Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre
Foro Boario | Discovery Mestre Foro Boario La seconda piazza di Mestre nata dall’ortaglia di Villa Erizzo Contesto storico Mestre all’inizio del XIX secolo aveva due piazze, se così si potevano chiamare. Una piazza era quella Piazza Maggiore sorta dove un tempo vi era il Borgo di San Lorenzo, odierna Piazza Ferretto, un’altra era Piazza Barche posta alla fine del canale artificiale chiamato Canal Salso. Non erano due vere piazze ma “spiazzi” in cui le persone si ritrovavano per commerciare e bere o mangiare parlando di affari. Piazza Barche aveva la sua funzione di luogo di commercio in virtù dell’essere posta al termine del Canal Salso, Fossa Gradeniga, ma questa sua funzione cominciò a scemare quando nel 1842 venne realizzata la Stazione dei Treni, prima a Marghera e poi a Mestre. Se le merci passavano per il Ponte ferroviario, 1846, con un mezzo più capiente e veloce com’era il treno aveva sempre meno peso il traffico acqueo. Fu in questo contesto che i notabili di Mestre si proposero di trovare nuove aree per dare a Mestre una nuova e definitiva Piazza. La scelta cadde su Piazza Maggiore che era posta all’interno dei due rami del Marzenego e che aveva una qualche centralità nella storia della città. Ma per poter procedere con questo progetto serviva liberare la Piazza dalle fiere e dai mercati degli animali e ridisegnarla rendendola più “decorosa”. L’ortaglia di Villa Erizzo Villa Erizzo si estendeva dall’attuale Piazza Donatori di Sangue alla Ferrovia, da Via Cappuccina a Via Piave, ovviamente queste all’epoca non esistevano. Una villa meravigliosa realizzata fra il XVIII e il XIX secolo in quella che all’epoca era un’area scelta da molti nobili veneziani per costruire residenze di villeggiatura. Lì dove oggi si trova Piazzale Donatori di Sangue vi era la sua ortaglia, cioè un giardino con orto, frutteti e piante di vario genere, di forma rettangolare circondato su tre lati da un fossato e sul quarto da Via Rosa. Secondo quanto riportato da un sopraluogo degli ingegneri Orazio Monti e Angelo Castagna, 26 Febbraio 1869, all’interno di questo terreno a due passi da Piazza Maggiore si poteva ammirare un prato con gelsi e viti, siepi di tulie, peri, peschi, ciliegi, un noselero e un salice. Qui l’ingegnere Francesco Balduin, per conto del Municipio di Mestre, individuò l’area ideale per trasferire parte del mercato del bestiame che in quegli anni si teneva in Piazza Maggiore, l’attuale Piazza Ferretto. Il Foro Boario di Mestre Fu l’allora assessore Piero Berna, Sindaco Girolamo Allegri, a cercare di intavolare una trattativa per l’acquisto del terreno con il Conte Giuseppe Angelo Bianchini, (1831 – 1884), allo scopo di convincere questi a vendere l’area dell’ortaglia alla città. Le due parti in causa non trovarono facilmente un accordo perché da parte il Conte Bianchini voleva realizzare un buon ritorno economico per la cessione di questo terreno mentre il comune non aveva abbastanza fondi a disposizione per accontentarlo. Le perizie presentate dell’ingegnere Balduin attribuivano all’ortaglia un valore pari a 1600 lire circa, mentre la perizia dell’ing Saccardo incaricato dalla proprietà era di 6202,5 lire. Come punto d’incontro procedette a un contratto di vendita per la cifra di 4000 lire. Il colpo di scena avvenne quando l’assessore Berna fece richiesta alla prefettura di poter procedere all’acquisto ma trovò l’opposizione dell’ufficio interpellato che valutava il terreno 2000 lire e intimò al conte di accettare tale cifra o avrebbe provveduto all’esproprio del medesimo terreno. Dopo la mancata risposta del Conte l’autorità preposta procedette all’esproprio il 23 gennaio 1868. Ne nacque una causa che vide vincere in seconda istanza il Conte Bianchini generando un danno economico e di immagine a Mestre e al sindaco e avvocato Allegri. In ogni caso il progetto dell’ingegner Balduin venne proseguito nell’area espropriata vedendo la realizzazione del Foro Boario e qui venne organizzato il mercato degli ovini, vicino alla Villa, e dei bovini verso la piazza. Il Foro avrebbe ospitato anche mostre di cavalli di razza organizzate dalla “Società per le corse di cavalli di Mestre” e la Festa di San Michele, festa che si teneva il 29 settembre per ricordare la conquista veneziana del castello avvenuta nel 1337. Piazzale Regina Margherita Il conte Ettore di Rosa, titolo acquisito sposando Beatrice Elena Bianchini, a differenza della famiglia della moglie fu molto attivo a Mestre e partecipò attivamente alla vita e alle discussioni sul futuro di Mestre. Sua e di altri cittadini fu la proposta di trasferire nell’ormai ex Foro Boario la nuova piazza cittadina. Questo terreno libero da grandi palazzi e costruzioni di ogni sorta si prestava per la realizzazione di un nuovo municipio, più ampio di Ca’ Collalto, la prefettura e gli altri edifici che avrebbero dovuto ospitare uffici del Comune e dello Stato. Giovanni Cecchini, Luigi Pallotti, Luigi Traldi, Costante Zennaro, Arcangelo Vivit, Vittorio Toniolo, Eugenio Da Re, progettarono proprio in quest’area la realizzazione di progetto finalizzato alla costruzione di un grande teatro. Purtroppo tale progetto venne bocciato dal Consiglio Comunale. Di fatto il Foro Boario si era svuotato già ai tempi del sindaco Napoleone Ticozzi che cercò di salvare la vocazione agricola di Mestre, ma che con la nascita delle fabbriche lungo il Canal Salso vide venir meno il senso di tale realtà. Il Foro Boario ospitò anche, in occasione delle fiere di S. Michele, bancarelle e baracconi d’illusionisti, il Circo di Riccardo Zavatta, che passava periodicamente, e anche il cinema all’aperto di Luigino Roatto che avrebbe aperto il Cinema Eden nell’edificio che i Toniolo realizzarono nella futura Via Verdi. Alla morte di Ettore Di Rosa, 1925, ogni suo progetto cadde nel dimenticatoio. Nel 1929 venne venduto parte del piazzale per permettere la realizzazione del nuovo palazzo della TELVE, Società Telefonica delle Venezie, e poi nel 1938 un’altra area per realizzare l’Edificio Centrale delle Poste, vedi cartolina qui sotto. La Contessa Beatrice Bianchini vendette la Villa al Conte Volpi di Misurata che ne fece la sede della SADE e ne alterò la forma e da qui iniziò la devastazione anche del parco e la distruzione di statue e giardini. Era la fine della Villa. Galleria Immagini Una cartolina in cui si può vedere il Foro Boario Il Foro Boario difeso da cannoni La Fiera di San Michele il 29 settembre 1919 nel Foro Boario Giardini Regina Margherita Approfondimenti Villa Erizzo nel Cuore di Mestre Villa Erizzo: il sacrificio di una grande realtà Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre Villa Erizzo: breve storia e architettura (Mestre) L’”Ercole e Lica” di Canova a Villa Erizzo? Bibliografia dal Fabbro, Valentina. VEZ Una nuova biblioteca in città, Venezia Documenta Settore Servizi Bibliotecari e Multimediali Comune di Venezia. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
