Patrizi veneziani 14 Gennaio 2026

Villa Algarotti-Berchet (area Terraglio)

Villa Algarotti-Berchet in ogni stanza vedeansi tracce del grande amore per l’arte Storia Scrive il Fapanni che nel seicento in quest’area vi era il casino di villeggiatura del nobile Francesco Matuzzi e che fu acquistato da Rocco Algarotti, mercante di Venezia, nel 1707 il quale realizzò l’attuale villa. Qui vi soggiornò il di lui figlio Francesco, letterato nato a Venezia nel 1712 e morto a Pisa nel 1764. Della Villa scrive Lorenzo Crico, nel suo libro “Lettere sulle belle arti Trevigiane”, “in ogni stanza vedeansi tracce del grande amore, che l’Algarotti, (Francesco), portava alle belle arti”. E poi continua “non v’è stanza di questo palazzo, non luogo del Vasto giardino, in cui non trovi o colonne, o vasi etruschi, o statue o pitture fresco. Ornamento non ultimo è la lunga sala o galleria, dove Francesco pose una collezione di modelli in gesso dei capolavori di scultura, come la Venere Medicea, l’Apollo di Belvedere ec…” L’oratorio della Villa, che poi fu adibito a scuderia, fu eretto nel 1707 da Rocco Algarotti e accoglie le spoglie del figlio Bonomo, fratello di Francesco. La Villa appare in una mappa del Venturini del 1787 come proprietà della famiglia Corniani sita fra Villa Gradenigo e Ca’ Accenti. Ai tempi della rivoluzione francese ospitò vari esuli tra cui alcuni membri della famiglia Polignac. Nel 1805, vi soggiornò per una notte il generale Andrea Massena e, nel 1810, fu residenza del governatore militare francese di Venezia, il gen. Jacques François Menou, che qui morì. Durante i moti del 1848/9 fu occupata dagli Austriaci e ospitò il generale Mitis nel giorno della sortita di Forte Marghera (27 ottobre 1848). Durante la terza guerra di indipendenza divenne il comando del gen. Efisio Cugia e vi fu firmato l’accordo che stabiliva la linea armistiziale intorno a Venezia. Acquistata nel 1858 da Cecilia Berchet, figlia del politico e poeta Giovanni e madre del patriota e storico veneziano Guglielmo Berchet, che qui visse fino alla morte avvenuta nel 1913. Durante la prima guerra mondiale, fu adibita ad ospedale della Croce Rossa Americana; fu poi ceduta ai Marcello, nel 1922 fu sede del comando fascista nei giorni della marcia su Roma. Occupata da truppe tedesche nel 1943, nel secondo dopoguerra fu acquistata dalla Montevecchio, azienda del gruppo Montedison. Nel 1969 venne venduta alle figlie di San Giuseppe che la adibirono a scuola, funzione che svolge tutt’oggi. Altri ospiti illustri furono il cardinale César-Guillaume de La Luzerne (1811), Edmondo De Amicis (1866) ed Ernest Hemingway (1918). L’edificio La costruzione si discosta dallo schema tipico delle ville venete e il suo sviluppo, prevalentemente orizzontale, ricorda piuttosto i casoni rurali. In effetti, presenta solo un piano rialzato e un sottotetto. Su ogni lato è presente una facciata: più interessante quella che dà sul giardino, costituita da elementi con mattoni a vista che creano un certo contrasto. L’interno si articola in una grande sala che conserva busti classici, vasi e affreschi, questi ultimi attribuiti a Giovanni Battista Crosato. Notevole anche la scuderia, simile a un tempietto, in quanto in origine oratorio, e decorata da bassorilievi attribuiti ad Antonio Bonazza. La cappella dà invece sul Terraglio. Nel parco sorge un padiglione circolare, affiancato da due statue del Bonazza e ora adibito ad abitazione privata. Tale parco che un tempo era molto più vasto, arrivando a lambire le attuali via Trezzo e via del Tinto, fu, verso la fine degli anni 60 del XX secolo, in buona parte distrutto per consentire la costruzione dell’attuale Villaggio Sartori e della chiesa della SS. Trinità di Mestre. Il complesso risente anche della vicinissima tangenziale. Galleria Immagini Villa Algarotti-Berchet in un’immagine d’epoca Villa Algarotti-Berchet in due immagini d’epoca Villa Algarotti-Berchet come appare oggi Villa Algarotti dal Terraglio (Google Maps) Villa Algarotti vista dal Terraglio Il Terraglio in una mappa di G Venturelli del 1787 Bibliografia Paolo Borgonovi, Villa Berchet. Storia e segreti, Centro Studi Storici di Mestre, Mestre 2008 Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Patrizi veneziani 14 Gennaio 2026

Villa Carlesso e il Castel Cigotto (area Terraglio)

Villa Carlesso Da ospizio per i pellegrini a Villa di Campagna Storia Sono molte le storie che si intrecciano attorno all’area su cui oggi sorge Villa Carlesso, cominciamo da quanto riportato dal Fapanni che fa risalire l’occupazione dell’area a un castelletto: “Nel Colmello di San Giuliano eravi un castelletto, del quale è ignota l’origine e la distruzione. Lo ricorda il Verci,…” scrive il Fapanni e continua “riportando un documento col quale il Doge di Venezia Pietro Gradenigo, assegna a Filippa, moglie di Bertucci Dolfin, e figlia di Richelda, metà del Castellaro di Castel Cigotto e in un decreto sopra i dazi dell’anno 1315… si legge ‘Regola di Castel Cigotto’ e gli assegna nove fochi, cioè 220 campi”. A questo “Castello” è dedicata una strada ovvero “Via Castelcigoto” che confina con Ca’ Sagredo. Continuando con la lettura del nostro si apprende che per un certo periodo sorgeva un ospizio per i pellegrini sorto dopo la visita a Venezia del Papa Alessandro VII diretto in Terra Santa nel 1656 sito molto vicino alla chiesa di San Giuliano. L’ospizio cessò ogni attività nel corso del Seicento, quando era giuspatronato dei Sagredo, proprietari anche della vicina villa Sagredo. Pare probabile che l’edificio religioso venne convertito in “casa domenicale” e poi ceduto a terzi. Da tale Casa domenicale nacque, appunto, poi Villa Carlesso. Nel 1720 l’edificio è di proprietà della nobile famiglia Pasta che qui possiede un “casino fabbricato da gran tempo sopra una porzione del palazzo sgretolato e cadente in vetustà…” e il Fapanni dà conto di una grossa muraglia che affiorarono da degli scavi avvenuti nel giardino della villa. Nel 1811 le terre su cui sorgevano queste proprietà vennero acquistate da Giambattista Raini che fece erigere un oratorio e pare si debba a lui la realizzazione dell’attuale Villa. Nel 1817 il Raini cedette parte delle sue terre ed edifici per permettere la realizzazione di una deviazione del Terraglio. Nella seconda metà dell’Ottocento pervenne ai Della Mora che costruirono l’annesso orientale isolato. In tempi più recenti fu dei Pozzobon, dai quali passò agli attuali proprietari, i Carlesso. L’edificio La casa padronale è un volume compatto a pianta rettangolare e sviluppato su tre livelli. Tutte e quattro le facciate si caratterizzano per la forometria regolare. Il fronte principale è quello rivolto a sud ed è identico a quello retrostante; esso può essere diviso verticalmente in cinque assi su cui si dispongono le aperture, e orizzontalmente in tre registri sottolineati dalle pitture delle pareti, consistenti in fasce colorate con motivo a festoni che si sviluppano lungo tutto il perimetro dell’edificio. La principale peculiarità della villa sono in effetti le decorazioni pittoriche che ricoprono l’intera superficie delle pareti. Alle già citate fasce colorate si aggiunge uno sfondo a righe ocra chiare e scure e, tra le aperture, delle decorazioni rosse a motivi floreali. Le finestre sono profilate con intonaco rosso e sono sovrastate da due festoni obliqui che, al piano terra con l’esclusione del portale, formano un timpano triangolare, e, per il resto, una lunetta semicircolare. Le aperture sono tutte architravate. Il piano terra e il primo piano presentano finestre rettangolari, fatto salvo l’asse centrale dove si trovano il portale d’ingresso e, sopra, una porta finestra aperta su un balconcino con ringhiera in ferro. Sul sottotetto si trovano solo finestre quadrate. Conclude l’edificio una cornice in pietra modanata. Connesso alla casa padronale è un piccolo annesso con portico ad arco al piano terra e finestre architravate al primo piano. Galleria Immagini La facciata di Villa Carlesso vista dal Terraglio Villa Carlesso da Wikipedia Villa Carlesso e una parte del suo parco Bibliografia Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia, 1985, pp. 91-92 Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Villa Carlesso (PDF), IRVV. Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Patrizi veneziani 14 Gennaio 2026

