Osterie e locali 14 Ottobre 2026

La storia mestrina incisa sulla pietra

La storia mestrina incisa sulla pietra Lapidi e iscrizioni dal Cinquecento al 1927 Un censimento del 1927 Nell’ottobre 1927 la Rivista mensile della città di Venezia pubblica un lungo articolo di Erisio Norfo, «Lapidi veneziane», che raccoglie le iscrizioni di Venezia dalla caduta della Repubblica ai suoi giorni. Alle lapidi della città storica l’autore aggiunge, scrive, «quelle murate nei comuni testè annessi per costituire la più grande Venezia». Per Mestre, Marghera e Chirignago le voci sono tredici, con quattordici lapidi: un piccolo catalogo della memoria pubblica della città, scattato un anno dopo la fine del Comune. Le iscrizioni riportate qui sono trascritte dalle pagine della rivista, con le barre a indicare gli a capo, i numeri romani sciolti fra parentesi e la J usata per la I resa con la I; i puntini fra parentesi indicano le righe omesse. Norfo non dice quasi mai quando ciascuna lapide fu posta, e il suo elenco non dice quali esistano ancora oggi: per ognuna andrà verificato sul posto. Il 1848: il forte, la piazza, il ponte Sulla facciata di Palazzo Da Re, in piazza Umberto I (oggi piazza Ferretto), una lapide ricorda la notte in cui i mestrini presero il forte di Marghera: «PER ONORARE / I GENEROSI PATRIOTI / CHE / ADDI’ 22 MARZO MDCCCXLVIII [1848] / AL FORTE DI MARGHERA / ASSALIRONO ED OCCUPARONO / QUASI INERMI / RESPINGENDO LO STRANIERO PRESIDIO / MESTRE RICONOSCENTE / POSE / CINQUANTA ANNI DOPO». Cinquanta anni dopo vuol dire il 1898; la storia di quella notte è in I fatti di Forte Marghera e in Palazzo Da Re: nel cuore di Piazza Ferretto. Tre lapidi ricordano la sortita del 27 ottobre 1848, quando i volontari usciti dal forte cacciarono gli austriaci da Mestre. Sulla colonna di piazza XXVII Ottobre, la Colonna della Sortita: «TRA LE PATRIE ROVINE / VENEZIA / SOLA IN ARMI / PER LA LIBERTÀ D’ITALIA / CON SCHIERE VOLONTARIE / SFIDANDO / PODEROSA OSTE NEMICA / SCENDE IN CAMPO / PUGNA E TRIONFA / XXVII OTTOBRE MDCCCXLVIII [1848]». Sul ponte della Campana, dove lo scontro fu più duro, un testo più lungo nomina il comandante: «ASSEDIATA VENEZIA / EPOPEA MEMORABILE / PRODI VOLONTARI E FIGLI D’ITALIA / DUCE CELEBERRIMO / GUGLIELMO PEPE / NEL XXVII OTTOBRE MDCCCXLVIII / DA MARGHERA SLANCIATI A MESTRE / CONTRO LO STRANIERO PREPARATO ALLO SCONTRO / STRENUAMENTE PUGNANDO / […] SCONFISSERO E VOLSERO IN FUGA / IL NEMICO / SU QUESTO PONTE PIU’ OSTINATA LOTTA / SOSTENNERO». In via Carducci una lapide ricorda due polacchi venuti a combattere per l’Italia dopo aver perduto la loro guerra in patria: «MISKIEWIKZ E DEMOWSKI / NELLE GUERRE DELLA POLONIA / VALOROSI INFELICI / PER LA LIBERAZIONE D’ITALIA / QUI COMBATTENDO / MORIRONO / LI 27 OTTOBRE 1848». La grafia dei due nomi è quella stampata, sia nella lapide sia nel commento, e andrebbe controllata sulla pietra. Le vicende della sortita sono in La Colonna della Sortita e Guglielmo Pepe. Quando Norfo trascrive la lapide, il ponte della Campana quasi non si vedeva più. Il ramo del Marzenego che attraversava era stato coperto a partire dal 1910, nel 1920 il ponte era stato inglobato nella strada e dal 1925 era scomparso alla vista: nel 1927 la scritta «su questo ponte» ricordava ormai un ponte nascosto sotto la via. Della sortita Pepe andava fiero. In una lettera del 5 novembre 1848, oggi al Museo Correr, scriveva che se gli austriaci fossero stati trattati in altre parti della Penisola «come il furono a Mestre», sarebbero rimasti poco altro tempo in Italia. Il 1849: il forte e il ponte Due lapidi stanno sopra l’ossario di Forte Marghera. La prima porta versi di Carducci, «LA SANTA LIBERTÀ NON E’ FANCIULLA DA POCO RAME»; la seconda ricorda le «POCHE OSSA GLORIOSE / RELIQUIE DI TANTI CADUTI / NEL SANGUINOSO / MA SEMPRE MEMORANDO / SOSTENUTO ASSEDIO DEL 1848-1849», che riposano lì «DACCHE’ SUL FORTE / RITORNO’ IL PATRIO VESSILLO». A Chirignago, sulla facciata del municipio, il Comune ricordava nel 1867 un giovane caduto: «A / JACOPO DA LIO / STUDENTE IN LEGGE / SOLDATO NELLA LEGIONE / BANDIERA E MORO / MORTO SUGLI SPALTI DI MARGHERA / NEL MEMORABILE GIORNO XXVI MAGGIO MDCCCXLIX [26 maggio 1849] / IL COMUNE DI CHIRIGNAGO / MDCCCLXVII [1867]». Norfo aggiunge che aveva vent’anni, studiava giurisprudenza a Padova e aveva preso parte ai moti studenteschi dell’8 febbraio 1848. Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1849 il forte fu abbandonato (vedi I fatti di Forte Marghera). Norfo trascrive anche una lapide del 1916, posta in piena guerra «sul ponte della ferrovia», senza dire se all’estremità di Mestre o a quella di Venezia; ricorda l’ultima difesa: «SU QUESTO PONTE / ULTIMO BALUARDO / DI SUA DIFESA / VENEZIA / COGLI ITALIANI DI OGNI PROVINCIA / EROICAMENTE COMBATTENDO / DAL 27 MAGGIO AL 4 AGOSTO 1849 / ASSICURAVA / LA FUTURA RISCOSSA». La data finale non coincide con la resa di Venezia, avvenuta alla fine di agosto: la lapide non spiega perché si fermi al 4 agosto. Manin e Garibaldi a Mestre In via Mazzini il Comune di Mestre ricordava un inquilino illustre: «DANIELE MANIN / AVVOCATO IN MESTRE / L’ANNO MDCCCXXXI [1831] / QUESTA CASA ABITO’ / IL COMUNE / NEL XXII MARZO MDCCCLXVIII [22 marzo 1868] / IN CUI VENEZIA LE SUE CENERI ACCOLSE / DOPO IL VENTENNE ESILIO / PONEVA». La lapide fu dunque posta il giorno stesso in cui le spoglie di Manin, morto esule a Parigi nel 1857, furono deposte nel sarcofago della piazzetta dei Leoncini dopo una funzione in San Marco. Il giorno prima, secondo un articolo della stessa rivista del 1930, le salme di Manin, della moglie e della figlia erano state deposte per poche ore in una camera ardente nella stazione di Mestre. Sulla stessa facciata di Palazzo Da Re che ricorda il 1848, una seconda lapide ricorda la visita di Garibaldi dopo l’unione del Veneto all’Italia: «DA QUESTA LOGGIA / I FORTUNATI DESTINI D’ITALIA / DIVINANDO / GIUSEPPE GARIBALDI / IL VI MARZO MDCCCLXVII [6 marzo 1867] / PROCLAMAVA AL POPOLO PLAUDENTE / I DIRITTI D’ITALIA / SU ROMA». La Grande