I Conti Bianchini “di Mestre”
Dagli Erizzo ai Bianchini | Discovery Mestre Dagli Erizzo ai Bianchini I nuovi nobili di Mestre: ascesa e caduta I Bianchini Patrizi “croati” “In ordine al decreto del Senato veneto, 17 febbraio 1784 (m.v.) i provveditori sopra feudi con terminazione 25 febbraio stesso, investirono GIUSEPPE Bianchini di Zara coi discendenti maschi del vicariato della Villa di Alberigo nel veronese in ragion di feudo, retto, gentile, nobile e legale con la giurisdizione civile di prima istanza e con l’annesso titolo di conte, col qual titolo lo stesso GIUSEPPE venne iscritto nell’A.L.T. e nel 5 gennaio 1789 fu ascritto al Consiglio nobile di Zara. Con S.R.A. 3 marzo 1822 e 9 maggio 1829 furono confermati la nobiltà ed il titolo comitale a VINCENZO e NICOLO’, di Giuseppe.” (Enciclopedia storico-nobiliare del marchese Vittorio Spreti) I Bianchini di Mestre Dopo la morte del Principe Nicolò XIII Andrea Erizzo le tre figlie decisero di vendere la loro villa di Mestre, 1826, ai Conti Bianchini che si trasferirono così nella Mestre Austriaca. Sappiamo che all’interno di Villa Erizzo dimorò la famiglia Bianchini per circa 103 anni, periodo in cui questa imponente proprietà cambiò il suo status da villa di campagna, come spesso furono usate queste ville dei Patrizi costruite fuori Venezia, a dimora principale dei Conti Bianchini. Un cambiamento di abitudini da parte dei nobili veneti che era in realtà anche sintomo della nuova società che si era venuta a creare sotto i governi successivi alla Serenissima. I nuovi aristocratici veneti non avevano certo le ricchezze dei patrizi veneziani e per molti Nobili di quel tempo una villa come quella di Mestre era un importante Status Symbol oltre ad un importante investimento. In questi 103 anni la proprietà passò di mano di generazione in generazione fino ad arrivare all’ultima Bianchini di Mestre, la Contessa Beatrice Elena. I primi proprietari furono Vincenzo e Nicolò Bianchini, poi la Villa passò al Conte Pietro di Giuseppe nel 1835, mentre suo figlio Angelo la ereditò circa nel 1850. L’ultima Bianchini che visse in questa proprietà fu, appunto, la Contessa Beatrice Elena che la ereditò alla morte di Angelo avvenuta nel 1884. Beatrice sposò il diplomatico Ettore di Rosa Luraghi, nel 1894 e dopo la morte di questi si trasferì in Svizzera cedendo la Villa al Conte Volpi di Misurata. Con il passaggio della villa dalla famiglia Bianchini al Conte Volpi di Misurata iniziò il suo smembramento e l’abbandono della villa che divenne sede della Cellina e durante questo periodo fu alterata e depauperata. La battaglia legale fra il Conte G. Angelo Bianchini e il Comune di Mestre I primi attriti fra la famiglia Bianchini e il neonato comune di Mestre si manifestarono quando venne individuato dal Sindaco Girolamo Allegri e da altri notabili del paese nell’Ortaglia della villa di famiglia, Villa Bianchini, il luogo deputato per realizzarvi il Foro Boario. Il Foro Boario avrebbe sostituito Piazza Maggiore nel compito di ospitare il mercato degli animali che da sempre si svolgeva nello spiazzo nato dal Borgo di San Lorenzo, rendendo questa Piazza adatta a diventare il centro del neonato comune di Mestre. Ricevuta la proposta di cedere questo terreno posto di fronte alla villa il Conte Giuseppe Angelo Bianchini, (1831 – 1884), ne determinò il prezzo mediante una perizia e la fece pervenire al Comune che a sua volta portò una propria perizia al Conte: il valore attribuito all’Ortaglia era troppo distante fra le parti e questo fermò la cessione. Dopo un periodo di stallo in cui non fu trovato un accordo fra il Comune e la proprietà intervenne la prefettura che ne dispose l’esproprio. Questo atto della prefettura costrinse il Conte a iniziare una lunga causa per far valere i propri diritti, una causa che si concluse in secondo grado con la vittoria del Bianchini: il terreno era perso ma il comune doveva corrispondergli un indennizzo. Il Conte Ettore di Rosa mecenate e cittadino eccellente Il conte Ettore di Rosa Luraghi, titolo acquisito sposando Beatrice Elena Bianchini, a differenza della famiglia della moglie fu molto attivo a Mestre e partecipò attivamente alla vita politica e alle discussioni sul futuro di Mestre. Sua e di altri cittadini fu la proposta di trasferire nell’ormai ex Foro Boario la nuova piazza cittadina. Questo terreno libero da grandi palazzi e costruzioni di ogni sorta si prestava per la realizzazione di un nuovo municipio, più ampio di quel Ca’ Collalto che dal 1871 ospitava gli uffici comunali e non solo. In questo luogo si sarebbe potuta collocare anche nuova prefettura e altri edifici che avrebbero dovuto ospitare le autorità e i funzionari statali e locali. Il Conte fu protagonista nel 1923 anche del salvataggio del Teatro Toniolo che, in quel periodo, navigava in cattive acque come la famiglia che ne era proprietaria. Furono anni davvero vivaci per la città e ricchi di eventi culturali. Si pensi che il Maestro Mascagni diresse un’opera al Teatro cittadino e soggiornò proprio nella Villa dei Bianchini. Mestre sembrava lanciata verso un periodo florido ma la morte del Conte Ettore Di Rosa, 1925, e l’annessione di Mestre al Comune di Venezia, 1926, frenarono definitivamente ogni slancio locale. La moglie del Di Rosa, Beatrice, rimasta vedova, e portatrice di un certo risentimento ereditato dal padre verso la città, nel 1938 decise di vendere la Villa al Conte Volpi di Misurata decretandone di fatto la fine. Galleria Immagini Villa Erizzo all’epoca Villa Beatrice Bianchini Lo stemma araldico dei Bianchini Mappa di Mestre prima del 1869 Albero Genealogico dei Bianchini di Mestre Prospetto di Villa Erizzo nel 1938 Un esempio di Trompe-l’œil di Andrea Urbani presente sulle scale della villa Bibliografia dal Fabbro, Valentina. VEZ Una nuova biblioteca in città, Venezia Documenta Settore Servizi Bibliotecari e Multimediali Comune di Venezia. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Cesare Ticozzi “Frattini” dalla Valsassina
