Mestre Medioevale
Mestre nel Medioevo
Mestre conserva tracce significative della sua storia medievale: i resti delle mura del castello, la Torre Belfredo, le chiese antiche e la trama urbana del centro storico raccontano una città che affonda le radici nel Medioevo. Un passato stratificato e spesso invisibile, che raccontiamo attraverso i nostri articoli.
La Chiesa di San Lorenzo (Prima del Duomo)
La chiesa di San Lorenzo | Discovery Mestre La chiesa di San Lorenzo La prima chiesa del Borgo di San Lorenzo prima del Duomo La chiesa di San Lorenzo La Chiesa di San Lorenzo Levita Martire affonda le sue radici in un periodo anteriore al XII secolo, pur mancando tracce documentarie certe. Alla sua presenza si deve il nome del borgo cresciuto esternamente al Castelvecchio prima e al Castelnuovo poi. La popolazione residente all’interno della prima fortificazione, il Castelvecchio mestrino, raggiungeva la chiesa tramite una strada raffigurata in molte mappe antiche. Tale via ha lasciato spazio oggi a Via Antonio da Mestre, Via Ospedale Umberto I e, in parte, al tracciato che precedette Via Cesare Battisti (realizzata all’inizio del Novecento). Dopo la costruzione del Castelnuovo, la chiesa conservò il suo ruolo centrale, riconosciuto come chiesa arcipretale. L’edificio in questione non era l’attuale Duomo neoclassico (costruito tra il 1781 e il 1805 su progetto di Bernardino Maccaruzzi), bensì l’antica chiesa situata nel cuore di Mestre, che per circa sei o sette secoli accolse gli abitanti del borgo. Il testo preso in esame è redatto da Bonaventura Barcella, autore tra l’altro di Notizie storiche del castello di Mestre dalla sua origine all’anno 1832 e del suo territorio, in cui riportò ed elaborò, senza indicarne la paternità, le ricerche di Giovanni Battista Manocchi. Dignità istituzionale: arcipretura e collegiata La chiesa di San Lorenzo mantenne un ruolo centrale nella Diocesi di Treviso sin dal Medioevo, quando questa era divisa in quattro arcipreture principali: Mestre, Cornuda, Castelfranco e Quinto (XIV secolo). Mestre era una delle “matrici”, con giurisdizione su undici pievi, tra cui Favero (e Terzo), Maerne (S. Pietro in cattedra), Canizzano (S. Elisabetta), Martellago (S. Stefano) e Chirignago (citata all’epoca come Chierignago). Già nel 1292 gli atti attestano che i pievani di San Lorenzo esercitavano funzioni di vicari foranei, cioè pubblicavano atti solenni per conto del vescovo (comunicazioni ufficiali e decreti ecclesiastici superiori). Inoltre coordinavano e supervisionavano il clero locale, assicurando l’esecuzione delle disposizioni vescovili. Va sottolineato che la chiesa possedeva fin dall’età più remota il titolo onorifico di collegiata, che presupponeva un collegio canonico stabile, in questo caso di arciprete, per l’officio divino. Tale titolo fu solennemente rinnovato e riconosciuto dal vescovo Paolo Francesco Giustiniani con decreto del 26 settembre 1777, che ne sottolineava l’antica qualifica di capoluogo di una delle quattro arcipreture diocesane e la presenza di un clero collegiale residente. Il Senato Veneto ratificò il provvedimento il 29 maggio 1779, autorizzando l’uso delle onorificenze delle collegiate veneziane, tra cui la zanfarda (vesti e calze violacee) per il clero. Evoluzione architettonica dell’antica chiesa L’antica chiesa sorgeva fuori dalle mura del Castello di Mestre, nel Borgo di San Lorenzo (che prese il nome da essa), esattamente nello stesso luogo dell’edificio attuale. Un documento notarile del 1192 riporta, fra l’altro, la dicitura «Actum sub porticu Ecclesiae S. Laurentii de Mestre», dalla quale si deduce che già in quell’epoca esisteva la chiesa intitolata a San Lorenzo e che davanti ad essa era stato realizzato un portico esterno che fungeva da tribunale e da ufficio pubblico dove si rogavano atti giudiziari e notarili. La chiesa ha convissuto per secoli con la vicina Scoletta dei Battuti (oggi Istituto di Cultura Laurentianum), confraternita giunta a Mestre nel 1302. La vita spirituale dei confratelli era guidata dalle regole scritte nella loro Matricola e aveva la Beata Vergine Maria come protettrice principale, seguita per importanza da San Lorenzo, definito “protettore e difensore” della Scuola (fonte: Bonaventura Barcella). Questo legame devozionale influenzò l’identità della comunità: nel 1656 San Lorenzo fu ufficialmente riconosciuto in atti pubblici come patrono principale della Terra di Mestre. Sappiamo che la chiesa dell’ospedale dei Battuti fu eretta ad oratorio il 5 agosto 1676 dall’arciprete Giacomo Porri, che vi celebrò messa. Si suppone inoltre che nei secoli passati la Chiesa di San Lorenzo fosse usata in talune occasioni come chiesa per le funzioni dei Battuti e di altre scuole mestrine. Il rifacimento del 1446 segnò un momento di profonda trasformazione per l’antico edificio medievale, rappresentando un chiaro tentativo di adeguare la struttura alle crescenti necessità della comunità di Mestre. In quell’anno la chiesa venne riprogettata acquisendo una pianta a tre navate, un’evoluzione architettonica resa possibile dall’intervento diretto del Consiglio della Comunità, che finanziò l’acquisto di otto colonne per sostenerne i nuovi archi. All’interno si trovava un’unica cappella laterale dedicata alla Santissima Croce, eretta per donazione della famiglia Dalla Croce (come attesta il testamento di Maria Dalla Croce del 1593, che la definiva «dei suoi antenati»). La famiglia ne curò l’arredo commissionando una preziosa tela di Rocco Marconi, inserendola in un contesto artistico veneziano di grande rilievo. Dell’opera si sono perse le tracce dopo la demolizione della chiesa, già ignote al Barcella nel 1855. Nella seconda metà del XVIII secolo, a causa dell’incremento demografico, l’antico edificio divenne insufficiente, degradato e angusto. Nel 1770, giudicata vetusta e rovinosa, il Consiglio dei Cittadini ne decretò la demolizione per erigere un nuovo tempio a navata unica, progettato da Bernardino Maccaruzzi. I lavori iniziarono nel 1781; la vecchia struttura fu abbattuta nel 1792 e il nuovo edificio neoclassico fu completato nel 1805. Un cimitero in stato di abbandono al campanile che sopravvisse Da una perizia di Tommaso Scalfarotto datata 16 marzo 1772 sappiamo che il cimitero si estendeva attorno alla chiesa, in particolare sul lato nord-ovest, sul fronte dell’edificio e sul lato sud-ovest, dove confinava direttamente con la Scoletta dei Battuti. La perizia, redatta proprio mentre si decideva la costruzione del nuovo Duomo, fu consegnata ai Provveditori alla Sanità. In essa il cimitero appariva insalubre: le mura di recinzione erano crollate e al suo interno vagavano maiali che, nella ricerca di radici e cibo, arrivavano a disseppellire i resti dei defunti. Scalfarotto chiedeva non solo il ripristino del decoro, ma il trasferimento in una sede più idonea. Cinque giorni dopo, i provveditori sollecitarono il provveditore di Mestre a intervenire immediatamente. Prima di Napoleone quasi tutte le chiese veneziane e dell’entroterra avevano piccoli cimiteri attigui all’edificio religioso; questo valeva anche per San Rocco e San Girolamo. Napoleone impose sepolture isolate e distanti dalle abitazioni in quanto tale pratica era insalubre. A Mestre un nuovo cimitero venne progettato da Giobatta Manocchi il 26 ottobre 1811. Il nuovo cimitero di Mestre fu realizzato nell’arco di decenni e il monumentale prese forma molto dopo. Nel 1855 Bonaventura Barcella registra ancora un’area cimiteriale presso il Duomo; parte dell’area occupata dall’antico cimitero servì infatti a ospitare l’edificio neoclassico, più ampio del precedente. Elemento di continuità tra antico e nuovo è il campanile, che non seguì la sorte della sua chiesa e possiamo ancora ammirarlo esattamente come facevano cinque secoli fa. Esso fu infatti realizzato nel 1515 ed è costituito da una torre solida, semplice ed elevata, con linee essenziali. Prosopografia dei parroci e arcipreti La serie dei parroci è documentata a partire dal 1232 con Enrico, primo nome attestato. Bonaventura Barcella compilò un elenco completo fino al 1832 (poi esteso al 1855), testimoniando l’evoluzione della guida spirituale e il legame tra clero e comunità mestrina. Tra le figure più rilevanti prima della demolizione del 1792 si ricordano: Enrico (1232): citato in un atto vescovile per l’istituzione di canonicati a Treviso. Jacopo (1292): incaricato dal vescovo di Treviso di pubblicare scomuniche, con funzioni simili a quelle degli odierni vicari foranei. Matteo dalla Strada (1429): sacerdote e notaio. Jacopo de’ Spini (1464): sacerdote veneziano eletto dalla Comunità di Mestre. Pietro Basso (1469): notaio, rogò testamenti per cittadini locali. Nicolò de’ Crescenzi (1477): insigne Dottore dei Decreti. Girolamo Fior (1540): menzionato in atti testamentari fino al 1547. Andrea Trevisan (1546-1574): canonico di Treviso, resse la parrocchia come commendatario risiedendo fuori città, nonostante le proteste dei cittadini; alla morte lasciò un capitale per due mansionerie. Camillo Trevisan (1578): canonico residente a Treviso; la cittadinanza insistette per la sua residenza in loco. Valentino Manetti (1586): originario di Tivoli. Antonio Caresini detto Massa (1600-1604): di famiglia cittadinesca, forse ex militare; morì a 29 anni. Flaminio Trevisan (1605). Fabio Andreoni (1606). Fiorino Onigo (1607): nobile trevigiano, autore di componimenti latini tra cui un Carme eroico. Francesco Porri (1609). Tommaso Tommasetti (1612-1621): illustre giurista, Dottore in ambedue le leggi; autore del manuale Flores Legum, con tredici edizioni europee. Girolamo Barbieri (1622-1637): resse la parrocchia fino alla rinuncia poco prima della morte. Giacomo Porri (1637-1680): cittadino mestrino, arricchì la chiesa di reliquie romane e istituì il suffragio dei morti; sotto il suo mandato fu inaugurato l’oratorio della Salute (1676). Alfonso Porri (1680-1703): nipote di Giacomo, morì a 60 anni. Lodovico Pamio (1703-1708). Andrea Sansoni (1708-1729): già parroco a Canizzano, pastore esemplare; lasciò legati preziosi alla Scuola del Santissimo Sacramento. Giovanni Antonio Zuliani (1729-1770): membro del Consiglio Civico, donò una reliquia della SS. Croce; guidò la parrocchia per oltre quarant’anni. Giacomo Albrizzi (1770-1800): Dottore in Teologia e noto predicatore; sotto la sua guida la chiesa ottenne il rinnovo del titolo di collegiata (1777) e iniziò la ricostruzione (1781); ospitò Papa Pio VI nel 1782. Galleria Immagini Schizzo della parte meridionale di Piazza Maggiore. Tommaso Scalfarotto, 21 marzo 1772 Savi ed Esecutori delle Acque Catastico (Particolare). Questa mappa del 1781 è di poco antecedente alla demolizione Savi ed esecutori delle Acque Serie Diversi Bibliografia “Della chiesa arcipretale e collegiata di S. Lorenzo Levita Martire di Mestre e dei Parrochi che la ressero dal secolo XIII sino al presente, Cenni Storici”. Scritti di Bonaventura Barcella e altri autori (pubblicato nel 1855 dalla Fabbriceria e dai Priori della Confraternita del Santissimo Sacramento in occasione dell’ingresso dell’Arciprete Paolo Colferai). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio
