Forte Tron
Forte Tron | Discovery Mestre Forte Tron Il forte gemello di Carpenedo e Gazzera Costruzione e contesto storico Forte Tron sorge nella località Cà Sabbioni, nella municipalità di Marghera del comune di Venezia. Assieme a Forte Carpenedo e Forte Gazzera, costituisce il nucleo originario del Campo Trincerato di Mestre: i tre forti della prima generazione, costruiti nella seconda metà dell’Ottocento secondo il modello poligonale dell’ingegnere austriaco Andreas Tunkler (1820-1873), formavano un arco difensivo disposto a raggiera attorno a Forte Marghera. Il progetto fu proposto a Roma nel 1883 e approvato il 13 giugno dello stesso anno. Dopo una sospensione di circa tre anni, durante la quale furono rivisti sia il piano costruttivo sia i costi, l’appalto fu definitivamente disposto il 21 agosto 1886. Forte Tron fu realizzato tra il 1887 e il 1890 su un’area paludosa di 18,55 ettari; i cedimenti del terreno e le infiltrazioni d’acqua rallentarono notevolmente i lavori e imposero una revisione del progetto originale. Architettura e armamento L’orientamento del forte è verso ovest, in direzione della via di accesso proveniente da Padova: la sua funzione strategica era il controllo della principale direttrice di avanzata nemica dalla pianura veneta verso la laguna. La distanza da Forte Marghera, come per i gemelli Carpenedo e Gazzera, era calibrata sulla gittata dei cannoni dell’epoca, per formare un sistema di fuoco incrociato difficilmente espugnabile a difesa della città lagunare, del suo porto e del suo arsenale. La struttura ha un impianto planimetrico poligonale alla prussiana. Dopo il restauro del 1910, disponeva di sei cannoni principali a perno centrale e quattro cannoni secondari con sei mitragliatrici. Come i gemelli Carpenedo e Gazzera, era concepita per resistere a proiettili di tipo impattivo: con l’avvento dei proiettili esplosivi a canna rigata e della maggiore gittata delle nuove artiglierie, il forte si rivelò rapidamente obsoleto sul piano tattico. Conservazione e stato attuale I militari abbandonarono definitivamente il forte nella prima metà degli anni Ottanta del Novecento, e la struttura passò poi al Comune di Venezia. Per alcuni anni l’area, di circa 12 ettari, fu inserita tra le Oasi di protezione della fauna della Provincia di Venezia e divenne un centro di educazione ambientale, con visite guidate gratuite il primo sabato e la prima domenica del mese. Il forte ottocentesco era descritto come ottimamente conservato: il perimetro centrale con un corridoio di 252 metri, il traversone centrale, le caponiere e il fronte d’attacco. Negli anni successivi il forte è stato di nuovo abbandonato. Nell’agosto 2018 la stampa locale denunciava rifiuti ovunque, barbecue, moto e scritte sulle mura, in un luogo che ospita tre specie di aironi, garzette, cormorani, usignoli di fiume, gallinelle d’acqua, germani reali, tassi, donnole, ricci e tartarughe nel fossato. Nell’aprile 2021, con la vegetazione ormai padrona dell’area e i cancelli forzati, il Comune ha annunciato la pulizia, la chiusura degli accessi, lavori di messa in sicurezza e un progetto complessivo di valorizzazione. Galleria fotografica Forte Tron, veduta esterna Bibliografia e fonti Wikipedia, voce Forte Tron. Città Metropolitana di Venezia, Politiche Ambientali, Forte Tron. Degrado, Forte Tron trasformato in discarica, La Nuova Venezia, 22 agosto 2018. Forte Tron in pieno degrado. L’assessora Mar: «Verrà restaurato e valorizzato», La Nuova Venezia, 6 aprile 2021. mestre.city, Forte Tron. Comune di Venezia, «Il campo trincerato di Mestre», live.comune.venezia.it, 2019. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Forte Marghera: il caposaldo della difesa di Venezia verso la terraferma
