La storia mestrina incisa sulla pietra
La storia mestrina incisa sulla pietra Lapidi e iscrizioni dal Cinquecento al 1927 Un censimento del 1927 Nell’ottobre 1927 la Rivista mensile della città di Venezia pubblica un lungo articolo di Erisio Norfo, «Lapidi veneziane», che raccoglie le iscrizioni di Venezia dalla caduta della Repubblica ai suoi giorni. Alle lapidi della città storica l’autore aggiunge, scrive, «quelle murate nei comuni testè annessi per costituire la più grande Venezia». Per Mestre, Marghera e Chirignago le voci sono tredici, con quattordici lapidi: un piccolo catalogo della memoria pubblica della città, scattato un anno dopo la fine del Comune. Le iscrizioni riportate qui sono trascritte dalle pagine della rivista, con le barre a indicare gli a capo, i numeri romani sciolti fra parentesi e la J usata per la I resa con la I; i puntini fra parentesi indicano le righe omesse. Norfo non dice quasi mai quando ciascuna lapide fu posta, e il suo elenco non dice quali esistano ancora oggi: per ognuna andrà verificato sul posto. Il 1848: il forte, la piazza, il ponte Sulla facciata di Palazzo Da Re, in piazza Umberto I (oggi piazza Ferretto), una lapide ricorda la notte in cui i mestrini presero il forte di Marghera: «PER ONORARE / I GENEROSI PATRIOTI / CHE / ADDI’ 22 MARZO MDCCCXLVIII [1848] / AL FORTE DI MARGHERA / ASSALIRONO ED OCCUPARONO / QUASI INERMI / RESPINGENDO LO STRANIERO PRESIDIO / MESTRE RICONOSCENTE / POSE / CINQUANTA ANNI DOPO». Cinquanta anni dopo vuol dire il 1898; la storia di quella notte è in I fatti di Forte Marghera e in Palazzo Da Re: nel cuore di Piazza Ferretto. Tre lapidi ricordano la sortita del 27 ottobre 1848, quando i volontari usciti dal forte cacciarono gli austriaci da Mestre. Sulla colonna di piazza XXVII Ottobre, la Colonna della Sortita: «TRA LE PATRIE ROVINE / VENEZIA / SOLA IN ARMI / PER LA LIBERTÀ D’ITALIA / CON SCHIERE VOLONTARIE / SFIDANDO / PODEROSA OSTE NEMICA / SCENDE IN CAMPO / PUGNA E TRIONFA / XXVII OTTOBRE MDCCCXLVIII [1848]». Sul ponte della Campana, dove lo scontro fu più duro, un testo più lungo nomina il comandante: «ASSEDIATA VENEZIA / EPOPEA MEMORABILE / PRODI VOLONTARI E FIGLI D’ITALIA / DUCE CELEBERRIMO / GUGLIELMO PEPE / NEL XXVII OTTOBRE MDCCCXLVIII / DA MARGHERA SLANCIATI A MESTRE / CONTRO LO STRANIERO PREPARATO ALLO SCONTRO / STRENUAMENTE PUGNANDO / […] SCONFISSERO E VOLSERO IN FUGA / IL NEMICO / SU QUESTO PONTE PIU’ OSTINATA LOTTA / SOSTENNERO». In via Carducci una lapide ricorda due polacchi venuti a combattere per l’Italia dopo aver perduto la loro guerra in patria: «MISKIEWIKZ E DEMOWSKI / NELLE GUERRE DELLA POLONIA / VALOROSI INFELICI / PER LA LIBERAZIONE D’ITALIA / QUI COMBATTENDO / MORIRONO / LI 27 OTTOBRE 1848». La grafia dei due nomi è quella stampata, sia nella lapide sia nel commento, e andrebbe controllata sulla pietra. Le vicende della sortita sono in La Colonna della Sortita e Guglielmo Pepe. Quando Norfo trascrive la lapide, il ponte della Campana quasi non si vedeva più. Il ramo del Marzenego che attraversava era stato coperto a partire dal 1910, nel 1920 il ponte era stato inglobato nella strada e dal 1925 era scomparso alla vista: nel 1927 la scritta «su questo ponte» ricordava ormai un ponte nascosto sotto la via. Della sortita Pepe andava fiero. In una lettera del 5 novembre 1848, oggi al Museo Correr, scriveva che se gli austriaci fossero stati trattati in altre parti della Penisola «come il furono a Mestre», sarebbero rimasti poco altro tempo in Italia. Il 1849: il forte e il ponte Due lapidi stanno sopra l’ossario di Forte Marghera. La prima porta versi di Carducci, «LA SANTA LIBERTÀ NON E’ FANCIULLA DA POCO RAME»; la seconda ricorda le «POCHE OSSA GLORIOSE / RELIQUIE DI TANTI CADUTI / NEL SANGUINOSO / MA SEMPRE MEMORANDO / SOSTENUTO ASSEDIO DEL 1848-1849», che riposano lì «DACCHE’ SUL FORTE / RITORNO’ IL PATRIO VESSILLO». A Chirignago, sulla facciata del municipio, il Comune ricordava nel 1867 un giovane caduto: «A / JACOPO DA LIO / STUDENTE IN LEGGE / SOLDATO NELLA LEGIONE / BANDIERA E MORO / MORTO SUGLI SPALTI DI MARGHERA / NEL MEMORABILE GIORNO XXVI MAGGIO MDCCCXLIX [26 maggio 1849] / IL COMUNE DI CHIRIGNAGO / MDCCCLXVII [1867]». Norfo aggiunge che aveva vent’anni, studiava giurisprudenza a Padova e aveva preso parte ai moti studenteschi dell’8 febbraio 1848. Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1849 il forte fu abbandonato (vedi I fatti di Forte Marghera). Norfo trascrive anche una lapide del 1916, posta in piena guerra «sul ponte della ferrovia», senza dire se all’estremità di Mestre o a quella di Venezia; ricorda l’ultima difesa: «SU QUESTO PONTE / ULTIMO BALUARDO / DI SUA DIFESA / VENEZIA / COGLI ITALIANI DI OGNI PROVINCIA / EROICAMENTE COMBATTENDO / DAL 27 MAGGIO AL 4 AGOSTO 1849 / ASSICURAVA / LA FUTURA RISCOSSA». La data finale non coincide con la resa di Venezia, avvenuta alla fine di agosto: la lapide non spiega perché si fermi al 4 agosto. Manin e Garibaldi a Mestre In via Mazzini il Comune di Mestre ricordava un inquilino illustre: «DANIELE MANIN / AVVOCATO IN MESTRE / L’ANNO MDCCCXXXI [1831] / QUESTA CASA ABITO’ / IL COMUNE / NEL XXII MARZO MDCCCLXVIII [22 marzo 1868] / IN CUI VENEZIA LE SUE CENERI ACCOLSE / DOPO IL VENTENNE ESILIO / PONEVA». La lapide fu dunque posta il giorno stesso in cui le spoglie di Manin, morto esule a Parigi nel 1857, furono deposte nel sarcofago della piazzetta dei Leoncini dopo una funzione in San Marco. Il giorno prima, secondo un articolo della stessa rivista del 1930, le salme di Manin, della moglie e della figlia erano state deposte per poche ore in una camera ardente nella stazione di Mestre. Sulla stessa facciata di Palazzo Da Re che ricorda il 1848, una seconda lapide ricorda la visita di Garibaldi dopo l’unione del Veneto all’Italia: «DA QUESTA LOGGIA / I FORTUNATI DESTINI D’ITALIA / DIVINANDO / GIUSEPPE GARIBALDI / IL VI MARZO MDCCCLXVII [6 marzo 1867] / PROCLAMAVA AL POPOLO PLAUDENTE / I DIRITTI D’ITALIA / SU ROMA». La Grande Guerra Quattro lapidi parlano della guerra del 1915-18. Sulla facciata del Teatro Toniolo, in piazza Battisti, una ricorda il passaggio dell’irredentista trentino: «IN QUESTO TEATRO / NEI GIORNI DELL’ATTESA / CESARE BATTISTI / AFFERMO’ AL POPOLO ACCLAMANTE / SACRO IL DIRITTO DELL’ITALIA / SINO AL CONFINE CHE NATURA POSE / NEI GIORNI DELLA PROVA / RIAFFERMO’ LA FEDE / RICONSACRO’ IL DIRITTO / COI CIMENTI / NELLE CONTESE ALPI / COL SACRIFICIO / SU AUSTRIACA FORCA / IN TRENTO». La lapide è dunque posteriore all’esecuzione di Battisti a Trento, nel luglio 1916; i «giorni dell’attesa» sono quelli della neutralità, e né la lapide né Norfo danno la data del discorso (la storia del teatro è in Il Teatro di Mestre: il Toniolo). In piazzetta Matter, Mestre ricorda dal 1916 il suo pittore e ufficiale caduto: «EDMONDO MATTER / PER LA GRANDEZZA D’ITALIA / LA SANTA GUERRA / INVOCO’ / PRIMO FRA I PRIMI / NEI PIU’ ASPRI CIMENTI / LA GIOVENTU’ LA VITA / SULLA FRONTE GIULIA / SACRIFICO’ / DELL’EROICO SUO FIGLIO / MESTRE / LA VIRTU’ L’ESEMPIO / CONSACRA / MCMXVI [1916]». Nel commento Norfo data la presa di Oppacchiasella, dove Matter fu ferito a morte, al «16 settembre 1926»: è un refuso per 1916 (la sua storia è in Edmondo Matter). Al cimitero comunale una lapide ricorda Richard Catts Fairfield, «VENUTO VOLONTARIO / DAGLI STATI UNITI D’AMERICA / UCCISO DA BOMBA AEREA NEMICA», volontario della Croce Rossa americana, che Norfo dice ucciso «sul piazzale della Scuola De Amicis a Mestre» mentre soccorreva i feriti (vedi Richard C. Fairfield: il primo soldato americano morto in Italia). In piazza XXVII Ottobre un’altra lapide è dedicata «A RICORDO / DEI CONCITTADINI CADUTI / IN SEGUITO AD INCURSIONI AEREE NEMICHE / MCMXV-MCMXVIII»: Norfo segnala che seguono «i nomi delle 16 vittime innocenti», ma non li trascrive. Sedici nomi sono molti meno dei morti per i bombardamenti contati da altre fonti (vedi Mestre nella Grande Guerra); la lapide parla di «concittadini», e forse non comprende militari e forestieri, ma Norfo non lo dice. Dopo la guerra L’ultima lapide è la più recente. In via Palazzo, a un anno dalla morte, era stata posta una lapide «AD ANTONIO CATTAPAN / COMBATTENTE FASCISTA / NELL’ANNIVERSARIO PRIMO / DEL / SUO GENEROSO SACRIFICIO / XXIV-IX-MCMXXII [24 settembre 1922] / XXIV-IX-MCMXXIII [24 settembre 1923]». Norfo, con il linguaggio del tempo, lo dice caduto «vittima dell’odio bolscevico nella sua Mestre un mese prima della Marcia su Roma». È la sola lapide dell’elenco legata alla politica del dopoguerra. Le iscrizioni più antiche, nelle carte di Fapanni Norfo si ferma al 1797, ma le iscrizioni più antiche di Mestre erano già state raccolte nell’Ottocento da Francesco Scipione