La terra di Mestre: mille anni di storia nell’area del Castelvecchio | Discovery Mestre Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio Dal Castelvecchio all’Ospedale Umberto I Genesi e importanza strategica del Castelvecchio La storia del sito che oggi ospita il complesso dell’ex ospedale Umberto I di Mestre rappresenta una narrazione millenaria di trasformazioni urbanistiche, militari e sociali che definiscono l’identità profonda della città. Sebbene la tradizione storiografica locale, definita spesso come «vulgata», suggerisca che la prima fortificazione sia sorta sulle vestigia di un antico castrum romano, le fonti precisano che tale ipotesi rimane esclusivamente un’ipotesi scientifica non verificata, poiché non sono mai state effettuate rilevazioni archeologiche nell’area in grado di confermare una genesi romana o la presenza di insediamenti di quell’epoca. La documentazione storica certa pone la nascita dell’insediamento nell’anno 994, quando il re di Germania Ottone III, per intercessione dell’arcivescovo di Magonza Willigis, concessò privilegi e terre al conte Rambaldo II di Collalto. Il diploma annovera tra i beni concessi «un manso regale fra Mestre e Paureliano e Brentalo», oltre alla foresta del Montello, ventiquattro mansi nel contado trevigiano e altri possedimenti nel veneziano. Nel 1001 Ottone III concedè inoltre al Vescovo di Treviso il diritto di assegnare al Doge Pietro Orseolo II il privilegio di usare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. In questo periodo arcaico, la città si strutturava attorno alla cosiddetta Isola di San Lorenzo, un lembo di terra dove il potere militare, rappresentato dal primo castello poi denominato Castelvecchio, e quello religioso, identificato nella Pieve di San Lorenzo, costituivano i due poli fondamentali della vita comunitaria. Tale assetto ricevette un’ulteriore legittimazione nel 1152, quando la bolla pontificia Justis fratrum di papa Eugenio III, indirizzata al vescovo di Treviso Bonifacio, elencò e confermò le pertinenze della diocesi trevigiana, tra cui pievi, castelli e porti del territorio mestrino, tra cui verosimilmente il sito del Castelvecchio. La conformazione di questo primo nucleo difensivo è deducibile dall’analisi della cartografia storica, che evidenzia i segni degli antichi alvei del fossato alimentato dal fiume Marzenego. Questo sistema idraulico circondava l’abitato, sfruttando la naturale protezione offerta dal fiume a nord e dal percorso originario dell’antico Musone a sud. Le difese si evolsero nel tempo, passando da una primitiva palizzata lignea a una muraglia in pietra rafforzata da torri e porte munite di ponti, note come battifredo. Queste torri, originariamente realizzate in legno e ricostruite in pietra nel XIV secolo per resistere alle nuove macchine d’assedio, fungevano da punti di avvistamento e difesa dell’ingresso cittadino. All’interno di questo perimetro risiedeva il Capitano, un funzionario di nomina trevigiana incaricato della difesa militare e della supervisione economica del territorio. Il Capitano gestiva la riscossione della muda, una gabella riscossa sul transito di merci e persone che garantiva entrate cospicue ai governanti, poiché Mestre costituiva l’unico punto di raccordo terrestre obbligato tra la laguna veneziana e l’entroterra. Il declino militare e la transizione agraria L’importanza strategica del Castelvecchio lo rese oggetto di frequenti attacchi da parte delle signorie che si contendevano il dominio sul Veneto. La struttura iniziò a mostrare segni di decadenza già nel XIII secolo, quando non era più all’altezza delle nuove tecniche belliche. Un evento di particolare gravità si verificò nel 1274, quando un vasto incendio distrusse gran parte della fortificazione e la residenza del patrizio veneziano Tommaso Querini. Tale episodio innescò una crisi diplomatica tra Venezia e Treviso, con quest’ultima che rispose alle richieste di risarcimento espellendo tutti i cittadini veneziani dal proprio territorio. Con la successiva costruzione del Castelnuovo, l’antica fortezza del Castelvecchio perse progressivamente la sua funzione primaria, venendo trascurata dalla Repubblica di Venezia dopo la conquista guidata da Andrea Morosini il 29 settembre 1337. La vulnerabilità del sito emerse nuovamente durante la Guerra di Chioggia (1378-1381), quando Francesco da Carrara espresse la volontà di conquistare entrambi i castelli mestrini. Proprio da questo periodo storico alcuni fanno derivare i due soprannomi «Castelvecchio» e «Castelnuovo» ancora oggi in uso. La fine definitiva della fase castrense giunse nel 1434, quando le autorità veneziane decretarono la demolizione delle mura e il riutilizzo dei laterizi per nuove edificazioni cittadine. L’area interna fu destinata prevalentemente alla coltivazione agricola e affidata inizialmente al nobile Andrea da Mosto. In questo periodo si registrava ancora la presenza di una struttura signorile denominata Domus Magna e di alcune piccole abitazioni rurali, segnando il passaggio da centro di potere militare a zona di sfruttamento agricolo. L’epoca dei Canonici e l’Abbazia di San Giacomo Una nuova e significativa trasformazione ebbe inizio nel 1453, quando l’area del Castelvecchio appariva ormai ridotta a mura ed edifici abbandonati. Il 13 agosto 1453, il Doge Francesco Foscari indirizza una lettera al Podestà di Mestre chiedendo di concedere la struttura ai Canonici Regolari di San Salvador affinché vi edificassero un «recapito» per le loro faccende amministrative. Nacque così il Priorato di San Giacomo, la cui chiesa fu dedicata all’apostolo poiché si credeva custodisse una reliquia delle sue ossa. Questo insediamento religioso divenne un punto di riferimento non solo spirituale ma anche economico, poiché da qui il Priore poteva controllare le vaste proprietà dei canonici site nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban. La ricchezza derivante da queste proprietà consentì all’ordine persino di acquistare l’osteria del Cappello. Il prestigio dell’istituzione raggiunse il suo apice nel 1728 grazie all’iniziativa di Giovanni Santo Foscarini, priore di Mestre e cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Foscarini, sfruttando la sua influenza e l’amicizia con il Cardinale Francesco Barberini, riuscì a ottenere da Papa Benedetto XIII l’elevazione del priorato a rango di Abbazia il 26 aprile 1728. Tale promozione, compiuta senza il preventivo assenso della Serenissima o dei confratelli di San Salvador, generò tensioni politiche, ma fu infine accettata dal Senato veneziano il 10 settembre 1729. L’esperienza abbaziale fu legata quasi esclusivamente alla figura di Foscarini, che rimase l’unico a ricoprire il ruolo di Abate prima di essere nominato Arcivescovo di Corfù nel 1732. Attività produttive e insediamenti nobiliari Parallelamente alla vita religiosa del priorato, l’area del Castelvecchio mantenne per secoli una spiccata vocazione produttiva legata alla forza idraulica del fiume Marzenego. Lungo il Ramo delle Beccaria sorgeva il Molino del Castelvecchio, una struttura essenziale per la molitura del grano e l’economia locale. Nel 1584, il patrizio Fedrigo Contarini tentò di ricostruire il mulino, all’epoca ridotto a rudere, proponendo di innalzare il salto d’acqua (l’antipetto) a due piedi e sei once per aumentare la potenza idraulica. I periti della Repubblica di Venezia, Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo del 22 gennaio 1584, si opposero fermamente: temevano che l’innalzamento del livello idrico avrebbe favorito il trasporto di sedimenti verso la laguna, minacciandone l’equilibrio idraulico strategico. La richiesta fu respinta e il mulino non risorse mai più. Nello stesso periodo, l’area divenne meta di villeggiatura per la nobiltà veneziana. Tra le residenze più celebri vi era la Villa degli Zen, del Ramo di San Biagio, situata lungo il Marzenego nelle vicinanze del castello, con quattro torri angolari che avrebbero dato origine al toponimo «Quattro Cantoni». Nel 1785, la proprietà degli Zen fu ceduta a privati per essere trasformata in un’osteria e campi coltivati, collegata all’Abbazia di San Giacomo da un ponte. La villa fu demolita nel 1818; sul sito sorse poi il casino di villeggiatura di Alba Corner Balbi, noto come Villa Bandiera, distrutto nel XX secolo per il quartiere San Paolo. La nascita della sanità pubblica e il lascito di Piero Berna Per tutto il XIX secolo, Mestre rimase priva di una struttura ospedaliera propria, costringendo i malati meno abbienti a trasferirsi a Venezia per ricevere cure presso l’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. La svolta avvenne all’inizio del Novecento grazie alla determinazione del sindaco Jacopo Rossi, che istituì un comitato raccogliendo 50.000 lire per la costruzione di un nosocomio cittadino. L’opera fu resa possibile dallo straordinario gesto filantropico di Piero Berna, che acquistò personalmente i terreni della famiglia Tozzi per 40.000 lire e li donò gratuitamente al Comune. Berna dovette farsi carico della presidenza dell’Opera Pia dopo il tragico suicidio del Conte Rossi nel 1904, causato da infondate accuse di malversazione. La costruzione fu affidata all’ingegnere Eugenio Mogno, che completò il primo padiglione con 32 posti letto e una sala operatoria. L’inaugurazione avvenne il 16 aprile 1906. Nel 1908, la maestra Maria Berna donò 20.000 lire per una chiesetta neogotica progettata da Giorgio Francesconi, oggi sede della comunità ortodossa. Sviluppo dei padiglioni e impatto sociale Negli anni successivi l’ospedale si espanse grazie a lasciti di privati come Elvira Tozzi Favier, Marini Missara e Zancanaro. Un contributo fondamentale giunse dall’imprenditore Cesare Cecchini, il quale lasciò in eredità 100.000 lire per ospitare gratuitamente anziani soli e indigenti nei cento giorni invernali. Il secondo padiglione, completato nel 1915 lungo via Antonio da Mestre, fu intitolato a Cecchini. Nel 1922 vi fu collocato un moderno impianto di radiologia. L’ultima grande aggiunta storica fu il terzo padiglione, inaugurato nel 1935 lungo il Ramo della Beccaria e intitolato al dottor De Zottis, nato come sanatorio per la tubercolosi. Il 17 aprile 1925, il sindaco e primario Paolino Piovesana propose di spostare l’Umberto I vicino a Borgo Pezzana, ma la proposta fu bocciata dal consiglio comunale con 23 voti contrari. Dalla modernizzazione alla chiusura definitiva La seconda metà del Novecento ha visto l’ospedale Umberto I trasformarsi ulteriormente per adattarsi alla crescita demografica di Mestre. L’area è stata saturata con grandi monoblocchi inaugurati nel 1962, 1966 e 2003. Quest’ultima espansione, costata venti milioni di euro, rappresentò l’ultimo investimento significativo prima del trasferimento programmato. La parabola secolare dell’Umberto I si è conclusa nel giugno 2008, con il trasferimento di tutti i reparti presso l’Ospedale all’Angelo di Zelarino. La chiusura del Pronto Soccorso il 14 giugno 2008 ha segnato la fine di 102 anni di storia sanitaria ininterrotta. Oggi, l’area del Castelvecchio rimane in attesa di una riqualificazione che restituisca dignità a un luogo carico di memoria. Sopravvive intatto solo il Ponte del Castelvecchio sul Ramo delle Muneghe, l’ultimo legame tangibile con il passato millenario della città. Galleria immagini L’area dell’Ex Umberto I: oltre 1000 anni di storia stratificata La posizione del Castelvecchio, mappa del cap. Augusto Denaix del 1811 Il ponte del Castelvecchio oggi La Torre Belfredo: un esempio di battifredo a Mestre Mappa di Francesco Fiorini (15 luglio 1668): si vede Villa Zen, omessa l’area della Chiesa di San Giacomo Inaugurazione dell’ospedale Umberto I nel 1906 Il Padiglione Cecchini lungo Via Antonio da Mestre Il padiglione realizzato negli anni Sessanta Situazione attuale dell’area Ex Umberto I Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Brunello, Luigi. Mestre – Antiche Mappe, Centro Studi Storici di Mestre. Cosmai, Franca; Barizza, Sergio (a cura di). Mestre la storia, le fonti. Gusso, Adriana. Mestre – Le radici di identità di una Città. Sbrogiò, Marco. I Castelli di Mestre e l’antica Struttura urbana. Stocchero, Ilva. Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso, Centro Studi Storici di Mestre. Zoccoletto, Giorgio. Il priorato di Mestre Eretto in Abbazia, Centro Studi Storici di Mestre. Zoccoletto, Giorgio. Un terrenzello ai Quattro Cantoni, Centro Studi Storici di Mestre. Il Marzenego – Vivere il fiume e il suo territorio. ACOMAI Studio associato. Progetto di rigenerazione urbana denominato «Castelvecchio» area dell’ex Ospedale Umberto I Mestre – Venezia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Storia del prestito ebraico fra Mestre e Venezia (cenni)
