Chiese e confraternite,  Novecento

Gesù Lavoratore, la chiesa degli operai di Ca’ Emiliani

La facciata in mattoni della chiesa di Gesù Lavoratore a Marghera

Gesù Lavoratore, la chiesa degli operai

Don Armando Berna e la parrocchia di Ca' Emiliani (1937-1978)

All'estremità di Marghera, fra le case popolari della Rana e i cancelli delle fabbriche, sorge una chiesa in mattoni con un grande mosaico in facciata. È la chiesa di Gesù Lavoratore, inaugurata dal patriarca Angelo Giuseppe Roncalli il 1° maggio 1954, festa del lavoro: la prima in Italia, secondo la parrocchia e lo stesso Roncalli, dedicata a Gesù lavoratore. Dietro c'è la storia ostinata di un prete, don Armando Berna, e di un villaggio nato per accogliere gli sfrattati di Venezia.

Il villaggio degli sfrattati

Ca' Emiliani nacque nel 1934 in località Rana, all'estrema periferia del Comune di Venezia, a ridosso delle fabbriche e lontano dal quartiere urbano di Marghera. Era un villaggio di casette «ultra-economiche»: all'inizio 44 casette di due o tre vani per 88 famiglie, a cui nel 1940 si aggiunsero altri 12 edifici e durante la guerra una ventina di baracche di legno per gli sfollati (la nascita dei villaggi di quegli anni è raccontata in Marghera: nascita della città giardino). Una relazione del 1947 lo diceva senza giri di parole: «La nascita di Ca' Emiliani è legata al bisogno di sfrattare da Venezia la popolazione "bassa"». Nel 1934 il procuratore della chiesetta della Rana, Angelo Simion, annotava nel suo diario: «Miseria assoluta, molte famiglie dormono sul pavimento».

Il villaggio crebbe in fretta: dai 500 abitanti del 1934 ai circa 6.000 del 1954. Accanto ai veneziani arrivarono i profughi giuliani e gli immigrati da altre regioni.

Il «cappellano degli sfrattati»

Nel 1937 arrivò alla Rana come curato don Armando Berna. Era nato a Venezia nel 1904, era cresciuto nella parrocchia dei Carmini ed era stato cappellano a Favaro, ai Carmini, a San Lorenzo di Mestre e a Malcontenta. Fu lui a dare al villaggio il nome di Ca' Emiliani, in ricordo del quarto centenario della morte di san Girolamo Miani, il santo degli orfani. Il patriarca Adeodato Piazza lo chiamava «il cappellano degli sfrattati».

Una chiesa vera non c'era. Si diceva messa nella chiesetta di Forte Tron e poi nella sala dell'asilo «Regina Mundi». Il 1° luglio 1946 il patriarca Piazza eresse la parrocchia, intitolata a san Girolamo Emiliani, staccandola da San Lorenzo di Mestre; Berna ne fu il primo parroco.

Un «sermone in pietra»

Berna pensava alla chiesa fin dal suo arrivo. Il 15 novembre 1938 scriveva che doveva essere un «sermone in pietra», e nel marzo 1939 la presentava alla SAVA, la fabbrica di alluminio vicina, come la «prima Chiesa in Italia e forse al mondo» con un titolo così adatto: Gesù lavoratore, un nome che riteneva «altamente educativo per la gran massa dei lavoratori». Il progetto fu affidato all'architetto Angelo Scattolin, che lo aveva disegnato già nel 1930; il 23 luglio 1940 il podestà comunicò l'approvazione della Commissione edilizia, a patto di costruire sul terreno messo a disposizione dal Comune. Il Comune stanziò 1.100.000 lire, contribuirono la SAVA e la SADE, gli operai offrirono la manodopera gratis. Poi la guerra fermò tutto.

I lavori ripresero nel 1950, con i contributi statali per le chiese nuove previsti dalle leggi Aldisio. Nella relazione finale del 1953 Scattolin spiegava le sue scelte: grande semplicità e «forti masse chiaroscurali», capaci di prevalere su quelle delle fabbriche vicine. Ne nacque una chiesa in mattoni a vista, con tre alti archi in facciata, cappelle semicircolari lungo i fianchi e il presbiterio chiuso in una torre quadrata.

