Canal Salso 23 Giugno 2026

Canal Salso, l’età d’oro dei commerci

Canal Salso, l’età d’oro dei commerci (XVII-XIX secolo) | Discovery Mestre Canal Salso, l’età d’oro Corrieri, patrizi e vedutisti: Mestre nel cuore dei commerci veneziani Il canale torna a vivere Con la riapertura del canale alla laguna, nel 1615, e la demolizione del carro di Marghera, il Canal Salso tornò a essere quello che la Serenissima aveva sempre voluto che fosse: la via d’acqua più rapida e sicura fra Venezia e la terraferma. Quella che era una semplice infrastruttura idraulica divenne nei due secoli successivi il cuore pulsante dell’economia mestrina, attorno a cui nacquero mestieri, edifici, ricchezze e, per qualche decennio, perfino una vita culturale di respiro europeo. È la storia che raccontiamo in questa seconda parte, che riprende il filo dove lo avevamo lasciato. Mestre al centro del commercio veneziano Venezia, città d’acqua, conosceva l’importanza delle vie fluviali interne al territorio veneto. Scavando il Canal Salso aveva di fatto realizzato una nuova direttrice commerciale che partiva dal Canal Grande e terminava in una zona di Mestre allora secondaria, ma vicina sia al Castelnuovo, l’attuale area compresa fra via Palazzo, via Torre Belfredo e via Caneve, sia al Borgo di San Lorenzo, l’attuale Piazza Ferretto. Un luogo ideale per proseguire verso le molte destinazioni a cui erano diretti i viaggiatori e le merci provenienti dalla laguna. Questa fu una rivoluzione, e fece nascere nel tempo una nuova piazza a Mestre, quella che sarebbe stata chiamata Piazza Barche. L’apporto economico che la Cava Gradeniga aveva portato alle aree che si sviluppavano attorno ad essa si può cogliere anche dalla collocazione, lungo il canale, della palada di Mergera: uno sbarramento di pali piantati nel letto del canale che fungeva da posto di controllo per il pagamento dei dazi sulle merci, prima di superare il Borgo di Mergaria e proseguire. Lo stesso borgo, raso al suolo all’inizio dell’Ottocento dai francesi per realizzare Forte Marghera, conobbe uno sviluppo notevole, con una piccola chiesa, magazzini e osterie. Una volta giunti in laguna, gli avventori potevano fermarsi all’isola di San Giuliano, dove sorgevano la torre omonima e un convento. Con il tempo l’isola ospitò persino un luogo di ristoro per i viandanti, da cui il nome di “San Giuliano buon albergo”. Osterie, magazzini, un piccolo borgo e poi ville e attività economiche: la Fossa Gradeniga non era diversa dagli altri fiumi e canali che Venezia utilizzava per commerciare con la terraferma. Osterie, stalli e barcaioli Mestre divenne città accogliente per commercianti, cocchieri, uomini d’affari e nobili grazie alle osterie e agli stalli presenti sul suo territorio. Persino l’imperatore Francesco I vi trascorse una notte: del suo soggiorno resta una targa ricordo all’interno dell’agenzia Generali di Via Poerio. L’attuale Hotel Venezia sorge invece dove per secoli si trovava lo stallo omonimo, nato per accogliere mercanti ricchi e facoltosi. Il canale ebbe un risvolto importante anche sul mestiere dei barcaioli: questi divennero un’importante figura economica del territorio e, come era uso a quel tempo, si organizzarono in una Scuola, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la cui sede si trovava vicino alla Chiesa di San Girolamo, a riprova dell’importanza delle vie fluviali per la città. La prima Scuola che i barcaioli di Mestre realizzarono fu però a Cannaregio e prese il nome di Scuola di Sant’Andrea, proprio là dove il «Canal Trevisan», altro nome con cui veniva chiamata la Fossa Gradeniga, incontrava i canali veneziani. Le proprietà dei Duodo Per comprendere appieno questa età d’oro bisogna ricordare a chi appartenesse il cuore di Piazza Barche. Per buona parte del Settecento, l’intero fronte settentrionale della piazza, con la Posta, la Dogana, lo stallo dei cavalli, le locande e la villa nobiliare, era proprietà di una sola famiglia patrizia veneziana: i Duodo, antico casato iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima. Chi arrivava a Mestre dalla laguna e metteva piede sulla testata del Canal Salso calpestava, in un modo o nell’altro, proprietà Duodo. Il loro stemma, a fondo rosso con banda d’argento e tre gigli azzurri, agli occhi dei passanti somigliava a tre pennacchi, e da quello l’edificio della Posta prese il nome popolare di locanda «alli 3 Penacchi», attestato già nella mappa del 1691. Nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda una rendita di 270 ducati annui e per la Dogana poco più di 128 ducati. Una fotografia dettagliata del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo fu de ser Piero: una casa in Via Palazzo affittata a Iseppo Tamburin per 20 ducati, uno stallo «alli tre penachi» affittato ad Antonio Buggie per 160 ducati, e diverse «Casette» vicine con porticato a tettoia, visibili nelle vedute del Canaletto, affittate allo stesso Buggie per altri 40 ducati. I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle, detta «al Cavalletto» o in origine «al Sol», proprietà separata da un terreno appartenuto all’architetto Giuseppe Jappelli. Furono proprio i Duodo a costruire, accanto alla Posta, il magazzino doganale per le merci dirette in Germania con un imponente portale in foggia di arco trionfale, e a tenere in affitto la villa che di lì a poco avrebbe ospitato il personaggio più illustre passato per Mestre nel secolo. L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano stabilì di trasferire gli uffici doganali pubblici nell’immobile Duodo adiacente alla Posta: la dogana privata dei tre pennacchi diventava la dogana pubblica di Mestre. La Posta dei Cavalli e i Corrieri Veneti Fu Piazza Barche a guadagnare di più, nel corso del tempo, da questo commercio, vedendo passare di qua un traffico umano e mercantile sempre più importante. Qui sorse una Posta dei Cavalli in cui giungevano i corrieri da tutta Europa per portare il proprio carico. Vi operava la Compagnia dei Corrieri Veneti, una corporazione privata che ebbe un ruolo prevalente nel servizio postale della Repubblica di Venezia. Marghera era infatti uno dei punti, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile, da cui i traghettatori smistavano la corrispondenza diretta verso la terraferma e da cui poi partivano i corrieri. Erano questi, come le Barche, i luoghi in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna e le merci passavano da un’imbarcazione all’altra. Mestre era inoltre uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. Il complesso della testata fu documentato in dettaglio da una mappa disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827: accanto alla Posta operavano l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva. Piazza Barche nei dipinti dei vedutisti Alla testa del canale sorgeva un’edicola votiva, visibile in tutti e tre i dipinti settecenteschi che ritraggono la piazza. La Piazza assunse un ruolo così centrale nella vita economica veneziana ed europea da meritare di essere immortalata per sempre dai grandi vedutisti del Settecento. Tutti gli amanti del Canaletto conoscono Vista di Mestre, databile intorno al 1740, oggi alla Fondation Bemberg di Tolosa, che mostra l’approdo animato da imbarcazioni, carrozze e persone in frenetica attività. La seconda opera, La riva delle Barche e l’Antica Posta, è tradizionalmente attribuita a Bernardo Bellotto e appartiene a un collezionista privato in Gran Bretagna; secondo i professori Balistreri e Zanverdiani l’attribuzione è però dubbia, poiché il dipinto mostra il magazzino con l’arco trionfale costruito solo nel 1766, quando Bellotto era già all’estero. La terza è una copia settecentesca della composizione del Canaletto. Queste opere ci restituiscono la “fotografia” di quanto Mestre ha perduto a causa della speculazione edilizia e della scarsa lungimiranza dei suoi amministratori, che nel Canal Salso, ormai superato dalla ferrovia e dal trasporto su gomma, videro soltanto un triste simulacro del passato. Un’altra immagine celebre, secondo gli stessi Zanverdiani e Balistreri, è invece stata a lungo fraintesa. L’incisione di Giovanni David del 1775, intitolata Veduta della Scalinata a capo del Canale di Mestre, rimpetto al Giardino di S.E. Co: Durazzo Amb. Cesar., non raffigura la villa, bensì ciò che le stava davanti: la scalinata di discesa all’acqua, l’edificio della Posta e il portale della nuova Dogana Duodo. Il titolo stesso lo dice: «rimpetto al Giardino» significa di fronte al giardino. L’arrivo della cultura europea: il conte Durazzo L’importanza del Canal Salso fu tale da portare a Mestre anche la cultura veneziana e internazionale, in quello che era pur sempre un borgo e non una città. Si pensi al conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che nel XVIII secolo, dopo l’«incidente delle Gondole», preferì trasferirsi proprio a Mestre, in una villa affacciata su questo canale che modellò a propria immagine. La residenza, che il conte prese in affitto dai Duodo nel 1772, lo vide inquilino della sola dimora nobiliare. Durazzo trasformò quella villa in una piccola corte, con teatrino, giardini all’italiana, voliere, sala di lettura e una Kaffeehaus, una “Versailles in piccolo”, per riprendere la celebre definizione goldoniana di Mestre. Vi custodì anche la straordinaria raccolta di manoscritti autografi di Antonio Vivaldi, che proprio da Mestre prese poi la via di Genova e infine di Torino, dove costituisce oggi il celebre Fondo Foà-Giordano della Biblioteca Nazionale Universitaria. Il Teatro Balbi, l’ambizione di una città Lo stesso fermento spinse un’altra famiglia patrizia, i Balbi, a un’impresa ancora più ambiziosa. Nel 1777 Almerigo Balbi diede avvio, presso la sua proprietà non lontana da Piazza Barche, alla costruzione di un grande teatro, affidato all’architetto Bernardino Maccaruzzi. L’ingresso principale guardava proprio verso il Canal Salso. Era un teatro all’italiana di dimensioni ragguardevoli, con novantanove palchi su quattro ordini, capace di ospitare spettacoli grandiosi. Il Teatro Balbi divenne presto un punto di ritrovo per nobili e artisti di tutta Europa, attratti anche dalla vicina corte del conte Durazzo, che vi organizzava galà sontuosi. Per qualche stagione, Piazza Barche conobbe una vita culturale di respiro internazionale, fatta di opere, balli e ricevimenti, impensabile per quello che era nato come un semplice scalo di terraferma. Il crollo: dalla fine della Serenissima al silenzio del canale Quella stagione di splendore, però, fioriva su un terreno già fragile. Venezia, nel tardo Settecento, viveva da tempo un lento ridimensionamento economico, una perdita di traffici e di territori che svuotava lentamente la sua potenza commerciale. Lo stesso boom dei teatri, a Venezia come a Mestre, era in fondo il lusso di una società che spendeva in magnificenza mentre le sue basi mercantili si assottigliavano. Il Teatro Balbi, costato una fortuna ad Almerigo Balbi, nasceva proprio in questo clima di sfarzo e incertezza. Il conte Durazzo, da parte sua, aveva già lasciato Mestre nel 1784, alla fine della sua ambasciata, e sarebbe morto a Venezia dieci anni dopo. La sua piccola corte sul Canal Salso si era spenta ancora prima della tempesta. E la tempesta arrivò: negli ultimi anni della Repubblica il clima si fece pesante, tanto che nel 1796 il Consiglio dei Dieci ordinò la chiusura del Teatro Balbi, per non offrire alcun pretesto ai soldati francesi e austriaci accampati nei dintorni. Pochi mesi dopo, il 12 maggio 1797, la Serenissima cadeva per sempre. Da quel momento il declino fu inarrestabile e travolse, una dopo l’altra, tutte le glorie di Piazza Barche. Il Teatro Balbi non si riprese mai: conobbe affitti parziali e tentativi di riapertura, poi le demolizioni, finendo declassato a magazzino, a granaio e infine, nell’Ottocento, a sede della prima officina elettrica di Mestre. La celebre villa, attraverso il lungo dissesto patrimoniale dei Duodo, già nel 1808 i loro beni mestrini erano gestiti da una «Massa de’ Creditori verso la famiglia Duodo di S. M.ª Zobenigo di Venezia», passò alla famiglia patrizia dei Pisani, che vi realizzò uno dei primi giardini all’inglese della zona. Come testimonia il Fapanni: «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, CSSM, 1975, p. 77). La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti. Il…