Fapanni, nel capitolo sulle «Inscrizioni sparse fuori del Castello di Mestre». Fapanni le aveva viste di persona o se le era fatte copiare, e annotava che cosa ne restava ai suoi tempi. La villa dei Tirabosco. Vicino alla Torre dell’orologio, sulla cornice di una porta del locale che era stato di Taddeo Tirabosco, avvocato veneziano, e poi dei Giustinian, si leggeva: «TUSCULANA STATIO IN MESTRINIS LACUNIS RESTAURATA», cioè una villa di riposo, come quella di Cicerone a Tuscolo, restaurata fra le lagune di Mestre. Una seconda iscrizione, che il padre di Fapanni aveva ricevuto copiata a matita in una lettera dell’agosto 1800, spiegava il senso del luogo: «A FORENSI TEMPESTATE / AD TRANQUILLITATIS PORTUM / VICINUM HOC DIVERTICULUM / THADEUS TIRABOSCUS PARAVIT / QUO DEFATIGATUM ANIMUM / NON VOLUPTATUM ILLECEBRIS / SED ALTERNATA INTERMISSIONE / ET HONESTO OTIO RESARCIRET». L’avvocato si era preparato questo rifugio vicino, un porto tranquillo dopo le tempeste del foro, per ristorare l’animo stanco non con i piaceri ma con il riposo onesto. I Tirabosco, ricorda Fapanni, avevano fatto costruire a Mestre un palazzo con magnifica spesa, rimasto incompiuto, su disegno di Vincenzo Scamozzi, ed erano sepolti a Santa Maria Zobenigo a Venezia. Nel 1861 il luogo, con una grande peschiera circondata d’acqua viva, era in affitto a Pietro Seleno, commerciante di vino, che ci teneva una birreria; ma la lapide Fapanni non la trovò più (la storia della villa è in Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis). La locanda della Campana. Nella locanda della Campana, che ai tempi di Fapanni era ormai una casa privata, i proprietari, i fratelli Benedetto e Angela Barbetta, avevano murato una lapide per ricordare che l’imperatore Francesco I, l’imperatrice Carolina Augusta, l’arciduca Francesco Carlo e la moglie Sofia vi avevano dormito «per improvvisa burrasca» la sera del 25 luglio 1825, mentre andavano a Venezia. Fapanni la completa con la Gazzetta privilegiata di Venezia del 26 e del 28 luglio: arrivati da Strà a Fusina, i sovrani trovarono il mare in tempesta e tornarono a Mestre; il giorno dopo passarono per il forte di Marghera, attraversarono la laguna ed entrarono in città da Cannaregio, percorrendo il Canal Grande. Il viceré Ranieri e la moglie alloggiarono invece in casa del nobile Stefano Valier, e durante la notte, per cura dell’ingegner Barbon, le strade furono sistemate e coperte di sabbia. Fapanni trascrive anche un elenco di ospiti illustri, scolpito in marmo da Sorio e murato a metà della scala, che nel 1886 esisteva ancora: dal contesto sembra appartenere allo stesso albergo. Vi compaiono lo zar Alessandro I, il 22 dicembre 1822; il cardinale Gaisruck, arcivescovo di Milano, il 29 luglio 1825; il principe Giovanni di Liechtenstein, nel novembre 1821; il principe Esterházy, il principe di Salerno, il principe ereditario di Toscana; l’arciduca Massimiliano d’Austria-Este, il 3 dicembre 1821; e infine l’arciduca Francesco Carlo e l’imperatore con le loro spose, nel luglio 1825. Era la Mestre di passaggio, dove chi andava a Venezia si fermava per la notte. Il capitello della Madonna. Presso la Torre dell’orologio c’era un capitello con la Madonna e una lapide in veneziano: «IN TEMPO DE ZUAN MARIA CECCHINATO / PAULO MOGNATTO / JACOMO DE LAZARI ET / TONI PAVANELLO /…
Malcontenta e Fusina: la porta di Venezia sul Brenta
Malcontenta e Fusina: la porta di Venezia sul Brenta Dalla villa di Palladio al confine del 1926 Dove il Brenta arriva alla laguna ci sono due nomi che raccontano secoli di lotta con l’acqua: Malcontenta e Fusina. Per secoli sono stati la porta di Venezia verso Padova; nel Novecento sono diventati il margine industriale di Porto Marghera. Con il decreto del 15 luglio 1926 che cancellò il Comune di Mestre entrarono anche loro nel Comune di Venezia. Un nome che viene dall’acqua Il Brenta è stato per Venezia un pericolo costante: i suoi sedimenti rischiavano di interrare la laguna. Attorno al 1324 si costruisce la Cava Nova, un argine che tiene il fiume lungo il bordo lagunare e ne allontana le foci dalla città. Nel 1425 l’argine di Fusina viene riaperto per qualche tempo, rendendo più diretta la strada d’acqua tra Padova e Venezia. Poco dopo, per scaricare le piene, si scava un taglio da Oriago verso Sant’Ilario: le proteste degli abitanti, che vedevano impaludarsi le loro terre, ne ritardarono lo scavo, e il canale prese il nome di «fossa dei Malcontenti». La decisione è del 1431; lo scavo comincia nel 1444. Da qui viene probabilmente il nome del luogo. Gli studiosi che hanno ricostruito la storia del monastero di Sant’Ilario scrivono che «è verosimile ritenere che lo stesso toponimo di Malcontenta stesse ad indicare quanto l’acqua del Brenta fosse in quella zona mal contenuta». Accanto a questa spiegazione resta quella del malcontento degli abitanti. La storia della nobildonna rinchiusa nella villa per «colpe d’amore», invece, è una leggenda: secondo gli attuali proprietari nacque nell’Ottocento, quando l’edificio era in stato di abbandono. Il fiume continuò a essere spostato per secoli: nel 1507 si scava la Brenta Nova, nel 1610 si completa il Taglio Nuovissimo, che porta il Brenta lontano dalla laguna di Venezia. Lizzafusina, la porta di Venezia Lizzafusina compare nei documenti già nel 1191, nella cronologia del monastero di Sant’Ilario. Quel monastero, l’abbazia dei Santi Ilario e Benedetto, era stato fondato nell’819 dai monaci di San Servolo; i reperti degli scavi del 1880 sono al Museo Archeologico di Venezia. Fusina era il punto in cui il Naviglio del Brenta incontrava la laguna: da qui passava la strada d’acqua tra Padova e Venezia, percorsa dai burchielli, le barche coperte con cui i patrizi viaggiavano lungo la Riviera. Nella zona tra Moranzani e Fusina l’acqua dolce della Seriola, il canale che riforniva Venezia, veniva caricata sulle barche cisterna e portata in città. La Seriola era stata scavata dalla Repubblica nel 1540: il Senato, il 27 aprile di quell’anno, ordinò di prendere l’acqua del Brenta «di sopra ai Moranzani» e di portarla «per una Seriola a Lizza-Fusina», dove i burchi la caricavano per versarla nei pozzi della città. Il canale partiva dal Brenta presso Dolo e finiva «a Moranzano di Fusina» in un grande bacino arginato; una lapide ne indicava la funzione con tre parole, «Hinc Urbis Potus», da qui la bevanda della città. I Moranzani restarono il punto di partenza dell’acqua di Venezia anche con l’acquedotto moderno, costruito dal 1881 e messo in funzione il 31 luglio 1885: l’acqua della Seriola veniva filtrata nello stabilimento dei Moranzani e raggiungeva la città con una condotta sotto la laguna. Il Moranzano segnava anche un confine commerciale. Una legge del 1541 vietava a bottegai e gallinai di comprare pollame, uova e verdure dai contadini diretti a Venezia lungo la strada, «dal Ponte di San Lorenzo di Mestre in qua e dalla Palada (del Moranzano)»: si poteva comprare solo quando la merce era arrivata in città. La villa di Palladio Alla fine degli anni Venti del Cinquecento Federico Foscari compra un terreno sulla riva destra del Brenta, dove sorgevano una vecchia casa dei Valier e alcuni casoni. Sono i suoi figli, Nicolò e Alvise, a chiamare Andrea Palladio: secondo i proprietari la villa fu costruita tra il 1554 e il 1557. Ha un pronao ionico rialzato su un basamento più alto che in qualunque altra opera di Palladio; le colonne sono in mattoni, con basi e capitelli in arenaria. Gli affreschi interni furono dipinti in più riprese tra il 1558 e il 1575. Li cominciò Battista Franco, morto nel 1561; li proseguì per quasi vent’anni Giovanni Battista Zelotti, mentre Bernardino India dipinse le grottesche delle stanze minori. Nel 1574 Enrico III di Valois, ospite di Alvise Foscari, fece qui la prima tappa del viaggio che lo riportava da Venezia a Parigi. Dopo la caduta della Repubblica la villa cambia proprietari: le costruzioni di servizio vengono demolite per venderne i materiali, gli affreschi subiscono strappi e vengono imbiancati a calce. A riscoprirla, nel 1924, è Albert Clinton Landsberg, che vi riceve ospiti come Le Corbusier, Cole Porter e Djagilev. Passa poi all’architetto inglese Claud Phillimore e nel 1973 torna ai Foscari, che da allora ne curano il restauro. Dal 1996 Villa Foscari fa parte del sito UNESCO «La città di Vicenza e le ville del Palladio nel Veneto». In breve Prima menzione: Lizzafusina, 1191 Fossa dei Malcontenti: decisa nel 1431, scavata dal 1444 Villa Foscari: Andrea Palladio, 1554-1557 secondo i proprietari; UNESCO dal 1996 Nel Comune di Venezia: dal regio decreto-legge 15 luglio 1926, n. 1317 1849: la linea del blocco Nel 1849, durante l’assedio di Venezia, Malcontenta torna