Guerra Quattro lapidi parlano della guerra del 1915-18. Sulla facciata del Teatro Toniolo, in piazza Battisti, una ricorda il passaggio dell’irredentista trentino: «IN QUESTO TEATRO / NEI GIORNI DELL’ATTESA / CESARE BATTISTI / AFFERMO’ AL POPOLO ACCLAMANTE / SACRO IL DIRITTO DELL’ITALIA / SINO AL CONFINE CHE NATURA POSE / NEI GIORNI DELLA PROVA / RIAFFERMO’ LA FEDE / RICONSACRO’ IL DIRITTO / COI CIMENTI / NELLE CONTESE ALPI / COL SACRIFICIO / SU AUSTRIACA FORCA / IN TRENTO». La lapide è dunque posteriore all’esecuzione di Battisti a Trento, nel luglio 1916; i «giorni dell’attesa» sono quelli della neutralità, e né la lapide né Norfo danno la data del discorso (la storia del teatro è in Il Teatro di Mestre: il Toniolo). In piazzetta Matter, Mestre ricorda dal 1916 il suo pittore e ufficiale caduto: «EDMONDO MATTER / PER LA GRANDEZZA D’ITALIA / LA SANTA GUERRA / INVOCO’ / PRIMO FRA I PRIMI / NEI PIU’ ASPRI CIMENTI / LA GIOVENTU’ LA VITA / SULLA FRONTE GIULIA / SACRIFICO’ / DELL’EROICO SUO FIGLIO / MESTRE / LA VIRTU’ L’ESEMPIO / CONSACRA / MCMXVI [1916]». Nel commento Norfo data la presa di Oppacchiasella, dove Matter fu ferito a morte, al «16 settembre 1926»: è un refuso per 1916 (la sua storia è in Edmondo Matter). Al cimitero comunale una lapide ricorda Richard Catts Fairfield, «VENUTO VOLONTARIO / DAGLI STATI UNITI D’AMERICA / UCCISO DA BOMBA AEREA NEMICA», volontario della Croce Rossa americana, che Norfo dice ucciso «sul piazzale della Scuola De Amicis a Mestre» mentre soccorreva i feriti (vedi Richard C. Fairfield: il primo soldato americano morto in Italia). In piazza XXVII Ottobre un’altra lapide è dedicata «A RICORDO / DEI CONCITTADINI CADUTI / IN SEGUITO AD INCURSIONI AEREE NEMICHE / MCMXV-MCMXVIII»: Norfo segnala che seguono «i nomi delle 16 vittime innocenti», ma non li trascrive. Sedici nomi sono molti meno dei morti per i bombardamenti contati da altre fonti (vedi Mestre nella Grande Guerra); la lapide parla di «concittadini», e forse non comprende militari e forestieri, ma Norfo non lo dice. Dopo la guerra L’ultima lapide è la più recente. In via Palazzo, a un anno dalla morte, era stata posta una lapide «AD ANTONIO CATTAPAN / COMBATTENTE FASCISTA / NELL’ANNIVERSARIO PRIMO / DEL / SUO GENEROSO SACRIFICIO / XXIV-IX-MCMXXII [24 settembre 1922] / XXIV-IX-MCMXXIII [24 settembre 1923]». Norfo, con il linguaggio del tempo, lo dice caduto «vittima dell’odio bolscevico nella sua Mestre un mese prima della Marcia su Roma». È la sola lapide dell’elenco legata alla politica del dopoguerra. Le iscrizioni più antiche, nelle carte di Fapanni Norfo si ferma al 1797, ma le iscrizioni più antiche di Mestre erano già state raccolte nell’Ottocento da Francesco Scipione Fapanni, nel capitolo sulle «Inscrizioni sparse fuori del Castello di Mestre». Fapanni le aveva viste di persona o se le era fatte copiare, e annotava che cosa ne restava ai suoi tempi. La villa dei Tirabosco. Vicino alla Torre dell’orologio, sulla cornice di una porta del locale che era stato di Taddeo Tirabosco, avvocato veneziano, e poi dei Giustinian, si leggeva: «TUSCULANA STATIO IN MESTRINIS LACUNIS RESTAURATA», cioè una villa di riposo, come quella di Cicerone a Tuscolo, restaurata fra le lagune di Mestre. Una seconda iscrizione, che il padre di Fapanni aveva ricevuto copiata a matita in una lettera dell’agosto 1800, spiegava il senso del luogo: «A FORENSI TEMPESTATE / AD TRANQUILLITATIS PORTUM / VICINUM HOC DIVERTICULUM / THADEUS TIRABOSCUS PARAVIT / QUO DEFATIGATUM ANIMUM / NON VOLUPTATUM ILLECEBRIS / SED ALTERNATA INTERMISSIONE / ET HONESTO OTIO RESARCIRET». L’avvocato si era preparato questo rifugio vicino, un porto tranquillo dopo le tempeste del foro, per ristorare l’animo stanco non con i piaceri ma con il riposo onesto. I Tirabosco, ricorda Fapanni, avevano fatto costruire a Mestre un palazzo con magnifica spesa, rimasto incompiuto, su disegno di Vincenzo Scamozzi, ed erano sepolti a Santa Maria Zobenigo a Venezia. Nel 1861 il luogo, con una grande peschiera circondata d’acqua viva, era in affitto a Pietro Seleno, commerciante di vino, che ci teneva una birreria; ma la lapide Fapanni non la trovò più (la storia della villa è in Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis). La locanda della Campana. Nella locanda della Campana, che ai tempi di Fapanni era ormai una casa privata, i proprietari, i fratelli Benedetto e Angela Barbetta, avevano murato una lapide per ricordare che l’imperatore Francesco I, l’imperatrice Carolina Augusta, l’arciduca Francesco Carlo e la moglie Sofia vi avevano dormito «per improvvisa burrasca» la sera del 25 luglio 1825, mentre andavano a Venezia. Fapanni la completa con la Gazzetta privilegiata di Venezia del 26 e del 28 luglio: arrivati da Strà a Fusina, i sovrani trovarono il mare in tempesta e tornarono a Mestre; il giorno dopo passarono per il forte di Marghera, attraversarono la laguna ed entrarono in città da Cannaregio, percorrendo il Canal Grande. Il viceré Ranieri e la moglie alloggiarono invece in casa del nobile Stefano Valier, e durante la notte, per cura dell’ingegner Barbon, le strade furono sistemate e coperte di sabbia. Fapanni trascrive anche un elenco di ospiti illustri, scolpito in marmo da Sorio e murato a metà della scala, che nel 1886 esisteva ancora: dal contesto sembra appartenere allo stesso albergo. Vi compaiono lo zar Alessandro I, il 22 dicembre 1822; il cardinale Gaisruck, arcivescovo di Milano, il 29 luglio 1825; il principe Giovanni di Liechtenstein, nel novembre 1821; il principe Esterházy, il principe di Salerno, il principe ereditario di Toscana; l’arciduca Massimiliano d’Austria-Este, il 3 dicembre 1821; e infine l’arciduca Francesco Carlo e l’imperatore con le loro spose, nel luglio 1825. Era la Mestre di passaggio, dove chi andava a Venezia si fermava per la notte. Il capitello della Madonna. Presso la Torre dell’orologio c’era un capitello con la Madonna e una lapide in veneziano: «IN TEMPO DE ZUAN MARIA CECCHINATO / PAULO MOGNATTO / JACOMO DE LAZARI ET / TONI PAVANELLO /…