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Canal Salso 20 Giugno 2026

Piazza Barche nel ‘700: la porta fra due mondi

Mestre, porta tra due mondi | Discovery Mestre Mestre, porta tra due mondi La Piazza dei Duodo: mercanti, corrieri e pennacchi Arrivare a Mestre: la piazza dei Duodo Sul corpo di fabbrica principale dei Duodo campeggiava lo stemma di famiglia, con fondo rosso, banda argento, caricata di tre gigli azzurri… alla maggior parte dei frequentatori del sito, poco o nulla interessati all’araldica, si sarà palesata l’immagine dei tre pennacchi, efficacissima, quale immediato contrassegno.(C. Balistreri, D. Zanverdiani, G. Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, p. 44) Nel Settecento, per cogliere appieno la testata del Canal Salso occorreva percorrerla al contrario: non da terra, ma dall’acqua. Chi partiva da Venezia la risaliva fino alla sua estremità settentrionale, dove il bacino si allargava e la testata del porto, costruita con tre muraglioni in mattoni, segnava il punto in cui l’acqua cedeva il passo alla strada. Da due di questi muraglioni scendevano altrettante scalinate graduate in pietra d’Istria, una per lato, mentre il muraglione centrale era dotato di un paranco per i bagagli. Era Piazza Barche: non una piazza nel senso moderno del termine, ma uno spazio di scambio, il nodo in cui merci e uomini passavano dal mondo acqueo di Venezia a quello terrestre di Mestre e dell’Europa. È questo che mostrano le vedute settecentesche: una città viva, raccolta attorno a un canale altrettanto vivo, che vista dall’acqua ricordava Venezia e vista da terra una ricca città europea del Settecento. Una di quelle scalinate compare nell’incisione di Giovanni David del 1775: interpretata a lungo come veduta della villa Durazzo, secondo i professori Balistreri e Zanverdiani ritrae al contrario, come dice il titolo «rimpetto al Giardino», ciò che alla villa stava di fronte, cioè la testata e la Posta sull’altra sponda. In testa al canale, per lungo tempo, sorse anche il capitello: un’edicola votiva riprodotta nelle mappe di fine Seicento e Settecento e ben visibile nella stampa del Canaletto. I capitelli erano un simbolo religioso caratteristico degli incroci stradali, segnale di devozione e punto di riferimento per i viaggiatori; quello delle Barche era dedicato alla Beata Vergine, come si ricava da documenti del 1834, ed era l’unico simbolo religioso della località. Quella vitalità era nota. Una testimonianza racconta come il conte Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero, sedesse nella coffee house del suo giardino ad ammirare, e forse a schernire, le persone così indaffarate nel loro lavoro. Una preziosa testimonianza di come si presentasse la piazza ci viene dalla carta di Domenico Margutti del 29 marzo 1691, da cui si vede che gran parte di essa era già proprietà dei Duodo, antico casato patrizio veneziano iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima, con palazzo di famiglia a Venezia in zona Sant’Angelo, che a Mestre traevano consistenti ricavi dal fornire servizi a chi muoveva merci e persone in Piazza Barche. La Posta, la Dogana e il magazzino tedesco Il primo edificio che un avventore proveniente da terra incontrava era l’antica Posta, che già nella mappa del 1691 risultava ospitare la «Locanda alli 3 Penacchi». Il nome si doveva allo stemma di famiglia: fondo rosso, banda d’argento con tre gigli azzurri che agli occhi dei passanti somigliavano a tre pennacchi. L’edificio era ufficialmente registrato come «Stabile detto tre pennacchi con Offizi di Lettere, diligenze e Posta da cavalli», una denominazione che racchiude tre funzioni distinte: gli «Offizi di Lettere» gestivano la corrispondenza, le «diligenze» erano le carrozze pubbliche per i passeggeri, la «Posta da cavalli» assicurava il cambio degli animali da tiro. La rendita era cospicua: nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda 270 ducati annui. Di fianco a questo edificio sorgeva la Pubblica Dogana, una costruzione più bassa e di maggiore sviluppo frontale, che primeggia sulla sinistra delle vedute settecentesche. Accanto ad essa operava l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e poco oltre lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva del complesso. L’intero assetto è documentato in dettaglio in una mappa del Canal Salso disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827. Nel 1766, sei anni prima dell’arrivo del conte Durazzo, Gerolamo Duodo fece realizzare accanto alla Posta un magazzino doganale privato destinato alle merci dei commerci con la Germania. Mestre era uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. L’ingresso era segnato da un imponente portale «in foggia d’arco trionfale», ancora visibile nelle vecchie immagini ottocentesche e in seguito «barbaramente distrutto». L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano decise di trasferire gli uffici doganali pubblici proprio nell’immobile Duodo: la dogana privata dei «tre pennacchi» diventava la dogana pubblica di Mestre. Il patrimonio dei Duodo Una fotografia del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo. Vi figuravano alcune case nei pressi del ponte dell’Orologio, nell’attuale via Palazzo, e soprattutto il nucleo di Piazza Barche: una «Casa con fabriche» adibita a stallo «alli tre penachi», con terreno annesso, e diverse «Casette» con porticato a tettoia. Queste ultime compaiono nelle vedute del Canaletto e furono in parte sostituite dalla Dogana: una mappa del 1744 individua in quel punto il «Sotto Portico delle Casette». I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle verso la strada per Marghera, detta «al Cavalletto» e in origine «al Sol»; vi confinava un terreno dell’architetto Giuseppe Jappelli, il progettista del Caffè Pedrocchi di Padova. La villa: dai Duodo ai Pisani Sul lato opposto rispetto alla dogana, sempre sul fronte settentrionale, sorgeva una delle più belle ville nobiliari mai realizzate a Mestre. Villa Duodo era la dimora di rappresentanza della famiglia patrizia veneziana e la si può ammirare nel quadro del Canaletto, nell’area dove sorgeva un piccolo boschetto, alla destra di chi osserva. Il suo aspetto era già mutato nel quadro attribuito al Bellotto, dove il boschetto è scomparso e si intravede un giardino più ordinato. In seguito, fra il 1772 e il 1784, la villa fu presa in affitto dal conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che la trasformò in una piccola corte con teatrino, giardini all’italiana, voliere e sala di lettura. Come molte famiglie del patriziato veneziano nell’ultima stagione della Serenissima, anche i Duodo andarono incontro a un progressivo dissesto finanziario. Nel 1808, alle registrazioni del catasto napoleonico, i beni mestrini della famiglia non risultavano più nelle mani dei proprietari originari ma gestiti da una «Massa de’ Creditori», con affittuari che versavano una rendita annua ai creditori; tra gli amministratori figurava già un Pisani. Quel nome non era casuale. Fu proprio la famiglia Pisani a subentrare nel possesso della villa, trasformandola radicalmente: come scrive il Fapanni, «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, Quaderno 24 del CSSM, 1975, p. 77). Il giardino frontale cambiava così per l’ennesima volta: dal boschetto del Canaletto al giardino all’italiana descritto dal Boscovich, fino a quello all’inglese dei Pisani. La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti nel corso del Novecento. La caduta della Serenissima, il 12 maggio 1797, e il declino del suo patriziato pesarono sui traffici di Piazza Barche tanto da far fallire persino il Teatro Balbi, che sorgeva non lontano dalla testata del canale, vicino allo Stallo Venezia e all’osteria alla Campana, dove soggiornavano nobili, uomini d’affari e persino re e imperatori. Era la fine di un’era. Il fronte meridionale e i percorsi di terra Sul lato opposto della piazza, verso mezzogiorno, il paesaggio era più modesto. Le mappe settecentesche mostrano una serie di piccoli edifici con porticato a tettoia, il «Sotto Portico delle Casette», strutture basse e commerciali già incontrate tra i possedimenti dei Duodo. Era il lato operativo della piazza, quello dei barcaioli, degli scaricatori, delle botteghe minute. I barcaioli di Mestre erano organizzati in una propria confraternita. Erano loro a garantire il collegamento quotidiano con Venezia, smistando passeggeri e merci lungo il canale. La Compagnia dei Corrieri Veneti, corporazione privata che gestiva il servizio postale della Repubblica, aveva in Piazza Barche uno dei suoi nodi principali, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile e il Piave: come le Barche, erano i punti in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna. Chi arrivava dall’acqua e non proseguiva a piedi poteva prendere una carrozza alla Posta dei Cavalli. Chi invece si muoveva a piedi percorreva il «marchiapiede», forma settecentesca dal francese marchepied: un percorso pedonale che, attraverso il «Sottoportico detto da Prosdocimo», collegava Piazza Barche ai principali assi cittadini e conduceva al Teatro Balbi, costruito nel 1777 dalla famiglia Balbi non lontano dalla piazza. Parte di quel portico sopravvive ancora nella piazzetta XXII Marzo; il tratto verso via Cappuccina scomparve con l’edificio che lo conteneva, abbattuto in un bombardamento della Seconda Guerra Mondiale. Le proprietà della famiglia Pasquali si estendevano lungo la Strada Postale detta Cappuccina, dove possedevano anche un’osteria. Nel catasto napoleonico del 1808 i loro edifici risultavano già trasformati in «Porzione di Fabbricato per l’Ufficio di Posta lettere e Spedizione delle Diligenze Erariali»: il servizio postale si era già in parte spostato dalla testata del canale verso la nuova viabilità terrestre. Piazza Barche oggi Oggi della Piazza Barche rappresentata dai vedutisti non resta quasi nulla. La villa fu demolita a più riprese fra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, il portale trionfale di Gerolamo Duodo è scomparso, il Teatro Balbi è stato recuperato solo nella parte frontale dalla Galleria Teatro Vecchio. Anche la scalinata di discesa al canale è sparita con l’interramento del Canal Salso, fra fine Ottocento e prima metà del Novecento; la si intravede ancora sotto il manto stradale in alcune fotografie scattate durante lavori di scavo. Gli edifici della Posta, della Dogana e delle locande sopravvivono in parte nel tessuto di Piazza Barche e della piazzetta XXII Marzo, ma con pesanti alterazioni, sopraelevazioni e ristrutturazioni che ne hanno cancellato quasi ogni traccia riconoscibile. Per chi sappia leggere il fronte della piazza, però, restano le impronte di una stagione in cui una sola famiglia veneziana governava, da terra e da acqua, la porta d’ingresso di Mestre. La storia del Canal Salso su Discovery Mestre La vicenda del canale che unì Mestre a Venezia si dipana in più articoli collegati: Il Canal Salso, le origini, che ne racconta la nascita e i primi secoli fino al 1615; Il Canal Salso, l’età d’oro, dedicato alla stagione dei commerci tra Seicento e Ottocento; La perduta villa Durazzo, sulla dimora nobiliare che vi sorgeva; Il conte Giacomo Durazzo, sul suo ospite più illustre; e Da Canaletto a Bellotto, sui grandi vedutisti che ritrassero la piazza. Con la fine della Serenissima e l’arrivo della ferrovia, il baricentro di Mestre si sposta dall’acqua alla terra e all’industria: una nuova stagione che comincia nell’area che oggi è nota come Altobello. Galleria immagini La testata del Canal Salso con la Posta «ai Tre Pennacchi» dei Duodo (Domenico Margutti, 1691) I possedimenti meridionali dei Duodo a Piazza Barche (Domenico Margutti, 1691) Ca’ Duodo, la Posta e la Dogana nella pianta del proto Giulio Zuliani (1791) Confronto Canaletto/Bellotto: il magazzino con l’arco trionfale dei Duodo (1766) compare solo nella veduta attribuita al Bellotto La scalinata del canale e la Posta dei Duodo, di fronte alla villa Durazzo (Giovanni David, 1775) Il Canal Salso in un’opera di Aliprandi (XVIII secolo) «La riva delle Barche e l’Antica Posta», attribuito a Bernardo Bellotto (collezione privata) Approfondimenti La perduta villa Durazzo — la residenza del conte Giacomo Durazzo Il Canal Salso, le origini — nascita e storia del canale fino al 1615 Il Canal Salso, l’età d’oro — storia economica e culturale del canale Da Canaletto a Bellotto — Piazza Barche nei quadri dei grandi vedutisti Bibliografia Balistreri, Corrado; Zanverdiani, Dario; Brombin, Giuseppe. Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Brusò, Fabio. Piazza Barche Mestre (1846-1932). Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°,…

