Mestre senza piano (1934-1962)
Mestre senza piano
Dal concorso del 1934 al piano regolatore del 1962
Per quasi trent'anni Mestre crebbe senza un piano regolatore in vigore. Due piani furono disegnati prima della guerra e nessuno dei due fu mai approvato; quello della ricostruzione riguardava solo le zone colpite dalle bombe. Il primo piano regolatore generale arrivò soltanto alla fine del 1962, quando la terraferma era già diventata una grande città. Questa è la storia di quei progetti, di quello che prevedevano e di come furono cambiati strada facendo.
Una città che cresceva da sola
Dopo la nascita di Porto Marghera, nei primi anni Venti, la terraferma attirò lavoro e famiglie da Venezia. Solo il quartiere urbano di Marghera nacque su un disegno preciso, quello di Pietro Emilio Emmer (vedi Marghera: nascita della città giardino). Mestre invece si allargò lotto per lotto: fra il 1920 e il 1936 il Comune rilasciò circa 14.000 licenze per nuove costruzioni a Mestre e 1.052 a Carpenedo, che stava diventando un suo quartiere.
Gli stessi tecnici comunali, qualche anno dopo, spiegarono questa corsa con le agevolazioni fiscali, con la costruzione di grandi lotti di case economiche, con le strade e i servizi che il Comune stava portando a Marghera e con la speranza di case migliori di quelle, spesso misere, della Venezia popolare. Fuori dal vecchio centro prevalevano le case isolate, anche perché i regolamenti comunali imponevano edifici separati e di piccole dimensioni.
Il concorso del 1934
Nel 1926 Mestre era entrata nel Comune di Venezia (vedi La fine del Comune di Mestre). Per darle finalmente un piano, il 30 giugno 1934 il Comune bandì un concorso aperto ai progettisti delle Tre Venezie. Il ponte del Littorio, l'attuale ponte della Libertà, era stato appena inaugurato (vedi 1933: il ponte che unì Mestre a Venezia) e il bando chiedeva di collegare le strade dell'entroterra alla sua testata e di unire strettamente a Venezia i quartieri vecchi e nuovi della terraferma, «cosicché il Ponte del Littorio possa divenire un viadotto interno della più grande Venezia».
La commissione giudicò i dieci progetti arrivati nel marzo 1935, ma il piano vero e proprio fu affidato all'Ufficio tecnico comunale, che usò largamente le idee emerse dal concorso.
Il piano Rosso del 1937
Il piano, firmato dall'ingegnere Antonio Rosso (vedi Gli ingegneri della Mestre moderna), fu presentato nel 1937. Metteva al centro di tutto il ponte translagunare, asse del sistema Mestre-Venezia. A San Giuliano prevedeva un porticciolo per il traffico lagunare e fluviale e un grande cavalcavia che collegasse la testata del ponte alle strade per il resto del Veneto e dell'Italia. Una nuova circonvallazione avrebbe chiuso la città a nord, lasciando Carpenedo fuori dal nuovo abitato.
Per il centro di Mestre il piano prevedeva demolizioni pesanti, soprattutto attorno a via Olivi, piazza Umberto (l'attuale piazza Ferretto), via Manin e la torre dell'Orologio, per allargare le strade, la copertura dei canali lungo via Poerio e via XX Settembre e il parziale interramento del canal Salso. Fra il canal Salso, Forte Marghera e la ferrovia doveva sorgere una rete di strade ad angolo retto.
Per le nuove zone il piano preferiva le case basse e il verde. La relazione lo spiegava così:
«I veneziani, costretti da particolarità ambientali ad un sistema tutto particolare di vita, hanno, per antitesi, un attaccamento appassionato a tutto ciò che ricorda, per ampiezze di orizzonti e per abbondanza di verde, il ritrovamento e l'appagamento di aspirazioni molto sentite».
Relazione al piano regolatore di Mestre del 1937, citata nella relazione al PRG del 1999
Le case più fitte erano previste solo attorno al vecchio centro e in pochi nuovi quartieri, per 36,5 ettari. Attorno venivano 116 ettari di case a blocco e oltre 165 ettari di case a schiera e villini, più 23 ettari di ville con giardino. Il piano prevedeva anche 60 ettari di verde pubblico, con l'esproprio di due parchi privati vicino a piazza Umberto e all'inizio di via Dante, un nuovo cimitero a nord della Castellana, un mercato vicino al centro, zone sportive a San Giuliano e lungo il canal Salso, una zona per le piccole industrie fra il canal Salso e la ferrovia e perfino un aeroporto con idroscalo, forse vicino a Campalto. In tutto quasi 500 ettari, da sistemare in trent'anni e in tre fasi.
La variante del 1942
Il 18 gennaio 1941 il Consiglio nazionale dell'educazione, delle scienze e delle arti giudicò il piano troppo timido verso la laguna. Rosso preparò allora una variante, presentata nel 1942, che allungava il nuovo quartiere di San Giuliano sulla laguna da 600 a 2.000 metri, fino a Campalto, lungo la via Orlanda. Le nuove zone residenziali arrivavano così a circa 1.300 ettari, abbastanza, con gli indici previsti, per circa 200.000 nuovi abitanti. Rimanevano il porticciolo e il cavalcavia sulla ferrovia vicino a Forte Marghera, che sarà costruito davvero nel 1955.
