La storia mestrina incisa sulla pietra
La storia mestrina incisa sulla pietra
Lapidi e iscrizioni dal Cinquecento al 1927
Un censimento del 1927
Nell'ottobre 1927 la Rivista mensile della città di Venezia pubblica un lungo articolo di Erisio Norfo, «Lapidi veneziane», che raccoglie le iscrizioni di Venezia dalla caduta della Repubblica ai suoi giorni. Alle lapidi della città storica l'autore aggiunge, scrive, «quelle murate nei comuni testè annessi per costituire la più grande Venezia». Per Mestre, Marghera e Chirignago le voci sono tredici, con quattordici lapidi: un piccolo catalogo della memoria pubblica della città, scattato un anno dopo la fine del Comune.
Le iscrizioni riportate qui sono trascritte dalle pagine della rivista, con le barre a indicare gli a capo, i numeri romani sciolti fra parentesi e la J usata per la I resa con la I; i puntini fra parentesi indicano le righe omesse. Norfo non dice quasi mai quando ciascuna lapide fu posta, e il suo elenco non dice quali esistano ancora oggi: per ognuna andrà verificato sul posto.
Il 1848: il forte, la piazza, il ponte
Sulla facciata di Palazzo Da Re, in piazza Umberto I (oggi piazza Ferretto), una lapide ricorda la notte in cui i mestrini presero il forte di Marghera: «PER ONORARE / I GENEROSI PATRIOTI / CHE / ADDI' 22 MARZO MDCCCXLVIII [1848] / AL FORTE DI MARGHERA / ASSALIRONO ED OCCUPARONO / QUASI INERMI / RESPINGENDO LO STRANIERO PRESIDIO / MESTRE RICONOSCENTE / POSE / CINQUANTA ANNI DOPO». Cinquanta anni dopo vuol dire il 1898; la storia di quella notte è in I fatti di Forte Marghera e in Palazzo Da Re: nel cuore di Piazza Ferretto.
Tre lapidi ricordano la sortita del 27 ottobre 1848, quando i volontari usciti dal forte cacciarono gli austriaci da Mestre. Sulla colonna di piazza XXVII Ottobre, la Colonna della Sortita: «TRA LE PATRIE ROVINE / VENEZIA / SOLA IN ARMI / PER LA LIBERTÀ D'ITALIA / CON SCHIERE VOLONTARIE / SFIDANDO / PODEROSA OSTE NEMICA / SCENDE IN CAMPO / PUGNA E TRIONFA / XXVII OTTOBRE MDCCCXLVIII [1848]». Sul ponte della Campana, dove lo scontro fu più duro, un testo più lungo nomina il comandante: «ASSEDIATA VENEZIA / EPOPEA MEMORABILE / PRODI VOLONTARI E FIGLI D'ITALIA / DUCE CELEBERRIMO / GUGLIELMO PEPE / NEL XXVII OTTOBRE MDCCCXLVIII / DA MARGHERA SLANCIATI A MESTRE / CONTRO LO STRANIERO PREPARATO ALLO SCONTRO / STRENUAMENTE PUGNANDO / [...] SCONFISSERO E VOLSERO IN FUGA / IL NEMICO / SU QUESTO PONTE PIU' OSTINATA LOTTA / SOSTENNERO». In via Carducci una lapide ricorda due polacchi venuti a combattere per l'Italia dopo aver perduto la loro guerra in patria: «MISKIEWIKZ E DEMOWSKI / NELLE GUERRE DELLA POLONIA / VALOROSI INFELICI / PER LA LIBERAZIONE D'ITALIA / QUI COMBATTENDO / MORIRONO / LI 27 OTTOBRE 1848». La grafia dei due nomi è quella stampata, sia nella lapide sia nel commento, e andrebbe controllata sulla pietra. Le vicende della sortita sono in La Colonna della Sortita e Guglielmo Pepe.
Quando Norfo trascrive la lapide, il ponte della Campana quasi non si vedeva più. Il ramo del Marzenego che attraversava era stato coperto a partire dal 1910, nel 1920 il ponte era stato inglobato nella strada e dal 1925 era scomparso alla vista: nel 1927 la scritta «su questo ponte» ricordava ormai un ponte nascosto sotto la via. Della sortita Pepe andava fiero. In una lettera del 5 novembre 1848, oggi al Museo Correr, scriveva che se gli austriaci fossero stati trattati in altre parti della Penisola «come il furono a Mestre», sarebbero rimasti poco altro tempo in Italia.
