Patrizi veneziani 14 Ottobre 2026

La villeggiatura di Mestre va in scena

La villeggiatura di Mestre va in scena Una farsa al San Cassiano nel 1770, dopo Goldoni Nel carnevale del 1770 i veneziani andarono a teatro a ridere di se stessi in villeggiatura. Sul palco del San Cassiano andava in scena «La villeggiatura di Mestre», una farsa per musica di Giovanni Dolfin con la musica del napoletano Salvatore Perillo. Un anno e mezzo dopo arrivò anche il seguito, «La ritornata dalla villeggiatura di Mestre». Il libretto del 1770 si è conservato e oggi si può leggere per intero: racconta una Mestre di caffè, carrozze, cicisbei e barcaioli, vista con gli occhi divertiti di chi la frequentava d’estate. Mestre, la campagna dei veneziani Nel Settecento Mestre era la villeggiatura più vicina e più comoda per le famiglie veneziane. Le ville si allineavano lungo il Terraglio e attorno al centro (vedi La cultura delle ville fra Mestre e le aree veneziane), e piazza Barche era la porta da cui si passava dalla barca alla carrozza (vedi Piazza Barche nel ‘700, la porta fra due mondi). La stagione portava in terraferma signori, servitù, amici e parassiti, e con loro le abitudini della città: il gioco, le conversazioni, i cavalier serventi, il caffè. Intorno al 1770, proprio negli anni della farsa, Vincenzo Formaleoni descriveva Mestre come una «terra grossa aperta in vicinanza delle lagune, ben fabbricata e popolatissima», con «alcuni bellissimi palazzi di campagna e comodissimi pubblici alloggi»: un «luogo di gran concorso di popolo», dove «vi si trovano continuamente pronte vetture per ogni parte d’Italia». E Goldoni, nella commedia «La cameriera brillante», faceva dire a un suo personaggio che «Mestre xé deventà un Versaglies in piccolo». Era un mondo che si prestava alla satira, e Carlo Goldoni lo aveva già mostrato. Nel 1761 aveva portato in scena al Teatro San Luca la trilogia della villeggiatura, «Le smanie per la villeggiatura», «Le avventure della villeggiatura» e «Il ritorno dalla villeggiatura», ambientata fra Livorno e Montenero ma pensata per il pubblico veneziano. L’anno dopo Goldoni partì per Parigi e non tornò più a Venezia. Pochi anni più tardi Giovanni Dolfin riprese lo stesso tema e lo portò in un luogo che i veneziani conoscevano benissimo e che raggiungevano in poche ore di barca: Mestre. Perfino il titolo del seguito, «La ritornata dalla villeggiatura», sembra fare il verso al «Ritorno dalla villeggiatura» goldoniano. E una copia del libretto di Dolfin si conserva oggi proprio alla Casa di Goldoni. Il San Cassiano e le farse di Dolfin Il Teatro San Cassiano, della famiglia Tron di San Beneto, era stato nel 1637 il primo teatro d’opera aperto al pubblico pagante: lì avevano debuttato Monteverdi con «Il ritorno d’Ulisse in patria» e Cavalli con il «Giasone». Nel 1754, dopo oltre un secolo di spettacoli, l’edificio era così malandato che le recite furono sospese. Fu ricostruito su disegno di Francesco Bognolo, con sei ordini di palchi, uno in più di qualsiasi altro teatro veneziano, e riaprì nell’autunno del 1763 con il nome di Nuovo Teatro Tron. La rinascita durò poco. Dopo tre stagioni d’opera, il San Cassiano non resse la concorrenza del nuovo Teatro di San Benedetto, che era diventato il teatro dei nobili, e restò chiuso dal 1767 al 1769. Quando riaprì cambiò formula: al posto delle opere vere arrivarono le farse per musica, commedie in prosa recitate da una compagnia di comici con alcune arie cantate, più economiche e facili da allestire. Lo racconta un lungo studio sui teatri musicali della Serenissima pubblicato nel 1930 dalla Rivista mensile della città di Venezia, che ricorda anche il pubblico di quegli anni: fra un atto e l’altro si cenava nei palchi e in platea, con poche cerimonie e molto rumore, e il piatto tipico erano le folaghe. Giovanni Dolfin ne scrisse una serie sulla vita veneziana: «La villeggiatura di Mestre» e «La marenda alla Zuecca» nel 1770, «La serenata in tartana» e «La ritornata dalla villeggiatura di Mestre» nel 1771, «La fiera» nel 1772. Di lui sappiamo poco: nella dedica del libretto si presenta soltanto come umile servitore del nobile Cattarin Corner, a cui offre i suoi «rozzi tratti di penna». Il compositore, Salvatore Perillo, era nato a Napoli nel 1731 e aveva studiato con Francesco Durante insieme a Niccolò Piccinni. Si stabilì a Venezia, dove ebbe successo soprattutto con l’opera comica: «I viaggiatori ridicoli», «La donna girandola», «La finta semplice». Morì nel 1799. I personaggi Il libretto, stampato da Gio. Battista Casali, è un libriccino di 48 pagine. Dopo la dedica viene l’elenco dei personaggi, con una nota secca: «La Scena si finge in Mestre». Ci sono Bianchetta, «donna vanagloriosa», e il marito Macaleppo, «uomo gobbo, attempato, e geloso», che le ha intestato tutti i suoi beni. C’è la Contessa Gagiandra, così delicata che il profumo dei fiori le dà fastidio e il sole le fa venire l’emicrania, con il suo servente Fabio, che si rovina al gioco. C’è il Conte Belfredo, innamorato di se stesso, che parla per paroloni. E c’è Olimpio, povero e adulatore, sempre a caccia di una cena pagata da altri. Accanto ai signori, che parlano in italiano, si muove il piccolo mondo che parla veneziano: Violetta, la serva della Contessa, la gastalda Felippa, un po’ sorda, e i barcaioli Nane, Toni e Bao. Alla fine compare anche Bernardone, il figlio di Macaleppo che tutti credevano annegato. La trama La farsa si apre in un giardino, con un coro a quattro voci che celebra la campagna e la libertà. Si decide una gita a Marocco, la località sul Terraglio dove sorgeva anche la villa dei Morosini (vedi Villa Morosini Gatterburg Volpi di Misurata), e ci si dà appuntamento «in piazza a Mestre» alla bottega del caffè, «sull’ora del fresco». Intanto Macaleppo si lamenta con Olimpio della moglie, che comanda in casa e va in giro con il cicisbeo. Olimpio si fa firmare una procura, con la scusa di aiutarlo, ma solo per spillargli denaro e pranzi. La prima parte finisce al caffè, affollato di signori con l’occhialetto e signore che si scambiano battute. Si ordinano sorbetti, tè, caffè, maraschino e cioccolata; un barcaiolo offre la gondola per Venezia, un vetturino il carrozzino per Treviso. Macaleppo arriva travestito da soldato per spiare la moglie, viene smascherato e deriso, e la compagnia parte in carrozza cantando «Andiamo a Marocco, lasciamo qua il sciocco». Nella seconda parte, al ritorno dalla gita, si spettegola sulla merenda e sulle signore viste a Marocco. Olimpio esclama: «Che bel Paese ch’è questo Mestre! Che bella Villeggiatura fertile è questa!», e intanto continua a imbrogliare Macaleppo. Quando il marito prova a vietarle gioco, cicisbei e bagordi, Bianchetta lo caccia di casa. In piazza, davanti all’osteria, i barcaioli giocano a carte e Nane corteggia Violetta affacciata al balcone. La sera in casa della Contessa si gioca a faraone. Il finale è una festa da ballo. Macaleppo, respinto con una secchiata d’acqua mentre tenta di entrare dalla finestra, si fa nascondere dai suonatori dentro un contrabbasso. Si spengono le luci e tutti brancolano al buio, finché entra con un lume Bernardone, vivo e vegeto. Bianchetta capisce di aver perso la partita e torna affettuosa, e tutti cantano «Viva l’astuzia, viva chi ha testa» prima che cominci il ballo. La Mestre della farsa Dietro le risate il libretto lascia vedere molte cose vere. Il centro della villeggiatura è la piazza, con la bottega del caffè dove si va a vedere e a farsi vedere, e accanto l’osteria frequentata dai barcaioli. Da Mestre si riparte in gondola per Venezia o in carrozzino per Treviso, e in carrozza si va in gita sul Terraglio. Le serve si lamentano di un salario di sei ducati l’anno e sperano nella mancia al ritorno in città; i signori passano le serate al tavolo da gioco. Le ville, invece, non compaiono mai: la farsa si svolge fra case private, strade, caffè e osteria, come se a Dolfin interessasse più la vita di paese che quella delle ville. Altre curiosità sulla Mestre di quei secoli sono raccolte in Curiosità di Mestre dal 1541 al 1930. Che il teatro facesse parte della villeggiatura lo conferma quello che accadde pochi anni dopo. Le compagnie di giro recitavano già a Mestre durante la stagione estiva, in locali di fortuna. Nel 1777 la famiglia Balbi chiese al Consiglio dei Dieci di costruire un vero teatro, presentandolo come un «decente trattenimento» per le famiglie che venivano in villeggiatura, e l’11 agosto ottenne il permesso (vedi Il Teatro Balbi di Mestre). Mestre ebbe così un teatro tutto suo, e i veneziani non ebbero più bisogno di tornare in città per vedere la villeggiatura messa in scena. Il San Cassiano chiuse la sua vita musicale nel carnevale del 1794. Pochi anni dopo la caduta della Repubblica fu demolito; i suoi materiali servirono a costruire il teatro di Adria e al suo posto gli Albrizzi, padroni del palazzo vicino, piantarono un giardino che esiste ancora. La ritornata e il libretto oggi «La ritornata dalla villeggiatura di Mestre» andò in scena al San Cassiano nell’autunno del 1771, sempre su testo di Dolfin. Il compositore non è sicuro: alcune fonti indicano ancora Perillo, altre lo danno per ignoto. Di questo seguito non abbiamo trovato una copia consultabile. Il libretto del 1770 invece è conservato in diverse biblioteche, fra cui la Casa di Goldoni e la Fondazione Cini a Venezia, la Braidense di Milano e il Museo della musica di Bologna. La copia della Library of Congress di Washington, che viene dalla raccolta di libretti di Albert Schatz, è stata digitalizzata ed è liberamente consultabile in rete. Galleria immagini Il frontespizio del libretto, carnevale 1770 I personaggi: «La Scena si finge in Mestre» Olimpio: «Che bel Paese ch’è questo Mestre!» Il Teatro Balbi di Mestre, facciata (Giannantonio Selva, 1811) Canaletto, piazza Barche a Mestre nel Settecento Teatro San Cassiano, pianta di Francesco Bognolo per la ricostruzione del 1763 (Archivio di Stato di Venezia, CC BY-SA 4.0) Crediti delle immagini: libretto del 1770, Library of Congress (pubblico dominio); Canaletto (pubblico dominio); Teatro Balbi, archivio Discovery Mestre; Teatro San Cassiano, Archivio di Stato di Venezia, Giudici del Piovego, b. 86, via Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0). Bibliografia e fonti V. Formaleoni, Topografia veneta, ovvero descrizione dello Stato veneto, Venezia, secolo XVIII. C. Goldoni, La cameriera brillante, commedia. G. Dolfin, La villeggiatura di Mestre, farsa per musica, Venezia, Gio. Battista Casali, 1770 (Library of Congress, Albert Schatz Collection n. 7923). Corago, repertorio dei libretti dell’Università di Bologna, scheda «La villeggiatura di Mestre». Rivista mensile della città di Venezia, 1930, «Il teatro musicale della Serenissima. I teatri». F. Bordin, Su alcune mescolanze fra prosa e musica nel teatro italiano, tesi di laurea, Università Ca’ Foscari, 2011-2012. Opere rappresentate al Teatro San Cassiano, Wikipedia. Perillo Salvatore, Dizionario della musica italiana. Discovery Mestre, La cultura delle ville fra Mestre e le aree veneziane. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Patrizi veneziani 11 Ottobre 2026