Cesare Ticozzi imprenditore e politico | Discovery Mestre Cesare Ticozzi imprenditore e politico Dalla Valsassina a protagonista della storia locale La famiglia Ticozzi La famiglia Ticozzi era originaria di Pasturo, in Valsassina, una valle lombarda alle spalle di Lecco. Giovanni Maria (1787–1869), maestro elementare di umili origini, ebbe due figli: Cesare e Teodoro. Il ramo familiare a cui appartenevano era detto dei “Frattini”. Nel 1818, a soli tredici anni, Cesare lasciò Pasturo e raggiunse Venezia, dove trovò lavoro come garzone in un negozio di drogheria. Dopo il servizio militare in Lombardia, nel 1831 si trasferì a Mestre, presso il negozio di Giobatta Panciera. Fu il primo della famiglia a compiere questo passo, che avrebbe cambiato per sempre le sorti dei Ticozzi. Mazziniano convinto, non amava il governo austriaco che dominava sul Veneto, pur venendo nominato Deputato di Mestre assieme a Francesco Linghindal e Antonio Berna. Il titolo gli fu restituito dopo i fatti di Forte Marghera, malgrado la sua contrarietà. Emblematica, in questo senso, la scelta di chiamare suo figlio Napoleone: quasi un affronto agli occupanti. Interrogato sul motivo, Cesare rispose che il nome era stato dato in onore di un cugino che aveva combattuto con l’Imperatore francese. Difficile, però, non leggervi anche quella stessa avversione che lo caratterizzò per tutta la vita. La cioccolateria e la villa Nel 1836, a trent’anni, Cesare avviò la sua fabbrica di cioccolata in Piazza Barche, su un terreno affacciato sul Ramo delle Muneghe del fiume Marzenego, dove oggi sorge il Centro commerciale Le Barche. La struttura, inizialmente a forma di “L”, produceva cioccolata, confetture e altri prodotti dolciari. Di fronte, all’angolo della Calle del Teatro Vecchio, aprì anche il negozio di vendita al dettaglio. Le materie prime arrivavano via acqua: il cacao sbarcava in bastimento alla Punta della Dogana e veniva poi trasportato a Mestre attraverso il Canal Salso, che fino alla metà dell’Ottocento rimase il principale scalo merci della terraferma. Gli affari andarono subito bene. In poco tempo Cesare costruì un patrimonio fatto di case, terreni, alberghi e attività commerciali, commercializzando i suoi prodotti in molte aree del nord Italia. Era un imprenditore moderno, capace di cogliere le opportunità del momento. I diari e i quaderni conservati nell’archivio di famiglia lo mostrano mentre trascrive ricette di marmellate e biscotti con la stessa precisione con cui registra i carichi e gli scarichi del magazzino: una dote manageriale che non era mai disgiunta dall’attenzione ai risultati benefici per la città. La fabbrica assunse la struttura visibile nelle famose cartoline di inizio Novecento nel 1895, quando ad amministrarla vi era Antonio Taboga e la proprietà era passata al figlio Napoleone. Da quel momento in poi sarebbe stata conosciuta come Cioccolateria Taboga. Accanto alla fabbrica, lungo lo stesso Ramo delle Muneghe, Cesare costruì anche la villa di famiglia, in Via Sabbioni, poi rinominata Via Verdi, nelle vicinanze di Villa Querini. La proprietà fu assemblata nel tempo: nel 1832 acquistò all’asta una casa di tale Pescarolo, nel 1847 un edificio attiguo, e nel 1875 un ulteriore lotto sul fiume. Quella strada veniva spesso chiamata Via Ticozzi, a testimonianza del peso che la famiglia aveva nella vita cittadina. Da Deputato di Mestre si batté affinché la nuova Stazione di Mestre venisse costruita lungo il Canal Salso, vicino alla fornace di Giuseppe Da Re, convinto che la ferrovia potesse accelerare l’industrializzazione della città. Nel 1850 fu primo firmatario di una petizione indirizzata all’arciprete Giovanni Renier e al maresciallo Radetzky, chiedendo di non allontanare troppo lo scalo dal cuore economico di Mestre. L’ingegner Luigi Negrelli, incaricato dal Governo Asburgico, fu irremovibile: il tracciato era già definito lungo il Terraglio e la stazione sarebbe stata costruita in aperta campagna, dove si trova ancora oggi. La famiglia Cesare sposò Domenica Olivia Olivi, nipote di Giuseppe, podestà di Treviso e padre di Antonio Olivi. Ebbero tre figli: Napoleone, Isabella (1846–1876) e Luigia. Isabella si sposò con Giovanni Molin. Alla morte di Cesare, il 9 gennaio 1880, la maggior parte del patrimonio passò a Napoleone: la villa di Via Sabbioni, case a Carbonera di Treviso e a Pasturo, terreni a Scaltenigo di Mirano e altro ancora. Il resto fu diviso in quattro parti: tre quarti a Napoleone, un quarto alla famiglia di Isabella. Un patrimonio cospicuo, che comprendeva fondi agricoli a Zelarino, Trivignano, Scorzè, Dolo e Terzo di Tessera, dove si trovava anche una valle da pesca, oltre a dieci case a Mestre e proprietà a Treviso e Spresiano. Cesare riposa nella cappella di famiglia all’interno della chiesa antica del Cimitero di Mestre, accanto alla moglie e ai suoi discendenti. Napoleone ereditò i beni del padre, ma anche il suo attaccamento a Mestre, che lo portò a diventare Sindaco della città nel Regno d’Italia. Galleria Immagini La famiglia Ticozzi e la loro villa Cesare Ticozzi, ritratto su cartoncino Cesare Ticozzi e moglie Domenica Olivi, con i figli Napoleone, Isabella e Luigia (collezione Famiglia Ticozzi) Napoleone Ticozzi, Emilia Guidini e il figlio Cesare in un ritratto di famiglia La villa Ticozzi in Via Sabbioni Via Sabbioni e Villa Ticozzi sullo sfondo Lettera autografata di Cesare Ticozzi (collezione Ugo Ticozzi) Villa Ticozzi, acquerello su cartone, particolare. A. Chichisiola La cioccolateria Ticozzi in Piazza Barche Stabilimento Taboga, già Ticozzi, nel 1900 La Cioccolateria Taboga, già Ticozzi, all’inizio del ‘900 (collezione A. Bon) Lo stabilimento Taboga dei Ticozzi in Piazza XXVII Ottobre Piazza Barche con la fabbrica di cioccolata Taboga, già Ticozzi, fondata da Cesare Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Dal Moro, Anna Maria; Angelozzi, Daniela. Da Cesare a Napoleone, in «Pianeta UTL. Il giornale di e per tutti noi», n. 6, maggio-giugno 2015, Università del Tempo Libero di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Napoleone Ticozzi: una nuova Mestre