Il 1849: il forte e il ponte
Due lapidi stanno sopra l'ossario di Forte Marghera. La prima porta versi di Carducci, «LA SANTA LIBERTÀ NON E' FANCIULLA DA POCO RAME»; la seconda ricorda le «POCHE OSSA GLORIOSE / RELIQUIE DI TANTI CADUTI / NEL SANGUINOSO / MA SEMPRE MEMORANDO / SOSTENUTO ASSEDIO DEL 1848-1849», che riposano lì «DACCHE' SUL FORTE / RITORNO' IL PATRIO VESSILLO».
A Chirignago, sulla facciata del municipio, il Comune ricordava nel 1867 un giovane caduto: «A / JACOPO DA LIO / STUDENTE IN LEGGE / SOLDATO NELLA LEGIONE / BANDIERA E MORO / MORTO SUGLI SPALTI DI MARGHERA / NEL MEMORABILE GIORNO XXVI MAGGIO MDCCCXLIX [26 maggio 1849] / IL COMUNE DI CHIRIGNAGO / MDCCCLXVII [1867]». Norfo aggiunge che aveva vent'anni, studiava giurisprudenza a Padova e aveva preso parte ai moti studenteschi dell'8 febbraio 1848. Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1849 il forte fu abbandonato (vedi I fatti di Forte Marghera).
Norfo trascrive anche una lapide del 1916, posta in piena guerra «sul ponte della ferrovia», senza dire se all'estremità di Mestre o a quella di Venezia; ricorda l'ultima difesa: «SU QUESTO PONTE / ULTIMO BALUARDO / DI SUA DIFESA / VENEZIA / COGLI ITALIANI DI OGNI PROVINCIA / EROICAMENTE COMBATTENDO / DAL 27 MAGGIO AL 4 AGOSTO 1849 / ASSICURAVA / LA FUTURA RISCOSSA». La data finale non coincide con la resa di Venezia, avvenuta alla fine di agosto: la lapide non spiega perché si fermi al 4 agosto.
Manin e Garibaldi a Mestre
In via Mazzini il Comune di Mestre ricordava un inquilino illustre: «DANIELE MANIN / AVVOCATO IN MESTRE / L'ANNO MDCCCXXXI [1831] / QUESTA CASA ABITO' / IL COMUNE / NEL XXII MARZO MDCCCLXVIII [22 marzo 1868] / IN CUI VENEZIA LE SUE CENERI ACCOLSE / DOPO IL VENTENNE ESILIO / PONEVA». La lapide fu dunque posta il giorno stesso in cui le spoglie di Manin, morto esule a Parigi nel 1857, furono deposte nel sarcofago della piazzetta dei Leoncini dopo una funzione in San Marco. Il giorno prima, secondo un articolo della stessa rivista del 1930, le salme di Manin, della moglie e della figlia erano state deposte per poche ore in una camera ardente nella stazione di Mestre.
Sulla stessa facciata di Palazzo Da Re che ricorda il 1848, una seconda lapide ricorda la visita di Garibaldi dopo l'unione del Veneto all'Italia: «DA QUESTA LOGGIA / I FORTUNATI DESTINI D'ITALIA / DIVINANDO / GIUSEPPE GARIBALDI / IL VI MARZO MDCCCLXVII [6 marzo 1867] / PROCLAMAVA AL POPOLO PLAUDENTE / I DIRITTI D'ITALIA / SU ROMA».
La Grande Guerra
Quattro lapidi parlano della guerra del 1915-18. Sulla facciata del Teatro Toniolo, in piazza Battisti, una ricorda il passaggio dell'irredentista trentino: «IN QUESTO TEATRO / NEI GIORNI DELL'ATTESA / CESARE BATTISTI / AFFERMO' AL POPOLO ACCLAMANTE / SACRO IL DIRITTO DELL'ITALIA / SINO AL CONFINE CHE NATURA POSE / NEI GIORNI DELLA PROVA / RIAFFERMO' LA FEDE / RICONSACRO' IL DIRITTO / COI CIMENTI / NELLE CONTESE ALPI / COL SACRIFICIO / SU AUSTRIACA FORCA / IN TRENTO». La lapide è dunque posteriore all'esecuzione di Battisti a Trento, nel luglio 1916; i «giorni dell'attesa» sono quelli della neutralità, e né la lapide né Norfo danno la data del discorso (la storia del teatro è in Il Teatro di Mestre: il Toniolo).
In piazzetta Matter, Mestre ricorda dal 1916 il suo pittore e ufficiale caduto: «EDMONDO MATTER / PER LA GRANDEZZA D'ITALIA / LA SANTA GUERRA / INVOCO' / PRIMO FRA I PRIMI / NEI PIU' ASPRI CIMENTI / LA GIOVENTU' LA VITA / SULLA FRONTE GIULIA / SACRIFICO' / DELL'EROICO SUO FIGLIO / MESTRE / LA VIRTU' L'ESEMPIO / CONSACRA / MCMXVI [1916]». Nel commento Norfo data la presa di Oppacchiasella, dove Matter fu ferito a morte, al «16 settembre 1926»: è un refuso per 1916 (la sua storia è in Edmondo Matter).