Storia della presenza ebraica a Mestre | Discovery Mestre Storia della presenza ebraica a Mestre Il prestito di denaro e la funzione dei banchi Testimonianza da “Il Pecorone” di Ser. Giovanni Fiorentino “è perch’egli mancavano dieci mil ducati, andò a un Giudeo a Mestri, e accattogli con questi patti e condizioni, ec.” Da “Il Pecorone” di Ser. Giovanni Fiorentino del 1378, citato da Francesco Scipione Fapanni. I banchi di prestito a Mestre Nel 1254 il Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia proibì l’attività di usura all’interno della città di Venezia da parte dei suoi cittadini, spingendo i foresti, persone da fuori, ad avviare tale attività a Mestre. All’inizio i prestatori di denaro erano per lo più toscani provenienti da Firenze ed avevano una pessima reputazione fra i clienti e le autorità. Secondo il professor Reinhold C. Mueller, docente di Storia Medioevale presso l’università Ca’ Foscari, durante il periodo che va dal 1301 al 1370 non vi è menzione circa prestatori di denaro ebrei siti a Mestre. L’avvento della terza Guerra con Genova, (1350 – 1355), fu il motivo che spinse la Serenissima a cambiare idea e a permettere che il prestito manifesto all’interno del suo territorio tornasse ad essere lecito. I tassi di interesse che i vari banchi potevano attuare dovevano essere approvati dal governo e si rivelarono altissimi. Il governo della Serenissima definì un range di interesse che andava dal 25 al 40% nella città lagunare, mentre nell’entroterra il tasso risultava molto più basso e andava dal 10 al 12%. Mueller ricorda due episodi che coinvolsero i prestatori toscani. Nel 1363 alla famiglia toscana Lisca era proibito l’attività di prestito a Mestre e nei dintorni. Mentre nel 1365 il Governatore del monastero veneziano dei Cavalieri Teutonici Johannes Roliger portò a Mestre in pegno al feneratore fiorentino Bartolo gli arredi sacri e altri beni del monastero stesso, svuotandolo di molti beni e generando grave scandalo. In un documento del 1366 prodotto dal Maggior Consiglio veniva chiesto al Podestà di Mestre di negoziare con i prestatori presenti nel borgo una somma di 40.500 ducati d’oro. Questo, secondo Mueller, viene spesso indicato come il primo documento che riporti la presenza di prestatori ebrei a Mestre. Tale somma doveva essere restituita al tasso di interesse del 20 – 25%. Secondo il sito Italia Judaica, Venezia, superando la propria riluttanza, si accordò con i prestatori ebrei mestrini per l’apertura di tre banchi, esigendo un canone che ammontava di 4.000 ducati annui, elevato, poi, gradatamente, a 8.000. L’interesse che era loro concesso di attuare sui sodi prestati fu inizialmente fissato al 4%, per poi essere alzato all’8% e al 10%, rispettivamente su pegno e senza pegno. Il governo veneziano stabilì, inoltre, che, in cambio di adeguate garanzie, i banchi non potevano rifiutare a nessun richiedente un prestito, per l’ammontare massimo di 30 ducati. Si deve tenere presente che il prestito per gli ebrei era uno dei pochi modi che possedevano per reinvestire i propri capitali in quanto non era permesso loro l’acquisto di una dimora e spesso neppure di risiedere a livello ufficiale nelle città. Inoltre l’interpretazione di alcuni versi della Bibbia, ad esempio il Deutoronomio 23:20-21, mettevano in cattiva luce qualsiasi persona che intraprendesse tale attività. Si pensi alle prediche di Sant’Antonio da Padova e di altri Santi cristiani che indicavano nei possessori dei banchi dei grandi peccatori. Anche se all’epoca a Padova svolgevano tale lavoro per lo più cristiani come gli Scrovegni. (Quando nel 1337 Mestre passò sotto il dominio veneziano gli ebrei rimasero in città e continuarono la loro attività di prestito presso i tre banchi a cui era concesso dalla Serenissima di operare. Ovviamente gli ebrei presenti a Mestre non svolgevano esclusivamente l’attività di “bancari”, alcuni di loro si specializzarono nella pelletteria, alcuni divennero scrivani, altri medici.) Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Mestre – Il 24° (Francesco Scipione Fapanni – Centro Studi Storici di Mestre) Sito Italia Judaica Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La Torre di Mestre
La Torre di Mestre | Discovery Mestre La Torre di Mestre La storia del simbolo della città Ritenuta da tutti i mestrini il simbolo per eccellenza della città, la Torre dell’Orologio è una delle due torri rimaste ancora in piedi del Castelnuovo, la fortificazione realizzata a partire dal XII secolo attorno all’area compresa tra Via Palazzo, Via Caneve e Via Torre Belfredo. L’altra torre superstite è la Torre Moza, che si trova in Via Spalti, mentre nel parchetto di Via Torre Belfredo si possono ammirare un piccolo torresino e tratti delle antiche mura del castello. La Torre non ha mai avuto l’aspetto attuale fin dalle origini: nel corso dei secoli è stata più volte modificata e adattata alle esigenze dei signori e dei governanti che si sono succeduti a Mestre. Le origini: la casaforte dei Collalto Le prime testimonianze risalgono al XII secolo. La torre venne eretta nell’anno 1108 vicino all’attuale Piazza Ferretto. La sua collocazione non fu casuale: sorgeva infatti non lontano dal corso antico del Marzenego, l’attuale Ramo delle Beccarie, e non distante dal ponte che permetteva di entrare nel Borgo di San Lorenzo. La posizione strategica permetteva alla famiglia Collalto di controllare le merci provenienti da Venezia e dirette verso il territorio trevisano, che essi governavano. Oltre alla casa-torre, i Collalto realizzarono un magazzino-ponte usato come dogana sopra il Marzenego (edificio ancora esistente e visibile da Riviera Magellano) e un piccolo porticciolo, pare esclusivamente usato da loro, secondo quanto riportato dal Professor Papaccio. In origine la casaforte dei Collalto era una costruzione autonoma, non collegata ad altri edifici e si presume più bassa. Già a partire dal XIII secolo risulta collegata alla vicina torre di Ca’ da Musto, dando vita a un primo nucleo, ridotto, del castello. Questa prima versione del castello era più piccola rispetto a quella documentata dalle mappe del XVI secolo e proteggeva il centro del Borgo di Mestre. La conquista veneziana e il fortilizio Vi è una data che fa da spartiacque per la storia mestrina ed è il 29 settembre 1337. In questa data Andrea Morosini, con uno stratagemma, strappò il controllo del castello ai Della Scala, la signoria veronese che aveva conquistato Mestre, proiettando così Venezia verso l’entroterra. Non ci è dato sapere quanto si estendessero le mura del castello all’epoca, ma sappiamo che la Serenissima apportò modifiche alla struttura del castello. L’intervento da parte della Serenissima più importante e documentato fu realizzato a seguito della Guerra di Chioggia (1378-1381), durante la quale la struttura del castello fu messa a dura prova. Nel 1382 la Repubblica rafforzò la Torre e creò attorno ad essa un “fortilizio” formato da quattro mura che collegavano la Torre di San Lorenzo con la Torre di Ca’ da Musto e un terzo torresino situato dietro alla torre principale. Questo fortilizio aveva lo scopo di aumentare la resistenza contro eventuali attacchi nemici. Chiunque volesse entrare nel castello doveva ormai attraversare questa nuova struttura difensiva, dotata di due ponti levatoi. L’ingresso originario della torre fu murato e sostituito da un nuovo accesso. L’intero fortilizio venne circondato da un fossato alimentato dalle acque del Marzenego. All’interno trovavano alloggio i militari veneziani e le autorità residenti nel borgo del castello. La Torre dell’Orologio Oggi la conosciamo come Torre dell’Orologio, ma questo elemento fu aggiunto circa quattro secoli dopo la realizzazione della casaforte dei Collalto. Sappiamo dal Barcella che era già presente nel XVI secolo, anche se la data esatta di installazione non è nota. Bonaventura Barcella scrisse: «La torre civica, originariamente parte di un sistema difensivo della città murata che consisteva in ben undici torri e torresini, fin dal 1573 fu corredata di un orologio pubblico e di un “Deputato alla Custodia, e regolazione del medesimo” anche se dalla documentazione attualmente nota non si conoscono i particolari del meccanismo che alimentava l’antico orologio» (Barcella, 1839). Il secondo orologio della Torre, quello che si affaccia sulla piazza, è molto più recente. Dovrebbe essere stato realizzato tra Settecento e Ottocento e subì numerosi interventi durante l’Ottocento a causa dei suoi frequenti malfunzionamenti. Nel 1826 l’ingegner Barbon segnalava in una relazione che l’orologio posto sopra Piazza delle Legne (l’attuale Piazzetta Matter) presentava diverse disfunzioni. In quegli anni Mestre ambiva a rinnovare l’aspetto della torre per renderla simile alla celebre Torre dell’Orologio di Piazza San Marco. Il primo intervento di ristrutturazione riguardò la liberazione della campana dal piccolo “torresino” che la riparava dalle intemperie e che ne attutiva il suono, posto sulla sommità della torre. Successivamente, nel 1827, fu installato un nuovo meccanismo dell’orologio ad opera dell’orologiaio Giovanni Fiorentin di Treviso. Tale intervento non fu definitivo: già nel 1877 l’orologio presentava ulteriori difetti di funzionamento. Intervenne allora l’orologiaio udinese Ceschiutti, che sostituì il meccanismo, introdusse i rintocchi orari e aggiunse l’illuminazione notturna. Una scritta ottocentesca Il Fapanni riporta che nel 1809 il signor Pietro Pasini dipinse sulla torre, sul lato a mezzogiorno, la seguente iscrizione: «Arx Ego Longevae Servabam Munera Pacis, Ast Nqueo Tempus: Vix Sonat Hora Fugit; MDCCCIX.» («Ho conservato a lungo i doni della pace ma non ho tempo: l’ora è appena suonata – 1809»). Durante il restauro del 1878 la scritta dipinta venne cancellata; fu poi trascritta su una pietra collocata su un arco, aggiungendo le date MCVIII (1108) e MDCCCLXXVIII (1878) in numeri romani. Il progetto del 1902 e il suo abbandono Nel 1902, dopo anni di progetti e proposte nate dalle lamentele dei cittadini che faticavano a leggere ore e minuti, l’orologio subì l’apertura ai lati del quadrante verso la piazza di due finestrini poggiati su tamburi ruotanti, illuminati a corrente elettrica. L’idea era di rendere la torre mestrina più funzionale e simile alla celebre Torre dell’Orologio di Piazza San Marco a Venezia. Il nuovo meccanismo accessorio fu proposto e fornito dalla locale ditta Luigi Cercato. Tuttavia mostrò fin dall’inizio un cattivo funzionamento e, nel 1909, su preciso parere dello stesso Francesco Ceschiutti, fu staccato definitivamente e il progetto venne abbandonato. L’aspetto esteriore dell’orologio rimase invariato: i finestrini furono aperti, ma il sistema rotante illuminato non funzionò mai e fu rimosso. Galleria Immagini Osservatorio sulla torre telegrafica a Mestre il 4 maggio 1849 – Franz Adam In questo disegno della Torre, tratto da una mappa di Francesco Antonio Patron del 1796, si nota in cima alla struttura un piccolo “torresino ottagonale” Progetto per la nuova collocazione della campana del 1928 La Torre dell’orologio oggi con l’orologio più recente. Sul quadrante i numeri arabi L’orologio con i numeri romani è il più antico e guarda verso via Palazzo La Torre in un’immagine di inizio novecento Piazza Maggiore 1851 in un’incisione di Francesco Ratti Riproduzione del Prof. Papaccio della nuova fortificazione del 1382 La scultura di Toni Benetton collocata di fronte alla torre: “Trasformazione del cerchio” (1970) Bibliografia Francesco Scipione Fapanni, Mestre – Il 24° (Centro Studi Storici di Mestre). Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea (Il Poligrafo). Marco Sbrogiò, I Castelli e l’antica struttura urbana (Centro Studi Storici di Mestre). Mestre Archeologica. Tracce di identità dal sottosuolo, Redazione: V. Ardizzon, L. Baracco, C. Colautti, E. Cunico. Barcella B., 1839, Notizie storiche del Castello di Mestre dalla sua origine all’anno 1832 e del suo territorio, Poggi editore, Venezia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La presenza ebraica a Mestre (cenni)
