Archeologia e territorio mestrino,  Mestre città sull'acqua

Mestre prima della storia

La costa della laguna fra Lizza Fusina e Malcontenta

Mestre prima della storia

Le ricerche del 1963, dal Marzenego ai Moranzani

Il 10 febbraio 1963 il Centro Studi Storici di Mestre dedicò una riunione a una domanda: il territorio di Mestre era abitato prima dei Romani? Le due relazioni, di Antonio Giordani Soika, entomologo ed ecologo del Museo civico di storia naturale di Venezia, e di Pierpaolo Bertini, che aveva diretto gli scavi di Padova, e la discussione che seguì furono pubblicate nel Quaderno n. 2 del Centro. A Mestre non si era mai fatto uno scavo sistematico, ma i luoghi da tenere d'occhio vennero indicati uno per uno.

Quando il mare arrivava a Mogliano

Giordani Soika ricordò che nell'ultima glaciazione il mare si era ritirato tanto che la costa dell'Adriatico settentrionale arrivava circa all'altezza di Ancona. Poi era risalito lentamente e, dopo la glaciazione, aveva superato di poco il livello attuale, giungendo circa a Mogliano, dove si notano ancora tracce di antichi cordoni di dune. Un orizzonte che oggi si trova 20 metri sotto il livello del mare era, nel massimo della glaciazione, alto quasi un centinaio di metri sul mare.

Una posizione favorevole

Per Giordani Soika «la posizione di Mestre, a fianco di un fiume importante è, ecologicamente parlando, di eccezionale favore per insediamenti umani», soprattutto per l'importanza che nel passato avevano la navigazione fra fiumi e laguna e i porti-canale, un sistema «che sicuramente interessava l'area mestrina». Considerava «quasi certi» insediamenti preromani dell'epoca di Spina a Lova, Malcontenta, Altino e Jesolo. Bertini ricordò che il Marzenego arrivava a Venezia per il canale di Cannaregio e il Rio di Noale: durante i lavori alle fondazioni di un palazzetto al numero 3666 di Cannaregio, sul Rio di Noale, i campioni prelevati risultarono sedimenti alluvionali venuti dalla zona di deflusso del Marzenego (vedi Il fiume Marzenego).

Perché si trova così poco

Giordani Soika dava tre ragioni:

  • gli insediamenti lagunari lasciano tracce minime;
  • mareggiate, alluvioni e oscillazioni del mare hanno distrutto e disperso molto;
  • il materiale più antico va cercato a parecchi metri sotto il livello medio del mare, dove non si erano mai fatte campagne sistematiche, tranne quelle recentissime di Torcello.

Bertini aggiungeva che a Mestre la crescita della città aveva cancellato la possibilità di leggere il terreno dalle fotografie aeree. Molti ritrovamenti casuali, scriveva, erano andati distrutti per paura dei vincoli, o erano finiti in collezioni private e magazzini, lontano dagli studiosi.

Viale San Marco, palazzo Coin e la stazione

Bertini citò fra le gettate di legname del sistema detto «a bonifica», tipico dei terreni vicini alla laguna e ai fiumi, anche quella di viale San Marco, a Mestre, nel 1963. Nella discussione Angelo Milanesi descrisse i ritrovamenti fatti alle Barche, a circa 10 metri di profondità, durante gli scavi per il palazzo Coin: uno scheletro umano quasi completo e, a circa 3 metri di distanza, le zanne e una mascella di cinghiale. Per Bertini la profondità li faceva risalire all'epoca dei villaggi scavati a Padova presso l'albergo Storione, «non oltre gli inizi dell'età del Bronzo». L'ingegner Ermes Farina ricordò che a Mestre si era scavato fino al «caranto», la terra argillosa che si trova fra i 14 e i 17 metri di profondità, per la nuova stazione e per il palazzo della TELVE.