a essere una frontiera. Il proclama del maresciallo Haynau del 27 febbraio 1849, che vietava di portare denaro alla città insorta, descrive la linea del blocco austriaco: dal ponte di Dese «lungo la strada per Favaro a Mestre. Da Mestre s’estende la linea lungo la strada maestra per Ponte della Rana, e Malcontenta», per risalire poi lungo il Brenta fino a Dolo. 1926: un confine che passa in mezzo Il regio decreto-legge del 15 luglio 1926 aggrega a Venezia, insieme ai comuni di Mestre, Favaro Veneto, Zelarino e Chirignago, anche «la frazione Malcontenta del comune di Mira con lo scalo di Fusina». Oggi però la villa dei Foscari si trova nel comune di Mira, e il suo indirizzo è Malcontenta di Mira: il nome indica così due luoghi vicini, divisi tra due comuni. Nel comunicato del Governo del 28 giugno 1926, pubblicato dalla rivista del Comune, si parla però della «frazione di Fusina del Comune di Mira»: il nome di Malcontenta compare solo nel decreto (la vicenda è in La fine del Comune di Mestre (1926)). Nelle statistiche comunali dei mesi seguenti la nuova frazione è contata insieme a Marghera, con la dicitura «Marghera (con Malcontenta)». Fusina nel Novecento Ancora negli anni Venti da Fusina partiva un vaporino per Venezia, collegato alla tranvia di Padova: nel 1926 il progetto del cavalcavia di Marghera prevede di spostarne lo scalo da Fusina al canale Brentella. E lungo il margine della laguna, fra la Rana, Malcontenta e Fusina, vivevano molti dei raccoglitori di latte che di notte portavano in barca il latte della campagna a Venezia, finché una riforma comunale del 1928 non lo affidò alle nuove stazioni di pastorizzazione (vedi Quando il latte di Venezia arrivava in barca da Mestre). Con la seconda zona industriale di Porto Marghera, Fusina cambia volto (sulle origini del porto industriale si può leggere Le radici ottocentesche di Porto Marghera). Qui Enel costruisce la centrale termoelettrica «Andrea Palladio», le cui sezioni entrano in funzione tra il dicembre 1964 e l’aprile 1974; nel 2010 vi viene inaugurato il primo impianto a ciclo combinato alimentato a idrogeno, sottoprodotto del petrolchimico. Accanto sorge l’impianto di trattamento dei rifiuti di Veritas. Dal 2014 Fusina ospita il terminal delle Autostrade del Mare, con i traghetti per la Grecia, e dal 2024 una nuova stazione per le navi da crociera, nata dopo lo stop alle grandi navi nel bacino di San Marco. Così il punto in cui per secoli si cambiava barca per entrare a Venezia è tornato, in forme nuove, una porta della città sull’acqua. Galleria immagini Villa Foscari, la Malcontenta Lizza Fusina nella veduta di Gianfrancesco Costa, metà del Settecento La pianta della villa disegnata da Ottavio Bertotti Scamozzi, 1776-1783 Le colonne del pronao Grottesche negli interni della villa Il pontile di Fusina oggi Crediti delle immagini: Villa Foscari, foto di Hans A. Rosbach, CC BY-SA 3.0; veduta di Lizza Fusina di G. Costa, Rijksmuseum, CC0; pianta di O. Bertotti Scamozzi, pubblico dominio; colonne, foto di Esther Westerveld, CC BY 2.0; grottesche, foto di Didier Descouens, CC BY 4.0; pontile di Fusina, foto di Didier Descouens, CC BY-SA 4.0. Tutte da Wikimedia Commons. Bibliografia e fonti C. Moine, E. Corrò, S. Primon, Paesaggi artificiali a Venezia. Archeologia e geologia nelle terre del monastero di Sant’Ilario tra alto Medioevo ed Età Moderna, All’Insegna del Giglio, 2017. Villa Foscari La Malcontenta, sito ufficiale e percorso di visita (il parco, le colonne, gli affreschi, conclusione). UNESCO, decisione 20 COM VIII.C, 1996. FAI, Sito archeologico dell’abbazia dei Santi Ilario e Benedetto. Regio decreto-legge 15 luglio 1926, n. 1317, in Gazzetta Ufficiale n. 183, 9 agosto 1926. Provincia di Venezia, opuscolo sulle piste della Riviera del Brenta. Ministero dell’Ambiente, documentazione AIA della centrale di Fusina. Enel, comunicato del 12 luglio 2010. Veritas, relazione annuale Fusina 2010. inforMARE, terminal Autostrade del Mare di Fusina, 2014; Shipping Italy, nuova stazione marittima per le crociere, 30 agosto 2024. R. Gallo, «Come fu risolto a Venezia il problema dell’acqua potabile», in Rivista mensile della città di Venezia, a. II, n. 10, ottobre 1923 (pp. 292-301 del volume digitalizzato dalla Biblioteca nazionale centrale di Roma). A. Michieli, «Gli aspetti geografici del problema dell’acqua potabile in Venezia», ivi, a. III, n. 10, ottobre 1924 (pp. 346-365). A. Pilot, «I “gallineri” e la Serenissima», ivi, a. IV, n. 12, dicembre 1925 (p. 521). A. A. Michieli, «Sentenze e proclami del 1849», ivi, a. VIII, marzo 1929 (pp. 68-69). «Per la più grande Venezia», ivi, a. V, n. 6, giugno 1926 (p. 283). A. Rosso, «Il Cavalcavia di Porto Marghera», ivi, a. V, n. 12, dicembre 1926 (pp. 599-604). R. Vivante, A. Toso, «La riforma del servizio di approvvigionamento del latte nella città di Venezia», ivi, a. VIII, novembre 1929 (pp. 519-540). Per approfondire A. Foscari, Frescos within Palladio’s Architecture: Malcontenta 1557-1575, Lars Müller, 2013. L. Molà, «La Repubblica di Venezia tra acque dolci e acque salse: investimenti tecnologici a Lizzafusina nel Rinascimento», in A. Calzona, D. Lamberini (a cura di), La civiltà delle acque tra Medioevo e Rinascimento, Olschki, 2010. R. Cessi, Il problema del Brenta, 1943. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×
Forte Manin
Forte Manin Il ridotto idraulico di Forte Marghera di Alessandro Bon e Mauro Scroccaro Revisione storica e scientifica di Mauro Scroccaro Origini napoleoniche Forte Manin sorge nell’area dell’odierno Parco San Giuliano, circa un chilometro a nord di Forte Marghera, nel comune di Venezia. Non si tratta di una fortezza, ma di un piccolo ridotto ausiliario: è la più antica delle strutture accessorie nate a supporto del sistema difensivo imperniato su Forte Marghera. Fu eretto in epoca napoleonica, probabilmente tra il 1806 e il 1810, come avamposto settentrionale, con il compito di proteggere il lato verso Campalto e la laguna nord. In origine il suo nome era forte «Eau», acqua: una denominazione che ne rivela una delle funzioni. Non era soltanto un presidio di supporto e di guardia esterna a Forte Marghera, ma anche un presidio militare idraulico, incaricato di gestire le eventuali rotte predisposte sull’argine dell’Osellino. In caso di attacco nemico, l’apertura delle rotte consentiva di allagare le campagne circostanti, trasformando la pianura in un terreno impraticabile per artiglierie e carri. Questa tecnica difensiva era, ed è rimasta a lungo, ampiamente adoperata là dove l’abbondanza d’acqua lo permetteva: in Olanda, ai primi del Novecento, venne potenziata un’intera linea difensiva fondata sull’allagamento di vaste aree di terreno per arrestare eventuali invasioni tedesche, la Nieuwe Hollandse Waterlinie. Già durante il primo assedio austriaco a Forte Marghera, nel 1809, i difensori francesi ricorsero all’allagamento dell’area compresa fra l’Osellino e il Canal Salso; la stessa cosa si ripeté nel 1814 e poi fra il 1848 e il 1849. Struttura e funzione militare La struttura originaria aveva pianta quadrilatera a forma di stella a cinque punte, con tre piccoli bastioni esterni, circondata da un doppio fossato alimentato artificialmente dalle acque dell’Osellino. La posizione, incastrata tra i canali e le zone paludose della gronda lagunare, rendeva il forte naturalmente difficile da espugnare. La sua funzione era complementare a quella di Forte Marghera: mentre quest’ultimo costituiva il nucleo principale della difesa, Forte Manin ne fiancheggiava e proteggeva il fianco nord. Durante l’assedio austriaco del 1849, il forte fece parte del sistema difensivo della Repubblica di San Marco insieme a Forte Marghera e alla Ridotta Rizzardi: in tutto 140 pezzi d’artiglieria e 2.300 uomini al comando del generale Antonio Paolucci. Dopo la caduta di Venezia nell’agosto 1849, tornato il Veneto sotto il governo austriaco, il forte fu ribattezzato «Gorzowsky», dal nome del generale austriaco Karl von Gorzowsky, governatore militare del Veneto dal 24 agosto 1849. Con il passaggio del Veneto al Regno d’Italia nel 1866 il forte tornò italiano e fu definitivamente rinominato Forte Manin, in onore di Daniele Manin, il presidente della Repubblica di San Marco del 1848–49. Dismissione e trasformazione Verso la fine dell’Ottocento il forte venne disarmato: la sua struttura napoleonica era ormai completamente obsoleta rispetto all’evoluzione dell’artiglieria. All’inizio del Novecento le strutture originarie furono demolite e sostituite da un edificio monoblocco in cemento armato, destinato a polveriera al servizio del Campo Trincerato. Questa riconversione cancellò definitivamente l’impianto bastionato originario. La struttura