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Osterie e locali 14 Ottobre 2026

La villeggiatura di Mestre va in scena

La villeggiatura di Mestre va in scena Una farsa al San Cassiano nel 1770, dopo Goldoni Nel carnevale del 1770 i veneziani andarono a teatro a ridere di se stessi in villeggiatura. Sul palco del San Cassiano andava in scena «La villeggiatura di Mestre», una farsa per musica di Giovanni Dolfin con la musica del napoletano Salvatore Perillo. Un anno e mezzo dopo arrivò anche il seguito, «La ritornata dalla villeggiatura di Mestre». Il libretto del 1770 si è conservato e oggi si può leggere per intero: racconta una Mestre di caffè, carrozze, cicisbei e barcaioli, vista con gli occhi divertiti di chi la frequentava d’estate. Mestre, la campagna dei veneziani Nel Settecento Mestre era la villeggiatura più vicina e più comoda per le famiglie veneziane. Le ville si allineavano lungo il Terraglio e attorno al centro (vedi La cultura delle ville fra Mestre e le aree veneziane), e piazza Barche era la porta da cui si passava dalla barca alla carrozza (vedi Piazza Barche nel ‘700, la porta fra due mondi). La stagione portava in terraferma signori, servitù, amici e parassiti, e con loro le abitudini della città: il gioco, le conversazioni, i cavalier serventi, il caffè. Intorno al 1770, proprio negli anni della farsa, Vincenzo Formaleoni descriveva Mestre come una «terra grossa aperta in vicinanza delle lagune, ben fabbricata e popolatissima», con «alcuni bellissimi palazzi di campagna e comodissimi pubblici alloggi»: un «luogo di gran concorso di popolo», dove «vi si trovano continuamente pronte vetture per ogni parte d’Italia». E Goldoni, nella commedia «La cameriera brillante», faceva dire a un suo personaggio che «Mestre xé deventà un Versaglies in piccolo». Era un mondo che si prestava alla satira, e Carlo Goldoni lo aveva già mostrato. Nel 1761 aveva portato in scena al Teatro San Luca la trilogia della villeggiatura, «Le smanie per la villeggiatura», «Le avventure della villeggiatura» e «Il ritorno dalla villeggiatura», ambientata fra Livorno e Montenero ma pensata per il pubblico veneziano. L’anno dopo Goldoni partì per Parigi e non tornò più a Venezia. Pochi anni più tardi Giovanni Dolfin riprese lo stesso tema e lo portò in un luogo che i veneziani conoscevano benissimo e che raggiungevano in poche ore di barca: Mestre. Perfino il titolo del seguito, «La ritornata dalla villeggiatura», sembra fare il verso al «Ritorno dalla villeggiatura» goldoniano. E una copia del libretto di Dolfin si conserva oggi proprio alla Casa di Goldoni. Il San Cassiano e le farse di Dolfin Il Teatro San Cassiano, della famiglia Tron di San Beneto, era stato nel 1637 il primo teatro d’opera aperto al pubblico pagante: lì avevano debuttato Monteverdi con «Il ritorno d’Ulisse in patria» e Cavalli con il «Giasone». Nel 1754, dopo oltre un secolo di spettacoli, l’edificio era così malandato che le recite furono sospese. Fu ricostruito su disegno di Francesco Bognolo, con sei ordini di palchi, uno in più di qualsiasi altro teatro veneziano, e riaprì nell’autunno del 1763 con il nome di Nuovo Teatro Tron. La rinascita durò poco. Dopo tre stagioni d’opera, il San Cassiano non resse la concorrenza del nuovo Teatro di San Benedetto, che era diventato il teatro dei nobili, e restò chiuso dal 1767 al 1769. Quando riaprì cambiò formula: al posto delle opere vere arrivarono le farse per musica, commedie in prosa recitate da una compagnia di comici con alcune arie cantate, più economiche e facili da allestire. Lo racconta un lungo studio sui teatri musicali della Serenissima pubblicato nel 1930 dalla Rivista mensile della città di Venezia, che ricorda anche il pubblico di quegli anni: fra un atto e l’altro si cenava nei palchi e in platea, con poche cerimonie e molto rumore, e il piatto tipico erano le folaghe. Giovanni Dolfin ne scrisse una serie sulla vita veneziana: «La villeggiatura di Mestre» e «La marenda alla Zuecca» nel 1770, «La serenata in tartana» e «La ritornata dalla villeggiatura di Mestre» nel 1771, «La fiera» nel 1772. Di lui sappiamo poco: nella dedica del libretto si presenta soltanto come umile servitore del nobile Cattarin Corner, a cui offre i suoi «rozzi tratti di penna». Il compositore, Salvatore Perillo, era nato a Napoli nel 1731 e aveva studiato con Francesco Durante insieme a Niccolò Piccinni. Si stabilì a Venezia, dove ebbe successo soprattutto con l’opera comica: «I viaggiatori ridicoli», «La donna girandola», «La finta semplice». Morì nel 1799. I personaggi Il libretto, stampato da Gio. Battista Casali, è un libriccino di 48 pagine. Dopo la dedica viene l’elenco dei personaggi, con una nota secca: «La Scena si finge in Mestre». Ci sono Bianchetta, «donna vanagloriosa», e il marito Macaleppo, «uomo gobbo, attempato, e geloso», che le ha intestato tutti i suoi beni. C’è la Contessa Gagiandra, così delicata che il profumo dei fiori le dà fastidio e il sole le fa venire l’emicrania, con il suo servente Fabio, che si rovina al gioco. C’è il Conte Belfredo, innamorato di se stesso, che parla per paroloni. E c’è Olimpio, povero e adulatore, sempre a caccia di una cena pagata da altri. Accanto ai signori, che parlano in italiano, si muove il piccolo mondo che parla veneziano: Violetta, la serva della Contessa, la gastalda Felippa, un po’ sorda, e i barcaioli Nane, Toni e Bao. Alla fine compare anche Bernardone, il figlio di Macaleppo che tutti credevano annegato. La trama La farsa si apre in un giardino, con un coro a quattro voci che celebra la campagna e la libertà. Si decide una gita a Marocco, la località sul Terraglio dove sorgeva anche la villa dei Morosini (vedi Villa Morosini Gatterburg Volpi di Misurata), e ci si dà appuntamento «in piazza a Mestre» alla bottega del caffè, «sull’ora del fresco». Intanto Macaleppo si lamenta con Olimpio della moglie, che comanda in casa e va in giro con il cicisbeo. Olimpio si fa firmare una procura, con la scusa di aiutarlo, ma solo per spillargli denaro e pranzi. La prima parte finisce al caffè, affollato di signori con l’occhialetto e signore che si scambiano battute. Si ordinano sorbetti, tè, caffè, maraschino e cioccolata; un barcaiolo offre la gondola per Venezia, un vetturino il carrozzino per Treviso. Macaleppo arriva travestito da soldato per spiare la moglie, viene smascherato e deriso, e la compagnia parte in carrozza cantando «Andiamo a Marocco, lasciamo qua il sciocco». Nella seconda parte, al ritorno dalla gita, si spettegola sulla merenda e sulle signore viste a Marocco. Olimpio esclama: «Che bel Paese ch’è questo Mestre! Che bella Villeggiatura fertile è questa!», e intanto continua a imbrogliare Macaleppo. Quando il marito prova a vietarle gioco, cicisbei e bagordi, Bianchetta lo caccia di casa. In piazza, davanti all’osteria, i barcaioli giocano a carte e Nane corteggia Violetta affacciata al balcone. La sera in casa della Contessa si gioca a faraone. Il finale è una festa da ballo. Macaleppo, respinto con una secchiata d’acqua mentre tenta di entrare dalla finestra, si fa nascondere dai suonatori dentro un contrabbasso. Si spengono le luci e tutti brancolano al buio, finché entra con un lume Bernardone, vivo e vegeto. Bianchetta capisce di aver perso la partita e torna affettuosa, e tutti cantano «Viva l’astuzia, viva chi ha testa» prima che cominci il ballo. La Mestre della farsa Dietro le risate il libretto lascia vedere molte cose vere. Il centro della villeggiatura è la piazza, con la bottega del caffè dove si va a vedere e a farsi vedere, e accanto l’osteria frequentata dai barcaioli. Da Mestre si riparte in gondola per Venezia o in carrozzino per Treviso, e in carrozza si va in gita sul Terraglio. Le serve si lamentano di un salario di sei ducati l’anno e sperano nella mancia al ritorno in città; i signori passano le serate al tavolo da gioco. Le ville, invece, non compaiono mai: la farsa si svolge fra case private, strade, caffè e osteria, come se a Dolfin interessasse più la vita di paese che quella delle ville. Altre curiosità sulla Mestre di quei secoli sono raccolte in Curiosità di Mestre dal 1541 al 1930. Che il teatro facesse parte della villeggiatura lo conferma quello che accadde pochi anni dopo. Le compagnie di giro recitavano già a Mestre durante la stagione estiva, in locali di fortuna. Nel 1777 la famiglia Balbi chiese al Consiglio dei Dieci di costruire un vero teatro, presentandolo come un «decente trattenimento» per le famiglie che venivano in villeggiatura, e l’11 agosto ottenne il permesso (vedi Il Teatro Balbi di Mestre). Mestre ebbe così un teatro tutto suo, e i veneziani non ebbero più bisogno di tornare in città per vedere la villeggiatura messa in scena. Il San Cassiano chiuse la sua vita musicale nel carnevale del 1794. Pochi anni dopo la caduta della Repubblica fu demolito; i suoi materiali servirono a costruire il teatro di Adria e al suo posto gli Albrizzi, padroni del palazzo vicino, piantarono un giardino che esiste ancora. La ritornata e il libretto oggi «La ritornata dalla villeggiatura di Mestre» andò in scena al San Cassiano nell’autunno del 1771, sempre su testo di Dolfin. Il compositore non è sicuro: alcune fonti indicano ancora Perillo, altre lo danno per ignoto. Di questo seguito non abbiamo trovato una copia consultabile. Il libretto del 1770 invece è conservato in diverse biblioteche, fra cui la Casa di Goldoni e la Fondazione Cini a Venezia, la Braidense di Milano e il Museo della musica di Bologna. La copia della Library of Congress di Washington, che viene dalla raccolta di libretti di Albert Schatz, è stata digitalizzata ed è liberamente consultabile in rete. Galleria immagini Il frontespizio del libretto, carnevale 1770 I personaggi: «La Scena si finge in Mestre» Olimpio: «Che bel Paese ch’è questo Mestre!» Il Teatro Balbi di Mestre, facciata (Giannantonio Selva, 1811) Canaletto, piazza Barche a Mestre nel Settecento Teatro San Cassiano, pianta di Francesco Bognolo per la ricostruzione del 1763 (Archivio di Stato di Venezia, CC BY-SA 4.0) Crediti delle immagini: libretto del 1770, Library of Congress (pubblico dominio); Canaletto (pubblico dominio); Teatro Balbi, archivio Discovery Mestre; Teatro San Cassiano, Archivio di Stato di Venezia, Giudici del Piovego, b. 86, via Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0). Bibliografia e fonti V. Formaleoni, Topografia veneta, ovvero descrizione dello Stato veneto, Venezia, secolo XVIII. C. Goldoni, La cameriera brillante, commedia. G. Dolfin, La villeggiatura di Mestre, farsa per musica, Venezia, Gio. Battista Casali, 1770 (Library of Congress, Albert Schatz Collection n. 7923). Corago, repertorio dei libretti dell’Università di Bologna, scheda «La villeggiatura di Mestre». Rivista mensile della città di Venezia, 1930, «Il teatro musicale della Serenissima. I teatri». F. Bordin, Su alcune mescolanze fra prosa e musica nel teatro italiano, tesi di laurea, Università Ca’ Foscari, 2011-2012. Opere rappresentate al Teatro San Cassiano, Wikipedia. Perillo Salvatore, Dizionario della musica italiana. Discovery Mestre, La cultura delle ville fra Mestre e le aree veneziane. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Osterie e locali 20 Giugno 2026