La comunità ebraica di Mestre | Discovery Mestre La comunità ebraica di Mestre Sinagoga, scuola e banchi di prestito nel borgo medievale Gli ebrei veneziani nelle parole di Marin Sanudo «Qui, (Mestre), sta molti zudei et à una bella sinagoga; et quivi se inpegna, (prestano denaro in pegno), perché i venitiani non vol hebrei stagi a Veniexia»Itinerario per la Terraferma, 1483 Le origini della presenza ebraica La presenza ebraica nel territorio veneto è documentata già nel IV secolo d.C., nelle iscrizioni del cosiddetto «sepolcreto dei militi» scoperto nel 1872 a Concordia Sagittaria, anteriori al decreto di Onorio del 418 che escludeva gli ebrei dalle milizie imperiali. Mestre, in ebraico מסטרה, entrò nella storia ebraica nel 1298, quando il Senato veneziano nominò cinque Savi per consultarsi sui rimedi contro le usure e in quella sede la colonia ebraica fu relegata in terraferma fuori dal Dogado. Il nome della città, secondo il Gallicciolli, potrebbe discendere dalla romana famiglia Mestria. Sotto la dominazione trevigiana prima e scaligera poi, Mestre fu per gli ebrei un antico nido d’insediamento. Con il passaggio alla Repubblica di Venezia nel 1339 si aprì quella politica ambigua, alternata tra bandi e allettamenti, che avrebbe caratterizzato i due secoli successivi di presenza ebraica in città. Le prime condotte e la sinagoga (1373-1393) Nel 1373 il Senato concesse una «condotta» quinquennale agli ebrei, con l’obbligo di prestare ai poveri, prorogata al 1386. Il prestito del denaro avveniva su pegno, per lo più di arredi sacri, immagini e paramenti, poi venduti all’incanto se non riscattati. Un decreto del 24 settembre 1389 proibì loro questi negozi. Il professor Reinhold Christopher Mueller riporta l’esistenza di una condotta del 1393, stipulata dal Podestà di Mestre e dal consiglio cittadino con l’ebreo Moishe, in cui si stabilisce che tale persona doveva essere trattata come cittadino pari agli altri (tractetum pro cive) e che era concesso di acquistare beni, come ad esempio la carne kasher. Nello stesso documento si legge la richiesta di Moishe di poter acquistare due terreni dove realizzare un cimitero ed edifici da adibire a sinagoga per la comunità. Il professor Mueller ritiene che prima di tale autorizzazione non esistesse ancora una struttura religiosa nel borgo. I luoghi della comunità: la sinagoga, la scuola, le abitazioni La vita della comunità ebraica a Mestre si svolgeva principalmente nell’area di «Cale de Mezo», corrispondente circa alla odierna Calle del Gambero e via Daniele Manin, che collegava via Palazzo con l’area attigua a Torre Belfredo, interna al Castelnuovo. È probabile che alcuni ebrei vivessero proprio qui, oltre che nel Borgo di Santa Maria. La sinagoga era ricavata all’interno di una casa presa in affitto dalla famiglia Tron. Marin Sanudo il Giovane la descrive come «bella» nell’Itinerario per la Terraferma del 1483. Luca, Marco e Marietta Tron riferiscono di aver pagato l’affitto di 50 ducati per tale casa. Renata Segre nel suo «Preludio al Ghetto di Venezia» afferma invece che la sinagoga era sita di fronte al Palazzo del Podestà e data in affitto alla cifra di 20 ducati, il che la colloca quasi al centro del Castelnuovo, vicino alla Provvederia. Come documentano i professori Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani, nell’area circostante la Torre delle Zigogne si concentravano alcune delle funzioni più vitali della Mestre medievale: la macelleria pubblica, le abitazioni della comunità ebraica documentate nel Quattro e Cinquecento, la scuola di San Marco nell’edificio contiguo alla torre nel 1465–79. Un nodo di vita civile e commerciale in cui la comunità ebraica era parte integrante, non marginale. Oltre alla sinagoga, Mestre registrava la presenza di una scuola o yeshiva, e un responsabile della comunità chiamato parnàs, carica elettiva corrispondente circa a un presidente della comunità. Gli ebrei residenti erano per lo più aschenaziti, con legami con le comunità tedesche, in particolare quella di Norimberga. Secondo alcune fonti la famiglia Rapp era tra le più influenti, con un suo membro nella carica di rabbino. Gli ebrei mestrini svolgevano varie attività: tipografi, medici, pellettieri e bancari. L’apice della comunità mestrina (XIV-XV secolo) Nel febbraio 1397 i residenti nella laguna vennero espulsi da Venezia e ritornarono a vivere a Mestre, rafforzando una comunità già strutturata. Secondo il rabbino e storico Ariel Toaff gli ebrei presenti a Mestre erano circa 100 su una popolazione di circa 2.000 abitanti nel XV secolo. Dalla contabilità dell’Ospedale dei Battuti risulta che fra il 1466 e il 1507 vi fossero 28 ebrei che avevano preso in affitto case da questa istituzione; uno di essi era un medico che si prendeva cura dei malati ospiti dell’ospedale. Secondo lo studioso Cecil Roth, nel suo «Storia degli Ebrei in Italia», il borgo ebraico era sito nell’area denominata Piraghetto, anche se tale citazione non trova conferma in altri studi. Dal 1382 al 1397 vi è traccia di banchi di prestito gestiti da ebrei a Venezia stessa, caso rarissimo in quanto l’unica attività connessa ai banchi concessa in laguna era quella di tenere le aste pubbliche per i pegni non riscossi a Rialto. Il periodo compreso tra il 1397 e il 1509 fu con ogni probabilità l’apice della presenza ebraica a Mestre: un secolo abbondante in cui la comunità raggiunse la sua massima strutturazione, con sinagoga, scuola, rabbino e banchi di prestito attivi. I divieti e la fine della comunità (1427-1516) Il 1427 segnò una svolta: fu proibito agli ebrei residenti a Mestre di fare sinagoga in pubblico, di tenere scuole e di avere apprendisti cristiani. Nel corso del Quattrocento furono espulsi anche da Vicenza, Treviso, Belluno, Bergamo, Brescia e dalla riviera di Salò. La situazione precipitò definitivamente nei primi anni del XVI secolo, sia per la presenza a Venezia del predicatore fra Ruffino Lovato da Padova, che chiedeva ai cristiani il saccheggio delle case che ospitavano gli ebrei, sia dopo la sconfitta delle truppe veneziane durante la battaglia di Agnadello del 14 maggio 1509. Le prediche del frate e la tensione della guerra sfociarono nel saccheggio del 31 maggio 1509 a Venezia. La sinagoga di Mestre fu distrutta dagli eserciti della Lega di Cambrai. Racconta il Sanudo che dopo Agnadello gli ebrei scapparono nell’entroterra rifugiandosi in laguna; furono gli emissari del Consiglio dei Dieci a portare al sicuro i tre banchi di prestito presenti nel borgo, non solo per difendere l’attività dei bancari, ma anche i capitali in essi investiti, la cui perdita avrebbe messo in crisi la Repubblica stessa. In questo periodo la presenza ebraica a Venezia si era arricchita di un numero crescente di levantini provenienti dalla Spagna, cacciati dalla regina Isabella e dal re Ferdinando II nell’atto finale della Reconquista. Con l’aumento degli ebrei in città si aprirono dispute nei palazzi del potere veneziano su come comportarsi con un gruppo religioso spesso considerato non integrato nella comunità locale. Con l’istituzione del Ghetto il 16 marzo 1516 gli ebrei lasciarono definitivamente Mestre. La comunità rischiò di essere rimandata in città nel novembre 1519, ma la proposta, sebbene approvata dal Senato, non ebbe seguito. La minaccia si ripeté nel 1537. L’ultima traccia ebraica a Mestre (1583-1594) Il patrizio veneziano Giacomo Bragadin tra il 1583 e il 1594, mentre trasformava l’area del Castelnuovo in quella che sarebbe diventata la villa Tirabosco, affittava alcune casette nell’area a «vivian Hebreo Banchier», prestatore ebreo documentato nella zona, probabilmente per uso di banco. È l’ultima testimonianza documentata della presenza ebraica a Mestre, settant’anni dopo l’istituzione del Ghetto. Quanto rimase dopo il 1516 è ancora in gran parte da ricostruire, e attende ricercatori disposti a interrogare gli archivi con pazienza. Il 1848: sugli spalti di Marghera Con la caduta della Repubblica di Venezia nel 1797 e le successive dominazioni francese e austriaca, la comunità ebraica veneziana attraversò un periodo di profonde trasformazioni civili e politiche. Fu però durante la breve stagione della Repubblica di San Marco del 1848-49 che gli israeliti mostrarono in modo inequivocabile il loro attaccamento all’antica patria. Banchieri, uomini di commercio e di scienza, maestri del diritto, tipografi e mandatari del popolo nelle Assemblee parteciparono attivamente alla vita pubblica della Repubblica. Alcuni combatterono sugli spalti di Marghera, a poca distanza da quella Mestre in cui i loro antenati avevano vissuto per oltre due secoli. Come scrive Achille Bosisio, pur decimati da tanto sterminio nelle persecuzioni successive, operarono con mirabile fermezza e rinnovato fervore alla rinascita delle Comunità superstiti. Galleria immagini Mestre rappresentata in una cartina del 1678 (Savi ed Esecutori alle Acque, Serie diversi n. 26) Bibliografia Achille Bosisio, La Nazione Ebraica tra Venezia e Mestre, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Reinhold C. Mueller, Venezia nel tardo medioevo. Economia e società, Viella Editrice. Renata Segre, Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250-1516. Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Italia Ebraica Reinhold C. Mueller, Venezia nel tardo medioevo. Economia e società, Viella Editrice Renata Segre, Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250-1516 Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, edizioni PM Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La letteratura ebraica a Mestre