mantenne funzioni di deposito militare per gran parte del Novecento, fino alla definitiva dismissione. Con la bonifica e la trasformazione dell’area paludosa di San Giuliano, avvenuta nel corso del Novecento attraverso l’accumulo di materiali di scarto delle industrie di Porto Marghera, il forte si ritrovò inglobato in un paesaggio completamente trasformato rispetto a quello nel quale era stato concepito. L’area paludosa che ne aveva garantito la funzione difensiva era scomparsa, sostituita da una vasta pianura artificiale che negli anni Novanta del Novecento sarebbe diventata il Parco San Giuliano. Stato attuale e prospettive di recupero Il forte non è oggi accessibile al pubblico e la vegetazione spontanea ne ha coperto buona parte, ma parlare di abbandono ininterrotto sarebbe inesatto. Fra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento la struttura fu data in concessione all’associazione degli alpini, nella stagione forse più dinamica delle attività di recupero dei forti del Campo Trincerato di Mestre. Il forte si trova all’interno del Parco San Giuliano, collegato al quartiere Villaggio San Marco dal ponte ciclo-pedonale Europa, lungo 140 metri, con un pennone centrale di 40 metri, che scavalca la SS 14. Nel 2023 il Comune di Venezia ha annunciato il recupero di Forte Manin con circa tre milioni di euro di fondi PNRR. Nel maggio 2024 la Giunta comunale ha approvato la delibera del progetto: restauro delle polveriere e delle rovine ottocentesche, due nuovi volumi esterni di servizio e un ponte di collegamento con il Parco San Giuliano, per destinare il sito a visite guidate e ad attività didattiche ed espositive. Nell’estate 2026 la stampa locale dava i lavori all’80 per cento, con la conclusione prevista entro l’anno e l’ipotesi di un concorso di idee per stabilirne gli usi futuri. Il nome: Daniele Manin Il forte è intitolato a Daniele Manin (Venezia, 1804 – Parigi, 1857), avvocato e patriota veneziano, presidente della Repubblica di San Marco proclamata il 22 marzo 1848. Manin guidò la resistenza veneziana all’assedio austriaco per sedici mesi, fino alla resa del 22 agosto 1849. Dopo la capitolazione andò in esilio a Parigi, dove morì nel 1857. È sepolto nella Basilica di San Marco a Venezia. Il suo nome è legato indissolubilmente alla memoria risorgimentale mestrina: la celebre Sortita di Forte Marghera del 27 ottobre 1848 fu condotta proprio dalle forze della Repubblica di San Marco da lui guidata. Bibliografia e fonti Zanlorenzi, Claudio (a cura di), I forti di Mestre. Storia di un campo trincerato, Cierre, Verona 1997. Comune di Venezia, La Giunta approva la delibera per il recupero di Forte Manin (10 maggio 2024). VenetoNews, Forte Manin, fine lavori entro il 2026 e un concorso di idee (agosto 2026). Wikipedia, voce Forte Manin. Wikipedia, voce Forte Marghera. Discovery Mestre, Forte Marghera e il Campo Trincerato. Discovery Mestre, Il Parco San Giuliano. Questo articolo è stato scritto da Alessandro Bon insieme a Mauro Scroccaro, che ne ha curato anche la revisione storica e scientifica. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×
Villa Algarotti-Berchet (area Terraglio)
Villa Algarotti-Berchet in ogni stanza vedeansi tracce del grande amore per l’arte Storia Scrive il Fapanni che nel seicento in quest’area vi era il casino di villeggiatura del nobile Francesco Matuzzi e che fu acquistato da Rocco Algarotti, mercante di Venezia, nel 1707 il quale realizzò l’attuale villa. Qui vi soggiornò il di lui figlio Francesco, letterato nato a Venezia nel 1712 e morto a Pisa nel 1764. Della Villa scrive Lorenzo Crico, nel suo libro “Lettere sulle belle arti Trevigiane”, “in ogni stanza vedeansi tracce del grande amore, che l’Algarotti, (Francesco), portava alle belle arti”. E poi continua “non v’è stanza di questo palazzo, non luogo del Vasto giardino, in cui non trovi o colonne, o vasi etruschi, o statue o pitture fresco. Ornamento non ultimo è la lunga sala o galleria, dove Francesco pose una collezione di modelli in gesso dei capolavori di scultura, come la Venere Medicea, l’Apollo di Belvedere ec…” L’oratorio della Villa, che poi fu adibito a scuderia, fu eretto nel 1707 da Rocco Algarotti e accoglie le spoglie del figlio Bonomo, fratello di Francesco. La Villa appare in una mappa del Venturini del 1787 come proprietà della famiglia Corniani sita fra Villa Gradenigo e Ca’ Accenti. Ai tempi della rivoluzione francese ospitò vari esuli tra cui alcuni membri della famiglia Polignac. Nel 1805, vi soggiornò per una notte il generale Andrea Massena e, nel 1810, fu residenza del governatore militare francese di Venezia, il gen. Jacques François Menou, che qui morì. Durante i moti del 1848/9 fu occupata dagli Austriaci e ospitò il generale Mitis nel giorno della sortita di Forte Marghera (27 ottobre 1848). Durante la terza guerra di indipendenza divenne il comando del gen. Efisio Cugia e vi fu firmato l’accordo che stabiliva la linea armistiziale intorno a Venezia. Acquistata nel 1858 da Cecilia Berchet, figlia del politico e poeta Giovanni e madre del patriota e storico veneziano Guglielmo Berchet, che qui visse fino alla morte avvenuta nel 1913. Durante la prima guerra mondiale, fu adibita ad ospedale della Croce Rossa Americana; fu poi ceduta ai Marcello, nel 1922 fu sede del comando fascista nei giorni della marcia su Roma. Occupata da truppe tedesche nel 1943, nel secondo dopoguerra fu acquistata dalla Montevecchio, azienda del gruppo Montedison. Nel 1969 venne venduta alle figlie di San Giuseppe che la adibirono a scuola, funzione che svolge tutt’oggi. Altri ospiti illustri furono il cardinale César-Guillaume de La Luzerne (1811), Edmondo De Amicis (1866) ed Ernest Hemingway (1918). L’edificio La costruzione si discosta dallo schema tipico delle ville venete e il suo sviluppo, prevalentemente orizzontale, ricorda piuttosto i casoni rurali. In effetti, presenta solo un piano rialzato e un sottotetto. Su ogni lato è presente una facciata: più interessante quella che dà sul giardino, costituita da elementi con mattoni a vista che creano un certo contrasto. L’interno si articola in una grande sala che conserva busti classici, vasi e affreschi, questi ultimi attribuiti a Giovanni Battista Crosato. Notevole anche la scuderia, simile a un tempietto, in quanto in origine oratorio, e decorata da bassorilievi attribuiti ad Antonio Bonazza. La cappella dà invece sul Terraglio. Nel parco sorge un padiglione circolare, affiancato da due statue del Bonazza e ora adibito ad abitazione privata. Tale parco che un tempo era molto più vasto, arrivando a lambire le attuali via Trezzo e via del Tinto, fu, verso la fine degli anni 60 del XX secolo, in buona parte distrutto per consentire la costruzione dell’attuale Villaggio Sartori e della chiesa della SS. Trinità di Mestre. Il complesso risente anche della vicinissima tangenziale. Galleria Immagini Villa Algarotti-Berchet in un’immagine d’epoca Villa Algarotti-Berchet in due immagini d’epoca Villa Algarotti-Berchet come appare oggi Villa Algarotti dal Terraglio (Google Maps) Villa Algarotti vista dal Terraglio Il Terraglio in una mappa di G Venturelli del 1787 Bibliografia Paolo Borgonovi, Villa Berchet. Storia e segreti, Centro Studi Storici di Mestre, Mestre 2008 Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×
Alessandro Poerio
Alessandro Poerio Il patriota e poeta ferito mortalmente a Mestre nel 1848 Alessandro Poerio (1802–1848) Alessandro Poerio (Napoli, 27 agosto 1802 – Venezia, 3 novembre 1848) fu un patriota e poeta italiano del Risorgimento. La sua figura unisce attività letteraria, impegno civile e partecipazione diretta agli eventi politici dell’Ottocento italiano. Proveniente da una famiglia attiva nella vita politica del Regno delle Due Sicilie, era figlio del giurista Giuseppe Poerio e fratello di Carlo Poerio, futuro protagonista dei moti costituzionali. Ricevette la prima educazione da Domenico Simeone Oliva, poeta legato alla corte napoleonica e già precettore dei figli di Gioacchino Murat. La sua formazione classica e l’interesse per la filosofia morale contribuirono alla costruzione di una poetica sobria e meditativa. Nel 1820 partecipò ai moti costituzionali napoletani, combattendo a Rieti contro le truppe austriache. In seguito alla repressione, fu costretto all’esilio, durante il quale consolidò le sue convinzioni politiche e il contatto con la cultura europea. Rientrò a Napoli nel 1835 e riprese l’attività letteraria e intellettuale. L’attività letteraria Poerio è ricordato soprattutto per le liriche di ispirazione patriottica, pubblicate nel 1843 e successivamente, in edizione ampliata, nel 1852. La critica contemporanea accostò la sua produzione a quella di