Piazza Barche nel ‘700: la porta fra due mondi

Mestre, porta tra due mondi La Piazza dei Duodo: mercanti, corrieri e pennacchi Arrivare a Mestre: la piazza dei Duodo Sul corpo di fabbrica principale dei Duodo campeggiava lo stemma di famiglia, con fondo rosso, banda argento, caricata di tre gigli azzurri… alla maggior parte dei frequentatori del sito, poco o nulla interessati all’araldica, si sarà palesata l’immagine dei tre pennacchi, efficacissima, quale immediato contrassegno.(C. Balistreri, D. Zanverdiani, G. Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, p. 44) Nel Settecento, per cogliere appieno la testata del Canal Salso occorreva percorrerla al contrario: non da terra, ma dall’acqua. Chi partiva da Venezia la risaliva fino alla sua estremità settentrionale, dove il bacino si allargava e la testata del porto, costruita con tre muraglioni in mattoni, segnava il punto in cui l’acqua cedeva il passo alla strada. Da due di questi muraglioni scendevano altrettante scalinate graduate in pietra d’Istria, una per lato, mentre il muraglione centrale era dotato di un paranco per i bagagli. Era Piazza Barche: non una piazza nel senso moderno del termine, ma uno spazio di scambio, il nodo in cui merci e uomini passavano dal mondo acqueo di Venezia a quello terrestre di Mestre e dell’Europa. È questo che mostrano le vedute settecentesche: una città viva, raccolta attorno a un canale altrettanto vivo, che vista dall’acqua ricordava Venezia e vista da terra una ricca città europea del Settecento. Una di quelle scalinate compare nell’incisione di Giovanni David del 1775: interpretata a lungo come veduta della villa Durazzo, secondo i professori Balistreri e Zanverdiani ritrae al contrario, come dice il titolo «rimpetto al Giardino», ciò che alla villa stava di fronte, cioè la testata e la Posta sull’altra sponda. In testa al canale, per lungo tempo, sorse anche il capitello: un’edicola votiva riprodotta nelle mappe di fine Seicento e Settecento e ben visibile nella stampa del Canaletto. I capitelli erano un simbolo religioso caratteristico degli incroci stradali, segnale di devozione e punto di riferimento per i viaggiatori; quello delle Barche era dedicato alla Beata Vergine, come si ricava da documenti del 1834, ed era l’unico simbolo religioso della località. Quella vitalità era nota. Una testimonianza racconta come il conte Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero, sedesse nella coffee house del suo giardino ad ammirare, e forse a schernire, le persone così indaffarate nel loro lavoro. Una preziosa testimonianza di come si presentasse la piazza ci viene dalla carta di Domenico Margutti del 29 marzo 1691, da cui si vede che gran parte di essa era già proprietà dei Duodo, antico casato patrizio veneziano iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima, con palazzo di famiglia a Venezia in zona Sant’Angelo, che a Mestre traevano consistenti ricavi dal fornire servizi a chi muoveva merci e persone in Piazza Barche. La Posta, la Dogana e il magazzino tedesco Il primo edificio che un avventore proveniente da terra incontrava era l’antica Posta, che già nella mappa del 1691 risultava ospitare la «Locanda alli 3 Penacchi». Il nome si doveva allo stemma di famiglia: fondo rosso, banda d’argento con tre gigli azzurri che agli occhi dei passanti somigliavano a tre pennacchi. L’edificio era ufficialmente registrato come «Stabile detto tre pennacchi con Offizi di Lettere, diligenze e Posta da cavalli», una denominazione che racchiude tre funzioni distinte: gli «Offizi di Lettere» gestivano la corrispondenza, le «diligenze» erano le carrozze pubbliche per i passeggeri, la «Posta da cavalli» assicurava il cambio degli animali da tiro. La rendita era cospicua: nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda 270 ducati annui. Di fianco a questo edificio sorgeva la Pubblica Dogana, una costruzione più bassa e di maggiore sviluppo frontale, che primeggia sulla sinistra delle vedute settecentesche. Accanto ad essa operava l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e poco oltre lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva del complesso. L’intero assetto è documentato in dettaglio in una mappa del Canal Salso disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827. Nel 1766, sei anni prima dell’arrivo del conte Durazzo, Gerolamo Duodo fece realizzare accanto alla Posta un magazzino doganale privato destinato alle merci dei commerci con la Germania. Mestre era uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. L’ingresso era segnato da un imponente portale «in foggia d’arco trionfale», ancora visibile nelle vecchie immagini ottocentesche e in seguito «barbaramente distrutto». L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano decise di trasferire gli uffici doganali pubblici proprio nell’immobile Duodo: la dogana privata dei «tre pennacchi» diventava la dogana pubblica di Mestre. Il patrimonio dei Duodo Una fotografia del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo. Vi figuravano alcune case nei pressi del ponte dell’Orologio, nell’attuale via Palazzo, e soprattutto il nucleo di Piazza Barche: una «Casa con fabriche» adibita a stallo «alli tre penachi», con terreno annesso, e diverse «Casette» con porticato a tettoia. Queste ultime compaiono nelle vedute del Canaletto e furono in parte sostituite dalla Dogana: una mappa del 1744 individua in quel punto il «Sotto Portico delle Casette». I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle verso la strada per Marghera, detta «al Cavalletto» e in origine «al Sol»; vi confinava un terreno dell’architetto Giuseppe Jappelli, il progettista del Caffè Pedrocchi di Padova. La villa: dai Duodo ai Pisani Sul lato opposto rispetto alla dogana, sempre sul fronte settentrionale, sorgeva una delle più belle ville nobiliari mai realizzate a Mestre. Villa Duodo era la dimora di rappresentanza della famiglia patrizia veneziana e la si può ammirare nel quadro del Canaletto, nell’area dove sorgeva un piccolo boschetto, alla destra di chi osserva. Il suo aspetto era già mutato nel quadro attribuito al Bellotto, dove il boschetto è scomparso e si intravede un giardino più ordinato. In seguito, fra il 1772 e il 1784, la villa fu presa in affitto dal conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che la trasformò in una piccola corte con teatrino, giardini all’italiana, voliere e sala di lettura. Come molte famiglie del patriziato veneziano nell’ultima stagione della Serenissima, anche i Duodo andarono incontro a un progressivo dissesto finanziario. Nel 1808, alle registrazioni del catasto napoleonico, i beni mestrini della famiglia non risultavano più nelle mani dei proprietari originari ma gestiti da una «Massa de’ Creditori», con affittuari che versavano una rendita annua ai creditori; tra gli amministratori figurava già un Pisani. Quel nome non era casuale. Fu proprio la famiglia Pisani a subentrare nel possesso della villa, trasformandola radicalmente: come scrive il Fapanni, «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, Quaderno 24 del CSSM, 1975, p. 77). Il giardino frontale cambiava così per l’ennesima volta: dal boschetto del Canaletto al giardino all’italiana descritto dal Boscovich, fino a quello all’inglese dei Pisani. La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti nel corso del Novecento. La caduta della Serenissima, il 12 maggio 1797, e il declino del suo patriziato pesarono sui traffici di Piazza Barche tanto da far fallire persino il Teatro Balbi, che sorgeva non lontano dalla testata del canale, vicino allo Stallo Venezia e all’osteria alla Campana, dove soggiornavano nobili, uomini d’affari e persino re e imperatori. Era la fine di un’era. Il fronte meridionale e i percorsi di terra Sul lato opposto della piazza, verso mezzogiorno, il paesaggio era più modesto. Le mappe settecentesche mostrano una serie di piccoli edifici con porticato a tettoia, il «Sotto Portico delle Casette», strutture basse e commerciali già incontrate tra i possedimenti dei Duodo. Era il lato operativo della piazza, quello dei barcaioli, degli scaricatori, delle botteghe minute. I barcaioli di Mestre erano organizzati in una propria confraternita. Erano loro a garantire il collegamento quotidiano con Venezia, smistando passeggeri e merci lungo il canale. La Compagnia dei Corrieri Veneti, corporazione privata che gestiva il servizio postale della Repubblica, aveva in Piazza Barche uno dei suoi nodi principali, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile e il Piave: come le Barche, erano i punti in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna. Chi arrivava dall’acqua e non proseguiva a piedi poteva prendere una carrozza alla Posta dei Cavalli. Chi invece si muoveva a piedi percorreva il «marchiapiede», forma settecentesca dal francese marchepied: un percorso pedonale che, attraverso il «Sottoportico detto da Prosdocimo», collegava Piazza Barche ai principali assi cittadini e conduceva al Teatro Balbi, costruito nel 1777 dalla famiglia Balbi non lontano dalla piazza. Parte di quel portico sopravvive ancora nella piazzetta XXII Marzo; il tratto verso via Cappuccina scomparve con l’edificio che lo conteneva, abbattuto in un bombardamento della Seconda Guerra Mondiale. Le proprietà della famiglia Pasquali si estendevano lungo la Strada Postale detta Cappuccina, dove possedevano anche un’osteria. Nel catasto napoleonico del 1808 i loro edifici risultavano già trasformati in «Porzione di Fabbricato per l’Ufficio di Posta lettere e Spedizione delle Diligenze Erariali»: il servizio postale si era già in parte spostato dalla testata del canale verso la nuova viabilità terrestre. Piazza Barche oggi Oggi della Piazza Barche rappresentata dai vedutisti non resta quasi nulla. La villa fu demolita a più riprese fra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, il portale trionfale di Gerolamo Duodo è scomparso, il Teatro Balbi è stato recuperato solo nella parte frontale dalla Galleria Teatro Vecchio. Anche la scalinata di discesa al canale è sparita con l’interramento della testata del Canal Salso nel 1932-1933; la si intravede ancora sotto il manto stradale in alcune fotografie scattate durante lavori di scavo. Gli edifici della Posta, della Dogana e delle locande sopravvivono in parte nel tessuto di Piazza Barche e della piazzetta XXII Marzo, ma con pesanti alterazioni, sopraelevazioni e ristrutturazioni che ne hanno cancellato quasi ogni traccia riconoscibile. Per chi sappia leggere il fronte della piazza, però, restano le impronte di una stagione in cui una sola famiglia veneziana governava, da terra e da acqua, la porta d’ingresso di Mestre. La storia del Canal Salso su Discovery Mestre La vicenda del canale che unì Mestre a Venezia si dipana in più articoli collegati: Il Canal Salso, le origini, che ne racconta la nascita e i primi secoli fino al 1615; Il Canal Salso, l’età d’oro, dedicato alla stagione dei commerci tra Seicento e Ottocento; La perduta villa Durazzo, sulla dimora nobiliare che vi sorgeva; Il conte Giacomo Durazzo, sul suo ospite più illustre; e Da Canaletto a Bellotto, sui grandi vedutisti che ritrassero la piazza. Con la fine della Serenissima e l’arrivo della ferrovia, il baricentro di Mestre si sposta dall’acqua alla terra e all’industria: una nuova stagione che comincia nell’area che oggi è nota come Altobello. Galleria immagini La testata del Canal Salso con la Posta «ai Tre Pennacchi» dei Duodo (Domenico Margutti, 1691) I possedimenti meridionali dei Duodo a Piazza Barche (Domenico Margutti, 1691) Palazzo Duodo a Sant’Angelo, la residenza veneziana della famiglia (Wikimedia Commons) Lo stemma della famiglia Duodo (Wikimedia Commons) Ca’ Duodo, la Posta e la Dogana nella pianta del proto Giulio Zuliani (1791) Confronto Canaletto/Bellotto: il magazzino con l’arco trionfale dei Duodo (1766) compare solo nella veduta attribuita al Bellotto La scalinata del canale e la Posta dei Duodo, di fronte alla villa Durazzo (Giovanni David, 1775) Il Canal Salso in un’opera di Aliprandi (XVIII secolo) «La riva delle Barche e l’Antica Posta», attribuito a Bernardo Bellotto (collezione privata) Approfondimenti La perduta villa Durazzo — la residenza del conte Giacomo Durazzo Il Canal Salso, le origini — nascita e storia del canale fino al 1615 Il Canal Salso, l’età d’oro — storia economica e culturale del canale Da Canaletto a Bellotto — Piazza Barche nei quadri dei grandi vedutisti Bibliografia Balistreri, Corrado; Zanverdiani, Dario; Brombin, Giuseppe. Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Brusò, Fabio. Piazza Barche Mestre (1846-1932). Fapanni,…

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Osterie e locali 14 Gennaio 2026