Forte Marghera | Discovery Mestre Forte Marghera Il caposaldo della difesa di Venezia verso la terraferma Forte Marghera: il caposaldo della difesa di Venezia verso la terraferma di Alessandro Bon e Mauro Scroccaro Revisione storica e scientifica di Mauro Scroccaro Il sito di Malghera e la scelta del terreno La posizione di Forte Marghera non fu casuale. Il sito prescelto sorgeva sull’area dell’antico borgo di Malghera (o Malgera), situato all’imbocco della Fossa Gradeniga, conosciuta anche come Canal Salso. La Fossa non era un fiume ma uno scavo artificiale che prolungava la laguna verso il centro di Mestre, anche se più di qualcuno sostiene che ricalcasse l’antico corso del Muson. Si trattava di una zona marginale della laguna, caratterizzata da canali, paludi e terreni soggetti a inondazioni, un ambiente di transizione fra la terraferma e le acque lagunari. Questo vincolo idraulico ebbe un ruolo determinante nella progettazione. I fossati del forte potevano essere alimentati dalle acque della laguna, e un sistema di chiaviche sul vicino Osellino consentiva, in caso di necessità, di regolare i livelli idrici e perfino di provocare allagamenti controllati. La fortificazione fu dunque innestata in un paesaggio idraulico preesistente, dove acqua e terra interagivano costantemente. La scelta di costruire in quest’area rispondeva a una duplice esigenza: garantire la protezione della laguna e controllare i passaggi fluviali e terrestri che collegavano Mestre a Venezia. Il sacrificio del borgo di Malghera L’edificazione del forte comportò la scomparsa del borgo di Malghera, che occupava da secoli l’imbocco della Fossa Gradeniga. Qui si trovavano una chiesa intitolata al Santissimo Salvatore, alcune osterie, stalle, case coloniche e un piccolo porto attivo nel commercio fluviale. L’area era da sempre di interesse strategico, tanto che vi sorgevano quasi affacciate una torre trevigiana e la Torre di Marghera; e poco distante, già nel 1209, era stata costruita la Torre di Palata o di San Giuliano, destinata al controllo delle imbarcazioni dirette a Venezia e alla riscossione dei tributi. La decisione di costruire la nuova fortificazione fu francese. Gli austriaci, durante la prima dominazione, avviarono i lavori, ma furono i francesi, tornati nel 1805, a edificare il forte e ad abbattere progressivamente il borgo. Di quell’insediamento sopravvive oggi soltanto il vecchio ponte cinquecentesco, che qui scavalcava una delle deviazioni del Marzenego operate dai veneziani, inizialmente verso Fusina. La struttura del ponte fu riutilizzata come deposito di polveri e successivamente, con una sopraelevazione, come laboratorio chimico. Oggi ospita la Biblioteca di Forte Marghera, con un settore specializzato in architetture militari. I documenti d’archivio, in particolare il fascicolo Stime sui fondi di Malghera e nozioni relative ai medesimi, conservato all’Archivio di Stato di Venezia, registrano i nomi dei proprietari dei terreni espropriati (tra cui i Marcello, i Colledani, la ditta Cornet e la Sanità Marittima) e le somme corrisposte per le cessioni. La costruzione del forte cancellò così un antico insediamento, sostituendolo con una nuova funzione: la difesa armata della laguna. La costruzione e il disegno architettonico L’idea di edificare una fortificazione in quest’area risale al periodo della prima dominazione francese. Fin da subito i francesi avevano colto la necessità di organizzare un sistema di difesa di Venezia anche verso la terraferma e predisposero perciò un primo progetto, ripreso dagli austriaci e portato a compimento dagli stessi francesi dopo il loro ritorno, tra il 1805 e il 1810, in seguito alla Pace di Presburgo del dicembre 1805. I lavori furono diretti dall’ingegnere francese Marescò, che utilizzò parte degli sbancamenti già avviati dagli austriaci. Il piano prevedeva sei bastioni principali, un doppio fossato di cinta e un ridotto verso nord, in prossimità del canale Osellino. Questo piccolo