Né il piano del 1937 né la variante del 1942 furono mai approvati, e con la guerra il progetto si fermò. Le loro idee però non sparirono: la scelta di far crescere Mestre verso la laguna e verso Venezia tornerà nel villaggio San Marco, nei concorsi per le barene di San Giuliano e nel piano regolatore del 1962. Gli autori della relazione del 1999 arrivano a dire che in quei disegni si poteva già vedere «il destino futuro della città».
Un piano solo per le rovine
Alla fine della guerra Mestre aveva perso circa il 10% delle sue case: 888 abitazioni, per 3.457 vani, erano state distrutte o gravemente danneggiate. Un decreto del 1° marzo 1945 obbligò i comuni colpiti a preparare un piano di ricostruzione; quello di Mestre e Marghera fu adottato nel 1948 e approvato nel 1950. Riguardava però solo le aree distrutte: prevedeva l'allargamento di via Olivi, una nuova strada a nord del Marzenego fra via Circonvallazione e ponte Colombo, alcuni divieti di costruire vicino alla ferrovia e qualche area verde. Copriva una superficie troppo piccola e, secondo la relazione del 1999, rimase del tutto inattivo.
Intanto le case si costruivano lo stesso. Il quartiere coordinato fra il canal Salso e l'Osellino, il futuro villaggio San Marco, fu presentato nell'ottobre 1951 dal gruppo di architetti e ingegneri veneziani coordinato da Luigi Piccinato e Giuseppe Samonà. E fra il giugno 1951 e il maggio 1953 il Comune costruì per l'INA-Casa 93 appartamenti a Ca' Emiliani e 101 alla Rana.
Verso il piano regolatore generale
La legge urbanistica del 17 agosto 1942 obbligava le città più grandi a dotarsi di un piano regolatore generale. Venezia fu inserita nel primo elenco dei comuni obbligati l'11 maggio 1954 e avrebbe dovuto adottarlo entro due anni, ma la legge speciale per Venezia del 31 marzo 1956, n. 294, spostò la scadenza al 28 aprile 1958.
Intanto se ne discuteva. Nel febbraio 1954 si tenne una prima conferenza dei servizi. Al congresso dell'Istituto nazionale di urbanistica di Genova, nell'ottobre 1954, Giuseppe Samonà e Angelo Scattolin presentarono le loro proposte per il piano di Venezia. Samonà denunciava la separazione, in terraferma, fra le povere case costruite in proprio e i palazzi pretenziosi per i ricchi, e metteva in guardia dai grandi quartieri popolari ai margini della città, che rischiavano di diventare «quartieri morti fin dall'origine anche se fatti con le migliori intenzioni». Dal 13 al 15 novembre 1955 l'Istituto veneto di scienze, lettere ed arti organizzò a Mestre, con il Comune, il Convegno per il retroterra veneziano, che chiese prima di tutto un piano.
Il 26 marzo 1956 il Comune nominò un Comitato redazionale del piano e bandì un concorso nazionale di idee. Il 18 marzo 1957 la commissione premiò cinque dei tredici progetti presentati: un primo, un secondo e tre terzi classificati. Il progetto vincitore voleva legare la terraferma al porto, con una grande strada fra le direttrici per Padova e per Trieste che passasse a ovest di Mestre, e un centro direzionale sulla terraferma affacciato sulla laguna. Alle barene di San Giuliano toccava il ruolo di cerniera fra Venezia e la terraferma: dei 160.000 nuovi abitanti previsti in trent'anni, 60.000 dovevano vivere lì. Il secondo classificato puntava invece sul restauro del centro storico di Venezia e immaginava Mestre riordinata in nuclei autosufficienti, senza espansione verso le barene, e con una circonvallazione a est che il piano farà propria e che sarà poi realizzata.
Il 16 aprile 1958 il Consiglio comunale approvò lo schema generale del piano.
Il commissario e gli indici alzati
Pochi mesi dopo l'amministrazione cadde e il 27 novembre 1958 arrivò un commissario prefettizio. Per rispettare in qualche modo i termini di legge, ormai scaduti, il commissario adottò il piano con la delibera n. 15429 del 20 marzo 1959. Nella fretta mancavano il piano particolareggiato del centro storico, che la legge speciale chiedeva di adottare insieme, e il regolamento edilizio.
Il piano passò poi alla Giunta provinciale amministrativa, che lo approvò il 9 luglio 1959 cambiandolo profondamente. Gli indici di fabbricabilità furono alzati di circa il 50%, e i vani che si potevano costruire passarono dagli 85.000 previsti a 152.000. Nelle zone agricole il lotto minimo per costruire scese da 10.000 a 3.000 metri quadrati; le fasce di rispetto lungo le strade principali passarono da 50 metri a 10 o 20; lungo il Terraglio sparì la fascia verde profonda 150 metri, sostituita da lotti continui di almeno 2.000 metri quadrati. Le zone per le piccole e medie industrie diventarono generiche «zone per attrezzature economiche varie», e scomparve l'area prevista per il nuovo ospedale di Mestre (vedi L'Ospedale di Mestre: l'Umberto I).
