Forte Marghera: il caposaldo della difesa di Venezia verso la terraferma
Forte Marghera | Discovery Mestre Forte Marghera Il caposaldo della difesa di Venezia verso la terraferma Forte Marghera: il caposaldo della difesa di Venezia verso la terraferma di Alessandro Bon e Mauro Scroccaro Revisione storica e scientifica di Mauro Scroccaro Il sito di Malghera e la scelta del terreno La posizione di Forte Marghera non fu casuale. Il sito prescelto sorgeva sull’area dell’antico borgo di Malghera (o Malgera), situato all’imbocco della Fossa Gradeniga, conosciuta anche come Canal Salso. La Fossa non era un fiume ma uno scavo artificiale che prolungava la laguna verso il centro di Mestre, anche se più di qualcuno sostiene che ricalcasse l’antico corso del Muson. Si trattava di una zona marginale della laguna, caratterizzata da canali, paludi e terreni soggetti a inondazioni, un ambiente di transizione fra la terraferma e le acque lagunari. Questo vincolo idraulico ebbe un ruolo determinante nella progettazione. I fossati del forte potevano essere alimentati dalle acque della laguna, e un sistema di chiaviche sul vicino Osellino consentiva, in caso di necessità, di regolare i livelli idrici e perfino di provocare allagamenti controllati. La fortificazione fu dunque innestata in un paesaggio idraulico preesistente, dove acqua e terra interagivano costantemente. La scelta di costruire in quest’area rispondeva a una duplice esigenza: garantire la protezione della laguna e controllare i passaggi fluviali e terrestri che collegavano Mestre a Venezia. Il sacrificio del borgo di Malghera L’edificazione del forte comportò la scomparsa del borgo di Malghera, che occupava da secoli l’imbocco della Fossa Gradeniga. Qui si trovavano una chiesa intitolata al Santissimo Salvatore, alcune osterie, stalle, case coloniche e un piccolo porto attivo nel commercio fluviale. L’area era da sempre di interesse strategico, tanto che vi sorgevano quasi affacciate una torre trevigiana e la Torre di Marghera; e poco distante, già nel 1209, era stata costruita la Torre di Palata o di San Giuliano, destinata al controllo delle imbarcazioni dirette a Venezia e alla riscossione dei tributi. La decisione di costruire la nuova fortificazione fu francese. Gli austriaci, durante la prima dominazione, avviarono i lavori, ma furono i francesi, tornati nel 1805, a edificare il forte e ad abbattere progressivamente il borgo. Di quell’insediamento sopravvive oggi soltanto il vecchio ponte cinquecentesco, che qui scavalcava una delle deviazioni del Marzenego operate dai veneziani, inizialmente verso Fusina. La struttura del ponte fu riutilizzata come deposito di polveri e successivamente, con una sopraelevazione, come laboratorio chimico. Oggi ospita la Biblioteca di Forte Marghera, con un settore specializzato in architetture militari. I documenti d’archivio, in particolare il fascicolo Stime sui fondi di Malghera e nozioni relative ai medesimi, conservato all’Archivio di Stato di Venezia, registrano i nomi dei proprietari dei terreni espropriati (tra cui i Marcello, i Colledani, la ditta Cornet e la Sanità Marittima) e le somme corrisposte per le cessioni. La costruzione del forte cancellò così un antico insediamento, sostituendolo con una nuova funzione: la difesa armata della laguna. La costruzione e il disegno architettonico L’idea di edificare una fortificazione in quest’area risale al periodo della prima dominazione francese. Fin da subito i francesi avevano colto la necessità di organizzare un sistema di difesa di Venezia anche verso la terraferma e predisposero perciò un primo progetto, ripreso dagli austriaci e portato a compimento dagli stessi francesi dopo il loro ritorno, tra il 1805 e il 1810, in seguito alla Pace di Presburgo del dicembre 1805. I lavori furono diretti dall’ingegnere francese Marescò, che utilizzò parte degli sbancamenti già avviati dagli austriaci. Il piano prevedeva sei bastioni principali, un doppio fossato di cinta e un ridotto verso nord, in prossimità del canale Osellino. Questo piccolo fortino, situato circa un