Il Teatro Garibaldi di Mestre
Teatro Garibaldi | Discovery Mestre Teatro Garibaldi Il primo teatro moderno di Mestre (1840–1908) Un teatro per Mestre Il primo teatro di Mestre fu il Teatro Balbi, realizzato da Almerigo Balbi, che inaugurò nel 1778 presso un’area di sua proprietà nelle vicinanze di Piazza Barche. Il costo ingente del suo mantenimento e la caduta della Serenissima, con le conseguenze economiche che ne derivarono, portarono il figlio di Almerigo, Filippo, a chiuderlo e a ottenerne la parziale demolizione già nel 1811. Chiuso il teatro, Gasparo Gozzi — omonimo dello scrittore — ottenne da Filippo l’affitto delle sale per le prove, poste sopra l’atrio dell’edificio, da adibire a piccolo teatrino per la sua Compagnia dei Dilettanti. Un esperimento che durò solo undici anni. Mentre si assisteva all’agonia dell’edificio dei Balbi, a Mestre nacquero piccoli centri di ritrovo adibiti a teatri nelle ville e negli edifici di proprietà dei nobili. Presso la Villa dei Pisani, già Duodo–Durazzo, sita lungo il Canal Salso, era ancora attivo il teatrino del Conte Durazzo, che lo usava per intrattenere i suoi ospiti. Il conte era ripartito da Mestre nel 1784 dopo che il fratello Marcello lo aveva escluso dal testamento, e probabilmente nel giro di pochi anni i Duodo, proprietari della villa, la vendettero ai Pisani. Anche Villa Erizzo si prestò ad accogliere un teatrino per piccoli concerti e prosa. La nobile Maria Coletti Savorgnan, invece, realizzò un piccolo teatrino nell’attuale Via Cappuccina, non distante dalla chiesa, chiamandolo San Carlo. Di tale teatrino il commissario distrettuale Puntellati disse che era indecente e insalubre. Il console degli Stati Uniti Howells lo descrisse come pieno di poveri locali che fischiavano e applaudivano con veemenza, preferendo i sanguinosi e spettacolari drammi del repertorio locale. Insomma Mestre aveva bisogno di un teatro, e lo chiedeva a gran voce nelle sue lettere il commissario distrettuale Puntellati. Il teatro di Moisé D’Angeli Giunto a Mestre negli anni Trenta dell’Ottocento, Moisé D’Angeli si trasferì nell’area detta dei Sabbioni — vicino a Villa Querini Stampalia — assieme al figlio Angelo e alla compagna Carolina Gernich. Secondo Giacomo Ferrari la moglie era una donna cattolica triestina, mentre lui si presume fosse anch’egli triestino, ma di religione ebraica. Moisé commerciava in armi e nel novembre 1839 chiese di poter realizzare un teatro presso una sua proprietà sita al civico N° 706 della Piazza. In pochi anni dall’essere proprietario di una sola casa in zona Sabbioni divenne un possidente di oltre venti proprietà. La proposta di realizzare un teatro nell’attuale Piazza Ferretto, fra Palazzo Da Re e un edificio di proprietà di tale Bertocco — dove nel 1912 sarebbe sorto il Cinema Excelsior — venne accolta, e il Teatro Nuovo del D’Angeli fu inaugurato nel 1840. La sua realizzazione fu affidata all’architetto Giovan Battista Roi e prevedeva uno spazioso atrio, una caffetteria e alcune abitazioni per gli attori. L’ingresso principale non dava sulla Piazza Maggiore, ma sul retro di essa, raggiungibile attraverso un sottoportico denominato per l’occasione “Sottoportego che conduce al Teatro”. Davanti si apriva una piazzetta, con una scuola nelle vicinanze, per cui la deputazione comunale pretese la chiusura del teatro durante le lezioni. Il capocomico Bonuzzi fu il primo impresario e all’inizio il teatro andava bene, tanto da organizzare eventi durante la Festa di San Michele — il 29 settembre, per ricordare la presa di Mestre da parte dei Veneziani — per diversi anni. Il teatro reggeva e i conti tornavano, il che convinse il Moisé a versare 900 lire alla contessa Savorgnan per chiudere il suo teatro San Carlo di Via Cappuccina nel 1845. Durante i moti risorgimentali e gli scontri fra mestrini e austriaci, il Moisé dapprima fornì mezzi agli austriaci, poi si defilò, infine