Napoleone Ticozzi | Discovery Mestre Napoleone Ticozzi Sindaco e artefice della Mestre moderna Napoleone Ticozzi: breve biografia Nato a Mestre il 28 gennaio 1843 da Cesare Ticozzi, Napoleone deve il suo nome all’inimicizia del padre verso gli austriaci, che governavano il Veneto dopo i francesi. Quando le autorità austriache chiesero al padre il motivo di tale nome, egli affermò che gli fu dato per mantenere una promessa con un parente che aveva combattuto con Bonaparte. Studiò al Liceo di Santa Caterina, oggi Convitto Foscarini, dove si diplomò nel 1862, per poi laurearsi in Giurisprudenza a Padova nel 1868, dove aderì alla Giovane Italia. Fu sindaco di Mestre dal 1871 al 1881, succedendo a Girolamo Allegri, e fu protagonista dei grandi mutamenti urbanistici e sociali che trasformarono la città in quel periodo. Si sposò nel 1875 con Emilia Guidini, nobile svizzera, figlia di Anna Giorgio Guidini, moglie in seconde nozze di Giuseppe Da Re. Il centro di Mestre e la Torre Belfredo Sotto la guida di Napoleone il Comune di Mestre vide numerose opere di riqualificazione. Piazza Maggiore fu ristrutturata secondo un progetto dell’ingegnere Balduin, che procedette al restauro della Torre Belfredo e alla realizzazione di un piano camminabile al centro della piazza (1876–1878). Durante il suo mandato Ticozzi si batté con tutte le sue forze per impedire alla vedova Teresa Gatto in Artico di demolire la Torre, senza però riuscirvi. Nel 1872 fu costruito il nuovo Cimitero Monumentale di Mestre, realizzato da Giuseppe Da Re secondo una legge emanata da Bonaparte il 30 dicembre 1812, che prevedeva l’inumazione dei morti fuori dal centro cittadino. Il cimitero ospita tutt’oggi le spoglie di membri delle famiglie Ticozzi, Da Re, Cecchini, Toniolo e altri importanti mestrini. Dopo un viaggio a Parigi con il padre Cesare, Napoleone rimase colpito dalla bellezza dei boulevards haussmanniani e, tornato a Mestre, volle realizzarne uno simile. Da questa idea nacque Viale Garibaldi. L’ingegnere Balduin presentò due progetti, il primo nel 1878 e quello definitivo approvato l’8 febbraio 1881. La realizzazione avvenne grazie all’esproprio dei terreni dei Grimani in zona Carpenedo e all’abbattimento dell’Osteria delle Tre Balle sulla proprietà della Contessa Loredana Morosini Gatterburg. Il viale collegò i due antichi borghi di Mestre e Carpenedo, dando il via alla costruzione di molte abitazioni. Tutt’oggi è il viale più elegante della città. La Colonna della Sortita e l’impegno sociale Nominato sindaco nel 1870 con decreto regio del 14 ottobre 1871, Napoleone fu il primo sindaco a operare all’interno di Palazzo Collalto come Casa del Comune, grazie alla ristrutturazione effettuata sotto il mandato del suo predecessore Girolamo Allegri. Profondamente legato ai moti risorgimentali, fu tra i promotori della Colonna della Sortita in Piazza Barche, decisa durante una riunione a casa Bellinato — ex artigliere del corpo Bandiera e Moro e consigliere comunale — la sera del 29 dicembre 1875. L’obelisco, che omaggiava la Sortita di Forte Marghera, fu realizzato da Lorenzo Seguso a partire dal 1881, con fondi anticipati in parte dallo stesso Ticozzi. La Colonna fu inaugurata il 4 aprile 1886 durante una solenne manifestazione in Piazza Barche. Curava con passione anche i discorsi per commemorare gli eventi garibaldini, con una scrittura retorica e pomposa che rifletteva il suo profondo attaccamento agli ideali risorgimentali. L’istruzione fu un altro campo in cui Napoleone lasciò un segno duraturo. Nel 1878 acquistò gli edifici di Federico Gobbato — Villa Giustinian e la Scuola De Amicis — per proseguire la formazione di fanciulli e fanciulle. Il 26 maggio 1871 Mestre ebbe la sua prima Scuola di Disegno destinata ai giovani che volevano migliorare nelle arti e nei mestieri, che si sarebbe poi trasformata in Scuola Industriale d’Arte, di fatto la prima scuola professionale cittadina. Offrì anche il proprio nome per una scuola itinerante per artigiani. Il 4 aprile 1871 Mestre inaugurò il suo primo asilo, la cui attività durò solo tre anni, suscitando non poche proteste. La legge Coppino del 1877 aveva introdotto l’obbligo scolastico per i primi tre anni delle elementari, ma le strutture erano inizialmente frammentate e insufficienti. L’inaugurazione della prima grande scuola elementare, la Edmondo De Amicis, avvenne solo nel 1902. Per combattere l’analfabetismo tra gli adulti, Napoleone istituì scuole serali. Fu protagonista anche nella diffusione dello sport: collaborando con Costantino Reyer e Pietro Gallo — che avevano organizzato il primo Congresso Ginnastico Italiano nel 1869 — fondò il 23 novembre 1878 la Palestra Marziale Veneta, Sezione di Mestre. Da questo gruppo nacquero la Libertas (1903) e la Spes (1902), società sportive tutt’oggi attive a Mestre. Nel 1876 fondò la Società di Mutuo Soccorso fra gli operai del Comune di Mestre, con lo scopo di fornire un sussidio in caso di malattia o un aiuto alle famiglie in caso di morte, coprendo anche le spese funebri. Cercò inoltre di preservare le radici agricole della città, osservando con preoccupazione come nel Foro Boario il mercato degli animali fosse sempre più raro, sostituito da spettacoli come il Circo Zanatta, la Fiera di San Michele e persino il primo cinema. Fu tra i fondatori della Cattedra Ambulante di Agraria di Venezia nel 1897, membro del Consorzio Agrario distrettuale e imprenditore nel settore alimentare. La Cioccolateria Taboga Napoleone Ticozzi fu anche l’artefice della nuova cioccolateria di famiglia, realizzata alla fine del Canal Salso, circa dove oggi si trova il centro commerciale Ca’ Mestre. Costruita nel 1895 su progetto dell’architetto Giambattista Torresin, per anni apparve sulle cartoline della città come uno dei suoi simboli più riconoscibili. Per erigere il nuovo stabile, Napoleone dovette cedere alcuni lotti di terreno. La storia della fabbrica era però più antica. Lo stabilimento dolciario esisteva già nel 1848: fu proprio dal negozio di Teodoro, fratello di Cesare, che Napoleone assistette ai fatti del 27 ottobre, in quello che oggi è Piazzetta XXII Marzo. Fondata dal padre nel 1836 in Piazza Barche, la fabbrica rimase per decenni nel cuore economico della città, finché Napoleone ne affidò l’amministrazione ad Antonio Taboga, dal cui nome prese il titolo con cui è rimasta nella memoria collettiva. La proprietà passò poi ad Antonio Taboga, che continuò a produrre cioccolato di qualità a Mestre fino alla crisi portata dalla guerra. L’edificio ospitò in