chilometro più a nord, fu chiamato ridotto Eau e, solo dopo il 1866, Forte Manin. Serviva al controllo delle chiuse costruite lungo una nuova diramazione dell’Osellino: in caso di attacco nemico, la loro apertura avrebbe consentito di allagare le campagne circostanti, rallentando l’avanzata. L’opera, oggi inglobata nel Parco di San Giuliano, rappresenta un raro esempio di fortificazione idraulica annessa a un sistema difensivo principale. Il corpo principale del forte di Marghera presentava una pianta irregolare, poligonale, non pienamente a stella, ma derivata dalla tradizione bastionata. Le cortine in muratura, le postazioni d’artiglieria a barbetta e i terrapieni erano disposti in modo da permettere un fuoco incrociato lungo tutti i fronti. I fossati non nascevano invece per essere navigabili, poiché ciò avrebbe facilitato eventuali aggressori: tra le isole interne al forte ci si muoveva attraverso ponti, dei quali oggi ne restano originali soltanto due, recentemente restaurati, che davano accesso al corpo centrale. Le caserme, i magazzini e le polveriere erano costruiti in laterizio, con volte a botte e coperture di terra battuta che fungevano da protezione contro i colpi d’artiglieria. Il laterizio veneziano e la pietra d’Istria erano i materiali principali, scelti per la loro resistenza e la compatibilità con il terreno umido. Il forte fu completato tra molte difficoltà: subì due assedi da parte austriaca, nel 1809 e nel 1813, e i lavori procedettero tra interruzioni e danni bellici, come documentato dal diario del Paganello. La guerra franco-asburgica e il ruolo del Forte Marghera L’importanza strategica di Forte Marghera emerse già nei primi anni della sua esistenza. Tra il 1809 e il 1813, nel pieno delle guerre napoleoniche, l’area di Mestre divenne teatro di scontri ripetuti tra le truppe francesi, che difendevano la laguna, e gli eserciti austriaci, decisi a riconquistare il Veneto. La posizione del forte, a metà tra la terraferma e la laguna, lo rendeva l’ultimo baluardo prima di Venezia e un punto di passaggio obbligato per chi volesse controllare l’accesso alla città. Le operazioni militari si concentrarono lungo la linea del Canal Salso, del Marzenego e della Brenta Vecchia, dove gli austriaci tentarono più volte di penetrare nella pianura mestrina per aggirare le difese francesi. Mestre, allora un piccolo borgo agricolo e mercantile, subì devastazioni e incendi, mentre il forte veniva costantemente rafforzato e presidiato. Le cronache e i rapporti militari dell’epoca, confermati da documenti d’archivio e dal diario del Paganello, testimone oculare di quegli anni, riportano diversi episodi in cui le truppe imperiali attaccarono il presidio di Marghera tentando di forzare le linee esterne. In una di queste azioni, gli ingegneri francesi, per rallentare l’avanzata nemica, aprirono le chiuse sul Marzenego dal vicino ridotto Eau, immettendo grandi quantità d’acqua nelle campagne circostanti. L’area pianeggiante, già soggetta a ristagni, si trasformò in un terreno impraticabile, impedendo l’uso di artiglierie e carri. Questo intervento idraulico, concepito come misura temporanea, si rivelò estremamente efficace e dimostrò la validità del sistema difensivo basato sull’acqua. Per diversi mesi il forte fu sottoposto a bombardamenti e tentativi di assalto. Le perdite furono pesanti da entrambe le parti, ma la guarnigione francese riuscì a mantenere il controllo della posizione fino alla caduta del dominio napoleonico nel 1814. Alla fine del conflitto, l’opera risultava in parte danneggiata ma non distrutta: i bastioni e i fossati, pur segnati dai colpi d’artiglieria, avevano retto. Fu proprio questa capacità di resistenza, dovuta alla solidità delle strutture e al controllo idraulico del territorio circostante, che convinse gli austriaci, tornati padroni del Veneto, a conservare il forte e a potenziarlo come cardine della futura difesa di Venezia. Il primo periodo austriaco (1814-1847): ricostruzione e potenziamento Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione, nel 1814 il Veneto tornò