La fu Villa Sagredo (area Terraglio)

Villa Sagredo Una maestosa dimora palladiana scomparsa sul Terraglio La Maestosa Villa Sagredo Storia Le informazioni che ci sono giunte su Villa Sagredo le dobbiamo al Fapanni che scrive del Palazzo Sagredo “la cui magnificenza fanno fede le grandiose scuderie, che ancora sussistono. Fu atterrato nel 1804” collocandola presso l’antico colmello di San Nicolò, l’attuale Favorita di Venezia. Nel Quattrocento il fondo su cui insisteva ca’ Sagredo era stato dei Contarini, ai quali erano successi i Tiepolo verso la fine dello stesso secolo. In questo periodo è attestata solo l’esistenza di una casa colonica e di un casone, entrambi rivolti a sud. Nel 1560 il terreno veniva acquistato da Nicolò di Bernardo Sagredo, il quale lo affidò a tale Zuan Maria Marchetto detto “Moro” contentandosi di un affitto basso non essendo i campi particolarmente fertili. Solo verso il 1640 i discendenti Nicolò e Alvise di Zaccaria Sagredo, (che diverranno rispettivamente doge e Patriarca di Venezia), intrapresero la costruzione della villa, il cui aspetto ci è noto grazie ad una tavola di Paolo Bartolomeo Clarici collocata all’interno della sua opera “Istoria e Cultura delle piante”, Venezia 1716. L’oratorio della Villa, anch’esso distrutto, risale al 1500 ed è dedicato appunto a San Nicolò, Santo da cui prese il nome il Colmello. Si deve ricordare che anche la Chiesa di San Zulian era di competenza dei Sagredo e l’ospizio dei pellegrini realizzato nel XVII secolo dalle cui rovine “sorse” Villa Carlesso. Appena fuori dal perimetro della proprietà, verso ponente, si trovava la cappella intitolata a San Gerardo Sagredo, voluto dal patriarca Alvise Sagredo. L’elegante edificio fu risparmiato dalle demolizioni ottocentesche in quanto i Sagredo, nel cedere la villa al Baretta, avevano predisposto 1000 ducati per farvi celebrare una messa nei giorni festivi. La chiesetta fu poi quasi dimenticata e i fedeli vennero dirottati presso la cappella di Villa Scopinich per la messa. Durante il turbolento periodo napoleonico la villa fu gravemente danneggiata dagli eserciti di passaggio e questo portò i Sagredo a liberarsene. Nel 1804 buona parte degli edifici venne abbattuta, si salvarono solo alcune adiacenze, e il giardino fu distrutto. Nel 1810 ciò che rimaneva della villa fu ceduta a Nicolò Baretta che attuò ulteriori demolizioni. Scrive sempre il Fapanni, che nacque nel 1810, che “delle fabbriche, che sono in piedi oggidì, osserveremo che le più antiche costruzioni sono quelle dei Fratelli Marascalchi, del Della Bona, della N.d. Pasta, del S. Raini, della Signora Gaggio-Gazzato-Lattuada – quantunque per riforme ed abbellimenti siano state quasi tutte ammodernate.” L’oratorio, tuttavia, subì la stessa sorte del corpo padronale nel 1950, quando parte delle sue pietre vennero utilizzate per la realizzazione della nuova chiesa di Santa Maria del Carmelo. La Barchessa di Villa Sagredo Oggi della Villa rimane solo una barchessa sita in Via Terraglietto. Di questa scrive l’Istituto Ville Venete: “La fabbrica conservatasi, dunque, è verosimile fosse una pertinenza della villa, presumibilmente modificata in vario modo nel tempo. L’edificio, infatti, a pianta rettangolare e con il prospetto principale rivolto a sud, si sviluppa su due livelli, dei quali il primo caratterizzato da tre arcate a doppio centro di diverse dimensioni affiancate da una serie di aperture rettangolari; nel livello superiore i fori, tutti rettangolari con il davanzale lapideo, sono solo parzialmente in asse con i sottostanti. Un giardino di vaste proporzioni circonda la costruzione.” L’edificio com’era La casa padronale era un edificio imponente, sviluppato, si stima, su 750 m² di superficie e 10 000 m³ di volume. Era costituito da due livelli più sottotetto, con il fronte principale rivolto a sud; il piano terra si caratterizzava per la facciata a bugnato, mentre il piano nobile era esaltato da otto semicolonne con le quattro centrali a sorreggere un timpano triangolare. Ai lati della fila di semicolonne si trovavano due meridiane, l’una solare, l’altra zodiacale. Dal centro del palazzo si dipartivano quattro stradoni perpendicolari, dei quali si è conservato quello diretto a levante (l’odierna via Castelcigoto). Grazie a un inventario del 1738 è possibile delineare l’organizzazione degli ambienti interni. Il pianoterra era suddiviso in quattro ambienti principali, tra i quali si frapponevano alcuni ammezzati: la cucina a nordovest e tre vasti saloni negli angoli rimanenti. Questo schema era sostanzialmente ripetuto al livello superiore; dei vari ambienti, vanno ricordate la camera “degli stucchi”, quella “dei ritratti” e quella “dei pavoni” (raffigurati in alcuni dipinti). In uno dei locali era allestito anche un oratorio strettamente privato, che si aggiungeva alla chiesetta posta all’esterno della proprietà. Sul retro si trovavano due barchesse simmetriche, con pianta a L aperta verso l’esterno. L’elemento di maggior pregio era senza dubbio il parco, curato dal botanico Paolo Bartolomeo Clarici. Si trattava di un vasto giardino all’italiana, suddiviso in aiole dalle complicate forme geometriche, ciascuna caratterizzata da diverse coltivazioni. Completavano l’insieme elementi decorativi e opere d’arte, in particolare le effigi di alcune personalità storiche. Galleria Immagini Giardino di Villa Sagredo da “Istoria e cultura delle piante” di Bartolomeo Clarici, 1726 (Museo Correr) Oratorio di Villa Sagredo da “Istoria e cultura delle piante” di Bartolomeo Clarici, 1726 (Museo Correr) Schizzo Villa Sagredo da “I colmelli di San Zulian e San Nicolò” La Barchessa di Ca’ Sagredo come appare oggi Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Barchessa di ca’ Sagredo (PDF), IRVV. URL consultato il 2 gennaio 2015 Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia, 1985, pp. 93-95. Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! 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Patrizi veneziani 14 Gennaio 2026

La fu Villa Morosini – Mocenigo (area Terraglio)

