Centro di Mestre 14 Gennaio 2026

Il Teatro di Mestre: il Toniolo

Teatro Toniolo | Discovery Mestre Teatro Toniolo Simbolo culturale di Mestre nato nel 1913 Il Teatro Toniolo: il lascito di una grande famiglia mestrina Nel 1908 con la chiusura del Teatro Garibaldi di Angelo D’Angeli Mestre si trovò senza un teatro, tale situazione era insopportabile per i suoi cittadini che si vedevano privati di un luogo di cultura così importante, la città sembrava dover rivivere la stessa situazione che si era presentata nella prima parte dell’ottocento con la chiusura del Teatro Balbi. Vi fu una tale indignazione fra la popolazione che la Gazzetta di Venezia dedicò un articolo a tale incresciosa situazione chiedendo l’intervento di imprenditori capaci di colmare tale lacuna. Pochi giorni dopo alcuni imprenditori si riunirono presso il bar da Vivit, struttura che poi sarebbe divenuta il suo hotel, per pensare ad un progetto adeguato per la città. In quel contesto Emanuele da Re, Domenico Toniolo e Arcangelo Vivit pensarono di riorganizzare l’area che aveva sin a quel momento ospitato il Foro Boario, trasferito da poco presso via Spalti, e trasformarlo in una piazza con un teatro. Chiesero al comune di acquistare l’ex ortaglia di Villa Bianchini presentando un progetto che prevedeva la realizzazione di un teatro circondato da un giardino, con all’interno un elegante salone, una birreria e una buffetteria. All’interno dell’edificio sarebbero state ospitate una scuola di musica ed un circolo ricreativo. Soluzioni di breve respiro Nel mentre in città si discuteva circa la realizzazione di un nuovo teatro si adattò la Sala Anna del Circolo Eden, sito in via Spalti, a teatro. Al suo interno vennero ospitati balli sia concerti di prestigio, come una selezione di brani scelti del Lohengrin di Wagner, che opere in lingua locale, come “La moglie del Dottore” di Silvio Zambaldi. Venne presentata al pubblico anche l’opera Mestreneide di Alberto Zajotti che raccontava con grande umorismo la storia della città. Il Circolo Eden di Via Spalti chiuse nel 1913 e poco dopo fu demolito. La strana damnatio memoriae mestrina… Il Teatro Toniolo: il lascito di una grande famiglia mestrina Nei primi anni del novecento Domenico Toniolo aveva comprato un terreno che si estendeva da Via Castelvecchio, l’attuale Via Antonio Da Mestre alle porte di Piazza Umberto I. Un’area che nei suoi progetti doveva ospitare nuove costruzioni da realizzare nelle vicinanze del nuovo centro cittadino. Via Castelvecchio era il nome di una strada medioevale che congiungeva l’area del Castelvecchio con la Pieve di San Lorenzo e si estendeva da Via Torre Belfredo, passando per l’attuale Via Antonio da Mestre proseguendo fino allo Stallo dei fanti, ora Piazzetta Cesare Battisti. Questa strada era presente anche su mappe del XVI secolo. I Toniolo furono grandi costruttori e imprenditori protagonisti della storia mestrina, il cui capostipite fu Antonio, noto per aver realizzato e posto sulla facciata principale di Palazzo da Re le due targhe commemorative tutt’oggi visibili. Domenico e Antonio Toniolo edificarono in quel periodo varie aree della città, dal centro a Via Piave. All’interno di tale lotto di terreno Domenico edificò un nuovo nucleo abitativo composto per lo più di villette e di case a due o tre piani, in un’area che oggi si può identificare come quella percorsa da Via Sauro, via Filzi e via XX Settembre. Il progetto più importante e destinato ad entrare nella storia mestrina venne, invece, realizzato in un’area che all’epoca era occupata da uno stallo per i cavalli, posta nella parte occidentale di Piazza Umberto I. Qui Domenico realizzò una galleria, l’attuale Galleria Matteotti, e un Teatro collegandoli con la Piazza attraverso una stradina, l’attuale Via Cesare Battisti. Un intervento che proiettò Mestre nel novecento e che contribuì all’ammodernamento della piazza cittadina nello stesso