Foro Boario 14 Gennaio 2026

Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre

Foro Boario | Discovery Mestre Foro Boario La seconda piazza di Mestre nata dall’ortaglia di Villa Erizzo Contesto storico Mestre all’inizio del XIX secolo aveva due piazze, se così si potevano chiamare. Una piazza era quella Piazza Maggiore sorta dove un tempo vi era il Borgo di San Lorenzo, odierna Piazza Ferretto, un’altra era Piazza Barche posta alla fine del canale artificiale chiamato Canal Salso. Non erano due vere piazze ma “spiazzi” in cui le persone si ritrovavano per commerciare e bere o mangiare parlando di affari. Piazza Barche aveva la sua funzione di luogo di commercio in virtù dell’essere posta al termine del Canal Salso, Fossa Gradeniga, ma questa sua funzione cominciò a scemare quando nel 1842 venne realizzata la Stazione dei Treni, prima a Marghera e poi a Mestre. Se le merci passavano per il Ponte ferroviario, 1846, con un mezzo più capiente e veloce com’era il treno aveva sempre meno peso il traffico acqueo. Fu in questo contesto che i notabili di Mestre si proposero di trovare nuove aree per dare a Mestre una nuova e definitiva Piazza. La scelta cadde su Piazza Maggiore che era posta all’interno dei due rami del Marzenego e che aveva una qualche centralità nella storia della città. Ma per poter procedere con questo progetto serviva liberare la Piazza dalle fiere e dai mercati degli animali e ridisegnarla rendendola più “decorosa”. L’ortaglia di Villa Erizzo Villa Erizzo si estendeva dall’attuale Piazza Donatori di Sangue alla Ferrovia, da Via Cappuccina a Via Piave, ovviamente queste all’epoca non esistevano. Una villa meravigliosa realizzata fra il XVIII e il XIX secolo in quella che all’epoca era un’area scelta da molti nobili veneziani per costruire residenze di villeggiatura. Lì dove oggi si trova Piazzale Donatori di Sangue vi era la sua ortaglia, cioè un giardino con orto, frutteti e piante di vario genere, di forma rettangolare circondato su tre lati da un fossato e sul quarto da Via Rosa. Secondo quanto riportato da un sopraluogo degli ingegneri Orazio Monti e Angelo Castagna, 26 Febbraio 1869, all’interno di questo terreno a due passi da Piazza Maggiore si poteva ammirare un prato con gelsi e viti, siepi di tulie, peri, peschi, ciliegi, un noselero e un salice. Qui l’ingegnere Francesco Balduin, per conto del Municipio di Mestre, individuò l’area ideale per trasferire parte del mercato del bestiame che in quegli anni si teneva in Piazza Maggiore, l’attuale Piazza Ferretto. Il Foro Boario di Mestre Fu l’allora assessore Piero Berna, Sindaco Girolamo Allegri, a cercare di intavolare una trattativa per l’acquisto del terreno con il Conte Giuseppe Angelo Bianchini, (1831 – 1884), allo scopo di convincere questi a vendere l’area dell’ortaglia alla città. Le due parti in causa non trovarono facilmente un accordo perché da parte il Conte Bianchini voleva realizzare un buon ritorno economico per la cessione di questo terreno mentre il comune non aveva abbastanza fondi a disposizione per accontentarlo. Le perizie presentate dell’ingegnere Balduin attribuivano all’ortaglia un valore pari a 1600 lire circa, mentre la perizia dell’ing Saccardo incaricato dalla proprietà era di 6202,5 lire. Come punto d’incontro procedette a un contratto di vendita per la cifra di 4000 lire. Il colpo di scena avvenne quando l’assessore Berna fece richiesta alla prefettura di poter procedere all’acquisto ma trovò l’opposizione dell’ufficio interpellato che valutava il terreno 2000 lire e intimò al conte di accettare tale cifra o avrebbe provveduto all’esproprio del medesimo terreno. Dopo la mancata risposta del Conte l’autorità preposta procedette all’esproprio il 23 gennaio 1868. Ne nacque una causa che vide vincere in seconda istanza il Conte Bianchini generando un danno economico e di immagine a Mestre e al sindaco e avvocato Allegri. In ogni caso il progetto dell’ingegner Balduin venne proseguito nell’area espropriata vedendo la realizzazione del Foro Boario e qui venne organizzato il mercato