sotto il dominio dell’Impero austriaco. Le autorità militari di Vienna riconobbero subito l’importanza di Forte Marghera e del suo sistema idraulico come presidio avanzato della difesa veneziana. La fortezza, pur danneggiata dagli scontri del periodo napoleonico, risultava strutturalmente integra: i bastioni avevano resistito e i fossati conservavano piena efficienza. Gli austriaci avviarono quindi una fase di ricostruzione e potenziamento che durò per buona parte della prima metà dell’Ottocento. Vennero eseguiti importanti lavori di consolidamento dei terrapieni, di ripristino delle caserme e di rafforzamento dei magazzini e delle polveriere. Le cortine in muratura furono rinforzate con nuove masse di terra, e vennero create ridotte esterne e ravellini a protezione dei fronti più esposti. Furono inoltre costruite nuove strade militari di collegamento con Mestre e San Giuliano, migliorando la viabilità e il trasporto di materiali e munizioni. Il forte divenne la base logistica principale per il presidio militare della laguna. Ospitava una guarnigione stabile, composta da unità di artiglieria e del genio, con funzioni di controllo e manutenzione delle difese idrauliche. Il complesso non era più un avamposto isolato ma il centro operativo di un sistema difensivo più ampio, che comprendeva ridotti e batterie lungo la gronda lagunare, a Campalto, San Giuliano, Tessera e all’imbocco dell’Osellino. In questi anni si definisce la “prima cintura difensiva” di Venezia: un insieme coordinato di opere permanenti, fortini e presidi collegati da canali e strade di servizio, di cui Forte Marghera rappresentava il nodo centrale. Va però ricordato che batterie lagunari affacciate verso la terraferma erano già state costruite dalla Repubblica di Venezia, e che il sistema austriaco si innestò quindi su una struttura difensiva preesistente. Oltre alle opere militari, gli austriaci investirono anche nella gestione idraulica del territorio circostante, restaurando le chiaviche e le opere di regolazione dei livelli d’acqua. Questa manutenzione costante garantì al forte un’efficienza che sarebbe risultata decisiva durante i successivi moti del 1848. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, le innovazioni tecniche in campo bellico e l’evoluzione dell’artiglieria indussero gli ingegneri imperiali a studiare progetti di aggiornamento per il complesso. Alcuni bastioni vennero adattati per ospitare batterie di medio calibro, e furono introdotti nuovi depositi interrati per le munizioni. Il forte raggiunse così la sua massima estensione e funzionalità proprio alla vigilia dei moti rivoluzionari che, nel 1848, lo avrebbero posto nuovamente al centro della storia. Ragioni tattiche e tecnologiche La forma di Forte Marghera rispondeva a precise esigenze difensive. L’obiettivo principale era eliminare le zone d’ombra, ossia quei tratti di cortina che non potevano essere coperti dal tiro laterale. I bastioni triangolari consentivano di creare fuoco incrociato, garantendo la copertura reciproca di tutti i fronti. Le mura basse e spesse, schermate da terrapieni, riducevano l’impatto dei colpi diretti d’artiglieria. Il riempimento di terra dietro le cortine assorbiva le vibrazioni e limitava le fratture. Questa tecnica era ormai consolidata nella seconda metà del XVIII secolo e rappresentava l’evoluzione della trace italienne rinascimentale. Il sistema era inoltre concepito secondo il principio della difesa in profondità: più linee di fortificazioni concentriche, separate da fossati, creavano una serie di ostacoli successivi per l’assalitore. In questo modo si aumentava la durata della resistenza e si distribuiva il rischio di cedimento. Un altro elemento fondamentale era l’integrazione con l’acqua. Le opere idrauliche consentivano di mantenere o variare il livello dei fossati, di allagarli parzialmente o di inondare le campagne. In un ambiente come quello veneziano, l’acqua era una risorsa difensiva, non un ostacolo. Infine, l’adattamento al territorio fu decisivo. Le preesistenze (strade, canali, lievi rilievi) condizionarono la