periodo in cui i Furlan, i Vivit, e i Barbaro operavano. Il Teatro negli iniziali progetti doveva portare il nome della Regina Elena, ma venne preferito intitolarlo alla famiglia che lo ideò. La prima pietra del Teatro fu posta il 12 aprile 1912 e i lavori furono terminati in 17 mesi. Il progetto era stato affidato all’ingegner Giorgio Francesconi assistito dall’architetto Mario Fabbris. La costruzione alla ditta Bonfiglio – Tradati e C. di Milano. Secondo un cronista dell’epoca Giorgio Francesconi si ispirò al progetto di Giannantonio Selva per realizzare il suo teatro, mentre per il Barizza la facciata del Toniolo ricorda di più un progetto di Nicola Piamonte, il quale realizzò il Teatro Goldoni a Venezia, scartato dalla Commissione dell’Ornato dell’epoca. Il Teatro Toniolo fu inaugurato il 30 agosto 1913 con una rappresentazione del Rigoletto del Verdi che ebbe ben dieci repliche, alcune delle quali offerte a prezzi popolari. Successivamente venne inaugurato il cinematografo, realizzato sempre all’interno del teatro, con la proiezione del film Quo Vadis? tratto dal romanzo di Henryk Sienkiewicz. Non mancarono opere in prosa e altri spettacoli che diedero a Mestre, finalmente, la cultura che da tanto ambiva. Descrizione del Teatro Il teatro aveva un solo ordine di palchi e una loggia, poteva ospitare fino a 1000 persone, dei grandi finestroni davano luce al palco e sul soffitto vi era il dipinto “Il trionfo di Apollo” di Alessandro Pomi, mentre verso la boccascena vi erano due colonne a cariatidi che sorreggevano un orologio. Le decorazioni e gli stucchi si dovevano alla ditta mestrina di Antonio Miotti. Due casse armoniche sotto l’orchestra, i palchi e la loggia in legno assicuravano una acustica eccellente. Il teatro cambierà il suo assetto interno e la sua struttura cambierà in base all’uso che ne venne fatto. Dopo la ristrutturazione del 1951 sono andati persi i palchetti e la galleria. Al loro posto fu realizzato una galleria sorretta da cemento armato. Inoltre è stata realizzata una sala per la proiezione delle pellicole. L’apporto del Conte Ettore di Rosa Luraghi Il Teatro fu amministrato dai Toniolo nei suoi primi dieci anni di attività per poi venir ceduto nel 1924 agli imprenditori Rossetto e Scarabelli e a stretto giro, sempre nel 1924, al Conte Ettore di Rosa Luraghi, che ebbe la capacità di risollevarne le sorti. Il Conte fu il marito di Beatrice Bianchini, proprietaria di Villa Erizzo, o meglio Ca’ Bianchini, e fu uno dei protagonisti della riqualificazione di Mestre fra l’ottocento e i primi novecento. Sotto la gestione del Luraghi il Toniolo continuò ad ospitare spettacoli di rilievo e personaggi di fama internazionale come, ad esempio, il Maestro Pietro Mascagni, che pare dormì presso la sua villa. Dagli anni cinquanta ai suoi primi 110 anni di storia A seguito della morte del Conte de Rosa Luraghi, 1925, la famiglia decise di cedere il teatro a Giovanni Furlan, che già possedeva il Cinema Excelsior. Il Furlan un paio di anni dopo lo cedette ad Alfredo Semprebon mantenendo la gestione fino al 1951, quando gli subentrarono Ferdinando Boer e da Mario Seno. Questi decisero di far operare il Toniolo esclusivamente come cinema e di operare drastiche ristrutturazioni che ne minarono l’originale estetica: il teatro originario andò perso. Al posto dei palchi e della galleria in legno l’ingegner Nini Marzetti realizzò un’unica galleria in cemento armato a forma di ferro di cavallo. La famiglia Boer nel 1955 arrivò a trasformare una saletta interna in un appartamento coprendo gli affreschi che Alessandro Pomi aveva realizzato sulle sue pareti. Oltre al cinema all’interno del teatro ai nuovi gestori fu permesso di realizzare un cinema all’aperto nell’attuale Piazzetta Gian Francesco Malipiero. Sotto la gestione Boer – Seno iniziò la collaborazione fra il Toniolo e La Biennale del Cinema nel 1960, grazie alla quale avvengono le prime