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Canal Salso 18 Giugno 2026

Altobello: una periferia rinata

Altobello: dal Canal Salso al Contratto di Quartiere, storia di una periferia che si è riconquistata | Discovery Mestre Altobello: una periferia rinata Dal Canal Salso al Contratto di Quartiere: storia di una periferia che si è riconquistata Dal Canal Salso alla ferrovia Altobello è il quartiere orientale di Mestre delimitato dal Canal Salso e dalle vie Pepe, Fedeli, Ancona e Torino. Le sue radici affondano nel Medioevo, quando l’area era territorio rurale paludoso integrato nel sistema difensivo e commerciale di Venezia. Il Canal Salso, canale artificiale scavato nel XIV secolo per collegare Mestre alla Laguna Veneta, attraversava il quartiere rendendolo avamposto logistico e militare, via d’acqua per traffici lagunari. Questa vocazione persistette fino all’Ottocento, quando la costruzione della ferrovia Venezia-Milano nel 1846 accelerò la transizione verso un polo proto-industriale, attraendo manifatture che sfruttavano il canale per le importazioni e la linea ferroviaria per le esportazioni rapide verso il Nord Italia. La Fornace Da Re e la cittadella industriale Il cuore delle origini industriali fu la Fornace Da Re, fondata nel 1849 da Gaetano Fedeli e acquisita nel 1852 da Giuseppe Da Re (1824-1885), probabilmente l’uomo più ricco di Mestre al culmine della sua parabola. Sviluppata sulla riva meridionale del Canal Salso tra via Pepe e l’attuale viale Ancona, l’ingegner Giorgio Sarto l’ha definita il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre: una vera «company town» con dieci manufatti originali, di cui otto ancora esistenti, che integrava forni, officine, magazzini e alloggi operai in un sistema autosufficiente. Il polo manifatturiero del primo Novecento Agli inizi del Novecento si affiancarono alla Fornace lo Scopificio Krull (1905), la CLEDCA per traversine ferroviarie impregnate con creosoto (1908) e la Carbonifera Industriale Italiana per la lavorazione del carbone (1909), oltre agli Ex Magazzini Generali dotati di darsena sul canale. Ciascuna di queste realtà ha la propria voce dedicata sul sito; nel loro insieme formarono il polo manifatturiero più denso della Mestre ottocentesca e primonovecentesca, interamente dipendente dal Canal Salso come arteria di importazione e dalla ferrovia come via di esportazione. Il declino e la periferia degradata Negli anni Venti-Trenta il polo entrò in crisi: l’interramento parziale del Canal Salso nel 1927, la concorrenza di Porto Marghera e la transizione energetica verso petrolio e gas erosero le basi di tutto il sistema. La Krull subì confische belliche, CLEDCA e Carbonifera chiusero gradualmente negli anni Cinquanta-Settanta. Parte degli immobili delle Fornaci Da Re fu convertita in case a schiera nel 1927, mentre le tre cosiddette «tettoie» porticate sopravvissute sono state trasformate in contenitori pluriuso su due piani, con lavori di completamento previsti in tempi brevi. Altre proprietà ospitano oggi uffici, mentre i magazzini devono ancora trovare una destinazione definitiva. Altobello divenne periferia degradata, segnata da edilizia popolare emergenziale come i lotti ATER costruiti tra il 1949 e il 1952, immigrazione e marginalità sociale. Il quartiere prese il soprannome di «Maccallè», o in modo più dispregiativo «Bronx di Mestre»: sentirsi apostrofare con un «Ma ti vien da Macalé?» non era, per anni, esattamente un complimento. Negli anni Settanta le aree della CLEDCA e della Carbonifera passarono sotto la proprietà di Italgas, che le utilizzò come deposito carburanti, aggravando la contaminazione da idrocarburi, creosoto e metalli pesanti. A partire dagli anni Duemila è stata avviata una maxi-bonifica con investimenti di circa 10 milioni di euro, ancora in corso in alcune fasi, con coinvolgimento di Regione Veneto, Comune di Venezia, ARPA e Soprintendenza. L’ex Carbonifera in viale Ancona, ristrutturata preservandone l’impronta architettonica industriale, ospita oggi il polo tecnico comunale del Comune di Venezia, con gli assessorati di Urbanistica, Mobilità e Trasporti, Edilizia privata, Bonifiche e Valutazioni Ambientali. Il dibattito urbanistico degli anni Ottanta Il dibattito sulla riqualificazione di Altobello affondava le radici negli anni Ottanta, molto prima che arrivassero i fondi del Contratto di Quartiere. Il Consiglio di Quartiere Piave-1866 impose una modifica radicale al Piano di Recupero come condizione per avviarlo, approvata all’unanimità. Il punto di scontro era chiaro: il Comune voleva intervenire sui volumi dell’ex Fornace Da Re e delle tre tettoie porticate di via Fornace; il quartiere pretendeva la conservazione integrale degli edifici come presupposto di qualsiasi negoziazione. Nel 1984, in concomitanza con l’indagine storica pubblicata nel volume Altobello, storia/analisi/proposte curato da Giorgio Sarto per il Comune di Venezia, la Commissione del Quartiere ribadì le proprie posizioni con un documento unitario in cinque punti: nessuna demolizione degli edifici storici della Fornace; apertura della piazza verso ovest per connetterla visivamente a Corso del Popolo; verifica della coerenza tra le previsioni urbanistiche e i finanziamenti realmente disponibili; avvio immediato del piano complessivo senza stralci parziali. Il documento segnalò anche un episodio emblematico: mentre si discuteva, all’imbocco della futura piazza era stato costruito un edificio in asse con via Bissolati che ne chiudeva fisicamente la prospettiva da Corso del Popolo. Mentre si discuteva, si costruiva. La riflessione teorica più organica arrivò nell’agosto del 1987, quando Giorgio Sarto pubblicò sulla rivista Aqua il saggio «Recuperare Altobello (e tutta la Mestre storica)». La tesi di fondo era che Mestre fosse stata trattata nella pratica urbanistica come una «tabula rasa», priva di stratificazioni degne di tutela, e che questo approccio avesse prodotto decenni di distruzione silenziosa. Sarto proponeva un ribaltamento di metodo: partire dall’orditura storica sopravvissuta, dai segni testimoniali ancora leggibili nel tessuto urbano, per costruire su di essi la nuova struttura della città. Era una visione che avrebbe aspettato quasi vent’anni prima di trovare applicazione concreta, ma che nel frattempo aveva seminato una cultura civica che si sarebbe rivelata decisiva. Il Contratto di Quartiere II (2004-2019) Il punto di svolta strutturale arrivò nel 2004, quando il Comune di Venezia presentò la candidatura di Altobello al Contratto di Quartiere II, strumento nazionale istituito dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con decreto del 27 dicembre 2001, destinato a quartieri con diffuso degrado edilizio, carenze di servizi e disagio sociale. La candidatura fu accolta: il progetto urbanistico fu affidato allo studio Archpiùdue di Paolo Miotto e Mauro Sarti, scelti per la loro esperienza nella rigenerazione di quartieri di edilizia residenziale pubblica. Il 25 ottobre 2006 il Ministero delle Infrastrutture, la Regione Veneto, il Comune di Venezia e ATER sottoscrissero il protocollo d’intesa, formalizzando i rispettivi impegni. Il programma valeva complessivamente circa 40 milioni di euro su un’area di 7 ettari articolata in tredici interventi distinti, con un contributo pubblico ministeriale di 10 milioni: il massimo concedibile per legge. La caratteristica più significativa del processo non fu l’entità dell’investimento, ma il metodo. La partecipazione degli abitanti non fu uno strumento di ratifica di scelte già compiute, ma un elemento costitutivo della progettazione: fu proprio nel gruppo di ascolto, attivo fin dalle fasi preliminari, che maturò la decisione più radicale, quella di pedonalizzare l’intero quartiere. Non era una scelta scontata: via Andrea Costa, già «strada di Macallè», era un asse di traffico consolidato, e la sua chiusura ai veicoli richiedeva una ridefinizione complessiva della mobilità nell’area. L’operazione permise di triplicare la superficie del parco esistente, con benefici sull’equilibrio idraulico e sulla temperatura superficiale della zona, e aprì spazi che nessun piano regolatore avrebbe potuto prevedere senza quel processo partecipato. Il coinvolgimento diretto degli abitanti produsse anche effetti finanziari inattesi. La pedonalizzazione rese l’area attrattiva per investitori privati, chiamati a operare nella sostituzione edilizia del patrimonio pubblico più degradato. La vendita di alcuni lotti generò quasi 5 milioni di euro aggiuntivi rispetto ai fondi pubblici previsti, reinvestiti interamente nel quartiere: un nuovo asilo nido con ludoteca attigua, la ristrutturazione parziale del centro civico Silvio Pellico, la riqualificazione di via Fornace. Gli 8 milioni di fondi pubblici destinati all’edilizia finanziarono la ristrutturazione degli edifici ATER di maggiore valore storico, per un totale di 61 alloggi di edilizia residenziale sociale. Il cantiere più simbolico fu il complesso Campo dei Sassi in via Fornace, costruito tra il 1927 e il 1930 a forma di ferro di cavallo sull’area delle antiche Fornaci Da Re. Ristrutturato con un investimento di 7,4 milioni e inaugurato il 31 maggio 2019, ospita oggi 37 alloggi destinati a soggetti fragili: 26 per anziani, 6 per persone con disabilità, uno riservato alle badanti di condominio selezionate dai Servizi Sociali e impegnate in turni di assistenza diurna e notturna. Tutte le unità sono dotate di domotica, allarmi chiamata, rilevatori gas e fumo e videosorveglianza presidiata 24 ore su 24. L’intero processo attraversò quattro amministrazioni comunali successive: la continuità fu garantita dalla pressione costante del gruppo di ascolto dei cittadini, che non allentò mai la presa sulle priorità stabilite all’inizio del percorso. Gli interventi principali Pedonalizzazione di via Andrea Costa, piazza Madonna Pellegrina e strade limitrofe Pedonalizzazione di via Fornace e riqualificazione delle sponde del Canal Salso Area verde di piazzale Madonna Pellegrina: da 3.600 a oltre 9.800 mq, con circa 70 nuovi alberi Isola ecologica interrata in via Fornace Nuovo asilo nido con ludoteca attigua e ristrutturazione del centro civico Silvio Pellico 61 alloggi ERP ristrutturati, di cui 37 nel complesso Campo dei Sassi per soggetti fragili Premio Rigenerazione Urbana Sostenibile RI.U.SO. 2015 (1° posto) e Premio Provinciale Cappochin 2015 Monitoraggio a cura dell’Università IUAV di Venezia, relazione finale 10 novembre 2015 Gli 8 milioni dei fondi pubblici destinati all’edilizia andarono alla ristrutturazione degli edifici ATER di maggiore valore storico, per 61 alloggi di edilizia residenziale sociale. Il complesso Campo dei Sassi in via Fornace, a forma di ferro di cavallo e costruito tra il 1927 e il 1930 sull’area delle antiche Fornaci Da Re, è stato ristrutturato con un investimento di 7,4 milioni e inaugurato il 31 maggio 2019. L’edificio ospita 37 alloggi destinati a soggetti fragili: 26 per utenti anziani, 6 per persone con disabilità, uno riservato alle badanti di condominio scelte dai Servizi Sociali che si turnano nell’assistenza giorno e notte. Tutte le unità sono dotate di impianti di domotica, allarmi chiamata, rilevatori gas e fumo e un sistema di videosorveglianza presidiato 24 ore su 24. Il processo ha attraversato quattro amministrazioni comunali diverse: la pressione continuamente esercitata dai cittadini attraverso il gruppo di ascolto è risultata determinante per mantenere le priorità nel lungo periodo. Gli strascichi: la Nave e le questioni aperte Non tutte le promesse del Contratto sono state mantenute con la stessa rapidità. Il complesso di case popolari di via Squero, detto la Nave 1, è rimasto fuori dai lavori del Contratto di Quartiere. ATER, dopo aver completato i lavori sugli edifici di propria competenza, non ha ancora terminato le opere di urbanizzazione afferenti, rendendo numerosi alloggi non abitabili per anni. Nel 2020 il presidente ATER Raffaele Speranzon ha chiesto alla Regione 7 milioni per un intervento di ristrutturazione integrale della Nave. Il 31 maggio 2022 il Consiglio Comunale ha approvato all’unanimità una mozione, a seguito di una petizione popolare con oltre 500 firme, chiedendo al sindaco e alla giunta di procedere con il completamento degli interventi previsti: isola ecologica, area tra via Bissolati e via Corridoni, coinvolgimento dell’università per l’assegnazione degli alloggi delle Tettoie agli studenti. Nel 2024 è infine iniziato il trasloco delle 42 famiglie ancora residenti nella Nave, il cui destino resta sospeso tra ipotesi di riqualificazione e definitivo abbattimento. Il quartiere oggi Altobello è oggi quartiere residenziale vivo, con coesione comunitaria e spazi pubblici conquistati in decenni di dibattito. Gli Ex Magazzini Generali, conservati e integrati con il Laguna Palace (2000) su via Torino, esemplificano un approccio alternativo alla rigenerazione: il nuovo edificio riprende il linguaggio lineare e orizzontale dei magazzini storici, aggiornandolo con materiali contemporanei e una volumetria misurata, trasformando l’area in un luogo di attracco e passeggiata che richiama l’antica funzione logistica. Le tre tettoie porticate di via Fornace, riuse nel 1927 ma nate come contenitori pluriuso della fornace ottocentesca, costituiscono ancora oggi un elemento identitario e di scala umana del quartiere. A riconoscimento del recupero della propria identità, su una delle pareti d’ingresso è stata apposta la scritta “Macallè”, su iniziativa del gruppo di ascolto dei cittadini: non più un’offesa, ma un nome da rivendicare. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re,…