La letteratura ebraica a Mestre | Discovery Mestre La letteratura ebraica a Mestre Come Mestre divenne un centro culturale ebraico Religione e testi sacri ebraici a Mestre Come visto la comunità ebraica a Mestre, fra il XIV e il XVI secolo, era una comunità strutturata con un edificio religioso, aveva adibito una casa dei Tron sito nella Calle de Mezo a Sinagoga, una scuola, yeshiva, ed un Rabbino che officiava le funzioni. Oltre a un capo della comunità noto come parnàs. Una struttura che era presente a Mestre ma a cui faceva riferimento anche Venezia in quanto gli ebrei si spostavano spesso da una parte all’altra della Laguna in base agli umori delle autorità politiche e religiose. La comunità ebraica mestrina era composta da ebrei aschenaziti, che in ebraico medioevale voleva dire germanico, cioè provenienti per lo più dalla Germania e dall’Europa dell’Est. Molti di questi ebrei intraprendevano spesso viaggi fra la Germania e il Dominio della Serenissima sia per svolgere affari sia perché essendo originari della Germania avevano parte della propria famiglia nelle città del Sacro Romano Impero. In quel periodo Mestre divenne sede culturale della comunità ebraica e vide la pubblicazione e la conservazione di libri sia in lingua Yiddish che in ebraico. Fra i testi pubblicati nel “borgo fortilizio” di Mestre, come veniva chiamato da Venezia, possiamo citare l’edizione ad opera di Yosef di Mosheh del “Leket Yosher”, di Joseph Ben Moses, (1470), un testo che conteneva leggi ebraiche ed episodi di vita del suo Maestro il Rabbino Israel Isserlein. Hayyim Israel Rapa, che ospitava nella propria dimora Yosef, nel 1467 pubblicò il Codice Mantova VIII e fu possessore del Codice Livorno II. Il Rapa, (cognome che a volte viene scritto come Rapp o Rap nel caso di altri mestrini e veneziani ebrei di adozione), era stato cacciato da Mainz (Magonza) nel 1462. I Rapp erano una delle famiglie ebree più importanti che operavano nel nord Italia in vari ambiti, dal campo economico, prestiti, al campo della cultura e religioso. Vissero a Mestre in quegli anni molti grandi studiosi ebrei come il Rabbino e parnàs Meshullam Cusi che arrivò a Mestre nel 1463 e vi soggiornò fino al 1468. Meshullam fu un grande mercante e uomo di cultura che aprì a Piove di Sacco una importante stamperia in cui fu riprodotto il “Arba’ah Turim” di Yaakov Ben Asher, ebreo Askenazita che visse in Spagna. Qui morì nel 1474. Fu deputato alla raccolta di fondi per gli ebrei di Palestina. Il grande studioso ebreo Joseph Colon visse a Mestre nello stesso periodo del Cusi e fu per un breve periodo Rabbino del Borgo. Ebbe l’arduo compito di cercare di mettere pace tra il Cusi e il nuovo parnàs di Mestre Zusman. Il Colon si trasferì a Mantova, alla fine degli anni Sessanta. Sempre a Mestre nel XV secolo vennero stampate le opere dello studioso, poeta e scrittore Menahem Oldendorf, (Mandolino) “Frauen – bikhlen”, un testo di precetti religiosi per le donne aschenazite, all’interno di cui vi era l’omelia “Pensieri sulla Morte”, e il Selihot, un testo di preghiere in preparazione per la festa di Rosh haShanah, il capodanno civile ebraico. Renata Segre racconta la storia di Bonaventura da Ulma, cioè originario della città tedesca di Ulma, che risiedette e lavorò fra Mestre e Venezia e che oltre a svolgere l’attività di feneratore, prestatore con tasso di interesse, fu anche mecenate e collezionista di libri scritti in yiddish, una lingua di matrice germanica usata dagli askenaziti. Bonaventura ebbe tre figli che continuarono l’attività di prestatori ma che alla morte del padre non rivendicarono l’intera eredità compresi i libri presenti nella sua biblioteca. Testi preziosi fra cui alcuni antichi codici in yiddish molto rari che, forse a causa di ciò, andarono perduti. Sempre a Mestre lo scriba Seligman da Norinberga nel 1474 trascrisse le 1274 ricette mediche a base di erbe medicinali che facevano parte del testo in yiddish Sefer refues. Seligman fu anche rabbino della sinagoga di rito tedesco e parnàs con l’appellativo di Susman. Per ultimo, non per importanza, fra i notabili ebrei che operarono fra Mestre e Venezia va ricordato il filosofo e grande letterato Aron del fu Jacob che operava, come gli altri ebrei, fra Venezia e Mestre e che era considerato un uomo di grande cultura. La sua cultura fu riconosciuta persino dal Sanudo che nei suoi Diarii, gli dedicò un epitaffio dopo che venne assassinato brutalmente: “In questo zorno, 12 settembre 1503, fo amazato, da chi non si sa, di zorno, verso Santo Stephano, Aron zudio gran filosofo, el qual non credeva in niuna fede et perché era homo degno, qui ne ho fato memoria”. Galleria Immagini Una copia del Sefer refues nella biblioteca della Columbia University. Questo testo fu trascritto dal parnàs Seligman a Mestre Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Mestre – Il 24° (Francesco Scipione Fapanni – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La Scuola dei Battuti di Mestre
La Scuola dei Battuti di Mestre | Discovery Mestre La Scuola dei Battuti di Mestre Il fulcro religioso ed economico della città Nascita della Confraternita dei Battuti La Confraternita dei Battuti, o Flagellanti o Disciplinati, sorse in Umbria a partire dal 1260 sotto la spinta dell’asceta Raniero Fasani per poi diffondersi principalmente nel centro-nord Italia, acquisendo una grande importanza sociale e culturale. La confraternita fu presente in Veneto sin dal principio e già a Treviso e a Venezia erano attive confraternite dei Flagellanti o Battuti poco dopo la loro fondazione. A Venezia la loro attività si registra fra il 1260 e il 1261, anni in cui nacquero le prime «Scuole», poi diventate Grandi, di Santa Maria della Carità, di San Marco e di San Giovanni Evangelista. In totale le Scuole Grandi veneziane, tutte fondate dai Battuti, diventeranno sei. Nel 1269 nacque la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Treviso e nel 1302 sorse quella mestrina. Il contesto storico Nel XIII secolo Mestre era un piccolo centro abitato da non più di 1500 abitanti che si trovava sotto il controllo di Treviso, il quale era anche proprietario di questi territori. In quelle che venivano chiamate le «Terre di Mestre» sorgevano il Castelvecchio, sito dove poi venne realizzato l’Ospedale Umberto I, e il Borgo di San Lorenzo con la sua omonima arcipieve. Attorno a Mestre si potevano notare alcune ville, o villaggi, fra cui Carpenedo con la sua arcipieve dei Santissimi Gervasio e Protasio, Malghera, i Bottenighi e molti altri. Fu in questo contesto storico che a Mestre nel 1302 sorse la Scuola di Santa Maria dei Battuti. La Mariegola La Mariegola era il «libro madre» di ogni confraternita veneziana: un vero e proprio statuto scritto in volgare veneto (con qualche formula in latino) che raccoglieva tutte le regole della Scuola. Come spiega Giuseppe Boerio nel suo famoso dizionario del dialetto veneziano, si trattava di un volume «nel quale sono raccolte le leggi sistematiche di alcune Corporazioni di arti ed anche di luoghi pii». Per la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Mestre non ci è arrivata la mariegola originale del 1302, ma quella redatta nel 1492, che resta il documento più importante e che riassume le origini e le norme della confraternita. In sintesi, la mariegola del 1492 racconta che: la Confraternita nacque nel 1302 con l’approvazione del vescovo di Treviso Tolberto Calza; era formata da penitenti laici (i «battuti») che si dedicavano alla devozione alla Madonna, all’aiuto reciproco e all’assistenza ai poveri; accoglieva sia uomini che donne (consorelle); al vertice c’erano il gastaldo (il capo che controllava tutto), il massaro (che teneva i conti e i beni), lo scrivano (che scriveva le decisioni e le cronache) e un consiglio di quindici membri; i confratelli dovevano partecipare a messe, processioni, suffragi per i defunti e pratiche di penitenza (l’autoflagellazione era ormai quasi scomparsa); si stabilivano regole precise per le donazioni, la gestione dei terreni e delle case possedute dalla Scuola, la distribuzione di aiuti (grano, vino, denaro) ai bisognosi e all’ospedale, e sanzioni per chi non rispettava le norme. Era un patto sacro tra i soci: chi entrava prometteva di vivere secondo questi principi in cambio di assistenza spirituale, economica e di un funerale dignitoso. Questo prezioso documento, custodito oggi negli archivi dell’Antica Scuola dei Battuti (IPAV) a Mestre, ci permette di capire quanto la confraternita fosse organizzata, solidale e radicata nella vita quotidiana della Mestre medievale e rinascimentale. La Scuola e l’ospedale dei Battuti a Mestre Secondo quanto riportato da Alessandra Checchin, la fondazione della Confraternita di Santa Maria dei Battuti avvenne sotto il patrocinio del Vescovo di Treviso Tolberto Calza «il giorno dell’incarnazione di nostro Signore del 1302». Non si conosce il luogo delle prime riunioni, ma probabilmente esse avvennero nella Chiesa di San Lorenzo, eretta nel XII secolo. Qui vi era un altare dedicato alla Madonna, di fronte al quale si sarebbero svolte le riunioni dei confratelli. Il 4 agosto 1314 una donna locale dal nome di Mabilia lasciò un vasto terreno con l’indicazione di costruirci sopra un ospedale per i poveri. Il terreno che Mabilia donò è indicativamente dove oggi sorge l’Antica Scuola dei Battuti. Qui fu eretto l’Hospitale per i poveri di Cristo, o ospedale di «Santa Maria verberatorum», attuale Antica Scuola dei Battuti o Casa di Riposo. Da quel momento la Confraternita poteva vantare due importanti sedi: una scuola sita nel Borgo di San Lorenzo (dove ora vi è Piazza Ferretto) e un Ospedale che si affacciava sulla strada che portava a Treviso. Venezia conquisterà Mestre il 29 settembre 1337. Da questa iniziale donazione la proprietà della confraternita in quest’area divenne tale da essere poi considerata un vero e proprio borgo, detto di Santa Maria, esterno al Castelnuovo. Torre Belfredo veniva anche chiamata Porta di Santa Maria. La Confraternita aveva un’organizzazione interna che prevedeva l’elezione di un gruppo dirigente formato da quindici membri. Tale gruppo aveva anche il compito di eleggere un gastaldo, che doveva vegliare affinché ogni confratello e consorella seguissero le regole incise nella Mariegola. Al massaro era affidato il compito di controllare le finanze, catalogare i beni e tenere una sorta di Libro Mastro sia per la Scuola che per l’Ospedale. Spesso la carica di massaro veniva prorogata più volte rispetto a quella di gastaldo, in quanto era raro trovare chi «sapeva far di conto» in quei tempi. Così avveniva per un’altra figura introdotta in seguito, cioè lo scrivano, al quale era dato il compito di documentare l’attività della Scuola, le decisioni prese e una sorta di cronaca. L’Hospitale dei Battuti Per quel che riguarda l’ospedale, la gestione era affidata a una famiglia a cui faceva capo il Priore. La carica di Priore veniva votata da un consiglio di quindici confratelli e la sua durata poteva estendersi anche a tutta la vita. Viveva all’interno dell’ospedale e aveva come compito gestirlo assieme alla moglie, Priora, alla quale era affidata la pulizia delle stanze, la biancheria e l’aiuto dei malati o residenti. A partire dal 1472 si viene a conoscenza di ragazze assunte per aiutare la Priora, dette «mammole», e altre figure che aiutavano il Priore nella cura della struttura. Vi erano dei medici che curavano i pazienti, seppur a questi fossero preferiti i barbieri, che costavano di meno e all’epoca avevano anche alcune conoscenze mediche. L’ospedale possedeva anche una cappella dedicata a Maria, un orto e alcuni animali che servivano a sfamare la famiglia del Priore e gli ospiti. L’ospedale era composto di un dormitorio per uomini, due stanze per i confratelli, un’infermeria per uomini e una per donne, un’altra stanzetta con dei letti e le camere per il Priore e la famiglia. L’ospedale offrì, per un breve periodo, anche riparo a neonati e bambini abbandonati, ma pare che questi non avessero una buona sorte all’interno dell’Istituto, costringendo negli anni il Priore