manifestazioni legate alla Mostra in terraferma. Un’esperienza destinata ad una fortunata continuità. Nel 1963 la proprietà del teatro passò alla società Simco degli eredi Semprebon e poco dopo tornarono a gestirlo i Furlan e con un periodo di grande fermento per il teatro in cui la sua offerta di spettacoli si differenziò variando dal cinema all’avanspettacolo. Nel 1963 Dario Fo porterà la sua Commedia Isabella a Mestre, mentre nel 1983 esordirà il festival “Jazz e dintorni” in collaborazione con l’associazione Calligola dando un lustro a livello nazionale al nostro teatro. Nel 1984 il Toniolo viene preso in locazione dal Comune di Venezia. Gli anni ottanta furono per il Toniolo il momento di tornare ad essere solo un teatro. Fu in quel periodo che subì una nuova ristrutturazione, che iniziò nel 2001 e terminò nel 2007, durante la quale l’attività artistica non fu interrotta. La direzione del nuovo teatro comunale andrà ad Emanuele Guariniello, mentre fu nominato Gianantonio Cibotto direttore artistico. A partire dalla stagione 1986-’87 ebbe inizio la proficua collaborazione con l’associazione “Gli amici della Musica”, che tutt’oggi propone grandi eventi culturali in città, mentre dal 1989 il Direttore artistico dei due teatri Toniolo/Goldoni sarà Giorgio Gaber. L’esperienza di Gaber terminerà nel 1992 quando il Toniolo si separerà dal Goldoni ed entrerà nel circuito del Teatro Stabile del Veneto. Nel 1998 il Comune di Venezia acquisì il 98% delle quote dalla Simco, il 2% andò a “La Immobiliare Venezia” permettendo un nuovo restauro che avvenne fra il 2001 e il 2007. Nel 2005 la direzione della Stagione musica da camera e sinfonica andò a Mario Brunello. Nel 2023 in occasione dei 110 anni venne messo in scena il Rigoletto di Verdi prodotto dal Teatro La Fenice. Galleria Immagini Teatro Toniolo, immagine d’epoca Il Teatro Toniolo (Silvia Scagnetto) La “porta” del Teatro Toniolo dalla Galleria Barcella Il Teatro Toniolo e la Galleria Barcella Battaglia del Grano. Affluenze ad un comizio (Anni ’30) Una veduta d’insieme della tribuna e della platea Particolare del Trionfo di Apollo (Alessandro Pomi) Dipinti in stile Liberty presenti su entrambi i lati del Palco Gli affreschi del Pomi rovinati dalla realizzazione dell’appartamento Gli affreschi del Pomi rovinati dalla realizzazione dell’appartamento Locandina d’epoca del Toniolo Pubblicità dei cinema Furlan Excelsior e Toniolo Bibliografia Ferrari, Giorgio. Documenti per la storia dei teatri di Mestre, Il Cardo Editore, Venezia, 1992. Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Teatro Toniolo “una storia lunga 110 anni”, Comune di Venezia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Centro di Mestre 14 Gennaio 2026

Corte Legrenzi: da Stallo per i cavalli a luogo di ritrovo

Corte Legrenzi | Discovery Mestre Corte Legrenzi Da Stallo Campesan a luogo di ritrovo con atmosfera veneziana Da Stallo Campesan a Corte Legrenzi Uno dei luoghi più belli e caratteristici di Mestre nasce lì dove un tempo vi era lo Stallo Campesan. A vederla oggi non sembrerebbe possibile immaginare che qui la ditta di Filippo Campesan accogliesse i mezzi dei visitatori diretti a Mestre: cavalli e carrozze prima, automobili poi. Certo era un’altra Mestre: non vi erano Piazzale Donatori di Sangue né l’M9 district, bensì rispettivamente Piazzale Regina Margherita e la Caserma Matter. Mestre stava cercando di diventare una città il cui centro si stava allargando verso Villa Erizzo, e fu probabilmente anche per questo che lo Stallo venne trasferito in Via Dante negli anni Trenta del Novecento. Oggi Calle e Corte Legrenzi sono diventate nel tempo uno dei posti di ritrovo preferiti dai mestrini. In fin dei conti questa Corte è stata pensata per essere un luogo ideale per passare una serata in compagnia e sperimentare un’atmosfera “veneziana”, assumendo persino la forma di una corte veneziana con tanto di pozzo al suo