Malcontenta e Fusina: la porta di Venezia sul Brenta

Malcontenta e Fusina: la porta di Venezia sul Brenta Dalla villa di Palladio al confine del 1926 Dove il Brenta arriva alla laguna ci sono due nomi che raccontano secoli di lotta con l’acqua: Malcontenta e Fusina. Per secoli sono stati la porta di Venezia verso Padova; nel Novecento sono diventati il margine industriale di Porto Marghera. Con il decreto del 15 luglio 1926 che cancellò il Comune di Mestre entrarono anche loro nel Comune di Venezia. Un nome che viene dall’acqua Il Brenta è stato per Venezia un pericolo costante: i suoi sedimenti rischiavano di interrare la laguna. Attorno al 1324 si costruisce la Cava Nova, un argine che tiene il fiume lungo il bordo lagunare e ne allontana le foci dalla città. Nel 1425 l’argine di Fusina viene riaperto per qualche tempo, rendendo più diretta la strada d’acqua tra Padova e Venezia. Poco dopo, per scaricare le piene, si scava un taglio da Oriago verso Sant’Ilario: le proteste degli abitanti, che vedevano impaludarsi le loro terre, ne ritardarono lo scavo, e il canale prese il nome di «fossa dei Malcontenti». La decisione è del 1431; lo scavo comincia nel 1444. Da qui viene probabilmente il nome del luogo. Gli studiosi che hanno ricostruito la storia del monastero di Sant’Ilario scrivono che «è verosimile ritenere che lo stesso toponimo di Malcontenta stesse ad indicare quanto l’acqua del Brenta fosse in quella zona mal contenuta». Accanto a questa spiegazione resta quella del malcontento degli abitanti. La storia della nobildonna rinchiusa nella villa per «colpe d’amore», invece, è una leggenda: secondo gli attuali proprietari nacque nell’Ottocento, quando l’edificio era in stato di abbandono. Il fiume continuò a essere spostato per secoli: nel 1507 si scava la Brenta Nova, nel 1610 si completa il Taglio Nuovissimo, che porta il Brenta lontano dalla laguna di Venezia. Lizzafusina, la porta di Venezia Lizzafusina compare nei documenti già nel 1191, nella cronologia del monastero di Sant’Ilario. Quel monastero, l’abbazia dei Santi Ilario e Benedetto, era stato fondato nell’819 dai monaci di San Servolo; i reperti degli scavi del 1880 sono al Museo Archeologico di Venezia. Fusina era il punto in cui il Naviglio del Brenta incontrava la laguna: da qui passava la strada d’acqua tra Padova e Venezia, percorsa dai burchielli, le barche coperte con cui i patrizi viaggiavano lungo la Riviera. Nella zona tra Moranzani e Fusina l’acqua dolce della Seriola, il canale che riforniva Venezia, veniva caricata sulle barche cisterna e portata in città. La Seriola era stata scavata dalla Repubblica nel 1540: il Senato, il 27 aprile di quell’anno, ordinò di prendere l’acqua del Brenta «di sopra ai Moranzani» e di portarla «per una Seriola a Lizza-Fusina», dove i burchi la caricavano per versarla nei pozzi della città. Il canale partiva dal Brenta presso Dolo e finiva «a Moranzano di Fusina» in un grande bacino arginato; una lapide ne indicava la funzione con tre parole, «Hinc Urbis Potus», da qui la bevanda della città. I Moranzani restarono il punto di partenza dell’acqua di Venezia anche con l’acquedotto moderno, costruito dal 1881 e messo in funzione il 31 luglio 1885: l’acqua della Seriola veniva filtrata nello stabilimento dei Moranzani e raggiungeva la città con una condotta sotto la laguna. Il Moranzano segnava anche un confine commerciale. Una legge del 1541 vietava a bottegai e gallinai di comprare pollame, uova e verdure dai contadini diretti a Venezia lungo la strada, «dal Ponte di San Lorenzo di Mestre in qua e dalla Palada (del Moranzano)»: si poteva comprare solo quando la merce era arrivata in città. La villa di Palladio Alla fine degli anni Venti del Cinquecento Federico Foscari compra un terreno sulla riva destra del Brenta, dove sorgevano una vecchia casa dei Valier e alcuni casoni. Sono i suoi figli, Nicolò e Alvise, a chiamare Andrea Palladio: secondo i proprietari la villa fu costruita tra il 1554 e il 1557. Ha un pronao ionico rialzato su un basamento più alto che in qualunque altra opera di Palladio; le colonne sono in mattoni, con basi e capitelli in arenaria. Gli affreschi interni furono dipinti in più riprese tra il 1558 e il 1575. Li cominciò Battista Franco, morto nel 1561; li proseguì per quasi vent’anni Giovanni Battista Zelotti, mentre Bernardino India dipinse le grottesche delle stanze minori. Nel 1574 Enrico III di Valois, ospite di Alvise Foscari, fece qui la prima tappa del viaggio che lo riportava da Venezia a Parigi. Dopo la caduta della Repubblica la villa cambia proprietari: le costruzioni di servizio vengono demolite per venderne i materiali, gli affreschi subiscono strappi e vengono imbiancati a calce. A riscoprirla, nel 1924, è Albert Clinton Landsberg, che vi riceve ospiti come Le Corbusier, Cole Porter e Djagilev. Passa poi all’architetto inglese Claud Phillimore e nel 1973 torna ai Foscari, che da allora ne curano il restauro. Dal 1996 Villa Foscari fa parte del sito UNESCO «La città di Vicenza e le ville del Palladio nel Veneto». In breve Prima menzione: Lizzafusina, 1191 Fossa dei Malcontenti: decisa nel 1431, scavata dal 1444 Villa Foscari: Andrea Palladio, 1554-1557 secondo i proprietari; UNESCO dal 1996 Nel Comune di Venezia: dal regio decreto-legge 15 luglio 1926, n. 1317 1849: la linea del blocco Nel 1849, durante l’assedio di Venezia, Malcontenta torna a essere una frontiera. Il proclama del maresciallo Haynau del 27 febbraio 1849, che vietava di portare denaro alla città insorta, descrive la linea del blocco austriaco: dal ponte di Dese «lungo la strada per Favaro a Mestre. Da Mestre s’estende la linea lungo la strada maestra per Ponte della Rana, e Malcontenta», per risalire poi lungo il Brenta fino a Dolo. 1926: un confine che passa in mezzo Il regio decreto-legge del 15 luglio 1926 aggrega a Venezia, insieme ai comuni di Mestre, Favaro Veneto, Zelarino e Chirignago, anche «la frazione Malcontenta del comune di Mira con lo scalo di Fusina». Oggi però la villa dei Foscari si trova nel comune di Mira, e il suo indirizzo è Malcontenta di Mira: il nome indica così due luoghi vicini, divisi tra due comuni. Nel comunicato del Governo del 28 giugno 1926, pubblicato dalla rivista del Comune, si parla però della «frazione di Fusina del Comune di Mira»: il nome di Malcontenta compare solo nel decreto (la vicenda è in La fine del Comune di Mestre (1926)). Nelle statistiche comunali dei mesi seguenti la nuova frazione è contata insieme a Marghera, con la dicitura «Marghera (con Malcontenta)». Fusina nel Novecento Ancora negli anni Venti da Fusina partiva un vaporino per Venezia, collegato alla tranvia di Padova: nel 1926 il progetto del cavalcavia di Marghera prevede di spostarne lo scalo da Fusina al canale Brentella. E lungo il margine della laguna, fra la Rana, Malcontenta e Fusina, vivevano molti dei raccoglitori di latte che di notte portavano in barca il latte della campagna a Venezia, finché una riforma comunale del 1928 non lo affidò alle nuove stazioni di pastorizzazione (vedi Quando il latte di Venezia arrivava in barca da Mestre). Con la seconda zona industriale di Porto Marghera, Fusina cambia volto (sulle origini del porto industriale si può leggere Le radici ottocentesche di Porto Marghera). Qui Enel costruisce la centrale termoelettrica «Andrea Palladio», le cui sezioni entrano in funzione tra il dicembre 1964 e l’aprile 1974; nel 2010 vi viene inaugurato il primo impianto a ciclo combinato alimentato a idrogeno, sottoprodotto del petrolchimico. Accanto sorge l’impianto di trattamento dei rifiuti di Veritas. Dal 2014 Fusina ospita il terminal delle Autostrade del Mare, con i traghetti per la Grecia, e dal 2024 una nuova stazione per le navi da crociera, nata dopo lo stop alle grandi navi nel bacino di San Marco. Così il punto in cui per secoli si cambiava barca per entrare a Venezia è tornato, in forme nuove, una porta della città sull’acqua. Galleria immagini Villa Foscari, la Malcontenta Lizza Fusina nella veduta di Gianfrancesco Costa, metà del Settecento La pianta della villa disegnata da Ottavio Bertotti Scamozzi, 1776-1783 Le colonne del pronao Grottesche negli interni della villa Il pontile di Fusina oggi Crediti delle immagini: Villa Foscari, foto di Hans A. Rosbach, CC BY-SA 3.0; veduta di Lizza Fusina di G. Costa, Rijksmuseum, CC0; pianta di O. Bertotti Scamozzi, pubblico dominio; colonne, foto di Esther Westerveld, CC BY 2.0; grottesche, foto di Didier Descouens, CC BY 4.0; pontile di Fusina, foto di Didier Descouens, CC BY-SA 4.0. Tutte da Wikimedia Commons. Bibliografia e fonti C. Moine, E. Corrò, S. Primon, Paesaggi artificiali a Venezia. Archeologia e geologia nelle terre del monastero di Sant’Ilario tra alto Medioevo ed Età Moderna, All’Insegna del Giglio, 2017. Villa Foscari La Malcontenta, sito ufficiale e percorso di visita (il parco, le colonne, gli affreschi, conclusione). UNESCO, decisione 20 COM VIII.C, 1996. FAI, Sito archeologico dell’abbazia dei Santi Ilario e Benedetto. Regio decreto-legge 15 luglio 1926, n. 1317, in Gazzetta Ufficiale n. 183, 9 agosto 1926. Provincia di Venezia, opuscolo sulle piste della Riviera del Brenta. Ministero dell’Ambiente, documentazione AIA della centrale di Fusina. Enel, comunicato del 12 luglio 2010. Veritas, relazione annuale Fusina 2010. inforMARE, terminal Autostrade del Mare di Fusina, 2014; Shipping Italy, nuova stazione marittima per le crociere, 30 agosto 2024. R. Gallo, «Come fu risolto a Venezia il problema dell’acqua potabile», in Rivista mensile della città di Venezia, a. II, n. 10, ottobre 1923 (pp. 292-301 del volume digitalizzato dalla Biblioteca nazionale centrale di Roma). A. Michieli, «Gli aspetti geografici del problema dell’acqua potabile in Venezia», ivi, a. III, n. 10, ottobre 1924 (pp. 346-365). A. Pilot, «I “gallineri” e la Serenissima», ivi, a. IV, n. 12, dicembre 1925 (p. 521). A. A. Michieli, «Sentenze e proclami del 1849», ivi, a. VIII, marzo 1929 (pp. 68-69). «Per la più grande Venezia», ivi, a. V, n. 6, giugno 1926 (p. 283). A. Rosso, «Il Cavalcavia di Porto Marghera», ivi, a. V, n. 12, dicembre 1926 (pp. 599-604). R. Vivante, A. Toso, «La riforma del servizio di approvvigionamento del latte nella città di Venezia», ivi, a. VIII, novembre 1929 (pp. 519-540). Per approfondire A. Foscari, Frescos within Palladio’s Architecture: Malcontenta 1557-1575, Lars Müller, 2013. L. Molà, «La Repubblica di Venezia tra acque dolci e acque salse: investimenti tecnologici a Lizzafusina nel Rinascimento», in A. Calzona, D. Lamberini (a cura di), La civiltà delle acque tra Medioevo e Rinascimento, Olschki, 2010. R. Cessi, Il problema del Brenta, 1943. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Patrizi veneziani 05 Settembre 2026