riprese ad aiutarli. Il Ferrari ritiene che ciò fosse dovuto ai nuovi diritti che il governo provvisorio di Manin aveva concesso agli ebrei e a un suo momentaneo ripensamento. Moisé D’Angeli morì nel 1851 lasciando il teatro e le sue proprietà in eredità al figlio Angelo e alla moglie Carolina. Ebbe così inizio un periodo di crisi, aggravato dallo “sciopero del divertimento” attuato dai cittadini mestrini — e veneti in generale — nel 1859 per protestare contro il governo austriaco. Nessun divertimento significava anche nessun teatro. Sotto il Governo Italiano il teatro ospitò ogni anno dal 1868 la Festa dello Statuto Albertino, evento di grande prestigio. In quello stesso anno nacque a Mestre, per iniziativa del direttore d’orchestra Petronio De Lena, l’idea di una “Orchestra vocale ed istrumentale”, sostenuta dal sindaco Allegri. Il teatro fu inoltre intitolato a Garibaldi per ricordare la visita dell’Eroe dei due mondi a Mestre. Il giovane D’Angeli dovette inseguire anche le nuove norme che richiedevano continui adeguamenti per rendere teatri e luoghi di ritrovo più sicuri. Sembrerà quasi incredibile, ma per prevenire gli incendi fu realizzato un pozzo sotto la fossa dell’orchestra. Nel 1907 il Teatro Garibaldi ospitò il sacerdote veneziano Emilio Silvestri, che portò uno spettacolo di immagini di paesaggi marini e monumenti animati tramite proiezioni luminose, sul modello della lanterna magica. Lo spettacolo ebbe buon successo e permise agli organizzatori di raccogliere fondi per l’Ospedale Umberto I. Pare che nell’ultimo anno di vita il Garibaldi diventasse anche un cinematografo. Fu l’ultimo anno: il teatro chiuse nel 1908, e con infamia — malgrado gli sforzi della famiglia D’Angeli, di quel teatro venne scritto che «Mestre sola… fra le città consimili… a chiamare con il pomposo nome di Teatro una indecente ed insalubre baracca di legno». L’edificio che lo aveva ospitato resistette fino al 1933, quando la sala fu trasformata in uno stabilimento per la lavorazione meccanica del legno. Galleria Immagini Locandina del 1889 di uno spettacolo presso il Teatro Garibaldi (Proprietà Alessandro Bon) Presentazione dell’Accademia di Scherma mestrina presso il teatro Piazza Maggiore (Federico Vendramin – 1875) Bibliografia Ferrari, Giorgio. Documenti per la storia dei teatri di Mestre, Il Cardo Editore, Venezia, 1992. Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Manocchi Prima del Barcella: il primo storico
Manocchi prima di Barcella: il primo storico di Mestre | Discovery Mestre Manocchi prima di Barcella: il primo storico di Mestre Ingegnere, storico e testimone della Mestre dell’Ottocento Chi era Giobatta Manocchi Giovanni Battista Giuin detto Manocchi (Noale, 1755/56 – Venezia, 12 novembre 1831), vedovo di Margherita Duin, è stato il primo autore a compilare una storia organica di Mestre, attraverso osservazioni personali e dirette maturate nel suo lungo ruolo di perito e ingegnere per la Municipalità mestrina. Nato a Noale e stabilitosi a Mestre, dove operò per tutta la vita professionale, fu pubblico perito ingegnere e agronomo, nonché appassionato storico del territorio. I suoi disegni tecnici e le sue perizie, redatti con elegante calligrafia e corredati da elaborati grafici di grande precisione, costituiscono una fonte diretta e insostituibile sull’architettura, la toponomastica e l’assetto urbano di Mestre tra fine Settecento e primo Ottocento. Prima del 1805 aveva accolto in casa propria, come un figlio, il futuro celebre ingegnere, archeologo e storico dell’Arsenale di Venezia Giovanni Casoni (1783-1857), al quale nel 1803 rilasciò un attestato di stima chiamandolo affettuosamente “Zannetto”. La collaborazione tra i due fu intensa e documentata: tra il 1802 e il 1805 lavorarono insieme su incarichi affidati dal Manocchi, tra cui una mappa di Cavarzere. Le carte di Manocchi confluirono in larga parte nell’archivio