fortino, situato circa un chilometro più a nord, fu chiamato ridotto Eau e, solo dopo il 1866, Forte Manin. Serviva al controllo delle chiuse costruite lungo una nuova diramazione dell’Osellino: in caso di attacco nemico, la loro apertura avrebbe consentito di allagare le campagne circostanti, rallentando l’avanzata. L’opera, oggi inglobata nel Parco di San Giuliano, rappresenta un raro esempio di fortificazione idraulica annessa a un sistema difensivo principale. Il corpo principale del forte di Marghera presentava una pianta irregolare, poligonale, non pienamente a stella, ma derivata dalla tradizione bastionata. Le cortine in muratura, le postazioni d’artiglieria a barbetta e i terrapieni erano disposti in modo da permettere un fuoco incrociato lungo tutti i fronti. I fossati non nascevano invece per essere navigabili, poiché ciò avrebbe facilitato eventuali aggressori: tra le isole interne al forte ci si muoveva attraverso ponti, dei quali oggi ne restano originali soltanto due, recentemente restaurati, che davano accesso al corpo centrale. Le caserme, i magazzini e le polveriere erano costruiti in laterizio, con volte a botte e coperture di terra battuta che fungevano da protezione contro i colpi d’artiglieria. Il laterizio veneziano e la pietra d’Istria erano i materiali principali, scelti per la loro resistenza e la compatibilità con il terreno umido. Il forte fu completato tra molte difficoltà: subì due assedi da parte austriaca, nel 1809 e nel 1813, e i lavori procedettero tra interruzioni e danni bellici, come documentato dal diario del Paganello. La guerra franco-asburgica e il ruolo del Forte Marghera L’importanza strategica di Forte Marghera emerse già nei primi anni della sua esistenza. Tra il 1809 e il 1813, nel pieno delle guerre napoleoniche, l’area di Mestre divenne teatro di scontri ripetuti tra le truppe francesi, che difendevano la laguna, e gli eserciti austriaci, decisi a riconquistare il Veneto. La posizione del forte, a metà tra la terraferma e la laguna, lo rendeva l’ultimo baluardo prima di Venezia e un punto di passaggio obbligato per chi volesse controllare l’accesso alla città. Le operazioni militari si concentrarono lungo la linea del Canal Salso, del Marzenego e della Brenta Vecchia, dove gli austriaci tentarono più volte di penetrare nella pianura mestrina per aggirare le difese francesi. Mestre, allora un piccolo borgo agricolo e mercantile, subì devastazioni e incendi, mentre il forte veniva costantemente rafforzato e presidiato. Le cronache e i rapporti militari dell’epoca, confermati da documenti d’archivio e dal diario del Paganello, testimone oculare di quegli anni, riportano diversi episodi in cui le truppe imperiali attaccarono il presidio di Marghera tentando di forzare le linee esterne. In una di queste azioni, gli ingegneri francesi, per rallentare l’avanzata nemica, aprirono le chiuse sul Marzenego dal vicino ridotto Eau, immettendo grandi quantità d’acqua nelle campagne circostanti. L’area pianeggiante, già soggetta a ristagni, si trasformò in un terreno impraticabile, impedendo l’uso di artiglierie e carri. Questo intervento idraulico, concepito come misura temporanea, si rivelò estremamente efficace e dimostrò la validità del sistema difensivo basato sull’acqua. Per diversi mesi il forte fu sottoposto a bombardamenti e tentativi di assalto. Le perdite furono pesanti da entrambe le parti, ma la guarnigione francese riuscì a mantenere il controllo della posizione fino alla caduta del dominio napoleonico nel 1814. Alla fine del conflitto, l’opera risultava in parte danneggiata ma non distrutta: i bastioni e i fossati, pur segnati dai colpi d’artiglieria, avevano retto. Fu proprio questa capacità di resistenza, dovuta alla solidità delle strutture e al controllo idraulico del territorio circostante, che convinse gli austriaci, tornati padroni del