La tenuta dei Tron a Bottenigo

I Bottenighi nel XVIII Secolo La tenuta agricola dei Tron e un’agricoltura all’avanguardia «Con minor di opere et in conseguenza con risparmio non indifferente di spesa et con profito anche estraendo con piu facilita tutto il grano della paglia. Questo deve esser tirato da due cavalli et due sole ore di lavoro al giorno bastano per battere il formento.» Lettera dell’intendente del Bottenigo a Vincenzo Tron, luglio 1783 (Museo Correr di Venezia, Fondo P.D., cit. in Adriana Gusso, Il «caso Bottenigo», Centro Studi Storici di Mestre, 2008, da J. Georgelin, 1985) Un luogo di boschi e acque Intorno all’anno Mille, il Bottenigo è zona boschiva attraversata dalle acque del Musone, a sud del castrum mestrino. Il nome probabilmente deriva da butinica, termine riferito a un canale pre-lagunare poi esteso alla fitta boscaglia circostante, la silva butinica, tra gli acquitrini della gronda lagunare. Il territorio, attraversato da un tratto della consolare Annia proveniente da Adria e Padova verso Aquileia, passa nel corso dei secoli dalla giurisdizione del vescovo di Treviso a quella dei benedettini di San Giorgio Maggiore; dalla fine del Duecento entra a far parte della pieve di San Lorenzo di Mestre, ma ha scarso peso economico. La svolta arriva dopo i grandi lavori idraulici avviati da Venezia alla fine del Cinquecento sul litorale lagunare. Le modifiche al corso dei fiumi, in particolare la deviazione del Musone confluito in un tratto del Brenta il cui sbocco viene dirottato verso Chioggia, rendono il Bottenigo accessibile e coltivabile. Ricche famiglie patrizie acquisiscono allora vaste tenute della campagna mestrina da sfruttare per la caccia, la produzione agricola, l’allevamento e, soprattutto dal Settecento, per trascorrervi la lunga stagione della villeggiatura. La famiglia Tron e l’acquisto Nel 1755 la nobile famiglia Tron acquista la proprietà di Bottenigo dall’Ordine di Malta. Non è una scelta casuale. I Tron sono, all’epoca, insieme ai Da Ponte, tra i più arditi artefici del progresso agricolo in Veneto. Il capofamiglia Nicolò Tron (1685-1771) è un abile politico interessato all’economia e alla finanza veneziana, ma soprattutto un imprenditore che, di ritorno dall’ambasceria inglese del 1717, cerca di importare novità tecnologiche: fonda il lanificio di Schio e organizza con criteri moderni le sue tenute agricole, tra cui quella di Anguillara Veneta. Proprietario risultante della tenuta è Vincenzo Tron, fratello di Andrea, celebre procuratore. Della proprietà si conoscono molte notizie grazie alla corrispondenza tra il 1761 e il 1791, conservata al Museo Correr di Venezia, tra Vincenzo, il padrone, e il suo intendente. È proprio questo epistolario, analizzato dallo storico dell’Illuminismo Jean Georgelin nel 1985, a permettere di ricostruire la straordinaria trasformazione della tenuta. La proprietà comprende la villa padronale: Palazzo Tron, o Villa Bottenigo, esiste ancora oggi, sebbene molto rimaneggiata. L’edificio principale del Quattrocento ha un ampliamento cinquecentesco con ampi granai, cantine e una sala decorata con affreschi attribuiti alla scuola del Veronese. La torre, nella prima metà dell’Ottocento, veniva usata per controllare il territorio antistante l’antica via Bottenigo e il canale Brentella-Lusore, che per terre e barene comunicava con la laguna veneziana, prima della realizzazione dell’area industriale di Porto Marghera. Il censimento di Mestre Il censimento agricolo veneto del 1765 offre il contesto numerico. Mestre col Bottenigo nella periferia sud conta 2.976 abitanti: 1.091 donne, 1.885 uomini, di cui 1.083 dai 14 ai 60 anni. La categoria preponderante è quella dei lavoranti di campagna, 310 persone; seguono gli artigiani fabbri e armaioli, 53. Il patrimonio zootecnico comprende 275 bovini, 190 cavalli, 66 pecore e 7 capre. Nella podestaria mestrina nel suo complesso gli agricoltori sono 4.392 addetti, affiancati da 4.656 bovini, più numerosi dei cavalli (972, compresi muli e somari), usati maggiormente per il trasporto. Jean Georgelin, valutando tutti questi dati, stima che lo stato veneziano abbia raggiunto nel 1765 una produttività agricola molto elevata, pari addirittura al livello conquistato da Francia e Svezia solo nel 1810, cioè mezzo secolo più tardi. La trasformazione della tenuta Dai 71 ettari del 1776 (187 campi di cui 62 a mais e 13 a fieno), la tenuta passa nel 1782 a 67 ettari (144 campi e 13 terre in affitto): diminuiscono gli ettari coltivati, ma le colture si diversificano. Si contano 70 campi a frumento, 8 ad avena, 2 a segale, 5 a meloni, 34 a mais, 6 a sorgo, 10 ad erba medica, 5 a trifoglio, 4 a orto, a gelsi, a frutteto. Nel 1786 gli ettari coltivati salgono a 99 e la diversificazione aumenta ulteriormente: 100 campi a frumento, 8 ad avena, 5 a meloni e riso, 78 a prato, 52 a mais e altrettanti a pascolo. Cosa stia succedendo, lo si spiega con la «rivoluzione foraggiera». È un’innovazione di matrice inglese a cambiare tutto. Fino al 1776 a Bottenigo era in uso la rotazione triennale tradizionale: un terzo dei campi a cereali invernali, un terzo a cereali primaverili, un terzo a maggese. L’intendente abbandona questo sistema e introduce la rotazione pluriennale, eliminando il maggese con la coltivazione di piante foraggiere come erba medica, trifoglio o rape. Il risultato è una completa rigenerazione della terra e, soprattutto, foraggio abbondante per il bestiame, che così nutrito fornisce energia per i lavori agricoli e concime in abbondanza. Per sostenere questa trasformazione, sin dal 1774 sono in uso nella tenuta 4 carri a versoio tirati da 2 buoi ciascuno. Il primo carro a versoio interamente in ferro compare in Europa nel 1771, e già tre anni dopo a Bottenigo se ne adottano di questo tipo: la tenuta va al passo coi tempi «inglesi». L’artigiano mestrino e la trebbiatrice Nel luglio 1783, periodo della mietitura, l’intendente del Bottenigo si rivolge a un artigiano mestrino che gli presenta uno strumento di sua fabbricazione, simile a una trebbiatrice. Lo fa prestare e tenta l’esperimento sui campi di frumento con due cavalli presi in affitto. Cinque giorni dopo fa il rendiconto: è un successo. Il grano viene separato dalla paglia con minor fatica, con risparmio di spesa e con profitto, estraendo con facilità tutto il grano dalla paglia; due sole ore di lavoro al giorno bastano per battere il frumento. Ma l’intendente si interroga: potrà adoperare il macchinario sapendo quanto sia difficile reperire dei cavalli? A malincuore, deve abbandonare l’idea. Chi è l’artigiano mestrino? Dal censimento del 1765 si sa che a Mestre lavorano mediamente una cinquantina di artigiani armaioli e fabbri. Quello interpellato possiede l’abilità del fabbro con il talento del costruttore. Nei documenti al Museo Correr compare solo il nome Giovanni Bianchetti. Nel libro dei morti della pieve di San Lorenzo di Mestre, alla data del 13 agosto 1789, si legge di un Giovanni Bianchetti del fu Giovanni, morto a 36 anni con tutti i conforti religiosi e sepolto in un’arca nella stessa chiesa. Il soprascritto Giovanni nasce nel 1753: se è lui l’artigiano, ha 30 anni quando presenta la sua invenzione all’intendente. I rischi del clima L’intendente del Bottenigo non affronta nel 1783 solo il problema dei cavalli. Le sue lettere menzionano due grandi ondate di intemperie: alla fine del Settecento la «piccola era glaciale» si inasprisce, con grave danno della proprietà e in una congiuntura meteorologica europea oggi ben studiata. Le tempeste rovinano i campi di grano nel luglio e agosto 1773; nel maggio 1774 i lavori sono bloccati dalle strade inondate. L’anno seguente porta un «grande e terribile diluvio d’acqua». La prima vera ondata catastrofica inizia nel gennaio 1787: fino a marzo nevica e piove senza sosta; due mesi dopo non si contano i danni alle semine; ad agosto il secco impedisce di seminare. Tra gennaio e febbraio 1788 inondazioni e siccità si alternano. L’intendente risponde con la novità del quarantino, il mais che germoglia in quaranta giorni. La seconda catastrofe arriva nell’inverno 1788-1789: nevicate e gelate bloccano i lavori, ad aprile manca il fieno, ad agosto la raccolta di frumento è magra per il freddo protrattosi fino al marzo 1790. Tre mesi dopo i prati soffrono ancora per i venti glaciali. La rivoluzione foraggiera Dal 1778 tutto cambia in modo decisivo. I campi vengono ingrassati con tutto il letame possibile; si usa la coltura di legumi e avena per alimentare i bovini, ai quali vengono aggiunti sorgo, cime di mais e fieno di primo taglio. Si ottiene bestiame ben in carne per i lavori dei campi. Nel 1778 l’intendente acquista una coppia di bovini per aumentare i lavori in corso; quattro anni dopo ne annota il peso: tra i 650 e i 700 chilogrammi. Georgelin rileva che è il risultato più elevato in tutto il Veneto e superiore nettamente ai bovini francesi della stessa epoca. Nel 1783 si riesce a lavorare con 5 buoi al posto degli 8 dell’anno precedente. La gestione del Bottenigo aveva sofferto, negli anni Settanta, di deficit di concime. Nel 1775 si usava ancora, come concime, la terra dei fossati. Nel 1786 l’intendente prova a comprare letame a Venezia e confronta il campo concimato col letame con quello trattato con la terra sparsa: conclude che la terra non rende, perché forse troppo «lavata». Nel 1790 ottiene finalmente un primo risultato soddisfacente, grazie ad acquisti di letame sufficienti per tutti i campi. Legata alla rivoluzione foraggiera è la tecnica della coltura «sopra il formento»: basta seminare del trifoglio sul frumento per ottenere un prato da un campo seminato, come scrive l’intendente. Si tratta probabilmente della doppia coltura annuale sullo stesso campo, tipica nel Veneto negli anni 1770 e attestata da viaggiatori francesi: la coltura promiscua che, assieme ai grandi lavori idraulici, ha dato a Venezia la sua superiorità nella produttività agraria nel Settecento. Vigne, gelsi e silvicoltura La congiuntura climatica sfavorevole ai cereali spinge l’intendente a dare priorità ai vigneti. Nel 1765-1766 si stimano in 150-200 ettari: cifre «banali» per Georgelin, in un’epoca in cui cereali e vigne rivaleggiano nelle economie tradizionali. I vigneti di Bottenigo non cessano di estendersi dal 1774 al 1785. Si produce di tutto: dal mosto al bianco di qualità, dai rossi ai bianchi comuni. La viticoltura deve fare i conti con il «pensionatico», l’antico diritto di pascolo su terreni pubblici e privati: l’intendente deplora le numerose incursioni di pastori, pregando più volte il padrone di far leggere in tutte le chiese del vicinato la «messa in guardia». Oltre alle vigne, nella tenuta si trovano migliaia di gelsi, centinaia di pioppi, centinaia di salici, testimoni eloquenti della silvicoltura, così lucrativa da espandersi in tutta la campagna veneta dell’epoca. Gli altri nobili produttori di vino nella zona, fa capire l’intendente, includono gli Albrizzi, i Grimani, i Mocenigo. Bottenigo oggi Lo studio del «caso Bottenigo» arricchisce le conoscenze sulla rivoluzione agricola in Veneto. Bottenigo è, come ha evidenziato Georgelin, una proprietà nobile in mano a patrizi reputati tali per il loro dinamismo. Le tecniche sono le medesime messe a punto ad Anguillara Veneta, altro dominio dei Tron, o all’isola Morosini nella Bassa Friulana. Non si deve però sottovalutare una terza dimensione: quella congiuntura climatica della fine del Settecento che, sfavorevole ai cereali, stimola in modo originale la viticoltura e soprattutto la rivoluzione foraggiera, spostando decisamente il fulcro dell’economia dai cereali all’allevamento. Oggi l’antico Bottenigo è inserito nel quartiere mestrino e nell’area industriale di Marghera «nuova», nota anche come località Rana o Ca’ Emiliani (dalla parrocchia intitolata a San Gerolamo Emiliani, istituita nel 1946, otto anni dopo muta nome in Cristo Lavoratore). Via Bottenigo ne conserva il nome, e una fermata del tram ricorda il legame con questo angolo di campagna che per un trentennio fu un laboratorio agronomico d’avanguardia. Galleria fotografica Bottenigo fra Mestre e la laguna in una carta storica Il territorio di Bottenigo nel catasto austriaco, 1841 Fonti e bibliografia Adriana Gusso, Il «caso Bottenigo». Agricoltura, agronomia ed artigianato nel Mestrino sul finire del ‘700, Centro Studi Storici di Mestre, maggio 2008. Jean Georgelin, «Une grande exploitation face à la revolution agricole: Bottenigo (Venise): 1755-1791», in Des societès traditionelles aux societès industrielles, a c. di P. Bairoch e A.M. Piuz, Ginevra-Parigi 1985. G. Netto, La Podestaria di Mestre nell’Anagrafe del 1766, in «Quaderno di Studi e Notizie» 10-11, Mestre 1966-68. Museo Correr di Venezia, Fondo P.D. 1955 (1755-6), 1956 (1777-84), 1957 (1785-9), 1958 (1790-91); P.D. C…

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Patrizi veneziani 20 Giugno 2026