Casoni, oggi conservato presso la Biblioteca del Museo Correr di Venezia (BMC, cod. Cic. 3320), e in parte presso l’Archivio di Stato di Venezia. Uno storico dimenticato Il contributo di Manocchi alla storia di Mestre è stato a lungo sottovalutato, oscurato da chi ne aveva beneficiato senza riconoscerlo. Come è stato osservato nel volume Mestre. Architetture nel tempo, Manocchi “può essere considerato uno dei principali storici mestrini, di almeno pari dignità se non superiore rispetto al più noto Barcella”, tenendo conto che questi, nel 1839, pubblicò con i propri collaboratori, senza doverlo citare, parte dei materiali raccolti dal Manocchi. Anche il Fapanni attinse abbondantemente ai suoi scritti. Lo storico Giorgio Emanuele Ferrari non esitò a scrivere: “Casa Fapanni fu certo più sollecita a sfruttare rapidamente l’opera del Giuin che a giovarle.” Ferrari, Giorgio Emanuele, 1956, p. 34 Paradossalmente, anche Francesco Scipione Fapanni si vantò di aver curato nel 1855, in forma anonima, un libretto sulla chiesa parrocchiale di San Lorenzo, tratto in buona misura da uno scritto inedito del Barcella che a sua volta si era alimentato dei manoscritti del Giuin. Un destino ingrato per chi aveva dedicato decenni a documentare con rigore la sua città. L’errore del Manocchi e del figlio Agostino, che non fu solo erede dei materiali ma professionista attivo in prima persona, fu la eccessiva ponderatezza e il rivolgersi a più o meno illustri personaggi, ottenendo soltanto che altri li utilizzassero o disperdessero per sempre. Fu proprio Agostino a rielaborare nel 1817 il disegno originale del Garofolo del 1785 relativo al terrenzello dei Quattro Cantoni, aggiungendo varianti e aggiornamenti che ne amplificano il valore documentale. Ad attestare i suoi interessi storici, nell’anno 1800 Manocchi risultava elencato tra gli associati all’opera in otto volumi Storia civile e politica del Commercio dei Veneziani di Carlo Antonio Marin, insieme ad altre tredici opere di storia civile, religiosa e di geografia esaminate dal Manocchi e collocate tra quelle di una opportuna bibliografia su Mestre e il suo territorio. La formazione e la patente professionale Manocchi si formò nell’ambito della tradizione dei pubblici periti e ingegneri, figure che sotto la Serenissima erano abilitate dalle magistrature dei Provveditori sopra i Beni Comunali e dei Provveditori sopra i Beni Inculti. Con la caduta della Repubblica e l’avvento del dominio napoleonico prima e austriaco poi, dovette adeguarsi alle nuove normative. Da un atto notarile sappiamo che poteva vantare la qualifica di: “Pubblico Ingegnere fornito di Patente di questo Municipio n. 42 del giorno 5 Luglio 1813.” Adeguandosi alle normative governative, riuscì poi a ottenere la nuova certificazione austriaca. In una stima del 13 gennaio 1817, relativa all’osteria con l’insegna della Cuccagna, si firmava: “Gio. Battista Manocchi Pubblico Perito Ingegnere / Patentato in Venezia nel 1816 al N. 158.” Almeno dal 1801 risultava in attività a Mestre come pubblico perito, come risulta da un disegno di una proprietà di Giovanni Pietro Cominotti q. Cristoforo. Nel secondo volume dell’opera Memorie Trevigiane sulle opere di disegno del 1803 si ritrovava poi la seguente testimonianza: “Sono pure degni di essere in questa Storia nostri ricordati per le opere di Disegno con ogni esattezza fatte, e che ogni giorno fanno, Gio. Battista Giovin detto Manochi Noalese quale sebbene si eserciti nell’agrimensura, in cui opere grandiose, e finissime disegno, molto inoltre dell’Architettura civile, ed Idraulica si dimostra studioso, e perito.” Federici, Memorie Trevigiane, 1803, p. 216 Le opere scritte Tra gli scritti di Manocchi si ricordano la Dissertazione sopra la decadenza, e lo stato attuale della città di Altino applicata alli motivi e fatti degli interrimenti nelle lagune venete, data alle stampe nel 1818, e il