seguito il primo grande centro commerciale dei Coin, che lo abbatterono agli inizi degli anni Sessanta per costruire un nuovo complesso di loro proprietà. La morte Verso la fine dell’Ottocento Napoleone, insieme al Conte Jacopo Rossi, firmò delle fideiussioni per garantire l’attività di Eugenio Da Re, parente della moglie. Lo fece controvoglia, spinto unicamente dall’affetto verso la suocera, vedova di Giuseppe Da Re. Ciò non bastò a evitare il fallimento delle attività dei Da Re, che trascinò nell’abisso anche le finanze di Ticozzi e Rossi. Quest’ultimo si suicidò il 2 gennaio 1904. La volontà di aiutare la famiglia della moglie, come scrisse il figlio Cesare Ticozzi nei suoi diari, portò Napoleone alla rovina e a morire di crepacuore il 26 marzo 1905. Galleria Fotografica Napoleone Ticozzi in una immagine da giovane Napoleone Ticozzi, Emilia Guidini e il figlio Cesare in un ritratto di famiglia Il tram di Mestre in Via Garibaldi, 1917 (cartolina di Alessandro Bon) La Cioccolateria Taboga, già Ticozzi, all’inizio del ‘900 (collezione A. Bon) Stabilimento Taboga, già Ticozzi, nel 1900 L’approdo del Canal Salso, lo Stabilimento Taboga e il Garage Reale (antica posta) La Villa Ticozzi in Via Sabbioni Via Sabbioni e Villa Ticozzi sullo sfondo Progetto della nuova strada tra Mestre e Carpenedo, ing. Francesco Balduin, 1878 (Sito RaPu) Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Dal Moro, Anna Maria; Angelozzi, Daniela. Da Cesare a Napoleone, in «Pianeta UTL. Il giornale di e per tutti noi», n. 6, maggio-giugno 2015, Università del Tempo Libero di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Manocchi Prima del Barcella: il primo storico
Manocchi prima di Barcella: il primo storico di Mestre | Discovery Mestre Manocchi prima di Barcella: il primo storico di Mestre Ingegnere, storico e testimone della Mestre dell’Ottocento Chi era Giobatta Manocchi Giovanni Battista Giuin detto Manocchi (Noale, 1755/56 – Venezia, 12 novembre 1831), vedovo di Margherita Duin, è stato il primo autore a compilare una storia organica di Mestre, attraverso osservazioni personali e dirette maturate nel suo lungo ruolo di perito e ingegnere per la Municipalità mestrina. Nato a Noale e stabilitosi a Mestre, dove operò per tutta la vita professionale, fu pubblico perito ingegnere e agronomo, nonché appassionato storico del territorio. I suoi disegni tecnici e le sue perizie, redatti con elegante calligrafia e corredati da elaborati grafici di grande precisione, costituiscono una fonte diretta e insostituibile sull’architettura, la toponomastica e l’assetto urbano di Mestre tra fine Settecento e primo Ottocento. Prima del 1805 aveva accolto in casa propria, come un figlio, il futuro celebre ingegnere, archeologo e storico dell’Arsenale di Venezia Giovanni Casoni (1783-1857), al quale nel 1803 rilasciò un attestato di stima chiamandolo affettuosamente “Zannetto”. La collaborazione tra i due fu intensa e documentata: tra il 1802 e il 1805 lavorarono insieme su incarichi affidati dal Manocchi, tra cui una mappa di Cavarzere. Le carte di Manocchi confluirono in larga parte nell’archivio Casoni, oggi conservato presso la Biblioteca del Museo Correr di Venezia (BMC, cod. Cic. 3320), e in parte presso l’Archivio di Stato di Venezia. Uno storico dimenticato Il contributo di Manocchi alla storia di Mestre è stato a lungo sottovalutato, oscurato da chi ne aveva beneficiato senza riconoscerlo. Come è stato osservato nel volume Mestre. Architetture nel tempo, Manocchi “può essere considerato uno dei principali storici mestrini, di almeno pari dignità se non superiore rispetto al più noto Barcella”, tenendo conto che questi, nel 1839, pubblicò con i propri collaboratori, senza doverlo citare, parte dei materiali raccolti dal Manocchi. Anche il Fapanni attinse abbondantemente ai suoi scritti. Lo storico Giorgio Emanuele Ferrari non esitò a scrivere: “Casa Fapanni fu certo più sollecita a sfruttare rapidamente l’opera del Giuin che a giovarle.” Ferrari, Giorgio Emanuele, 1956, p. 34 Paradossalmente, anche Francesco Scipione Fapanni si vantò di aver curato nel 1855, in forma anonima, un libretto sulla chiesa parrocchiale di San Lorenzo, tratto in buona misura da uno scritto inedito del Barcella che a sua volta si era alimentato dei manoscritti del Giuin. Un destino ingrato per chi aveva dedicato decenni a documentare con rigore la sua città. L’errore del Manocchi e del figlio Agostino, che non fu solo erede dei materiali ma professionista attivo in prima persona, fu la eccessiva ponderatezza e il rivolgersi a più o meno illustri personaggi, ottenendo soltanto che altri li utilizzassero o disperdessero per sempre. Fu proprio Agostino a rielaborare nel 1817 il disegno originale del Garofolo del 1785 relativo al terrenzello dei Quattro Cantoni, aggiungendo varianti e aggiornamenti che ne amplificano il valore documentale. Ad attestare i suoi interessi storici, nell’anno 1800 Manocchi risultava elencato tra gli associati all’opera in otto volumi Storia civile e politica del Commercio dei Veneziani di Carlo Antonio Marin, insieme ad altre tredici opere di storia civile, religiosa e di geografia esaminate dal Manocchi e collocate tra quelle di una opportuna bibliografia su Mestre e il suo territorio. La formazione e la patente professionale Manocchi si formò nell’ambito della tradizione dei pubblici periti e ingegneri, figure che sotto la Serenissima erano abilitate dalle magistrature dei Provveditori sopra i Beni Comunali e dei Provveditori sopra i Beni Inculti. Con la caduta della Repubblica e l’avvento del dominio napoleonico prima e austriaco poi, dovette adeguarsi alle nuove normative. Da un atto notarile sappiamo che poteva vantare la qualifica di: “Pubblico Ingegnere fornito di Patente di questo Municipio n. 42 del giorno 5 Luglio 1813.” Adeguandosi alle normative governative, riuscì poi a ottenere la nuova certificazione austriaca. In una stima del 13 gennaio 1817, relativa all’osteria con l’insegna della Cuccagna, si firmava: “Gio. Battista Manocchi Pubblico Perito Ingegnere / Patentato in Venezia nel 1816 al N. 158.” Almeno dal 1801 risultava in attività a Mestre come pubblico perito, come risulta da un disegno di una proprietà di Giovanni Pietro Cominotti q. Cristoforo. Nel secondo volume dell’opera Memorie Trevigiane sulle opere di disegno del 1803 si ritrovava poi la seguente testimonianza: “Sono pure degni