centro. Il glicine che accoglie gli avventori del Va’ Pensiero sembra disegnato da un pittore. I locali ospitati da questo piccolo angolo di paradiso sono fra i più frequentati della città, capaci di offrire menù, vini e birre di ottima qualità. Il 18 giugno 2021 al centro della Corte, vicino al pozzo, è stata posta la scultura “X Square”, nuovo progetto di Michele Tombolini e primo intervento in città della galleria Cris Contini Contemporary. Galleria Immagini Corte Legrenzi, immagine di archivio Ditta Campesan trasferita in Via Dante La Corte vista dalla Calle Legrenzi Un locale in Corte Legrenzi L’installazione X Square di Michele Tombolini in Corte Legrenzi Pubblicità della Ditta Filippo Campesan La porta che si apre sull’M9 district da Corte Legrenzi Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Centro di Mestre 14 Gennaio 2026

Villa e Parco Ponci

Villa e Parco Ponci | Discovery Mestre Villa e Parco Ponci Un’oasi verde perduta a Mestre Il ricordo di Giancarlo Angeloni Sul sfondo se vedeva quea maraviglia che jera el bosco de Ponci. El pareva una foresta co quei alberi co un tronco cussì grosso che do persone jera intrigàe a imbrassàrlo. Drento ghe jera un lago co un canal che scominsiava da na parte e el finiva da staltra parte del lago cussì che se gavesse podesto vardàr tutto da l’alto se gavarìa visto la figura de un anèo, (el canal), col briànte (el lago). Ogni tanto che jera dei pontesèi senza sonda, come que che se vede sue istampe cinesi che te fasseva passar de qua e deà del canal o rivar su na isoloèta che ghe jera in meso al lago e chea gaveva sora na caseta fatta nello stesso stile dea villa Ponci. El lago el jera pien de pessi pèrsego che quando chei se moveva drento l’acqua schiarada col sol, pareva chei infassasse co l’arcobàlen…. ghe jera fiori dapartuto, de quei che cresseva in acqua e de quei che cresseva in terra e l’aria piena de profumi e de oseèti da un àlbaro a àlbaro e che subiando i faseva na musica che dopo non go mai sentito; na volta go visto parfin un martin pescatore chel pareva un lampo azzurro che se impirava in acqua par vantar na spinariola. Quando sul libro de reigion lezevo del Paradiso terrestre, me figuravo chel fusse proprio cussì… (Testo tratto da …te te ricordì. Amarcord di un mestrino originario, Centro Studi Storici di Mestre) I Ponci da Mantova a Venezia I Ponci furono una famiglia mantovana che si trasferì a Venezia nel 1816, dove rilevarono la farmacia sita vicino alla Chiesa di Santa Fosca, Cannaregio. Questa attività aveva già oltre un secolo di vita quando passò di mano ai nuovi proprietari. La struttura che accoglieva la farmacia è ancora esistente e ospita altre attività: è un vero e proprio museo che racconta com’erano le farmacie tra il Settecento e l’Ottocento, oltre a far ammirare l’arte dei maestri intagliatori veneziani dell’epoca. La fama della Farmacia Ponci divenne tale da meritare un articolo nel 1934 su una rivista nazionale: «A Venezia la Farmacia Ponci a S. Fosca è conosciuta e ricercata dai forestieri per il suo ambiente signorile con fedeltà conservato come in antico; essa ricorda i vecchi tempi, quando, sotto il saggio governo della Serenissima, tutte (o quasi tutte) le botteghe da Spezier amavano presentarsi nella suggestiva veste di una proprietà elegante…». Così scriveva nel 1934 il Pedrazzini. Trasferitasi a Mestre, la famiglia Ponci acquistò nel 1902 il parco e la peschiera di Villa Giustinian della famiglia Gobbato, edificio che si trovava dove oggi sorge l’ex scuola De Amicis. I Gobbato avevano puntato sulla realizzazione di una scuola maschile all’interno della villa, la scuola De Amicis, con fortune alterne, finché non la demolirono nel 1902 per realizzare l’edificio che ancora oggi possiamo vedere in Via Pio X. Il parco fu ceduto ai Ponci. Il parco e la peschiera si estendevano al di fuori dell’area del Castello, in quello che molti in passato chiamavano il