I Moranzani e Malcontenta

Italo Franceschi riferì che ai Moranzani, a 70-100 centimetri di profondità, gli scavi riportavano alla luce cocci di ceramica nera, con frammenti ad anello di grandi recipienti larghi da 50 a 70 centimetri. Bertini vi aveva raccolto, a 1,5-2 metri di profondità, una ceramica nero-grigiastra del tipo detto «Polada», che per la somiglianza con quella di Padova datava intorno al 1200 a.C.

In un sorvolo del 15 novembre 1961 aveva visto a nord dei Moranzani, verso Malcontenta, le tracce di un antico corso d'acqua con una netta curva verso nord, un'area di circa 2.310 ettometri quadrati attorno al vecchio alveo, resti di strade e di argini (vedi Malcontenta e Fusina). Per Bertini la via Annia entrava nel territorio al chilometro 2 della strada di San Giuliano, passava nella zona delle fabbriche di Marghera e si ritrovava vicino a Malcontenta. È un tracciato diverso da quello fra Tessera e Terzo indicato in Mestre Archeologica.

La legge della continuità

Giordani Soika aveva enunciato una «legge della continuità degli insediamenti»: salvo casi particolari, «l'uomo insiste nell'abitare centri già abitati». Ne vedeva la conferma nel villaggio eneolitico scoperto nel centro di Padova, sotto il vecchio albergo Storione, e concludeva: «Non è improbabile che Mestre ne dia una ulteriore conferma». Bertini chiese di seguire gli scavi per le fondazioni dei nuovi edifici, di prelevare sempre anche il terreno attorno a ogni ritrovamento, e di ispezionare le fondazioni della Torre di Mestre durante i restauri. Chiuse con un motto latino: «Quidquid sub terra est in apricum proferet aetas», ciò che è sotto terra il tempo lo porterà alla luce. Trent'anni dopo cominciarono gli scavi di archeologia urbana, raccontati in Mestre Archeologica.

Quello che si è trovato dopo

Le ricerche successive hanno dato in parte ragione ai relatori del 1963. Secondo la relazione archeologica preparata nel 2024 per il recupero dell'area dell'ex Ospedale Umberto I, la più antica frequentazione del territorio mestrino risale al Neolitico antico. Nel 1987, dopo le arature, all'incrocio fra via Orlanda e via Triestina furono raccolti in superficie alcuni strumenti di pietra della cosiddetta «cultura di Fiorano», diffusa fra il 5500 e il 4800 a.C. circa: per quantità e stato di conservazione fanno pensare a un insediamento stabile. Da via San Damiano vengono invece frammenti di ceramica del Neolitico medio.

La media età del Bronzo si trova lungo gli antichi rami del Marzenego. In piazzetta Allegri, a circa 4 metri di profondità, è emerso un antico alveo del fiume con pali di legno anche molto grandi. In via Manin, nel 2003, a circa 3,5 metri sotto la strada, è stata trovata una palizzata di legno che sbarrava un ramo interrato del Marzenego. Sulle rive, a 4 metri di profondità, c'erano diversi livelli di ceramica della media età del Bronzo, con ossa di animali, strumenti di pietra e fibre vegetali, e sul lato sud buona parte di uno scheletro umano. Lo scavo, diretto dall'archeologa Francesca Bressan, non è mai stato pubblicato per intero.

Mancano invece, per ora, tracce dell'età del Ferro, il periodo dei Veneti antichi.

Galleria immagini

Crediti delle immagini: archivio Discovery Mestre.

Bibliografia e fonti

  • A. Giordani Soika, «Possibile esistenza di insediamenti preistorici e protostorici in territorio di Mestre», in Quaderno di studi e notizie del Centro Studi Storici di Mestre, n. 2, pp. 19-20.
  • P. Bertini, «Considerazioni in tema di paleoecologia perilagunare», ivi, pp. 21-30.
  • «Svolgimento della riunione» del 10 febbraio 1963, ivi, pp. 44-45.
  • P. Sfameni, D. Busato (a cura di), Progetto di rigenerazione urbana denominato «Castelvecchio», area dell'ex Ospedale Umberto I a Mestre. Relazione archeologica preventiva, Comune di Venezia, 2024, pp. 20-23.

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