Niccolò Tommaseo e, per alcune affinità tematiche, a quella di Giacomo Leopardi. La sua poesia si caratterizza per: l’idea della patria come valore morale; il richiamo al dovere civile; la presenza della sofferenza personale come mezzo di elevazione interiore; la natura come riflesso dello stato d’animo; un linguaggio misurato, coerente con la sua formazione classica. Pur senza raggiungere la notorietà dei maggiori autori romantici, Poerio fu apprezzato dai contemporanei per la coerenza tra vita e opere. La Sortita di Mestre Allo scoppio dei moti del 1848, Poerio si recò a Venezia, dove la Repubblica di San Marco di Daniele Manin e Niccolò Tommaseo aveva proclamato l’indipendenza dall’Austria. Arruolatosi volontario, partecipò alla difesa della città. Il 27 ottobre 1848, durante la sortita di Forte Marghera, fu gravemente ferito presso Mestre da colpi d’arma da fuoco e schegge di mitraglia. Trasportato a Venezia, subì l’amputazione di una gamba, ma morì pochi giorni dopo, il 3 novembre. Per merito di guerra fu promosso da soldato semplice a capitano. Galleria Immagini Alessandro Poerio in un’immagine d’epoca La prima Caserma Matter in Via Poerio Il Ramo delle Muneghe, l’ex Chiesa delle Grazie e il Palazzo del M9 district Via Poerio all’interno del Centro di Mestre Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×
Antonio Olivi
Antonio Olivi Eroe della Sortita di Mestre Biografia Antonio Olivi (Treviso, ? – Mestre, 27 ottobre 1848) è stato un patriota e militare italiano. Tenente nell’esercito della Repubblica di San Marco, guidò la Sortita di Mestre del 27 ottobre 1848. Figlio di Giuseppe Antonio Olivi, podestà di Treviso tra il 1847 e il 1852, partecipò ai moti del 1848 e, quando Treviso venne conquistata dagli austriaci, espatriò insieme alla moglie Giulia e al più piccolo dei loro tre figli. La Sortita di Mestre Insieme ai fratelli Ferrante e Giulio partecipò ai combattimenti in diverse parti d’Italia e, con il grado di tenente, prese parte alla difesa della Repubblica di Venezia. Il piano della Sortita di Mestre, preparato dal maggiore Carlo Alberto Radselli su incarico del ministro della guerra Cavedalis, prevedeva tre colonne in partenza da Fusina, dal Forte Rizzardi e da Forte Marghera. A Olivi fu affidata quella che uscì da Forte Marghera con il compito di riconquistare la città, occupata dagli austriaci il 18 giugno. All’alba del 27 ottobre 1848, a capo di 2000 uomini del I battaglione “Italia Libera”, attaccò gli austriaci a San Giuliano, ricacciandoli verso Treviso. Si ricongiunse con circa 1500 patrioti mestrini in Piazza Barche e si diresse quindi verso il ponte della Campana, unico accesso alla piazza Maggiore e al centro cittadino. Dopo tre assalti respinti, gli italiani presero possesso delle case sulla via delle Muneghe (poi via Poerio) per contrastare il fuoco proveniente dalle case requisite dagli austriaci, e al quarto assalto misero in fuga i soldati croati. Gli austriaci ripiegarono sul ponte delle Erbe per permettere al comando di lasciare la Torre di Mestre. La battaglia si concluse con la vittoria degli italiani, ma Antonio Olivi, come Alessandro Poerio, fu tra i caduti, colpito da una “bomba mitraglia” (“… fra il guasto della mitraglia che gli straziava i visceri …”). Prima di morire raccomandò ai compagni d’armi la moglie e i figli. L’azione fu un successo oltre le aspettative: gli austriaci lasciarono sul campo circa duecento morti e 575 prigionieri, tra cui cinque ufficiali, mentre i veneziani ebbero 34 morti e 72 feriti. Il giorno dopo Daniele Manin scrisse a Niccolò Tommaseo: “La funzione d’ieri fu brillantissima per le armi italiane”. Fu però una vittoria di breve durata, perché Mestre non poteva essere tenuta a lungo; la vicenda è raccontata in Mestre 1848-1849: dalla Sortita di Mestre alla caduta. A ricordo di quei fatti, sul ponte delle Erbe è ancora visibile una palla di cannone murata nella facciata rivolta verso il fiume della casa all’angolo con l’attuale via Daniele Manin. Ve la fece collocare il mestrino Luigi Rallo (1811-1883), che visse in prima persona gli eventi del 1848-1849: era il titolare dello storico negozio di colori ospitato in quell’edificio dal 1848 al 1943. Nel 1898 la città di Mestre ricevette la XI medaglia d’oro al valor risorgimentale. La medaglia fu istituita dal re Umberto I come distintivo d’onore alle città “… in ricompensa del valore dimostrato dalla cittadinanza alla presa del forte di Marghera la notte del 22 marzo 1848 e nella sortita di Marghera del 27 ottobre successivo …”. In quell’occasione Piazza Barche, dove già dal 1886 era stata inaugurata la Colonna della Sortita, fu rinominata piazza Ventisette Ottobre, mentre diverse strade furono dedicate ai caduti e agli eroi di quel periodo, come via Alessandro Poerio e via Guglielmo Pepe. Una via venne dedicata anche ad Antonio Olivi. In una casa d’angolo presso la chiesa dei frati cappuccini, una lapide ricorda i sergenti polacchi Konstanty Miśkiewicz, italianizzato in Costantino Miskiewicz, e Izydor (Isidoro) Dembowski, anch’essi caduti combattendo contro gli austriaci. In memoria di Antonio Olivi, il 31 ottobre 1848 l’abate trevigiano Giambattista Rambaldi pronunciò un’orazione funebre, in cui ricordò anche la moglie Giulia, che lo aveva seguito nelle sue peregrinazioni per l’Italia. Galleria Immagini La Sortita di Mestre del 27 ottobre 1848 in una rappresentazione (particolare) La Casa della Rana, in via Cappuccina, negli anni Cinquanta. Vi si intravede la lapide commemorativa Mestre, via Olivi in una cartolina d’epoca La battaglia al ponte della Campana (1848) Bibliografia Voce Antonio Olivi, Wikipedia Voce Forte Marghera, Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×
La Colonna della Sortita
Colonna della Sortita Simbolo del patriottismo mestrino e della sortita del 1848 Il 27 ottobre 1848 avveniva la sortita di Forte Marghera, episodio fondamentale per la storia mestrina che si colloca all’interno dei moti rivoluzionari che videro l’Italia attraversata da un’onda di orgoglio patriottico. Un patriottismo che restò vivo nei dibattiti cittadini anche dopo la nascita del Comune di Mestre, dividendo la politica locale per decenni. Un tema divisivo Il dibattito su come onorare i fatti di Marghera animava la vita cittadina contrapponendo le diverse anime della politica locale. La stessa data del 27 ottobre era un campo di battaglia simbolico: i progressisti volevano commemorare quell’episodio con solennità pubblica, mentre monarchici, cattolici e la destra dell’epoca preferivano tenere sottotono queste rievocazioni. I due fronti avevano i loro uomini di riferimento: Napoleone Ticozzi, favorevole alla piena commemorazione del 27 ottobre, e Pietro Berna, cattolico, propenso a ridimensionare il patriottismo risorgimentale mestrino. La posizione del Ticozzi non stupisce conoscendo le sue radici familiari. Sua madre Domenica Olivi era nipote di Giuseppe Olivi, podestà di Treviso e patriota, e cugina di Antonio Olivi, eroe e martire dei moti mestrini. Suo padre Cesare, mazziniano convinto e sospettato di aver finanziato Mazzini, gli aveva imposto il nome Napoleone in aperto sfregio agli austriaci. Un monumento per i Fatti di Marghera Il 29 dicembre 1875, nella casa del veterano Bellinato, si riunì un gruppo di reduci insieme al sindaco Napoleone Ticozzi e ad altri cittadini per formare un comitato con il compito di raccogliere fondi per la realizzazione di quello che il Barizza definisce un “modesto Obelisco”, destinato a ricordare i fatti di Marghera. Fra i membri del comitato figuravano Giorgio Manin, figlio di Daniele, il Conte Jacopo Rossi, Lorenzo Gastaldis, Girolamo Allegri, Paride Zajotti e Antonio Malvolti. La prima iniziativa concreta del comitato fu nel 1878 la posa di una targa commemorativa sulle mura della casa di Pietro Berna, sita nei pressi del Ponte della Campana, abbattuta nel 1920 per far posto all’edificio tuttora esistente. Il 9 dicembre 1883 fu la volta della “casa della Rana”, ancora oggi visibile in via Cappuccina, dove venne affissa una targa in ricordo dei patrioti polacchi Costantino Miskiewicz e Isidoro Dembowski, caduti a Mestre durante i moti. Alla cerimonia parteciparono i loro familiari e un folto gruppo di cittadini polacchi giunti appositamente. La raccolta fondi per il monumento non ottenne il successo sperato: furono i Ticozzi ad anticipare di tasca propria la somma mancante, confermando l’attaccamento personale della famiglia all’ideale risorgimentale. Nel 1881 venne affidato a Lorenzo Seguso il compito di realizzare una colonna ionica sormontata da un Leone di San Marco in bronzo. Il piedistallo alla base ospita quattro piastre: due recano iscrizioni di Costantino Nardi, le altre due