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Canal Salso 10 Giugno 2026

I manoscritti di Vivaldi a Mestre

Vivaldi a Mestre. La storia segreta di Villa Durazzo | Discovery Mestre Vivaldi a Mestre I 27 volumi autografi del prete rosso, da Villa Durazzo a Torino Un patrimonio inatteso sul Canal Salso La più vasta raccolta di manoscritti autografi di Antonio Vivaldi esistente al mondo, oltre il novanta per cento della produzione superstite del compositore veneziano, è oggi conservata nella Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, nel celebre Fondo Foà-Giordano. Pochi sanno, tuttavia, che quel patrimonio straordinario transitò fisicamente per Mestre: fu custodito per circa quattro anni, fra il 1780 e il 1784, nella Villa Durazzo di Piazza Barche, la dimora dell’ambasciatore imperiale Giacomo Durazzo. Un tassello poco noto di storia culturale europea che lega indissolubilmente la terraferma veneziana alla rinascita vivaldiana novecentesca. La morte di Vivaldi e la dispersione dell’archivio Antonio Vivaldi morì a Vienna il 28 luglio 1741, nell’abitazione di una vedova viennese dove alloggiava. Si era trasferito nella capitale imperiale l’anno precedente cercando la protezione di Carlo VI, ma la morte dell’imperatore nell’ottobre 1740 e lo scoppio della Guerra di Successione Austriaca lo avevano privato di ogni prospettiva. A causa della totale indigenza in cui versava, non ebbe né un funerale solenne né una lapide commemorativa: il suo corpo fu inumato in una fossa comune riservata ai poveri nel cimitero dello Spittaler Gottesacker, presso la Karlskirche. L’area cimiteriale fu successivamente dismessa, oggi vi sorge la Technische Universität Wien, rendendo impossibile l’individuazione della tomba. Alla morte del compositore, il fratello Francesco Vivaldi, barbiere e parruchiere a Venezia, ereditò l’archivio personale che Antonio aveva lasciato nella casa veneziana: ventisette volumi di partiture autografe, il nucleo operativo di lavoro del compositore, la sua intera biblioteca musicale privata. Francesco mise in vendita il fondo, che fu acquistato dal bibliofilo veneziano Jacopo Soranzo (1686–1761), senatore della Serenissima e proprietario di una raccolta di oltre quattromila manoscritti custodita nel palazzo di famiglia a San Polo. Alla morte di Soranzo la collezione passò nelle mani del padre somasco Matteo Luigi Canonici (1727–1805), letterato e collezionista veneziano fra i più importanti dell’epoca, e da lui infine al conte Giacomo Durazzo. Giacomo Durazzo, il «Conte della Musica» L’acquisizione, che secondo la ricostruzione della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino avvenne intorno al 1780, non fu una scelta casuale. Il conte Giacomo Durazzo (Genova, 27 aprile 1717 – Venezia, 15 ottobre 1794) era, fra le figure del suo tempo, quella più qualificata per riconoscere il valore di un simile patrimonio. Dopo l’esperienza viennese come Generalspektakeldirektor della corte imperiale (1754–1764), durante la quale aveva promosso la riforma gluckiana del melodramma e fatto nascere l’Orfeo ed Euridice del 1762, era tornato alla diplomazia come ambasciatore plenipotenziario del Sacro Romano Impero presso la Serenissima, carica che ricoprì dal 1764 al 1784. Sulla datazione precisa dell’acquisto dei manoscritti vivaldiani la storiografia non è concorde. La tradizione musicologica fondata da Gabriella Gentili Verona negli anni Sessanta del Novecento e ripresa da Federico Maria Sardelli nel suo L’affare Vivaldi (Sellerio, 2015) tende a collocare l’acquisizione nel corso degli anni Cinquanta-Settanta del Settecento, durante il periodo viennese o nei primi anni dell’ambasciata veneziana. La ricostruzione attualmente proposta dalla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, custode istituzionale dei volumi, la colloca invece intorno al 1780, con l’intermediazione del padre somasco Matteo Luigi Canonici, che avrebbe tenuto la collezione per circa vent’anni dopo la morte di Soranzo. Il dibattito non è chiuso; in attesa di nuovi riscontri d’archivio, il presente saggio adotta la datazione BNU per coerenza con la fonte primaria istituzionale. Il trasferimento a Mestre e Villa Durazzo Nei primi anni dell’ambasciata, Durazzo soggiornò con la moglie Ernestine von Weissenwolff a Palazzo Loredan a Venezia. La città lagunare non piacque tuttavia alla coppia: i veneziani guardavano con diffidenza gli ambasciatori stranieri, la coabitazione a Palazzo Loredan con Lady Giustiniana Wynne si rivelò difficile, e nel Carnevale del 1767 la disputa per il diritto di approdo al Teatro San Benedetto degenerò in una vera e propria crisi diplomatica. Nel 1772 il conte decise allora di prendere in affitto dai Duodo una villa in Piazza Barche a Mestre, affacciata sul Canal Salso, trasformandola nel giro di pochi mesi in una delle residenze più raffinate della terraferma veneziana. Carlo Goldoni non esitò a definirla «una Versaglia in piccolo». Lo studio fondamentale di Armando Fabio Ivaldi sulla villa, pubblicato nella «Nuova Rivista Musicale Italiana» nel 2012, e la lettera descrittiva che il padre gesuita Ruggero Giuseppe Boscovich inviò al fratello del conte il 1° ottobre 1772 documentano con precisione la struttura della dimora: un «palazzo dominical» centrale, due ali laterali, un teatrino, una galleria, una caffetteria sul Canal Salso, un giardino all’inglese, un serraglio con animali esotici e persino un telescopio gregoriano per osservare i satelliti di Giove. Al piano superiore, e questo è il dettaglio decisivo per la nostra storia, si apriva un «nobile magazzino» che fungeva «da archivio e studiolo», cuore dell’instancabile attività collezionistica del conte. Lo studiolo-archivio e i volumi vivaldiani È in quel «magazzino, archivio, studiolo», la definizione è di Boscovich, testimone oculare nell’ottobre del 1772, che, nei quattro anni finali dell’ambasciata (1780–1784), Durazzo conservò i ventisette volumi autografi di Vivaldi acquisiti dal canonico Canonici. Lo spazio, descritto come parte di un ambiente più vasto dedicato al collezionismo, ospitava anche il nucleo originario della raccolta di incisioni italiane che Durazzo aveva messo insieme per il principe Alberto di Sassonia-Teschen, e che nel 1776 era divenuta il fondamento della celebre Collezione Albertina di Vienna. Non è improbabile che fra quelle carte, le stampe antiche da un lato, le partiture vivaldiane dall’altro, passasse a Mestre anche il pittore genovese Giovanni David, ospite della villa dal 1774, che proprio grazie alla scuola di acquatinta creata da Durazzo nel magazzino mestrino avviò la sua carriera di incisore. Un dettaglio suggestivo: al Teatro Balbi e nel teatrino della villa Durazzo fece esibire anche una «figlia della Pietà», ovvero una delle giovani musiciste formate all’Ospedale della Pietà di Venezia, il celebre conservatorio femminile di cui Vivaldi era stato per decenni maestro di violino e di coro. Una continuità ideale, pur postuma di oltre trent’anni rispetto alla morte del «prete rosso», fra la tradizione veneziana e la nuova vita culturale che il conte-collezionista aveva animato sul Canal Salso. Dopo Mestre: Genova, Borgo San Martino, Torino Conclusa l’ambasciata nel 1784, Durazzo lasciò Mestre. I manoscritti musicali, compresi i ventisette volumi vivaldiani, lo seguirono. Il conte morì a Venezia il 15 ottobre 1794 e fu sepolto nella chiesa di San Moisè. Le stampe antiche presero la via di Vienna, confluendo nella Collezione Albertina; le carte musicali, in eredità, passarono al nipote Girolamo Luigi Durazzo, ultimo doge della Repubblica Ligure, e furono trasferite nel palazzo di famiglia a Genova, dove rimasero per quasi un secolo. Nel 1893 i volumi che avevano lasciato Mestre un secolo prima furono divisi in parti uguali fra due pronipoti del conte: Marcello Durazzo (1842–1922) e Flavio Ignazio Durazzo (1849–1925). La divisione avvenne per numerazione alternata, i tomi «pari» a uno, i «dispari» all’altro, particolare che si rivelerà decisivo molti anni dopo. Marcello destinò la propria porzione per lascito al Collegio salesiano San Carlo di Borgo San Martino, nel Monferrato; Flavio Ignazio conservò la propria metà nella villa genovese. Il ritrovamento torinese (1926–1930) Nel 1926, circa centoquarant’anni dopo che gli stessi volumi avevano lasciato la villa di Piazza Barche al seguito di Durazzo, il rettore del Collegio salesiano di Borgo San Martino, dovendo finanziare lavori di manutenzione, decise di alienarli e chiese una perizia alla Biblioteca Nazionale di Torino. Il direttore Luigi Torri si rivolse all’amico Alberto Gentili (1873–1954), primo docente di Storia della musica presso l’Ateneo torinese, e al bibliotecario Faustino Curlo (1867–1935). Gentili, esaminati i materiali, comprese di trovarsi davanti a un ritrovamento di portata mondiale. Grazie alla generosità dell’agente di cambio Roberto Foà (1885–1957), che acquistò e donò la raccolta alla Biblioteca in memoria del figlio Mauro, la prima metà del corpus vivaldiano divenne patrimonio dello Stato italiano (Raccolta Mauro Foà). Ma Gentili notò subito una lacuna regolare nella numerazione: i tomi erano stati divisi. Seguirono tre anni di ricerche genealogiche e di difficili trattative con il marchese Giuseppe Maria Durazzo, erede del ramo genovese. Solo il 30 aprile 1930, grazie all’intervento di un secondo mecenate, l’industriale tessile Filippo Giordano, che donò i volumi in memoria del figlio Renzo, la seconda metà della raccolta giunse a Torino (Raccolta Renzo Giordano). Il corpus era finalmente riunito. Pochi anni dopo, nel 1938, Alberto Gentili fu espulso dall’Università di Torino per effetto delle leggi razziali fasciste: ebreo, come Foà e Giordano. Costretto all’esilio in Svizzera, sarebbe rientrato in Italia solo dopo la Liberazione. La prima esecuzione pubblica moderna dei capolavori vivaldiani torinesi, fra cui il Gloria RV 589, avvenne nel settembre 1939 nella prima Settimana Musicale Senese, organizzata da Alfredo Casella presso l’Accademia Chigiana di Siena, con il sostegno del conte Guido Chigi Saracini. La rinascita vivaldiana del Novecento era cominciata. Mestre nella vicenda Per quattro anni soltanto, fra il 1780 e il 1784, la più vasta raccolta di autografi vivaldiani al mondo fu custodita in una villa di Piazza Barche, a pochi passi dal Castello e dalla Torre dell’Orologio. Non fu un deposito casuale: era la dimora di Giacomo Durazzo, ambasciatore imperiale, riformatore del teatro musicale viennese, fondatore di quella che sarebbe diventata la Collezione Albertina. Della provenienza mestrina di quei volumi, oggi conservati a Torino, restano poche tracce visibili. La villa fu demolita a più riprese fra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del Novecento; il fondo musicale, che oggi contiene oltre trecento concerti autografi, sedici opere teatrali, il Gloria RV 589 e gran parte della musica sacra di Vivaldi, è ancora largamente identificato con il nome dei suoi mecenati torinesi del 1927–1930. La connessione mestrina è un tassello documentato, ma poco frequentato, della sua storia. L’intero corpus dei manoscritti vivaldiani è oggi digitalizzato e liberamente fruibile sul portale Internet Culturale; l’edizione critica integrale, in corso di pubblicazione presso Ricordi, è curata dall’Istituto Italiano Antonio Vivaldi della Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Bibliografia essenziale Boscovich, R. G., Lettera al P. Girolamo Durazzo, Mestre 1° ottobre 1772, in Lettere del P. Boscovich pubblicate per le nozze Olivieri Balbi, Venezia, Pinelli, 1811. Ivaldi, A. F., «Magnificenza, e buon gusto inarrivabili». La villa e il teatrino di Giacomo Durazzo a Mestre (1772), in «Nuova Rivista Musicale Italiana», n. 2/2012, pp. 181–204. Ivaldi, A. F. – Canepa, S., Il conte Giacomo Durazzo Ambasciatore Imperiale a Venezia (1764–1784), in «La Casana», n. 3, autunno 2008, pp. 39–57. Balistreri, C. – Zanverdiani, D. – Brombin, G., Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Gentili Verona, G., Le collezioni Foà e Giordano della Biblioteca Nazionale di Torino, in «Accademie e biblioteche d’Italia», XXXII, n. 6, novembre–dicembre 1964. Fragalà Data, I. – Colturato, A., Raccolta Mauro Foà. Raccolta Renzo Giordano, introduzione di A. Basso, Roma, Edizioni Torre d’Orfeo, 1987. Sardelli, F. M., L’affare Vivaldi, Palermo, Sellerio, 2015 (romanzo). Sebastiani, M. L. – Porticelli, F. (a cura di), Torino musicale «scrinium» di Vivaldi, Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, 2006. Colturato, A. – Porticelli, F. (a cura di), L’approdo inaspettato. I manoscritti torinesi di Antonio Vivaldi, Torino, BNU, 2023. Assereto, G., Durazzo, Giacomo Pier Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 42, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1993. Risorse online Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, Manoscritti vivaldiani: Raccolta Foà e Raccolta Giordano (pagina ufficiale del fondo) BNU Torino, Biblioteca digitale: Raccolta Foà e Raccolta Giordano Internet Culturale, Manoscritti musicali della Raccolta Foà-Giordano (corpus vivaldiano digitalizzato) Istituto Italiano Antonio Vivaldi, Fondazione Giorgio Cini, Venezia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Canal Salso 14 Gennaio 2026