degli ovini, vicino alla Villa, e dei bovini verso la piazza. Il Foro avrebbe ospitato anche mostre di cavalli di razza organizzate dalla “Società per le corse di cavalli di Mestre” e la Festa di San Michele, festa che si teneva il 29 settembre per ricordare la conquista veneziana del castello avvenuta nel 1337. Piazzale Regina Margherita Il conte Ettore di Rosa, titolo acquisito sposando Beatrice Elena Bianchini, a differenza della famiglia della moglie fu molto attivo a Mestre e partecipò attivamente alla vita e alle discussioni sul futuro di Mestre. Sua e di altri cittadini fu la proposta di trasferire nell’ormai ex Foro Boario la nuova piazza cittadina. Questo terreno libero da grandi palazzi e costruzioni di ogni sorta si prestava per la realizzazione di un nuovo municipio, più ampio di Ca’ Collalto, la prefettura e gli altri edifici che avrebbero dovuto ospitare uffici del Comune e dello Stato. Giovanni Cecchini, Luigi Pallotti, Luigi Traldi, Costante Zennaro, Arcangelo Vivit, Vittorio Toniolo, Eugenio Da Re, progettarono proprio in quest’area la realizzazione di progetto finalizzato alla costruzione di un grande teatro. Purtroppo tale progetto venne bocciato dal Consiglio Comunale. Di fatto il Foro Boario si era svuotato già ai tempi del sindaco Napoleone Ticozzi che cercò di salvare la vocazione agricola di Mestre, ma che con la nascita delle fabbriche lungo il Canal Salso vide venir meno il senso di tale realtà. Il Foro Boario ospitò anche, in occasione delle fiere di S. Michele, bancarelle e baracconi d’illusionisti, il Circo di Riccardo Zavatta, che passava periodicamente, e anche il cinema all’aperto di Luigino Roatto che avrebbe aperto il Cinema Eden nell’edificio che i Toniolo realizzarono nella futura Via Verdi. Alla morte di Ettore Di Rosa, 1925, ogni suo progetto cadde nel dimenticatoio. Nel 1929 venne venduto parte del piazzale per permettere la realizzazione del nuovo palazzo della TELVE, Società Telefonica delle Venezie, e poi nel 1938 un’altra area per realizzare l’Edificio Centrale delle Poste, vedi cartolina qui sotto. La Contessa Beatrice Bianchini vendette la Villa al Conte Volpi di Misurata che ne fece la sede della SADE e ne alterò la forma e da qui iniziò la devastazione anche del parco e la distruzione di statue e giardini. Era la fine della Villa. Galleria Immagini Una cartolina in cui si può vedere il Foro Boario Il Foro Boario difeso da cannoni La Fiera di San Michele il 29 settembre 1919 nel Foro Boario Giardini Regina Margherita Approfondimenti Villa Erizzo nel Cuore di Mestre Villa Erizzo: il sacrificio di una grande realtà Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre Villa Erizzo: breve storia e architettura (Mestre) L’”Ercole e Lica” di Canova a Villa Erizzo? Bibliografia dal Fabbro, Valentina. VEZ Una nuova biblioteca in città, Venezia Documenta Settore Servizi Bibliotecari e Multimediali Comune di Venezia. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Foro Boario 07 Luglio 2025

Manocchi Prima del Barcella: il primo storico

Manocchi prima di Barcella: il primo storico di Mestre | Discovery Mestre Manocchi prima di Barcella: il primo storico di Mestre Ingegnere, storico e testimone della Mestre dell’Ottocento Chi era Giobatta Manocchi Giovanni Battista Giuin detto Manocchi (Noale, 1755/56 – Venezia, 12 novembre 1831), vedovo di Margherita Duin, è stato il primo autore a compilare una storia organica di Mestre, attraverso osservazioni personali e dirette maturate nel suo lungo ruolo di perito e ingegnere per la Municipalità mestrina. Nato a Noale e stabilitosi a Mestre, dove operò per tutta la vita professionale, fu pubblico perito ingegnere e agronomo, nonché appassionato storico del territorio. I suoi disegni tecnici e le sue perizie, redatti con elegante calligrafia e corredati da elaborati grafici di grande precisione, costituiscono una fonte diretta e insostituibile sull’architettura, la toponomastica e l’assetto urbano di Mestre tra fine Settecento e primo Ottocento. Prima del 1805 aveva accolto in casa propria, come un