Villa Morosini – Mocenigo Un progetto palladiano sul Terraglio mai terminato Storia Definita “la grandiosa fabbrica Morosini” dal Fapanni, Villa Morosini-Mocenigo fu una villa palladiana rimasta incompiuta e demolita alla fine del Settecento. La villa venne eretta di fronte Villa Franchin Scopinich, in località Marocco, poco distante dall’attuale villa Volpi. L’area su cui sorse nel XVI secolo apparteneva ai Foscari che la vendettero successivamente ai Mocenigo. Fu il senatore Leonardo Mocenigo, attorno al 1560-61, che commissionò ad Andrea Palladio il progetto per una villa da costruire su questi possedimenti. L’architetto realizzò un disegno piuttosto originale rispetto al tipico schema delle ville venete, che pubblicò poi nel secondo dei Quattro libri dell’architettura. Secondo la ricerca dello Stocchero e del Stevanato, la costruzione, iniziata come riporta una lapide nel 1562, fu alquanto travagliata e si discostò notevolmente dal progetto iniziale del Palladio che prevedeva, tra l’altro, un corpo centrale tripartito, caratterizzato nel mezzo da un doppio loggiato culminante con un timpano triangolare. Da una mappa del 1631 risultava costruita solo l’ala di sinistra che secondo Giovanni Battista Gallicioli «aveva sembianze piuttosto di fortezza che di casa». La fabbrica, infatti, si sviluppava su quattro piani, caratteristica tipica dei palazzi cittadini, ma ingiustificata per una villa di campagna dove lo spazio disponibile permetteva uno sviluppo più orizzontale. Per tale sua struttura veniva chiamata “il Palazzone”. Importante è ricordare anche la ricerca di Dario Zanverdiani, che ci permette di fare ulteriore chiarezza fra la storia della Villa Morosini posta più a monte del Terraglio e la Villa Mocenigo. Zanverdiani cita la presenza negli archivi di una mappa del 1590 redatta da Girolamo Gallo, “proto ed inzegniero” e Girolamo Righetto, si osserva una fabbrica con indicato il nome Mocenigo proprio di fronte a Villa Franchin la cui proprietà era con ogni probabilità di Andrea Mocenigo, figlio di Leonardo, ed era compresa fra Villa Sagredo e la proprietà delle monache di Sant’Andrea della Zirada. Secondo tale mappa la proprietà dei Mocenigo era attraversata da un percorso viario che conduceva ai lotti Sagredo. Il Zanverdiani cita la suddetta mappa del 1631, disegnata da Bertoldo Bertoli, aggiungendo che essa rivela la presenza di una Villa palladiana di quattro piani e di volumetria compatta e con la scritta “del Ill. Smo S.r Abate Mocenigo”, fratello di Piero fu Alvise Mocenigo. La villa non viene citata nel Catastico del 1781, ma riapparirà in una mappa del 1787 ad opera dell’ing. Girolamo Venturelli, posta proprio di fronte Villa Scopinich. Sulla villa appare la scritta “N.H. Morosini”, del ramo di Santo Stefano che fra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo comprarono sempre più terreni lungo il Terraglio, come si può evincere dal confronto delle loro proprietà dalla mappa del 1787 a quella redatta nel 1817, in cui tali proprietà erano indicate come “Beni Morosini”. Sul finire del Seicento la proprietà passò ai Morosini del ramo di Santo Stefano, gli stessi che possedevano l’altra Villa Morosini Gatterburg sita sul Terraglio, secondo il Fapanni, tale Lorenzo Morosini in Marocco ne risulta proprietario. Secondo le cronache l’edificio venne abbandonato a sé stesso e cadde rapidamente in rovina, dopo essere stato locato a tale Giovanni Battista Marinoni nel 1740. Il 29 giugno 1795 un viandante, che si era rifugiato nella villa per passare la notte, morì a causa di un crollo. Fu per tale episodio che Loredana Morosini decise di demolirlo. Di tale evento viene raccontato in un testo del 1842 dal religioso Veneziano Giovanni Antonio Gallicciolli: “Dirimpetto allo Scopinich sorgeva la grandiosa fabbrica Morosini, a cui la Repubblica mai permise che ci fosse dato intero compimento, perché aveva le sembianze piuttosto di una fortezza che di una casa. Per vecchiezza andava a pezzi a pezzi rovinando. Nel 29 giugno 1795 uno disgraziato, che s’era ricoverato a pernottare in uno di quei stanzoni, passò dal sonno dei sensi a quello della morte, rimasto oppresso sotto le rovine delle pareti che si scoscesero e diroccarono giù subitamente. Allora si diede mano a demolirla.” All’interno della Fabbrica Mocenigo Morosini Loredana Morosini rinvenne una lapide su cui era inciso: “Quod Felix Faustumq. Sit, Leonardus Mocenicus, Antoni Procuratoris. Fil. Eq. Et Comodi Sui. Et Voluptatis Ergo Prid. Id Quint MDLXII construxit.” E che appunto attestava la proprietà nel 1692 della villa al Leonardo Mocenigo. La lapide trovò accoglienza presso Villa Morosini Gatterburg. Sovrapposizione storica con Villa Morosini Gatterburg Parte della confusione fra le due Ville Morosini la si deve sia all’opera di Giuseppe Venturini, “Il Terraglio e le sue Ville” del 1977, che a Gianfranco Scarpati, “Le ville venete” del 1980, che confusero la Villa Mocenigo con la Villa Morosini. Ma, come è stato citato dallo Stevanato e dallo Zanverdiani citando vari autori del passato, questo è stato un errore, in buona fede, da parte dei due autori. Galleria Immagini Pianta e prospetto di Villa Mocenigo, dai «Quattro libri dell’architettura» di Andrea Palladio Prospetto di villa Mocenigo, da “Le fabbriche e i disegni di Andrea Palladio” La pianta della villa Mocenigo Morosini Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia, 1985, pp. 84-85, (a cura di Tiziano Zanato, Mario Facchinetto) Fogli. Transeunte. 2021 – n°3 On line 5° anno (a cura di Dario Zanverdiani, Corrado Balistreri Trincanato, Emiliano Balistreri) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Patrizi veneziani 14 Gennaio 2026

La Villa dei Principi Fürstenberg (area Terraglio)