giardino (vedasi Fapanni), sito dietro la chiesa di San Girolamo. Il giardino di Mestre dev’essere stato molto bello: la Porta del Miglio o del Molino, posta circa dove oggi si incrociano Via Caneve e Via Slongo, era soprannominata anche Porta del Giardino (sempre il Fapanni). Va ricordato inoltre che all’interno del castello scorreva un canale artificiale proveniente dal Ramo della Beccaria del Marzenego, lungo l’attuale Via San Girolamo, che mediante una deviazione alimentava un mulino. Tale deviazione scorreva lungo la via tra Via San Girolamo e il parcheggio di Parco Ponci, per poi sfociare nell’Osellino. Le dimensioni del parco sono note dalla carta del 1937: andavano dal parcheggio di Parco Ponci all’Osellino, e da Via Caneve all’attuale Riviera Magellano. Al suo interno vi erano tre ettari di alberi secolari ad alto fusto e un laghetto alimentato probabilmente dal ramo del Rio di San Girolamo. La villa viene descritta come uno chalet in legno e pietra che, dando le spalle alla chiesa di San Girolamo, si affacciava sull’acqua. Era un piccolo gioiellino che ancora oggi si fa rimpiangere in città. Nel parco vi erano statue e un gazebo, mentre i Ponci potevano dilettarsi ad andare in barca sul laghetto. Mestre nel tempo ospitò diverse ville di varia natura e fattezza, ma ben poche di queste sono rimaste. Basti pensare alla maestosa villa del Durazzo, o a Villa Erizzo, che venne smembrata un pezzo per volta per permettere l’edificazione di nuovi palazzi e che oggi ospita la Biblioteca centrale di Mestre VEZ. Un’altra villa di prestigio sopravvissuta è Villa Querini dei Conti Querini Stampalia di Santa Maria Formosa. Antefatto: le preoccupazioni dell’ing. Antonio Rosso La preoccupazione per una possibile speculazione fu espressa in tempi non sospetti dall’ingegner Antonio Rosso, autore di due Piani Regolatori a Mestre nel 1934 e nel 1937. Il suo cruccio era l’assenza di vincoli sul parco. Il PRG, in effetti, arrivò solo nel 1960: a giochi ormai fatti. Una storia di speculazione La giunta guidata dal sindaco Gianquinto Giobatta aveva progetti edilizi su quest’area, nel cuore di Mestre, e per realizzarli doveva convincere gli eredi del farmacista Ponci a cedere l’intera proprietà. Fu fatta un’offerta di circa cinquecentomila lire che però venne rifiutata. Ma quell’area era ormai diventata troppo importante. Le cronache — ricavate dagli articoli de Il Gazzettino di Venezia e de La Nuova Venezia — raccontano che un certo geometra Ugo Argenta convinse la famiglia Ponci che vi era un grande progetto già approvato e che il terreno sarebbe stato reso edificabile in breve tempo. Con tali promesse si fece nominare amministratore unico del loro patrimonio. L’inghippo proseguì con la commissione a un architetto di un progetto per quell’area e persino con l’acquisto di una pagina de Il Gazzettino per pubblicizzare la vendita di villette — dimore che, ovviamente, non furono mai costruite. Pare che in una sola notte del novembre 1947 un gruppo di taglialegna del Friuli abbatté tutti o quasi tutti gli alberi, devastando per sempre un’area preziosa per la città. Il geometra Argenta fuggì poi in Venezuela, lasciando la famiglia Ponci in balia degli eventi da lui creati. Fu così che la giunta comunale di Angelo Spanio si accordò con gli eredi per ottenere in regalo metà del parco, rendendo edificabile il resto. Sulle macerie nasce Via Pio X Nella metà dell’area divenuta edificabile furono create Via Pio X — fatta passare anche sopra al giardino della scuola De Amicis — Via Fapanni, Via Giardino, Riviera Magellano e Piazzale Cialdini. I palazzi totalmente sproporzionati e fuori contesto costruiti su quest’area sono l’emblema di come a Mestre si sia sempre preferito il cemento alla conservazione del verde. Com’era la Villa dei Ponci Cartolina d’epoca con Villa e Parco Ponci Particolare del giardino del Parco Ponci con statue La villa nel Parco Ponci Particolare