Manocchi Prima del Barcella: il primo storico
Manocchi prima di Barcella: il primo storico di Mestre
Chi era Giobatta Manocchi
Giovanni Battista Giuin detto Manocchi (Noale, 1755/56 – Venezia, 12 novembre 1831), vedovo di Margherita Duin, è stato il primo autore a compilare una storia organica di Mestre, attraverso osservazioni personali e dirette maturate nel suo lungo ruolo di perito e ingegnere per la Municipalità mestrina. Nato a Noale e stabilitosi a Mestre, dove operò per tutta la vita professionale, fu pubblico perito ingegnere e agronomo, nonché appassionato storico del territorio. I suoi disegni tecnici e le sue perizie, redatti con elegante calligrafia e corredati da elaborati grafici di grande precisione, costituiscono una fonte diretta e insostituibile sull'architettura, la toponomastica e l'assetto urbano di Mestre tra fine Settecento e primo Ottocento.
Prima del 1805 aveva accolto in casa propria, come un figlio, il futuro celebre ingegnere, archeologo e storico dell'Arsenale di Venezia Giovanni Casoni (1783-1857), al quale nel 1803 rilasciò un attestato di stima chiamandolo affettuosamente "Zannetto". La collaborazione tra i due fu intensa e documentata: tra il 1802 e il 1805 lavorarono insieme su incarichi affidati dal Manocchi, tra cui una mappa di Cavarzere. Le carte di Manocchi confluirono in larga parte nell'archivio Casoni, oggi conservato presso la Biblioteca del Museo Correr di Venezia (BMC, cod. Cic. 3320), e in parte presso l'Archivio di Stato di Venezia.
Uno storico dimenticato
Il contributo di Manocchi alla storia di Mestre è stato a lungo sottovalutato, oscurato da chi ne aveva beneficiato senza riconoscerlo. Come è stato osservato nel volume Mestre. Architetture nel tempo, Manocchi "può essere considerato uno dei principali storici mestrini, di almeno pari dignità se non superiore rispetto al più noto Barcella", tenendo conto che questi, nel 1839, pubblicò con i propri collaboratori, senza doverlo citare, parte dei materiali raccolti dal Manocchi. Anche il Fapanni attinse abbondantemente ai suoi scritti. Lo storico Giorgio Emanuele Ferrari non esitò a scrivere:
"Casa Fapanni fu certo più sollecita a sfruttare rapidamente l'opera del Giuin che a giovarle."
Ferrari, Giorgio Emanuele, 1956, p. 34Paradossalmente, anche Francesco Scipione Fapanni si vantò di aver curato nel 1855, in forma anonima, un libretto sulla chiesa parrocchiale di San Lorenzo, tratto in buona misura da uno scritto inedito del Barcella che a sua volta si era alimentato dei manoscritti del Giuin. Un destino ingrato per chi aveva dedicato decenni a documentare con rigore la sua città. L'errore del Manocchi e del figlio Agostino, che non fu solo erede dei materiali ma professionista attivo in prima persona, fu la eccessiva ponderatezza e il rivolgersi a più o meno illustri personaggi, ottenendo soltanto che altri li utilizzassero o disperdessero per sempre. Fu proprio Agostino a rielaborare nel 1817 il disegno originale del Garofolo del 1785 relativo al terrenzello dei Quattro Cantoni, aggiungendo varianti e aggiornamenti che ne amplificano il valore documentale.
Ad attestare i suoi interessi storici, nell'anno 1800 Manocchi risultava elencato tra gli associati all'opera in otto volumi Storia civile e politica del Commercio dei Veneziani di Carlo Antonio Marin, insieme ad altre tredici opere di storia civile, religiosa e di geografia esaminate dal Manocchi e collocate tra quelle di una opportuna bibliografia su Mestre e il suo territorio.
La formazione e la patente professionale
Manocchi si formò nell'ambito della tradizione dei pubblici periti e ingegneri, figure che sotto la Serenissima erano abilitate dalle magistrature dei Provveditori sopra i Beni Comunali e dei Provveditori sopra i Beni Inculti. Con la caduta della Repubblica e l'avvento del dominio napoleonico prima e austriaco poi, dovette adeguarsi alle nuove normative. Da un atto notarile sappiamo che poteva vantare la qualifica di:
"Pubblico Ingegnere fornito di Patente di questo Municipio n. 42 del giorno 5 Luglio 1813."
Adeguandosi alle normative governative, riuscì poi a ottenere la nuova certificazione austriaca. In una stima del 13 gennaio 1817, relativa all'osteria con l'insegna della Cuccagna, si firmava:
"Gio. Battista Manocchi Pubblico Perito Ingegnere / Patentato in Venezia nel 1816 al N. 158."
Almeno dal 1801 risultava in attività a Mestre come pubblico perito, come risulta da un disegno di una proprietà di Giovanni Pietro Cominotti q. Cristoforo. Nel secondo volume dell'opera Memorie Trevigiane sulle opere di disegno del 1803 si ritrovava poi la seguente testimonianza:
"Sono pure degni di essere in questa Storia nostri ricordati per le opere di Disegno con ogni esattezza fatte, e che ogni giorno fanno, Gio. Battista Giovin detto Manochi Noalese quale sebbene si eserciti nell'agrimensura, in cui opere grandiose, e finissime disegno, molto inoltre dell'Architettura civile, ed Idraulica si dimostra studioso, e perito."