Hermann Krull un imprenditore fra Treviso e Mestre

Hermann Krull | Discovery Mestre Hermann Krull Fondatore dello Scopificio Krull e di Acca Kappa Storia Le origini e l’arrivo in Italia Hermann Krüll fu un giovane mercante prussiano originario della piccola città di Bad Wilsnack. Giunse a Venezia verso la metà dell’Ottocento, stabilendosi al Fondaco dei Tedeschi, tradizionale punto di riferimento per i commercianti dell’Europa settentrionale. All’interno del Fondaco avviò un’attività di import-export concentrata principalmente sui mercati cinese e asiatico: importava setole e pelli animali, mentre esportava soprattutto perle di Murano. Fin dagli esordi dimostrò un notevole talento imprenditoriale, che gli consentì di arricchirsi rapidamente e di consolidare una rete commerciale di respiro internazionale. La nascita dell’Acca Kappa Nel 1869 fondò a Treviso l’azienda H. Krüll & Co., rilevando e riorganizzando la Premiata Fabbrica di Spazzole Trevisana, precedentemente di proprietà del signor Sironi. Inizialmente Krüll ne divenne socio nel 1898, per poi acquisirne la piena proprietà nel 1899, a seguito della necessità di Sironi di estinguere i debiti contratti nei suoi confronti. L’espansione a Mestre L’impresa trevigiana non fu l’unica iniziativa dell’imprenditore tedesco. Intorno al 1905 Krüll fondò a Mestre, lungo il Canal Salso (in zona via Forte Marghera, all’inizio di piazza XXVII Ottobre, dove oggi sorge il Tribunale per i Minorenni di Venezia), uno scopificio specializzato nella produzione di scope destinate prevalentemente all’esportazione verso il mercato mitteleuropeo. Lo stabilimento faceva parte del sistema di opifici sorti sulle rive del canale all’inizio del Novecento, insieme ad altri insediamenti industriali come lo scopificio Longo, e sfruttava la posizione strategica del Canal Salso per il trasporto delle merci via acqua. Le scope venivano poi caricate su carri e treni merci, mentre lo stabilimento impiegava numerose maestranze locali. L’attività rimase documentata a Mestre fino a tutto il periodo della Seconda Guerra Mondiale, contribuendo in modo significativo all’economia industriale dell’area prima dell’affermazione del polo di Porto Marghera. Le vicissitudini durante la Prima Guerra Mondiale Nel 1917, durante la Prima Guerra Mondiale, la Premiata Fabbrica di Spazzole Trevisana venne confiscata dalle autorità italiane, poiché Krüll aveva mantenuto la cittadinanza tedesca ed era quindi considerato cittadino di una nazione nemica. La società passò in gestione a una cooperativa di dipendenti, mentre la proprietà fu acquisita dalla Cassa di Risparmio di Treviso. Krüll riuscì a riacquistare l’azienda nel 1923, esponendosi con un prestito di due milioni di lire oro, debito che riuscì a estinguere poco prima della morte. Vita familiare Durante un viaggio in Germania Hermann Krüll conobbe l’olandese Hulda Jaap, che sposò e dalla quale ebbe sette figli: una femmina e sei maschi, tra cui Hermann Krüll Jr., divenuto noto per la sua attività partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante gli interessi imprenditoriali sia a Mestre sia a Treviso, Hermann scelse Treviso come residenza stabile, facendo costruire una villa nei pressi dell’opificio. La successione e la morte Hermann Krüll morì nel 1936, lasciando l’azienda ai cinque figli maschi superstiti: Hermann Jr., Walter, Augusto, Günther e Fritz. Günther morì nel 1944 durante la Seconda Guerra Mondiale, Augusto nel 1961, Fritz nel 1977, mentre Hermann Jr. e Walter scomparvero entrambi nel 1984. Augusto Krüll si distinse come appassionato collezionista ed esperto di reperti archeologici, rinvenuti soprattutto nell’area del Montello. Alla sua morte, la collezione venne ceduta al Museo Civico di Crocetta del Montello. Fu inoltre amico del noto esploratore e imprenditore Giancarlo Ligabue. Galleria Immagini La famiglia di Hermann Krüll in una foto storica Ritratto storico di Hermann Krüll, fondatore di Acca Kappa Operai all’esterno dell’opificio lungo il Canal Salso Il portone d’ingresso del Tribunale dei minori dove vi fu lo scopificio Lo Scopificio Krull di Via Forte Marghera così come appariva (Foto Paolo Pavan) Pubblicità storica dei prodotti Acca Kappa Bibliografia “Con quelle setole restavano tutti a bocca aperta” da un articolo su Sette, rivista. I grandi marchi Italiani di Enrico Mannucci Storia della Società Acca Kappa Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Canal Salso 14 Gennaio 2026

Forte Marghera: il primo campo trincerato di Mestre

Forte Marghera | Discovery Mestre Forte Marghera Il primo campo trincerato di Mestre Forte Marghera: il primo campo trincerato di Mestre Il sito di Malghera e la scelta del terreno La posizione di Forte Marghera non fu casuale. Il sito prescelto sorgeva sull’area dell’antico borgo di Malghera (o Malgera), situato alla foce della Fossa Gradeniga, conosciuta anche come Canal Salso. Si trattava di una zona marginale della laguna, caratterizzata da canali, paludi e terreni soggetti a inondazioni, un ambiente di transizione fra la terraferma e le acque lagunari. Questo vincolo idraulico ebbe un ruolo determinante nella progettazione. I fossati del forte potevano essere alimentati dalle acque dei canali vicini, e il sistema di chiaviche consentiva, in caso di necessità, di regolare i livelli idrici e perfino di provocare allagamenti controllati. La fortificazione fu dunque innestata in un paesaggio idraulico preesistente, dove acqua e terra interagivano costantemente. La scelta di costruire in quest’area rispondeva a una duplice esigenza: garantire la protezione della laguna e controllare i passaggi fluviali e terrestri che collegavano Mestre a Venezia. Il sacrificio del borgo di Malghera L’edificazione del forte comportò la scomparsa del borgo di Malghera, che occupava da secoli la foce della Fossa Gradeniga. Qui si trovavano la chiesa del Santissimo Salvatore, alcune osterie, stalle, case coloniche e un piccolo porto attivo nel commercio fluviale. L’area era da sempre di interesse strategico per la Serenissima: già nel 1209, poco distante, era stata costruita la Torre di Palata o di San Giuliano, destinata al controllo delle imbarcazioni dirette a Venezia e alla riscossione dei tributi. Quando gli austriaci decisero di costruire la nuova fortificazione, l’intero borgo venne progressivamente demolito. La chiesa e altri edifici furono riutilizzati come strutture di servizio militare. L’antico ponte, trasformato in costruzione coperta, ospita oggi la Biblioteca di Forte Marghera. I documenti d’archivio, in particolare il fascicolo Stime sui fondi di Malghera e nozioni relative ai medesimi, conservato all’Archivio di Stato di Venezia, registrano i nomi dei proprietari dei terreni espropriati — tra cui i Marcello, i Colledani, la ditta Cornet e la Sanità Marittima — e le somme corrisposte per le cessioni. La costruzione del forte cancellò così un antico insediamento, sostituendolo con una nuova funzione: la difesa armata della laguna. La costruzione e il disegno architettonico La decisione di edificare una fortificazione in quest’area risale al 1805. Il progetto originario, elaborato dagli austriaci, fu poi ripreso e ampliato dal Regno d’Italia napoleonico dopo la Pace di Presburgo del dicembre dello stesso anno. I lavori furono diretti dall’ingegnere francese Marescò, che utilizzò parte degli sbancamenti già avviati dagli austriaci. Il piano prevedeva sei bastioni principali, un doppio fossato di cinta e un ridotto verso nord, in prossimità del canale Osellino. Questo piccolo fortino, situato circa un chilometro più a nord, fu chiamato Forte “Eua” o Forte Manin e serviva al controllo delle chiuse costruite lungo una nuova diramazione dell’Osellino. In caso di attacco nemico, l’apertura delle chiuse avrebbe consentito di allagare le campagne circostanti, rallentando l’avanzata. L’opera, oggi inglobata nel Parco di San Giuliano, rappresenta un raro esempio di fortificazione idraulica annessa a un sistema difensivo principale. Il corpo principale del forte di Marghera presentava una pianta irregolare, poligonale, non pienamente a stella, ma derivata dalla tradizione bastionata. Le cortine in muratura, le batterie coperte e i terrapieni erano disposti in modo da permettere un fuoco incrociato lungo tutti i fronti. I fossati e i canali di collegamento garantivano la navigazione di servizio e la regolazione dei livelli d’acqua, rendendo l’intero complesso un organismo militare e idraulico allo stesso tempo. Le caserme, i magazzini e le polveriere erano costruiti in laterizio, con volte a botte e coperture di terra battuta che fungevano da protezione contro i colpi d’artiglieria. Il laterizio veneziano e la pietra d’Istria erano i materiali principali, scelti per la loro resistenza e la loro compatibilità con il terreno umido. Il forte fu completato tra molte difficoltà: fra il 1809 e il 1813 la zona fu teatro di scontri fra francesi e austriaci, e i lavori procedettero tra assedi, interruzioni e danni bellici, come documentato dal diario del Paganello. La guerra franco-asburgica e il ruolo del Forte Marghera L’importanza strategica di Forte Marghera emerse già nei primi anni della sua esistenza. Tra il 1809 e il 1813, nel pieno delle guerre napoleoniche, l’area di Mestre divenne teatro di scontri ripetuti tra le truppe francesi, che difendevano la laguna, e gli eserciti austriaci, decisi a riconquistare il Veneto. La posizione del forte, a metà tra la terraferma e la laguna, lo rendeva l’ultimo baluardo prima di Venezia e un punto di passaggio obbligato per chi volesse controllare l’accesso alla città. Le operazioni militari si concentrarono lungo la linea del Canal Salso, del Marzenego e della Brenta Vecchia, dove gli austriaci tentarono più volte di penetrare nella pianura mestrina per aggirare le difese francesi. Mestre, allora un piccolo borgo agricolo e mercantile, subì devastazioni e incendi, mentre il forte veniva costantemente rafforzato e presidiato. Le cronache e i rapporti militari dell’epoca — confermati da documenti d’archivio e dal diario del Paganello, testimone oculare di quegli anni — riportano diversi episodi in cui le truppe imperiali attaccarono il presidio di Marghera tentando di forzare le linee esterne. In una di queste azioni, gli ingegneri francesi, per rallentare l’avanzata nemica, aprirono le chiuse del vicino Forte Manin (o “Eua”), immettendo grandi quantità d’acqua nelle campagne circostanti. L’area pianeggiante, già soggetta a ristagni, si trasformò in un terreno impraticabile, impedendo l’uso di artiglierie e carri. Questo intervento idraulico, concepito come misura temporanea, si rivelò estremamente efficace e dimostrò la validità del sistema difensivo basato sull’acqua. Per diversi anni il forte fu sottoposto a bombardamenti e tentativi di assalto. Le perdite furono pesanti da entrambe le parti, ma la guarnigione francese riuscì a mantenere il controllo della posizione fino alla caduta del dominio napoleonico nel 1814. Alla fine del conflitto, l’opera risultava in parte danneggiata ma non distrutta: i bastioni e i fossati, pur segnati dai colpi d’artiglieria, avevano retto. Fu proprio questa capacità di resistenza — dovuta alla solidità delle strutture e al controllo idraulico del territorio circostante — che convinse gli austriaci, tornati padroni del Veneto, a conservarla e potenziarla come cardine della futura difesa di Venezia. Il periodo austriaco (1814–1847): ricostruzione e potenziamento Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione, nel 1814 il Veneto tornò sotto il dominio dell’Impero austriaco. Le autorità militari di Vienna riconobbero subito l’importanza di Forte Marghera e del suo sistema idraulico come presidio avanzato della difesa veneziana. La fortezza, pur danneggiata dagli scontri del periodo napoleonico, risultava strutturalmente integra: i bastioni avevano resistito e i fossati conservavano piena efficienza. Gli austriaci avviarono quindi una fase di ricostruzione e potenziamento che durò per buona parte della prima metà dell’Ottocento. Vennero eseguiti importanti lavori di consolidamento dei terrapieni, di ripristino delle caserme e di rafforzamento dei magazzini e delle polveriere. Le cortine in muratura furono rinforzate con nuove masse di terra, e vennero create ridotte esterne e ravelins a protezione dei fronti più esposti. Furono inoltre costruite nuove strade militari di collegamento con Mestre e San Giuliano, migliorando la viabilità e il trasporto di materiali e munizioni. Il forte divenne la base logistica principale per il presidio militare della laguna. Ospitava una guarnigione stabile, composta da unità di artiglieria e del genio, con funzioni di controllo e manutenzione delle difese idrauliche. Il complesso non era più un avamposto isolato ma il centro operativo di un sistema difensivo più ampio, che comprendeva ridotti e batterie lungo la gronda lagunare — a Campalto, San Giuliano, Tessera e alla foce dell’Osellino. In questi anni si definisce la “prima cintura difensiva” di Venezia: un insieme coordinato di opere permanenti, fortini e presidi collegati da canali navigabili e strade di servizio. Forte Marghera ne rappresentava il nodo centrale, grazie alla possibilità di comunicare sia via terra che via acqua. Oltre alle opere militari, gli austriaci investirono anche nella gestione idraulica del territorio circostante, restaurando le chiaviche e le opere di regolazione dei livelli d’acqua. Questa manutenzione costante garantì al forte un’efficienza che sarebbe risultata decisiva durante i successivi moti del 1848. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, le innovazioni tecniche in campo bellico e l’evoluzione dell’artiglieria indussero gli ingegneri imperiali a studiare progetti di aggiornamento per il complesso. Alcuni bastioni vennero adattati per ospitare batterie di medio calibro, e furono introdotti nuovi depositi interrati per le munizioni. Il forte raggiunse così la sua massima estensione e funzionalità proprio alla vigilia dei moti rivoluzionari che, nel 1848, lo avrebbero posto nuovamente al centro della storia. Ragioni tattiche e tecnologiche La forma di Forte Marghera rispondeva a precise esigenze difensive. L’obiettivo principale era eliminare le zone d’ombra, ossia quei tratti di cortina che non potevano essere coperti dal tiro laterale. I bastioni triangolari consentivano di creare fuoco incrociato, garantendo la copertura reciproca di tutti i fronti. Le mura basse e spesse, schermate da terrapieni, riducevano l’impatto dei colpi diretti d’artiglieria. Il riempimento di terra dietro le cortine assorbiva le vibrazioni e limitava le fratture. Questa tecnica era ormai consolidata nella seconda metà del XVIII secolo e rappresentava l’evoluzione della trace italienne rinascimentale. Il sistema era inoltre concepito secondo il principio della difesa in profondità: più linee di fortificazioni concentriche, separate da fossati, creavano una serie di ostacoli successivi per l’assalitore. In questo modo si aumentava la durata della resistenza e si distribuiva il rischio di cedimento. Un altro elemento fondamentale era l’integrazione con l’acqua. Le opere idrauliche consentivano di mantenere o variare il livello dei fossati, di allagarli parzialmente o di inondare le campagne. In un ambiente come quello veneziano, l’acqua era una risorsa difensiva, non un ostacolo. Infine, l’adattamento al territorio fu decisivo. Le preesistenze — strade, canali, lievi rilievi — condizionarono la forma del forte, che non risulta perfettamente simmetrica ma calibrata sul paesaggio. In questo senso, Forte Marghera è un caso di fortificazione “organica”, modellata sul terreno e sulle sue infrastrutture. Nonostante la modernità del progetto, il forte nacque già in un’epoca di transizione: le nuove armi a lunga gittata e i proiettili esplosivi stavano rendendo obsolete le fortificazioni permanenti. Forte Marghera rappresenta quindi un punto di svolta tra la tradizione e il declino del sistema bastionato classico. Confronti e analogie europee Forte Marghera si inserisce in una tradizione più ampia di architettura militare europea. Strutture analoghe, come il Forte Manoel a Malta, il Fort Carré di Antibes o il Charles Fort in Irlanda, presentano analoghi sistemi di bastioni, fossati e difese multiple. Marghera ne rappresenta una versione tardiva e adattata al contesto lagunare: un modello ibrido, che unisce la tecnica dei forti continentali con le soluzioni idrauliche proprie di Venezia. Galleria Immagini Particolare della carta del 1692 in cui si vedono la chiesa e il ponte di Margera (Archivio di Stato di Venezia) Borgo di Marghera nel disegno di G.Patron del 1781 (Archivio di Stato di Venezia) Particolare della mappa “Piano di Assedio Militare” dell’Ingegner Martino Cellai (1866) in cui si evidenzia l’area di Forte Marghera e Mestre nel 1849 Cartografia del 1869 dell’area su cui sorse Forte Marghera e Forte Campalto Cartina del Forte Marghera sotto il Dominio francese (dal libro: I fatti di Mestre) Un avviso del Prefetto che impone l’abbattimento di ogni edificio e albero vicini al Forte (1809, Dal libro “I fatti di Mestre) Una Pianta del Forte Manin così come appariva Mappa aerea di Forte Marghera Bibliografia selezionata Ecco alcune opere e fonti utili che ho incontrato nell’elaborazione: Zanlorenzi C. (a cura di), Brunello P., Brusò F., Facca G., I forti di Mestre: storia di un Campo Trincerato. Cierre, Verona, 1997. Foffano R., Lugato D., Da Marghera a Forte Marghera. Multigraf, Venezia, 1998. Cavazzana S., Rossi G., Forte Tron e il Campo Trincerato di Mestre: analisi, rilievo e ipotesi di riuso. Relazione (1992/’93). “Linee guida al Piano per il riuso e la valorizzazione del Campo trincerato di Mestre”, 25 luglio 2007, scheda Forte Marghera. Sito ufficiale Museo Storico Militare di Forte Marghera — sezione “Il Forte Marghera”. Sito Venezia Unica, “The Fortifications of Campo Trincerato di Mestre”. “Il…