del laghetto di Parco Ponci Una gita in barca sul laghetto Il Rio Girolamo prosegue verso il laghetto dei Ponci Mestre dal campanile di San Lorenzo verso nord-est: la città e Parco Ponci Mappe e documenti Pubblicità Farmacia Ponci Attualmente parte della Farmacia Ponci ospita The Merchant of Venice della famiglia Vidal Mestre, parte Parco Ponci: il piazzale asfaltato e la parte recintata destinata alla scuola Vecellio Una colonna nel Convento di San Girolamo, ciò che resta del parco Parco Ponci in una carta di Mestre del 1937 Non è difficile sovrapporre le due immagini e capire cosa ci sia oggi al posto del Parco Bibliografia …te te ricordì. Amarcord di un mestrino originario, Centro Studi Storici di Mestre. Articoli de Il Gazzettino di Venezia. Articoli de La Nuova Venezia. Sito Museo Unifarco. 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Centro di Mestre 29 Ottobre 2024

Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis

Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis | Discovery Mestre Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis Come una villa veneziana del Cinquecento diventò la prima scuola elementare di Mestre La villa Tirabosco: un’eredità rinascimentale Nell’area oggi occupata da via Pio X e dal Parco Ponci sorgeva, tra Cinquecento e Ottocento, una delle più raffinate ville di terraferma del Veneto. Progettata da Vincenzo Scamozzi, con la sua loggia dorica, la grande peschiera e i giardini, villa Tirabosco era una delizia nel senso pieno del termine: un luogo costruito per il riposo dell’anima, lontano dalla vita affaccendata di Venezia. Per la storia completa delle sue origini, della sua architettura e degli scavi che ne hanno restituito le tracce nel sottosuolo di Mestre, si rimanda alla voce dedicata. Questo articolo racconta invece la sua ultima parabola: da dimora abbandonata a prima scuola elementare della città. Da palazzo di delizia a rudere: i Morosini e i Giustinian Alla morte dell’ultimo Tirabosco, Marcantonio, senza discendenti, la villa passò nel 1650 alla famiglia Morosini. Furono i fratelli Andrea e Vincenzo Morosini a gestirla per quasi un secolo, con un attaccamento che traspariva dai loro testamenti. Andrea, nel 1711, lasciò il palazzo ai nipoti Foscarini con condizioni ferree: non affittarlo, non venderlo, mantenerlo in buono stato. Vincenzo, morto nel 1735 a circa 87 anni, ribadì le stesse condizioni con parole che tradivano un affetto profondo per quel luogo. Il palazzo però non passò mai formalmente ai Foscarini. Nel 1738, attraverso un accordo privato, venne acquistato dal nobile Francesco Giustinian per circa 6.000 ducati. Aveva quasi 68 anni e cercava un rifugio personale vicino a Venezia. Ma alla sua morte, senza eredi diretti, la villa passò ai discendenti Giustinian che non vi abitarono mai, lasciandola decadere lentamente. Nel 1784 una divisione ereditaria la descriveva già come “casa dominicale quasi dirocata”. Nel 1808 le denunce catastali registravano ancora una quota della casa diroccata, la peschiera e il brolo: tutto ciò che restava di quella che era stata una delle più belle ville del Veneto. Poi il silenzio. Nel luglio del 1861 Francesco Scipione Fapanni si recò sul posto e vi incontrò Pietro Seleno, negoziante e sensale di vino che aveva preso in affitto le pertinenze. Seleno gli riferì che il padre era stato in possesso di un introvabile disegno del sito. Era il congedo della memoria: la villa esisteva ancora solo nel racconto di chi l’aveva frequentata da vivo. I Gobbato di Volpago e il sogno di una scuola Tre anni dopo quell’incontro, nel 1864, fu Girolamo Giustinian a vendere i resti della proprietà a Ferdinando Gobbato e ai suoi fratelli. I Gobbato erano imprenditori di Volpago del Montello con interessi economici a Mestre, dove avevano preso domicilio. Quello che acquistavano, secondo la descrizione catastale, era un “casino, con scuderia, fienile e brollo”: non la casa dominicale della villa, ma con ogni probabilità i suoi annessi rustici, quei corpi di servizio che erano stati ampliati e completati da Andrea Morosini nel corso del Settecento, come lo stesso Morosini attestava nel suo testamento del 1711 parlando delle “agiunte” da lui fatte al complesso. La grande villa di Scamozzi era già ridotta a un rudere: ciò che restava in piedi erano le pertinenze, non il cuore della dimora. L’idea di trasformare l’area in una scuola non era nuova. Già il 5 dicembre 1859 l’ingegner Pietro Moro aveva elaborato un progetto di scuola-tipo per quell’area, che aveva suscitato l’interesse di Lorenzo Saibante e di Giuseppe Da Re. Quando già era stata accettata la proposta di Da Re, Ferdinando Gobbato si fece avanti con un’offerta più conveniente: avrebbe acquistato lo stabile del conte Giustinian e lo avrebbe “ridotto ad uso scuola”, purché il Comune si impegnasse a prenderlo in affitto per dieci anni. Il Comune accettò. La proprietà fu poi separata in due parti: il parco passò al farmacista Ponci di Santa Fosca, la villa rimase ai Gobbato. Le scuole a Mestre a metà Ottocento Per capire perché l’arrivo dei Gobbato fosse una buona notizia, occorre ricordare in che stato si trovava l’istruzione elementare a Mestre in quegli anni. Le classi erano sparse in affittanze varie per il paese, in locali di fortuna, senza una sede stabile. Le due scuole urbane funzionanti erano entrambe in affitto e si erano dimostrate subito insufficienti. La legge Coppino del 15 luglio 1877 avrebbe poi imposto l’istruzione obbligatoria per i primi tre anni delle elementari, aggravando ulteriormente il problema. Mestre conobbe, fin dall’inizio della sua storia contemporanea, il disagio dei doppi turni. Una sede propria, centrale, ampia, sembrava a molti una necessità improrogabile. La prima scuola: il fabbricato del 1865 Ca’ Giustinian si rivelò però non adatta ad ospitare gli allievi. I locali della villa, per quanto spaziosi, erano vetusti e difficili da adattare. Ferdinando non si scoraggiò: propose di erigere ex novo, a proprie spese, un fabbricato attiguo da adibire a scuola, purché il Comune lo prendesse in affitto per dieci anni. Il nuovo edificio venne costruito aderente al lato orientale della villa in pochi mesi, e alla fine del 1865 le classi maschili poterono finalmente insediarsi in aule proprie. Le ragazze andarono in una casa in Corte dei Fanti, futura Piazzetta Cesare Battisti. Era la prima vera scuola elementare di Mestre, eretta letteralmente sulle fondamenta di una villa rinascimentale. Vent’anni di trattative (1868-1889) La fortuna però girò presto le spalle a Ferdinando Gobbato, che fallì nel 1868. I beni passarono ai fratelli, residenti a Volpago del Montello, i quali alla scadenza del contratto pretesero dal Comune un fitto più elevato. Non trovando accordo, nel 1878 il Comune si rivolse altrove, acquistando lo stabile del marchese Lorenzo Nicolò Saibante in via Palazzo per dirottarvi qualche classe. Quello stabile avrebbe visto avvicendarsi gli insegnamenti più diversi, prima di finire come sede della pretura nel novembre del 1921. Le condizioni degli stabili Saibante si rivelarono però problematiche. Nel 1886 una commissione composta da Guglielmo Berchet, Napoleone Ticozzi e Antonio Rizzo fu incaricata di trovare una soluzione definitiva. La relazione del settembre 1886 indicava due possibilità: costruire un nuovo edificio in via Rosa, o tornare dai Gobbato. La prima fu scartata perché l’accesso era difficile e l’immobile troppo vicino al mercato bovino. Si riaprirono così le trattative con i fratelli Gobbato, che durarono un paio d’anni fino alla firma del contratto d’acquisto il 12 ottobre 1889 per lire 25.000 pagabili in cinque anni. Lo stato della villa alla vigilia della demolizione L’ampio carteggio che accompagnò l’acquisto del 1889 permette di gettare uno sguardo su quel che restava della villa. La perizia