Corte Legrenzi: da Stallo per i cavalli a luogo di ritrovo

Corte Legrenzi Da Stallo Campesan a luogo di ritrovo con atmosfera veneziana Da Stallo Campesan a Corte Legrenzi Uno dei luoghi più belli e caratteristici di Mestre nasce lì dove un tempo vi era lo Stallo Campesan. A vederla oggi non sembrerebbe possibile immaginare che qui la ditta di Filippo Campesan accogliesse i mezzi dei visitatori diretti a Mestre: cavalli e carrozze prima, automobili poi. Certo era un’altra Mestre: non vi erano Piazzale Donatori di Sangue né l’M9 district, bensì rispettivamente Piazzale Regina Margherita e la Caserma intitolata a Edmondo Matter. Mestre stava cercando di diventare una città il cui centro si stava allargando verso Villa Erizzo, e fu probabilmente anche per questo che lo Stallo venne trasferito in Via Dante negli anni Trenta del Novecento. Oggi Calle e Corte Legrenzi sono diventate nel tempo uno dei posti di ritrovo preferiti dai mestrini. In fin dei conti questa Corte è stata pensata per essere un luogo ideale per passare una serata in compagnia e sperimentare un’atmosfera “veneziana”, assumendo persino la forma di una corte veneziana con tanto di pozzo al suo centro. Il glicine che accoglie gli avventori del Va’ Pensiero sembra disegnato da un pittore. I locali ospitati da questo piccolo angolo di paradiso sono fra i più frequentati della città, capaci di offrire menù, vini e birre di ottima qualità. Chi era Giovanni Legrenzi La calle e la corte portano il nome di Giovanni Legrenzi (Clusone, 1626 – Venezia, 1690), uno dei più importanti compositori della Venezia del tardo Seicento. Dopo aver diretto la musica in diverse istituzioni cittadine, fra cui l’Ospedale dei Derelitti e quello dei Mendicanti, il 23 aprile 1685 divenne maestro di cappella della Basilica di San Marco, il più prestigioso incarico musicale della Repubblica, che mantenne fino alla morte. Sotto la sua guida la cappella marciana raggiunse la massima consistenza, con 36 cantanti e 34 strumentisti. Autore di sonate strumentali, oratori e opere teatrali, Legrenzi ebbe un ruolo decisivo nello sviluppo del linguaggio barocco nell’Italia settentrionale. Fra i suoi allievi figurano Francesco Gasparini e Tomaso Albinoni, e la sua musica fu studiata anche da Johann Sebastian Bach, che scrisse una fuga per organo su un suo tema. X Square Il 18 giugno 2021 al centro della Corte, vicino al pozzo, è stata posta la scultura “X Square”, nuovo progetto di Michele Tombolini e primo intervento in città della galleria Cris Contini Contemporary. Nata nei mesi della pandemia, l’opera voleva essere un messaggio di speranza e di fiducia nella ripresa, e fu pensata come prima tappa di un progetto itinerante. Galleria Immagini Corte Legrenzi, immagine di archivio Lo Stallo Campesan nei primi anni del Novecento (archivio Paolo Pavan) Ditta Campesan trasferita in Via Dante La Corte vista dalla Calle Legrenzi Un locale in Corte Legrenzi L’installazione X Square di Michele Tombolini in Corte Legrenzi Pubblicità della Ditta Filippo Campesan La porta che si apre sull’M9 district da Corte Legrenzi Riferimenti X Square Sculpture: Michele Tombolini, Cris Contini Contemporary, 2021. Voce Giovanni Legrenzi, Wikipedia. Voce Michele Tombolini, Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Osterie e locali 14 Gennaio 2026

La Villa degli Zen e Villa Bandiera ai Quattro Cantoni

Villa Zen ai Quattro Cantoni Da ornamento del Terraglio a osteria La Villa degli Zen Mestre era un luogo di villeggiatura e di affari per molti nobili veneziani che costruirono qui i loro palazzi. Oltre ai Querini, già presenti nel XIII secolo, e agli Erizzo, vi era la residenza degli Zen, del Ramo di San Biagio, collocata lungo il Marzenego nelle vicinanze del Castelvecchio di Mestre, con la facciata rivolta direttamente verso il Terraglio, all’altezza dei Quattro Cantoni. La famiglia, proprietaria di diversi interessi immobiliari in Terraferma, manteneva il proprio palazzo veneziano sulla Riva de Biasio. Si trattava di un complesso di notevole imponenza. L’ingegnere e storico Giovanni Battista Giuin Manocchi, che di quell’area fu a lungo residente e testimone diretto, lo descriveva come un “grande palazzo di figura quadrata, con quattro torrette più alte nei quattro angoli, di faccia in diretta del Terraglio”, affiancato da un lago e da altre “riduzioni di delizia”: elementi che rimandano a un giardino di villa tipico della cultura patrizia veneziana del Sei-Settecento. La torre centrale aveva pianta quadrata di circa 25 × 25 metri con dodici pilastri, e al complesso si aggiungeva una barchessa sul lato del Terraglio. Il Galliccioli, nella sua opera compilata tra il 1834 e il 1842, ne confermava la grandezza eccezionale: “Zen, in Barban, ai Quattro Cantoni, al cui piede mette capo il Terraglio, che poi torce a sinistra per una striscia ancora sino ai borghi di Mestre. Fabbrica pregiata, di stile severo, di una grandezza gigantesca, guernita alle cime da quattro torricelle. Era uno degli ornamenti principali del Terraglio.” Galliccioli, Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, n. 63, 1834-1842 Il nome “Quattro Cantoni” Le quattro torrette angolari del palazzo avrebbero dato il nome all’intera area. Lo stesso Manocchi era esplicito sul punto: “dal qual palazzo colle quattro torrette avveniva a quel sito una importante vista, e v’era dovuto il titolo di Quattro Cantoni di Mestre.” Una seconda ipotesi vuole invece che il nome derivi da quattro ville o aree distinte: Carpenedo, Mestre, Perlan e Zelarino. Le due spiegazioni non si escludono necessariamente, ma la testimonianza diretta del Manocchi, che conosceva i luoghi, conferisce alla prima un peso documentale maggiore. Il declino settecentesco Non è dato sapere il periodo esatto in cui la villa venne costruita e abitata dagli Zen, ma le fonti testimoniano che il suo declino iniziò ben prima della vendita formale del 1785. Il Galliccioli annotava senza mezzi termini: “Nel 1700 si deturpò il luogo, aprendovi osteria, e poco appresso infame divenne, cambiatosi in covile di quelle triste che fanno mercato di sé stesse.” Galliccioli, n. 63 Quella che era stata definita “uno degli ornamenti principali del Terraglio” era dunque già ridotta a luogo di malcostume quasi un secolo prima della vendita ufficiale. La posizione della villa, in un’area di grande transito lungo la strada da Venezia a Treviso, favoriva certamente questo tipo di frequentazione. La vendita del 1785 e la proprietà Drago-Manocchi Il 4 gennaio 1785 la proprietà degli Zen passava a due acquirenti: l’oste Andrea Drago detto Buonacquisto e l’agrimensore Gio Batta (Giovan Battista) Giuin detto Manocchi. La proprietà era composta da un casale, un edificio destinato a diventare osteria, un’area di servizio e uno stallo, che