Villa Fürstenberg Precedentemente Careggiani e Papadopoli, oggi sede di Banca Ifis Storia Villa Careggiani, Papadopoli, Fürstenberg è una villa veneta situata a nord di Mestre in località Marocco nel Comune di Venezia. Si affaccia sul lato sinistro del Terraglio venendo da Mestre. Sono due le versioni che raccontano la storia della Villa una descritta dal Fapanni, e una da un testo più recente di Tiziano Zanato, Mario Facchinetto. Secondo il Fapanni il palazzo originalmente fu di proprietà della famiglia Careggiani da prima del 1516, la quale era fra le più antiche famiglie di Carpenedo. L’oratorio della Villa dedicato a San Nicolò Vescovo era del 1500, e qui venne sepolto il nobile Francesco Careggiani dopo la sua morte avvenuta il 17 settembre 1819. Questo fa pensare la Villa passò di mano successivamente a tale e divenne di proprietà della nobile famiglia di origine greca Papadopoli nella persona di Spiridione, 1799 – 1859, quarto nella linea dinastica della famiglia Patrizia veneta prima e Austriaca poi. Spiridione fece ristrutturare nel 1841 l’oratorio della Villa dedicandolo a Santa Teresa d’Avila, e qui fece seppellire la moglie morta a Venezia nel 1854. Sempre secondo il Fapanni la villa fu realizzata, ristrutturata?, nel XIX secolo dal Papadopoli stesso. Secondo, invece, quanto riportato nel libro “I colmelli di San Zulian e di San Nicolò”, qui sorgeva una «casa et cortivo» di Alvise Foscarini e nel 1573 la proprietà era del figlio Andrea, il quale l’aveva affittata a un tale Agnolo Berton. La casa fu probabilmente ampliata, assumendo le forme rappresentate da una mappa del 1631, quando apparteneva ai Marin: si articolava in colombaia, casa padronale e barchessa disposti a “L”. Nel 1663 il complesso era descritto come «casa dominical con horto e brolo» del signor Nicolò Cotti di San Cancian. La cartografia di metà Settecento riporta, invece, un vero e proprio palazzo, era dei Carreggiani, due secoli dopo la data indicata dal Fapanni. Il catasto di Tommaso Scalfuroto rappresenta nella zona i terreni della stessa famiglia, ma non compare la villa; viene invece segnalata in un’altra mappa del 1787, ma non se ne indica la proprietà, e inoltre l’edificio è posto più in prossimità della strada rispetto all’attuale. Solo con il catasto napoleonico del 1809 si ha una rappresentazione simile alla costruzione d’oggi. Nel 1935 la villa divenne dei Fürstenberg e poi di Clara Agnelli vedova Fürstenberg. In tempi più recenti è passata alla Banca Ifis di cui costituisce la sede principale. L’edificio La villa si compone della casa padronale, alla quale si accede tramite un viale alberato con entrata dal Terraglio, di alcuni edifici di servizio e dell’oratorio, il tutto circondato da un ampio parco. Il palazzo ha una volumetria compatta e si innalza su tre piani internamente tripartiti, con the salone centrale passante. Il fronte principale, che dà a est verso l’ampio parco e la strada, dimostra una certa regolarità data dal ritmo delle aperture, disposte su assi verticali paralleli. Sull’asse centrale si dispongono il portale architravato e, sopra, una porta finestra aperta su un balcone, con ringhiera in ferro battuto e sovrastata da un timpano modanato. L’intera facciata si conclude con una cornice in pietra e, quindi, con l’ampio timpano modanato che riporta all’interno lo stemma dei Fürstenberg. Storia Recente dal matrimonio “del secolo” a sede di Banca Ifis Oggi la Villa è caratterizzata per essere la sede legale e la direzione generale di Banca Ifis, la banca fondata nel 1983 da Sebastien Egon Fürstenberg, terzogenito di Clara Agnelli, che oggi è una delle più prestigiose banche del mondo. Nel 1955 presso questa villa si tenne il ricevimento per il matrimonio della bellissima principessa Ira von Fürstenberg con S.A.S Alfonso di Hohenlohe-Langenburg. Galleria Immagini Villa Fürstenberg e parte del suo giardino L’oratorio del ‘700 Il viale della Villa Ikaro e Ikaria, Igor Mitoraj Versus di Tony Cragg Manolo Valdés, Clio Dorada “Dreams In Giza” Pascale Marthine Tayou Draco Piscis Di Agnes Questionmark Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Patrizi veneziani 14 Gennaio 2026

Villa Franchin, Bottoni, Scopinich (area Terraglio)

Villa Franchin La dimora storica e l’Oratorio del Carmelo Storia La presenza di una villa in quest’area è attestata da un disegno del 1631 di Bertolo Bertoli e viene citata dal Fapanni. La costruzione di tale proprietà è stata attribuita ad Alvise Bottoni che la lasciò in eredità alla moglie Elena. Nel 1663 a gestire la Villa e i suoi tredici campi vi era il Gastaldo Santo Prete. Successivamente passò di proprietà alla famiglia Priuli ai quali si deve, nel 1702, l’erezione dell’oratorio prospiciente al Terraglio dedicata alla Beata Vergine del Carmelo e qui fu seppellito Antonio Priuli nel 1739. Un documento catastale del 1740 testimonia che ad Alvise di Alessandro Priuli e ai suoi fratelli apparteneva un «casin con brollo per uso», oltre a una «casa colonica e campi 11 circa» lavorati da Girolamo Pavan. Verso il 1785 la proprietà passò ai Campolongo, ma già nel 1809 ne risulta titolare Bianca di Salvadore Malta Muttorti. Nel giro di pochi anni si avvicendarono i Tobia, i Piccoli e quindi gli Scopinich, famiglia originaria di Lussinpiccolo alla quale rimase sino all’inizio del Novecento; a questi ultimi si deve l’ampliamento delle adiacenze di ponente e dell’oratorio. Divenuta dei Gasparetto, dei Del Giudice e dei Winteler, banchieri svizzeri, nel 1938 venne comprata dai Franchin cui appartiene tuttora. La Villa La villa, vincolata dal 1962, si articola nel palazzo padronale, posta al centro della proprietà, nell’oratorio privato, affacciato al Terraglio sul lato orientale, in un gruppo di annessi contigui, a sudovest del palazzo, e in un piccolo fabbricato adibito a serra, a settentrione della villa. Il tutto è inserito nel grande parco. Casa Padronale La casa padronale non è troppo diversa dalla rappresentazione del 1631, tuttavia si notano alcune differenze da rimandare probabilmente a un rifacimento settecentesco. La villa presenta una pianta rettangolare, sviluppato su due livelli. Gli interni seguono il consueto schema veneziano con salone passante centrale e ambienti minori ai lati. Il fronte principale è quello orientale, rivolto alla strada. Sull’asse centrale si dispongono al piano terra il portale architravato, con quattro gradini, e al piano nobile una porta-finestra ad arco cieco che dà su un balconcino con balaustri in pietra. Il complesso, a due piani, presenta un’alternanza di vuoti e pieni sui fronti nord e sud, così da formare delle corti interne parzialmente porticate. Uno degli edifici spicca per il grande portale bugnato; sulla chiave di volta di quest’ultimo è incisa la data 1888. L’oratorio L’oratorio si trova ai limiti orientali della proprietà, in prossimità della strada, e maschera così le adiacenze della villa impedendone una visione complessiva. Intitolato alla Madonna del Carmine, due lapidi murate rispettivamente sulla facciata e sul lato settentrionale ne attestano la data di fondazione, 1702, e di ampliamento, 1880. Il campanile è dei primi del Novecento. Da una visita pastorale del 1753 sappiamo che vi erano collocate le reliquie della Vera Croce, di San Candido e di sant’Epitteto, mentre in un’altra del 1769 si citano solo quelle della Croce e di san Pietro d’Alcantara. Sin dai primi tempi fu aperta al pubblico culto, favorendo gli abitanti della zona i quali, dipendendo dalla parrocchia di Carpenedo, erano costretti a recarsi sino alla chiesa dei Santi Gervasio e Protasio per assistere alle funzioni religiose. Sin dal 1745, inoltre, era usanza svolgere una messa il 16 luglio, festa della titolare Madonna del Carmine, in cui i fedeli ottenevano l’indulgenza plenaria. Nel 1835, don Domenico Scopinich, figlio dell’allora proprietario, istituì una nuova mansioneria che garantiva almeno una messa per le festività, finanziata dalle rendite di sessanta campi siti a Musestre. L’oratorio aveva dimensioni esigue per cui a seguito di una visita del parroco di Carpenedo del 1868 fu ampliato nel 1880 grazie all’aggiunta di due navate laterali. La chiesa di villa Scopinich tornò a rivestire le funzioni di semplice oratorio privato quando negli anni cinquanta del XX fu realizzata la nuova parrocchia di Marocco. Galleria Immagini Villa Franchin vista dal Terraglio, si noti il campanile dell’oratorio Edificio principale di Villa Franchin Villetta Priuli, Nalesso che fa parte della proprietà Franchin Palazzo Bottoni, Franchin, nel 1631 (I Colmelli di San Zulian e San Nicolò) Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Fonte Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Patrizi veneziani 14 Gennaio 2026