di essere in questa Storia nostri ricordati per le opere di Disegno con ogni esattezza fatte, e che ogni giorno fanno, Gio. Battista Giovin detto Manochi Noalese quale sebbene si eserciti nell’agrimensura, in cui opere grandiose, e finissime disegno, molto inoltre dell’Architettura civile, ed Idraulica si dimostra studioso, e perito.” Federici, Memorie Trevigiane, 1803, p. 216 Le opere scritte Tra gli scritti di Manocchi si ricordano la Dissertazione sopra la decadenza, e lo stato attuale della città di Altino applicata alli motivi e fatti degli interrimenti nelle lagune venete, data alle stampe nel 1818, e il Trattato sopra i molti effetti, e corregimenti delle aque de’ fiumi, scoli, e lagune delle Venezie terrestri e marittima, rimasto manoscritto. Quest’ultimo, dedicato all’abate e matematico Angelo Zendrini (1763-1849) e diligentemente redatto in forma di libretto, fu inviato a Zendrini per un parere prima della mai avvenuta stampa. Il manoscritto si conserva tra le carte dell’archivio Casoni (BMC, cod. Cic. 3383, n. 13). Nella fase conclusiva della sua vita pubblica, Manocchi pubblicò la Lettera ad un amico sopra il progetto della erezione di un ponte da Venezia a Campalto (1830), critica a un precedente testo del tipografo Paolo Picotti che illustrava tale progetto. Nella concezione dell’ideatore, il ponte sarebbe arrivato a Cannaregio, presso il Bersaglio di Sant’Alvise, prevedendo l’interramento del rio della Sensa. Stroncando l’inverosimile e bizzarro intendimento, Manocchi preconizzava il futuro percorso del ponte ferroviario poi realizzato, in quanto ritenuto più funzionale. Sebbene la loro valenza travalichi le contingenze storiche, considerare che il trasporto su rotaia era ancora qualcosa di inconcepibile aiuta a inquadrare la lungimiranza del tecnico noalese. Il testo commemorativo redatto in occasione della sua scomparsa fu letto il 27 febbraio 1857 all’Istituto Veneto dal segretario Giacinto Namias, come riportato dal Cicogna. Vi si leggeva tra l’altro: “noi troviamo ricordato l’Ingegnere Manocchi, come quello che era diligente indagatore delle Venete antichità, e s’addentrava nello studio idraulico delle nostre lagune, e degli argomenti a ciò relativi.” Namias, testo commemorativo letto all’Istituto Veneto il 27 febbraio 1857, p. 4; notizia in Cicogna 1853, pp. 395-96 I lavori pubblici a Mestre L’attività professionale di Manocchi a Mestre fu vasta e documentata. Tra gli interventi più significativi si ricordano: Il progetto del primo nucleo del cimitero di Mestre (25 ottobre 1811), lungo l’attuale via di Santa Maria dei Battuti, in posizione tale da servire sia la parrocchia di Mestre sia quella di Carpenedo. La perizia per la campana e il quadrante della Torre dell’Orologio in piazza (1828). Il restauro e rifacimento del pilo portabandiera lapideo in Piazza (1829-30). Il progetto per il nuovo archivio e il restauro del Palazzo Comunale (1830), con ricostruzione di una scala e varianti nel distributivo interno. Un progetto per una latrina nel palazzo Comunale (1826), da realizzarsi sotto la scala principale o nell’orto retrostante verso il canale di San Girolamo. La perizia per la selciatura della nuova pescheria (1828) e la gestione delle condotte di scolo di Piazza Maggiore tra il 1826 e il 1830. Dal 30 gennaio 1827 si firmava “Ingegnere d’Offizio della Deputazione” negli atti ufficiali del Comune, essendo in tale modo qualificato dalla medesima deputazione comunale. Il ruolo civico Nel 1807 Manocchi fu nominato, insieme a Graziadio Frisotti, amministratore provvisorio dell’Ospedale dei Battuti a seguito della soppressione napoleonica. Venne inoltre eletto al pubblico ornato, istituita in quell’anno insieme a Michiel Pizzoni e Luigi Massa. Sempre nel 1807 risultava amministratore del patrizio Vettor Da Mosto, del ramo di San Pantalon, in relazione a 34 campi in Mestrina che accordava in affitto per conto del proprietario. Dal 1809 e almeno fino al 1825 ricoprì la carica di fabbriciere della chiesa di San Lorenzo, assumendo la presidenza per vari anni. Nel catasto napoleonico di Mestre gli venivano assegnati i mappali nn. 623-624, posti tra il sentiero di Castel Vecchio, le anse del Marzenego e le proprietà Tron di Scorzeria vecchia. Nel catasto di Carpenedo gli erano invece attribuiti i mappali con i numeri dal 1169 al 1176, estesi a nord del fiume fino alla Strada Postale e attraversati dalla prosecuzione del sentiero di Castelvecchio attraverso l’antico ponte. La piazza di Mestre era Piazza Barche Nel primo Ottocento, il cuore pulsante di Mestre era Piazza Barche, situata lungo il Canal Salso e il Marzenego-Osellino. Qui si trovavano luoghi chiave come Corte Legrenzi, lo Stallo de Fanti e l’antica Posta, immortalata da Canaletto e Bellotto. Nelle sue perizie sulle condotte di scolo e sui mercati di Piazza Maggiore, redatte tra il 1826 e il 1830, Manocchi restituisce un quadro vivido di questo spazio urbano, indicando sia gli spazi dedicati nei giorni di mercato ad animali e merci di ogni genere, sia i proprietari degli immobili allineati lungo i vari fronti della piazza. Uno sguardo alla nostra piazza Piazza Ferretto, allora nota come “piazza maggiore”, era uno slargo caotico dedicato a mercati settimanali e feste popolari. I nuovi proprietari borghesi, dopo la caduta della Serenissima, cercavano di risanarla, spostando i mercati verso il foro boario e Piazza delle Erbe (oggi intitolata a Edmondo Matter). Manocchi segnalava che lo spazio davanti al portico delle Botteghette, nel settore sud-ovest della piazza, si trovava “quasi sempre pregiudicato da soffermazioni di acque, e da fanghi, che oltre a rendere insalubre l’aria tolgono la facilità del transito, e difficultano gli usi nelli giorni di mercato.” Il primo Ottocento: passaggio di consegne Con la fine della Repubblica di Venezia (1797), i palazzi nobiliari di Mestre passarono da famiglie patrizie veneziane, come gli Zon, Marcello e Bembo, a una nuova borghesia emergente. Tra questi, le famiglie Ceresa e Berchet si distinsero per il loro ruolo nello sviluppo urbano. Esempi significativi includono Villa Ceresa e Villa Algarotti Berchet. Manocchi fu testimone diretto di questo passaggio: lui stesso aveva acquistato nel 1785, insieme all’oste Andrea Drago detto Buonacquisto, parte dei possedimenti della famiglia Zen ai Quattro Cantoni — un terrenzello di forma trapezoidale di circa cinque ettari (campi trevigiani 