissima galleria», decorata con festoni dipinti, architetture e putti svolazzanti, tipico repertorio della pittura parietale veneta di secondo Settecento, seguita da camere e appartamenti per i padroni e gli ospiti. Al piano superiore un «nobile magazzino» fungeva da archivio e studiolo, cuore dell’instancabile attività collezionistica del conte. È in quello spazio che, secondo la ricostruzione della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, Durazzo conservò negli ultimi anni dell’ambasciata (1780-1784) i ventisette volumi autografi di Antonio Vivaldi, acquisiti dal padre somasco Matteo Luigi Canonici (1727-1805), letterato e collezionista veneziano, che a sua volta li aveva ricevuti dalla biblioteca del senatore Jacopo Soranzo. Lo stesso ambiente ospitava anche il nucleo originario della raccolta di incisioni italiane che il conte stava mettendo insieme per il principe Alberto di Sassonia-Teschen, e che nel 1776 sarebbe divenuta il fondamento della celebre Collezione Albertina di Vienna. Proprio grazie alla scuola di acquatinta creata da Durazzo nel magazzino mestrino, il giovane Giovanni David avrebbe avviato la sua carriera di incisore. La più grande raccolta vivaldiana del mondo passò da Mestre prima di prendere la via di Genova e infine, attraverso il ritrovamento torinese del 1926-1930, della Biblioteca Nazionale di Torino. Adiacente alla galleria, una «stanza comodissima» era destinata al biliardo, sistemato su consiglio dell’abate Girolamo, passatempo serale molto gradito agli ospiti insieme al gioco delle carte. La giornata tipo dell’ambasciatore iniziava con la cioccolata del mattino, seguita dalla messa e da lunghe ore dedicate agli affari. I pomeriggi erano dedicati a svaghi campestri, come dar da mangiare alle lepri nel parco o osservare il traffico delle barche dal belvedere sulle mura. La sera era il momento della socialità: biliardo, carte, musica, discussioni di scienze e astronomia. Il teatrino Era ancora incompleto nell’autunno del 1772. Ricavato dalla stanza contigua alla galleria, con un «ritiro circolare» come fondale scenico, «un’ampia nicchia, o specie di arcova, o portichetto teatrale», godeva di un accesso diretto al giardino attraverso il lungo viale coperto di verzura, «senza bisogno di esporsi un momento all’aperto». I primi intrattenimenti documentati risalgono al settembre 1772. Il 28 settembre si esibì Antonio Conti detto Nazzari, allievo di Tartini, lodato da Charles Burney come il migliore violinista di Venezia. Il giorno successivo, festa di San Michele patrono di Mestre, fu la volta di una promettente sua allieva «figlia della Pietà», ovvero una delle giovani musiciste formate dall’Ospedale della Pietà di Venezia, il celebre conservatorio femminile di cui Antonio Vivaldi era stato per decenni maestro di violino e di coro. Una continuità ideale, pur postuma di oltre trent’anni rispetto alla morte del «prete rosso», fra la tradizione musicale veneziana e la nuova vita culturale che il conte-collezionista aveva edificato sul Canal Salso, la stessa villa in cui, nello studiolo del piano superiore, erano custoditi gli autografi vivaldiani. Nel teatrino fu rappresentato anche l’Orfeo di Gluck, opera che Durazzo stesso aveva contribuito a promuovere durante gli anni viennesi, in occasione della visita di Massimiliano III Joseph di Baviera. L’attività artistica Il conte non era soltanto committente, ma vero regista di un’intensa vita culturale. Boscovich lo ritrae mentre dirige personalmente pittori, falegnami, intagliatori, giardinieri e zappatori, coordinandoli «appunto come un maresciallo regola la sua armata». A tutto questo si aggiungeva l’attività letteraria dello stesso Boscovich, che, sollecitato dal conte, componeva all’improvviso epigrammi latini sulla vita quotidiana della villa, testimonianza di come la dimora fosse non solo luogo di lusso, ma vero laboratorio culturale dove pittura, scultura, architettura, musica e poesia si intrecciavano. Durazzo ospitò nella villa e al Teatro Balbi artisti di tutta Europa. Il Teatro Balbi, fatto costruire dai nobili fratelli Filippo e Alvise Balbi a