Il Borgo di Malgera (Mergaria)
Borgo di Mergaria | Discovery Mestre Borgo di Mergaria L’antico porto lungo la Fossa Gradeniga L’origine del nome L’origine del nome della località di Marghera va cercata in questo piccolo borgo sorto lungo la Fossa Gradeniga (Canal Salso), che si costituì a partire dal XIII secolo ma che ebbe il suo maggior sviluppo economico e demografico proprio grazie alla realizzazione di questo canale artificiale voluto da Venezia per collegare Mestre a Venezia. Nei primi documenti veneziani che citano questo borgo si usa solo il nome Mergaria, che dovrebbe essere il nome originario; nell’arco dei suoi circa cinque secoli di vita, nelle cartografie in cui compare, viene spesso declinato con nomi diversi: Melgera, Mergaria, Margara, Malghera, Marghera. Come sostengono Redi Foffano e Dario Lugato nel loro libro Da Margera a Forte Marghera, il nome Malgera potrebbe essere stato un dispregiativo nato a Venezia per indicare le pessime condizioni di salute di un certo periodo storico. Quanto all’etimologia, Wladimiro Dorigo ipotizza che il nome derivi dal latino maceria (“muro a secco”), alludendo al pietrame usato dai romani per delimitare le proprietà. Giovan Battista Pellegrini, traendo spunto dall’antica forma Malghera — quindi in contrasto con Foffano e Lugato — lo ritiene piuttosto un fitonimo derivato da melina, una pianta erbacea endemica in quei luoghi. Un’ulteriore etimologia, basata sull’antica forma Mergaria, lo avvicina al verbo latino mergo (“immergo”), con il significato di “luogo dove è concesso affondare i relitti”: un punto, generalmente istituito presso tutti gli antichi porti, in cui le vecchie imbarcazioni dal legno ormai marcito venivano affondate. Antefatto: dal Porto di Cavergnago alla Fossa Gradeniga Il territorio su cui sorse il Borgo di Mergaria faceva inizialmente parte del dominio trevisano ed era collocato al confine con la Serenissima — un territorio che Venezia rivendicava da tempo. L’antagonismo tra le due realtà venete portò Treviso a realizzare la sua torre l’11 luglio 1318, a poche centinaia di metri dalla Torre di San Giuliano (del 1209): l’una in terraferma, l’altra sull’isola di San Giuliano lungo il Canale di San Severo. Due torri che ebbero due destini diversi, con quella trevisana abbattuta verso la fine del XVI secolo. Prima della conquista veneziana del castello di Mestre da parte di Andrea Morosini il 29 settembre 1337, in questo borgo sorgeva la Chiesa di San Giovanni Battista che, secondo Foffano e Lugato, era sede di un monastero e di un ospitale — forse addirittura dei Templari. La presenza di un ospitale suggerisce che questa via fosse percorsa da merci e persone già prima della realizzazione della Fossa Gradeniga. Con il definitivo abbandono del Porto di Cavergnago (29 novembre 1391) e la realizzazione della Fossa Gradeniga, Mergaria acquisì anche l’importante ruolo di porto per merci e uomini, oltre che di sede daziale per la Serenissima. L’incremento esponenziale di attività portò alla nascita di Piazza Barche e allo sviluppo del Borgo di Mergaria. Un piccolo porto importante Con l’arrivo dei veneziani sul territorio mestrino iniziò una riqualificazione del territorio e la realizzazione di nuovi edifici anche nel piccolo borgo di Mergaria, di cui troviamo questa testimonianza: «De domibus faciendis in Mergaria et bucca sigloni pro habitatione custodum […] ordinamus, quod in Mergaria et bucca sigloni in locis utilioribus et magis idoneis fiat una domus competens cum turrisella […] in quibus custodes tute, commode et continue valeant habitare…» Questa citazione ci permette di conoscere il periodo in cui i veneziani presero possesso effettivo del borgo, sotto il Doge Francesco Dandolo (1329–1339), e che la sua trasformazione iniziò prima della realizzazione della Fossa Gradeniga, seppur di pochi anni. Nell’arco dei secoli questo piccolo borgo si era sviluppato fino a includere una chiesa dedicata al Santissimo Salvatore, un piccolo porto, un’osteria e varie case coloniali. Un borgo che resistette per oltre 550 anni. La citazione