Federici, Memorie Trevigiane, 1803, p. 216Le opere scritte
Tra gli scritti di Manocchi si ricordano la Dissertazione sopra la decadenza, e lo stato attuale della città di Altino applicata alli motivi e fatti degli interrimenti nelle lagune venete, data alle stampe nel 1818, e il Trattato sopra i molti effetti, e corregimenti delle aque de' fiumi, scoli, e lagune delle Venezie terrestri e marittima, rimasto manoscritto. Quest'ultimo, dedicato all'abate e matematico Angelo Zendrini (1763-1849) e diligentemente redatto in forma di libretto, fu inviato a Zendrini per un parere prima della mai avvenuta stampa. Il manoscritto si conserva tra le carte dell'archivio Casoni (BMC, cod. Cic. 3383, n. 13).
Nella fase conclusiva della sua vita pubblica, Manocchi pubblicò la Lettera ad un amico sopra il progetto della erezione di un ponte da Venezia a Campalto (1830), critica a un precedente testo del tipografo Paolo Picotti che illustrava tale progetto. Nella concezione dell'ideatore, il ponte sarebbe arrivato a Cannaregio, presso il Bersaglio di Sant'Alvise, prevedendo l'interramento del rio della Sensa. Stroncando l'inverosimile e bizzarro intendimento, Manocchi preconizzava il futuro percorso del ponte ferroviario poi realizzato, in quanto ritenuto più funzionale. Sebbene la loro valenza travalichi le contingenze storiche, considerare che il trasporto su rotaia era ancora qualcosa di inconcepibile aiuta a inquadrare la lungimiranza del tecnico noalese.
Il testo commemorativo redatto in occasione della sua scomparsa fu letto il 27 febbraio 1857 all'Istituto Veneto dal segretario Giacinto Namias, come riportato dal Cicogna. Vi si leggeva tra l'altro:
"noi troviamo ricordato l'Ingegnere Manocchi, come quello che era diligente indagatore delle Venete antichità, e s'addentrava nello studio idraulico delle nostre lagune, e degli argomenti a ciò relativi."
Namias, testo commemorativo letto all'Istituto Veneto il 27 febbraio 1857, p. 4; notizia in Cicogna 1853, pp. 395-96I lavori pubblici a Mestre
L'attività professionale di Manocchi a Mestre fu vasta e documentata. Tra gli interventi più significativi si ricordano:
- Il progetto del primo nucleo del cimitero di Mestre (25 ottobre 1811), lungo l'attuale via di Santa Maria dei Battuti, in posizione tale da servire sia la parrocchia di Mestre sia quella di Carpenedo.
- La perizia per la campana e il quadrante della Torre dell'Orologio in piazza (1828).
- Il restauro e rifacimento del pilo portabandiera lapideo in Piazza (1829-30).
- Il progetto per il nuovo archivio e il restauro del Palazzo Comunale (1830), con ricostruzione di una scala e varianti nel distributivo interno.
- Un progetto per una latrina nel palazzo Comunale (1826), da realizzarsi sotto la scala principale o nell'orto retrostante verso il canale di San Girolamo.
- La perizia per la selciatura della nuova pescheria (1828) e la gestione delle condotte di scolo di Piazza Maggiore tra il 1826 e il 1830.
Dal 30 gennaio 1827 si firmava "Ingegnere d'Offizio della Deputazione" negli atti ufficiali del Comune, essendo in tale modo qualificato dalla medesima deputazione comunale.
Il ruolo civico
Nel 1807 Manocchi fu nominato, insieme a Graziadio Frisotti, amministratore provvisorio dell'Ospedale dei Battuti a seguito della soppressione napoleonica. Venne inoltre eletto al pubblico ornato, istituita in quell'anno insieme a Michiel Pizzoni e Luigi Massa. Sempre nel 1807 risultava amministratore del patrizio Vettor Da Mosto, del ramo di San Pantalon, in relazione a 34 campi in Mestrina che accordava in affitto per conto del proprietario. Dal 1809 e almeno fino al 1825 ricoprì la carica di fabbriciere della chiesa di San Lorenzo, assumendo la presidenza per vari anni.
Nel catasto napoleonico di Mestre gli venivano assegnati i mappali nn. 623-624, posti tra il sentiero di Castel Vecchio, le anse del Marzenego e le proprietà Tron di Scorzeria vecchia. Nel catasto di Carpenedo gli erano invece attribuiti i mappali con i numeri dal 1169 al 1176, estesi a nord del fiume fino alla Strada Postale e attraversati dalla prosecuzione del sentiero di Castelvecchio attraverso l'antico ponte.