forma del forte, che non risulta perfettamente simmetrica ma calibrata sul paesaggio. In questo senso, Forte Marghera è un caso di fortificazione “organica”, modellata sul terreno e sulle sue infrastrutture. Nonostante la modernità del progetto, il forte nacque già in un’epoca di transizione: le nuove armi a lunga gittata e i proiettili esplosivi stavano rendendo obsolete le fortificazioni permanenti. Forte Marghera rappresenta quindi un punto di svolta tra la tradizione e il declino del sistema bastionato classico. Confronti e analogie europee Forte Marghera si inserisce in una tradizione più ampia di architettura militare europea. Strutture come il Forte Manoel a Malta, il Fort Carré di Antibes o il Charles Fort in Irlanda presentano sistemi comparabili di bastioni, fossati e difese multiple. Marghera ne rappresenta una versione tardiva e adattata al contesto lagunare: un modello ibrido, che unisce la tecnica dei forti continentali con le soluzioni idrauliche proprie di Venezia. Il confronto più eloquente resta però quello con Palmanova. Fondata nel 1593 per volontà della Repubblica di Venezia, la città fortezza friulana era ancora pienamente operativa due secoli dopo, tanto che negli stessi anni in cui nasceva Forte Marghera l’amministrazione francese ne completava la terza cerchia difensiva. La distanza cronologica fra le due opere sottolinea la validità di concetti difensivi rimasti efficaci…
Alessandro Poerio
Alessandro Poerio | Discovery Mestre Alessandro Poerio Il patriota e poeta ferito mortalmente a Mestre nel 1848 Alessandro Poerio (1802–1848) Alessandro Poerio (Napoli, 27 agosto 1802 – Venezia, 3 novembre 1848) fu un patriota e poeta italiano del Risorgimento. La sua figura unisce attività letteraria, impegno civile e partecipazione diretta agli eventi politici dell’Ottocento italiano. Proveniente da una famiglia attiva nella vita politica del Regno delle Due Sicilie, era figlio del giurista Giuseppe Poerio e fratello di Carlo Poerio, futuro protagonista dei moti costituzionali. Ricevette la prima educazione da Domenico Simeone Oliva, poeta legato alla corte napoleonica e già precettore dei figli di Gioacchino Murat. La sua formazione classica e l’interesse per la filosofia morale contribuirono alla costruzione di una poetica sobria e meditativa. Nel 1820 partecipò ai moti costituzionali napoletani, combattendo a Rieti contro le truppe austriache. In seguito alla repressione, fu costretto all’esilio, durante il quale consolidò le sue convinzioni politiche e il contatto con la cultura europea. Rientrò a Napoli nel 1835 e riprese l’attività letteraria e intellettuale. L’attività letteraria Poerio è ricordato soprattutto per le liriche di ispirazione patriottica, pubblicate nel 1843 e successivamente, in edizione ampliata, nel 1852. La critica contemporanea accostò la sua produzione a quella di Niccolò Tommaseo e, per alcune affinità tematiche, a quella di Giacomo Leopardi. La sua poesia si caratterizza per: l’idea della patria come valore morale; il richiamo al dovere civile; la presenza della sofferenza personale come mezzo di elevazione interiore; la natura come riflesso dello stato d’animo; un linguaggio misurato, coerente con la sua formazione classica. Pur senza raggiungere la notorietà dei maggiori autori romantici, Poerio fu apprezzato dai contemporanei per la coerenza tra vita e opere. La Sortita di Mestre Allo scoppio dei moti del 1848, Poerio si recò a Venezia, dove la Repubblica di San Marco di Daniele Manin e Niccolò Tommaseo aveva proclamato l’indipendenza dall’Austria. Arruolatosi volontario, partecipò alla difesa della città. Il 27 ottobre 1848, durante la sortita di Forte Marghera, fu gravemente ferito presso Mestre da colpi d’arma da fuoco e schegge di mitraglia. Trasportato a Venezia, subì l’amputazione di una gamba, ma morì pochi giorni dopo, il 3 novembre. Per merito di guerra fu promosso da soldato semplice a capitano. Galleria Immagini Alessandro Poerio in un’immagine d’epoca La prima Caserma Matter in Via Poerio Il Ramo delle Muneghe, l’ex Chiesa delle Grazie e il Palazzo del M9 district Via Poerio all’interno del Centro di Mestre Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Antonio Olivi