Veneto, a conservare il forte e a potenziarlo come cardine della futura difesa di Venezia. Il primo periodo austriaco (1814-1847): ricostruzione e potenziamento Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione, nel 1814 il Veneto tornò sotto il dominio dell’Impero austriaco. Le autorità militari di Vienna riconobbero subito l’importanza di Forte Marghera e del suo sistema idraulico come presidio avanzato della difesa veneziana. La fortezza, pur danneggiata dagli scontri del periodo napoleonico, risultava strutturalmente integra: i bastioni avevano resistito e i fossati conservavano piena efficienza. Gli austriaci avviarono quindi una fase di ricostruzione e potenziamento che durò per buona parte della prima metà dell’Ottocento. Vennero eseguiti importanti lavori di consolidamento dei terrapieni, di ripristino delle caserme e di rafforzamento dei magazzini e delle polveriere. Le cortine in muratura furono rinforzate con nuove masse di terra, e vennero create ridotte esterne e ravellini a protezione dei fronti più esposti. Furono inoltre costruite nuove strade militari di collegamento con Mestre e San Giuliano, migliorando la viabilità e il trasporto di materiali e munizioni. Il forte divenne la base logistica principale per il presidio militare della laguna. Ospitava una guarnigione stabile, composta da unità di artiglieria e del genio, con funzioni di controllo e manutenzione delle difese idrauliche. Il complesso non era più un avamposto isolato ma il centro operativo di un sistema difensivo più ampio, che comprendeva ridotti e batterie lungo la gronda lagunare, a Campalto, San Giuliano, Tessera e all’imbocco dell’Osellino. In questi anni si definisce la “prima cintura difensiva” di Venezia: un insieme coordinato di opere permanenti, fortini e presidi collegati da canali e strade di servizio, di cui Forte Marghera rappresentava il nodo centrale. Va però ricordato che batterie lagunari affacciate verso la terraferma erano già state costruite dalla Repubblica di Venezia, e che il sistema austriaco si innestò quindi su una struttura difensiva preesistente. Oltre alle opere militari, gli austriaci investirono anche nella gestione idraulica del territorio circostante, restaurando le chiaviche e le opere di regolazione dei livelli d’acqua. Questa manutenzione costante garantì al forte un’efficienza che sarebbe risultata decisiva durante i successivi moti del 1848. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, le innovazioni tecniche in campo bellico e l’evoluzione dell’artiglieria indussero gli ingegneri imperiali a studiare progetti di aggiornamento per il complesso. Alcuni bastioni vennero adattati per ospitare batterie di medio calibro, e furono introdotti nuovi depositi interrati per le munizioni. Il forte raggiunse così la sua massima estensione e funzionalità proprio alla vigilia dei moti rivoluzionari che, nel 1848, lo avrebbero posto nuovamente al centro della storia. Ragioni tattiche e tecnologiche La forma di Forte Marghera rispondeva a precise esigenze difensive. L’obiettivo principale era eliminare le zone d’ombra, ossia quei tratti di cortina che non potevano essere coperti dal tiro laterale. I bastioni triangolari consentivano di creare fuoco incrociato, garantendo la copertura reciproca di tutti i fronti. Le mura basse e spesse, schermate da terrapieni, riducevano l’impatto dei colpi diretti d’artiglieria. Il riempimento di terra dietro le cortine assorbiva le vibrazioni e limitava le fratture. Questa tecnica era ormai consolidata nella seconda metà del XVIII secolo e rappresentava l’evoluzione della trace italienne rinascimentale. Il sistema era inoltre concepito secondo il principio della difesa in profondità: più linee di fortificazioni concentriche, separate da fossati, creavano una serie di ostacoli successivi per l’assalitore. In questo modo si aumentava la