ad affidarli alla Pietà a Venezia, dove vi era un brefotrofio. Se la capienza dell’Ospedale mestrino non consentiva di ospitare nuovi bisognosi, poteva capitare che questi venissero mandati a Treviso. I Battuti cardine di Mestre Si potrebbe arrivare a dire che già nel XV secolo la Confraternita dei Battuti fosse un cardine dell’attività politica e sociale di Mestre. Le numerose donazioni ricevute dai devoti e i rapporti con le persone più influenti del luogo lo dimostrano. Oltretutto la Confraternita venne più volte chiamata ad aiutare economicamente Venezia durante le sue guerre, oltre che la podesteria in cui sorgeva. Da un testamento del 1442 si viene a sapere che vi fu una donazione da parte di un devoto perché sorgesse un piccolo ospedale a Carpenedo, vicino alla chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, destinato ad aiutare le vedove. L’attività dei Battuti non si svolse solo all’interno della loro Scuola, ma si allargò e questa confraternita diede luogo alla nascita di una Chiesa di San Rocco a Mestre, nata poco dopo quella veneziana (1478), e di una sua scuola, struttura che oggi ospita attività private sita in Via Manin, poco distante dalla Chiesa. Nel 1493 venne acquistata una nuova campana per la Chiesa di San Rocco in Mestre, mentre nel 1495 la Scuola finanziò la costruzione di un campanile per la Chiesa di San Lorenzo. Possedimenti della Scuola dei Battuti Sin dalla sua stabilizzazione a Mestre, la Scuola dei Battuti acquistò terreni, case e mansi in varie aree sia nella Podesteria di Mestre che in altre zone come Martellago, Noale e Campo Croce. Questi acquisti vanno sommati alle donazioni in beni immobili ricevute dai devoti, che fecero della Scuola dei Battuti di Mestre una delle più importanti strutture religiose dell’entroterra veneziano dal 1337 alla sua soppressione da parte di Napoleone nel 1807. I possedimenti della Confraternita erano dislocati in varie aree: nel Borgo di San Lorenzo, a San Zulian, Chirignago, Tarù, Brendole, Carpenedo e persino Zerman, Martellago e Noale. Da tali possedimenti la Scuola ricavava sia affitti che beni in solido quali grano, carne e vino, che venivano usati dai confratelli, per sfamare i bisognosi e i pazienti dell’ospedale o dati come aiuto ai cittadini più poveri. Va ricordato che la Chiesa di San Carlo Borromeo a Mestre sorse proprio in un terreno appartenente a loro. La soppressione napoleonica (1807) Con l’arrivo del dominio napoleonico e le successive politiche di soppressione degli enti ecclesiastici e assistenziali, l’Ospedale dei Battuti fu travolto da una profonda crisi istituzionale. Nel 1807, a seguito della soppressione, venne nominata un’amministrazione provvisoria per gestire la transizione. Ne fecero parte Giovanni Battista Giuin Manocchi e Graziadio Frisotti, insieme a Michiel Pizzoni e Luigi Massa, che formarono la prima commissione affidata al pubblico ornato istituita in quell’anno. La scelta di Manocchi non era casuale: egli era già in quegli anni una delle figure tecniche e civiche di riferimento a Mestre, definito dal Barcella nella sua cronaca «uomo di molta esperienza nel maneggio dei pubblici affari». La sua nomina testimoniava il riconoscimento delle sue qualità anche al di là dell’ambito strettamente tecnico. La soppressione napoleonica non colpì soltanto l’Ospedale dei Battuti, ma investì in modo sistematico il patrimonio ecclesiastico e assistenziale di tutta la terraferma veneziana. A Mestre, dove pure sorgeva l’Abbazia di San Giacomo (nell’area poi occupata dall’Ospedale Umberto I), le conseguenze furono profonde: edifici, terreni e rendite passarono di mano, le funzioni assistenziali vennero ridistribuite, e la fisionomia stessa del centro urbano ne risultò modificata. Galleria Immagini Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti (Anna Motterle) L’Antico Hospitale dei Battuti oggi è una casa di riposo e nacque nel XIV secolo quale Hospitale per orfani e poveri Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti e la targa che ricorda la donazione di Mabilia del 1314 (Anna Motterle) Targa che ricorda la donazione di Mabilia, nel 1314, posta nell’Antica Scuola La Scala della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La Maria dei Battuti sulla facciata della scuola Un’edicola dei Battuti sita in Calle del Sale Scuola dei Battuti, Laurentianum, oggi. Vista da via Poerio L’ingresso della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La scoletta dei Battuti negli anni sessanta Bibliografia La scuola e l’ospedale di Santa Maria dei Battuti di Mestre dalle Origini al 1520 (Alessandra Checchin, Centro Studi Storici di Mestre). Boerio, Giuseppe. Dizionario del dialetto veneziano, Venezia, 1829 (voce «Mariegola»). Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Barcella, Cronaca di Mestre, 1975, p. 19. Crouzet-Pavan, Élisabeth. Venezia trionfante: gli orizzonti di un mito, Torino, Einaudi, 2004. Marangon, Paolo. Mestre medievale: dalla dipendenza trevigiana alla conquista veneziana, Venezia, 1998. Archivio di Stato di Venezia, fondi relativi alle Scuole dei Battuti (secc. XIII-XIX). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il Castelvecchio di Mestre
Il Castelvecchio di Mestre: la fortezza trevisana sul Marzenego | Discovery Mestre Il Castelvecchio di Mestre La fortezza trevisana sul Marzenego Una fortezza nell’acqua Nell’area oggi occupata dall’ex Ospedale Umberto I e dalle strade intorno ai Quattro Cantoni sorgeva, nel Medioevo, la struttura difensiva più antica di Mestre: il Castelvecchio. Non era un castello nel senso più comune del termine, con torri alte e mura a picco su una collina. Era qualcosa di più insidioso e di più intimo con il territorio: una fortezza d’acqua, circondata su quasi tutti i lati dalla biforcazione del Marzenego, costruita su un promontorio naturale che il fiume stesso aveva disegnato secoli prima che qualcuno pensasse di difenderlo. La sua forma, ricostruita da Gabriele Rossi-Osmida attraverso il catasto settecentesco dei Canonici di San Salvatore e la cartografia storica, era quella di un settore circolare con il vertice rivolto a ovest. Si divideva in due porzioni: una a ovest, di forma pressoché triangolare, e una a est, subcircolare, circondata quasi completamente da un fossato in cui confluivano le acque dei due rami del Marzenego. Un piccolo passaggio di terra a nord-ovest metteva in comunicazione i due settori. Tutta la zona era attraversata da una rete fitta di canali con piccole torri di controllo, ancora visibili nel XVI secolo. La strada che immetteva nel castello, chiamata semplicemente «strada del castello», corrispondeva all’attuale Via Torre Belfredo; i fossati che la fiancheggiavano erano detti «Scoli del Terraggio» o «Fosse del Terraggio». La carta di Augusto Denaix del 1809-1811, conservata all’Archivio del Magistrato alle Acque di Venezia, rileva ancora con chiarezza la traccia del perimetro ovale del Castelvecchio attestato sul ramo nord del Marzenego. Dentro quel perimetro, nell’area dove il castello era sorto, un edificio era ancora in piedi quando Denaix disegnò la sua mappa. Oggi, nel sottosuolo di quell’area, sono ancora visibili i resti del ponte in pietra che immetteva nel cuore dell’antico castrum. Il manso regale e le origini imperiali Le radici del Castelvecchio affondano nella storia della Marca trevigiana in epoca carolingia e ottoniana, quando il controllo del territorio passava attraverso la concessione di «mansi regales», appezzamenti di confine assegnati dall’imperatore a milites fidati con l’obbligo di presidiarli giorno e notte. Il 13 novembre 994, Ottone III dona a Rambaldo, conte di Collalto, un «mansum regalem inter Mestre et Paureliano et Brentulo». I toponimi coevi «Cautanae» e «Cautus Mistrinus» attestano una struttura di controllo e riscossione fiscale già attiva: «Cautus», spiega Rossi-Osmida citando il Forcellini, significa «tutus, munitus, sicuro, difeso». Una donazione analoga dell’1079 chiarisce la natura militare di questi possessi: il beneficiario deve essere pronto «dies et noctes ad omne servitium nostrum». Non è un semplice latifondo: è una zona di confine armata, il prototipo del castello di Mestre. Nel 1095 Enrico IV si trattiene in Mestre per rogare in favore del monastero di San Zaccaria, prova che il luogo era già attrezzato per accogliere una corte imperiale. Il Castrum de Mestre: il primo documento Il 15 giugno 1117 compare per la prima volta in un documento scritto l’espressione «Castrum de Mestre». Ansedisio e Vidoto di Collalto, figli di Rambaldo, cedono all’abate di San Ilario la località «ad Portum» fino alla «ripam Mestre», escludendo esplicitamente il castrum, specificato come edificato e ordinato previo assenso imperiale. Il castello è già una realtà distinta dalla «ripam Mestre» e dal porto: tre entità separate, ciascuna con le proprie pertinenze. Negli anni successivi il castrum viene alienato al Vescovo di Treviso. Con bolla del 3 maggio 1152, papa Eugenio III riconosce a Bonifacio vescovo il possesso «de Mestre, cum castro, portu, curte, et pertinentiis suis». Il vescovo diventa signore incontrastato del castello per più di un secolo, come confermano le bolle successive di Anastasio IV, Adriano IV, Lucio III e Urbano III. Il 23 febbraio 1211, il Vescovo Tisone prova la sua piena signoria nel castello per testimonianza del notaio Giovanni da Mestre: nel documento è definito «dominus, dux, comes, marchio omnium terrarum, villarum, castellorum et burgorum ad Episcopatum pertinentium». Il castello di Mestre è parte del feudo episcopale trevisano. Ezzelino, l’incendio e la resistenza La signoria vescovile è interrotta dall’avanzata di Ezzelino da Romano. Il cronista Verci e Rolandino descrivono l’esercito ezzeliniano, composto di oltre duemila pedoni oltre la cavalleria, che «Andò primieramente pel Mestrino abbruciando e saccheggiando ogni cosa» prima di porre l’assedio a Noale. Ezzelino fa costruire in Mestre due fortezze con fosse e steccati. Nel giugno del 1256 i Crocesegnati guidati da Tiro da Camposampiero liberano Mestre e la restituiscono al vescovo, con condizioni precise: il castello deve tornare integro, i redditi dei beni episcopali restano del Comune sino alla fine delle ostilità, la giustizia civile è amministrata dal Comune. Nel 1274, non nel 1273 come scrive per errore il Barcella, un violento incendio distrugge il castello quasi totalmente. Le fonti si dividono sulle cause: alcuni sostennero che fossero stati i Veneziani, che mal sopportavano quella fortezza agli estremi limiti dei propri confini; altri che del castello non rimase che misera cenere. La disputa non si chiude mai definitivamente. L’esistenza di due fortezze a Mestre utilizzate contemporaneamente è provata dal fatto che Francesco da Carrara per porre fine alla Guerra di Chioggia (1378-1381) pone come condizione la cessione «del nuovo e del vecchio castello». Da qui alcuni fanno derivare i due soprannomi, legati alla famiglia Da Carrara, tutt’oggi in uso. I frati di San Salvatore e la seconda vita del castello Il 13 agosto 1453, il doge Francesco Foscari fa rogare dal podestà Bartolomeo Pisani un documento che trasferisce ai frati di San Salvatore, Canonici Regolari, le rovine del vecchio castello, definito testualmente «Castellum Vetus inhabitatum». Non era un gesto di generosità disinteressata: il castello in rovina non serviva più militarmente e il monastero di San Salvatore a Venezia cercava da tempo un insediamento in terraferma. Il documento è conservato all’Archivio di Stato di Venezia, Monastero di