Piazza Barche nel ‘700: la porta fra due mondi

Mestre, porta tra due mondi La Piazza dei Duodo: mercanti, corrieri e pennacchi Arrivare a Mestre: la piazza dei Duodo Sul corpo di fabbrica principale dei Duodo campeggiava lo stemma di famiglia, con fondo rosso, banda argento, caricata di tre gigli azzurri… alla maggior parte dei frequentatori del sito, poco o nulla interessati all’araldica, si sarà palesata l’immagine dei tre pennacchi, efficacissima, quale immediato contrassegno.(C. Balistreri, D. Zanverdiani, G. Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, p. 44) Nel Settecento, per cogliere appieno la testata del Canal Salso occorreva percorrerla al contrario: non da terra, ma dall’acqua. Chi partiva da Venezia la risaliva fino alla sua estremità settentrionale, dove il bacino si allargava e la testata del porto, costruita con tre muraglioni in mattoni, segnava il punto in cui l’acqua cedeva il passo alla strada. Da due di questi muraglioni scendevano altrettante scalinate graduate in pietra d’Istria, una per lato, mentre il muraglione centrale era dotato di un paranco per i bagagli. Era Piazza Barche: non una piazza nel senso moderno del termine, ma uno spazio di scambio, il nodo in cui merci e uomini passavano dal mondo acqueo di Venezia a quello terrestre di Mestre e dell’Europa. È questo che mostrano le vedute settecentesche: una città viva, raccolta attorno a un canale altrettanto vivo, che vista dall’acqua ricordava Venezia e vista da terra una ricca città europea del Settecento. Una di quelle scalinate compare nell’incisione di Giovanni David del 1775: interpretata a lungo come veduta della villa Durazzo, secondo i professori Balistreri e Zanverdiani ritrae al contrario, come dice il titolo «rimpetto al Giardino», ciò che alla villa stava di fronte, cioè la testata e la Posta sull’altra sponda. In testa al canale, per lungo tempo, sorse anche il capitello: un’edicola votiva riprodotta nelle mappe di fine Seicento e Settecento e ben visibile nella stampa del Canaletto. I capitelli erano un simbolo religioso caratteristico degli incroci stradali, segnale di devozione e punto di riferimento per i viaggiatori; quello delle Barche era dedicato alla Beata Vergine, come si ricava da documenti del 1834, ed era l’unico simbolo religioso della località. Quella vitalità era nota. Una testimonianza racconta come il conte Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero, sedesse nella coffee house del suo giardino ad ammirare, e forse a schernire, le persone così indaffarate nel loro lavoro. Una preziosa testimonianza di come si presentasse la piazza ci viene dalla carta di Domenico Margutti del 29 marzo 1691, da cui si vede che gran parte di essa era già proprietà dei Duodo, antico casato patrizio veneziano iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima, con palazzo di famiglia a Venezia in zona Sant’Angelo, che a Mestre traevano consistenti ricavi dal fornire servizi a chi muoveva merci e persone in Piazza Barche. La Posta, la Dogana e il magazzino tedesco Il primo edificio che un avventore proveniente da terra incontrava era l’antica Posta, che già nella mappa del 1691 risultava ospitare la «Locanda alli 3 Penacchi». Il nome si doveva allo stemma di famiglia: fondo rosso, banda d’argento con tre gigli azzurri che agli occhi dei passanti somigliavano a tre pennacchi. L’edificio era ufficialmente registrato come «Stabile detto tre pennacchi con Offizi di Lettere, diligenze e Posta da cavalli», una denominazione che racchiude tre funzioni distinte: gli «Offizi di Lettere» gestivano la corrispondenza, le «diligenze» erano le carrozze pubbliche per i passeggeri, la «Posta da cavalli» assicurava il cambio degli animali da tiro. La rendita era cospicua: nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda 270 ducati annui. Di fianco a questo edificio sorgeva la Pubblica Dogana, una costruzione più bassa e di maggiore sviluppo frontale, che primeggia sulla sinistra delle vedute settecentesche. Accanto ad essa operava l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e poco oltre lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva del complesso. L’intero assetto è documentato in dettaglio in una mappa del Canal Salso disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827. Nel 1766, sei anni prima dell’arrivo del conte Durazzo, Gerolamo Duodo fece realizzare accanto alla Posta un magazzino doganale privato destinato alle merci dei commerci con la Germania. Mestre era uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. L’ingresso era segnato da un imponente portale «in foggia d’arco trionfale», ancora visibile nelle vecchie immagini ottocentesche e in seguito «barbaramente distrutto». L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano decise di trasferire gli uffici doganali pubblici proprio nell’immobile Duodo: la dogana privata dei «tre pennacchi» diventava la dogana pubblica di Mestre. Il patrimonio dei Duodo Una fotografia del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo. Vi figuravano alcune case nei pressi del ponte dell’Orologio, nell’attuale via Palazzo, e soprattutto il nucleo di Piazza Barche: una «Casa con fabriche» adibita a stallo «alli tre penachi», con terreno annesso, e diverse «Casette» con porticato a tettoia. Queste ultime compaiono nelle vedute del Canaletto e furono in parte sostituite dalla Dogana: una mappa del 1744 individua in quel punto il «Sotto Portico delle Casette». I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle verso la strada per Marghera, detta «al Cavalletto» e in origine «al Sol»; vi confinava un terreno dell’architetto Giuseppe Jappelli, il progettista del Caffè Pedrocchi di Padova. La villa: dai Duodo ai Pisani Sul lato opposto rispetto alla dogana, sempre sul fronte settentrionale, sorgeva una delle più belle ville nobiliari mai realizzate a Mestre. Villa Duodo era la dimora di rappresentanza della famiglia patrizia veneziana e la si può ammirare nel quadro del Canaletto, nell’area dove sorgeva un piccolo boschetto, alla destra di chi osserva. Il suo aspetto era già mutato nel quadro attribuito al Bellotto, dove il boschetto è scomparso e si intravede un giardino più ordinato. In seguito, fra il 1772 e il 1784, la villa fu presa in affitto dal conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che la trasformò in una piccola corte con teatrino, giardini all’italiana, voliere e sala di lettura. Come molte famiglie del patriziato veneziano nell’ultima stagione della Serenissima, anche i Duodo andarono incontro a un progressivo dissesto finanziario. Nel 1808, alle registrazioni del catasto napoleonico, i beni mestrini della famiglia non risultavano più nelle mani dei proprietari originari ma gestiti da una «Massa de’ Creditori», con affittuari che versavano una rendita annua ai creditori; tra gli amministratori figurava già un Pisani. Quel nome non era casuale. Fu proprio la famiglia Pisani a subentrare nel possesso della villa, trasformandola radicalmente: come scrive il Fapanni, «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, Quaderno 24 del CSSM, 1975, p. 77). Il giardino frontale cambiava così per l’ennesima volta: dal boschetto del Canaletto al giardino all’italiana descritto dal Boscovich, fino a quello all’inglese dei Pisani. La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti nel corso del Novecento. La caduta della Serenissima, il 12 maggio 1797, e il declino del suo patriziato pesarono sui traffici di Piazza Barche tanto da far fallire persino il Teatro Balbi, che sorgeva non lontano dalla testata del canale, vicino allo Stallo Venezia e all’osteria alla Campana, dove soggiornavano nobili, uomini d’affari e persino re e imperatori. Era la fine di un’era. Il fronte meridionale e i percorsi di terra Sul lato opposto della piazza, verso mezzogiorno, il paesaggio era più modesto. Le mappe settecentesche mostrano una serie di piccoli edifici con porticato a tettoia, il «Sotto Portico delle Casette», strutture basse e commerciali già incontrate tra i possedimenti dei Duodo. Era il lato operativo della piazza, quello dei barcaioli, degli scaricatori, delle botteghe minute. I barcaioli di Mestre erano organizzati in una propria confraternita. Erano loro a garantire il collegamento quotidiano con Venezia, smistando passeggeri e merci lungo il canale. La Compagnia dei Corrieri Veneti, corporazione privata che gestiva il servizio postale della Repubblica, aveva in Piazza Barche uno dei suoi nodi principali, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile e il Piave: come le Barche, erano i punti in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna. Chi arrivava dall’acqua e non proseguiva a piedi poteva prendere una carrozza alla Posta dei Cavalli. Chi invece si muoveva a piedi percorreva il «marchiapiede», forma settecentesca dal francese marchepied: un percorso pedonale che, attraverso il «Sottoportico detto da Prosdocimo», collegava Piazza Barche ai principali assi cittadini e conduceva al Teatro Balbi, costruito nel 1777 dalla famiglia Balbi non lontano dalla piazza. Parte di quel portico sopravvive ancora nella piazzetta XXII Marzo; il tratto verso via Cappuccina scomparve con l’edificio che lo conteneva, abbattuto in un bombardamento della Seconda Guerra Mondiale. Le proprietà della famiglia Pasquali si estendevano lungo la Strada Postale detta Cappuccina, dove possedevano anche un’osteria. Nel catasto napoleonico del 1808 i loro edifici risultavano già trasformati in «Porzione di Fabbricato per l’Ufficio di Posta lettere e Spedizione delle Diligenze Erariali»: il servizio postale si era già in parte spostato dalla testata del canale verso la nuova viabilità terrestre. Piazza Barche oggi Oggi della Piazza Barche rappresentata dai vedutisti non resta quasi nulla. La villa fu demolita a più riprese fra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, il portale trionfale di Gerolamo Duodo è scomparso, il Teatro Balbi è stato recuperato solo nella parte frontale dalla Galleria Teatro Vecchio. Anche la scalinata di discesa al canale è sparita con l’interramento della testata del Canal Salso nel 1932-1933; la si intravede ancora sotto il manto stradale in alcune fotografie scattate durante lavori di scavo. Gli edifici della Posta, della Dogana e delle locande sopravvivono in parte nel tessuto di Piazza Barche e della piazzetta XXII Marzo, ma con pesanti alterazioni, sopraelevazioni e ristrutturazioni che ne hanno cancellato quasi ogni traccia riconoscibile. Per chi sappia leggere il fronte della piazza, però, restano le impronte di una stagione in cui una sola famiglia veneziana governava, da terra e da acqua, la porta d’ingresso di Mestre. La storia del Canal Salso su Discovery Mestre La vicenda del canale che unì Mestre a Venezia si dipana in più articoli collegati: Il Canal Salso, le origini, che ne racconta la nascita e i primi secoli fino al 1615; Il Canal Salso, l’età d’oro, dedicato alla stagione dei commerci tra Seicento e Ottocento; La perduta villa Durazzo, sulla dimora nobiliare che vi sorgeva; Il conte Giacomo Durazzo, sul suo ospite più illustre; e Da Canaletto a Bellotto, sui grandi vedutisti che ritrassero la piazza. Con la fine della Serenissima e l’arrivo della ferrovia, il baricentro di Mestre si sposta dall’acqua alla terra e all’industria: una nuova stagione che comincia nell’area che oggi è nota come Altobello. Galleria immagini La testata del Canal Salso con la Posta «ai Tre Pennacchi» dei Duodo (Domenico Margutti, 1691) I possedimenti meridionali dei Duodo a Piazza Barche (Domenico Margutti, 1691) Palazzo Duodo a Sant’Angelo, la residenza veneziana della famiglia (Wikimedia Commons) Lo stemma della famiglia Duodo (Wikimedia Commons) Ca’ Duodo, la Posta e la Dogana nella pianta del proto Giulio Zuliani (1791) Confronto Canaletto/Bellotto: il magazzino con l’arco trionfale dei Duodo (1766) compare solo nella veduta attribuita al Bellotto La scalinata del canale e la Posta dei Duodo, di fronte alla villa Durazzo (Giovanni David, 1775) Il Canal Salso in un’opera di Aliprandi (XVIII secolo) «La riva delle Barche e l’Antica Posta», attribuito a Bernardo Bellotto (collezione privata) Approfondimenti La perduta villa Durazzo — la residenza del conte Giacomo Durazzo Il Canal Salso, le origini — nascita e storia del canale fino al 1615 Il Canal Salso, l’età d’oro — storia economica e culturale del canale Da Canaletto a Bellotto — Piazza Barche nei quadri dei grandi vedutisti Bibliografia Balistreri, Corrado; Zanverdiani, Dario; Brombin, Giuseppe. Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Brusò, Fabio. Piazza Barche Mestre (1846-1932). Fapanni,…

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Patrizi veneziani 13 Giugno 2026