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Canal Salso 14 Gennaio 2026

Da Canaletto al Bellotto: Piazza Barche nei quadri dei grandi

Piazza Barche e i grandi vedutisti: Mestre dipinta da Canaletto e Bellotto | Discovery Mestre Piazza Barche e i grandi vedutisti Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. Piazza Barche nel XVIII secolo Piazza Barche nel XVIII secolo fu un punto nevralgico della storia della Serenissima che aveva in essa un centro di scambio di merci fra Venezia e l’entroterra. Un porto intermodale come si chiamerebbe oggi dove la merce arrivava con carrozze trainate da cavalli e veniva spedita a Venezia attraverso il Canal Salso. Qui arrivavano le merci provenienti da più direttrici e qui in quel periodo sorsero anche la villa Durazzo e il Teatro Balbi. Forse il periodo storico più florido per Mestre. Tre quadri raccontano Piazza Barche I tre quadri che rappresentano Mestre sono stati realizzati dal Canaletto, da Bernardo Bellotto e da un autore quasi contemporaneo che copiò il Canaletto e raffigurano Piazza Barche così come appariva all’epoca. In essi si può vedere l’antica edicola votiva posta alla testa del Canale, la Posta in cui venivano accolti e cambiati i cavalli dei corrieri e gli edifici che si affacciavano sul Canal Salso. Le barche ormeggiate lungo il canale aspettano la merce destinata a Venezia o la portano da Venezia per essere venduta nell’entroterra. Le persone raffigurate sono eleganti e ciò si può capire che la piazza accoglieva persone di ogni estrazione sociale. Senz’altro per meritare questa attenzione da parte di pittori così importanti per l’epoca come il Canaletto e suo nipote il Bellotto quest’area di Mestre deve essere stata fra le più importanti d’entroterra veneziano. L’opera del Canaletto è stata realizzata all’incirca nel 1740 ed è di proprietà della Bemberg Fondation di Tolosa, mentre l’opera attribuita a suo nipote il Bellotto è di proprietà di un collezionista privato che vive in Gran Bretagna. Vi è poi la terza opera che è definita opera posteriore al Canaletto e che ne riproduce la raffigurazione che l’artista veneziano dava di Piazza Barche. Perché i grandi vedutisti dipinsero Mestre Nel Settecento la veduta, cioè la rappresentazione fedele e topograficamente riconoscibile di luoghi e città, divenne uno dei generi più richiesti della pittura veneziana. I protagonisti furono Antonio Canal, detto il Canaletto, e suo nipote Bernardo Bellotto, capaci di restituire con precisione quasi fotografica scorci urbani, canali e architetture. Le loro tele erano molto ambite dai viaggiatori stranieri, soprattutto inglesi, che durante il Grand Tour acquistavano vedute come prezioso ricordo del viaggio in Italia. In questo contesto, l’attenzione rivolta a Mestre e alla sua Piazza Barche non è casuale: significa che quel piccolo porto di terraferma, snodo dei traffici fra Venezia e l’entroterra, era considerato un soggetto degno della grande pittura, alla pari di scorci ben più celebri della laguna. Le tre opere La prima opera è la Vista di Mestre di Canaletto, databile intorno al 1740, oggi conservata alla Fondation Bemberg di Tolosa (inventario 1010). È un olio su tela che mostra l’approdo del Canal Salso animato da imbarcazioni e figure, con gli edifici della testata del canale e l’antica Posta. Negli ultimi anni l’opera ha viaggiato in mostre internazionali dedicate alla collezione Bemberg, segno del prestigio che le viene riconosciuto. La seconda opera, La riva delle Barche e l’Antica Posta, è tradizionalmente attribuita a Bernardo Bellotto e appartiene a un collezionista privato in Gran Bretagna. Rispetto alla veduta del Canaletto mostra un assetto più tardo degli edifici, con dettagli architettonici che, come vedremo, hanno fatto sorgere dubbi sull’effettiva paternità dell’opera. La terza opera, Mestre alle Barche, è una versione realizzata da un autore successivo che riprese e riprodusse la composizione del Canaletto. La pratica di copiare le vedute dei maestri era diffusa nel Settecento: le repliche soddisfacevano la forte domanda di immagini di città italiane da parte dei viaggiatori, e oggi documentano la fortuna e la circolazione di quelle composizioni. Un dubbio sull’attribuzione a Bellotto Proprio sull’opera attribuita a Bernardo Bellotto è doveroso segnalare un’ipotesi più recente. Secondo gli autori del volume Mestre. Architetture nel tempo (Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin), il dipinto raffigurante la Riva delle Barche e l’Antica Posta non sarebbe in realtà opera di Bellotto. La veduta sembra infatti posteriore di oltre vent’anni rispetto a quelle del Canaletto, e mostra un edificio, il magazzino doganale con il portale ad arco trionfale, che fu costruito solo nel 1766: a quell’epoca Bellotto si era da tempo trasferito all’estero, lontano dall’Italia. L’attribuzione tradizionale al «nipote del Canaletto», dunque, resta secondo questi studiosi tutta da verificare. Galleria fotografica “La riva delle Barche e l’Antica Posta” (attribuito a Bernardo Bellotto, 1721–1790 – Collezione Privata) “Vista di Mestre” – Canaletto (Bemberg Fondation Toulouse – ca 1740) “Mestre alle Barche” Autore successivo al Canaletto vissuto nel XVIII secolo Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Canal Salso 14 Gennaio 2026

La Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli

Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli | Discovery Mestre Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli Confraternita di barcaioli fondamentale per il commercio acqueo Contesto storico: dal Porto di Cavergnago alla Cava Gradeniga «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di S. Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» [Luigi Brunello, «Mestre – Il porto, il castello», 1971]. Una nuova strada per Venezia Mestre fu città d’acqua sin dai tempi più remoti quando la merce e le persone provenienti, o dirette, dall’entroterra venivano trasportate in barca attraverso il «Flumen di Mestre», cioè il Marzenego. All’epoca questo piccolo paese era già conteso fra le potenze locali d’allora e si caratterizzava per la presenza del Castelvecchio, e del porto di Cavergnago sul Marzenego. Da qui il titolo del noto libro di Luigi Brunello: «Mestre: il porto, il castello». Quando la Serenissima entrò in possesso di Mestre e del suo circondario pose in essere una serie di cambiamenti relativi alla rete idrica con la realizzazione di nuove bretelle e di un vero e proprio nuovo canale che prese il nome di Fossa Gradeniga. Grazie al nuovo canale artificiale le imbarcazioni provenienti, o dirette, dalla terraferma venivano convogliate verso Venezia portando al veloce e inesorabile abbandono dell’antico Porto di Cavergnago. Infatti la Fossa Gradeniga sfociava nel Canale di San Secondo, che deve il nome all’omonima isola, collegando così Mestre al sestiere di Cannaregio sino a raggiungere la Chiesa di San Giobbe. Questo canale esiste ancora e corre parallelo al Ponte della Libertà. Dalla Scuola di Sant’Andrea in Cannaregio all’Istituzione della Scuola di San Nicolò Se è vero come detto sopra che il commercio acqueo era importantissimo per l’economia di Mestre e del piccolo Borgo di Mergera, è anche vero che il mestiere dei barcaioli era fondamentale per l’entroterra così come per Venezia. Ed è proprio in qualità di questa importanza che nacque la Scuola di Sant’Andrea, una scuola laica destinata a rappresentare un mestiere, e non un gruppo religioso, come ve n’erano già molte a Venezia. Questa scuola trovò la sua sede nelle vicinanze della Chiesa di San Giobbe a partire dal 4 maggio 1462 su concessione della Serenissima. Perché a San Giobbe? Probabilmente perché di là passava la nuova via acquea che partiva da Mestre e arrivava fino a Venezia, all’epoca chiamato anche Canal Trevisan. Il 19 dicembre 1507 la scuola venne intitolata a San Nicolò con il compito di rappresentare tutti i barcaioli di Mestre e di Mergera, avendo nuova sede nella Chiesa di San Lorenzo nell’omonimo borgo mestrino. Non il Duomo ma la chiesa precedente. La collocazione presso la chiesa del Borgo di San Lorenzo ebbe vita breve tanto che già nel 1508, non si sa se per volontà dei Battuti che avevano la loro Scuola lì vicino, l’odierno Laurentianum, o per altro motivo i barcaioli trasferirono la loro attività nelle vicinanze della Chiesa di San Girolamo. Il primo Gastaldo della Scuola di San Nicolò fu Giampietro Veronese. Anche questa scuola prevedeva oltre al Gastaldo le figure del Massaro, una banca per gestire le attività economiche e altre istituzioni interne. Come descritto nella pagina che tratta la Scuola dei Battuti. La sede della Scuola di San Nicolò Il 26 aprile 1609 la Confraternita chiese ai Padri Serviti, a cui era affidata la Chiesa di San Girolamo sin dal 1349, di avere in affido un luogo dove potersi riunire per svolgere le proprie attività. A tale richiesta sia il Podestà e Capitano di Mestre Tommaso Doria sia i Padri Serviti diedero parere positivo e furono concesse loro due casette il 22 novembre dello stesso anno all’interno della Terra di Mestre, l’isola di San Lorenzo. Dopo neppure un anno, nel 1610, la sede della Scuola fu spostata all’interno del Castelnuovo in una casa accostata alla Chiesa di San Girolamo, la quale venne restaurata e resa disponibile per le riunioni e le funzioni della scuola. Per ricordare l’istituzione della Scuola di San Nicolò nella nuova sede di Borgo San Girolamo venne posta una lapide in cui erano raffigurati San Nicolò e due gondole oltre alla scritta: «In tempo de S. Cristofaro Carrara detto Formagin Gastaldo S Pietro Bao Masser Er tutta la Fraterna MDCX» Le Scuole erano nate per aiutare i confratelli che non potevano più lavorare, o le famiglie che perdevano il congiunto. Di fatto le Scuole erano l’unica forma di Stato sociale che i cittadini avevano a disposizione. Ma per le piccole scuole di mestieri come quella di San Nicolò vi era però un problema legato alla raccolta fondi. L’unica Scuola davvero ricca a Mestre era quella dei Battuti, mentre le altre tendevano a sorreggersi a stento sulle iscrizioni fornite dai confratelli e spesso tale situazione era fonte di discussione interna. Per finanziare l’operato della Scuola i barcaioli si autotassavano versando una parte del compenso ricevuto per traghettare merci o persone lungo i canali di Mestre e Margera. Mestre nella sua storia avrebbe ospitato otto Scuole: la Scuola dei Battuti, la Scuola di San Rocco, la Scuola di San Marco, del Santissimo San Rosario, di San Biagio e ovviamente di San Nicolò. Per un certo periodo la Chiesa di San Rocco ospitava anche le Scuole di San Francesco di Paola e di Sant’Antonio. Ogni anno le Scuole di San Rocco, San Nicolò e San Marco organizzavano una festa per i confratelli a base di malvasia e bussolai. L’influenza della Scuola sulla Chiesa di San Girolamo La Chiesa di San Girolamo fu custodita dai Padri Serviti dal 1349 al 1658, anno in cui questo ordine fu soppresso da Papa Alessandro VII che concesse poi la Chiesa stessa alla gestione di quattro scuole mestrine: quella del Santissimo Rosario, di San Marco, di San Nicolò e di San Biagio. La gestione della Chiesa venne suddivisa fra le scuole che venivano ospitate al suo interno. Alla Scuola di San Nicolò vennero affidati l’altare maggiore e un altare laterale, mentre alle scuole di San Biagio e di San Marco furono concessi gli altri due altari laterali, uno a testa. Tale onore era anche un onere che vide la Scuola dei barcaioli impegnata nella ricostruzione dell’altare maggiore nel XVIII secolo, un iter iniziato nel 1732 e portato a termine nel 1737 con non poche difficoltà economiche. Un’opera che si può ammirare ancora oggi. Gli interventi all’interno della chiesa portarono a realizzare in onore di San Nicolò anche un telero ancora presente nella Chiesa. La fine Il 1777 fu l’anno che fece capire al Gastaldo Iseppo Tessaro che la crisi delle Scuole era irreversibile a causa dei sempre più scarsi fondi raccolti. Il colpo di grazia arrivò pochi anni dopo quando il governo francese soppresse le scuole nel 1807. Venezia faceva parte del Regno d’Italia ed era governata dai francesi di Napoleone. La scuola restò attiva per almeno tre secoli in questo edificio, fino all’abolizione avvenuta nel 1807. Dopo tale data l’edificio che l’ospitava fu adibito ad altre funzioni e restò in piedi fino a qualche decennio fa. Il contesto storico in cui operavano i barcaioli in quegli anni era sempre più difficile e si sarebbe deteriorato ulteriormente a causa delle nuove tecnologie che misero fine al monopolio del trasporto acqueo. Nel 1842 fu realizzata la ferrovia austriaca, non lontana da Forte Marghera. Nel 1891 venne inaugurata la prima tranvia Mestre–San Giuliano e successivamente arrivò persino il Vaporetto che portava i cittadini da San Giuliano a Cannaregio. Nuove tecnologie che rendevano le barche a remi sempre più obsolete. Statutes of the fraternity of St Nicholas of the Boat Man in Mestre «Statutes of the fraternity of St Nicholas of the Boat Man in Mestre» è un manoscritto presente presso The British Library di Londra ed è il documento ufficiale più importante della scuola di San Nicolò esistente e anche questo, purtroppo, ci è stato portato via. Galleria Immagini Chiesa di San Girolamo anni ’10 e Scuola di San Nicolò La scuola di San Nicolò dei Barcajuoli da un’altra prospettiva La scuola di San Nicolò vicino alla Chiesa di San Girolamo nella mappa del Castello di Mestre, disegno del Manocchi Particolare con la Scuola di San Nicolò e la Chiesa di San Girolamo nella Mappa di Mestre del 1727 (Collezione Fulvio Busetto — tutti i diritti riservati) Rappresentazione della Scuola di San Nicolò con lo stemma dal libro di Luigi Brunello Le immagini della Collezione Fulvio Busetto sono riprodotte per gentile concessione e non sono riutilizzabili senza autorizzazione. Bibliografia La scuola S. Nicolò dei barcajuoli in Mestre (Luigi Brunello – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Canal Salso 14 Gennaio 2026

Il Canal Salso: le origini

Canal Salso, le origini: come nacque la via d’acqua di Mestre (1361-1615) | Discovery Mestre Canal Salso, le origini Come nacque la via d’acqua che unì Mestre a Venezia (1361-1615) «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di S. Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» Luigi Brunello, Mestre, il porto, il castello, 1971. Mestre prima del canale Mestre è stata città d’acqua molto prima di diventare la città di terraferma che conosciamo oggi. Per secoli il suo legame con Venezia passò attraverso il Marzenego, il “Flumen di Mestre”, lungo il quale merci e viaggiatori scendevano verso la laguna e risalivano verso le città che si affacciavano su di esso. Attorno a quel fiume ruotava la vita del paese, conteso fra le potenze locali e organizzato attorno a due poli: il Castelvecchio e il porto di Cavergnago, da cui prende il titolo il noto libro di Luigi Brunello, Mestre: il porto, il castello. Che questa fosse da sempre terra di passaggio lo dicono già gli Statuti del Comune di Treviso del 1232, quando Mestre dipendeva dalla città trevigiana. Vi era fissata persino la tariffa, fino a 4 soldi, per il noleggio dei cavalli da Treviso a Mestre e Margera, con tanto di penale per chi restituiva l’animale in ritardo: segno di un viavai di uomini e bestie già intenso, e di un’autorità che lo regolamentava con cura. Venezia, da parte sua, guardava a quest’area da secoli, tanto da disputarsi con Treviso il controllo del porto di Cavergnago, dove voleva collocare magazzini e personale per i propri commerci con la terraferma. Già intorno all’anno Mille il vescovo trevigiano Rozzone si era accordato con il doge Pietro I Orseolo per assegnare ai veneziani il possesso di tre magazzini e il diritto di riscuotere un terzo delle gabelle e dei dazi, eccetto quelli dovuti dai sudditi imperiali. Quando poi, grazie a uno stratagemma di Andrea Morosini, la Serenissima mise le mani prima sul Castello e poi sull’intera Mestre, una delle sue prime preoccupazioni fu proprio la gestione dei canali interni. Come sappiamo Venezia era maestra di ingegneria idraulica, e riorganizzare la rete dei canali significava controllarne i commerci. E il vecchio porto di Cavergnago, ormai, non bastava più. Il Marzenego si era infatti rivelato un alleato infido. Soggetto a correnti che ne rendevano faticosa la navigazione, tendeva a interrarsi sotto il peso della sabbia e della terra che trascinava a valle. Per una potenza che fondava la propria ricchezza sugli scambi, serviva qualcosa di meglio: una via d’acqua dritta, profonda e facile da sorvegliare. Quella via sarebbe stato il Canal Salso. La Cava Gradeniga: un canale mite e una strada d’acqua “L’è chomuna sentencia de tuti che a voler salvar questa terra el sia necessari proveder che nissua acqua dolce veni in le salse vicina al cità nostra. E che cussì come l’è ordenato de la Brenta cussi sia provisto del Botenigo e de le aque de Mestre… meter el Botenigo (canale) in el canal de Mergara. Et insieme con quelle da Mestre tute condurle per el Canal dela torre de San Zulian a Tombello…”(Redi Foffano, Dario Lugato, Da Margera a Forte Marghera) La decisione di realizzare un nuovo canale, facile da navigare e quasi rettilineo verso Venezia e l’attuale canale dei Tre Archi, o di Cannaregio, fu maturata sotto il doge Bartolomeo Gradenigo, e fu da lui che il canale prese il nome. I lavori veri e propri presero il via nel 1341 e terminarono nel 1361. Secondo gli studiosi Redi Foffano e Dario Lugato il letto del nuovo canale non fu realizzato ex novo, ma sfruttò quello del “Coregio o canal di San Zulian”, un dato ricordato nel testamento del nobile Nicolò Corner. Di lì il canale raggiungeva Venezia attraverso il Canale di San Secondo, così chiamato dall’isola omonima, fino a Cannaregio, e l’intera via d’acqua prese il nome di “Canale di Mestre”. Su quale alveo naturale i veneziani avessero appoggiato la loro opera, gli studiosi si sono a lungo interrogati. La tesi più solida è quella di Luigi Brunello, secondo cui la Cava Gradeniga ricalcava l’antico letto del fiume Musone, che in tempi remoti sfociava proprio dalle parti di Margera, prima che la Serenissima ne dirottasse il corso lontano dalla laguna. È una spiegazione che ha la concretezza dei conti: scavare lungo un letto già tracciato costava molto meno. Il canale, in fondo, non inventava un percorso nuovo, ma riportava l’acqua dove un fiume era già scorso per secoli. Il risultato fu un’opera imponente per l’epoca. Da San Giuliano, sul margine della laguna, il canale correva quasi in linea retta fin quasi davanti all’odierno centro commerciale in Piazza Barche, largo circa 24 metri e profondo due, capace di accogliere anche imbarcazioni di grossa stazza. All’estremità lagunare vigilava l’isola di San Zulian, con la sua torre di avvistamento, dove in seguito sarebbe sorto un luogo di accoglienza per gli avventori che in barca si dirigevano verso Venezia, da cui il nome di San Giuliano del Buon Albergo, e la dogana per i dazi: la porta d’ingresso della laguna, da sorvegliare con la stessa cura della testata di terraferma. Fin dall’inizio il canale ebbe una doppia anima, commerciale e militare, e non tardò a mostrarla. Durante la Guerra di Chioggia del 1378, mentre Venezia fronteggiava i Genovesi sul mare, a terra dovette vedersela con la lega capeggiata da Francesco da Carrara, signore di Padova, che fece sbarrare la Cava Gradeniga con un ponte e con grandi bastioni per tagliare i rifornimenti alimentari diretti a Mestre. Sconfitto il Carrarese, la navigazione riprese. Ma il pericolo più grande per il canale non sarebbe venuto dalle guerre, bensì dall’acqua stessa. Il Carro di Margera e l’agonia della Cava Gradeniga Se dovessimo rileggere i paragrafi precedenti ci troveremmo di fronte a un’opera di ingegneria idraulica ideale: un canale diretto verso Venezia, più mite del Marzenego e capace di trasportare merci e persone in modo sicuro. Eppure proprio quel pregio nascondeva un problema. Da secoli i veneziani avevano imparato a temere il punto in cui l’acqua dolce dei fiumi incontrava quella salata della laguna: lì si formavano canneti e bassifondi stagnanti, la navigazione si impantanava e per una Repubblica nata sull’acqua era un danno incalcolabile. Quell’ossessione, e le sue conseguenze sulla navigazione lagunare, avrebbe presto spinto le autorità di Venezia a intervenire sul flusso del nuovo canale. La risposta fu sempre la stessa, applicata su scala grandiosa: deviare i fiumi, spingendone le foci ai due estremi della laguna, lontano dal cuore della città. Proprio queste opere, però, avevano un effetto collaterale. Il Bottenigo e altri corsi minori erano stati convogliati nella Fossa Gradeniga, e così le acque dolci tornavano a mescolarsi con quelle salate proprio davanti a Venezia. Bisognava intervenire ancora, e stavolta il prezzo lo avrebbe pagato il canale. Il 1462 segnò la svolta. Per impedire alle acque della Fossa Gradeniga di sfociare in laguna fu realizzato, nei pressi di Mergaria, un argine trasversale, sul modello di quello già costruito a Fusina sul Brenta. Ma sbarrare un canale significava bloccare le barche, e con le barche i commerci. La soluzione, già sperimentata a Fusina, fu ingegnosa: un meccanismo capace di trasportare le imbarcazioni oltre l’argine, via terra. Tale meccanismo prese il nome di Carro. Il carro era costituito da uno stabile costruito a cavallo dell’argine. Al suo interno, due binari in pietra e un argano a trave avvolgevano le corde con cui le barche, caricate su pedane, venivano tirate oltre il dislivello dalla forza di alcuni cavalli. L’invenzione si attribuisce a un certo Antonio Marini, mentre il Carro di Margera fu realizzato dal chioggiotto Angelo Sambo. Funzionava, ma a caro prezzo: ogni passaggio richiedeva tempo, fatica e attesa. Fu un paradosso amaro. Lo stesso canale che aveva dato ricchezza a Mestre e vita al borgo di Margera si trovava ora strozzato proprio nel suo punto di sbocco. Attorno al carro nacquero magazzini e ricoveri per i viandanti costretti ad aspettare, e crebbe la richiesta di manodopera. Ma la Fossa Gradeniga aveva perso la sua scorrevolezza, e con essa parte della sua ragione d’essere. Un secolo difficile Malgrado l’ostacolo, il canale restò un’arteria irrinunciabile per le comunicazioni della Repubblica. Nel 1489 nacque la Compagnia dei Corrieri Veneti, alla quale il Senato affidò in esclusiva tutti i servizi di corrispondenza e l’appalto delle stazioni di posta, in regime di monopolio. I corrieri, riconoscibili dalla giubba con l’insegna di San Marco, il corno e il copricapo di tasso, percorrevano senza sosta le strade che facevano capo al canale, portando corrispondenza e merci fino alle più lontane città d’Europa. La presenza del carro spinse molti a preferire la via di terra che ne costeggiava il percorso, detta delle “motte”. Per consentire alle carrozze di raggiungere l’isola di Margera, nel 1502 fu costruito un ponte di legno, poi rifatto in mattoni nel 1589. All’inizio del Cinquecento il borgo era ormai un nodo idrografico di prima importanza: qui la Fossa Gradeniga, la “cava nuova” verso Lizza Fusina e il canale Osellino, aperto nel 1507, disegnavano una sorta di Y rovesciata che si congiungeva proprio a Margera, crocevia d’acque in cui si decideva la sorte dei traffici fra terraferma e laguna. Su questo intreccio di canali e di commerci si abbatté la guerra. Nel 1513 le armate della Lega di Cambrai saccheggiarono e incendiarono Mestre, riducendola quasi in rovina. E ancora una volta fu il carro a rivelarsi una trappola: chi cercava scampo verso la laguna rimase imbottigliato a Margera, in balìa dell’esercito nemico, perché lo sbarramento impediva alle barche di fuggire. Nemmeno la natura concedeva tregua. Nel 1535 una grande inondazione allagò l’intera pianura fra Brenta e Sile, sommersa fino a un metro d’acqua, tanto che si dovette riaprire sull’argine fra Margera e Fusina lo sbocco di alcuni scoli. Per i tecnici della Serenissima le opere idrauliche erano un cantiere senza fine, in perenne revisione. Eppure, proprio da quel lavoro paziente sarebbe arrivata, di lì a poco, la liberazione del canale. La liberazione del 1615 La svolta definitiva maturò con il completamento delle grandi diversioni fluviali. Per allontanare dalla laguna le acque dolci una volta per tutte, la Serenissima portò fuori dal bacino i tre grandi fiumi del problema: Sile, Brenta e Musone. Nel 1613 fu inaugurato il Taglio Nuovo del Musone, che separò il fiume in due rami distinti, il Muson Vecchio e il Muson dei Sassi, convogliandone le acque verso il Brenta. Ridotto finalmente il rischio di interramento, il carro non aveva più ragione di esistere. Ci vollero comunque oltre centocinquant’anni per liberarsene. Avvenne nel 1615: l’argine fu rimosso, il carro demolito e il canale tornò a sfociare liberamente in laguna. Per il borgo di Margera e per la testata di Mestre, Piazza Barche, fu una rinascita, e non a caso è proprio attorno a quegli anni che la zona del porto conobbe un nuovo slancio. Pochi anni dopo venne chiuso anche il ramo del Marzenego che passava sotto il ponte, ridotto a “cava de fanghi”, mentre tutte le acque del fiume venivano dirottate nella Cava Nova. Riaperto alla laguna dopo due secoli e mezzo, il Canal Salso poteva finalmente diventare ciò per cui era nato: la grande porta d’acqua fra Mestre e Venezia. Comincia da qui la sua stagione più fortunata, quella dei traghetti, delle locande e dei mercanti. La storia del Canal Salso su Discovery Mestre La vicenda del canale che unì Mestre a Venezia si dipana in più articoli collegati: Il Canal Salso, l’età d’oro, dedicato alla stagione dei commerci tra Seicento e Ottocento; Piazza Barche, la porta fra due mondi, sulla testata del canale e i suoi edifici; La perduta villa Durazzo, sulla dimora nobiliare che vi sorgeva; Il conte Giacomo Durazzo, sul suo ospite più illustre; e Da Canaletto a Bellotto, sui grandi vedutisti che ritrassero la piazza. Con la fine della Serenissima e l’arrivo…