Al cimitero comunale una lapide ricorda Richard Catts Fairfield, «VENUTO VOLONTARIO / DAGLI STATI UNITI D'AMERICA / UCCISO DA BOMBA AEREA NEMICA», volontario della Croce Rossa americana, che Norfo dice ucciso «sul piazzale della Scuola De Amicis a Mestre» mentre soccorreva i feriti (vedi Richard C. Fairfield: il primo soldato americano morto in Italia). In piazza XXVII Ottobre un'altra lapide è dedicata «A RICORDO / DEI CONCITTADINI CADUTI / IN SEGUITO AD INCURSIONI AEREE NEMICHE / MCMXV-MCMXVIII»: Norfo segnala che seguono «i nomi delle 16 vittime innocenti», ma non li trascrive. Sedici nomi sono molti meno dei morti per i bombardamenti contati da altre fonti (vedi Mestre nella Grande Guerra); la lapide parla di «concittadini», e forse non comprende militari e forestieri, ma Norfo non lo dice.
Dopo la guerra
L'ultima lapide è la più recente. In via Palazzo, a un anno dalla morte, era stata posta una lapide «AD ANTONIO CATTAPAN / COMBATTENTE FASCISTA / NELL'ANNIVERSARIO PRIMO / DEL / SUO GENEROSO SACRIFICIO / XXIV-IX-MCMXXII [24 settembre 1922] / XXIV-IX-MCMXXIII [24 settembre 1923]». Norfo, con il linguaggio del tempo, lo dice caduto «vittima dell'odio bolscevico nella sua Mestre un mese prima della Marcia su Roma». È la sola lapide dell'elenco legata alla politica del dopoguerra.
Le iscrizioni più antiche, nelle carte di Fapanni
Norfo si ferma al 1797, ma le iscrizioni più antiche di Mestre erano già state raccolte nell'Ottocento da Francesco Scipione Fapanni, nel capitolo sulle «Inscrizioni sparse fuori del Castello di Mestre». Fapanni le aveva viste di persona o se le era fatte copiare, e annotava che cosa ne restava ai suoi tempi.
La villa dei Tirabosco. Vicino alla Torre dell'orologio, sulla cornice di una porta del locale che era stato di Taddeo Tirabosco, avvocato veneziano, e poi dei Giustinian, si leggeva: «TUSCULANA STATIO IN MESTRINIS LACUNIS RESTAURATA», cioè una villa di riposo, come quella di Cicerone a Tuscolo, restaurata fra le lagune di Mestre. Una seconda iscrizione, che il padre di Fapanni aveva ricevuto copiata a matita in una lettera dell'agosto 1800, spiegava il senso del luogo: «A FORENSI TEMPESTATE / AD TRANQUILLITATIS PORTUM / VICINUM HOC DIVERTICULUM / THADEUS TIRABOSCUS PARAVIT / QUO DEFATIGATUM ANIMUM / NON VOLUPTATUM ILLECEBRIS / SED ALTERNATA INTERMISSIONE / ET HONESTO OTIO RESARCIRET». L'avvocato si era preparato questo rifugio vicino, un porto tranquillo dopo le tempeste del foro, per ristorare l'animo stanco non con i piaceri ma con il riposo onesto. I Tirabosco, ricorda Fapanni, avevano fatto costruire a Mestre un palazzo con magnifica spesa, rimasto incompiuto, su disegno di Vincenzo Scamozzi, ed erano sepolti a Santa Maria Zobenigo a Venezia. Nel 1861 il luogo, con una grande peschiera circondata d'acqua viva, era in affitto a Pietro Seleno, commerciante di vino, che ci teneva una birreria; ma la lapide Fapanni non la trovò più (la storia della villa è in Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis).
La locanda della Campana. Nella locanda della Campana, che ai tempi di Fapanni era ormai una casa privata, i proprietari, i fratelli Benedetto e Angela Barbetta, avevano murato una lapide per ricordare che l'imperatore Francesco I, l'imperatrice Carolina Augusta, l'arciduca Francesco Carlo e la moglie Sofia vi avevano dormito «per improvvisa burrasca» la sera del 25 luglio 1825, mentre andavano a Venezia. Fapanni la completa con la Gazzetta privilegiata di Venezia del 26 e del 28 luglio: arrivati da Strà a Fusina, i sovrani trovarono il mare in tempesta e tornarono a Mestre; il giorno dopo passarono per il forte di Marghera, attraversarono la laguna ed entrarono in città da Cannaregio, percorrendo il Canal Grande. Il viceré Ranieri e la moglie alloggiarono invece in casa del nobile Stefano Valier, e durante la notte, per cura dell'ingegner Barbon, le strade furono sistemate e coperte di sabbia.