Villa Tirabosco: il capolavoro perduto di Scamozzi

Villa Tirabosco: il capolavoro perduto di Scamozzi Tre secoli di storia di una grandiosa villa sorta all’interno del Castello Un eden scomparso nel cuore della città Nell’area oggi occupata da via Pio X sorgeva, tra Cinquecento e Ottocento, una delle più raffinate ville di terraferma del Veneto, che prese il nome dalla famiglia che la realizzò: Tirabosco. La villa fu progettata da Vincenzo Scamozzi, uno dei maggiori architetti che operarono fra il XVI e il XVII secolo, la cui attività si inserisce fra quella di Andrea Palladio e Baldassare Longhena. Fra le sue opere possiamo annoverare il completamento della Libreria Marciana, progettata e quasi ultimata da Jacopo Sansovino, il Teatro Olimpico di Vicenza, ereditato alla morte di Palladio e per il quale realizzò le celebri scene lignee, il Teatro all’Antica di Sabbioneta e le Procuratie Nuove in Piazza San Marco. La villa possedeva una grande peschiera, sita nell’area fra via Pio X e Riviera Magellano, una loggia a colonne doriche, una cedraia, giardini con piante esotiche e una boschetta. Era, per usare le parole dei documenti dell’epoca, una delizia. La sua storia, ricostruita attraverso fonti archivistiche dai professori Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani, è di straordinario interesse ed è una delle pagine più affascinanti della storia urbana di Mestre. Le origini: il Castello medievale e i Ruzzini Il terreno su cui venne realizzata la villa era in origine occupato dalle strutture del Castello medievale di Mestre. Eretto dalla Repubblica veneziana a difesa della terraferma, il Castello era stato realizzato per sostituire il Castelvecchio di origine trevisana e comprendeva un perimetro di mura con torri angolari e un ampio fossato. A seguito della Guerra di Cambrai e delle devastazioni che ne derivarono, le mura persero la loro funzione difensiva, e le autorità decisero di frazionare e vendere ai privati le mura e le torri del Castello, o quel che ne restava. I privati costruirono abitazioni addossate alle antiche mura, trasformando ciò che era stato un presidio militare in parte integrante del tessuto urbano. Il terreno apparteneva alla famiglia Ruzzini: ne erano titolari i patrizi Carlo e Francesco Ruzzini q. Domenico da San Severo, che lo concedevano a livello, come testimonia la nota del 1583 relativa a “un arzere livellato a Ser Davit spizier per dodici ducati”. Giacomo Bragadin e la prima trasformazione Giacomo Bragadin acquistò dai Ruzzini, fra il 1583 e il 1594, un fondo nell’area del Castello di Mestre, all’incirca dove oggi passa via Pio X, e su quel margine di città cominciò a costruire. Non era una proprietà di prestigio: era il lembo dismesso della fortezza, un terreno che i dodici ducati di canone annuo dello speziale bastano a collocare fra i beni marginali del patrimonio Ruzzini. Patrizio veneziano nato nel 1541 dal fu Zorzi, Bragadin apparteneva a una casata di antica ascendenza, che per secoli aveva espresso alte cariche della Repubblica. Comprando a Mestre non cercava però una rendita agraria: cercava un luogo da rifare. La scelta ha una sua logica. In un’area già frazionata e in via di riconversione, chi arrivava per primo poteva acquisire a poco prezzo terreni ampi a ridosso del centro, con acqua corrente, strutture murarie riutilizzabili e un fossato già scavato. Bragadin capì che quel fossato poteva diventare peschiera, le mura fondamenta, l’argine giardino: e nei sedici anni che gli restavano da vivere trasformò il fondo marginale nel nucleo di quella che sarebbe diventata una delle ville più raffinate della terraferma. Tra il 1583 e il 1594, Bragadin investì nell’area una somma che lui stesso definisce “dieci mille” ducati. Ricavò una peschiera dall’ex fossato del castello, costruì una casa dominicale con annessi rustici, sistemò i terreni circostanti. In quegli stessi anni affittava alcune casette nell’area a “vivian Hebreo Banchier”, prestatore ebreo documentato nella zona, probabilmente per uso di banco. Ciò che Bragadin costruì tra il 1583 e il 1599 fu dunque la prima versione del complesso, destinata a essere radicalmente trasformata da Vincenzo Scamozzi quando la proprietà passò ai Tirabosco. Il 12 novembre 1599, poco prima di morire nello stesso giorno, Bragadin dettò le sue ultime volontà, destinando alla moglie Dionora Labia una rendita annua netta di 350 ducati sui fondi mestrini, dove dichiarava di aver speso “dieci mille” ducati. La vedova cedette poi il complesso a Tadio Tirabosco con instrumento d’acquisto del 17 novembre 1600, rogato dal notaio Zuan Andrea di Catti: l’atto descrive “unam domum Dominicalem cum fabricis cuiuscumque generis Curtivo, Pescheria, horto, hortalibus […] positis in Castro Mestre”, cioè la casa dominicale già costruita da Bragadin con tutte le sue pertinenze. Tadio Tirabosco: una villa per l’ozio onesto Fu Tadio Tirabosco, avvocato veneziano, a trasformare radicalmente la proprietà in una vera villa rinascimentale, affidando il progetto a Vincenzo Scamozzi (1548-1616). Ma la villa era anche qualcosa di più di un’opera architettonica: era un luogo dell’anima. Francesco Scipione Fapanni ci ha tramandato che sopra la porta era incisa la scritta latina Tusculana Statio in Mestrinis Lacunis Restaurata, ovvero “Stazione Tuscolana restaurata nelle lagune di Mestre”: un omaggio all’ideale classico del ritiro dalla vita affaccendata. Scamozzi cita la villa in tre passi distinti del suo trattato L’idea dell’architettura universale, pubblicato nel 1615. Nel capitolo sul colonnato dorico la definisce “il delicioso suburbano” di Tadio Tirabosco a Mestre, citandola fra le proprie opere portate a esempio dell’ordine. Trattando delle logge “ove non si sono posti gli Architravi di pietre vive”, la indica come prova che “l’opere sono riuscite del tutto sicure”: la loggia della villa era per lui un esempio di solidità costruttiva. Nel capitolo sulle cedraie, infine, la cita come modello di corretta esposizione, costruita “à canto le mura della Città; acciò che siano difese dal Vento di Greco, e Tranontana, e Maestro, nel tempo de’ ghiacci, e del Verno”. Tre menzioni in un solo trattato dicono molto: la villa Tirabosco non era per Scamozzi semplicemente un’opera di committenza, era un progetto di cui andava fiero. L’architettura della villa La villa presentava un pronao in antis, ovvero una loggia aperta con due colonne isolate al centro e due coppie ai lati, secondo lo schema del colonnato dorico che Scamozzi aveva teorizzato nel suo trattato. Le due brevi ali non erano allineate al frontespizio ma leggermente piegate, seguendo l’andamento delle antiche mura del castello che il complesso aveva inglobato nel proprio perimetro. Questa scelta non era casuale: le mura medievali offrivano fondamenta solide e una naturale protezione dai venti, e Scamozzi le sfruttò con intelligenza progettuale. Le dimensioni erano notevoli per una villa di terraferma: oltre 53 metri di fronte, quasi 26 di larghezza nel corpo centrale, con una profondità massima di circa 17 metri. Una scala a cinque gradoni conduceva alla loggia, dalla quale con una scala a doppia rampa si scendeva verso la peschiera. Verso sud-est il complesso si estendeva fino alla torre oggi nota come Torre delle Zigogne, che faceva parte integrante del sistema difensivo medievale prima di diventare elemento scenografico della villa. La planimetria d’Iseppi del 1778, conservata all’Archivio di Stato di Venezia, permette ancora oggi di ricostruire con precisione la disposizione degli spazi. Gli inventari: dentro la villa Due inventari dei mobili, redatti a distanza di sessant’anni, permettono di entrare virtualmente negli spazi della villa. Il primo, del 1675, descrive la Sala grande nel corpo centrale, le camere sul giardino lungo, la sala dai travi dorati, le camere di servizio nel sottotetto, cucina e caneva nel seminterrato, stalla e cedrera negli annessi. Il secondo, del 16 maggio 1735, rivela una distribuzione ancora più articolata: il Salon Grande a doppia altezza al centro, una terrazza-belvedere sulla torre, camere affacciate sulla peschiera. Tra i mobili spiccano numerosi dipinti, tra cui il ritratto del Tirabosco definito “di buona mano” e un fregio con 24 ritratti di regnanti. Nel giardino si contavano 105 piante di aranci e limoni, 76 vasi di gelsomini di Spagna e 48 di agrumi diversi. La villa era vissuta come residenza stagionale, non come dimora principale. Il giardino, la boschetta e la cedraia Il giardino era un elemento costitutivo della villa, non un semplice ornamento. Da una perizia del 1861 si apprende che i lotti afferenti comprendevano terreno prativo con gelsi e viti, piantagioni di carpini educate in forma d’arcata lungo la peschiera, 43 gelsi e 84 ceppaie in ottima vegetazione, 15 piante esotiche di grandi dimensioni. Un’area era riservata al gioco delle bocce, circondata da 8 grandi salici piangenti e 12 tuie adulte: una piccola scenografia vegetale che rispecchiava il gusto dell’epoca per i giardini come estensione dell’architettura. La boschetta era un bosco ornamentale, teorizzato da Scamozzi come elemento necessario di ogni villa di pregio. Era gestita dal gastaldo con regole precise: era sua cura brusciarla, piantarla e raccogliere i frutti riservandoli al padrone. Rappresentava uno spazio di transizione tra il giardino formale e la campagna aperta, un luogo di ombra e passeggio. La cedraia, realizzata su indicazione diretta di Scamozzi appoggiata alle mura per proteggerla dai venti di greco, tramontana e maestro, era tra gli elementi più pregiati del complesso. Lo stesso Scamozzi la cita nel trattato come esempio di corretta esposizione. Era ancora presente nell’inventario del 1675, con le sue piante di cedri e agrumi, e scomparsa in quello del 1735: probabilmente vittima di qualche inverno particolarmente rigido o dell’incuria che già cominciava a segnare la villa. La peschiera e la statua di Nettuno La peschiera era il cuore idraulico e scenografico del complesso. Ricavata dall’ex fossato del castello, aveva muri di sponda in pietra d’Istria e una gradinata di discesa a otto gradini in macigno. Era collegata ai rami del Marzenego tramite una bova coperta a nord e un canaletto scoperto a sud. Francesco Scipione Fapanni la ricordava come una “spaziosa peschiera contornata da vivo”, e il Catasto Napoleonico la descriveva ancora come elemento costitutivo del complesso. Il complesso della peschiera era arricchito da elementi decorativi di pregio. Nella testata del cortile si trovava una statua acefala che Zanverdiani identifica come una raffigurazione del dio Nettuno. Una possente testa lapidea barbuta forse ornava la chiave d’arco della porta di uscita dalla torre verso la peschiera: che appartenesse originariamente alla statua non è certo, ma la collocazione e le caratteristiche iconografiche rendono l’ipotesi plausibile. Del corpo della statua, documentato negli inventari della villa, non si hanno più notizie certe dopo la rovina del complesso, avvenuta agli inizi dell’Ottocento. I gastaldi e la vita della villa La villa era gestita da un gastaldo residente, figura che combinava le funzioni di amministratore, custode e contadino. Era lui il volto quotidiano della proprietà, quello che si occupava di tutto quando il padrone era a Venezia, e cioè per la maggior parte dell’anno. I contratti del 1738 ci permettono di entrare nel vivo di questa vita: Bastian Pataro e poi Piero Busato si succedettero in questo ruolo con salari misurati in ducati, sorgo turco e mastelli di vino. Le regole erano chiare. Il gastaldo non poteva pescare nella peschiera senza licenza del padrone, né dare alloggio a chicchessia se non previo “il biglietto del suo Patrone”. I frutti del giardino, i fiori, le viti e la legna della boschetta spettavano al padrone. Al gastaldo rimanevano alcuni benefici in natura, ma i confini erano precisi e non si discutevano. Quando il padrone arrivava, il gastaldo doveva cucinare, servire e tenere tutto in ordine. Era una vita di totale dipendenza, eppure anche di radicamento profondo: quei gastaldi conoscevano ogni angolo della villa meglio di chi ne era proprietario. La barchessa, la casa del gastaldo e il brolo Il complesso non si esauriva nel corpo padronale. Nel testamento del 1711 Andrea Morosini dichiara di aver edificato a proprie spese, in aggiunta al Palazzo ereditato dai Tirabosco, la barchessa, la casa del gastaldo e il brolo, ricavato da quello che era ormai un paludo, cioè la boschetta di un secolo prima, e ricorda che un muro divisorio separava il Palazzo da queste fabbriche. Chiese espressamente che restassero vincolate all’immobile principale. Furono proprio queste pertinenze a sopravvivere alla rovina della villa. Una perizia del 21 aprile 1861 le descrive come “Casino con adiacenze”, su circa cinque campi trevisani, con il pozzo ancora in funzione,…

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Patrizi veneziani 13 Maggio 2026