fornisce anche un’altra informazione: già prima della Fossa Gradeniga esisteva una via di accesso per l’entroterra che i veneziani chiamavano “Siglon”, di cui si sono poi perse le tracce. Per questo piccolo porto passava una rotta commerciale diretta a Cannaregio, che generava un cospicuo introito per la Serenissima attraverso i dazi sulle merci in transito. Il governo veneziano temeva però che nei magazzini ivi presenti si commettessero contrabbando e malaffari. Come evidenziato nella pagina dedicata alla Scuola di San Nicolò dei barcaiuoli, esisteva un traghetto che da Mestre portava merci e persone a Cannaregio, passando per Mergaria. Si ricorda che il Canale di Cannaregio si chiamava un tempo Canale di Mestre. Il Carro di Marghera Nel 1462 venne realizzato nei pressi del borgo un argine che impediva all’acqua del Canal Salso di mescolarsi con l’acqua della laguna. Venezia aveva osservato che quando queste due acque a diversa salinità si univano davano origine a un ambiente ideale per la formazione di canneti e altre piante che ostacolavano la navigazione. La realizzazione di questo argine ebbe diverse conseguenze per il borgo. Le barche dirette alla laguna erano costrette ad aggirare l’ostacolo mediante un argano che le sollevava e le ricollocava in acqua, aumentando i costi di trasporto verso e da Venezia. Questo argano prese il nome di “Carro di Marghera”. L’aumento dei costi causò un crollo del traffico sulla Fossa Gradeniga e una grave crisi economica per il borgo. Un’ulteriore conseguenza fu che molti mercanti e viaggiatori preferivano proseguire verso la laguna in carrozza lungo la Via delle Motte, sottraendo lavoro e reddito ai residenti locali. Per consentire alle carrozze di raggiungere il Borgo di Margera fu eretto nel 1502 un ponte in legno, poi ricostruito in mattoni nel 1589. Sotto il ponte scorreva un ramo del Marzenego diretto verso Fusina; all’epoca le acque del canale di Mestre confluivano sia nella Fossa Nova — detta Osellino, realizzata nel 1507 — sia in questo ramo secondario. Nonostante i danni e i problemi causati dal Carro, ci vollero oltre 150 anni per farlo demolire (1615) e riaprire il canale alla laguna, facendo tornare a fiorire l’economia del Borgo di Mergaria. Pochi anni dopo fu anche chiuso il ramo del Marzenego che passava sotto il ponte di Mergaria, lasciando che tutte le acque del fiume fossero convogliate nella Cava Nova. La trasformazione dopo il 12 maggio 1797 Dopo la conquista di Venezia da parte di Napoleone, il Trattato di Campoformio assegnò Venezia al Sacro Romano Impero. Gli austriaci decisero di realizzare in quest’area delle fortificazioni — embrione di quello che sarebbe diventato Forte Marghera — con lo scopo di difendere la città lagunare da eventuali attacchi provenienti dall’acqua. La posizione era strategica: di fronte al Canale di San Secondo, in ottima posizione rispetto a Cannaregio, poteva difendere questo tratto di laguna dall’arrivo di eventuali nemici sia via acqua che via terra. Per realizzare ciò, gli austriaci dapprima utilizzarono la chiesa del Santissimo Salvatore come caserma, poi adibendo gli edifici più grandi a caserme o magazzini. Alcuni furono riservati agli ufficiali, mentre altri, ritenuti inutili, furono demoliti. L’area subì uno stravolgimento tale da renderla irriconoscibile, e con il tempo si perse gran parte della memoria dell’antico borgo di Mergaria. Il Borgo di Margera in alcune cartine Particolare della carta del 1692 con la chiesa e il ponte di Margera (Archivio di Stato di Venezia) Chiesa di Malgera. Particolare Mappa Domenico Contino. 2 Marzo 1654 Il borgo di Malgera. Particolare della mappa di Domenico Margutti. 29 Marzo 1691 Cartografia del 1520 circa — Borgo di Marghera con la torre e l’isola di San Zulian (Archivio di Stato di Venezia) Mappa di Tommaso Scalfuroto del 1779, l’antico borgo di Marghera (Archivio di Stato di Venezia) Borgo di Marghera nel disegno di G. Patron del 1781 (Archivio di Stato di Venezia) Il Carro di Fusina, che doveva essere simile al carro di Mergaria Carro of Lizza-Fusina (Zaffosina). La pedana su cui veniva spostata la barca Bibliografia Foffano, Redi; Lugato, Dario. Da Margera a Forte Marghera, Edizioni Multigraf. Voce Marghera su Wikipedia. Pellisier, Lionello. Storia di Marghera — L’antico Borgo di Marghera. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