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Canal Salso 14 Gennaio 2026

La famiglia Da Re dai fasti al crollo

La Famiglia Da Re | Discovery Mestre La Famiglia Da Re Dai fasti al crollo: una dinastia mestrina dell’Ottocento I Da Re: Giuseppe ed Eugenio La fortuna dei Da Re a Mestre ebbe inizio grazie a Giuseppe Da Re (1824–1885), imprenditore mestrino capace di sviluppare nella zona che oggi va da Via Pepe ad Altobello e Viale Ancona quella che l’ingegner Giorgio Sarto definì «il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre». Seppe costruire le sue fortune grazie alla realizzazione di un insieme di attività concentrate nell’area dell’attuale Altobello, che andavano dalla produzione di laterizi alla lavorazione di calce e zolfo e allo stoccaggio di granaglie. In quell’area Da Re edificò persino le case per i suoi operai. Giuseppe acquistò la Fornace da Gaetano Fedeli nel 1852, a soli 28 anni, anno in cui acquistò anche il palazzo più prestigioso di Piazza Maggiore, al quale diede poi il suo nome: Palazzo Da Re. Le cronache dell’epoca lo descrivevano come un imprenditore tutt’altro che amato dai suoi dipendenti e dai contadini insediati nei terreni da lui gestiti, spesso per conto terzi. Morì il 9 dicembre 1885 in una delle sue fabbriche, sbattendo la testa contro un macchinario dopo una caduta accidentale. Dopo la morte di Giuseppe la sua eredità passò al figlio Eugenio (1860–1933), che non la seppe amministrare adeguatamente: nel 1901 tutti i suoi beni furono ceduti a Napoleone Ticozzi e al Conte Jacopo Rossi dopo il suo fallimento. Tale cambio di proprietà non fu dovuto a una cessione vera e propria, ma fu una forma di rifondazione dei debiti accumulati da Eugenio nei confronti della Società di Credito di Mestre, e si accompagnò alla vendita del Palazzo Da Re al Cavaliere Cesare Cecchini. Le attività dei Da Re Secondo la “Lista dei maggiori estimati del Comune di Mestre” redatta il 27 ottobre 1849, l’area su cui poi sarebbero sorti gli stabilimenti di Giuseppe Da Re era in possesso della famiglia Fedeli, che in quell’area aveva già avviato una fornace e realizzato delle case per i dipendenti. Le case che oggi si trovano in Via Fedeli sono ciò che resta dell’attività di quest’ultimo imprenditore. Da Re acquistò la Fornace da Gaetano Fedeli nel 1852 e, sempre in quegli anni, comprò anche Ca’ Emo e un vasto terreno di proprietà della famiglia Foscari. Ca’ Emo sarebbe stata assorbita all’interno dell’insediamento produttivo, che si estendeva sulla riva meridionale del Canal Salso, tra via Pepe e l’attuale viale Ancona, in una posizione strategica che permetteva l’importazione di argilla dalla laguna e di carbone via acqua, e l’esportazione dei prodotti tramite la ferrovia attiva dal 1846. All’interno dello stabilimento venivano prodotti beni per l’edilizia come laterizi e mattoni, Da Re fornì il materiale edile per la realizzazione del nuovo cimitero di Mestre, e venivano lavorati la calce e lo zolfo. Vi erano depositi per il grano, officine di carpentieri, fienili e scuderie, case per gli operai con giardini e latrine, case per i fuochisti e per il direttore. Era di fatto una cittadella. Negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento Da Re introdusse i forni continui di tipo Hoffmann, tecnologia brevettata nel 1858 che riduceva i consumi di combustibile fino al 70% rispetto ai forni tradizionali, rendendo il complesso tra i più avanzati del Veneto. La famiglia Da Re era anche una famiglia di possidenti agricoli con proprietà distribuite fra Altobello, Favaro, Tessera e il Bottenigo. Inoltre Giuseppe aveva preso in affitto un totale di 9.000 campi dal barone Bianchi, dalla contessa Sugana, dal conte Marcello e dalla Curia, situati fra Roncade, Zerman, Dese e Marcon. Dai contadini si faceva consegnare sia il grano che il materiale utile per alimentare le fornaci e i cavalli: un circuito chiuso in cui la campagna nutriva la fabbrica. Nel settore delle costruzioni, Giuseppe Da Re partecipò alla ristrutturazione del Palazzo Comunale e alla realizzazione del nuovo cimitero nel 1865. Al culmine della sua parabola era probabilmente l’uomo più ricco di Mestre. Il pranzo con Garibaldi La vita di Da Re non si limitò all’ambito economico. Il 5 marzo 1867, su iniziativa del consiglio comunale, ospitò nel Palazzo Da Re in Piazza Ferretto Giuseppe Garibaldi per un pranzo e un breve discorso dalla terrazza. L’evento durò circa un’ora ma rimase impresso nella memoria collettiva della città come uno dei momenti simbolici del Risorgimento a Mestre. Nel 1884, pochi mesi dopo la morte dell’Eroe dei Due Mondi, Da Re fece apporre una lapide commemorativa sulla facciata del palazzo senza permessi ufficiali, suscitando malumori tra le autorità e i notabili locali. Il fallimento Eugenio Da Re, figlio di Giuseppe, verso la fine dell’Ottocento ottenne varie fideiussioni da Napoleone Ticozzi e dal Conte Jacopo Rossi, ottenendo prestiti anche da varie banche, fra cui dalla Società di Credito di Mestre. Cesare Ticozzi, figlio di Napoleone, raccontò che il padre fu mosso dall’affetto verso la vedova Anna Giorgio Guidini, madre della moglie Emilia, e che per questo concesse tali fideiussioni, le quali si rivelarono un boomerang sia per lui che per il Rossi. Gli eredi Da Re, vistisi impossibilitati a pagare i debiti accumulati, nel 1901 cedettero le loro attività ai fideiussori, lasciando loro anche l’onere di estinguere i debiti. Questi, per amministrare tali attività, fondarono la società “Successori di Giuseppe Da Re”, famosa secondo le cronache «per accumulare più debiti che attività», portando al tracollo finanziario anche i suoi due amministratori. I debiti accumulati da Eugenio furono tali da portare al suicidio del Conte Rossi il 2 gennaio 1904, che non riuscì, in quanto garante della fideiussione, a risanarli, e alla prematura morte dell’ex sindaco di Mestre Napoleone Ticozzi, scomparso il 26 marzo 1905 di crepacuore, come raccontato dal figlio Cesare. Le attività dei Da Re passarono successivamente a Domenico Toniolo, Giuseppe Fabbris e Luigi Pallotti, i quali a loro volta vendettero tutto il 4 novembre 1905 alla ditta Piero Trevisan. Con Trevisan l’area cambiò vocazione produttiva: dalla produzione di laterizi si passò alla lavorazione del carbone, poi confluita nella Carbonifera Industriale Italiana (1909). Il Quartiere Altobello e ciò che resta degli stabilimenti Da Re L’area che ospitò gli stabilimenti Da Re è stata oggetto in questi anni di una riqualificazione da parte del Comune di Venezia e di privati. Basti pensare a Via Guglielmo Pepe, che nell’Ottocento veniva chiamata Via Fornace ed era una strada sorta sulla riva del Canal Salso, e che oggi mostra ad avventori ignari ciò che resta del loro patrimonio. L’edificio che oggi ospita uffici, confinante con quelle che furono le case degli operai di Fedeli, era uno stallo per cavalli: a testimoniarlo resta la testa di un cavallo in cotto su un muro. Anche l’area abbandonata situata fra Via Fedeli e Via Giotto era parte degli stabilimenti Da Re e ospitava un magazzino e delle case. Il magazzino all’interno non è diviso in piani e presenta alte colonne che sorreggono il tetto ad arco. Proseguendo per Via Fornace si arriva all’area dove vi era uno squero, da cui il nome della via, in cui un tempo venivano costruite barche per i mestrini. Scendendo per Via Fornace si trovano case in ristrutturazione, fra cui le cosiddette “ex tettoie”, destinate ad alloggi popolari, che un tempo erano magazzini. Famosa è quella che viene chiamata Carbonifera in Viale Ancona, che ospita uffici dell’amministrazione comunale oltre ad attività private, mentre gli edifici che oggi ospitano ristoranti, loft e varie attività erano l’altro confine delle proprietà dei Da Re. L’urbanista Giorgio Sarto, che negli anni Ottanta riscoprì il complesso con laboratori scolastici e il volume “Altobello, storia/analisi/proposte” (Comune di Venezia, 1985), ha documentato come otto dei dieci manufatti originali siano sopravvissuti, riconoscendo nel complesso Da Re il più importante esempio di archeologia industriale ottocentesca a Mestre. Galleria Immagini Un ritratto di Giuseppe Da Re Carta intestata dello Stabilimento di Giuseppe Da Re che era posto sulla riva meridionale del Canal Salso L’estensione degli Stabilimenti Da Re nel 1905 quando erano già dei Trevisan (Ing. Giorgio Sarto) L’edificio dei Da Re, probabilmente una stalla, vicino a Via Pepe Palazzo Da Re nei primi del novecento L’area dei Da Re nel 1916 e il Canal Salso Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Sarto, Giorgio (a cura di). Altobello, storia/analisi/proposte. Comune di Venezia, 1985. Sarto, Giorgio e collaboratori. Catalogo “Mestre Novecento”. Il secolo breve della città di terraferma. Centro Culturale Candiani, Mestre, 2007-2008. storiAmestre. Contributi su Altobello e Canal Salso. storiamestre.it Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! ×

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