Forte Tron

Forte Tron Il forte gemello di Carpenedo e Gazzera Costruzione e contesto storico Forte Tron sorge nella località Cà Sabbioni, nella municipalità di Marghera del comune di Venezia. Assieme a Forte Carpenedo e Forte Gazzera, costituisce il nucleo originario del Campo Trincerato di Mestre: i tre forti della prima generazione, costruiti nella seconda metà dell’Ottocento secondo il modello poligonale dell’ingegnere austriaco Andreas Tunkler (1820-1873), formavano un arco difensivo disposto a raggiera attorno a Forte Marghera. Il progetto fu proposto a Roma nel 1883 e approvato il 13 giugno dello stesso anno. Dopo una sospensione di circa tre anni, durante la quale furono rivisti sia il piano costruttivo sia i costi, l’appalto fu definitivamente disposto il 21 agosto 1886. Forte Tron fu realizzato tra il 1887 e il 1890 su un’area paludosa di 18,55 ettari; i cedimenti del terreno e le infiltrazioni d’acqua rallentarono notevolmente i lavori e imposero una revisione del progetto originale. Architettura e armamento L’orientamento del forte è verso ovest, in direzione della via di accesso proveniente da Padova: la sua funzione strategica era il controllo della principale direttrice di avanzata nemica dalla pianura veneta verso la laguna. La distanza da Forte Marghera, come per i gemelli Carpenedo e Gazzera, era calibrata sulla gittata dei cannoni dell’epoca, per formare un sistema di fuoco incrociato difficilmente espugnabile a difesa della città lagunare, del suo porto e del suo arsenale. La struttura ha un impianto planimetrico poligonale alla prussiana. Dopo il restauro del 1910, disponeva di sei cannoni principali a perno centrale e quattro cannoni secondari con sei mitragliatrici. Come i gemelli Carpenedo e Gazzera, era concepita per resistere a proiettili di tipo impattivo: con l’avvento dei proiettili esplosivi a canna rigata e della maggiore gittata delle nuove artiglierie, il forte si rivelò rapidamente obsoleto sul piano tattico. Conservazione e stato attuale I militari abbandonarono definitivamente il forte nella prima metà degli anni Ottanta del Novecento, e la struttura passò poi al Comune di Venezia. Per alcuni anni l’area, di circa 12 ettari, fu inserita tra le Oasi di protezione della fauna della Provincia di Venezia e divenne un centro di educazione ambientale, con visite guidate gratuite il primo sabato e la prima domenica del mese. Il forte ottocentesco era descritto come ottimamente conservato: il perimetro centrale con un corridoio di 252 metri, il traversone centrale, le caponiere e il fronte d’attacco. Negli anni successivi il forte è stato di nuovo abbandonato. Nell’agosto 2018 la stampa locale denunciava rifiuti ovunque, barbecue, moto e scritte sulle mura, in un luogo che ospita tre specie di aironi, garzette, cormorani, usignoli di fiume, gallinelle d’acqua, germani reali, tassi, donnole, ricci e tartarughe nel fossato. Nell’aprile 2021, con la vegetazione ormai padrona dell’area e i cancelli forzati, il Comune ha annunciato la pulizia, la chiusura degli accessi, lavori di messa in sicurezza e un progetto complessivo di valorizzazione. Galleria fotografica Forte Tron, veduta esterna Bibliografia e fonti Wikipedia, voce Forte Tron. Città Metropolitana di Venezia, Politiche Ambientali, Forte Tron. Degrado, Forte Tron trasformato in discarica, La Nuova Venezia, 22 agosto 2018. Forte Tron in pieno degrado. L’assessora Mar: «Verrà restaurato e valorizzato», La Nuova Venezia, 6 aprile 2021. mestre.city, Forte Tron. Comune di Venezia, «Il campo trincerato di Mestre», live.comune.venezia.it, 2019. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Patrizi veneziani 01 Febbraio 2026

Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio

Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio Dal Castelvecchio all’Ospedale Umberto I Genesi e importanza strategica del Castelvecchio La storia del sito che oggi ospita il complesso dell’ex ospedale Umberto I di Mestre è una vicenda millenaria di trasformazioni urbanistiche, militari e sociali. La tradizione storiografica locale vuole che la prima fortificazione sia sorta sulle vestigia di un antico castrum romano, ma si tratta di un’ipotesi mai verificata: nell’area non sono mai state effettuate rilevazioni archeologiche in grado di confermarla. Già Gabriele Rossi-Osmida, riprendendo la questione sui documenti dell’Archivio di Stato di Venezia, giudicava azzardata quella tesi del Barcella, non suffragata che da pure supposizioni, aggiungendo però che niente esiste all’incontrario. La documentazione certa comincia il 13 novembre 994, quando Ottone III, per intercessione dell’arcivescovo di Magonza Willigis, concesse privilegi e terre a Rambaldo II, conte di Treviso e poi di Collalto. Il diploma annovera fra i beni «unum mansum regalem inter Mestre et Paureliano et Brentulo», oltre alla foresta del Montello, ventiquattro mansi nel contado trevigiano e altri possedimenti nel veneziano. Non era un semplice possedimento. I mansi regali venivano assegnati in zone di confine a soldati fedeli, tenuti a essere pronti giorno e notte al servizio dell’imperatore: un appezzamento allodiale dipendente direttamente dalla Corona, e insieme una zona fortificata. È il prototipo del castello di Mestre. Nel 1001 Ottone III concesse inoltre al vescovo di Treviso il diritto di assegnare al doge Pietro Orseolo II il privilegio di usare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. In questo periodo la città si strutturava attorno alla cosiddetta Isola di San Lorenzo, dove il potere militare, rappresentato dal primo castello, e quello religioso, identificato nella Pieve di San Lorenzo, costituivano i due poli della vita comunitaria. L’assetto ricevette conferma nel 1152, quando la bolla Justis fratrum di papa Eugenio III riconobbe al vescovo di Treviso Bonifacio i possedimenti «de Mestre, cum castro, portu, curte, et pertinentiis suis». La conformazione del primo nucleo difensivo è deducibile dalla cartografia storica, che conserva i segni degli antichi alvei del fossato alimentato dal Marzenego. Il sistema idraulico circondava l’abitato, sfruttando la protezione naturale offerta dal fiume a nord e dal percorso originario dell’antico Musone a sud. Le difese passarono nel tempo da una primitiva palizzata lignea a una muraglia in pietra rafforzata da torri e da porte munite di ponti, i battifredo: originariamente in legno, furono ricostruite in pietra nel Trecento per resistere alle nuove macchine d’assedio. All’interno del perimetro risiedeva il Capitano, funzionario di nomina trevigiana incaricato della difesa militare e della supervisione economica del territorio, e in particolare della riscossione della muda, la gabella sul transito di merci e persone che garantiva entrate cospicue, poiché Mestre era l’unico punto di raccordo terrestre obbligato fra la laguna e l’entroterra. Il declino militare e la transizione agraria L’importanza strategica del Castelvecchio lo rese oggetto di frequenti attacchi da parte delle signorie che si contendevano il dominio sul Veneto, e già nel Duecento la struttura non era più all’altezza delle nuove tecniche belliche. Nel 1274 (1273 secondo il Barcella e Dorigo) un violento incendio, scoppiato per cause fortuite, distrusse quasi totalmente la fortificazione, compresi alcuni stabili di proprietà del patrizio veneziano Tommaso Querini, che si ritenne vittima di una cospirazione trevisana e chiese alla Repubblica di ottenergli un risarcimento dal Comune di Treviso: ne seguì un notevole strascico di rappresaglie da ambo le parti. Proprio questa richiesta smentisce chi attribuì l’incendio ai veneziani stessi. Il castello però non sparì. Sopravvisse anche a un ulteriore assedio: nel 1336-37 fu conteso fra Venezia e gli Scaligeri, e cadde infine il 29 settembre 1337 nelle mani di Andrea Morosini, dopo il tradimento della guarnigione di mercenari tedeschi. L’episodio è raccontato per esteso nell’articolo dedicato al Castelvecchio. Nel 1381 Francesco da Carrara, trattando la pace con Venezia, a riguardo di Mestre precisò di volere il nuovo e il vecchio castello, segno che quest’ultimo era ancora in piedi e serviva ancora a qualcosa. Furono le incursioni e gli incendi padovani, protrattisi fino al 1405, e il maltempo del 1410, che danneggiò seriamente anche il castello nuovo, a dare il colpo di grazia alle vecchie mura ormai decrepite. La fine definitiva della fase castrense giunse nel 1434, quando le autorità veneziane decretarono la demolizione delle mura e il riutilizzo dei laterizi per nuove edificazioni cittadine. L’area interna fu destinata prevalentemente alla coltivazione agricola e affidata inizialmente al nobile Andrea da Mosto. Si registrava ancora la presenza di una struttura signorile denominata Domus Magna e di alcune piccole abitazioni rurali: il passaggio da centro di potere militare a zona di sfruttamento agricolo era compiuto. L’epoca dei Canonici e l’Abbazia di San Giacomo Una nuova trasformazione ebbe inizio a metà Quattrocento, quando l’area appariva ormai ridotta a mura ed edifici abbandonati. I frati di San Salvador possedevano già terreni confinanti con il fossato del castello, e furono loro ad avanzare al doge la proposta di utilizzare le rovine. Il 13 agosto 1453 il doge Francesco Foscari dispose la donazione del complesso ai Canonici Regolari, definendolo «Castellum Vetus inhabitatum»: erano stati gli stessi frati a richiederlo, per potervi alloggiare convenientemente quando si recavano a Mestre a riscuotere alcuni redditi e per altri affari del monastero. La presentazione della lettera davanti al podestà Bartolomeo Pisani avvenne il 28 e il 30 agosto successivi, con l’intromissione d’uso che autorizzava i Canonici a costruirvi una casa e una chiesa. Nacque così il Priorato di San Giacomo, la cui chiesa fu dedicata all’apostolo poiché si credeva custodisse una reliquia delle sue ossa, esposta sull’altare entro una teca di cristallo montata in oro e ancora documentata nelle visite pastorali del 1769 e del 1791. L’insediamento divenne un punto di riferimento non solo spirituale ma anche economico: da qui il Priore controllava le vaste proprietà dei canonici nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban, e la ricchezza che ne derivava consentì all’ordine persino di acquistare l’osteria del Cappello. Il prestigio dell’istituzione raggiunse l’apice nel 1728 grazie a Giovanni Santo Foscarini, priore di Mestre e cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Sfruttando la propria influenza e l’amicizia con il cardinale Francesco Barberini, Foscarini ottenne da papa Benedetto XIII l’elevazione del priorato a rango di Abbazia il 26 aprile 1728. La promozione, compiuta senza il preventivo assenso della Serenissima né dei confratelli di San Salvador, generò tensioni politiche, ma fu infine accettata dal Senato veneziano il 10 settembre 1729. L’esperienza abbaziale restò legata quasi esclusivamente a Foscarini, unico a ricoprire il ruolo di Abate prima di essere nominato arcivescovo di Corfù nel 1732. Il ponte che immetteva nel castello doveva essere mantenuto a spese della comunità di Carpenedo, per una delibera del podestà di Treviso del 5 giugno 1323 che il comune impugnò a lungo. I Canonici risolsero la questione a proprie spese: costruirono prima un ponte in legno, poi nel Settecento lo sostituirono con uno in pietra, sul quale, a detta del Barcella, nel 1837 era ancora visibile una lapide datata 1752. Attività produttive e insediamenti nobiliari Parallelamente alla vita religiosa del priorato, l’area mantenne per secoli una spiccata vocazione produttiva legata alla forza idraulica del Marzenego. Lungo il Ramo della Beccaria sorgeva il Molino del Castelvecchio, essenziale per la molitura del grano e per l’economia locale. Nel 1584 il patrizio Fedrigo Contarini tentò di ricostruire il mulino, ormai ridotto a rudere, proponendo di innalzare l’antipetto, il salto d’acqua, di due piedi e sei once per aumentare la potenza idraulica. I periti della Repubblica Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo del 22 gennaio 1584, si opposero fermamente: temevano che l’innalzamento del livello favorisse il trasporto di sedimenti verso la laguna, minacciandone l’equilibrio. La richiesta fu respinta e il mulino non risorse mai più. Nello stesso periodo l’area divenne meta di villeggiatura per la nobiltà veneziana. Tra le residenze più celebri vi era la Villa degli Zen, del Ramo di San Biagio, situata nelle vicinanze del castello, nell’area che sarebbe poi stata detta dei Quattro Cantoni, verso il Terraglio. Nel 1785 la proprietà degli Zen fu ceduta a privati per essere trasformata in un’osteria e campi coltivati, collegata all’Abbazia di San Giacomo da un ponte. La villa fu demolita nel 1818; sul sito sorse poi il casino di villeggiatura di Alba Corner Balbi, noto come Villa Bandiera, distrutto nel Novecento per il quartiere San Paolo. Il nome dei Quattro Cantoni si fissò però più tardi, e per una ragione diversa da quella che la tradizione locale attribuisce alle torri angolari della villa. Nel Settecento la famiglia Querini, proprietaria dal 1274 di un appezzamento a sud-ovest del Castelvecchio, fece costruire a proprie spese una strada che attraversava i due rami in cui il fiume si divideva, il Ramo del Marzenego a nord e il Ramo delle Muneghe a sud, e arrivava direttamente all’imbocco del Terraglio. Fu quell’incrocio a dare il nome alla località. La strada, allora chiamata genericamente «Il Stradone», è oggi via Circonvallazione. La nascita della sanità pubblica e il lascito di Piero Berna Per tutto l’Ottocento Mestre rimase priva di una struttura ospedaliera propria, e i malati meno abbienti dovevano trasferirsi a Venezia per essere curati all’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. La svolta arrivò all’inizio del Novecento grazie alla determinazione del sindaco Jacopo Rossi, che istituì un comitato e raccolse 50.000 lire per la costruzione di un nosocomio cittadino. L’opera fu resa possibile dal gesto filantropico di Piero Berna, che acquistò personalmente i terreni della famiglia Tozzi per 40.000 lire e li donò gratuitamente al Comune. Berna dovette poi farsi carico della presidenza dell’Opera Pia dopo il suicidio, nel 1904, del conte Rossi, travolto dalla bancarotta dei Da Re e da voci infondate di malversazione. La costruzione fu affidata all’ingegnere Eugenio Mogno, che completò il primo padiglione con trentadue posti letto e una sala operatoria. L’inaugurazione avvenne il 16 aprile 1906. Nel 1908 la maestra Maria Berna donò 20.000 lire per una chiesetta neogotica progettata da Giorgio Francesconi, oggi sede della comunità ortodossa. Sviluppo dei padiglioni e impatto sociale Negli anni successivi l’ospedale si espanse grazie ai lasciti di privati come Elvira Tozzi Favier, Marini Missara e Zancanaro. Un contributo fondamentale giunse dall’imprenditore Cesare Cecchini, che lasciò in eredità 100.000 lire per ospitare gratuitamente anziani soli e indigenti nei cento giorni invernali. Il secondo padiglione, completato nel 1915 lungo via Antonio da Mestre, fu intitolato a Cecchini, e nel 1922 vi fu collocato un moderno impianto di radiologia. L’ultima grande aggiunta storica fu il terzo padiglione, inaugurato nel 1935 lungo il Ramo della Beccaria e intitolato al dottor De Zottis, nato come sanatorio per la tubercolosi. Il 17 aprile 1925 il sindaco e primario Paolino Piovesana propose di spostare l’Umberto I vicino a Borgo Pezzana, ma la proposta fu bocciata dal consiglio comunale con ventitré voti contrari. Dalla modernizzazione alla chiusura definitiva La seconda metà del Novecento vide l’ospedale trasformarsi ancora per adattarsi alla crescita demografica di Mestre. L’area venne saturata con grandi monoblocchi inaugurati nel 1962, nel 1966 e nel 2003. Quest’ultima espansione, costata venti milioni di euro, fu l’ultimo investimento significativo prima del trasferimento programmato. La parabola secolare dell’Umberto I si è conclusa nel giugno 2008, con lo spostamento di tutti i reparti all’Ospedale dell’Angelo di Zelarino. La chiusura del pronto soccorso, il 14 giugno 2008, ha segnato la fine di centodue anni di storia sanitaria ininterrotta. Oggi l’area del Castelvecchio attende una riqualificazione che restituisca dignità a un luogo carico di memoria. Sopravvive intatto il ponte del Castelvecchio sul Ramo della Beccaria, ultimo legame tangibile con il passato millenario della città. Ma non è il solo. Wladimiro Dorigo ha identificato, nella cosiddetta «casa delle suore» oggi incorporata nei fabbricati di servizio dell’ospedale, un muro spesso 59 e 74 centimetri che delimita un ambiente coperto da volte a crociera, sorretto da due colonne in marmo veronese con capitelli duecenteschi in marmo greco: materiali probabilmente riutilizzati dai Canonici, negli ultimi decenni del Quattrocento, dalla chiesa del vecchio castello demolita fra il 1434 e il 1453. Poco distante sorgeva una barchessa, documentata da una fotografia ottocentesca, di circa 31,65 per 13,90 metri: era la fattoria del…