Antonio Olivi | Discovery Mestre Antonio Olivi Eroe della Sortita di Mestre Biografia Antonio Olivi (Treviso, ? – Mestre, 27 ottobre 1848) è stato un patriota e militare italiano. Tenente nell’esercito della Repubblica di San Marco, guidò la Sortita di Mestre del 27 ottobre 1848. Figlio di Giuseppe Antonio Olivi, podestà di Treviso tra il 1847 e il 1852, partecipò ai moti del 1848 e, quando Treviso venne conquistata dagli austriaci, espatriò insieme alla moglie Giulia e al più piccolo dei loro tre figli. La Sortita di Mestre Insieme ai fratelli Ferrante e Giulio partecipò ai combattimenti in diverse parti d’Italia e, con il grado di tenente, prese parte alla difesa della Repubblica di Venezia. Il piano della Sortita di Mestre, preparato dal maggiore Carlo Alberto Radselli su incarico del ministro della guerra Cavedalis, prevedeva tre colonne in partenza da Fusina, dal Forte Rizzardi e da Forte Marghera. A Olivi fu affidata quella che uscì da Forte Marghera con il compito di riconquistare la città, occupata dagli austriaci il 18 giugno. All’alba del 27 ottobre 1848, a capo di 2000 uomini del I battaglione “Italia Libera”, attaccò gli austriaci a San Giuliano, ricacciandoli verso Treviso. Si ricongiunse con circa 1500 patrioti mestrini in Piazza Barche e si diresse quindi verso il ponte della Campana, unico accesso alla piazza Maggiore e al centro cittadino. Dopo tre assalti respinti, gli italiani presero possesso delle case sulla via delle Muneghe (poi via Poerio) per contrastare il fuoco proveniente dalle case requisite dagli austriaci, e al quarto assalto misero in fuga i soldati croati. Gli austriaci ripiegarono sul ponte delle Erbe per permettere al comando di lasciare la Torre di Mestre. La battaglia si concluse con la vittoria degli italiani, ma Antonio Olivi, come Alessandro Poerio, fu tra i caduti, colpito da una “bomba mitraglia” (“… fra il guasto della mitraglia che gli straziava i visceri …”). Prima di morire raccomandò ai compagni d’armi la moglie e i figli. L’azione fu un successo oltre le aspettative: gli austriaci lasciarono sul campo circa duecento morti e 575 prigionieri, tra cui cinque ufficiali, mentre i veneziani ebbero 34 morti e 72 feriti. Il giorno dopo Daniele Manin scrisse a Niccolò Tommaseo: “La funzione d’ieri fu brillantissima per le armi italiane”. Fu però una vittoria di breve durata, perché Mestre non poteva essere tenuta a lungo; la vicenda è raccontata in Mestre 1848-1849: dalla Sortita di Mestre alla caduta. A ricordo di quei fatti, sul ponte delle Erbe è ancora visibile una palla di cannone murata nella facciata rivolta verso il fiume della casa all’angolo con l’attuale via Daniele Manin. Ve la fece collocare il mestrino Luigi Rallo (1811-1883), che visse in prima persona gli eventi del 1848-1849: era il titolare dello storico negozio di colori ospitato in quell’edificio dal 1848 al 1943. Nel 1898 la città di Mestre ricevette la XI medaglia d’oro al valor risorgimentale. La medaglia fu istituita dal re Umberto I come distintivo d’onore alle città “… in ricompensa del valore dimostrato dalla cittadinanza alla presa del forte di Marghera la notte del 22 marzo 1848 e nella sortita di Marghera del 27 ottobre successivo …”. In quell’occasione Piazza Barche, dove già dal 1886 era stata inaugurata la Colonna della Sortita, fu rinominata piazza Ventisette Ottobre, mentre diverse strade furono dedicate ai caduti e agli eroi di quel periodo, come via Alessandro Poerio e via Guglielmo Pepe. Una via venne dedicata anche ad Antonio Olivi. In una casa d’angolo presso la chiesa dei frati cappuccini, una lapide ricorda i sergenti polacchi Konstanty Miśkiewicz, italianizzato in Costantino Miskiewicz, e Izydor (Isidoro) Dembowski, anch’essi caduti combattendo contro gli austriaci. In memoria di Antonio Olivi, il 31 ottobre 1848 l’abate trevigiano Giambattista Rambaldi pronunciò un’orazione funebre, in cui ricordò anche la moglie Giulia, che lo aveva seguito nelle sue peregrinazioni per l’Italia. Galleria Immagini La Sortita di Mestre del 27 ottobre 1848 in una rappresentazione (particolare) La Casa della Rana, in via Cappuccina, negli anni Cinquanta. Vi si intravede la lapide commemorativa La battaglia al ponte della Campana (1848) Bibliografia Voce Antonio Olivi, Wikipedia Voce Forte Marghera, Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il Borgo di Malgera (Mergaria)