durata della resistenza e si distribuiva il rischio di cedimento. Un altro elemento fondamentale era l’integrazione con l’acqua. Le opere idrauliche consentivano di mantenere o variare il livello dei fossati, di allagarli parzialmente o di inondare le campagne. In un ambiente come quello veneziano, l’acqua era una risorsa difensiva, non un ostacolo. Infine, l’adattamento al territorio fu decisivo. Le preesistenze (strade, canali, lievi rilievi) condizionarono la forma del forte, che non risulta perfettamente simmetrica ma calibrata sul paesaggio. In questo senso, Forte Marghera è un caso di fortificazione “organica”, modellata sul terreno e sulle sue infrastrutture. Nonostante la modernità del progetto, il forte nacque già in un’epoca di transizione: le nuove armi a lunga gittata e i proiettili esplosivi stavano rendendo obsolete le fortificazioni permanenti. Forte Marghera rappresenta quindi un punto di svolta tra la tradizione e il declino del sistema bastionato classico. Confronti e analogie europee Forte Marghera si inserisce in una tradizione più ampia di architettura militare europea. Strutture come il Forte Manoel a Malta, il Fort Carré di Antibes o il Charles Fort in Irlanda presentano sistemi comparabili di bastioni, fossati e difese multiple. Marghera ne rappresenta una versione tardiva e adattata al contesto lagunare: un modello ibrido, che unisce la tecnica dei forti continentali con le soluzioni idrauliche proprie di Venezia. Il confronto più eloquente resta però quello con Palmanova. Fondata nel 1593 per volontà della Repubblica di Venezia, la città fortezza friulana era ancora pienamente operativa due secoli dopo, tanto che negli stessi anni in cui nasceva Forte Marghera l’amministrazione francese ne completava la terza cerchia difensiva. La distanza cronologica fra le due opere sottolinea la validità di concetti difensivi rimasti efficaci…
La Torre di San Giuliano e la Torre di Malgera
Torri di San Giuliano e Malgera | Discovery Mestre Torri di San Giuliano e Malgera Simboli difensivi di Mestre e Marghera nella laguna veneziana Due torri e due destini Marin Sanudo, durante un soggiorno a Mestre nel 1483, descrisse così la città: «Mestre è un castelo mia, (miglia), diece luntan di Veniexia, zoè per l’acqua cinque fino la Torre di Marghera, poi do a San Zulian, et tre fino a Veniexia; è murato con mura alte; à tre porte; una di Venecia, la Trivisana appresso la rocha; et quella dil Campo di Castelo…». Nel 1837, Paoletti, nel suo “Il Fiore di Venezia”, citava: «Sotto Mestre travasi Maghera, o Malgaria, luogo pur posseduto dai Trivigiani, e difeso da quella torre posta a San Giuliano di Buon Albergo». La Torre di San Giuliano Quando si parla delle due torri poste non distante dal Borgo di Marghera — la Torre di Marghera e la Torre di San Giuliano — vi è sempre una grande confusione e spesso la storia delle due costruzioni difensive si fonde, impedendo di distinguere dove cominci la storia dell’una e dove inizi quella dell’altra. Per raccontare tale storia ci siamo basati sulle ricerche di Redi Foffano e di Dario Lugato pubblicate nel libro “Da Margera a Forte Marghera“. La Torre di San Giuliano venne eretta sull’isola di San Giuliano nel 1209 lungo quella direttrice che permetteva a Venezia di raggiungere la terraferma e viceversa. A testimonianza di tale data si trova un documento dell’Avogaria in cui si legge «Quod Malgarie turris statuatur» («Che venga fondata la torre di Marghera»). Un’altra testimonianza dell’esistenza della torre è presente in un documento del 1358 in cui si cita tale Rainero Dandolo quale Capitano della Torre di San Giuliano. La realizzazione della torre si potrebbe considerare come un’esigenza dei veneziani per controllare i territori dei signori di Treviso — che all’epoca detenevano il potere su quasi tutta l’area dell’attuale entroterra veneziano — sull’isola