L’area industriale di Altobello: gli Ex Magazzini Generali
Magazzini Generali di Mestre | Discovery Mestre Magazzini Generali di Mestre Un esempio di logistica integrata Un esempio di logistica integrata Gli ex Magazzini Generali di Mestre sorsero all’inizio del Novecento lungo le due sponde del nuovo canale artificiale, realizzato nel 1908, che si diramava perpendicolarmente dall’asse del Canal Salso. Questo canale oggi termina in una darsena situata proprio sotto l’Hotel Laguna Palace. La loro realizzazione in quest’area non fu casuale, ma si inseriva in una strategia mirata a sviluppare una logistica intermodale, resa possibile dall’uso combinato dell’antica via d’acqua e della ferrovia di Mestre, che all’epoca aveva circa sessant’anni di vita. I nuovi magazzini vennero collocati in modo da avere una facciata direttamente sul nuovo canale, con accesso alla darsena per gli approdi delle imbarcazioni che facilitavano i collegamenti con Venezia, e l’altra facciata rivolta verso i binari ferroviari che, quasi a ferro di cavallo, cingevano il canale stesso. Alle spalle correvano binari dedicati collegati direttamente alla stazione ferroviaria, creando una soluzione intelligente per una logistica intermodale avanzata: da un lato l’accesso fluviale per il trasporto via acqua, dall’altro le rotaie che permettevano di raggiungere rapidamente la rete ferroviaria nazionale. Quest’area fu uno dei primi insediamenti industriali significativi lontano dal centro storico lagunare, nato per supportare il crescente traffico commerciale legato al porto di Venezia e alla ferrovia. Insieme ad altre attività come la Società Carbonifera, la fornace Da Re e la CLEDCA, i Magazzini Generali facevano parte del nascente polo industriale lungo il Canal Salso, che attirava manodopera dalle campagne circostanti. Nascita dei Magazzini Generali La necessità di sviluppare questo complesso di magazzini fu legata al processo di decentramento delle attività del porto di Venezia, avvenuto agli inizi del Novecento. I Magazzini Generali nacquero come struttura di supporto logistico al porto, destinata a rispondere alla crescente domanda di magazzinaggio merci in terraferma. Con ampi capannoni in laterizio e strutture lineari, servivano a stoccare cotone, granaglie e altri prodotti in transito, sfruttando la vicinanza al Canal Salso e alla ferrovia. Oggi queste strutture sono considerate pregevoli esempi di archeologia industriale e testimonianze materiali della prima vera zona industriale di Mestre. Declino e abbandono Con il boom industriale del primo Novecento e soprattutto dopo la creazione di Porto Marghera negli anni Venti, l’importanza di questa zona diminuì progressivamente. Nel secondo dopoguerra, con la deindustrializzazione, i magazzini vennero dismessi e abbandonati. Il declino delle attività portuali minori e lo spostamento delle grandi operazioni verso Porto Marghera resero i magazzini progressivamente obsoleti. Negli anni postbellici l’area entrò in una fase di abbandono e degrado, comune a molte zone industriali mestrine. Un caso a confronto è quello dell’ex Carbonifera, dove la demolizione dei manufatti storici portò alla perdita di edifici originari a favore di nuove costruzioni, facendo emergere la necessità di tutela storica nei progetti di rigenerazione urbana. Rigenerazione urbana Il punto di svolta arrivò negli anni Novanta, quando la Commissione Urbanistica comunale decise di tutelare il complesso come testimonianza storica. La strategia adottata coniugava la conservazione dei manufatti esistenti con la possibilità di inserire un nuovo edificio su Via Torino, prolungando idealmente la darsena dei magazzini. Il progetto fu completato nel 2000, con la costruzione di un volume contemporaneo che dialoga con le strutture