Il Borgo di Malgera (Mergaria) | Discovery Mestre Il Borgo di Malgera (Mergaria) Il borgo scomparso sotto Forte Marghera e il mistero del suo nome L’origine del nome L’origine del nome della località di Marghera va cercata in questo piccolo borgo sorto lungo la Fossa Gradeniga (Canal Salso), che si costituì a partire dal XIII secolo ma che ebbe il suo maggior sviluppo economico e demografico proprio grazie alla realizzazione di questo canale artificiale voluto da Venezia per collegare Mestre a Venezia. Nei primi documenti veneziani che citano questo borgo si usa solo il nome Mergaria, che dovrebbe essere il nome originario; nell’arco dei suoi circa cinque secoli di vita, nelle cartografie in cui compare, viene spesso declinato con nomi diversi: Melgera, Mergaria, Margara, Malghera, Marghera. Come sostengono Redi Foffano e Dario Lugato nel loro libro Da Margera a Forte Marghera, il nome Malgera potrebbe essere stato un dispregiativo nato a Venezia per indicare le pessime condizioni di salute di un certo periodo storico. Quanto all’etimologia, Wladimiro Dorigo ipotizza che il nome derivi dal latino maceria (“muro a secco”), alludendo al pietrame usato dai romani per delimitare le proprietà. Giovan Battista Pellegrini, traendo spunto dall’antica forma Malghera, e quindi in contrasto con Foffano e Lugato, lo ritiene piuttosto un fitonimo derivato da melica, una graminacea. Un’ulteriore etimologia, basata sull’antica forma Mergaria, lo avvicina al verbo latino mergo (“immergo”), con il significato di “luogo dove è concesso affondare i relitti”: un punto, generalmente istituito presso tutti gli antichi porti, in cui le vecchie imbarcazioni dal legno ormai marcito venivano affondate. Antefatto: dal Porto di Cavergnago alla Fossa Gradeniga Il territorio su cui sorse il Borgo di Mergaria faceva inizialmente parte del dominio trevisano ed era collocato al confine con la Serenissima, un territorio che Venezia rivendicava da tempo. L’antagonismo tra le due realtà venete portò Treviso a realizzare la sua torre l’11 luglio 1318, a poche centinaia di metri dalla Torre di San Giuliano (del 1209): l’una in terraferma, l’altra sull’isola di San Giuliano lungo il Canale di San Secondo. Due torri che ebbero due destini diversi: quella trevisana scompare dalle mappe e fu probabilmente abbattuta fra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo. Prima della conquista veneziana del castello di Mestre da parte di Andrea Morosini il 29 settembre 1337, in questo borgo sorgeva la Chiesa di San Giovanni Battista che, secondo Foffano e Lugato, era sede di un monastero e di un ospitale, forse addirittura dei Templari. La presenza di un ospitale suggerisce che questa via fosse percorsa da merci e persone già prima della realizzazione della Fossa Gradeniga. Con il progressivo abbandono del Porto di Cavergnago e la realizzazione della Fossa Gradeniga, Mergaria acquisì anche l’importante ruolo di porto per merci e uomini, oltre che di sede daziale per la Serenissima. L’incremento esponenziale di attività portò alla nascita di Piazza Barche e allo sviluppo del Borgo di Mergaria. Un piccolo porto importante Con l’arrivo dei veneziani sul territorio mestrino iniziò una riqualificazione del territorio e la realizzazione di nuovi edifici anche nel piccolo borgo di Mergaria, di cui troviamo questa testimonianza negli Statuta provisionesque ducales civitatis Tarvisii, la raccolta degli statuti e delle disposizioni ducali per Treviso: «De domibus faciendis in Mergaria et bucca sigloni pro habitatione custodum […] ordinamus, quod in Mergaria et bucca sigloni in locis utilioribus et magis idoneis fiat una domus competens cum