10, quarti 3, tavole 171), confinante con le proprietà dei Canonici Regolari di San Salvatore. Dal 13 ottobre 1806 affittava dagli stessi Zen una «Chiesura con Cason» per 36 ducati annui. Nel 1808 acquistò ulteriori terreni dalla stessa famiglia per circa 3600 ducati. La compravendita del 1785 generò una lunga vertenza con il Drago. I professionisti delegati dalle due parti si scontravano nelle perizie e negli appuntamenti reciproci, con qualche sgarberia. L’ingegner Ruggin fu nominato mediatore. Per superare i disaccordi sul saldo definitivo, Manocchi diede procura all’ingegner Giuseppe Fuin, mentre gli Zen nominarono arbitro superiore l’ingegner Giovanni Casoni. La situazione fu infine stabilizzata dal catasto austriaco. A rendere tutto più complicato intervennero le guerre: nel 1809 i Quattro Cantoni furono teatro dello scontro tra le truppe del viceré Eugenio Beauharnais e quelle dell’arciduca Giovanni d’Asburgo, con gravi danni alle costruzioni dell’area e alle proprietà del Manocchi. Il secondo Ottocento: il centro città La planimetria del 1872 di Pietro Moro documenta l’evoluzione di Mestre, con l’emergere di Viale Garibaldi (1881), ispirato da Napoleone Ticozzi. Manocchi aveva anticipato con lucidità alcuni di questi sviluppi: la sua critica al progetto del ponte Picotti e la sua visione del tracciato ferroviario dimostrano una capacità di lettura del territorio che andava ben oltre la semplice perizia tecnica. La nuova borghesia, rappresentata da famiglie come i Toniolo, avrebbe contribuito a modernizzare il centro città nei decenni successivi alla sua morte. Gli ultimi anni e la morte Dopo aver perso i beni mestrini, Manocchi si trasferì a Venezia nel sestiere di Cannaregio, in parrocchia di San Canciano, in calle del Lion Bianco al numero civico 5124. Visse gli ultimi tre o quattro anni in una sequela di lutti familiari: la figlia, la moglie, la nuora che aveva appena partorito, la sorella di questa che aveva appena iniziato a vivere in casa come unica donna…
Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis
Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis | Discovery Mestre Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis Come una villa veneziana del Cinquecento diventò la prima scuola elementare di Mestre La villa Tirabosco: un’eredità rinascimentale Nell’area oggi occupata da via Pio X e dal Parco Ponci sorgeva, tra Cinquecento e Ottocento, una delle più raffinate ville di terraferma del Veneto. Progettata da Vincenzo Scamozzi, con la sua loggia dorica, la grande peschiera e i giardini, villa Tirabosco era una delizia nel senso pieno del termine: un luogo costruito per il riposo dell’anima, lontano dalla vita affaccendata di Venezia. Per la storia completa delle sue origini, della sua architettura e degli scavi che ne hanno restituito le tracce nel sottosuolo di Mestre, si rimanda alla voce dedicata. Questo articolo racconta invece la sua ultima parabola: da dimora abbandonata a prima scuola elementare della città. Da palazzo di delizia a rudere: i Morosini e i Giustinian Alla morte dell’ultimo Tirabosco, Marcantonio, senza discendenti, la villa passò nel 1650 alla famiglia Morosini. Furono i fratelli Andrea e Vincenzo Morosini a gestirla per quasi un secolo, con un attaccamento che traspariva dai loro testamenti. Andrea, nel 1711, lasciò il palazzo ai nipoti Foscarini con condizioni ferree: non affittarlo, non venderlo, mantenerlo in buono stato. Vincenzo, morto nel 1735 a circa 87 anni, ribadì le stesse condizioni con parole che tradivano un affetto profondo per quel luogo. Il palazzo però non passò mai formalmente ai Foscarini. Nel 1738, attraverso un accordo privato, venne acquistato dal nobile Francesco Giustinian per circa 6.000 ducati. Aveva quasi 68 anni e cercava un rifugio personale vicino a Venezia. Ma alla sua morte, senza eredi diretti, la villa passò ai discendenti Giustinian che non vi abitarono mai, lasciandola decadere lentamente. Nel 1784 una divisione ereditaria la descriveva già come “casa dominicale quasi dirocata”. Nel 1808 le denunce catastali registravano ancora una quota della casa diroccata, la peschiera e il brolo: tutto ciò che restava di quella che era stata una delle più belle ville del Veneto. Poi il silenzio. Nel luglio del 1861 Francesco Scipione Fapanni si recò sul posto e vi incontrò Pietro Seleno, negoziante e sensale di vino che aveva preso in affitto le pertinenze. Seleno gli riferì che il padre era stato in possesso di un introvabile disegno del sito. Era il congedo della memoria: la villa esisteva ancora solo nel racconto di chi l’aveva frequentata da vivo. I Gobbato di Volpago e il sogno di una scuola Tre anni dopo quell’incontro, nel 1864, fu Girolamo Giustinian a vendere i resti della proprietà a Ferdinando Gobbato e ai suoi fratelli. I Gobbato erano imprenditori di Volpago del Montello con interessi economici a Mestre, dove avevano preso domicilio. Quello che acquistavano, secondo la descrizione catastale, era un “casino, con scuderia, fienile e brollo”: non la casa dominicale della villa, ma con ogni probabilità i suoi annessi rustici, quei corpi di servizio che erano stati ampliati e completati da Andrea Morosini nel corso del Settecento, come lo stesso Morosini attestava nel suo testamento del 1711 parlando delle “agiunte” da lui fatte al complesso. La grande villa di Scamozzi era già ridotta a un rudere: ciò che restava in piedi erano le pertinenze, non il cuore della dimora. L’idea di trasformare l’area in una scuola non era nuova. Già il 5 dicembre 1859 l’ingegner Pietro Moro aveva elaborato un progetto di scuola-tipo per quell’area, che aveva suscitato l’interesse di Lorenzo Saibante e di Giuseppe Da Re. Quando già era stata accettata la proposta di Da Re, Ferdinando Gobbato si fece avanti con un’offerta più conveniente: avrebbe acquistato lo stabile del conte Giustinian e lo avrebbe “ridotto ad uso scuola”, purché il Comune si impegnasse a prenderlo in affitto per dieci anni. Il Comune accettò. La proprietà fu poi separata in due parti: il parco passò al farmacista Ponci di Santa Fosca, la villa rimase ai Gobbato. Le scuole a Mestre a metà Ottocento Per capire perché l’arrivo dei Gobbato fosse una buona notizia, occorre ricordare in che stato si trovava l’istruzione elementare a Mestre in quegli anni. Le classi erano sparse in affittanze varie per il paese, in locali di fortuna, senza una sede