figlio, il futuro celebre ingegnere, archeologo e storico dell’Arsenale di Venezia Giovanni Casoni (1783-1857), al quale nel 1803 rilasciò un attestato di stima chiamandolo affettuosamente “Zannetto”. La collaborazione tra i due fu intensa e documentata: tra il 1802 e il 1805 lavorarono insieme su incarichi affidati dal Manocchi, tra cui una mappa di Cavarzere. Le carte di Manocchi confluirono in larga parte nell’archivio Casoni, oggi conservato presso la Biblioteca del Museo Correr di Venezia (BMC, cod. Cic. 3320), e in parte presso l’Archivio di Stato di Venezia. Uno storico dimenticato Il contributo di Manocchi alla storia di Mestre è stato a lungo sottovalutato, oscurato da chi ne aveva beneficiato senza riconoscerlo. Come è stato osservato nel volume Mestre. Architetture nel tempo, Manocchi “può essere considerato uno dei principali storici mestrini, di almeno pari dignità se non superiore rispetto al più noto Barcella”, tenendo conto che questi, nel 1839, pubblicò con i propri collaboratori, senza doverlo citare, parte dei materiali raccolti dal Manocchi. Anche il Fapanni attinse abbondantemente ai suoi scritti. Lo storico Giorgio Emanuele Ferrari non esitò a scrivere: “Casa Fapanni fu certo più sollecita a sfruttare rapidamente l’opera del Giuin che a giovarle.” Ferrari, Giorgio Emanuele, 1956, p. 34 Paradossalmente, anche Francesco Scipione Fapanni si vantò di aver curato nel 1855, in forma anonima, un libretto sulla chiesa parrocchiale di San Lorenzo, tratto in buona misura da uno scritto inedito del Barcella che a sua volta si era alimentato dei manoscritti del Giuin. Un destino ingrato per chi aveva dedicato decenni a documentare con rigore la sua città. L’errore del Manocchi e del figlio Agostino, che non fu solo erede dei materiali ma professionista attivo in prima persona, fu la eccessiva ponderatezza e il rivolgersi a più o meno illustri personaggi, ottenendo soltanto che altri li utilizzassero o disperdessero per sempre. Fu proprio Agostino a rielaborare nel 1817 il disegno originale del Garofolo del 1785 relativo al terrenzello dei Quattro Cantoni, aggiungendo varianti e aggiornamenti che ne amplificano il valore documentale. Ad attestare i suoi interessi storici, nell’anno 1800 Manocchi risultava elencato tra gli associati all’opera in otto volumi Storia civile e politica del Commercio dei Veneziani di Carlo Antonio Marin, insieme ad altre tredici opere di storia civile, religiosa e di geografia esaminate dal Manocchi e collocate tra quelle di una opportuna bibliografia su Mestre e il suo territorio. La formazione e la patente professionale Manocchi si formò nell’ambito della tradizione dei pubblici periti e ingegneri, figure che sotto la Serenissima erano abilitate dalle magistrature dei Provveditori sopra i Beni Comunali e dei Provveditori sopra i Beni Inculti. Con la caduta della Repubblica e l’avvento del dominio napoleonico prima e austriaco poi, dovette adeguarsi alle nuove normative. Da un atto notarile sappiamo che poteva vantare la qualifica di: “Pubblico Ingegnere fornito di Patente di questo Municipio n. 42 del giorno 5 Luglio 1813.” Adeguandosi alle normative governative, riuscì poi a ottenere la nuova certificazione austriaca. In una stima del 13 gennaio 1817, relativa all’osteria con l’insegna della Cuccagna, si firmava: “Gio. Battista Manocchi Pubblico Perito Ingegnere / Patentato in Venezia nel 1816 al N. 158.” Almeno dal 1801 risultava in attività a Mestre come pubblico perito, come risulta da un disegno di una proprietà di Giovanni Pietro Cominotti q. Cristoforo. Nel secondo volume dell’opera Memorie Trevigiane sulle opere di disegno del 1803 si ritrovava poi la seguente testimonianza: “Sono pure degni di essere in questa Storia nostri ricordati per le opere di Disegno con ogni esattezza fatte, e che ogni giorno fanno, Gio. Battista Giovin detto Manochi Noalese quale sebbene si eserciti nell’agrimensura, in cui opere grandiose, e finissime disegno, molto inoltre dell’Architettura civile, ed Idraulica si dimostra studioso, e perito.” Federici, Memorie