Il piano rimase esposto a Palazzo Ducale dal 27 luglio al 26 agosto 1959 e nel mese successivo arrivarono 252 osservazioni. Il 24 marzo 1960 il commissario approvò le risposte del Comune e il 6 maggio il piano partì per il Ministero dei lavori pubblici.
Dal voto del 1961 al decreto del 1962
Il 16 marzo 1961, in un modo che la relazione del 1999 definisce unico ed eccezionale, fu reso pubblico il parere del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Il Consiglio chiedeva un piano particolareggiato per il centro di Mestre, un nuovo spazio per l'ospedale e una seconda testa di ponte a Fusina. A San Giuliano, una fascia di almeno 300 metri lungo il canale di San Secondo doveva ospitare non case ma attrezzature come quelle di piazzale Roma. Il Consiglio bocciava la strada fra Punta Sabbioni e la Certosa e l'urbanizzazione di Sant'Erasmo, delle Vignole e della Certosa, e non ammetteva né di ridurre le fasce di rispetto lungo le strade né di rimpicciolire i lotti nelle zone rurali.
La nuova amministrazione concordò con il Comitato redazionale 14 modifiche, adottate con la delibera n. 55526 del 12 ottobre 1961 e approvate con riserve dalla Giunta provinciale il 21 dicembre. Il piano fu esposto a Palazzo Reale dal 4 gennaio al 2 febbraio 1962 e ricevette 140 osservazioni. Il 20 marzo il Consiglio comunale adottò le risposte; il 31 ottobre il Consiglio superiore dei lavori pubblici diede parere favorevole. Il piano regolatore generale di Venezia fu infine approvato con decreto del presidente della Repubblica del 17 dicembre 1962, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 51 del 22 febbraio 1963.
Che cosa prevedeva il piano del 1962
Il piano confermava l'industria come motore della terraferma: la seconda zona industriale di Porto Marghera cresceva di 1.077 ettari. Accanto alla stazione di Mestre, fra via Cappuccina, via Piave e via Fusinato, dove sorgeva in gran parte il quartiere delle case dei ferrovieri, doveva nascere un centro direzionale di circa 19 ettari, con uffici, banche, negozi, alberghi, teatri e abitazioni.
Le zone più fitte, con palazzi alti fino a 20-26 metri, andavano da via Piave e Altobello a sud fino a via Ca' Rossa e viale Garibaldi a nord. Nelle periferie di Mestre e Marghera, a San Giuliano e nelle frazioni si poteva costruire meno e più basso. Il nuovo ospedale era spostato a nord di Carpenedo; a Forte Marghera era previsto un centro sportivo.
Il verde pubblico era scarsissimo: 0,4 metri quadrati per abitante a Mestre e 1 a Marghera. Il piano voleva portarlo a 1 metro quadrato anche a Mestre, con piccoli giardini e due parchi alla Bissuola e a Forte Marghera (vedi Il Parco Alfredo Albanese (Bissuola)).
Il conto finale degli abitanti mostrava l'effetto delle modifiche del 1959. Con le regole approvate, il Comune avrebbe potuto ospitare 493.019 persone, contro il tetto di 410.000 che i progettisti consideravano ottimale per i venticinque anni successivi. «Indubbiamente», commenta la relazione del 1999, «l'aumento degli indici di costruzione voluto dalla GPA aveva dato i suoi frutti».
Un piano arrivato tardi
Quando il piano entrò in vigore, gran parte della nuova Mestre era già stata costruita. Alla fine della guerra la terraferma contava 82.620 abitanti; nel 1975 sarebbero stati 210.674. Gli anni di crescita più veloce furono proprio quelli fra il 1953 e il 1965, mentre il piano veniva discusso, adottato, modificato e approvato. Pochi mesi prima del decreto, con la legge del 18 aprile 1962 sull'edilizia economica e popolare, era cominciata una nuova stagione di piani per i quartieri popolari: ma questa è un'altra storia.
Galleria immagini
Crediti delle immagini: condomini lungo il tram: foto SIG SG 510, 2017, CC0, da Wikimedia Commons. Le tavole dei piani: archivio Discovery Mestre.
Bibliografia e fonti
- Comune di Venezia, Assessorato all'Urbanistica. Piano Regolatore Generale. Variante per la Terraferma. Relazione, parte 2: analisi e dimensionamento del piano, adottata con delibera del Consiglio comunale n. 16 del 25 gennaio 1999, pp. 17-21, 29-39. Per la parte fino al 1975 la relazione segue Romanelli e Rossi.
- Romanelli, G. e Rossi, G. Mestre, Venezia 1977 (citato dalla relazione al PRG del 1999).
- Corte costituzionale, sentenza n. 107 del 1968, per gli estremi del decreto del 17 dicembre 1962.
- Legge 31 marzo 1956, n. 294, «Provvedimenti per la salvaguardia del carattere lagunare e monumentale della città di Venezia».