furono acquistati dal Drago, mentre il Manocchi acquistò il resto dei possedimenti. L’intera area era di circa cinque ettari, di forma trapezoidale, con una superficie di campi trevigiani 10, quarti 3, tavole 171 — denominata nelle fonti «terrenzello». Questa proprietà era collegata all’Abbazia di San Giacomo, che sorgeva dove vi era stato il Castelvecchio, da un ponte, e confinava a est con le proprietà dei Canonici Regolari di San Salvatore. L’area corrispondeva indicativamente a quella dell’attuale via Einaudi. Già prima della vendita la villa era diventata una bevèrara: un luogo di sosta per vetturini e cavalli in transito lungo il Terraglio. Il Magistrato alle Acque usava il vicino casello per il rifornimento. Era in pratica un grande casal dove i passeggeri potevano pulirsi dalla polvere di viaggio, togliersi i gabbani bagnati, riposarsi e rifocillarsi, prima di riprendere il cammino verso Venezia o verso la terraferma. Un rilievo della proprietà, eseguito nel 1785 dal tenente ingegnere Saverio Garofolo e poi rielaborato con varianti da Giovanni Casoni nel 1817, descriveva in dettaglio la composizione dei lotti individuati nella mappa: I. Terra prativa detta il Prà Basso (campi 4, quarti 2, tavole 268): fondo di buona qualità piantato di alberi dolci. II. Terra prativa piantata di alberi dolci, viti e salgari. III. A.P.V. [arativo, prativo, vitato]: con peschiera e casa di muro coperta di coppi; stalla con sovrapposto fienile. Nel 1783 la casa ospitava una bottega del caffè. L’inquilino al momento del rilievo era Gio. Batta Fusaro. IV. Chiusura prativa con poco aratorio e sopra casone in parte cinto a muro, e parte da paredane, coperto di paglia. V. Terra A.P.V.: poco prativo con cason sopra in parte cinto di muro e parte paredonato, coperto di paglia. I lotti contenevano complessivamente 460 ceppi di salici e 212 di viti. Questo disegno (BMC, cod. Cic. 3320, fasc. 245) è conservato presso la Biblioteca del Museo Correr di Venezia. L’osteria si poneva in un’area di grande passaggio di merci e di persone, il che la rendeva molto redditizia. Forse fu proprio questo a spingere i figli del compianto Zen a voler ritrattare la compravendita, senza però riuscire a ottenere modifiche alle proprietà già divise. Le vicende successive della proprietà Nel 1808 Manocchi acquistò dagli eredi Zen anche i terreni in località Barban, in parte già da lui affittati fin dal 1806. Il prezzo pattuito fu di circa 3600 ducati, in gran parte destinati a coprire un debito degli Zen verso il defunto don Camillo Fioravanti, garantito dalla nipote Loredana Tron vedova Priuli. Nel 1811 l’oste Drago vendette il palazzo con i due appezzamenti annessi (nn. m. 1177-1178) a Gaetano Fedeli del fu Giacomo, che il Fapanni descriveva come pizzicagnolo, ma abbastanza colto e conoscitore della storia locale. Fu lui il demolitore effettivo dell’edificio: il Fapanni e le fonti successive concordano nell’indicare il 1818 come anno della demolizione. Come annotava amaramente lo stesso Manocchi, il palazzo fu “demolito, sostituendo un casino di meschina simmetria, e fuori di linea proseguente il vero in faccia al Terraglio.” La vendita del 1785 aveva generato una lunga vertenza tra Manocchi e Drago. I professionisti delegati dalle due parti non si rispettavano, non si consegnavano le perizie e si usavano appuntamenti reciproci con qualche sgarberia. L’ingegner Ruggin fu nominato mediatore e dovette essere soddisfacente per gli acquirenti. Il sopraggiungere del catasto austriaco stabilì definitivamente la situazione delle proprietà Manocchi e Drago, almeno per un breve periodo. A complicare ulteriormente le cose intervennero le guerre. Le costruzioni della zona furono danneggiate dai Francesi e durante i giorni terribili del 1809, quando ai Quattro Cantoni si scontrarono le truppe del viceré Eugenio Beauharnais e quelle dell’arciduca Giovanni d’Asburgo. Per superare i disaccordi relativi al saldo dell’acquisto e alla valutazione delle migliorie apportate, Manocchi diede procura all’ingegner Giuseppe Fuin, mentre gli Zen delegarono l’ingegner Giovanni Casoni, che nominarono arbitro superiore. Nel frattempo, nel 1817, tramite convenzione giudiziaria al Tribunale civile di prima istanza a Venezia, gli edifici con i terreni di pertinenza tornarono agli eredi Zen, che nel 1820 li rivendettero ai fratelli Giovanni Battista e Luigi Motta di Stefano. I terreni prativi del Manocchi erano già passati nel 1815-16 tramite vendita all’asta per debiti prediali non pagati, confluendo anch’essi nell’orbita delle proprietà legate alla famiglia Drago. La demolizione e Villa Bandiera La grande villa fu abbattuta nel 1818. Il Galliccioli lo registrava con queste parole: “Nel 1818 questa mole superba fu atterrata e sulle sue rovine sorse l’attuale casino, che è predisposto per villeggiatura della gentilissima dama della Croce Stellata, la nobil-donna Alba Corner-Balbi.” Galliccioli, n. 64 Secondo il Fapanni, il casino fu eretto intorno al 1850, probabilmente riferendosi a una fase di ampliamento o completamento dell’edificio sorto sulle rovine della villa. Il casino aveva una torricella, come si evince in una cartolina del 1919, e fu poi noto come Villa Bandiera. Anche questo edificio fu a sua volta demolito per permettere di erigere il Quartiere San Paolo e Via Filiasi. L’area dei Quattro Cantoni oggi L’area oggi chiamata dei Quattro Cantoni era assai diversa da come appare oggi. Dove ora sorge Via Circonvallazione vi erano i terreni dei nobili Calbo, mentre dove poi fu eretto l’ospedale Umberto I vi era l’Abbazia di San Giacomo. Il terreno limitrofo al centro Candiani pare essere stato di proprietà della N.H. Chiara Tron. Probabilmente l’unica zona rimasta a ricordare come fosse quest’area è oggi Villa Querini e il suo parco. Galleria Immagini La Villa degli Zen in un disegno di Francesco Fiorini del 15 Luglio 1668, particolare, Archivio di Stato di Venezia Mappa di Joseppo Cuman, 1678, Savi Esecutori della Acque, Archivio di Stato di Venezia Villa Bandiera, Torrione della nobile Alba Corner Balbi, Cartolina del 1919 Villa Bandiera di Alba Corner Balbi, rappresentazione Bibliografia Zoccoletto, Giorgio. Un terrenzello ai Quattro Cantoni, Centro Studi Storici di Mestre. Stocchero, Ilva. Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano, Centro Studi Storici di Mestre. Brunello, Luigi. Mestre – Antiche Mappe, Centro Studi Storici di Mestre. Galliccioli, Giovanni Battista. Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, 1834-1842, nn. 63-64. Fapanni, Francesco Scipione. Mestre, ed. postuma 1975, pp. 13, 78. Balistreri, Corrado; Zanverdiani, Dario; Brombin, Giuseppe. Mestre. Architetture nel tempo, Volume 1, PM edizioni. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Osterie e locali 14 Gennaio 2026