Trevigiane, 1803, p. 216 Le opere scritte Tra gli scritti di Manocchi si ricordano la Dissertazione sopra la decadenza, e lo stato attuale della città di Altino applicata alli motivi e fatti degli interrimenti nelle lagune venete, data alle stampe nel 1818, e il Trattato sopra i molti effetti, e corregimenti delle aque de’ fiumi, scoli, e lagune delle Venezie terrestri e marittima, rimasto manoscritto. Quest’ultimo, dedicato all’abate e matematico Angelo Zendrini (1763-1849) e diligentemente redatto in forma di libretto, fu inviato a Zendrini per un parere prima della mai avvenuta stampa. Il manoscritto si conserva tra le carte dell’archivio Casoni (BMC, cod. Cic. 3383, n. 13). Nella fase conclusiva della sua vita pubblica, Manocchi pubblicò la Lettera ad un amico sopra il progetto della erezione di un ponte da Venezia a Campalto (1830), critica a un precedente testo del tipografo Paolo Picotti che illustrava tale progetto. Nella concezione dell’ideatore, il ponte sarebbe arrivato a Cannaregio, presso il Bersaglio di Sant’Alvise, prevedendo l’interramento del rio della Sensa. Stroncando l’inverosimile e bizzarro intendimento, Manocchi preconizzava il futuro percorso del ponte ferroviario poi realizzato, in quanto ritenuto più funzionale. Sebbene la loro valenza travalichi le contingenze storiche, considerare che il trasporto su rotaia era ancora qualcosa di inconcepibile aiuta a inquadrare la lungimiranza del tecnico noalese. Il testo commemorativo redatto in occasione della sua scomparsa fu letto il 27 febbraio 1857 all’Istituto Veneto dal segretario Giacinto Namias, come riportato dal Cicogna. Vi si leggeva tra l’altro: “noi troviamo ricordato l’Ingegnere Manocchi, come quello che era diligente indagatore delle Venete antichità, e s’addentrava nello studio idraulico delle nostre lagune, e degli argomenti a ciò relativi.” Namias, testo commemorativo letto all’Istituto Veneto il 27 febbraio 1857, p. 4; notizia in Cicogna 1853, pp. 395-96 I lavori pubblici a Mestre L’attività professionale di Manocchi a Mestre fu vasta e documentata. Tra gli interventi più significativi si ricordano: Il progetto del primo nucleo del cimitero di Mestre (25 ottobre 1811), lungo l’attuale via di Santa Maria dei Battuti, in posizione tale da servire sia la parrocchia di Mestre sia quella di Carpenedo. La perizia per la campana e il quadrante della Torre dell’Orologio in piazza (1828). Il restauro e rifacimento del pilo portabandiera lapideo in Piazza (1829-30). Il progetto per il nuovo archivio e il restauro del Palazzo Comunale (1830), con ricostruzione di una scala e varianti nel distributivo interno. Un progetto per una latrina nel palazzo Comunale (1826), da realizzarsi sotto la scala principale o nell’orto retrostante verso il canale di San Girolamo. La perizia per la selciatura della nuova pescheria (1828) e la gestione delle condotte di scolo di Piazza Maggiore tra il 1826 e il 1830. Dal 30 gennaio 1827 si firmava “Ingegnere d’Offizio della Deputazione” negli atti ufficiali del Comune, essendo in tale modo qualificato dalla medesima deputazione comunale. Il ruolo civico Nel 1807 Manocchi fu nominato, insieme a Graziadio Frisotti, amministratore provvisorio dell’Ospedale dei Battuti a seguito della soppressione napoleonica. Venne inoltre eletto al pubblico ornato, istituita in quell’anno insieme a Michiel Pizzoni e Luigi Massa. Sempre nel 1807 risultava amministratore del patrizio Vettor Da Mosto, del ramo di San Pantalon, in relazione a 34 campi in Mestrina che accordava in affitto per conto del proprietario. Dal 1809 e almeno fino al 1825 ricoprì la carica di fabbriciere della chiesa di San Lorenzo, assumendo la presidenza per vari anni. Nel catasto napoleonico di Mestre gli venivano assegnati i mappali nn. 623-624, posti tra il sentiero di Castel Vecchio, le anse del Marzenego e le proprietà Tron di Scorzeria vecchia. Nel catasto di Carpenedo gli erano invece attribuiti i mappali con i numeri dal 1169 al 1176, estesi a nord del fiume fino alla Strada Postale e attraversati dalla prosecuzione del