Trattato sopra i molti effetti, e corregimenti delle aque de’ fiumi, scoli, e lagune delle Venezie terrestri e marittima, rimasto manoscritto. Quest’ultimo, dedicato all’abate e matematico Angelo Zendrini (1763-1849) e diligentemente redatto in forma di libretto, fu inviato a Zendrini per un parere prima della mai avvenuta stampa. Il manoscritto si conserva tra le carte dell’archivio Casoni (BMC, cod. Cic. 3383, n. 13). Nella fase conclusiva della sua vita pubblica, Manocchi pubblicò la Lettera ad un amico sopra il progetto della erezione di un ponte da Venezia a Campalto (1830), critica a un precedente testo del tipografo Paolo Picotti che illustrava tale progetto. Nella concezione dell’ideatore, il ponte sarebbe arrivato a Cannaregio, presso il Bersaglio di Sant’Alvise, prevedendo l’interramento del rio della Sensa. Stroncando l’inverosimile e bizzarro intendimento, Manocchi preconizzava il futuro percorso del ponte ferroviario poi realizzato, in quanto ritenuto più funzionale. Sebbene la loro valenza travalichi le contingenze storiche, considerare che il trasporto su rotaia era ancora qualcosa di inconcepibile aiuta a inquadrare la lungimiranza del tecnico noalese. Il testo commemorativo redatto in occasione della sua scomparsa fu letto il 27 febbraio 1857 all’Istituto Veneto dal segretario Giacinto Namias, come riportato dal Cicogna. Vi si leggeva tra l’altro: “noi troviamo ricordato l’Ingegnere Manocchi, come quello che era diligente indagatore delle Venete antichità, e s’addentrava nello studio idraulico delle nostre lagune, e degli argomenti a ciò relativi.” Namias, testo commemorativo letto all’Istituto Veneto il 27 febbraio 1857, p. 4; notizia in Cicogna 1853, pp. 395-96 I lavori pubblici a Mestre L’attività professionale di Manocchi a Mestre fu vasta e documentata. Tra gli interventi più significativi si ricordano: Il progetto del primo nucleo del cimitero di Mestre (25 ottobre 1811), lungo l’attuale via di Santa Maria dei Battuti, in posizione tale da servire sia la parrocchia di Mestre sia quella di Carpenedo. La perizia per la campana e il quadrante della Torre dell’Orologio in piazza (1828). Il restauro e rifacimento del pilo portabandiera lapideo in Piazza (1829-30). Il progetto per il nuovo archivio e il restauro del Palazzo Comunale (1830), con ricostruzione di una scala e varianti nel distributivo interno. Un progetto per una latrina nel palazzo Comunale (1826), da realizzarsi sotto la scala principale o nell’orto retrostante verso il canale di San Girolamo. La perizia per la selciatura della nuova pescheria (1828) e la gestione delle condotte di scolo di Piazza Maggiore tra il 1826 e il 1830. Dal 30 gennaio 1827 si firmava “Ingegnere d’Offizio della Deputazione” negli atti ufficiali del Comune, essendo in tale modo qualificato dalla medesima deputazione comunale. Il ruolo civico Nel 1807 Manocchi fu nominato, insieme a Graziadio Frisotti, amministratore provvisorio dell’Ospedale dei Battuti a seguito della soppressione napoleonica. Venne inoltre eletto al pubblico ornato, istituita in quell’anno insieme a Michiel Pizzoni e Luigi Massa. Sempre nel 1807 risultava amministratore del patrizio Vettor Da Mosto, del ramo di San Pantalon, in relazione a 34 campi in Mestrina che accordava in affitto per conto del proprietario. Dal 1809 e almeno fino al 1825 ricoprì la carica di fabbriciere della chiesa di San Lorenzo, assumendo la presidenza per vari anni. Nel catasto napoleonico di Mestre gli venivano assegnati i mappali nn. 623-624, posti tra il sentiero di Castel Vecchio, le anse del Marzenego e le proprietà Tron di Scorzeria vecchia. Nel catasto di Carpenedo gli erano invece attribuiti i mappali con i numeri dal 1169 al 1176, estesi a nord del fiume fino alla Strada Postale e attraversati dalla prosecuzione del sentiero di Castelvecchio attraverso l’antico ponte. La piazza di Mestre era Piazza Barche Nel primo