S. Salvatore, B. 14, doc. 4. Tra il 1468 e il 1470 i Canonici Regolari si insediano nell’area, erigendo una foresteria, una casa dominicale e un oratorio dedicato a San Giacomo di Castelvecchio. I terreni circostanti sono dati a livello; i frati abitano la casa costruita sulle rovine e con le rovine dell’antico castello. Nel 1469 il doge invia ducali al podestà Girolamo Marcello perché le donne smettano di condurre i panni al Marzenego sul ponte che andava dalla porta del Castelvecchio al luogo «ad follandum»: le ducali confermano che il ponte di legno era già in funzione e che il traffico intorno all’area era intenso. Nel XVI secolo, dentro il perimetro del vecchio castrum, erano ancora visibili una torre, parte delle mura disposte a rettangolo e la porta principale con il ponte. Due visite pastorali, nel 1769 e nel 1791, documentano l’oratorio di San Giacomo: un unico altare, usato esclusivamente dai Canonici e dai loro famigli, con sull’altare una teca in cristallo montata in oro contenente una reliquia ossea di San Giacomo. Nel corso del Seicento i Canonici acquistano progressivamente tutto il terreno in cui sorgeva il Castelvecchio, diventandone unici proprietari. Il ponte di pietra e la lapide Nel XVIII secolo i Canonici Regolari sostituiscono il vecchio ponte di legno con uno in pietra. Sul nuovo ponte fanno incidere una lapide latina che il Barcella nel 1839 riporta ancora leggibile: PONTEM HUNC ARCIS VETERIS / CAN.RUM REG.M RERUMO. SUARUM / TRANSITU / DE LIGNO PRIMUM EXTRUCTUM / DEINDE SUMPTU NON MEDIOCRI PLURIES REFECTUM / DEMUM DOMUS EMOLUMENTO MAXIMO / PERPETUOQUE CONSULENTES / CAN.CI REG.RES LAPIDEUM / F. C. / MDCCLII «Questo ponte dell’antica rocca, costruito dapprima in legno per il transito dei Canonici Regolari e delle loro cose, poi più volte rifatto con spesa non indifferente, infine i Canonici Regolari, avendo riguardo al massimo vantaggio della casa e per il futuro, lo fecero eseguire in pietra. 1752.» La fine: Napoleone e l’interramento Nel 1697 e nel 1698 il Marzenego si ingrossa notevolmente, inondando i prati di Castelvecchio con un danno di circa 60 ducati per il monastero. Il colpo definitivo al complesso lo dà Napoleone: nel 1810 i beni di Castelvecchio vengono incamerati dal Governo Napoleonico. Al posto della foresteria dei Canonici di San Salvatore sorge l’Ospedale Civile Umberto I. Viene interrato il Ramo delle Muneghe nel tratto da Via Circonvallazione a poco dopo Via del Sale. L’attuale Via Torre Belfredo conserva nel nome il ricordo dell’antica torre del castrum. Nell’area oggi occupata dall’ex ospedale, sotto l’asfalto e le fondazioni degli edifici moderni, sono ancora visibili i resti del ponte in pietra che immetteva nel cuore dell’antico castrum: l’ultimo segmento fisico di una struttura che aveva resistito per quasi settecento anni alle alluvioni, agli incendi, alle guerre e alle soppressioni napoleoniche. Galleria immagini La Terra di Mestre in una mappa del Sec. XVIII Savi ed Esecutori delle Acque, Catastico n° 2897 (1781) Carta di Augusto Denaix del 1809-1811 Il Ponte del Castelvecchio ad inizio Novecento Il ponte del Castelvecchio oggi Fonti Gabriele Rossi-Osmida, «Il primo Castello di Mestre», in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno 6-7 dicembre 1969, Centro di Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13. ASV, Monastero di S. Salvatore, B. 14, doc. I (1117, 15 giugno); doc. IV (1453, 13 agosto); doc. VII (1468, 28 aprile). Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre, Venezia, 1839. Augusto Denaix, Carta topografica idrografica militare, Pianta particolare di Mestre, 1809-1811, ASV. Giovanni Netto, «Il territorio dipendente dal Castello di Mestre nel passaggio dal Comune di Treviso alla Repubblica di Venezia», Quaderno n. 13, Centro di Studi Storici di Mestre, 1969. Sbrogiò, Marco. I Castelli di Mestre e l’antica Struttura urbana. Gusso, Adriana. Mestre – Le radici di identità di una Città. Cosmai, Franca; Barizza, Sergio (a cura di). Mestre la storia, le fonti. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il Canal Salso: le origini
Canal Salso, le origini: come nacque la via d’acqua di Mestre (1361-1615) | Discovery Mestre Canal Salso, le origini Come nacque la via d’acqua che unì Mestre a Venezia (1361-1615) «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di S. Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» Luigi Brunello, Mestre, il porto, il castello, 1971. Mestre prima del canale Mestre è stata città d’acqua molto prima di diventare la città di terraferma che conosciamo oggi. Per secoli il suo legame con Venezia passò attraverso il Marzenego, il “Flumen di Mestre”, lungo il quale merci e viaggiatori scendevano verso la laguna e risalivano verso le città che si affacciavano su di esso. Attorno a quel fiume ruotava la vita del paese, conteso fra le potenze locali e organizzato attorno a due poli: il Castelvecchio e il porto di Cavergnago, da cui prende il titolo il noto libro di Luigi Brunello, Mestre: il porto, il castello. Che questa fosse da sempre terra di passaggio lo dicono già gli Statuti del Comune di Treviso del 1232, quando Mestre dipendeva dalla città trevigiana. Vi era fissata persino la tariffa, fino a 4 soldi, per il noleggio dei cavalli da Treviso a Mestre e Margera, con tanto di penale per chi restituiva l’animale in ritardo: segno di un viavai di uomini e bestie già intenso, e di un’autorità che lo regolamentava con cura. Venezia, da parte sua, guardava a quest’area da secoli, tanto da disputarsi con Treviso il controllo del porto di Cavergnago, dove voleva collocare magazzini e personale per i propri commerci con la terraferma. Già intorno all’anno Mille il vescovo trevigiano Rozzone si era accordato con il doge Pietro I Orseolo per assegnare ai veneziani il possesso di tre magazzini e il diritto di riscuotere un terzo delle gabelle e dei dazi, eccetto quelli dovuti dai sudditi imperiali. Quando poi, grazie a uno stratagemma di Andrea Morosini, la Serenissima mise le mani prima sul Castello e poi sull’intera Mestre, una delle sue prime preoccupazioni fu proprio la gestione dei canali interni. Come sappiamo Venezia era maestra di ingegneria idraulica, e riorganizzare la rete dei canali significava controllarne i commerci. E il vecchio porto di Cavergnago, ormai, non bastava più. Il Marzenego si era infatti rivelato un alleato infido. Soggetto a correnti che ne rendevano faticosa la navigazione, tendeva a interrarsi sotto il peso della sabbia e della terra che trascinava a valle. Per una potenza che fondava la propria ricchezza sugli scambi, serviva qualcosa di meglio: una via d’acqua dritta, profonda e facile da sorvegliare. Quella via sarebbe stato il Canal Salso. La Cava Gradeniga: un canale mite e una strada d’acqua “L’è chomuna sentencia de tuti che a voler salvar questa terra el sia necessari proveder che nissua acqua dolce veni in le salse vicina al cità nostra. E che cussì come l’è ordenato de la Brenta cussi sia provisto del Botenigo e de le aque de Mestre… meter el Botenigo (canale) in el canal de Mergara. Et insieme con quelle da Mestre tute condurle per el Canal dela torre de San Zulian a Tombello…”(Redi Foffano, Dario Lugato, Da Margera a Forte Marghera) La decisione di realizzare un nuovo canale, facile da navigare e quasi rettilineo verso Venezia e l’attuale canale dei Tre Archi, o di Cannaregio, fu maturata sotto il doge Bartolomeo Gradenigo, e fu da lui che il canale prese il nome. I lavori veri e propri presero il via nel 1341 e terminarono nel 1361. Secondo gli studiosi Redi Foffano e Dario Lugato il letto del nuovo canale non fu realizzato ex novo, ma sfruttò quello del “Coregio o canal di San Zulian”, un dato ricordato nel testamento del nobile Nicolò Corner. Di lì il canale raggiungeva Venezia attraverso il Canale di San Secondo, così chiamato dall’isola omonima, fino a Cannaregio, e l’intera via d’acqua prese il nome di “Canale di Mestre”. Su quale alveo naturale i veneziani avessero appoggiato la loro opera, gli studiosi si sono a lungo interrogati. La tesi più solida è quella di Luigi Brunello, secondo cui la Cava Gradeniga ricalcava l’antico letto del fiume Musone, che in tempi remoti sfociava proprio dalle parti di Margera, prima che la Serenissima ne dirottasse il corso lontano dalla laguna. È una spiegazione che ha la concretezza dei conti: scavare lungo un letto già tracciato costava molto meno. Il canale, in fondo, non inventava un percorso nuovo, ma riportava l’acqua dove un fiume era già scorso per secoli. Il risultato fu un’opera imponente per l’epoca. Da San Giuliano, sul margine della laguna, il canale correva quasi in linea retta fin quasi davanti all’odierno centro commerciale in Piazza Barche, largo circa 24 metri e profondo due, capace di accogliere anche imbarcazioni di grossa stazza. All’estremità lagunare vigilava l’isola di San Zulian, con la sua torre di avvistamento, dove in seguito sarebbe sorto un luogo di accoglienza per gli avventori che in barca si dirigevano verso Venezia, da cui il nome di San Giuliano del Buon Albergo, e la dogana per i dazi: la porta d’ingresso della laguna, da sorvegliare con la stessa cura della testata di terraferma. Fin dall’inizio il canale ebbe una doppia anima, commerciale e militare, e non tardò a mostrarla. Durante la Guerra di Chioggia del 1378, mentre Venezia fronteggiava i Genovesi sul mare, a terra dovette vedersela con la lega capeggiata da Francesco da Carrara, signore di Padova, che fece sbarrare la Cava Gradeniga con un ponte e con grandi bastioni per tagliare i rifornimenti alimentari diretti a Mestre. Sconfitto il Carrarese, la navigazione riprese. Ma il pericolo più grande per il canale non sarebbe venuto dalle guerre, bensì dall’acqua stessa. Il Carro di Margera e l’agonia della Cava Gradeniga Se dovessimo rileggere i paragrafi precedenti ci troveremmo di fronte a un’opera di ingegneria idraulica ideale: un canale diretto verso Venezia, più mite del Marzenego e capace di trasportare merci e persone in modo sicuro. Eppure proprio quel pregio nascondeva un problema. Da secoli i veneziani avevano imparato a temere il punto in cui l’acqua dolce dei fiumi incontrava quella salata della laguna: lì si formavano canneti e bassifondi stagnanti, la navigazione si impantanava e per una Repubblica nata sull’acqua era un danno incalcolabile. Quell’ossessione, e le sue conseguenze sulla navigazione lagunare, avrebbe presto spinto le autorità di Venezia a intervenire sul flusso del nuovo canale. La risposta fu sempre la stessa, applicata su scala grandiosa: deviare i fiumi, spingendone le foci ai due estremi della laguna, lontano dal cuore della città. Proprio queste opere, però, avevano un effetto collaterale. Il Bottenigo e altri corsi minori erano stati convogliati nella Fossa Gradeniga, e così le acque dolci tornavano a mescolarsi con quelle salate proprio davanti a Venezia. Bisognava intervenire ancora, e stavolta il prezzo lo avrebbe pagato il canale. Il 1462 segnò la svolta. Per impedire alle acque della Fossa Gradeniga di sfociare in laguna fu realizzato, nei pressi di Mergaria, un argine trasversale, sul modello di quello già costruito a Fusina sul Brenta. Ma sbarrare un canale significava bloccare le barche, e con le barche i commerci. La soluzione, già sperimentata a Fusina, fu ingegnosa: un meccanismo capace di trasportare le imbarcazioni oltre l’argine, via terra. Tale meccanismo prese il nome di Carro. Il carro era costituito da uno stabile costruito a cavallo dell’argine. Al suo interno, due binari in