Cesare Ticozzi “Frattini” dalla Valsassina

Cesare Ticozzi imprenditore e politico Dalla Valsassina a protagonista della storia locale La famiglia Ticozzi La famiglia Ticozzi era originaria di Pasturo, in Valsassina, una valle lombarda alle spalle di Lecco. Giovanni Maria (1787–1869), maestro elementare di umili origini, ebbe due figli: Cesare e Teodoro. Il ramo familiare a cui appartenevano era detto dei “Frattini”. Nel 1818, a soli tredici anni, Cesare lasciò Pasturo e raggiunse Venezia, dove trovò lavoro come garzone in un negozio di drogheria. Dopo il servizio militare in Lombardia, nel 1831 si trasferì a Mestre, presso il negozio di Giobatta Panciera. Fu il primo della famiglia a compiere questo passo, che avrebbe cambiato per sempre le sorti dei Ticozzi. Mazziniano convinto, non amava il governo austriaco che dominava sul Veneto, pur venendo nominato Deputato di Mestre assieme a Francesco Linghindal e Antonio Berna. Il titolo gli fu restituito dopo i fatti di Forte Marghera, malgrado la sua contrarietà. Emblematica, in questo senso, la scelta di chiamare suo figlio Napoleone: quasi un affronto agli occupanti. Interrogato sul motivo, Cesare rispose che il nome era stato dato in onore di un cugino che aveva combattuto con l’Imperatore francese. Difficile, però, non leggervi anche quella stessa avversione che lo caratterizzò per tutta la vita. La cioccolateria e la villa Nel 1836, a trent’anni, Cesare avviò la sua fabbrica di cioccolata in Piazza Barche, su un terreno affacciato sul Ramo delle Muneghe del fiume Marzenego, dove oggi sorge il Centro commerciale Le Barche. La struttura, inizialmente a forma di “L”, produceva cioccolata, confetture e altri prodotti dolciari. Di fronte, all’angolo della Calle del Teatro Vecchio, aprì anche il negozio di vendita al dettaglio. Le materie prime arrivavano via acqua: il cacao sbarcava in bastimento alla Punta della Dogana e veniva poi trasportato a Mestre attraverso il Canal Salso, che fino alla metà dell’Ottocento rimase il principale scalo merci della terraferma. Gli affari andarono subito bene. In poco tempo Cesare costruì un patrimonio fatto di case, terreni, alberghi e attività commerciali, commercializzando i suoi prodotti in molte aree del nord Italia. Era un imprenditore moderno, capace di cogliere le opportunità del momento. I diari e i quaderni conservati nell’archivio di famiglia lo mostrano mentre trascrive ricette di marmellate e biscotti con la stessa precisione con cui registra i carichi e gli scarichi del magazzino: una dote manageriale che non era mai disgiunta dall’attenzione ai risultati benefici per la città. La fabbrica assunse la struttura visibile nelle famose cartoline di inizio Novecento nel 1895, quando ad amministrarla vi era Antonio Taboga e la proprietà era passata al figlio Napoleone. Da quel momento in poi sarebbe stata conosciuta come Cioccolateria Taboga. Accanto alla fabbrica, lungo lo stesso Ramo delle Muneghe, Cesare costruì anche la villa di famiglia, in Via Sabbioni, poi rinominata Via Verdi, nelle vicinanze di Villa Querini. La proprietà fu assemblata nel tempo: nel 1832 acquistò all’asta una casa di tale Pescarolo, nel 1847 un edificio attiguo, e nel 1875 un ulteriore lotto sul fiume. Quella strada veniva spesso chiamata Via Ticozzi, a testimonianza del peso che la famiglia aveva nella vita cittadina. Da Deputato di Mestre si batté affinché la nuova Stazione di Mestre venisse costruita lungo il Canal Salso, vicino alla fornace di Giuseppe Da Re, convinto che la ferrovia potesse accelerare l’industrializzazione della città. Nel 1850 fu primo firmatario di una petizione indirizzata all’arciprete Giovanni Renier e al maresciallo Radetzky, chiedendo di non allontanare troppo lo scalo dal cuore economico di Mestre. L’ingegner Luigi Negrelli, incaricato dal Governo Asburgico, fu irremovibile: il tracciato era già definito lungo il Terraglio e la stazione sarebbe stata costruita in aperta campagna, dove si trova ancora oggi. La famiglia Cesare sposò Domenica Olivia Olivi, nipote di Giuseppe, podestà di Treviso e padre di Antonio Olivi, l’eroe della Sortita di Mestre. Ebbero tre figli: Napoleone, Isabella (1846–1876) e Luigia. Isabella si sposò con Giovanni Molin. Alla morte di Cesare, il 9 gennaio 1880, la maggior parte del patrimonio passò a Napoleone: la villa di Via Sabbioni, case a Carbonera di Treviso e a Pasturo, terreni a Scaltenigo di Mirano e altro ancora. Il resto fu diviso in quattro parti: tre quarti a Napoleone, un quarto alla famiglia di Isabella. Un patrimonio cospicuo, che comprendeva fondi agricoli a Zelarino, Trivignano, Scorzè, Dolo e Terzo di Tessera, dove si trovava anche una valle da pesca, oltre a dieci case a Mestre e proprietà a Treviso e Spresiano. Cesare riposa nella cappella di famiglia all’interno della chiesa antica del Cimitero di Mestre, accanto alla moglie e ai suoi discendenti. Napoleone ereditò i beni del padre, ma anche il suo attaccamento a Mestre, che lo portò a diventare Sindaco della città nel Regno d’Italia. Galleria Immagini La famiglia Ticozzi e la loro villa Cesare Ticozzi, ritratto su cartoncino Cesare Ticozzi e moglie Domenica Olivi, con i figli Napoleone, Isabella e Luigia (collezione Famiglia Ticozzi) Napoleone Ticozzi, Emilia Guidini e il figlio Cesare in un ritratto di famiglia La villa Ticozzi in Via Sabbioni Via Sabbioni e Villa Ticozzi sullo sfondo Lettera autografata di Cesare Ticozzi (collezione Ugo Ticozzi) Villa Ticozzi, acquerello su cartone, particolare. A. Chichisiola La cioccolateria Ticozzi in Piazza Barche Stabilimento Taboga, già Ticozzi, nel 1900 La Cioccolateria Taboga, già Ticozzi, all’inizio del ‘900 (collezione A. Bon) Lo stabilimento Taboga dei Ticozzi in Piazza XXVII Ottobre Piazza Barche con la fabbrica di cioccolata Taboga, già Ticozzi, fondata da Cesare Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Dal Moro, Anna Maria; Angelozzi, Daniela. Da Cesare a Napoleone, in «Pianeta UTL. Il giornale di e per tutti noi», n. 6, maggio-giugno 2015, Università del Tempo Libero di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Osterie e locali 14 Gennaio 2026