partire dal carnevale 1777-1778 nella zona delle Barche, si rivelò presto all’avanguardia rispetto al San Bartolomeo di Venezia, sia per gli aspetti architettonici che tecnici, e divenne il naturale prolungamento della vita culturale della villa. Il pittore genovese Giovanni David, che frequentò Venezia dal 1774 al 1776, realizzò per la contessa Ernestine l’opera Amor disarmato (1776) e avviò, grazie alla scuola di acquatinta che Durazzo aveva creato nel magazzino della villa, una carriera di incisore di primo livello. Il suo lavoro sulle incisioni sarebbe diventato il nucleo fondativo della Collezione Albertina di Vienna. Tra gli ospiti illustri della villa si annoverò anche il conte Kaunitz, la cui visita a Venezia fu salutata con grande soddisfazione dal conte Giacomo come uno dei momenti più graditi dell’intero soggiorno mestrino. Gli ospiti illustri: Mozart a Palazzo Loredan Uno degli eventi più rilevanti del mandato veneziano fu la ricezione ufficiale dei Mozart nel 1771. Wolfgang Amadeus, allora adolescente già famoso, e suo padre Leopold arrivarono a Venezia l’11 febbraio in pieno Carnevale. I Mozart avevano già conosciuto Durazzo a Vienna nel 1762. A Venezia, il 3 marzo 1771, furono ricevuti ufficialmente a Palazzo Loredan. Durazzo facilitò i loro contatti con i circoli culturali veneziani, tra cui quello dell’abate Giammaria Ortes, che accompagnò poi i Mozart fino a Padova lungo la Brenta. Il giardino Era forse la parte più celebrata della residenza, e Boscovich inizia proprio da lì la sua descrizione. Rivolto verso mezzogiorno, si estendeva con parterre disegnati, viali coperti di verzura, agrumi, fiori e pianticelle. Sul fronte strada, «belle spalliere, i vialetti, gazzoni figurati, tutto quello che a chi passa per strada possa annunciare subito il buon gusto, e la magnificenza del padrone di casa». Al centro campeggiava il «grande circolo equinoziale somigliante a una parte di sfera armillare», dorato, che mostrava «l’equinozio e le ore», strumento scientifico e decorativo insieme, laboratorio astronomico a cielo aperto. Il serraglio ospitava pappagalli, pavoni, canarini, galline faraone, conigli e mammiferi esotici, tra cui un rarissimo orsetto americano destinato imbalsamato al naturalista Buffon perché mancava nel suo Cabinet de Curiosités d’Histoire Naturelle di Parigi. Un telescopio gregoriano alto due piedi permetteva di osservare i satelliti di Giove e le stelle fisse. Lungo la strada si trovava la Caffehaus, dove il conte e gli ospiti osservavano i viandanti sul Canal Salso: «chi a piedi, chi a cavallo, chi in sedia, chi in carrozza… e in esso gondole, peottine, barchette coperte, piene spesso di gente… per cui concorre a Mestre mezza Venezia». L’orangerie completava il quadro di una residenza che era al tempo…
Conte Giacomo Durazzo
Giacomo Durazzo | Discovery Mestre Giacomo Durazzo L’ambasciatore, il mecenate, il Conte della Musica Giacomo Durazzo, patrizio genovese, mecenate e riformatore del teatro Il conte Giacomo Durazzo nacque a Genova il 27 aprile 1717 nel palazzo oggi noto come Palazzo Reale di Via Balbi, la dimora dei Durazzo, all’epoca una delle famiglie patrizie più potenti della Repubblica di Genova, che aveva dato alla città nove dogi. Morì a Venezia il 15 ottobre 1794, dopo una vita trascorsa tra le corti più importanti d’Europa, al servizio degli Asburgo e della cultura del suo tempo. La sua formazione avvenne nel cuore della Genova settecentesca, in un ambiente dove musica, teatro e collezionismo erano parte integrante della vita aristocratica. La famiglia possedeva il Teatro del Falcone, situato all’interno di Palazzo Reale, uno dei più importanti teatri musicali della Repubblica: è in quel contesto che il giovane Giacomo maturò il gusto teatrale che avrebbe poi portato a Vienna. Suo fratello maggiore Marcellino Durazzo (1710-1791) sarebbe diventato doge della Repubblica di Genova dal 1767 al 1769, mentre Giacomo seguiva carriere diplomatiche all’estero. Gli anni viennesi: diplomatico e riformatore Dopo aver svolto i primi incarichi diplomatici al servizio di Genova, Durazzo trascorse un periodo formativo