La Villa degli Zen e Villa Bandiera ai Quattro Cantoni

Villa Zen ai Quattro Cantoni Da ornamento del Terraglio a osteria La Villa degli Zen Mestre era un luogo di villeggiatura e di affari per molti nobili veneziani che costruirono qui i loro palazzi. Oltre ai Querini, già presenti nel XIII secolo, e agli Erizzo, vi era la residenza degli Zen, del Ramo di San Biagio, collocata lungo il Marzenego nelle vicinanze del Castelvecchio di Mestre, con la facciata rivolta direttamente verso il Terraglio, all’altezza dei Quattro Cantoni. La famiglia, proprietaria di diversi interessi immobiliari in Terraferma, manteneva il proprio palazzo veneziano sulla Riva de Biasio. Si trattava di un complesso di notevole imponenza. L’ingegnere e storico Giovanni Battista Giuin Manocchi, che di quell’area fu a lungo residente e testimone diretto, lo descriveva come un “grande palazzo di figura quadrata, con quattro torrette più alte nei quattro angoli, di faccia in diretta del Terraglio”, affiancato da un lago e da altre “riduzioni di delizia”: elementi che rimandano a un giardino di villa tipico della cultura patrizia veneziana del Sei-Settecento. La torre centrale aveva pianta quadrata di circa 25 × 25 metri con dodici pilastri, e al complesso si aggiungeva una barchessa sul lato del Terraglio. Il Galliccioli, nella sua opera compilata tra il 1834 e il 1842, ne confermava la grandezza eccezionale: “Zen, in Barban, ai Quattro Cantoni, al cui piede mette capo il Terraglio, che poi torce a sinistra per una striscia ancora sino ai borghi di Mestre. Fabbrica pregiata, di stile severo, di una grandezza gigantesca, guernita alle cime da quattro torricelle. Era uno degli ornamenti principali del Terraglio.” Galliccioli, Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, n. 63, 1834-1842 Il nome “Quattro Cantoni” Le quattro torrette angolari del palazzo avrebbero dato il nome all’intera area. Lo stesso Manocchi era esplicito sul punto: “dal qual palazzo colle quattro torrette avveniva a quel sito una importante vista, e v’era dovuto il titolo di Quattro Cantoni di Mestre.” Una seconda ipotesi vuole invece che il nome derivi da quattro ville o aree distinte: Carpenedo, Mestre, Perlan e Zelarino. Le due spiegazioni non si escludono necessariamente, ma la testimonianza diretta del Manocchi, che conosceva i luoghi, conferisce alla prima un peso documentale maggiore. Il declino settecentesco Non è dato sapere il periodo esatto in cui la villa venne costruita e abitata dagli Zen, ma le fonti testimoniano che il suo declino iniziò ben prima della vendita formale del 1785. Il Galliccioli annotava senza mezzi termini: “Nel 1700 si deturpò il luogo, aprendovi osteria, e poco appresso infame divenne, cambiatosi in covile di quelle triste che fanno mercato di sé stesse.” Galliccioli, n. 63 Quella che era stata definita “uno degli ornamenti principali del Terraglio” era dunque già ridotta a luogo di malcostume quasi un secolo prima della vendita ufficiale. La posizione della villa, in un’area di grande transito lungo la strada da Venezia a Treviso, favoriva certamente questo tipo di frequentazione. La vendita del 1785 e la proprietà Drago-Manocchi Il 4 gennaio 1785 la proprietà degli Zen passava a due acquirenti: l’oste Andrea Drago detto Buonacquisto e l’agrimensore Gio Batta (Giovan Battista) Giuin detto Manocchi. La proprietà era composta da un casale, un edificio destinato a diventare osteria, un’area di servizio e uno stallo, che furono acquistati dal Drago, mentre il Manocchi acquistò il resto dei possedimenti. L’intera area era di circa cinque ettari, di forma trapezoidale, con una superficie di campi trevigiani 10, quarti 3, tavole 171 — denominata nelle fonti «terrenzello». Questa proprietà era collegata all’Abbazia di San Giacomo, che sorgeva dove vi era stato il Castelvecchio, da un ponte, e confinava a est con le proprietà dei Canonici Regolari di San Salvatore. L’area corrispondeva indicativamente a quella dell’attuale via Einaudi. Già prima della vendita la villa era diventata una bevèrara: un luogo di sosta per vetturini e cavalli in transito lungo il Terraglio. Il Magistrato alle Acque usava il vicino casello per il rifornimento. Era in pratica un grande casal dove i passeggeri potevano pulirsi dalla polvere di viaggio, togliersi i gabbani bagnati, riposarsi e rifocillarsi, prima di riprendere il cammino verso Venezia o verso la terraferma. Un rilievo della proprietà, eseguito nel 1785 dal tenente ingegnere Saverio Garofolo e poi rielaborato con varianti da Giovanni Casoni nel 1817, descriveva in dettaglio la composizione dei lotti individuati nella mappa: I. Terra prativa detta il Prà Basso (campi 4, quarti 2, tavole 268): fondo di buona qualità piantato di alberi dolci. II. Terra prativa piantata di alberi dolci, viti e salgari. III. A.P.V. [arativo, prativo, vitato]: con peschiera e casa di muro coperta di coppi; stalla con sovrapposto fienile. Nel 1783 la casa ospitava una bottega del caffè. L’inquilino al momento del rilievo era Gio. Batta Fusaro. IV. Chiusura prativa con poco aratorio e sopra casone in parte cinto a muro, e parte da paredane, coperto di paglia. V. Terra A.P.V.: poco prativo con cason sopra in parte cinto di muro e parte paredonato, coperto di paglia. I lotti contenevano complessivamente 460 ceppi di salici e 212 di viti. Questo disegno (BMC, cod. Cic. 3320, fasc. 245) è conservato presso la Biblioteca del Museo Correr di Venezia. L’osteria si poneva in un’area di grande passaggio di merci e di persone, il che la rendeva molto redditizia. Forse fu proprio questo a spingere i figli del compianto Zen a voler ritrattare la compravendita, senza però riuscire a ottenere modifiche alle proprietà già divise. Le vicende successive della proprietà Nel 1808 Manocchi acquistò dagli eredi Zen anche i terreni in località Barban, in parte già da lui affittati fin dal 1806. Il prezzo pattuito fu di circa 3600 ducati, in gran parte destinati a coprire un debito degli Zen verso il defunto don Camillo Fioravanti, garantito dalla nipote Loredana Tron vedova Priuli. Nel 1811 l’oste Drago vendette il palazzo con i due appezzamenti annessi (nn. m. 1177-1178) a Gaetano Fedeli del fu Giacomo, che il Fapanni descriveva come pizzicagnolo, ma abbastanza colto e conoscitore della storia locale. Fu lui il demolitore effettivo dell’edificio: il Fapanni e le fonti successive concordano nell’indicare il 1818 come anno della demolizione. Come annotava amaramente lo stesso Manocchi, il palazzo fu “demolito, sostituendo un casino di meschina simmetria, e fuori di linea proseguente il vero in faccia al Terraglio.” La vendita del 1785 aveva generato una lunga vertenza tra Manocchi e Drago. I professionisti delegati dalle due parti non si rispettavano, non si consegnavano le perizie e si usavano appuntamenti reciproci con qualche sgarberia. L’ingegner Ruggin fu nominato mediatore e dovette essere soddisfacente per gli acquirenti. Il sopraggiungere del catasto austriaco stabilì definitivamente la situazione delle proprietà Manocchi e Drago, almeno per un breve periodo. A complicare ulteriormente le cose intervennero le guerre. Le costruzioni della zona furono danneggiate dai Francesi e durante i giorni terribili del 1809, quando ai Quattro Cantoni si scontrarono le truppe del viceré Eugenio Beauharnais e quelle dell’arciduca Giovanni d’Asburgo. Per superare i disaccordi relativi al saldo dell’acquisto e alla valutazione delle migliorie apportate, Manocchi diede procura all’ingegner Giuseppe Fuin, mentre gli Zen delegarono l’ingegner Giovanni Casoni, che nominarono arbitro superiore. Nel frattempo, nel 1817, tramite convenzione giudiziaria al Tribunale civile di prima istanza a Venezia, gli edifici con i terreni di pertinenza tornarono agli eredi Zen, che nel 1820 li rivendettero ai fratelli Giovanni Battista e Luigi Motta di Stefano. I terreni prativi del Manocchi erano già passati nel 1815-16 tramite vendita all’asta per debiti prediali non pagati, confluendo anch’essi nell’orbita delle proprietà legate alla famiglia Drago. La demolizione e Villa Bandiera La grande villa fu abbattuta nel 1818. Il Galliccioli lo registrava con queste parole: “Nel 1818 questa mole superba fu atterrata e sulle sue rovine sorse l’attuale casino, che è predisposto per villeggiatura della gentilissima dama della Croce Stellata, la nobil-donna Alba Corner-Balbi.” Galliccioli, n. 64 Secondo il Fapanni, il casino fu eretto intorno al 1850, probabilmente riferendosi a una fase di ampliamento o completamento dell’edificio sorto sulle rovine della villa. Il casino aveva una torricella, come si evince in una cartolina del 1919, e fu poi noto come Villa Bandiera. Anche questo edificio fu a sua volta demolito per permettere di erigere il Quartiere San Paolo e Via Filiasi. L’area dei Quattro Cantoni oggi L’area oggi chiamata dei Quattro Cantoni era assai diversa da come appare oggi. Dove ora sorge Via Circonvallazione vi erano i terreni dei nobili Calbo, mentre dove poi fu eretto l’ospedale Umberto I vi era l’Abbazia di San Giacomo. Il terreno limitrofo al centro Candiani pare essere stato di proprietà della N.H. Chiara Tron. Probabilmente l’unica zona rimasta a ricordare come fosse quest’area è oggi Villa Querini e il suo parco. Galleria Immagini La Villa degli Zen in un disegno di Francesco Fiorini del 15 Luglio 1668, particolare, Archivio di Stato di Venezia Mappa di Joseppo Cuman, 1678, Savi Esecutori della Acque, Archivio di Stato di Venezia Villa Bandiera, Torrione della nobile Alba Corner Balbi, Cartolina del 1919 Villa Bandiera di Alba Corner Balbi, rappresentazione Bibliografia Zoccoletto, Giorgio. Un terrenzello ai Quattro Cantoni, Centro Studi Storici di Mestre. Stocchero, Ilva. Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano, Centro Studi Storici di Mestre. Brunello, Luigi. Mestre – Antiche Mappe, Centro Studi Storici di Mestre. Galliccioli, Giovanni Battista. Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, 1834-1842, nn. 63-64. Fapanni, Francesco Scipione. Mestre, ed. postuma 1975, pp. 13, 78. Balistreri, Corrado; Zanverdiani, Dario; Brombin, Giuseppe. Mestre. Architetture nel tempo, Volume 1, PM edizioni. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Patrizi veneziani 17 Novembre 2025