dell’ingegner Giovanni Fantinato dell’11 dicembre 1888 descriveva due separate abitazioni accessibili da un ponte ad arco di cotto: la prima occupata dal fabbro ferraio Luigi Zavan, che vi aveva anche la sua officina, la seconda da Antonio Valentini. Nel prato si trovava ancora un pozzo in pietra dura di Verona. Il fabbricato scolastico del 1865 era in buone condizioni, accessibile per un ponte in legname. Poco altro era rimasto della grande villa di Scamozzi. C’era però un dettaglio che sarebbe emerso solo durante i lavori di demolizione: nel sottosuolo dell’area giacevano ancora intatte le fondazioni dell’antica mura medievale di Mestre, compatte e impermeabili come il giorno in cui erano state costruite. La villa era scomparsa, ma le radici del Castello erano ancora lì. Il progetto definitivo e la demolizione (1893-1902) La decisione di costruire una nuova scuola ex novo maturò lentamente. Nel 1893 la realizzazione fu inserita in un concorso che prevedeva anche la costruzione del macello: tutti i progetti finirono in archivio per costi eccessivi. Solo nel 1898 il consiglio comunale approvò il progetto di Erconvaldo Tomasatti, poi affidato per la direzione all’ingegner Francesco Marsich. Il contratto fu siglato il 28 marzo 1902. I lavori di demolizione della villa iniziarono però già sul finire di gennaio, prima ancora della firma del contratto, per rispondere alla protesta di una ventina di muratori disoccupati che assediavano il palazzo municipale. Le travi erano per lo più marce: si recuperò quanto possibile per le fondazioni. Come rilevò il direttore dei lavori Eugenio Mogno: “c’era una circostanza particolare che rende[va] il sottosuolo pregevole ed è che ivi trovansì le fondazioni dell’antica mura di Mestre: ciò porta la conseguenza della compattezza ed impermeabilità del terreno.” Era l’ultima testimonianza materiale di tre secoli di storia: le fondazioni del Castello medievale, le stesse su cui Scamozzi aveva costruito la sua villa, stavano per diventare le fondamenta di una scuola elementare. La nuova scuola e la sua vita Benché il fabbricato si rivelasse “molto diverso da quello progettato”, più d’uno a Mestre andava fiero di quella grande scuola eretta all’ombra della torre, con la lunga facciata costruita “in continuazione dell’edificio esistente, formando con esso un corpo di fabbrica della estesa di metri cinquanta”. La De Amicis divenne subito un vivace centro di aggregazione: nelle sue aule si alternarono vari tipi di scuola e riunioni di associazioni, mentre il suo cortile ospitò per molti anni i comizi del partito socialista e della locale Camera del lavoro. La popolazione cresceva però velocemente, e già nel 1913 la scuola era diventata troppo piccola. Si pensò persino di adibire a scuola l’appena fallita fabbrica di dolciumi Taboga, ma l’ipotesi fu abbandonata per grosse crepe nei muri e perché le rotaie del tram per San Giuliano ne rasentavano l’ingresso. Da allora cominciò a prender forma un piano per l’edilizia scolastica su tutto il territorio comunale, che avrebbe portato nei decenni successivi alla costruzione di nuovi edifici nelle frazioni e all’espansione della rete scolastica mestrina. Fonti Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, edizioni PM Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo Francesco Scipione Fapanni, Mestre, Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre Galleria fotografica La scuola De Amicis prima della demolizione della villa Gobbato Scuola Edmondo De Amicis in una cartolina del primo Novecento Scuola, giardino e torre viste da (forse) dal Campanile di San Girolamo La Villa Giustinian-Tirabosco nella mappa del Castello di Mestre, disegno del Manocchi, è riconducibile al numero 28: “Mura distrutta” Villa Giustinian nella mappa di Tommaso Scalfarotto (1781) × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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