Ottocento, il cuore pulsante di Mestre era Piazza Barche, situata lungo il Canal Salso e il Marzenego-Osellino. Qui si trovavano luoghi chiave come Corte Legrenzi, lo Stallo de Fanti e l’antica Posta, immortalata da Canaletto e Bellotto. Nelle sue perizie sulle condotte di scolo e sui mercati di Piazza Maggiore, redatte tra il 1826 e il 1830, Manocchi restituisce un quadro vivido di questo spazio urbano, indicando sia gli spazi dedicati nei giorni di mercato ad animali e merci di ogni genere, sia i proprietari degli immobili allineati lungo i vari fronti della piazza. Uno sguardo alla nostra piazza Piazza Ferretto, allora nota come “piazza maggiore”, era uno slargo caotico dedicato a mercati settimanali e feste popolari. I nuovi proprietari borghesi, dopo la caduta della Serenissima, cercavano di risanarla, spostando i mercati verso il foro boario e Piazza delle Erbe (oggi intitolata a Edmondo Matter). Manocchi segnalava che lo spazio davanti al portico delle Botteghette, nel settore sud-ovest della piazza, si trovava “quasi sempre pregiudicato da soffermazioni di acque, e da fanghi, che oltre a rendere insalubre l’aria tolgono la facilità del transito, e difficultano gli usi nelli giorni di mercato.” Il primo Ottocento: passaggio di consegne Con la fine della Repubblica di Venezia (1797), i palazzi nobiliari di Mestre passarono da famiglie patrizie veneziane, come gli Zon, Marcello e Bembo, a una nuova borghesia emergente. Tra questi, le famiglie Ceresa e Berchet si distinsero per il loro ruolo nello sviluppo urbano. Esempi significativi includono Villa Ceresa e Villa Algarotti Berchet. Manocchi fu testimone diretto di questo passaggio: lui stesso aveva acquistato nel 1785, insieme all’oste Andrea Drago detto Buonacquisto, parte dei possedimenti della famiglia Zen ai Quattro Cantoni — un terrenzello di forma trapezoidale di circa cinque ettari (campi trevigiani 10, quarti 3, tavole 171), confinante con le proprietà dei Canonici Regolari di San Salvatore. Dal 13 ottobre 1806 affittava dagli stessi Zen una «Chiesura con Cason» per 36 ducati annui. Nel 1808 acquistò ulteriori terreni dalla stessa famiglia per circa 3600 ducati. La compravendita del 1785 generò una lunga vertenza con il Drago. I professionisti delegati dalle due parti si scontravano nelle perizie e negli appuntamenti reciproci, con qualche sgarberia. L’ingegner Ruggin fu nominato mediatore. Per superare i disaccordi sul saldo definitivo, Manocchi diede procura all’ingegner Giuseppe Fuin, mentre gli Zen nominarono arbitro superiore l’ingegner Giovanni Casoni. La situazione fu infine stabilizzata dal catasto austriaco. A rendere tutto più complicato intervennero le guerre: nel 1809 i Quattro Cantoni furono teatro dello scontro tra le truppe del viceré Eugenio Beauharnais e quelle dell’arciduca Giovanni d’Asburgo, con gravi danni alle costruzioni dell’area e alle proprietà del Manocchi. Il secondo Ottocento: il centro città La planimetria del 1872 di Pietro Moro documenta l’evoluzione di Mestre, con l’emergere di Viale Garibaldi (1881), ispirato da Napoleone Ticozzi. Manocchi aveva anticipato con lucidità alcuni di questi sviluppi: la sua critica al progetto del ponte Picotti e la sua visione del tracciato ferroviario dimostrano una capacità di lettura del territorio che andava ben oltre la semplice perizia tecnica. La nuova borghesia, rappresentata da famiglie come i Toniolo, avrebbe contribuito a modernizzare il centro città nei decenni successivi alla sua morte. Gli ultimi anni e la morte Dopo aver perso i beni mestrini, Manocchi si trasferì a Venezia nel sestiere di Cannaregio, in parrocchia di San Canciano, in calle del Lion Bianco al numero civico 5124. Visse gli ultimi tre o quattro anni in una sequela di lutti familiari: la figlia, la moglie, la nuora che aveva appena partorito, la sorella di questa che aveva appena iniziato a vivere in casa come unica donna…