Villa Gozzato Gradenigo (Cipressina)

Villa Gozzato Gradenigo «Elena» Centro Diurno Santa Maria Madre Nostra Storia Il complesso sorge in località Cipressina, all’inizio di Via Castellana, a pochi passi dal centro di Mestre. Sebbene Giuseppe Mazzotti nel 1953 avesse ipotizzato un’origine seicentesca, non esistono oggi conferme documentarie solide: la datazione dell’edificio padronale rimane quindi incerta. Nel Settecento la proprietà era con ogni probabilità della famiglia Gritti, come attestato dal catastico del 1781. All’inizio dell’Ottocento la villa passò ad Antonio Gozzato (o Gozzato-Lattuada). Un manoscritto di metà secolo redatto da Francesco Fapanni documenta il radicale rimodernamento eseguito nel 1811 per volontà dello stesso Gozzato, che vi risiedeva: in quella occasione vengono quasi certamente costruite le due barchesse laterali. Lo stesso committente, nel 1831, fece erigere l’oratorio dedicato a Sant’Antonio da Padova. Nel Novecento la villa è talvolta indicata come «Gradenigo», ma senza riscontri cronologici. Oggi appartiene alla Curia patriarcale di Venezia ed è universalmente conosciuta come villa «Elena». Dal 2014 ospita il Centro Diurno per anziani «Santa Maria Madre Nostra» gestito dalla cooperativa OSMC. Il complesso, vincolato nel 1961 ai sensi della legge 1089/1939, ha beneficiato negli ultimi decenni di importanti interventi di restauro che hanno tra l’altro riportato alla luce le arcate dei portici delle barchesse, restituendo all’insieme l’antico splendore. Architettura Il complesso è costituito da una villa padronale, due barchesse laterali e un oratorio. La villa presenta una volumetria compatta su pianta quadrata, tre piani fuori terra e tetto a padiglione. L’interno segue lo schema tripartito classico delle ville venete, con salone passante centrale e stanze laterali. Il prospetto meridionale è scandito da tre assi perfettamente simmetrici. Al piano terra il portale architravato con breve scala esterna è affiancato da due finestre; al piano nobile spicca l’elegante trifora ad arco con porte-finestre in pietra e balcone continuo sorretto da mensole; al secondo piano due semplici finestre architravate. La facciata è arricchita da un’alta fascia basamentale e coronata da un forte cornicione modanato. Le due barchesse, quasi simmetriche — quella est leggermente più lunga —, furono realizzate nel 1811 su commissione di Antonio Gozzato. Ciascuna presenta al piano terra un portico di otto campate ad arco a tutto sesto ribassato (recentemente riaperte, tranne la terzultima della barchessa ovest) e al piano superiore una teoria di finestre architravate. All’estremità della barchessa est si trova l’oratorio di Sant’Antonio da Padova, edificato nel 1831. La facciata, allineata al fronte della barchessa, presenta alta fascia basamentale in pietra, fregio dorico con triglifi e metope lisce, timpano triangolare con oculo floreale e portale architravato scolpito. Sui pilastri dei due ingressi carrai sono collocate due statue in pietra attribuite dalla tradizione locale a Giovanni Bonazza. Galleria Fotografica L’ingresso della villa oggi — Centro Diurno Santa Maria Madre Nostra Vista aerea del complesso con villa, barchesse e oratorio Bibliografia e fonti Scheda VE 499 — Istituto Regionale Ville Venete (IRVV). Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia, Rusconi, Milano 1987. Archivio storico del Patriarcato di Venezia — atti relativi alla villa «Elena». Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Patrizi veneziani 17 Novembre 2025

Palazzo Sanviro Michiel (Carpenedo)