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Patrizi veneziani 14 Gennaio 2026

Villa Grimani – Bragadin (Carpenedo)

Villa Grimani – Bragadin Una palazzo veneta settecentesca che testimonia la resistenza Storia Gli originari committenti della fabbrica sono i Luca, o Lucca, una famiglia di mercanti di zucchero «aggregati alle famiglie nobili di Venezia nel 1654, con l’esborso di centomila ducati, secondo la prassi instaurata dal doge Francesco Molin» (Elena Bassi, 1987). Da cui discende anche il Vescovo di Treviso Benedetto de Luca, (Fapanni). Questi nel 1640 fanno costruire l’edificio, come è ricavabile dalla data impressa sulla cornice del portale d’ingresso, su quest’ultimo verrà apposta la scultura dell’Arcangelo Michele, protettore dei mercanti, ancora visibile assieme alla scritta “Forti favent superi”: gli dèi proteggono i forti. Mentre sopra il poggiolo vi è incisa la scritta “QUIETI GENIO ET AMICI DICATA”. Il Fapanni fa risalire al 1640 l’erezione dell’Oratorio della villa dedicato a San Giuseppe Sposo di Maria Vergine. Una ulteriore testimonianza della presenza della villa si trova in una mappa stesa da Lorenzo Boschetti nel 1714, copiata da quella di Domenico Boschetti del 9 maggio 1694. Nella carta topografica è disegnata la proprietà del N.H. Gasparo Luca, comprendente un edificio padronale, un’ala adiacente e un’ulteriore consistenza edilizia disposta perpendicolarmente alla strada (Bassi, 1987). La villa viene successivamente abitata dai Grimani, non si sa a partire da quale data, e Francesco Maria Grimani fu l’ultimo proprietario di tale famiglia nel 1826, anno della sua morte. Successivamente passò alla famiglia dei Bragadin che nel 1835 restaurarono l’antico oratorio dai Bragadin dedicandolo alla Beata Vergine della Salute. Ai tempi del Fapanni la Villa apparteneva ad Alvise Bragadin. Nell’oratorio sono stati sepolti Carlo Grimani – Luca, 1819, e Girolamo Grimani – Luca, 1821. Nel novecento la villa passò ai De Sordi per poi essere condivisa tra i Rizzo e i Bovo. L’edificio L’edificio, vincolato nel 1959 ai sensi della legge n. 1089 del 1939, presenta elementi architettonici che individuano nel palazzo veneziano diffuso nella seconda metà del Cinquecento il suo modello di riferimento costruttivo. Ciò è particolarmente evidente nella facciata principale esposta a sud-ovest, dove è leggibile la simmetria delle aperture, disposte su tre assi, corrispondente a una medesima tripartizione degli ambienti interni sviluppati attorno a una sala centrale passante. Il salone si esplicita in facciata mediante la trifora ad archi, sorretti centralmente da colonne ioniche e lateralmente da piedritti dorici, aperta su un balcone con balaustra in ferro battuto. Ai lati della trifora si aprono due porte finestre ad arco su piedritti dorici, con balaustre in ferro battuto. Tutti gli archivolti delle aperture del piano nobile sono riquadrati con esili cornici a rilievo delimitate superiormente da una fascia liscia con cimasa modanata sporgente. Al secondo piano si aprono solo semplici finestre architravate. Il registro inferiore è stato notevolmente manomesso da aperture laterali che ne hanno snaturato il disegno originario. L’edificio è posto in località Carpenedo lungo via San Donà, di fronte a via Ca’ Rossa. Lo stato di conservazione della villa e degli annessi retrostanti è stato da poco in parte ripristinato grazie a lavori di parziale restauro. (Elena Bassi e IRSS) Una targa per ricordare la liberazione Il 28 aprile 1945, mentre in alcune zone di Mestre i partigiani combattevano, il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) si riunì per decidere come trattare con le truppe tedesche. Prevalse l’idea di avviare una trattativa diretta con il comando tedesco per ottenere un impegno formale. Nel pomeriggio si tenne un incontro a Villa Franchin a Carpenedo tra il Presidente del CLN Etelredo Agusson, il consulente militare Mario Balladelli e il comandante tedesco. La negoziazione era delicata: il comandante minacciava di far saltare le mine negli impianti industriali e nei servizi della città. Dopo un iniziale rifiuto, alle 17 si raggiunse un accordo: i tedeschi avrebbero potuto ritirarsi con le armi, senza far brillare le mine e senza atti di violenza contro i civili. L’accordo fu approvato dal CLN e Balladelli avvisò le formazioni partigiane dei territori limitrofi per coordinarsi con il ritiro tedesco. La lapide commemorativa recita: Imperando la reazione e il tedesco / tramontate tutte le civili libertà / da questo asilo di liberi uomini / di prigionieri affrancati delle Nazioni unite / a conclusione di tanta dura lotta / il Comitato di Liberazione Nazionale di Mestre / sorretto da un pugno di cospiratori / il 28 aprile 1945 / imponeva la resa all’oppressore / Mestre 28 aprile 1946 (Fonte: Iversen) Sopra la porta d’ingresso è ancora ben visibile la scritta latina “Forti favent superi” («gli dèi favoriscono i forti») accompagnata dalla scultura dell’Arcangelo Michele, protettore dei mercanti. Sotto l’Arcangelo è riportato l’anno di costruzione 1640. Sul fronte della villa, a ricordo degli eventi della Seconda Guerra Mondiale, è stata apposta una lapide che commemora il ritiro delle truppe tedesche da Mestre avvenuto il 28 aprile 1945. Galleria Immagini Villa Grimani Bragadin oggi Scritta incisa sopra la porta “Forti favent superi” e sotto si nota l’Arcangelo Michele Una lapide ricorda il Ritiro degli occupanti tedeschi da Mestre (vedi posizione sulla mappa) La scritta “Quieti Genio. Sibi Et Amicis Dicata” Villa Grimani – Bragadin nel 1963 Villa Grimani Bragadin negli anni settanta Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Istituto Regionale Ville Venete: scheda della Villa Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Patrizi veneziani 14 Gennaio 2026

Villa Fasolo – Vito (area Terraglio)

Villa Fasolo Vito Un palazzetto nobiliare lungo il Terraglio Storia Il terreno su cui fu edificato il complesso apparteneva sin dal medioevo alla Ca’ di Dio di Venezia, alla quale rimase a lungo anche se gestito ad affittuari. Nel 1542 il fondo, su cui sorgevano anche alcuni rustici, era tenuto dal celebre vetraio Nicolò di Zuanne Dall’Aquila di Murano e, alla sua morte (1585), dalla vedova Orsa Bortolussi. Da questa furono alienati ad Alessandro Girardi (1599) ma nel 1608 i suoi eredi li cedettero al patrizio Zuanne di Giustinian, alla cui famiglia rimasero per quasi duecento anni. Fu sotto questi proprietari che le costruzioni preesistenti furono gradualmente trasformate nell’odierno palazzetto: già nel primo Seicento risulta presente una «caxa dominical, con horto di campo uno e mezo tenuto per suo uso», mentre altri venti campi annessi venivano lavorati da Francesco Mognato e, più tardi, ai suoi eredi, che abitavano in una casa di cui si possono riconoscere i ruderi tra la ferrovia Venezia-Udine e la linea dei Bivi. Nel 1740 la campagna era gestita da Menego Cabianca. Dopo il 1781 i Giustinian vendettero il complesso a Elisabetta Morosini-Gatterburg, proprietaria, tra l’altro, anche dell’attuale villa Volpi. Nel 1806 i beni passavano a Giovanni Battista Zais. Fu certamente sotto la sua proprietà che le villa subì una serie di interventi con la chiusura degli archi della facciata, l’apertura di un nuovo ingresso e la costruzione di un volume di raccordo per riunire la casa domenicale alla fabbrica orientale (l’ala ovest fu realizzata in un secondo tempo). Più tardi ne divennero proprietari i Papadopoli cui successero, nel 1938, i conti Fürstenberg. In tempi più recenti la proprietà passò alla famiglia Fasolo, che ne alienò una parte alla famiglia Tozzato. Tra i suoi proprietari più illustri si annovera Ugo Fasolo (1905–1968), poeta, saggista e critico letterario veneziano: figura centrale nella cultura italiana del Novecento, fu apprezzato tanto per la sua raffinata vena lirica quanto per il rigore dei suoi studi letterari. Oggi la villa è tornata interamente nelle mani della famiglia Fasolo e ha assunto il doppio nome di Fasolo Vito, abbandonando il precedente Fasolo Tozzato, in omaggio all’architetto Gina Vito, moglie del dottor Fasolo, figlio di Ugo. L’edificio Il complesso mostra un marcato sviluppo orizzontale, essendo formato da un edificio padronale con due corpi di servizio ai lati a costituire un’unica lunga facciata. La casa domenicale, a pianta rettangolare, si innalza su due soli livelli. Unico elemento ad emergere dal fronte è un timpano con trabeazione e pinnacoli acroteriali. Non esiste un vero asse di simmetria in quanto i due volumi laterali non hanno le medesime dimensioni (l’ala sinistra è più lunga). In corrispondenza del timpano, al piano terra, si apre un portale ad arco, sormontato al secondo piano da due porte finestre architravate che si affacciano su un balcone con ringhiera in ferro. I corpi che raccordano gli edifici di servizio alla casa domenicale, costruiti in un secondo tempo, si caratterizzano entrambi per l’apertura di un grande arco. Quello dell’ala est, più antico, ospitava un oratorio il cui altare, ornato dal quadro La Madonna tra i santi Domenico e Caterina, si trova oggi nella vicina parrocchiale della Favorita. Il fronte secondario è molto più semplice, con una linea di coronamento interrotta solo da una sopraelevazione con abbaino conclusa da un timpano, sotto la quale si trovano un altro ingresso e una finestra con balcone. Da citare anche le due alte canne fumarie. Si possono inoltre notare resti di decorazioni precedenti agli interventi ottocenteschi: si ricordano, in particolare, il soffitto dell’ingresso con le travi dipinte a tempera e le tracce di affreschi su uno dei pilastri della facciata. Vincolata dal 1975, nello stesso anno è stata sottoposta a un’importante ristrutturazione e oggi si presenta in ottimo stato. Un successivo intervento di manutenzione straordinaria, sostenuto con fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e attuato dalla Regione del Veneto su incarico del Ministero della Cultura, ha restituito alla villa un’ulteriore scoperta: durante i lavori è riaffiorato un soffitto in legno con affreschi databili al periodo della famiglia Zais, preziosa testimonianza delle decorazioni originali dell’edificio. Galleria Immagini Veduta d’insieme della villa L’Ingresso La villa è circondata da campi e verde Particolare del parco Affresco in una parete interna Soffitto affrescato della villa probabilmente del periodo Zais Mostra dell’Associazione Terraglio & Dintorni La pianista Ramona Munteanu al pianoforte durante la mostra Villa Fasolo Vito negli anni sessanta Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Patrizi veneziani 14 Gennaio 2026