ottocentesche senza sovrastarle. Viale Ancona e l’Hotel Laguna Palace La ristrutturazione degli ex Magazzini Generali si inserì in un più ampio processo di rigenerazione urbana della terraferma veneziana, culminato alla fine degli anni Novanta con la realizzazione di Viale Ancona e dell’Hotel Laguna Palace. Viale Ancona, sviluppato come asse viario moderno all’incrocio con Via Torino, rappresentò un intervento chiave per riconnettere l’area degradata del Canal Salso ai principali nodi infrastrutturali di Mestre, favorendo la trasformazione di ex zone produttive in spazi misti residenziali, commerciali e turistici. L’Hotel Laguna Palace, costruito tra il 1998 e il 2000, si sviluppa sul prolungamento della darsena storica di Altobello, preservandone la banchina e adattandola a porto turistico privato. La darsena, rigenerata a partire dal 1997, valorizza l’antica funzione logistica acquatica e dialoga con le facciate in laterizio dei magazzini adiacenti, riconvertiti in loft residenziali e uffici moderni. L’hotel ha rivitalizzato il quartiere, attirando turismo e attività congressuali, dimostrando come la tutela del patrimonio industriale possa armonizzarsi con lo sviluppo economico. Nei primi anni 2000 è stato realizzato il Centro Direzionale La Vela verso la fine di Viale Ancona, con un lato affacciato sul Canal Salso e sulla darsena. Il nome dell’edificio deriva dalla sua forma architettonica dinamica: le facciate curve in vetro riflettente si piegano formando angoli acuti, mentre la copertura aggettante in alluminio, sospesa su travi reticolari a sbalzo, si incurva accentuando lo spigolo vivo verso il canale, evocando l’immagine di una vela spiegata al vento. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re, la company town, primo nucleo produttivo del quartiere a partire dal 1849; Lo scopificio Krull, l’opificio del 1905 dell’imprenditore tedesco che diede vita all’Acca Kappa; La CLEDCA, lo stabilimento per traversine ferroviarie e la sua pesante eredità ambientale; La Carbonifera Industriale Italiana, la lavorazione del carbone e l’attuale polo tecnico comunale; e Gli Ex Magazzini Generali, la logistica integrata fra darsena e ferrovia, oggi affiancata dal Laguna Palace. Tutte queste realtà nacquero come prolungamento industriale della porta d’acqua di Mestre. La loro vicenda affonda nella storia del Canal Salso, l’arteria che le alimentava, e si intreccia con la rinascita del quartiere narrata in Altobello, una periferia rinata. Galleria Fotografica L’area degli ex Magazzini Generali vista dall’alto I Magazzini Generali affacciati su Viale Ancona Immagine d’epoca dei Magazzini Generali con operai al lavoro Uno scorcio con un edificio ex magazzino, la darsena e il Laguna Palace I magazzini del Cotone in una cartolina d’epoca I Magazzini Generali con a lato le rotaie Un piccolo treno merci: le merci venivano spostate da treno a barca con le gru Il porticciolo del nuovo ramo del Canal Salso con un treno e alcune travi Bibliografia «Vivere una città», in Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre, n. 29, pp. 15–19, 21 aprile 2018. «Altobello: fare presto e fare bene», in Urbanistica Democratica, 15 marzo 1990. 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L’area industriale di Altobello: la Carbonifera
La Carbonifera Industriale Italiana | Discovery Mestre La Carbonifera Industriale Italiana Evoluzione, declino e rigenerazione urbana La Carbonifera Industriale Italiana: evoluzione, declino e rigenerazione La storia della Carbonifera Industriale Italiana rappresenta un caso di studio esemplare per comprendere le dinamiche di stratificazione industriale, riconversione produttiva e successiva rigenerazione urbana nella terraferma veneziana. Il suo insediamento non nacque come impianto ex novo, ma si configurò come diretta evoluzione funzionale del complesso manifatturiero ottocentesco della Fornace Da Re, situato nell’area di Altobello a Mestre. Dopo la cessione del sito nel 1905 all’imprenditore Piero Trevisan, determinata dalle crescenti difficoltà finanziarie della