gli stemmi di Mestre e di Venezia. Il collocamento in Piazza Barche fu affidato ad Antonio Toniolo. La scelta di questa piazza non fu casuale: evitare Piazza Ferretto significava anche evitare le polemiche con chi si opponeva alla commemorazione nel cuore della città. Pietro Berna e la politica contro il ricordo Succeduto al Ticozzi, il sindaco Pietro Berna proseguì nella sua opera di ridimensionamento del patriottismo mestrino. La cerimonia d’inaugurazione, inizialmente fissata per il 27 ottobre 1885, fu sospesa il 17 ottobre con un’ordinanza prefettizia che adduceva come motivazione un’epidemia di colera — pretesto piuttosto trasparente, dal momento che il colera era allora endemico. Fu il Conte Jacopo Rossi a sbloccare la situazione proponendo una data alternativa: domenica 4 aprile 1886. Anche in questa occasione, tuttavia, il Berna si oppose alla richiesta del Comitato Promotore di esporre i gonfaloni donati a Mestre nel 1866 da altre città italiane in riconoscimento del contributo mestrino alla liberazione nazionale, e di organizzare una processione civica aperta alla cittadinanza. L’irremovibilità del sindaco portò il Comitato a sciogliersi in forma di protesta, lasciando una traccia duratura di quanto quella data fosse divisiva per la città. Da Piazza Barche al deposito comunale Per molti decenni la Colonna della Sortita rimase collocata di fronte al negozio Coin, al centro di Piazza Barche, punto di riferimento visivo e simbolico del centro mestrino. Nel 2008 venne rimossa per consentire i lavori di realizzazione del tram, finendo in un magazzino comunale dove rimase per sette anni. Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia il monumento giaceva ancora in deposito, tanto che il consigliere del Quirinale Louis Godart invitò pubblicamente il Comune di Venezia a ricollocarlo nel sito originario. Il ritorno in piazza e la polemica sul leone Il 24 ottobre 2015, in tempo per l’anniversario del 27 ottobre, la colonna tornò in piazza — non nella posizione originaria, oggi occupata da alberi e dalla rotonda, ma a una ventina di metri di distanza, in Piazza XXVII Ottobre. Alla cerimonia partecipò il sindaco Luigi Brugnaro, che ricordò anche Stefano Zabeo, recentemente scomparso, che si era a lungo battuto per riportare il monumento in città. Il leone era però ancora a terra: doveva essere restaurato secondo le indicazioni concordate con la Soprintendenza prima di essere riposizionato in cima alla colonna. Il 21 marzo 2016 i Lavori Pubblici procedettero infine alla posa del leone alato, seguita dalla rimozione del ponteggio e dal completamento delle opere sulla base. Ma non mancò la polemica. Il Centro Studi Storici di Mestre protestò per l’errato orientamento del leone: rimontato con lo sguardo rivolto verso sud, verso Roma, anziché verso nord, verso Vienna, come era stato voluto in origine. Una svista non da poco per un monumento il cui significato risorgimentale è tutto nell’indicare il nemico sconfitto. I fatti recenti: ricollocazione, restauro e polemiche (2008–2026) La rimozione del 2008 per i lavori del tram Sir1 portò il monumento in deposito per sette anni, suscitando appelli pubblici (come quello di Louis Godart nel 2011 per il 150° dell’Unità d’Italia). Il ricollocamento avvenne il 24 ottobre 2015 in Piazza XXVII Ottobre, con cerimonia alla presenza del sindaco Luigi Brugnaro e dell’assessore Francesca Zaccariotto, che sottolinearono il restauro della pietra d’Istria e del bronzo in collaborazione con la Soprintendenza. Il leone fu riposizionato il 21 marzo 2016 dopo restauro. Subito emerse la polemica sull’orientamento: il leone, storicamente rivolto a nord (verso il Terraglio e Vienna, simboleggiando la vigilanza anti-austriaca, come documentato da foto d’inaugurazione 1886), fu montato verso sud (ruotato di 180°). Il Centro Studi Storici di Mestre e il consigliere Paolo Ticozzi (discendente di Napoleone Ticozzi) denunciarono l’errore, che altera il significato simbolico del monumento. Ticozzi ha depositato un’interrogazione consiliare il 17 marzo 2026 (n. 1398), sostenuta dal gruppo PD, chiedendo il ripristino immediato ruotando il leone verso nord. La polemica è ripresa anche su gruppi Facebook come “Mestre Evolution” e pagine del Centro Studi Storici, evidenziando come l’errore sia persistente nonostante segnalazioni fin dal 2016. Galleria Immagini Piazza XXVII ottobre e la Colonna della Sortita in cartolina dell’inizio novecento Festeggiamenti per il collocamento della Colonna della Sortita a Mestre avvenuto il 4 aprile 1886 Leone di San Marco posto sopra la Colonna della Sortita La Casa della Rana in una foto d’epoca. Vi si intravede la targa commemorativa Lo Stemma di Mestre è posto sulla colonna Commemorazione della Sortita e del XXVII Ottobre Il Leone di San Marco è raffigurato al lato opposto dello stemma mestrino Commemorazione delle guerre veneziane La Targa posta nel 1883 sulla Casa della Rana che ricorda due combattenti polacchi su un edificio in via Cappuccina Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Il Gazzettino, “Mestre si riappropria della sua storia e accoglie la Colonna della Sortita”, 25 ottobre 2015. Il Gazzettino, “La colonna della Sortita è tornata quasi al suo posto, a pochi metri da dov’era”, 23 ottobre 2015. Interrogazione consiliare n. 1398, Comune di Venezia, depositata il 17 marzo 2026 da Paolo Ticozzi et al., “Colonna della sortita, si riposizioni nella direzione corretta il leone posto sulla sua sommità”. Disponibile su consiglio2020.comune.venezia.it. Venezia Radio TV, “Mestre, la Colonna della Sortita torna in Piazza XXVII Ottobre”, 24 ottobre 2015. VeneziaToday, articoli sul restauro e ricollocazione della Colonna della Sortita, marzo 2016. Centro Studi Storici di Mestre, comunicati e proteste sull’orientamento del leone (dal 2016 in poi, ripresi su social e giornali locali). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×
I fatti di Forte Marghera
La Sortita di Mestre del 27 ottobre 1848 Forte Marghera e la difesa della Repubblica di San Marco Il contesto: Venezia e la sua terraferma La Repubblica Veneta proclamata da Daniele Manin il 22 marzo 1848 nacque in un momento di straordinaria euforia rivoluzionaria, quando l’esercito austriaco sembrava sul punto di dissolversi e le città del Veneto si liberavano una dopo l’altra. Mestre, posta sul litorale lagunare, era il nodo di tutte le comunicazioni terrestri verso Venezia: da qui confluivano le strade da Padova, da Treviso, dal Terraglio, e da qui partiva il Canal Salso, o Fossa Gradeniga, che per via d’acqua permetteva un rapido collegamento con la città insulare. La Repubblica Veneta, fin dai suoi primi giorni, si era adoperata con i suoi inviati presso le grandi potenze per internazionalizzare il problema della sua indipendenza. La diplomazia era però un gioco pericoloso: l’armistizio di Salasco, firmato il 9 agosto 1848 dal generale piemontese e dal feldmaresciallo Hess per l’Austria, stabiliva all’articolo 1 che la linea di demarcazione fra i due eserciti sarebbe stata la stessa dei due stati rispettivi. Questo significava, nella lettura austriaca, che Venezia rientrava sotto protezione imperiale. Il governo veneziano rifiutò di riconoscere l’armistizio come vincolante: il Manin scrisse l’8 settembre che gli avvenimenti degli 11 agosto avevano totalmente annullato quelli del 24 luglio e che la fusione col Piemonte aveva perduto ogni forza giuridica. La Repubblica si trovava dunque in una posizione di isolamento diplomatico crescente, mentre il blocco austriaco stringeva per terra e per mare dal 15 giugno 1848. La presa del Forte di Marghera (22 marzo 1848) Il Forte di Marghera era stato costruito da Napoleone tra il 1808 e il 1810 per difendere Venezia da eventuali attacchi provenienti dalla terraferma. La posizione era idonea: bloccava ogni iniziativa offensiva e poteva tenere sotto controllo le due possibili località di confluenza verso la laguna, Fusina e Campalto. La cinta interna era una linea poligonale di bastioni a figura di pentagono, con il lato minore rivolto verso Mestre e gli altri sviluppati verso la laguna; la cinta esterna era costituita da un manufatto a corona con quattro bastioni e due controguardie. Tutto attorno grandi fossati pieni d’acqua impedivano da ogni parte l’accesso. A completare le difese esistevano tre opere distaccate: il Forte Manin, già Forte Eau, a circa un chilometro sulle rive del Canale Osellino verso Campalto; il Forte Rizzardi al di là della linea ferroviaria, sopraelevato e in grado di rendere defilati ai tiri del Forte Marghera i movimenti nemici; il Forte di S. Giuliano sull’omonima isola, a una quarantina di metri dalla terraferma. Durante il lungo periodo di pace che