Fapanni trascrive anche un elenco di ospiti illustri, scolpito in marmo da Sorio e murato a metà della scala, che nel 1886 esisteva ancora: dal contesto sembra appartenere allo stesso albergo. Vi compaiono lo zar Alessandro I, il 22 dicembre 1822; il cardinale Gaisruck, arcivescovo di Milano, il 29 luglio 1825; il principe Giovanni di Liechtenstein, nel novembre 1821; il principe Esterházy, il principe di Salerno, il principe ereditario di Toscana; l'arciduca Massimiliano d'Austria-Este, il 3 dicembre 1821; e infine l'arciduca Francesco Carlo e l'imperatore con le loro spose, nel luglio 1825. Era la Mestre di passaggio, dove chi andava a Venezia si fermava per la notte.
Il capitello della Madonna. Presso la Torre dell'orologio c'era un capitello con la Madonna e una lapide in veneziano: «IN TEMPO DE ZUAN MARIA CECCHINATO / PAULO MOGNATTO / JACOMO DE LAZARI ET / TONI PAVANELLO / CAPI DE COLMELLO DELA / PODESTARIA DE MESTRE», seguita da una riga in latino, di lettura incerta, con il nome di Ettore Scala, probabilmente il podestà. Erano i capi dei colmelli, le circoscrizioni del territorio, scelti fra famiglie mestrine conosciute; Mestre li aveva, osserva Fapanni citando il Grimani, mentre Noale no. Il capitello fu tolto per allargare la strada: la statuetta della Vergine fu conservata in una nicchia e la lapide murata sotto.
Lo stendardo in piazza. Sul piedistallo dello stendardo in piazza si leggeva «ORNATIUS RESTITUTUM / ANNO / MDCCCXXX [1830]»: nel novembre di quell'anno il piedistallo fu restaurato e vi fu innalzata una nuova antenna, con un'iscrizione dettata dall'abate A. Zendrin. Nel novembre 1883 Fapanni lo trovò malridotto: la base era in gran parte sotto terra e il piedistallo cinquecentesco, fatto di più pezzi, era rotto e mutilato.
La meridiana dei Sabbioni. Su una casupola del borgo dei Sabbioni, nella sezione di Piraghetto, una meridiana dipinta nel 1853 portava due versi: «VOLA RAPIDO IL TEMPO E SEGNA INCERTA / UN'ORA DELLA MORTE ALL'UOMO CERTA».
Le lapidi oggi
L'elenco di Norfo fotografa la memoria pubblica di Mestre nel 1927: quasi tutte le lapidi ricordano il Risorgimento e la Grande Guerra. Mancano quelle sulla storia più antica, per scelta dell'autore, che raccoglie solo le iscrizioni dal 1797 in poi: per quelle bisogna tornare a Fapanni, che mezzo secolo prima ne aveva già viste sparire alcune. Per ognuna andrà verificato se esiste ancora e dove si trova oggi, a cominciare da quelle di via Mazzini, di via Carducci, di piazza XXVII Ottobre e di via Palazzo.
Galleria immagini
Crediti delle immagini: le due stampe sono ripubblicate nella Rivista mensile della città di Venezia, marzo 1930 (pp. 126 e 129 del volume digitalizzato), fot. Filippi, Biblioteca nazionale centrale di Roma, Biblioteca digitale, licenza CC BY-NC-SA 4.0. Le fotografie delle lapidi vengono dall'archivio Discovery Mestre; la lapide di Guglielmo Pepe da Wikimedia Commons.
Bibliografia e fonti
- «Lettera autografa di Guglielmo Pepe», Rivista mensile della città di Venezia, 1923 (p. 80 del volume digitalizzato).
- C. Pasqual, «Breve storia delle acque di Mestre, in occasione del Marzenego scoperchiato», storiAmestre, 5 luglio 2012.
- F. S. Fapanni, «Inscrizioni sparse fuori del Castello di Mestre», in Mestre, Il 24°, «Quaderni del Centro Studi Storici di Mestre», n. 24, Mestre, CSSM, 1975, pp. 53-56.
- E. Norfo, «Lapidi veneziane», in Rivista mensile della città di Venezia, a. VI, n. 10, ottobre 1927 (pp. 471-494 del volume digitalizzato dalla Biblioteca nazionale centrale di Roma; pp. 419-442 della numerazione a stampa).
- A. Abruzzese, «L'apoteosi di Daniele Manin», ivi, a. IX, novembre 1930 (pp. 555-565; il passo su Mestre a p. 557).
- Tutte le annate della rivista sono consultabili nella Biblioteca digitale della Biblioteca nazionale centrale di Roma, licenza CC BY-NC-SA 4.0.