La piazza di Mestre era Piazza Barche
Nel primo Ottocento, il cuore pulsante di Mestre era Piazza Barche, situata lungo il Canal Salso e il Marzenego-Osellino. Qui si trovavano luoghi chiave come Corte Legrenzi, lo Stallo de Fanti e l'antica Posta, immortalata da Canaletto e Bellotto. Nelle sue perizie sulle condotte di scolo e sui mercati di Piazza Maggiore, redatte tra il 1826 e il 1830, Manocchi restituisce un quadro vivido di questo spazio urbano, indicando sia gli spazi dedicati nei giorni di mercato ad animali e merci di ogni genere, sia i proprietari degli immobili allineati lungo i vari fronti della piazza.
Uno sguardo alla nostra piazza
Piazza Ferretto, allora nota come "piazza maggiore", era uno slargo caotico dedicato a mercati settimanali e feste popolari. I nuovi proprietari borghesi, dopo la caduta della Serenissima, cercavano di risanarla, spostando i mercati verso il foro boario e Piazza delle Erbe (oggi intitolata a Edmondo Matter). Manocchi segnalava che lo spazio davanti al portico delle Botteghette, nel settore sud-ovest della piazza, si trovava "quasi sempre pregiudicato da soffermazioni di acque, e da fanghi, che oltre a rendere insalubre l'aria tolgono la facilità del transito, e difficultano gli usi nelli giorni di mercato."
Il primo Ottocento: passaggio di consegne
Con la fine della Repubblica di Venezia (1797), i palazzi nobiliari di Mestre passarono da famiglie patrizie veneziane, come gli Zon, Marcello e Bembo, a una nuova borghesia emergente. Tra questi, le famiglie Ceresa e Berchet si distinsero per il loro ruolo nello sviluppo urbano. Esempi significativi includono Villa Ceresa e Villa Algarotti Berchet. Manocchi fu testimone diretto di questo passaggio: lui stesso aveva acquistato nel 1785, insieme all'oste Andrea Drago detto Buonacquisto, parte dei possedimenti della famiglia Zen ai Quattro Cantoni — un terrenzello di forma trapezoidale di circa cinque ettari (campi trevigiani 10, quarti 3, tavole 171), confinante con le proprietà dei Canonici Regolari di San Salvatore. Dal 13 ottobre 1806 affittava dagli stessi Zen una «Chiesura con Cason» per 36 ducati annui. Nel 1808 acquistò ulteriori terreni dalla stessa famiglia per circa 3600 ducati.
La compravendita del 1785 generò una lunga vertenza con il Drago. I professionisti delegati dalle due parti si scontravano nelle perizie e negli appuntamenti reciproci, con qualche sgarberia. L'ingegner Ruggin fu nominato mediatore. Per superare i disaccordi sul saldo definitivo, Manocchi diede procura all'ingegner Giuseppe Fuin, mentre gli Zen nominarono arbitro superiore l'ingegner Giovanni Casoni. La situazione fu infine stabilizzata dal catasto austriaco. A rendere tutto più complicato intervennero le guerre: nel 1809 i Quattro Cantoni furono teatro dello scontro tra le truppe del viceré Eugenio Beauharnais e quelle dell'arciduca Giovanni d'Asburgo, con gravi danni alle costruzioni dell'area e alle proprietà del Manocchi.
Il secondo Ottocento: il centro città
La planimetria del 1872 di Pietro Moro documenta l'evoluzione di Mestre, con l'emergere di Viale Garibaldi (1881), ispirato da Napoleone Ticozzi. Manocchi aveva anticipato con lucidità alcuni di questi sviluppi: la sua critica al progetto del ponte Picotti e la sua visione del tracciato ferroviario dimostrano una capacità di lettura del territorio che andava ben oltre la semplice perizia tecnica. La nuova borghesia, rappresentata da famiglie come i Toniolo, avrebbe contribuito a modernizzare il centro città nei decenni successivi alla sua morte.
Gli ultimi anni e la morte
Dopo aver perso i beni mestrini, Manocchi si trasferì a Venezia nel sestiere di Cannaregio, in parrocchia di San Canciano, in calle del Lion Bianco al numero civico 5124. Visse gli ultimi tre o quattro anni in una sequela di lutti familiari: la figlia, la moglie, la nuora che aveva appena partorito, la sorella di questa che aveva appena iniziato a vivere in casa come unica donna a farne le veci. Morì il 12 novembre 1831. Il figlio Agostino aveva ereditato i suoi manoscritti, che confluirono poi nelle carte dell'archivio Casoni, conservato presso la Biblioteca del Museo Correr.
Galleria fotografica
Bibliografia
- Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea.
- Barizza, Sergio. Mestre e la sua Piazza, Immagini e domande fra Otto e Novecento.
- Balistreri, Corrado; Zanverdiani, Dario; Brombin, Giuseppe. Mestre. Architetture nel tempo, Volume 1, PM edizioni.
- Ferrari, Giorgio Emanuele. Note biografiche su G.B. Giuin Manocchi, 1956, pp. 32-34.
- Federici. Memorie Trevigiane sulle opere di disegno, 1803, p. 216.
- Cicogna, 1853, pp. 395-96.
- Fapanni, Francesco Scipione. Mestre, 1975 (ed. postuma), pp. 18, 92-93.
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