turrisella […] in quibus custodes tute, commode et continue valeant habitare…» Questa citazione ci permette di conoscere il periodo in cui i veneziani presero possesso effettivo del borgo, sotto il Doge Francesco Dandolo (1329-1339), e che la sua trasformazione iniziò prima della realizzazione della Fossa Gradeniga, seppur di pochi anni. Nell’arco dei secoli questo piccolo borgo si era sviluppato fino a includere una chiesa dedicata al Santissimo Salvatore, un piccolo porto, un’osteria e varie case coloniche. Un borgo che resistette per oltre 550 anni. La citazione fornisce anche un’altra informazione: già prima della Fossa Gradeniga esisteva una via di accesso per l’entroterra che i veneziani chiamavano “Siglon”, di cui si sono poi perse le tracce. Per questo piccolo porto passava una rotta commerciale diretta a Cannaregio, che generava un cospicuo introito per la Serenissima attraverso i dazi sulle merci in transito. Il governo veneziano temeva però che nei magazzini ivi presenti si commettessero contrabbando e malaffari. Come evidenziato nella pagina dedicata alla Scuola di San Nicolò dei barcaiuoli, esisteva un traghetto che da Mestre portava merci e persone a Cannaregio, passando per Mergaria. Si ricorda che il Canale di Cannaregio si chiamava un tempo Canale di Mestre. Il Carro di Marghera Nel 1462 venne realizzato nei pressi del borgo un argine che impediva all’acqua del Canal Salso di mescolarsi con l’acqua della laguna. Venezia aveva osservato che quando queste due acque a diversa salinità si univano davano origine a un ambiente ideale per la formazione di canneti e altre piante che ostacolavano la navigazione. La realizzazione di questo argine ebbe diverse conseguenze per il borgo. Le barche dirette alla laguna erano costrette ad aggirare l’ostacolo mediante un argano che le sollevava e le ricollocava in acqua, aumentando i costi di trasporto verso e da Venezia. Questo meccanismo prese il nome di “Carro di Marghera”; secondo la tradizione fu realizzato dal chioggiotto Angelo Sambo. L’aumento dei costi causò un crollo del traffico sulla Fossa Gradeniga e una grave crisi economica per il borgo. Un’ulteriore conseguenza fu che molti mercanti e viaggiatori preferivano proseguire verso la laguna in carrozza lungo la Via delle Motte, sottraendo lavoro e reddito ai residenti locali. Per consentire alle carrozze di raggiungere il Borgo di Margera fu eretto nel 1502 un ponte in legno, poi ricostruito in mattoni nel 1589. Sotto il ponte scorreva un ramo del Marzenego diretto verso Fusina; all’epoca le acque del fiume confluivano sia nella Fossa Nova, poi detta Osellino e scavata nel 1507, sia in questo ramo secondario. Nonostante i danni e i problemi causati dal Carro, ci vollero oltre 150 anni per farlo demolire (1615) e riaprire il canale alla laguna, facendo tornare a fiorire l’economia del Borgo di Mergaria. Pochi anni dopo fu anche chiuso il ramo del Marzenego che passava sotto il ponte di Mergaria, lasciando che tutte le acque del fiume fossero convogliate nella Cava Nova. La trasformazione dopo il 12 maggio 1797 Dopo la conquista di Venezia da parte di Napoleone, il Trattato di Campoformio (17 ottobre 1797) assegnò Venezia all’Austria. Gli austriaci decisero di realizzare in quest’area delle fortificazioni, embrione di quello che sarebbe diventato Forte Marghera, con lo scopo di difendere la città lagunare da eventuali attacchi provenienti dalla terraferma. La posizione era strategica: di fronte al Canale di San Secondo, in ottima posizione rispetto a Cannaregio, poteva difendere questo tratto di laguna dall’arrivo di eventuali nemici sia via acqua che via terra. Per realizzare ciò, gli austriaci dapprima utilizzarono la chiesa del Santissimo Salvatore come caserma, poi adibendo gli edifici più grandi a caserme o magazzini. Alcuni furono riservati agli ufficiali, mentre altri, ritenuti inutili, furono demoliti. L’area subì uno stravolgimento tale da renderla irriconoscibile, e con il tempo si perse gran parte della memoria dell’antico borgo di Mergaria. Il Borgo di Margera in alcune cartine Particolare della carta del 1692 con la chiesa e il ponte di Margera (Archivio di Stato di Venezia) Chiesa di Malgera. Particolare Mappa Domenico Contino. 