seguiò la dominazione napoleonica, l’Austria aveva lasciato il Forte in quasi completo abbandono. La sera del 22 marzo 1848 una banda di borghesi male armati provenienti da Mestre, guidati da un drappello di soldati italiani disertori, sorprese la guarnigione di poche decine di uomini e con un fortunato colpo di mano occupò il Forte. Il governo provvisorio lo presidiò inizialmente con centocinquanta militi, poi fu occupato dalla Legione del generale Giacomo Antonini, organizzata a Parigi e composta di fuorusciti italiani. Duecento uomini mandati dagli Austriaci per riprenderlo furono fatti prigionieri e il Forte fu consegnato al Governo provvisorio della Repubblica Veneta. Il mese di aprile segnò il periodo di maggior successo della rivoluzione italiana, ma fu un’illusione di breve durata. Con la riscossa dell’Armata imperiale del maresciallo Radetzky, il Veneto tornò rapidamente in mani austriache. L’11 giugno cadde Vicenza, il 13 toccò a Padova e il 14 fu la volta di Treviso; in tal modo restò aperta la via verso Mestre. La sera del 18 giugno gli Austriaci ritornarono in città. Il diario inedito di Teodoro Ticozzi descrive l’occupazione: «Alla sera pervenne 10 di Cavalleria con la lanza, detti ulani con in cima la bianderetta giallo e nero con tre drappelli di circa 500 Croati e si recarono direttamente in fondo a Mestre al Piazzaletto della Diligenza Franchetti con due cannoni posti al principio della strada che guarda i Forti.» La difesa del Forte (giugno 1848 – maggio 1849) Dal 14 giugno 1848 all’inizio dell’attacco decisivo passarono oltre dieci mesi durante i quali i difensori non desistettero mai dal sottoporre a bombardamento ogni opera offensiva del nemico. Il cannone del Forte controllava sistematicamente ogni località dove notava un movimento sospetto, non trascurando nemmeno il campanile della Chiesa di Mestre dove si annidavano gli osservatori nemici. Il diario di Ticozzi registrava i fatti con incisivo stile: «Stamane fino alle 9 i Cannoni del Forte Eau e del fortino di là della strada ferrata lavorarono bene e ne furono rimasti morti circa 600.» (19 giugno) Il 22 giugno il Comando Superiore della Città e Forti di Venezia citava all’ordine del giorno la sortita compiuta da un piccolo reparto esploratore che si spinse fino a Mestre, lodando il coraggio del Capitano Adriano Jean. Il 9 luglio una sortita in forze fu ordinata dal Colonnello Belluzzi quando si accorse che gli Austriaci stavano sistemando una batteria non lontano dal Forte. Il 10 agosto si svolse un’azione di fuoco tra le artiglierie del Forte e quattro batterie appostate dagli Austriaci lungo la linea ferroviaria, a Campalto e in vicinanza di Mestre. Il bollettino del 15 agosto riportava: «Alle ore 5 pom. del giorno 10, gli Austriaci, dalle quattro batterie apostate sulla strada ferrata, a Mestre, a Campalto, aprivano un fuoco vivissimo contro Marghera. Il forte rispose, come doveva all’invito. Alle 6 e 1/2 il fuoco de’ nostri era nel suo pieno vigore: quello de’ nemici scemava, cosicché alle 7 e 1/2 dovevano ritirarsi. I danni patiti dal Tedesco furono: 16 cannonieri uccisi, 22 feriti; 4 pezzi di cannone smontati, de’ quali uno reso inservibile e i fortini totalmente distrutti. Oltracciò, una casa in Mestre incendiata da una bomba del forte.» Il 7 settembre alcuni Zappatori del Genio austriaco stavano erigendo un fortino nei pressi di Mestre con l’aiuto di venti operai mestrini ingaggiati come giornalieri; la fortezza di Marghera, saputo del lavoro, aprì il fuoco con dodici tiri e il direttore dei lavori Marcolin fuggì precipitosamente dal Borgo lasciando utensili e giachette. Il 23 settembre, a mattina, il cannone fece quindici tiri diretti alle barricate che i Tedeschi avevano eretto. In ottobre le azioni si fecero più rare: il cannone tacque fino al 27 ottobre, data che sarebbe rimasta memorabile nella storia di Mestre. La sortita del 27 ottobre 1848 Il 27 ottobre 1848 fu la giornata che avrebbe dato a Mestre fama imperitura nella storia del Risorgimento italiano. Fu proprio per uscire da quella politica di aspettazione passiva, di attesa di una mediazione che non arrivava, che il governo veneziano decise di agire. La mattina del 24 ottobre il ministro della guerra Cavedalis convocò il maggiore Carlo Alberto Radselli per elaborare al più presto il piano di sortita in forze da Forte Marghera. Radselli era il principale ideatore del piano e, nella sua qualità di capo del servizio di esplorazione terrestre, conosceva meglio di qualsiasi altro la consistenza delle forze austriache dislocate nei territori circostanti. All’alba del 27 ottobre un corpo di spedizione, diviso in tre colonne, puntava dalle lagune di Fusina, dal Forte Rizzardi e dal Forte Marghera verso la Piazza Maggiore di Mestre. La colonna uscita da Forte Marghera era guidata dal tenente Antonio Olivi, che cadde nei combattimenti per il ponte della Campana; tra i feriti a morte ci fu anche il poeta Alessandro Poerio. La sortita era stata ordinata dal generale Guglielmo Pepe, comandante delle truppe di terra della Repubblica. L’operazione riuscì vittoriosa oltre ogni aspettativa. Le truppe veneziane irruppero in Mestre, fecero 575 prigionieri tra cui cinque ufficiali, inflissero all’avversario circa duecento morti. Il Manin scrisse al Tommaseo il 28 ottobre: «La funzione d’ieri fu brillantissima per le armi italiane. Il nemico lasciò sul campo duecento morti: gli abbiamo fatto 575 prigionieri tra cui cinque ufficiali… Noi deploriamo 34 morti e 72 feriti. A Mestre il combattimento fu sanguinoso; il nemico erasi fortificato nelle case; e faceva fuoco dalle finestre: fu pienamente sconfitto alle 4 pomeridiane. Ottenuto lo scopo della sortita la sera stessa tutti i nostri militi tornarono lieti e contenti a chiudersi nei loro forti.» La vittoria non sfuggì all’attenzione delle cancellerie europee. Il 21 novembre 1848, tre settimane dopo i fatti, Lord Palmerston, ministro degli esteri britannico, scrisse al console generale inglese a Venezia, Clinton Dawkins: «Signore, sento dal vostro dispaccio del 30 ottobre l’esito d’una sortita tentata dal governo veneziano contro le truppe austriache, che occupano Cavallino e Mestre nella terraferma. Debbo darvi l’incarico di rappresentare vigorosamente al governo provvisorio di Venezia, che si astenga da simili attacchi agli Austriaci, perché potrebbero provocare contro Venezia un formidabile attacco che i Veneziani non potrebbero respingere; che inoltre siffatti procedimenti importano una flagrante violazione dell’armistizio.» La missiva rivela quanto la sortita avesse preoccupato le potenze che ancora puntavano a una mediazione diplomatica: una vittoria militare veneziana complicava i loro piani. A Venezia, intorno alle due del pomeriggio, il popolo affollato in piazza fu chiamato alla chiesa ove si esponeva la Madonna di San Marco; la piazza fu vuotata in un punto, le preghiere del popolo furono esaudite, e «all’annuncio della vittoria i bronzi della nostra Basilica riempirono l’aria della loro maestosa e sacra armonia.» Tuttavia il Cavedalis, tornato alla sera a Venezia dal fronte della battaglia, ancora dopo mezzanotte vedeva dal suo poggiolo i burchi e le gondole che fra canti di festa passavano nel Canal Grande: era solo, triste ed amareggiato nonostante il recentissimo successo. Il comando ai vincitori di ritirarsi aveva tolto loro il mezzo di sfruttare la vittoria: da Mestre si sarebbe potuto puntare su Padova e Treviso, o addirittura mandare un corpo di spedizione verso Trieste. Le conseguenze a Mestre Il mattino del 28 ottobre, arrivata la truppa principale nella città, due impiegati municipali sequestrati furono messi alla testa della colonna e condotti a passo cadenzato per la Piazza Maggiore. Il sacerdote e patriota Giovanni Renier, arciprete di Mestre, così descriveva quei giorni nella sua cronaca: «Spuntato il giorno, gli Austriaci rassicuratisi e rimessisi a quartieri, dieronsi a violenze… Fu saccheggiata la casa dello speziale Reali… Ai bottegai fu comandato di aprire i fondachi e li pagavano con percosse e minacce di morte… Fanciulle e donne gridavano spaventate, e temevansi il peggio.» Il comandante di un contingente svizzero di stanza a Forte Marghera, il Debrunner, annotava: «Si ebbe la soddisfazione di lanciare in mezzo alla piazza di Mestre una granata che, come si apprese poi, uccise otto croati e due bambini.» Il 31 ottobre nella chiesa di San Giovanni e Paolo si resero solenni pubbliche onoranze alle vittime della battaglia di Mestre. Sopra il portone principale del tempio si leggeva la scritta: «Fratelli, fratelli! preghiamo la requie e la luce perpetua alle anime di quei prodi che col sangue sparso nelle barricate di Mestre, lavorarono in