Il Primo Maggio 1954

Berna volle inaugurare la chiesa il giorno della festa del lavoro, anche se non era ancora finita. Il 1° maggio 1954 un corteo di trattori, automobili e biciclette partì alle 8 dalle Barche di Mestre; alle 10 il patriarca Roncalli celebrò la messa davanti alla facciata, poi parlò il sottosegretario Oscar Luigi Scalfaro, e la giornata finì con un concerto, una lotteria e una corsa ciclistica. Secondo l'agenda di Roncalli c'erano circa 10.000 persone.

«Oggi per nulla mi umilia il dire che i miei fratelli sono tutti lavoratori, che io sono figlio di lavoratori. [...] Viva adunque il lavoro fatto in unione a Cristo, viva la pace nel mondo».

Angelo Giuseppe Roncalli, omelia per l'inaugurazione, 1° maggio 1954

Alla sera Roncalli scrisse nella sua agenda che la chiesa, «la prima dedicata in Italia a Cristo lavoratore, ha avuto oggi pieno successo». Il nome definitivo, chiesa di Gesù Cristo Divino Operaio, fu stabilito con un decreto del 1° maggio 1958; da allora anche la parrocchia si chiama Gesù Lavoratore.

I debiti di don Berna

La chiesa era costata molto più del previsto. Il Genio civile ridusse il contributo dello Stato da 39 a 19 milioni di lire, e Berna si trovò con un debito che nelle sue lettere del 1955 è di 17 milioni e nell'agenda di Roncalli, nel gennaio 1956, di 20. Scrisse a ministri e presidenti del Consiglio, da Scelba a Segni. Il patriarca lo stimava ma lo teneva d'occhio: nella sua agenda lo definì «buon prete, ma senza freno». Il 1° maggio 1956 il ministro dell'Interno Fernando Tambroni saldò un debito di 13 milioni, ma i conti non tornarono mai del tutto: nel 1960 Berna dovette giurare al nuovo patriarca Giovanni Urbani, «toccando con mano i Santi Vangeli», che non avrebbe più fatto lavori né debiti senza autorizzazione.

Il mosaico, la cripta e la Madonna

Sulla facciata un mosaico di oltre 60 metri quadrati mostra il Cristo risorto che benedice e protegge Porto Marghera, raffigurata come un grande cantiere, con la scritta «Siete tutti fratelli perché riscattati dal mio Sangue e Figli dell'Unico Padre». Lo disegnò Luigi Tito, detto Gigeto, e lo realizzarono i mosaicisti della Cooperativa Musaicisti di Venezia guidati da Goffredo Gregorini.

Nel 1955 Berna benedisse sotto la chiesa una cripta dedicata agli operai morti sul lavoro, dove dovevano essere ricordati su piastrelle di marmo i nomi di tutti i caduti di Porto Marghera: nel novembre 1954 ne aveva contati «quasi un migliaio». Il 1° maggio 1957 davanti alla chiesa, di fronte all'ingresso della Montecatini, fu inaugurato un gruppo in pietra della Madonna di Fatima alto otto metri, dello scultore Giuseppe Romanelli. Nelle nicchie del presbiterio Berna fece poi realizzare nove mosaici, il «Poema cristiano del lavoro», in tre trittici: il lavoro prima di Cristo, ai tempi di Gesù e dopo Cristo. Nel 1957 Scattolin costruì anche la canonica.

Dopo don Berna

Don Armando Berna lasciò la parrocchia nel 1975, quando la cura passò ai Salesiani, e morì il 26 febbraio 1978 nella casa di riposo dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia. Il quartiere intanto si svuotava: dai circa 7.500 abitanti degli anni Cinquanta la parrocchia scese a 2.300 nel 1995. Il 17 giugno 1985 papa Giovanni Paolo II parlò ai lavoratori sul piazzale della chiesa: «Gesù Figlio di Dio [...] per tanti anni della sua vita è stato un lavoratore».

Il territorio della parrocchia corrisponde all'antico Bottenigo (vedi Il Bottenigo: la vita mestrina del fiume Muson).

Galleria immagini

Crediti delle immagini: foto Gehadad, 2011, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons.

Bibliografia e fonti

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