più vicina a quello che sarebbe diventato il Borgo di Marghera. La Torre di Malgera L’11 luglio 1318 fu eretta la Torre di Marghera, proprio all’ingresso di quel piccolo canale — forse proveniente dal Marzenego — che più tardi sarebbe stato allargato e trasformato nella Cava Gradeniga. Questa seconda torre fu opera dei signori di Treviso. La scelta del luogo non fu certo casuale: in quella posizione era possibile osservare sia chi entrava che chi usciva da quel canale, accedendo così al territorio trevisano. Un’altra funzione era quella di permettere la riscossione del dazio da parte di chi voleva accedere alla terraferma. Solo pochi anni dopo, le aree di Mestre, Marghera e le zone limitrofe caddero in mano alla Serenissima il 29 settembre 1337, e la funzione della torre trevisana fu messa in discussione in quanto doppione di quella di San Giuliano. A mettere ulteriormente in crisi l’esigenza di avere due torri così vicine fu la realizzazione, nel 1341 da parte di Venezia, della Cava Gradeniga, che spostò quasi tutte le attività commerciali via acqua dal Marzenego al nuovo canale artificiale, dando luogo a una nuova rotta commerciale che sarebbe passata per l’Isola di San Giuliano per arrivare a Venezia. Inoltre le due torri non avevano il solo scopo di difendere e sorvegliare i confini, ma anche di far pagare il dazio a chi vi passava accanto: un compito che poteva essere perfettamente assolto da una sola di esse. Il colpo di grazia alla Torre di Marghera arrivò quando nel 1513, durante la Guerra della Lega di Cambrai, i tedeschi la conquistarono, come narra Marin Sanudo, ed esplosero dei colpi in direzione di Venezia — fortunosamente fermati all’Isola di San Secondo. Di tale evento abbiamo la testimonianza di una relazione di Jacques de Bannissis, segretario dell’imperatore Carlo V: «… accesserunt ad Mergariam, qui locus propinquior est ipsis Venetiis, nec per diametrum plus quam duobus milibus passuum a Venetiis distans, quem Veneti munierant et presidio firmaverant, quem nostri vi expugnarunt et incenderunt et, injectis bombardis ad litus maris, cum eis in Venetias sagittarunt…». La torre scomparirà dalle mappe dopo neppure un secolo, facendo supporre che fosse stata abbattuta a cavallo fra il XVI e il XVII secolo. L’isola di San Giuliano, avamposto veneziano L’Isola di San Giuliano è posta lungo il Canale di San Secondo ed è la prima isola che si vede alla propria sinistra percorrendo il Ponte della Libertà recandosi a Venezia, mentre la seconda isola che si incontra è l’isola di San Secondo, da cui prende il nome il canale stesso. Oggi l’isola è disabitata, ma nei secoli passati ospitava un convento di frati francescani e un “ospizio” — da cui il nome “San Giuliano del Buon Albergo” — che permetteva ai viandanti diretti a Venezia o in partenza di riposarsi prima di riprendere il viaggio. L’isola poteva essere considerata anche un avamposto militare della Serenissima e per questo vi era stata costruita la Torre di San Giuliano nel 1209. Oltre a queste funzioni — militari, religiose e di ospitalità — essa aveva anche la funzione di dogana. Vicino all’isola era stata realizzata una palada, cioè un insieme di pali capaci di far rallentare le barche che dovevano fermarsi e pagare il dazio prima di poter proseguire i propri commerci. Sede religiosa L’isola ospitava, come molte altre nella laguna veneziana, un convento di frati francescani, presente da molto tempo e citato nelle cronache locali sia prima che dopo l’annessione a Venezia. I francescani restarono sull’isola sino al 1491, anno in cui vi si insediò un gruppo di monache (Clarisse Osservanti?), le quali compaiono anche in un documento del 1521 del Senato della Repubblica. La Torre di San Giuliano vittima della dominazione francese Il destino della Torre di San Giuliano fu diverso rispetto alla torre di Marghera: rimase in