parte la macchia, ahi non sua, dell’esercito italiano e segnarono all’Italia, per ambagi diplomatici moribonda, che solo col sangue risorgèrà a vita di libertà vera e duratura.» Il mestrino Placido Aldighieri, che avrebbe combattuto valorosamente alla difesa del Forte Marghera nel maggio del 1849, descriveva la reazione dei suoi concittadini all’arrivo vittorioso delle truppe veneziane: «Come scintilla elettrica, e le finestre in ogni abitazione e tosto venivano addobbate da arazzi, tappeti e bandiere, in segno di grande contentezza e patriottica dimostrazione. In ogni angolo capannelli di persone d’ogni genere cantavano canzoni patriottiche e ogni cittadino aveva in petto la sua tricolorata coccarda.» L’assedio finale (aprile – maggio 1849) Il 12 marzo 1849 Carlo Alberto denunciò l’armistizio di Salasco e riprese le ostilità contro l’Austria, ma la nuova impresa si concluse con la sconfitta di Novara il 23 marzo. L’Austria, libera da ogni altro impegno, poté ora affrontare l’unica questione rimasta sospesa: la Repubblica Veneta. Già nella seconda metà di aprile Mestre e le zone circostanti rigurgitavano di soldati, cannoni e mezzi per l’assedio. Il generale Haynau aveva radunato 24.000 uomini, 2.000 artiglieri e centinaia di zappatori, con sede del comando nella villa Papadopoli a Marocco. Verso la fine di aprile…
Antonio Alippio Cappelletto
Antonio Alippio Cappelletto Ingegnere e patriota mestrino Antonio Alippio Cappelletto nacque il 12 luglio 1805 a Mirano (Venezia) da Pietro e da Maria Melacini, e si laureò nel 1829 ingegnere architetto presso l’Università di Padova. Già nei primi anni di attività mise a punto un ruotismo, cioè un sistema di ingranaggi, capace di trasmettere il moto tra due assi allineati: il meccanismo, presentato all’Istituto veneto dal professor G. Alinotto, permetteva rapporti di trasmissione che i congegni allora conosciuti non consentivano. Nel maggio 1846 venne nominato ingegnere della Ferrovia lombardo-veneta con sede a Mestre. Durante i moti del 1848 riuscì a mantenere in piena efficienza l’officina di riparazione e costruzione del materiale ferroviario. Negli anni dei moti di liberazione del biennio 1848–49 ricoprì dapprima il ruolo di Deputato Comunale di Mestre, come Francesco Linghindal, per poi divenire capitano della guardia civica ed essere eletto all’Assemblea provinciale. Nella città di Venezia assediata dagli austriaci portò un importante supporto tecnico, permettendo di continuare a macinare il grano nelle stazioni di Santa Lucia e della Giudecca sfruttando la forza delle locomotive, e brevettando un forno per realizzare calce e laterizi. Collaborò inoltre con ufficiali del genio militare alla progettazione di una delle prime torpedini. Quando cadde Venezia nell’agosto 1849 per opera degli austriaci, Cappelletto fu sospeso dalla ferrovia, ma la sospensione durò solo un mese: grazie all’intervento dell’ingegner L. Negrelli, capo della Direzione superiore dei lavori inerenti a strade, acque, ferrovie e telegrafi, fu riassunto in servizio e destinato alla direzione dell’officina ferroviaria di Vicenza. Concluse la carriera, dopo l’unificazione italiana, con il grado di gerente dell’Ufficio centrale del materiale e della trazione delle ferrovie dell’Alta Italia a Torino. Le locomotive e le invenzioni Furono numerose le sue innovazioni nei campi più svariati, sebbene si concentrasse per tutta la vita nel migliorare i motori e la progettazione delle locomotive. Incaricato di costruirne due nuove, la «Bergamo» e la «Udine», individuò due difetti delle caldaie del tempo e propose delle modifiche, sperimentate con successo a Verona nel 1851. Per i progetti delle due locomotive e per i piani di ampliamento e ammodernamento dell’officina di Verona ottenne la medaglia d’oro all’Esposizione artistica e industriale di Verona dello stesso anno. Si dedicò anche alla ricerca teorica. Perfezionò e completò la teoria dell’iniettore Giffard, il dispositivo che alimentava d’acqua le caldaie delle locomotive, e condusse studi innovativi sulle turbine. Nel 1872, quando in Inghilterra l’ingegnere Preece era riuscito a trasmettere due messaggi telegrafici in direzioni opposte sullo stesso filo, Cappelletto propose un proprio sistema per ottenere lo stesso risultato. Cappelletto fu socio corrispondente dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti dal 1846 e membro effettivo dal 1854, socio dell’Accademia di scienze, lettere ed arti di Verona dal 1854, membro del Giurì dell’Esposizione di Londra e rappresentante della Camera di commercio di Londra nel 1851. Morì a Torino il 19 ottobre 1874. Galleria Immagini Antonio Alippio Cappelletto A Cappelletto è dedicata una strada parallela a Via Torino, posta dietro la sede principale delle Poste Bibliografia Pozzato, Enzo. «Cappelletto, Antonio Alippio», in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 18, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1975. Marangoni, Michela (a cura di). Commemorazioni dei Soci Effettivi 1843–1891, Venezia, 2011. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×
Francesco Linghindal
Francesco Linghindal Primo deputato comunale di Mestre Francesco Linghindal fu il primo deputato comunale di Mestre durante i moti rivoluzionari del 1848. Il 22 marzo di quell’anno, quando Daniele Manin proclamò la liberazione di Venezia e la nascita della Repubblica di San Marco con il celebre discorso tenuto sopra un tavolino di fronte al Caffè Florian, anche Mestre fu attraversata da entusiasmo e fermento. Quel giorno Linghindal partì dalla località della Rosa, all’angolo con il Borgo delle Muneghe (oggi Via Poerio), dirigendosi in calesse verso la stazione ferroviaria insieme a Monsignor Giovanni Renier, arciprete di San Lorenzo, per raccogliere notizie certe su quanto stava accadendo a Venezia. Durante il tragitto incontrò il medico Giuseppe Dalla Giusta, proprietario della villa in Via Torre Belfredo ancora esistente, che sventolava una bandiera e gridava «Viva la Repubblica!». Giunti alla stazione, trovarono gli operai dell’officina dell’ingegnere Angelo Milesi in festa. Sin dalle prime ore degli avvenimenti, Linghindal invitò i concittadini alla prudenza, temendo possibili rappresaglie austriache. Il 23 marzo 1848 scrisse una lettera all’arciprete Renier chiedendogli di rivolgersi alla popolazione per calmare gli animi e mantenere l’ordine pubblico. Le cronache dell’epoca riportano che non fu mai pienamente favorevole al nuovo regime. Quando si costituì la Guardia Cittadina, sostenne che dovesse rimanere sotto il controllo del Municipio. E durante i fatti di Forte Marghera, quando il farmacista Reali chiese rifornimenti, avrebbe risposto che i combattenti erano «ribelli» e che si sarebbe dovuto arrestare l’ingegnere Collalto e quanti «avevano rivoluzionato e compromesso il paese, esponendo così la vita di coloro che li seguirono alla presa del forte». Queste posizioni gli attirarono ostilità: un gruppo di cittadini lo accusò di essere «avverso al novo ordine di cose» e filoaustriaco, denunciandolo alla Guardia Veneta. Il clima di tensione portò all’intervento del notaio Giuseppe Giuriati, inviato a riformare l’amministrazione, che decretò la caduta della deputazione comunale, costringendo Linghindal a dimettersi dalla carica di primo deputato. Oltre al ruolo politico, Linghindal fu noto per la lunga attività all’interno della Pia Casa di Ricovero di Vecchi e Orfani derelitti, oggi Antica Scuola dei Battuti di Mestre: ne fu amministratore dal 1828 al 1853, per due mandati, e fu il più longevo amministratore dell’istituto. In questa veste, nel gennaio 1830, fu citato davanti alla pretura di Mestre dalla confraternita del Santissimo Sacramento per un vecchio livello che il pio ospedale doveva alla confraternita dal 1806: la lite si chiuse solo anni dopo con una compensazione tra debiti e crediti delle due istituzioni. Linghindal era anche confratello della scuola del Santissimo Sacramento della chiesa di San Lorenzo, di cui nel 1847 fu vice priore insieme a Domenico Fusarini e Agostino Manocchi. La sua famiglia era legata da tempo alla confraternita: nel 1803 un Antonio Linghindal ne era gastaldo, e a metà Ottocento vi erano iscritte anche Anna ed Elisabetta Linghindal. Galleria Immagini A Francesco Linghindal è dedicata una strada che si collega a Via Torino Bibliografia Parte del testo è tratta dalla voce Francesco Linghindal su Wikipedia. Giovanni Renier, La cronaca di Mestre degli anni 1848 e 49 e saggio di altri scritti inediti, Prem. stab. ist. Turazza, Venezia 1896. Benefattori della chiesa di San Lorenzo di Mestre, per la confraternita del Santissimo Sacramento e la lite del 1830. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×