Villa Gradenigo (area Terraglio)

Evoluzione e perdita di una grande dimora Da villa di campagna allo splendore del Tiepolo Storia Villa Gradenigo, pur rinnovata profondamente da Andrea Gradenigo intorno al 1780, affondava le proprie radici in una fase storica molto più antica. Le prime notizie risalgono al 1545, quando nell’area di Carpenedo, lungo il Terraglio, si trovava una “casa da statio” di proprietà di Maphio Girardi, mercante di antica famiglia patrizia. Una mappa della fine del Cinquecento testimonia l’esistenza di un cortivo con due edifici riconducibili al “clarissimo Gerardo”, mentre nel Seicento la dimora aveva già assunto dimensioni considerevoli. L’estinzione della famiglia Girardi nel 1685 segnò la conclusione della prima fase della villa. L’anno seguente il complesso passò brevemente nelle mani di Gerolamo Lin, per poi essere acquistato nel 1687 da Marina Amhauser, vedova Chechel, che esercitò un diritto di prelazione sui terreni confinanti. La proprietà passò al figlio Giovanni Giorgio Chechel, mercante, collezionista d’arte e console del Fondaco dei Tedeschi. Conosciuta allora come il “casino del console Checherle”, la villa fu venduta nel 1722 per sanare i debiti del figlio. L’acquirente fu il patrizio veneziano Vettor Dolfin, impresario teatrale e violinista dilettante, che pagò 6.500 ducati. Dolfin avviò un vasto progetto di rinnovamento: chiamò il giovane Giambattista Tiepolo per affrescare vari ambienti e commissionò ad Antonio Gai statue e vasi in pietra di Costozza per decorare ingressi e giardino. Successivamente, lo scultore Francesco Bonazza arricchì il parco con quattro cavalli rampanti e statue mitologiche, completando un’imponente scenografia verde. Tra il 1750 e il 1755 la villa appartenne all’ambasciatore di Spagna a Venezia, José Joaquín de Montealegre, che vi sviluppò un articolato programma scientifico e naturalistico: collezioni botaniche, animali esotici, un hortus medicus e migliaia di bulbi di giacinti. Nel 1775, un inventario redatto per l’affitto al marchese di Squillace, Leopoldo de Gregorio, definiva la villa come “La contadina incivilita”, sintesi perfetta tra mondo rurale e cultura illuminista. Il 3 agosto 1775, tramite un prestanome, la villa venne acquistata da Bartolomeo (detto Andrea) Gradenigo, già Bailo di Venezia a Costantinopoli. Tornato a Venezia nel 1779, Gradenigo intraprese un ampio programma di rinnovamento estetico della dimora: rinnovò arredi, tappezzerie, mobilio e impreziosì molti ambienti con cuoi marocchini importati dall’Impero Ottomano. La villa divenne così un luogo di svago e rappresentanza, con stanze dedicate alla musica, al gioco e alla conversazione, tanto che l’ambasciatore Bombelles ne lodò la perfetta fusione tra eleganza italiana e comfort orientali. L’Arrivo e l’Affitto dei Polignac (1790) Sei mesi dopo la morte di Andrea Gradenigo, grazie alla mediazione dell’ambasciatore francese Marc-Marie de Bombelles, la villa trovò nuovi affittuari: i Polignac, aristocratici fuggiti dalla Francia rivoluzionaria. A Versailles occupavano una posizione di rilievo: Yolande de Polastron, moglie del duca Jules, era amica e favorita della regina Maria Antonietta, circostanza che rese la famiglia un bersaglio del crescente clima d’odio. Costretti a fuggire da Parigi la notte del 16 luglio 1789, i Polignac giunsero a Venezia nel maggio del 1790 e, grazie ai buoni uffici di Bombelles, trovarono rifugio in terraferma. L’affitto della villa di Carpenedo fu firmato alla fine di giugno del 1790 per 200 ducati annui. Il Matrimonio di Armand de Polignac (1790) La presenza del vasto seguito dei Polignac riportò vita e splendore nella dimora, in vista soprattutto delle nozze del giovane Armand de Polignac, diciannovenne, con la quindicenne Idalia Johanna de Neuckircken. Il matrimonio fu fissato per il 6 settembre 1790. La cerimonia religiosa ebbe luogo nella cappella gentilizia della villa e fu seguita da una grande festa, con intrattenimenti, banchetti e spettacoli che trasformarono per alcuni giorni il complesso di Carpenedo in un teatro aristocratico in esilio. Le Opere d’Arte legate ai Polignac (Francesco Guardi) Per commemorare l’evento, i Polignac chiamarono l’anziano Francesco Guardi, che realizzò una serie di schizzi preparatori — probabilmente destinati a tavole mai ultimate — oggi considerati una straordinaria testimonianza della villa. I disegni conservati al Museo Correr raffigurano: la cerimonia nella cappella, con altare rococò e gli sposi attorniati dagli invitati; la benedizione impartita dal vescovo; il banchetto nuziale in una sala a doppia altezza con colonne corinchie, dove gli sposi siedono con 32 invitati. Un ulteriore disegno, conservato al Royal Museum di Canterbury, rappresenta uno spettacolo teatrale nel giardino della villa, annotato come Veduta del giardino del N.H. Gradenico a Carpenedo in tempo di Carnovale, probabilmente parte dei festeggiamenti nuziali. La Partenza (1791) Dopo mesi segnati da tensioni politiche — incluso un presunto tentativo di avvelenamento — la famiglia Polignac lasciò Villa Gradenigo a fine aprile 1791, prima della scadenza del contratto, trasferendosi a Vicenza. Decadenza e Demolizione (1797–1804) La fase successiva fu segnata da un rapido declino. L’occupazione francese del 1797 provocò danni e saccheggi, mentre la gestione divenne economicamente insostenibile. Nel 1794 le eredi Gradenigo avevano venduto la proprietà a Odoardo Collalto, che tuttavia decise, nel 1803, di cederla ad Antonio Savorgnan. Per evitare gravose imposizioni fiscali, Savorgnan scelse di convertire l’area in terreno coltivabile: la villa fu demolita intorno al 1804 e il grande parco venne spiantato. Un contratto dell’epoca — rinvenuto da Sergio Barizza — documenta la vendita di «migliara ottanta e più di pietre cotte intere o mezze» destinate al disfacimento della villa, a 20 lire il migliaio. Con la demolizione scomparve una delle dimore più splendide della terraferma veneziana. Una villa principesca sita a Carpenedo La villa, composta da un corpo centrale detto Palazzino e da due lunghe ali laterali, una delle quali considerata la più prestigiosa e nota come Barchessa Nobile, appariva nel Settecento come un piccolo universo aristocratico autosufficiente, dove spazi, arredi e decorazioni raccontavano ambizioni, gusti e identità dei suoi proprietari. Il Palazzino, cuore simbolico della residenza, mostrava fin dal piano terra ambienti affrescati e sobriamente arredati, quasi a introdurre l’ospite in un percorso che alternava devozione, rappresentanza e vita quotidiana. Qui si trovavano una cappella privata con altare verde e dorato, quadri devozionali e inginocchiatoi; piccole stanze rivestite di tessuti stampati; sale di passaggio dominate da qualche canapè, tavolini in noce con coperture di marmo, pedestali figurati ormai logori ma ancora in uso. Salendo lo scalone illuminato da un fanale, il piano nobile rivelava ambienti più curati: la sala affrescata, un grande tavolo in noce con piano marmoreo, un armadio per l’orologio “con campana grande e piccola”, librarie e camerette contigue arredate con specchi, tessuti alla chinese, piccoli armadi intarsiati, panchette di rasetto. La quotidianità dell’aristocrazia era scandita da canapè rivestiti d’indiana, mobili da lavoro intarsiati in madreperla, piccoli tavolini ovali, casselle chiuse a chiave: oggetti che suggeriscono un equilibrio tra ordine domestico, studio, e rappresentazione di sé. Se il Palazzino custodiva la vita intima della famiglia, la Barchessa Nobile — vera meraviglia della villa — era invece un teatro di immagini. Qui un intero appartamento affrescato, probabilmente opera giovanile di Giambattista Tiepolo, offriva un susseguirsi di stanze tematiche dai nomi evocativi: la Camera del Senato Cartaginese, la Camera delle Pastorelle, la Camera delle Deità, dei Geroglifici, di Silvio e Dorinda, e la spettacolare Camera di Venezia e Trevigio. Ogni ambiente era animato da pitture “alla chinese”, prospettive illusionistiche, figure mitologiche, scene pastorali o soggetti letterari: un vero percorso visivo attraverso mode, simboli e fantasie del Settecento veneziano. Gli arredi — specchi dorati, tavolini con figure intarsiate, sedie “all’inglese” di canna d’India, piedestalli con mori dorati, torcieri centrali appesi a catena — amplificavano l’effetto scenografico, creando un insieme unitario dove pittura e mobilio dialogavano strettamente. Al piano superiore della Barchessa si trovavano portici con quadri, librerie e numerose sale di servizio, mentre la Barchessa Nuova accoglieva cucine, dispense e stanze del personale, popolate da lunghi tavoli, treppiedi, scagni e armadi rustici: il necessario per sostenere la complessa macchina domestica della residenza. All’esterno, la villa si apriva su un giardino ornato di statue, probabilmente delle botteghe di Gai e Bonazza, e su un parco ricco di essenze rare. Vi crescevano agrumi in vaso — oltre duecento tra piante e cedri nelle serre — aloe, cinnamomo, piante medicinali e quasi tremila bulbi di giacinti di diciannove varietà. La Cedrera, una struttura coperta, custodiva una grande specchiera tripartita incastonata in una nicchia, riflettendo la luce e il verde intorno. In epoca successiva, l’ambasciatore Bombelles ricordò con ammirazione un elegante padiglione ottagonale affacciato sulla strada del Terraglio, che permetteva agli ospiti di osservare comodamente il via vai di carrozze e viaggiatori: un modo raffinato di “abbracciare il mondo” rimanendo dentro la quiete della villa. Opere presenti e loro destino La villa fu un vero laboratorio artistico. I cicli di affreschi di Giambattista Tiepolo, oggi perduti, conferivano alla barchessa nobile un valore inestimabile. L’apparato scultoreo di Antonio Gai e Francesco Bonazza arricchiva il parco, ma solo parte di quest’ultimo è giunta fino a noi. Le sculture superstiti di Bonazza — in particolare i quattro cavalli rampanti e varie figure mitologiche — furono acquistate da Antonio Savorgnan e poi vendute nel 1806 a Pietro Sartorio, che le collocò nel giardino della sua villa a Trieste. Oggi si trovano nel Parco di Villa Sartorio. Altre opere, come Pomona, un Fauno e alcuni Amorini, sono conservate presso il Museo Sartorio. Una gloriette ottagonale del parco triestino sembra replicare il belvedere che un tempo ornava Villa Gradenigo. I disegni di Francesco Guardi, realizzati per le nozze dei Polignac nel 1790, costituiscono invece le ultime preziose testimonianze visive degli interni e della vita della villa, tramandando ciò che la demolizione ha cancellato. Galleria Immagini “Le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) “Banchetto per le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) I Cavalli di Francesco Bonazza, provenienti da Villa Gradenigo, oggi nel parco di Villa Sartorio (Trieste) Il Terraglio in una mappa di G. Venturelli del 1787 G. Venturelli, Profilo, disegno e sezioni della Regia Strada del Terraglio (1787). Si nota il complesso di Ca’ Gradenigo con il suo ampio giardino. Treviso, Biblioteca civica, Fondo cartografico, mappa n. 92 Bibliografia Andreina Rigon, La contadina incivilita. Villa Gradenigo a Carpenedo (ATENEO VENETO Rivista di scienze, lettere ed arti – Atti e memorie dell’Ateneo Veneto) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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