2 Marzo 1654 Il borgo di Malgera. Particolare della mappa di Domenico Margutti. 29 Marzo 1691 Cartografia del 1520 circa. Borgo di Marghera con la torre e l’isola di San Zulian (Archivio di Stato di Venezia) Mappa di Tommaso Scalfuroto del 1779, l’antico borgo di Marghera (Archivio di Stato di Venezia) Borgo di Marghera nel disegno di G. Patron del 1781 (Archivio di Stato di Venezia) Il Carro di Fusina, che doveva essere simile al carro di Mergaria Carro di Lizza-Fusina (Zaffosina). La pedana su cui veniva spostata la barca Bibliografia Foffano, Redi; Lugato, Dario. Da Margera a Forte Marghera, Edizioni Multigraf. Voce Marghera su Wikipedia. Pellizzer, Lionello. Storia di Marghera. L’antico Borgo di Marghera. Dorigo, Wladimiro. Venezia origini, Milano, Electa, 1983. Pellegrini, Giovan Battista. Toponomastica italiana, Milano, Hoepli, 1990, p. 393. Statuta provisionesque ducales civitatis Tarvisii, Venezia, 1768, p. 91. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Guglielmo Pepe
Guglielmo Pepe | Discovery Mestre Guglielmo Pepe Il generale napoletano che guidò la difesa di Venezia Guglielmo Pepe (Squillace, 13 febbraio 1783 – Torino, 8 agosto 1855) fu un patriota e generale dell’esercito del Regno delle Due Sicilie, fratello del generale Florestano Pepe. L’esilio e il ritorno Dopo la sconfitta della rivoluzione costituzionale napoletana, nel marzo 1821, Pepe fuggì all’estero: Barcellona, Madrid, il Portogallo, poi Londra e, dal 1832, Parigi, dove frequentò gli ambienti liberali di tutta Europa. Rimase in esilio quasi trent’anni. Nel marzo 1848, dopo la concessione della costituzione a Napoli, rientrò grazie all’amnistia per i reati politici, e l’8 aprile Ferdinando II lo nominò comandante in capo del corpo di spedizione inviato in Alta Italia a fianco del Piemonte contro l’Austria. Da Napoli a Venezia Dopo la repressione dei moti del 15 maggio 1848 a Napoli, il nuovo governo ordinò alle truppe di rientrare. La maggior parte dei soldati obbedì, ma Pepe no: passò il Po con alcuni reparti e con battaglioni di volontari di vari Stati italiani, circa duemila uomini, e il 13 giugno 1848 raggiunse Venezia. Tra gli ufficiali napoletani che come lui scelsero Venezia c’erano quelli che avrebbero dato il nome ai forti del Campo Trincerato: Cosenz, Mezzacapo, Rossarol, Poerio. Daniele Manin gli affidò il comando delle truppe di terra della Repubblica di San Marco. Fu Pepe a ordinare la Sortita di Mestre del 27 ottobre 1848, senza parteciparvi di persona: le colonne uscite da Forte Marghera e dalle lagune riconquistarono Mestre, ma non la tennero, e nei combattimenti fu ferito a morte Alessandro Poerio. Durante l’assedio del 1849, dopo la sconfitta piemontese di Novara, crebbero i contrasti tra Pepe e il governo veneziano sulla strategia di difesa. Gli ultimi anni Dopo la resa di Venezia, nell’agosto 1849, andò a Corfù, poi a Genova, e nel novembre 1849 tornò a Parigi. Nel 1850 sposò Mary Ann Coventry, vedova dell’orientalista John Borthwick Gilchrist. Lasciò la Francia nel dicembre 1851, con il colpo di Stato di Luigi Napoleone, e visse tra Nizza e Genova prima di stabilirsi a Torino, dove morì nel 1855. Scrisse tra l’altro le Memorie del generale Guglielmo Pepe intorno alla sua vita e ai recenti casi d’Italia. A Mestre gli sono dedicati la via che porta a Piazza XXVII Ottobre e Forte Pepe, a Ca’ Noghera. Galleria Fotografica Ritratto di Guglielmo Pepe La lapide di Mestre che ricorda i volontari di Pepe nella Sortita del 27 ottobre 1848: «Su questo ponte più ostinata lotta sostennero» Il decreto di nomina a firma Daniele Manin La Battaglia della Campana (1848) Al generale Pepe è dedicata la via che costeggia Via Forte Marghera e porta in Piazza XXVII Ottobre Bibliografia Voce Guglielmo Pepe nel Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani. Discovery Mestre, La Sortita di Mestre del 27 ottobre 1848. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.