L’elettricità a Mestre il primo passo

La città che si illumina A Mestre arrivano elettricità e gas Gli inizi: i fanali ad olio Il primo censimento dell’illuminazione pubblica a Mestre lo si deve a Giovanni Battista Manocchi, negli anni Trenta dell’Ottocento, che annovera 34 fanali ad olio d’oliva. Il tragitto partiva dal Terraglio, passava per la Torre Belfredo, il Palazzo della Provvederia, la Torre dell’Orologio e arrivava fino alla chiesa di San Carlo in via Cappuccina. Un sistema vecchio e costoso che rendeva Mestre molto indietro rispetto ai comuni vicini. L’olio d’oliva fu sostituito pochi anni dopo con l’olio di scisto, permettendo così ai deputati comunali, le tre cariche poste dal Governo Austriaco a governare Mestre, di aumentare il numero di lampioni e abbassare i costi di produzione. Una centrale elettrica nel Teatro Vecchio L’illuminazione elettrica a Mestre arrivò nel 1897, quando Mestre era già un comune italiano, grazie alla Società Elettrico Industriale di Italo D’Andrea, che garantì l’energia sufficiente a illuminare 92 lampioni grazie a una centralina elettrica realizzata all’interno dell’area del Teatro Vecchio. La Società Elettrico Industriale passò nel 1899 ad Arturo Moresco, che firmò un contratto triennale con il Comune di Mestre. L’elettricità veniva prodotta da una caldaia a vapore alimentata da carbon coke, che dalla piccola centrale del Teatro Vecchio alimentava l’illuminazione mestrina: un’illuminazione che lasciava molto a desiderare e che spesso cessava per ore. Nonostante le proteste dei mestrini, il contratto con Moresco fu rinnovato dal Comune fino al 1919, ma non fu portato a termine: la società era in difficoltà economiche e gravata da un’ipoteca posta dall’ex socio, il Barone Camillo Treves de’ Bonfili. La concorrenza della SADE, diventata dal 1903 la seconda fornitrice di elettricità pubblica e privata a Mestre, costrinse Moresco a cedere tutti i diritti alla SADE nel 1906. Era di fatto fallito nel 1905. Nel 1909 il sindaco Pietro Berna e il conte Giuseppe Volpi di Misurata firmarono un contratto di subentro da parte della SADE fino al 1919. L’Unione Cooperativa del Gas (1909) Il fallimento della società di Moresco aprì una riflessione a Mestre, da cui nacque l’Unione Cooperativa del Gas in Mestre, una società con 411 azionisti. Ne era presidente Giovanni Battista Cisotti, vicepresidente Antonio Taboga, proprietario della fabbrica di cioccolata fondata da Cesare Ticozzi, e tra i consiglieri figuravano Giorgio Francesconi, Federico Matter, Pietro Berna e Luigi Pallotti. Il gasometro fu costruito nel 1909 vicino alla fabbrica di Matter, nell’area oggi occupata dalla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo, e la sua realizzazione fu affidata ad Antonio Toniolo. Il Comune concesse l’uso del sottosuolo per la posa dei tubi. Dalla Cooperativa alla Società Anonima (1914–1922) La Cooperativa ebbe breve vita: nel 1914 si trasformò nella Società Anonima del Gas, con Federico Matter quale vicepresidente. Anche questa fallì nel 1917. Il sindaco Ugo Vallenari cercò di agevolare la cessione a nuovi investitori, che furono individuati nel 1922: Marco Saviane e Alessandro Casati, i quali, costituita una società in nome collettivo, rilevarono l’azienda del gas il 30 giugno di quell’anno. Il 3 novembre successivo vi entrava pure Annibale Battistella e la ragione sociale diventava s.n.c. Saviane, Battistella e Casati. Il rinnovo della concessione fu firmato definitivamente il 2 febbraio 1923. La Società Veneziana Industria del Gas (1926) La società Saviane, Battistella e Casati continuò ad erogare il gas a Mestre per qualche anno, ma dopo l’annessione a Venezia la sua esistenza rientrò nel gioco della ristrutturazione generale dei servizi per la nuova grande città che si estendeva dal Cavallino a Pellestrina, da Fusina a Ca’ Noghera. Il riscatto degli impianti, con l’obiettivo di ampliarli ed estenderli a Marghera e alle frazioni viciniori, divenne uno dei punti cardine per la nascita della Società Veneziana Industria del Gas nel 1926, che concentrò in sé l’erogazione del gas in tutta l’area veneziana. Il disegno si completò nel 1933. Nel 1937 la Società Veneziana venne assorbita dalla Società Italiana per il Gas. Una progressione che rispecchia la logica dell’annessione del 1926: Mestre cessava di essere un’entità autonoma anche nei servizi pubblici, integrandosi nella più vasta macchina amministrativa e infrastrutturale della grande Venezia. Era la fine di un’epoca, non solo per il gas. Galleria immagini L’intestazione di una fattura della fabbrica di Federico Matter Il palazzo Galleria Teatro Vecchio prima del restauro dell’Arch. Faoro Morosini Fonti Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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