pietra e un argano a trave avvolgevano le corde con cui le barche, caricate su pedane, venivano tirate oltre il dislivello dalla forza di alcuni cavalli. L’invenzione si attribuisce a un certo Antonio Marini, mentre il Carro di Margera fu realizzato dal chioggiotto Angelo Sambo. Funzionava, ma a caro prezzo: ogni passaggio richiedeva tempo, fatica e attesa. Fu un paradosso amaro. Lo stesso canale che aveva dato ricchezza a Mestre e vita al borgo di Margera si trovava ora strozzato proprio nel suo punto di sbocco. Attorno al carro nacquero magazzini e ricoveri per i viandanti costretti ad aspettare, e crebbe la richiesta di manodopera. Ma la Fossa Gradeniga aveva perso la sua scorrevolezza, e con essa parte della sua ragione d’essere. Un secolo difficile Malgrado l’ostacolo, il canale restò un’arteria irrinunciabile per le comunicazioni della Repubblica. Nel 1489 nacque la Compagnia dei Corrieri Veneti, alla quale il Senato affidò in esclusiva tutti i servizi di corrispondenza e l’appalto delle stazioni di posta, in regime di monopolio. I corrieri, riconoscibili dalla giubba con l’insegna di San Marco, il corno e il copricapo di tasso, percorrevano senza sosta le strade che facevano capo al canale, portando corrispondenza e merci fino alle più lontane città d’Europa. La presenza del carro spinse molti a preferire la via di terra che ne costeggiava il percorso, detta delle “motte”. Per consentire alle carrozze di raggiungere l’isola di Margera, nel 1502 fu costruito un ponte di legno, poi rifatto in mattoni nel 1589. All’inizio del Cinquecento il borgo era ormai un nodo idrografico di prima importanza: qui la Fossa Gradeniga, la “cava nuova” verso Lizza Fusina e il canale Osellino, aperto nel 1507, disegnavano una sorta di Y rovesciata che si congiungeva proprio a Margera, crocevia d’acque in cui si decideva la sorte dei traffici fra terraferma e laguna. Su questo intreccio di canali e di commerci si abbatté la guerra. Nel 1513 le armate della Lega di Cambrai saccheggiarono e incendiarono Mestre, riducendola quasi in rovina. E ancora una volta fu il carro a rivelarsi una trappola: chi cercava scampo verso la laguna rimase imbottigliato a Margera, in balìa dell’esercito nemico, perché lo sbarramento impediva alle barche di fuggire. Nemmeno la natura concedeva tregua. Nel 1535 una grande inondazione allagò l’intera pianura fra Brenta e Sile, sommersa fino a un metro d’acqua, tanto che si dovette riaprire sull’argine fra Margera e Fusina lo sbocco di alcuni scoli. Per i tecnici della Serenissima le opere idrauliche erano un cantiere senza fine, in perenne revisione. Eppure, proprio da quel lavoro paziente sarebbe arrivata, di lì a poco, la liberazione del canale. La liberazione del 1615 La svolta definitiva maturò con il completamento delle grandi diversioni fluviali. Per allontanare dalla laguna le acque dolci una volta per tutte, la Serenissima portò fuori dal bacino i tre grandi fiumi del problema: Sile, Brenta e Musone. Nel 1613 fu inaugurato il Taglio Nuovo del Musone, che separò il fiume in due rami distinti, il Muson Vecchio e il Muson dei Sassi, convogliandone le acque verso il Brenta. Ridotto finalmente il rischio di interramento, il carro non aveva più ragione di esistere. Ci vollero comunque oltre centocinquant’anni per liberarsene. Avvenne nel 1615: l’argine fu rimosso, il carro demolito e il canale tornò a sfociare liberamente in laguna. Per il borgo di Margera e per la testata di Mestre, Piazza Barche, fu una rinascita, e non a caso è proprio attorno a quegli anni che la zona del porto conobbe un nuovo slancio. Pochi anni dopo venne chiuso anche il ramo del Marzenego che passava sotto il ponte, ridotto a “cava de fanghi”, mentre tutte le acque del fiume venivano dirottate nella Cava Nova. Riaperto alla laguna dopo due secoli e mezzo, il Canal Salso poteva finalmente diventare ciò per cui era nato: la grande porta d’acqua fra Mestre e Venezia. Comincia da qui la sua stagione più fortunata, quella dei traghetti, delle locande e dei mercanti. La storia del Canal Salso su Discovery Mestre La vicenda del canale che unì Mestre a Venezia si dipana in più articoli collegati: Il Canal Salso, l’età d’oro, dedicato alla stagione dei commerci tra Seicento e Ottocento; Piazza Barche, la porta fra due mondi, sulla testata del canale e i suoi edifici; La perduta villa Durazzo, sulla dimora nobiliare che vi sorgeva; Il conte Giacomo Durazzo, sul suo ospite più illustre; e Da Canaletto a Bellotto, sui grandi vedutisti che ritrassero la piazza. Con la fine della Serenissima e l’arrivo…
Mestre la Trevigiana (cenni)
Mestre sotto i Collalto | Discovery Mestre Mestre sotto i Collalto Dagli Ezzelini agli Scaligeri fino alla conquista veneziana I Collalto signori di Treviso I Collalto sono una famiglia di origine longobarda, ancora esistente, che si stabilì nel territorio veneto, nella provincia di Treviso, probabilmente già prima dell’arrivo di Carlo Magno in Italia. Il primo membro della famiglia Collalto citato in un documento ufficiale è Rambaldo I. Il documento è del 25 ottobre 958 (o 959) e in esso il re d’Italia Berengario II e suo figlio Adalberto emisero un diploma con il quale gli donavano, probabilmente ex novo, la curia di Lovadina, con tutte le sue pertinenze, e il vicino bosco del Montello. Mentre in questo documento Rambaldo era denominato “dilecto fideli nostro”, in un successivo documento del 971 venne nominato “Comes Comitato Tarvisianense”. Da qui il titolo di Conte. La donazione di Ottone III e i Conti di Collalto Per iniziare a sviluppare la storia di Mestre serve fare una premessa: il toponimo Mestre appare per la prima volta nel 994 quando Ottone III, che di lì a due anni sarebbe diventato Imperatore del Sacro Romano Impero, dona attraverso un Diploma di investitura Mestre ed altri territori al fido condottiero Rambaldo. Si trattava di un riconoscimento indubbiamente importante poiché ai fedeli vassalli vengono intestati la foresta del Montello, proprietà a Treviso e 24 “mansi” (grandi estensioni di terreno coltivabile) tra cui uno “inter Mester et Paureliano et Brentulo” ovvero tra Mestre e l’attuale Gazzera (Parlan e Brendole). Va detto che il territorio che accoglieva Mestre venne concesso al Vescovo di Treviso da Berengario I del Friuli nel 905. In questo periodo Treviso apparteneva alla Marca del Friuli. La Bolla Justis Fratrum di Papa Eugenio III Altro documento importante che attribuiva al Vescovo di Treviso la podestà su Treviso e quindi su Mestre fu la bolla pontificia Justis fratrum del 1152 con cui papa Eugenio III riconosceva al vescovo Bonifacio la proprietà del castello, del porto e del borgo. Borgo che secondo quanto scrive Gaetano Moroni fu riconosciuto nel 1166. Al Vescovo Bonifacio nel 1152 papa Eugenio III spedì l’amplissima bolla Justis fratrum, di conferma delle prerogative della Chiesa di Treviso, sottoscritta dal Papa e da 11 cardinali (vedasi “Italia Sacra” dell’Ughelli), prendendo sotto protezione la Cattedrale di San Pietro. Blancone del 1153: papa Anastasio IV confermò la Bolla dell’antecedente Papa Eugenio III, e l’Imperatore Federico I gli concesse un privilegio. A questo principe fu familiarissimo il Vescovo Uldarico o Oldorico, e nel 1157 gli spedì un privilegio con diverse concessioni, omnem Teloneum de Castro Montis Bellunae (riprodotto dall’Ughelli). Nel 1166 concesse l’investitura di un suburbio di Mestre. La realizzazione del Castelvecchio viene attribuita alla volontà dei signori locali di proteggere il Porto di Cavergnago, approdo molto importante per le merci provenienti da Venezia. Il Castelvecchio era posto al centro di tre importanti strade dell’epoca: il vecchio Terraglio (strada verso Treviso), che iniziava lì dove oggi si trova Via Castelvecchio; Via Castellana, strada verso Castelfranco; e la Padovana, odierna Miranese, a proteggere l’ingresso e l’uscita dalle Terre di Mestre di uomini e merci. In tale bolla fu concesso l’uso del Porto di Cavergnago anche a Venezia, la quale possedeva in questa area depositi per le proprie merci e attracchi. Treviso e Mestre passano di mano: gli Ezzelini Nell’arco della sua storia il primo castello di Mestre fu soggetto a diversi attacchi che ne minarono anche la struttura. Le molte signorie che si contendevano il Veneto e in particolar modo la terraferma veneziana si trovarono spesso nell’intento di impossessarsi di questa importante fortezza. Nell’ambito di una guerra fratricida fra Ezzelino da Romano e il fratello Alberico, il primo attaccò il castello di Mestre nel 1237 devastandolo e riuscendo poi a occuparlo fra il 1245 e il 1250. Preso atto della sconfitta, il Vescovo di Treviso Adalberto III Ricco fu così costretto a cedere i territori di Mestre ad Alberico nel 1257, già Podestà di Treviso dal 1240. Fu un periodo molto travagliato per il Veneto, quello in cui le signorie locali cambiavano spesso e di conseguenza anche i Signori del Castello di Mestre. Venezia non aveva ancora mostrato interesse per la terraferma, per cui fino a quel momento erano altri a contendersi quel territorio. Il XIV secolo dagli Scaligeri ai Veneziani Nel XIV secolo gli Scaligeri erano la nuova signoria dominante del Veneto, arrivando nel 1336 alla loro massima espansione territoriale. Tale espansione non poteva certo non prevedere la conquista del territorio trevigano: fu Cangrande della Scala a provare per primo la conquista del castello mestrino nel 1317, ma senza successo. Fu solo nel 1323 che Treviso passò alla signoria veronese e di conseguenza anche Mestre. Il 14 luglio 1336 fu fondata la Lega antiscaligera dalla Repubblica di Venezia e dalla Repubblica di Firenze per fermare l’avanzata della signoria veronese. L’episodio che destò preoccupazione nei veneziani fu il tentativo di realizzare un castello, o forse una fortificazione, presso Chioggia da parte degli Scaligeri, denominato il Castello delle Saline. La Lega antiscaligera coinvolse anche i Visconti, gli Estensi, i Gonzaga, Carlo di Boemia e Giovanni di Carinzia. Ma come fecero i veneziani a conquistare il Castello mestrino? Con uno stratagemma e senza versare una goccia di sangue. Il 29 settembre 1337 il comandante Andrea Morosini corruppe con 10.000 fiorini i 400 mercenari tedeschi posti a difesa del castello dagli Scaligeri. Questi, una volta traditi i vecchi padroni, uccisero il Capitano del castello e lo consegnarono a Venezia il 24 gennaio 1339. Successivamente Mastino della Scala chiese e ottenne la pace con un trattato firmato a Venezia. Alla Serenissima andò tutto il territorio che allora corrispondeva a Treviso. Nel 1339 il doge Francesco Dandolo ripartì il territorio trevigiano in quattro podesterie, fra cui quella di Mestre. Venezia pose Mestre soggetta alla Rettoria di Treviso. Il primo Podestà della città pare essere stato Francesco Bon. Il podestà e capitano di Mestre aveva una carica inferiore rispetto al Rettore di Treviso, da cui il borgo dipendeva. Galleria Immagini Lo scudo di Mestre dell’epoca trevisana è posto sul Municipio — la C e la M stanno per Communitas Mestrensis Stemma Araldico della Famiglia Collalto presso il Castello di San Salvatore Il Diploma di Ottone III che concede al Conte Rambaldo II il suo “nuovo” feudo del 994 La Podesteria di Mestre nel XVI secolo (Edizioni Benetton Studi e ricerche di Maria Grazia Biscaro) Il Castello di San Salvatore Palazzo del Castello di San Salvatore Bibliografia Moroni, Gaetano. Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni. Ughelli, Ferdinando. Italia Sacra. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.