Un convento che diventa un dono Da villa nobiliare a monastero, da monastero a polo solidale Storia Il nucleo più antico è la villa tardo-cinquecentesca fatta edificare dalla nobile famiglia veneziana Michiel, ramo di San Polo. La prima raffigurazione certa è del 1692: una mappa a colori conservata nell’Archivio Patriarcale di Venezia mostra un edificio isolato, a pianta quadrata, con grande giardino all’italiana rivolto a sud e muro di cinta basso. Nel Settecento assume la forma attuale. L’ultimo proprietario Michiel, il senatore Marcantonio, vi si ritirò dopo la caduta della Serenissima e vi morì nel 1834. Dopo la sua morte la villa passò al nipote Leopardo Martinengo, che la vendette nel 1841 ai Barbini. Nel 1848 subì danni durante l’occupazione austriaca. Successivamente entrò in possesso della famiglia Botner, che la tenne per oltre cinquant’anni. Nel 1876 la scala interna venne spostata sul retro e, nel 1913, la contessa Ivanovich vedova Botner fece costruire accanto alla villa la cappella neogotica su progetto dell’ingegnere Giorgio Francesconi. Nel 1939 la famiglia Botner cedette l’intera proprietà alle Serve di Maria Eremitane Scalze in cambio di assistenza vitalizia al figlio malato e ai genitori anziani. Le suore arrivarono il 25 novembre 1939. Tra il 1939 e gli anni Cinquanta il complesso fu radicalmente trasformato per la clausura (progetto dell’ing. Antonio Rosso): scomparvero torretta, terrazza e serra dei cedri; sorsero nuove ali monastiche, il grande refettorio, una chiesa più ampia; il muro di cinta venne rialzato più volte fino a cinque metri, nascondendo completamente la villa alla vista dalla strada. Negli anni Sessanta–Novanta metà del vasto brolo retrostante fu venduta e nacque il quartiere di Via Montegrotto. Nel settembre 2016, con solo due suore rimaste, l’ordine fu soppresso. L’immobile, messo in vendita nel 2023, fu acquistato dalla Fondazione Carpinetum: rogito il 20 dicembre 2024 per 2,7 milioni di euro interamente coperti dall’indennità di esproprio di un terreno a Campalto (ottenuta dopo 12 anni); atto perfezionato il 5 marzo 2025 dopo la rinuncia della Soprintendenza. Il monastero prima del restauro Al centro della struttura si erge la villa seicentesca, tipica casa veneta di terraferma: tre piani fuori terra, pianta quadrata, grande salone passante centrale (il portego) che distribuisce simmetricamente quattro stanze laterali su ciascun lato, con scala sul retro. Al piano terra si trovavano locali di servizio (segreteria, sale riunioni, spazi di disbrigo); il piano nobile ospitava arredi liturgici; i piani superiori, con soffitti più bassi, erano adibiti a magazzino. Il fronte meridionale, verso il giardino all’italiana, è tripartito e simmetrico: le ali laterali più basse esaltano il corpo centrale sopraelevato, coronato da un timpano triangolare. Al piano terra paramento a bugnato liscio; al piano nobile tre porte-finestre si aprono su un balcone continuo in pietra d’Istria sorretto da mensole, con parapetto a intarsi; sopra l’attico l’abbaino centrale con tre fori ottagonali e oculo cieco entro il timpano. L’insieme riflette un linguaggio palladiano rivisitato nella sobrietà tardo-barocca veneziana. Accanto alla villa si sviluppano: la cappella neogotica del 1913 (rosone, archetti a sesto acuto, pinnacoli); la chiesa monastica degli anni Quaranta–Cinquanta (aula per i fedeli, presbiterio, grande coro protetto da grate, sacrestia e cantoria); il refettorio-cucine (grande sala al piano terra, celle sopra); la barchessa (ridotta a due piani negli anni Sessanta); la manica ovest con celle spartane; l’eremo-foresteria sistemato su impulso del cardinale Angelo Scola; l’infermeria e un piccolo magazzino. Sul retro il vasto brolo, un tempo campagna di sussistenza, è oggi il grande giardino all’italiana con chiostro. Progetto di rigenerazione Da marzo 2025 il complesso è proprietà della Fondazione Carpinetum, che lo ha trasformato nell’ottavo polo della sua rete di solidarietà, in continuità con i Centri don Vecchi. Il progetto, coordinato dall’architetto Alessandro Checchin dello Studio Planum, punta a restituire al quartiere un luogo rimasto nascosto per ottant’anni. Il muro di cinta verrà abbassato al livello originale del 1692, permettendo di vedere villa e giardino da Via San Donà. Il grande giardino all’italiana con il chiostro sarà sistemato con cura — vialetti, panchine, aiuole — e dedicato alla memoria di don Armando Trevisiol, diventando spazio di incontro e serenità per famiglie, bambini e anziani. La cappella neogotica del 1913, già restaurata all’interno, sarà aperta al pubblico come luogo di preghiera. Nascerà la piccola casa di riposo familiare chiesta da don Armando negli ultimi giorni di lucidità, insieme a una foresteria solidale e a sale polifunzionali per attività sociali, corsi e momenti di condivisione. L’idea è mantenere quel fascino di «luogo protetto e prezioso» che per generazioni ha fatto sognare chi passava di lì, ma aprirlo finalmente alla vita quotidiana di Carpenedo e Mestre. Galleria Fotografica Cappella interna al convento L’altare della cappella interna Edificio interno© Maria Chiara Ferraboschi La villa e il parco© Maria Chiara Ferraboschi Edifici interni© Maria Chiara Ferraboschi Bibliografia Fondazione Carpinetum (a cura di), L’incontro. Settimanale per i Centri don Vecchi e il Centro Papa Francesco, Anno 21 n. 15, domenica 13 aprile 2025: Don Gianni Antoniazzi, «La storia del Monastero», pp. 6–7. Don Gianni Antoniazzi, «Il Monastero oggi – La mappa», p. 8. Andrea Groppo, «Un nuovo sogno», p. 2; Alessandro Checchin, «Uno spazio vivo», p. 3; Edoardo Rivola, «Oltre il muro», pp. 4–5. Istituto Regionale per le Ville Venete (IRVV), scheda n. 00001935. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Patrizi veneziani 29 Ottobre 2024

Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis

Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis Come una villa veneziana del Cinquecento diventò la prima scuola elementare di Mestre La villa Tirabosco: un’eredità rinascimentale Nell’area oggi occupata da via Pio X e dal Parco Ponci sorgeva, tra Cinquecento e Ottocento, una delle più raffinate ville di terraferma del Veneto. Progettata da Vincenzo Scamozzi, con la sua loggia dorica, la grande peschiera e i giardini, villa Tirabosco era una delizia nel senso pieno del termine: un luogo costruito per il riposo dell’anima, lontano dalla vita affaccendata di Venezia. Per la storia completa delle sue origini, della sua architettura e degli scavi che ne hanno restituito le tracce nel sottosuolo di Mestre, si rimanda alla voce dedicata. Questo articolo racconta invece la sua ultima parabola: da dimora abbandonata a prima scuola elementare della città. Da palazzo di delizia a rudere: i Morosini e i Giustinian Alla morte dell’ultimo Tirabosco, Marcantonio, senza discendenti, la villa passò nel 1650 alla famiglia Morosini. Furono i fratelli Andrea e Vincenzo Morosini a gestirla per quasi un secolo, con un attaccamento che traspariva dai loro testamenti. Andrea, nel 1711, lasciò il palazzo ai nipoti Foscarini con condizioni ferree: non affittarlo, non venderlo, mantenerlo in buono stato. Vincenzo, morto nel 1735 a circa 87 anni, ribadì le stesse condizioni con parole che tradivano un affetto profondo per quel luogo. Il palazzo però non passò mai formalmente ai Foscarini. Nel 1738, attraverso un accordo privato, venne acquistato dal nobile Francesco Giustinian per circa 6.000 ducati. Aveva quasi 68 anni e cercava un rifugio personale vicino a Venezia. Ma alla sua morte, senza eredi diretti, la villa passò ai discendenti Giustinian che non vi abitarono mai, lasciandola decadere lentamente. Nel 1784 una divisione ereditaria la descriveva già come “casa dominicale quasi dirocata”. Nel 1808 le denunce catastali registravano ancora una quota della casa diroccata, la peschiera e il brolo: tutto ciò che restava di quella che era stata una delle più belle ville del Veneto. Poi il silenzio. Nel luglio del 1861 Francesco Scipione Fapanni si recò sul posto e vi incontrò Pietro Seleno, negoziante e sensale di vino che aveva preso in affitto le pertinenze. Seleno gli riferì che il padre era stato in possesso di un introvabile disegno del sito. Era il congedo della memoria: la villa esisteva ancora solo nel racconto di chi l’aveva frequentata da vivo. I Gobbato di Volpago e il sogno di una scuola Tre anni dopo quell’incontro, nel 1864, fu Girolamo Giustinian a vendere i resti della proprietà a Ferdinando Gobbato e ai suoi fratelli. I Gobbato erano imprenditori di Volpago del Montello con interessi economici a Mestre, dove avevano preso domicilio. Quello che acquistavano, secondo la descrizione catastale, era un “casino, con scuderia, fienile e brollo”: non la casa dominicale della villa, ma con ogni probabilità i suoi annessi rustici, quei corpi di servizio che erano stati ampliati e completati da Andrea Morosini nel corso del Settecento, come lo stesso Morosini attestava nel suo testamento del 1711 parlando delle “agiunte” da lui fatte al complesso. La grande villa di Scamozzi era già ridotta a un rudere: ciò che restava in piedi erano le pertinenze, non il cuore della dimora. L’idea di trasformare l’area in una scuola non era nuova. Già il 5 dicembre 1859 l’ingegner Pietro Moro aveva elaborato un progetto di scuola-tipo per quell’area, che aveva suscitato l’interesse di Lorenzo Saibante e di Giuseppe Da Re. Quando già era stata accettata la proposta di Da Re, Ferdinando Gobbato si fece avanti con un’offerta più conveniente: avrebbe acquistato lo stabile del conte Giustinian e lo avrebbe “ridotto ad uso scuola”, purché il Comune si impegnasse a prenderlo in affitto per dieci anni. Il Comune accettò. La proprietà fu poi separata in due parti: il parco passò al farmacista Ponci di Santa Fosca, la villa rimase ai Gobbato. Le scuole a Mestre a metà Ottocento Per capire perché l’arrivo dei Gobbato fosse una buona notizia, occorre ricordare in che stato si trovava l’istruzione elementare a Mestre in quegli anni. Le classi erano sparse in affittanze varie per il paese, in locali di fortuna, senza una sede stabile. Le due scuole urbane funzionanti erano entrambe in affitto e si erano dimostrate subito insufficienti. La legge Coppino del 15 luglio 1877 avrebbe poi imposto l’istruzione obbligatoria per i primi tre anni delle elementari, aggravando ulteriormente il problema. Mestre conobbe, fin dall’inizio della sua storia contemporanea, il disagio dei doppi turni. Una sede propria, centrale, ampia, sembrava a molti una necessità improrogabile. La prima scuola: il fabbricato del 1865 Ca’ Giustinian si rivelò però non adatta ad ospitare gli allievi. I locali della villa, per quanto spaziosi, erano vetusti e difficili da adattare. Ferdinando non si scoraggiò: propose di erigere ex novo, a proprie spese, un fabbricato attiguo da adibire a scuola, purché il Comune lo prendesse in affitto per dieci anni. Il nuovo edificio venne costruito aderente al lato orientale della villa in pochi mesi, e alla fine del 1865 le classi maschili poterono finalmente insediarsi in aule proprie. Le ragazze andarono in una casa in Corte dei Fanti, futura Piazzetta Cesare Battisti. Era la prima vera scuola elementare di Mestre, eretta letteralmente sulle fondamenta di una villa rinascimentale. Vent’anni di trattative (1868-1889) La fortuna però girò presto le spalle a Ferdinando Gobbato, che fallì nel 1868. I beni passarono ai fratelli, residenti a Volpago del Montello, i quali alla scadenza del contratto pretesero dal Comune un fitto più elevato. Non trovando accordo, nel 1878 il Comune si rivolse altrove, acquistando lo stabile del marchese Lorenzo Nicolò Saibante in via Palazzo per dirottarvi qualche classe. Quello stabile avrebbe visto avvicendarsi gli insegnamenti più diversi, prima di finire come sede della pretura nel novembre del 1921. Le condizioni degli stabili Saibante si rivelarono però problematiche. Nel 1886 una commissione composta da Guglielmo Berchet, Napoleone Ticozzi e Antonio Rizzo fu incaricata di trovare una soluzione definitiva. La relazione del settembre 1886 indicava due possibilità: costruire un nuovo edificio in via Rosa, o tornare dai Gobbato. La prima fu scartata perché l’accesso era difficile e l’immobile troppo vicino al mercato bovino. Si riaprirono così le trattative con i fratelli Gobbato, che durarono un paio d’anni fino alla firma del contratto d’acquisto il 12 ottobre 1889 per lire 25.000 pagabili in cinque anni. Lo stato della villa alla vigilia della demolizione L’ampio carteggio che accompagnò l’acquisto del 1889 permette di gettare uno sguardo su quel che restava della villa. La perizia dell’ingegner Giovanni Fantinato dell’11 dicembre 1888 descriveva due separate abitazioni accessibili da un ponte ad arco di cotto: la prima occupata dal fabbro ferraio Luigi Zavan, che vi aveva anche la sua officina, la seconda da Antonio Valentini. Nel prato si trovava ancora un pozzo in pietra dura di Verona. Il fabbricato scolastico del 1865 era in buone condizioni, accessibile per un ponte in legname. Poco altro era rimasto della grande villa di Scamozzi. C’era però un dettaglio che sarebbe emerso solo durante i lavori di demolizione: nel sottosuolo dell’area giacevano ancora intatte le fondazioni delle antiche mura medievali di Mestre, compatte e impermeabili come il giorno in cui erano state costruite. La villa era scomparsa, ma le radici del Castello erano ancora lì. Il progetto definitivo e la demolizione (1893-1902) La decisione di costruire una nuova scuola ex novo maturò lentamente. Nel 1893 la realizzazione fu inserita in un concorso che prevedeva anche la costruzione del macello: tutti i progetti finirono in archivio per costi eccessivi. Solo nel 1898 il consiglio comunale approvò il progetto di Erconvaldo Tomasatti, poi affidato per la direzione all’ingegner Francesco Marsich. Il contratto fu siglato il 28 marzo 1902. I lavori di demolizione della villa iniziarono però già sul finire di gennaio, prima ancora della firma del contratto, per rispondere alla protesta di una ventina di muratori disoccupati che assediavano il palazzo municipale. Le travi erano per lo più marce: si recuperò quanto possibile per le fondazioni. Come rilevò l’ingegnere comunale Eugenio Mogno: “c’era una circostanza particolare che rende[va] il sottosuolo pregevole ed è che ivi trovansi le fondazioni dell’antica mura di Mestre: ciò porta la conseguenza della compattezza ed impermeabilità del terreno.” Era l’ultima testimonianza materiale di secoli di storia: le fondazioni del Castello medievale, le stesse su cui Scamozzi aveva costruito la sua villa, stavano per diventare le fondamenta di una scuola elementare. La nuova scuola e la sua vita Benché il fabbricato si rivelasse “molto diverso da quello progettato”, più d’uno a Mestre andava fiero di quella grande scuola eretta all’ombra della torre, con la lunga facciata costruita “in continuazione dell’edificio esistente, formando con esso un corpo di fabbrica della estesa di metri cinquanta”. La De Amicis divenne subito un vivace centro di aggregazione: nelle sue aule si alternarono vari tipi di scuola e riunioni di associazioni, mentre il suo cortile ospitò per molti anni i comizi del partito socialista e della locale Camera del lavoro. La popolazione cresceva però velocemente, e già nel 1913 la scuola era diventata troppo piccola. Si pensò persino di adibire a scuola l’appena fallita fabbrica di dolciumi Taboga, fondata da Cesare Ticozzi, ma l’ipotesi fu abbandonata per grosse crepe nei muri e perché le rotaie del tram per San Giuliano ne rasentavano l’ingresso. Da allora cominciò a prender forma un piano per l’edilizia scolastica su tutto il territorio comunale, che avrebbe portato nei decenni successivi alla costruzione di nuovi edifici nelle frazioni e all’espansione della rete scolastica mestrina. Fonti Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, edizioni PM Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo Francesco Scipione Fapanni, Mestre, Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre Galleria fotografica La scuola De Amicis prima della demolizione della villa Gobbato Scuola Edmondo De Amicis in una cartolina del primo Novecento Scuola, giardino e torre viste forse dal campanile di San Girolamo La Villa Giustinian-Tirabosco nella mappa del Castello di Mestre, disegno del Manocchi, è riconducibile al numero 28: “Mura distrutta” Villa Giustinian nella mappa di Tommaso Scalfuroto (1781) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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