piedi per circa sei secoli, finché Venezia non fu invasa dai francesi, che la distrussero all’inizio dell’800. Ma le dominazioni straniere non portarono solo all’abbattimento della torre: coinvolsero anche il Borgo di Marghera, raso al suolo per permettere ai francesi di Napoleone di costruire Forte Marghera. La Torre di San Giuliano fu rappresentata da ben quattro artisti: Canaletto in un famoso dipinto intitolato “La Torre di Malghera” la confuse con la torre trevisana, così come Francesco Guardi, mentre Bernardo Bellotto e Giuseppe Ponga non commisero tale errore nell’intitolare il proprio dipinto. Nel 1823 l’Isola di San Giuliano fu utilizzata anche dai finanzieri austriaci, tornando ad avere due funzioni: militare e di controllo finanziario delle merci che passavano per il Canale di San Secondo. L’isola fu fatta saltare in aria dai veneziani ritiratisi da Forte Marghera nel 1848, e da allora è abbandonata. Galleria Immagini L’isola di San Giuliano (Giuseppe Ponga) Torre di San Giuliano (Bernardo Bellotto) «Veduta della laguna di Venezia con la torre di Marghera», Francesco Guardi (1780–1793) Luigi Querena, «Lo scoppio di una mina nell’isola di San Giuliano», 1849 — Museo Correr, Venezia Particolare di un’opera di Jacopo de’ Barbari in cui si vede il Canale di San Secondo Bibliografia Foffano, Redi; Lugato, Dario. Da Margera a Forte Marghera, Edizioni Multigraf. Pellizier, Lionello. Ricerche. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Bottenighi: alle origini di Marghera, tra barene e sogni di città giardino
Bottenighi – Marghera | Discovery Mestre Breve storia dei Bottenighi Alle origini di Marghera, tra barene e sogni di città giardino Un nome che viene dall’acqua Il toponimo Bottenighi, in passato anche Bottenigo, affonda le sue radici nella storia idraulica della laguna. Secondo alcune ipotesi, deriverebbe dal termine medievale butin-ucum, che indicava un condotto o sifone costruito sotto i corsi d’acqua per favorire il drenaggio nelle zone paludose. Un nome che già racconta la natura del luogo: un territorio d’acqua e di terra, sospeso fra canali e campi, ai margini sud di Mestre. Dal sogno della città giardino alla realtà industriale Nel 1917 l’identità dei Bottenighi cambiò per sempre. Il 23 luglio di quell’anno, a Roma, il Governo, il Comune di Venezia e la Società Porto Industriale di Venezia presieduta da Giuseppe Volpi firmarono la convenzione «relativa alla concessione della costruzione del nuovo porto di Venezia in regione Marghera ed ai provvedimenti per la zona industriale e il quartiere urbano». Quella che per secoli era stata una zona di campi e canali, di poche case coloniche e strade fangose, divenne il cuore pulsante di una nuova impresa: Porto Marghera, affiancato da un quartiere urbano pensato come città giardino, il cui piano regolatore, redatto dall’ingegnere milanese Pietro Emilio Emmer, fu approvato dal governo il 6 febbraio 1922. Per far posto al porto, il territorio della frazione di Bottenigo fu scorporato dal Comune di Mestre e poi incorporato in quello di Venezia. Tra il 1932 e il 1940 quasi tutte le aree previste dal piano regolatore del porto del 1917 erano ormai occupate dalle industrie. Il nome «Bottenigo» iniziò a scomparire dalle mappe e dai documenti amministrativi. Al suo posto si impose un nome nuovo, più evocativo e moderno: Marghera, che ricordava l’antico borgo di Marghera. Il nome compare già nella convenzione del 1917, che parla di «regione Marghera», ma non è noto chi abbia scelto per primo di usarlo per la nuova zona. Nel 1926 il regio decreto del 15 luglio, n. 1317, unì a Venezia anche i comuni di Mestre, Chirignago, Zelarino e Favaro Veneto, dando vita alla cosiddetta Grande Venezia. L’obiettivo era ambizioso: costruire una metropoli moderna, capace di competere con le grandi città europee, dove la parte storica custodisse l’arte