a Parigi all’inizio degli anni Cinquanta del Settecento, dove ebbe modo di frequentare i protagonisti del teatro francese, fra cui Charles Simon Favart, autore di opéras-comiques di grande successo, e di osservare da vicino le innovazioni del teatro parigino. Quest’esperienza si sarebbe rivelata decisiva pochi anni dopo, quando avrebbe introdotto sulla scena viennese il repertorio francese. Giunse a Vienna nel 1749 come inviato straordinario della Repubblica di Genova, guadagnandosi rapidamente la stima dell’imperatrice Maria Teresa e del potente cancelliere Wenzel Anton von Kaunitz-Rietberg. La sua appartenenza a una delle famiglie più colte e facoltose di Genova, proprietaria del Teatro del Falcone, lo rendeva un interlocutore naturale per la corte asburgica, che cercava figure capaci di elevare il livello culturale della vita viennese. Nel febbraio 1752 Maria Teresa affidò la direzione dei teatri viennesi al conte Franz Esterházy, che era anch’egli marito di una Ungnad von Weissenwolff e dunque parente acquisito di Durazzo. Fu Kaunitz, vincendo le resistenze iniziali dell’imperatrice, a ottenere che Durazzo fosse affiancato a Esterházy come assistente. A maggio dello stesso anno Durazzo lasciò formalmente la legazione genovese, tornò brevemente a Genova per sistemare alcune questioni ereditarie, poi ripartì per Vienna, dove entrò al servizio dell’Impero con il titolo di consigliere segreto titolare e l’anno successivo di consigliere imperiale e reale. Dalla primavera del 1754, con le dimissioni di Esterházy, divenne Generalspektakeldirektor con piena responsabilità sui due grandi teatri viennesi, il Kärntnerthor e il Burgtheater. Il soprannome che gli rimase fu «MusikGraf», Conte della Musica. La sua azione riformatrice fu profonda e multidirezionale. Il primo colpo fu portato contro il monopolio del melodramma metastasiano: Durazzo congedò la compagnia italiana e la sostituì con adattamenti di opéras-comiques importate da Parigi, aprendo la scena viennese a un repertorio fino ad allora ignorato. La collaborazione con Charles Simon Favart funzionava per corrispondenza: Favart inviava da Parigi partiture e suggerimenti sul personale, Durazzo le metteva in scena al Burgtheater. Nel 1752 una compagnia di attori francesi era già stata ingaggiata alla corte imperiale; dal 1756 il canale diretto con Favart intensificò e sistematizzò il flusso di repertorio parigino verso Vienna. Pietro Metastasio, poeta di corte a Vienna da decenni e simbolo dell’opera seria che Durazzo intendeva riformare, subì questa svolta come un affronto personale: il contrasto tra i due divenne uno degli episodi più vivaci della vita culturale viennese degli anni Cinquanta del Settecento. Sostenne Tommaso Traetta e Christoph Willibald Gluck, e nel 1761 favorì l’arrivo a Vienna del poeta livornese Ranieri de’ Calzabigi, presentato da Kaunitz. L’incontro tra Gluck e Calzabigi, entrambi sotto la protezione di Durazzo, produsse l’Orfeo ed Euridice, rappresentato per la prima volta a Vienna il 5 ottobre 1762. L’opera aprì la stagione della riforma gluckiana, proseguita con l’Alceste e Paride ed Elena, con cui i tre intendevano superare sia le astruse trame dell’opera seria italiana sia i suoi eccessi vocali, ripristinando un rapporto più equilibrato tra parola e musica. Riformò anche il balletto, sostenendo Gasparo Angiolini e le sue teorie sulla danza-pantomima, e favorì l’attività di Kurz Bernardon nel teatro in tedesco. La sua visione era quella di un teatro totale, dove musica, danza, scena e drammaturgia convergessero in un’unica esperienza estetica coerente, un principio che anticipava concezioni poi sviluppate nel secolo successivo. Nel 1764, a causa di diatribe interne al mondo culturale viennese e delle pressioni degli ambienti ostili alle sue riforme, fu costretto a lasciare l’incarico. L’imperatrice Maria Teresa lo sostenne fino all’ultimo, ma non bastò. La contessa Ernestine: una nobile austriaca, cognata degli Esterházy Nel 1750, un anno dopo l’arrivo a Vienna, Giacomo Durazzo sposò la diciottenne contessa Ernestine Aloisia Ungnad von Weissenwolff (Vienna, 1732 – Venezia, 1794), descritta dalle fonti coeve come una bellezza socialmente in vista alla corte di Maria Teresa. La famiglia Ungnad von Weissenwolff era una delle casate più antiche dell’aristocrazia austriaca, con origini risalenti al Cinquecento: tra gli antenati figurava Hans Ungnad Freiherr von Sonneck (1493-1564), riformatore protestante e promotore della Bibbia in lingue slave meridionali. La residenza storica della famiglia era il castello di Steyregg, sul Danubio presso Linz, in Alta Austria. Il matrimonio inseriva Durazzo in una rete di parentele europee di primissimo piano. La sorella maggiore di Ernestine, Marie Elisabeth Ungnad von Weissenwolff (1718-1790), aveva sposato il principe Nikolaus I Esterházy, il celebre mecenate ungherese protettore di Joseph Haydn. I Durazzo erano dunque cognati degli Esterházy, fatto che illumina sotto una nuova luce molti dei rapporti culturali e musicali della coppia: il legame Vienna-Eisenstadt-Esterháza diveniva, attraverso Ernestine, parte integrante dell’orizzonte familiare di Durazzo. Nel 1770, durante l’ambasciata veneziana, Ernestine prese una decisione coraggiosa e di profonda lealtà coniugale: rinunciò ai propri diritti sulla cospicua dote a favore del marito, gesto che garantì a Giacomo la liquidità necessaria per affrontare le ingenti spese del progetto di Villa Durazzo a Mestre, realizzato a partire dal 1772. Per la contessa il pittore Giovanni David realizzò nel 1776 l’opera Amor disarmato; fu inoltre dedicato a lei il libretto dell’opera La virtuosa alla moda (1779). Ernestine accompagnò il marito a Mestre e a Venezia durante tutto il ventennio dell’ambasciata, fino alla fine del mandato nel 1784, e morì a Venezia nello stesso anno del consorte, coincidenza singolare ma documentata da tutte le fonti museali e biografiche. Ambasciatore a Venezia (1764-1784) Tornato alla diplomazia, fu nominato ambasciatore plenipotenziario del Sacro Romano Impero presso la Repubblica di Venezia, ruolo che mantenne per vent’anni con residenza ufficiale a Palazzo Loredan. Il mandato veneziano non fu privo di tensioni. I veneziani guardavano con diffidenza gli ambasciatori stranieri, ai nobili locali era di fatto proibito frequentarli, e la coabitazione a Palazzo Loredan con Lady Giustiniana Wynne, vedova del predecessore diplomatico, aggiunse ulteriori difficoltà. Nel Carnevale del 1767 una disputa sul diritto di approdo al Teatro San Benedetto si trasformò in una crisi diplomatica internazionale che coinvolse le corti di Vienna, Parigi e Madrid. La corte imperiale sostenne fermamente il suo ministro e la crisi si concluse con la capitolazione della Serenissima, sancita dalla visita di Giuseppe II a Venezia nel 1769. Nel 1771 accolse a Venezia Wolfgang Amadeus Mozart e suo padre Leopold, arrivati l’11 febbraio in pieno Carnevale. I Mozart avevano già conosciuto Durazzo a Vienna nel 1762; il ricevimento ufficiale a Palazzo Loredan avvenne il 3 marzo 1771. Durazzo facilitò i loro contatti con i circoli culturali veneziani, tra cui quello dell’abate Giammaria Ortes, che accompagnò poi i Mozart fino a Padova lungo la Brenta. Per sfuggire alle rigidità della vita diplomatica veneziana, Durazzo si trasferì a Mestre, dove trasformò una villa sul Canal Salso in uno dei centri culturali più vivaci della terraferma veneziana, dotata di un teatrino privato, un giardino con serraglio e una scuola di acquatinta. La villa di Mestre Originariamente proprietà della famiglia Duodo, patrizi veneziani, la villa di Piazza Barche fu presa in affitto da Durazzo nel 1772 e trasformata nel giro di pochi mesi da «romitorio», come il conte stesso la definiva, in una residenza di straordinaria raffinatezza. Carlo Goldoni non esitò a definirla «una Versaglia in piccolo». Vale la pena precisarlo: il conte non possedette mai la dimora mestrina, ma la tenne in locazione dai Duodo per tutta la durata dell’ambasciata, dal 1772 al 1784. La villa si estendeva su un territorio molto vasto, fra il Canal Salso e ben oltre l’attuale Via Mestrina, con un proprio attracco diretto sul canale. Disponeva di una galleria decorata con festoni