sentiero di Castelvecchio attraverso l’antico ponte. La piazza di Mestre era Piazza Barche Nel primo Ottocento, il cuore pulsante di Mestre era Piazza Barche, situata lungo il Canal Salso e il Marzenego-Osellino. Qui si trovavano luoghi chiave come Corte Legrenzi, lo Stallo de Fanti e l’antica Posta, immortalata da Canaletto e Bellotto. Nelle sue perizie sulle condotte di scolo e sui mercati di Piazza Maggiore, redatte tra il 1826 e il 1830, Manocchi restituisce un quadro vivido di questo spazio urbano, indicando sia gli spazi dedicati nei giorni di mercato ad animali e merci di ogni genere, sia i proprietari degli immobili allineati lungo i vari fronti della piazza. Uno sguardo alla nostra piazza Piazza Ferretto, allora nota come “piazza maggiore”, era uno slargo caotico dedicato a mercati settimanali e feste popolari. I nuovi proprietari borghesi, dopo la caduta della Serenissima, cercavano di risanarla, spostando i mercati verso il foro boario e Piazza delle Erbe (oggi intitolata a Edmondo Matter). Manocchi segnalava che lo spazio davanti al portico delle Botteghette, nel settore sud-ovest della piazza, si trovava “quasi sempre pregiudicato da soffermazioni di acque, e da fanghi, che oltre a rendere insalubre l’aria tolgono la facilità del transito, e difficultano gli usi nelli giorni di mercato.” Il primo Ottocento: passaggio di consegne Con la fine della Repubblica di Venezia (1797), i palazzi nobiliari di Mestre passarono da famiglie patrizie veneziane, come gli Zon, Marcello e Bembo, a una nuova borghesia emergente. Tra questi, le famiglie Ceresa e Berchet si distinsero per il loro ruolo nello sviluppo urbano. Esempi significativi includono Villa Ceresa e Villa Algarotti Berchet. Manocchi fu testimone diretto di questo passaggio: lui stesso aveva acquistato nel 1785, insieme all’oste Andrea Drago detto Buonacquisto, parte dei possedimenti della famiglia Zen ai Quattro Cantoni — un terrenzello di forma trapezoidale di circa cinque ettari (campi trevigiani 10, quarti 3, tavole 171), confinante con le proprietà dei Canonici Regolari di San Salvatore. Dal 13 ottobre 1806 affittava dagli stessi Zen una «Chiesura con Cason» per 36 ducati annui. Nel 1808 acquistò ulteriori terreni dalla stessa famiglia per circa 3600 ducati. La compravendita del 1785 generò una lunga vertenza con il Drago. I professionisti delegati dalle due parti si scontravano nelle perizie e negli appuntamenti reciproci, con qualche sgarberia. L’ingegner Ruggin fu nominato mediatore. Per superare i disaccordi sul saldo definitivo, Manocchi diede procura all’ingegner Giuseppe Fuin, mentre gli Zen nominarono arbitro superiore l’ingegner Giovanni Casoni. La situazione fu infine stabilizzata dal catasto austriaco. A rendere tutto più complicato intervennero le guerre: nel 1809 i Quattro Cantoni furono teatro dello scontro tra le truppe del viceré Eugenio Beauharnais e quelle dell’arciduca Giovanni d’Asburgo, con gravi danni alle costruzioni dell’area e alle proprietà del Manocchi. Il secondo Ottocento: il centro città La planimetria del 1872 di Pietro Moro documenta l’evoluzione di Mestre, con l’emergere di Viale Garibaldi (1881), ispirato da Napoleone Ticozzi. Manocchi aveva anticipato con lucidità alcuni di questi sviluppi: la sua critica al progetto del ponte Picotti e la sua visione del tracciato ferroviario dimostrano una capacità di lettura del territorio che andava ben oltre la semplice perizia tecnica. La nuova borghesia, rappresentata da famiglie come i Toniolo, avrebbe contribuito a modernizzare il centro città nei decenni successivi alla sua morte. Gli ultimi anni e la morte Dopo aver perso i beni mestrini, Manocchi si trasferì a Venezia nel sestiere di Cannaregio, in parrocchia di San Canciano, in calle del Lion Bianco al numero civico 5124. Visse gli ultimi tre o quattro anni in una sequela di lutti familiari: la figlia, la moglie, la nuora che aveva appena partorito, la sorella di questa che aveva appena iniziato a vivere in casa come unica donna…

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