e la cultura, mentre il territorio di terraferma ospitasse l’industria e la nuova popolazione operaia. A Marghera lo sviluppo industriale procedeva di pari passo con quello urbano. Le banchine portuali si allungavano nel canale Brentella; si innalzavano le ciminiere delle raffinerie, dei cantieri e delle industrie chimiche; la ferrovia e la rete stradale si espandevano fino a Mestre. Attorno ai Bottenighi si delineava un paesaggio inedito: accanto alle villette del primo quartiere urbano comparvero i capannoni, i binari, i magazzini e le fabbriche, che di notte illuminavano il cielo con bagliori arancioni e colonne di vapore. L’antico sogno di una città giardino si trasformò così in un mito industriale, il simbolo del progresso italiano fra le due guerre. Marghera divenne il luogo dove la laguna si faceva acciaio, dove il lavoro plasmava la geografia e ridefiniva l’identità stessa di Venezia. Per molti era il segno di un nuovo inizio; per altri, l’inizio di una perdita irreversibile: quella del paesaggio, del silenzio, della memoria rurale. Eppure, anche in questa metamorfosi, sopravviveva qualcosa dello spirito originario dei Bottenighi. Nei nomi delle vie, nei ricordi delle famiglie venute da lontano per lavorare in fabbrica, nei canali che ancora scorrono accanto ai vecchi tracciati di via Bottenigo, restava viva la memoria di un territorio nato due volte: prima come terra di confine, poi come città del futuro. Memoria di un paesaggio scomparso Oggi, chi attraversa via Bottenigo o percorre le strade industriali di Marghera fatica a immaginare ciò che questo luogo è stato. Le grandi arterie di asfalto, i depositi, i recinti metallici e le torri di raffreddamento hanno cancellato quasi ogni traccia del paesaggio originario. Eppure, sotto la coltre di cemento, il ricordo dei Bottenighi continua a respirare. Restano i nomi: via Bottenigo, Ca’ Emiliani, Villabona, frammenti di una geografia antica sopravvissuti alle trasformazioni del secolo. Restano le memorie orali, tramandate da chi vide nascere le prime case, o da chi arrivò con la valigia di cartone per lavorare in porto, trovando qui una nuova patria. E restano, soprattutto, le mappe e le fotografie che raccontano un paesaggio scomparso: campi attraversati da canali, case coloniche con tetti di coppi, argini erbosi che scendevano verso le acque calme della laguna. Quel mondo, fragile e rurale, fu sacrificato sull’altare del progresso industriale, ma la sua eco non è svanita. Ogni volta che un vento umido soffia dal mare e si mescola all’odore del ferro e del gas, sembra di sentire il dialogo fra due tempi: la Venezia antica e la Marghera moderna, la laguna e la fabbrica, la memoria e la materia. Oggi, mentre la città riflette sul proprio futuro, riscoprire la storia dei Bottenighi significa tornare a interrogarsi su cosa voglia dire davvero abitare un luogo. Significa ricordare che anche gli spazi industriali, nati dal lavoro e dal sacrificio, conservano un’anima; e che dietro ogni toponimo, dietro ogni strada, si cela un frammento di umanità, un racconto che merita di essere ascoltato. Galleria Fotografica Stabilimento Cita a Marghera Catasto Austriaco del Territorio di Bottenigo nel Comune di Mestre (1841) Veduta aerea di Marghera negli anni Cinquanta Realizzazione della base dell’Acquedotto di Marghera Ferrovia di Mestre prima del cavalcavia Bibliografia Appunti per un secolo di Porto Marghera, con la convenzione del 23 luglio 1917 (da C. Chinello, Storia di uno sviluppo capitalistico, e A. F. Nappi, Storia di Marghera). Barizza, Sergio. «Fabbrica e giardino: la nascita di Marghera», da Gente Veneta. Gusso, Adriana. Il «caso Bottenigo». Agricoltura, agronomia ed artigianato nel Mestrino sul finire del ‘700. Voce Zelarino, Wikipedia (per il regio decreto 15 luglio 1926, n. 1317). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.