stabile. Le due scuole urbane funzionanti erano entrambe in affitto e si erano dimostrate subito insufficienti. La legge Coppino del 15 luglio 1877 avrebbe poi imposto l’istruzione obbligatoria per i primi tre anni delle elementari, aggravando ulteriormente il problema. Mestre conobbe, fin dall’inizio della sua storia contemporanea, il disagio dei doppi turni. Una sede propria, centrale, ampia, sembrava a molti una necessità improrogabile. La prima scuola: il fabbricato del 1865 Ca’ Giustinian si rivelò però non adatta ad ospitare gli allievi. I locali della villa, per quanto spaziosi, erano vetusti e difficili da adattare. Ferdinando non si scoraggiò: propose di erigere ex novo, a proprie spese, un fabbricato attiguo da adibire a scuola, purché il Comune lo prendesse in affitto per dieci anni. Il nuovo edificio venne costruito aderente al lato orientale della villa in pochi mesi, e alla fine del 1865 le classi maschili poterono finalmente insediarsi in aule proprie. Le ragazze andarono in una casa in Corte dei Fanti, futura Piazzetta Cesare Battisti. Era la prima vera scuola elementare di Mestre, eretta letteralmente sulle fondamenta di una villa rinascimentale. Vent’anni di trattative (1868-1889) La fortuna però girò presto le spalle a Ferdinando Gobbato, che fallì nel 1868. I beni passarono ai fratelli, residenti a Volpago del Montello, i quali alla scadenza del contratto pretesero dal Comune un fitto più elevato. Non trovando accordo, nel 1878 il Comune si rivolse altrove, acquistando lo stabile del marchese Lorenzo Nicolò Saibante in via Palazzo per dirottarvi qualche classe. Quello stabile avrebbe visto avvicendarsi gli insegnamenti più diversi, prima di finire come sede della pretura nel novembre del 1921. Le condizioni degli stabili Saibante si rivelarono però problematiche. Nel 1886 una commissione composta da Guglielmo Berchet, Napoleone Ticozzi e Antonio Rizzo fu incaricata di trovare una soluzione definitiva. La relazione del settembre 1886 indicava due possibilità: costruire un nuovo edificio in via Rosa, o tornare dai Gobbato. La prima fu scartata perché l’accesso era difficile e l’immobile troppo vicino al mercato bovino. Si riaprirono così le trattative con i fratelli Gobbato, che durarono un paio d’anni fino alla firma del contratto d’acquisto il 12 ottobre 1889 per lire 25.000 pagabili in cinque anni. Lo stato della villa alla vigilia della demolizione L’ampio carteggio che accompagnò l’acquisto del 1889 permette di gettare uno sguardo su quel che restava della villa. La perizia dell’ingegner Giovanni Fantinato dell’11 dicembre 1888 descriveva due separate abitazioni accessibili da un ponte ad arco di cotto: la prima occupata dal fabbro ferraio Luigi Zavan, che vi aveva anche la sua officina, la seconda da Antonio Valentini. Nel prato si trovava ancora un pozzo in pietra dura di Verona. Il fabbricato scolastico del 1865 era in buone condizioni, accessibile per un ponte in legname. Poco altro era rimasto della grande villa di Scamozzi. C’era però un dettaglio che sarebbe emerso solo durante i lavori di demolizione: nel sottosuolo dell’area giacevano ancora intatte le fondazioni dell’antica mura medievale di Mestre, compatte e impermeabili come il giorno in cui erano state costruite. La villa era scomparsa, ma le radici del Castello erano ancora lì. Il progetto definitivo e la demolizione (1893-1902) La decisione di costruire una nuova scuola ex novo maturò lentamente. Nel 1893 la realizzazione fu inserita in un concorso che prevedeva anche la costruzione del macello: tutti i progetti finirono in archivio per costi eccessivi. Solo nel 1898 il consiglio comunale approvò il progetto di Erconvaldo Tomasatti, poi affidato per la direzione all’ingegner Francesco Marsich. Il contratto fu siglato il 28 marzo 1902. I lavori di demolizione della villa iniziarono però già sul finire di gennaio, prima ancora della firma del contratto, per rispondere alla protesta di una ventina di muratori disoccupati che assediavano il palazzo municipale. Le travi erano per lo più marce: si recuperò quanto possibile per le fondazioni. Come rilevò il direttore dei lavori Eugenio Mogno: “c’era una circostanza particolare che rende[va] il sottosuolo pregevole ed è che ivi trovansì le fondazioni dell’antica mura di Mestre: ciò porta la conseguenza della compattezza ed impermeabilità del terreno.” Era l’ultima testimonianza materiale di tre secoli di storia: le fondazioni del Castello medievale, le stesse su cui Scamozzi aveva costruito la sua villa, stavano per diventare le fondamenta di una scuola elementare. La nuova scuola e la sua vita Benché il fabbricato si rivelasse “molto diverso da quello progettato”, più d’uno a Mestre andava fiero di quella grande scuola eretta all’ombra della torre, con la lunga facciata costruita “in continuazione dell’edificio esistente, formando con esso un corpo di fabbrica della estesa di metri cinquanta”. La De Amicis divenne subito un vivace centro di aggregazione: nelle sue aule si alternarono vari tipi di scuola e riunioni di associazioni, mentre il suo cortile ospitò per molti anni i comizi del partito socialista e della locale Camera del lavoro. La popolazione cresceva però velocemente, e già nel 1913 la scuola era diventata troppo piccola. Si pensò persino di adibire a scuola l’appena fallita fabbrica di dolciumi Taboga, ma l’ipotesi fu abbandonata per grosse crepe nei muri e perché le rotaie del tram per San Giuliano ne rasentavano l’ingresso. Da allora cominciò a prender forma un piano per l’edilizia scolastica su tutto il territorio comunale, che avrebbe portato nei decenni successivi alla costruzione di nuovi edifici nelle frazioni e all’espansione della rete scolastica mestrina. Fonti Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, edizioni PM Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo Francesco Scipione Fapanni, Mestre, Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre Galleria fotografica La scuola De Amicis prima della demolizione della villa Gobbato Scuola Edmondo De Amicis in una cartolina del primo Novecento Scuola, giardino e torre viste da (forse) dal Campanile di San Girolamo La Villa Giustinian-Tirabosco nella mappa del Castello di Mestre, disegno del Manocchi, è riconducibile al numero 28: “Mura distrutta” Villa Giustinian nella mappa di Tommaso Scalfarotto (1781) × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.