dipinti e putti svolazzanti, di un teatrino privato con fondale scenico circolare, di un «nobile magazzino» che fungeva da archivio e studiolo, e di un giardino rivolto verso mezzogiorno con parterre disegnati, serraglio di animali esotici, orangerie, Caffehaus e un grande circolo equinoziale dorato al centro, strumento scientifico e decorativo insieme. Il padre gesuita Ruggiero Giuseppe Boscovich, scienziato di fama europea di nascita ragusana (Dubrovnik), ospite del conte per cinque giorni nell’ottobre del 1772, ne lasciò una descrizione dettagliata in una lettera all’abate Girolamo Durazzo, fratello minore dell’ambasciatore, pubblicata postuma nel 1811, fonte primaria insostituibile per ricostruire la residenza. Vai all’articolo dedicato a Villa Durazzo. Dopo la fine dell’incarico diplomatico la villa passò alla famiglia Pisani, che vi realizzò, come testimonia Francesco Scipione Fapanni, uno dei primi giardini all’inglese della zona mestriana. Nei primi anni del Novecento fu abitata dalla famiglia Crepet. Nel 1933 venne demolita la barchessa annessa per la costruzione di Via Principe di Piemonte, oggi Corso del Popolo. La demolizione definitiva dell’edificio principale avvenne negli anni Sessanta del Novecento. L’incontro con Papa Pio VI L’11 marzo 1782, mentre era ancora in carica come ambasciatore imperiale, Durazzo si trovò al centro di un evento di portata europea. Il pontefice Pio VI, Giovanni Angelo Braschi, eletto nel 1775, era in viaggio verso Vienna per incontrare l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo, nel tentativo di frenare le riforme giuseppiniste che stavano ridisegnando i rapporti tra Chiesa e Stato nei territori imperiali. Il corteo papale sostò a Mestre, a Villa Erizzo, non lontano da Piazza Barche, dove Pio VI celebrò la messa nell’oratorio privato della residenza, consacrato nel 1686 come attestato da una lapide interna raccolta dall’erudito Francesco Scipione Fapanni. Ad accogliere il pontefice fu proprio Durazzo, in qualità di rappresentante ufficiale dell’imperatore sul territorio veneziano. A ricordo della visita, il successivo proprietario di Villa Erizzo, il conte Giuseppe Bianchini, fece apporre una targa commemorativa nell’oratorio. Il collezionismo: verso una storia visibile dell’arte Gli anni veneziani furono segnati da una grandiosa e sistematica attività collezionistica, che Durazzo concepì non come semplice accumulo ma come progetto culturale organico. L’obiettivo dichiarato era costruire una «Storia visibile dell’Arte» attraverso le stampe, strumento che, a differenza dei dipinti, resisteva meglio alle ingiurie del tempo e permetteva la diffusione della conoscenza artistica su scala europea. Su incarico del duca Alberto di Sassonia-Teschen, governatore dei Paesi Bassi e cognato di Maria Teresa d’Austria, allestì una monumentale raccolta di incisioni italiane, consegnata nel 1776 in occasione del soggiorno veneziano del duca. Questa collezione costituì il nucleo fondativo di quella che sarebbe diventata la Collezione Albertina di Vienna, oggi tra i più importanti musei grafici del mondo. Parallelamente, Durazzo iniziò a costruire una propria collezione personale, partendo dai doppioni della raccolta ducale e ampliandola progressivamente. Il criterio classificatorio era innovativo: gli artisti erano divisi in due scuole fondamentali, italiana e oltramontana, in ordine cronologico, tenendo conto delle diramazioni fra maestri e allievi. Un metodo che si avvicinava a quello che Christian von Mechel stava applicando per la riorganizzazione del Belvedere di Vienna (1783) e che Luigi Lanzi aveva anticipato per gli Uffizi di Firenze (1782). L’ambizione era documentare almeno millecinquecento artisti, ciascuno preceduto dalla propria biografia e, ove possibile, da un ritratto. Il progetto fu descritto e sistematizzato dal nobile modenese Bartolomeo Benincasa nel volume Descrizione della Raccolta di Stampe di S.E. il Sig. Conte Jacopo Durazzo Patrizio Genovese, stampato a Parma nel 1784 in caratteri bodoniani. L’iniziativa naufragò tuttavia per gli altissimi costi già nel 1783, prima di poter essere…