famiglia Da Re successive alla morte del fondatore Giuseppe, il polo produttivo intraprese una trasformazione strategica: dalla produzione di laterizi e materiali edili si passò alla lavorazione del carbone, intercettando le nuove esigenze energetiche dell’Italia industriale dei primi del Novecento. Innesto nel complesso proto-industriale di Altobello La Carbonifera si insediò sulla riva meridionale del Canal Salso, all’angolo tra l’attuale Viale Ancona e Via Altobello (oggi Viale Ancona 41–63), sfruttando in modo intelligente le infrastrutture preesistenti della Fornace Da Re. Magazzini, officine, tettoie, scuderie e accessi logistici, originariamente progettati per la fornace, furono adattati alle nuove lavorazioni senza ricorrere a demolizioni radicali. Il Canal Salso era stato ampliato nel 1908 mediante la realizzazione di un canale artificiale ad esso perpendicolare, che consentiva la creazione di banchine più prossime ai nuovi stabilimenti e costituiva un asse fondamentale per l’approvvigionamento delle materie prime. Il carbone grezzo giungeva via acqua, veniva scaricato nei grandi depositi ereditati dalla Fornace Da Re e successivamente avviato alle fasi di trasformazione. La vicinanza della linea ferroviaria, estesa fino all’area di Via Torino e penetrante nel comparto dell’attuale Altobello lungo le nuove darsene, permetteva una rapida distribuzione del prodotto finito verso le principali reti industriali del Nord Italia. La produzione delle briquettes: innovazione energetica Il cuore dell’attività della Carbonifera era la produzione di briquettes, mattonelle di carbone compresso che rappresentavano un prodotto tecnologicamente avanzato per l’epoca. Il carbone, ridotto in polvere o in piccoli frammenti, veniva miscelato con leganti, spesso catrame o resine, e successivamente pressato meccanicamente in forme regolari. Questo processo consentiva di ottenere un combustibile caratterizzato da una combustione più uniforme, da una riduzione degli sprechi e da una maggiore facilità di stoccaggio e trasporto, con un’efficienza superiore rispetto al carbone grezzo. Le briquettes erano destinate principalmente all’alimentazione delle locomotive ferroviarie e delle caldaie industriali, rispondendo alla crescente domanda energetica generata dall’industrializzazione italiana dei primi decenni del Novecento. Declino industriale e compromissione ambientale L’attività della Carbonifera conobbe una fase di progressivo declino tra gli anni Quaranta e Cinquanta, a causa di una convergenza di fattori strutturali. Tra questi ebbero un ruolo decisivo l’interramento parziale del Canal Salso, iniziato nel 1927, che ridusse drasticamente la funzione logistica fluviale, la concorrenza del nuovo polo industriale di Porto Marghera e la transizione energetica verso petrolio e gas. Nel secondo dopoguerra l’area passò sotto la gestione di Italgas, che riconvertì il sito in deposito di carburanti. Questo utilizzo lasciò una pesante eredità ambientale: il suolo e la falda acquifera risultarono contaminati da idrocarburi, metalli pesanti e creosoto, residuo tossico delle precedenti lavorazioni. Per decenni l’ex Carbonifera rimase così un vuoto urbano degradato, fisicamente e simbolicamente separato dal tessuto cittadino. Dalla bonifica alla rigenerazione urbana A partire dagli anni Duemila l’area è stata interessata da una complessa operazione di bonifica ambientale e riqualificazione, coordinata da enti locali e regionali. Gli interventi hanno previsto la rimozione dei terreni contaminati, la messa in sicurezza della falda e un monitoraggio ambientale continuo, con investimenti complessivi stimati intorno ai 10 milioni di euro. Il progetto di recupero architettonico ha scelto di preservare l’impronta industriale storica, valorizzando i capannoni in laterizio, le tettoie e i volumi lineari tipici dell’archeologia industriale, evitando una cancellazione della memoria produttiva del sito. L’attuale Polo Tecnico Comunale Oggi l’edificio storico della Carbonifera, ristrutturato nel rispetto delle sue caratteristiche originarie, ospita il Polo Tecnico del Comune di Venezia in Viale Ancona 63. Qui hanno sede numerosi uffici strategici per la terraferma, tra cui Urbanistica, Mobilità e Trasporti, Edilizia Privata, Bonifiche e Valutazioni Ambientali, nonché Gare e Contratti. Questa nuova destinazione d’uso rappresenta un esempio concreto di rigenerazione urbana, capace di trasformare un ex impianto produttivo inquinato in un centro amministrativo nevralgico, restituendo funzionalità e valore simbolico al quartiere di Altobello. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re, la company town, primo nucleo produttivo del quartiere a partire dal 1849; Lo scopificio Krull, l’opificio del 1905 dell’imprenditore tedesco che diede vita all’Acca Kappa; La CLEDCA, lo stabilimento per traversine ferroviarie e la sua pesante eredità ambientale; La Carbonifera Industriale Italiana, la lavorazione del carbone e l’attuale polo tecnico comunale; e Gli Ex Magazzini Generali, la logistica integrata fra darsena e ferrovia, oggi affiancata dal Laguna Palace. Tutte queste realtà nacquero come prolungamento industriale della porta d’acqua di Mestre. La loro vicenda affonda nella storia del Canal Salso, l’arteria che le alimentava, e si intreccia con la rinascita del quartiere narrata in Altobello, una periferia rinata. Galleria Fotografica L’area della Carbonifera quando la struttura era in attività La Carbonifera Industriale Italiana lungo le rive della darsena Dalla Fornace Da Re alla Carbonifera: evoluzione di un’area Il processo industriale che avveniva all’interno della Carbonifera Riqualificazione della Carbonifera: un modello da seguire L’attuale Carbonifera La Carbonifera dopo la ristrutturazione L’area della Carbonifera Il sistema di trasporto intermodale Bibliografia «Vivere una città», in Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre, n. 29, pp. 15–19, 21 aprile 2018. «Altobello: fare presto e fare bene», in Urbanistica Democratica, 15 marzo 1990. 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L’area industriale di Altobello: La “Fornace Da Re”
La Factory Town Da Re | Discovery Mestre Archeologia industriale La Factory Town Da Re Un complesso industriale rivoluzionario nelle radici di Altobello 10 manufatti originali Otto degli edifici originali sopravvissero alle trasformazioni del Novecento e sono ancora oggi leggibili. Company Town Il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre, con abitazioni, officine e magazzini. 1852-1885 Dalle mani di Gaetano Fedeli a quelle di Giuseppe Da Re: trent’anni di trasformazione del quartiere. Le origini del sito: la famiglia Fedeli La storia industriale di Altobello comincia prima ancora di Giuseppe Da Re. Nel 1841 Giacomo Fedeli aveva già fatto costruire un pontile sulla riva del Canal Salso antistante la sua fornace, segnale che l’area era già sede di attività produttiva. Secondo la “Lista dei maggiori estimati del Comune di Mestre” redatta il 27 ottobre 1849, l’area compresa tra l’attuale via Fedeli e il Canal Salso era passata prevalentemente in possesso della famiglia Fedeli, che vi aveva avviato una fornace per la produzione di laterizi e costruito case per i propri dipendenti. In quest’area era già presente una fornace, come riportato in una mappa di Domenico Margutti del 1691: non è dato sapere di chi fosse e se il Fedeli la ristrutturò, ma tale dato desta un certo interesse. Nell’area attigua erano inoltre presenti Ca’ Emo, che Da Re avrebbe poi acquistato e assorbito nella sua proprietà, e l’Osteria della Fornasa. Questi elementi ci fanno capire come questo luogo avesse una sua identità industriale già nel periodo veneziano, ben prima che la famiglia Fedeli vi insediasse la propria attività. Le case che ancora oggi si trovano in Via Fedeli sono ciò che resta di quella prima fase imprenditoriale. 1852: acquisto e trasformazione Nel 1852 Giuseppe Da Re, all’età di soli 28 anni, acquistò la fornace da Gaetano Fedeli, rilevando insieme ai forni anche i magazzini e le case per operai già annesse al complesso. Nello stesso anno comprò anche Ca’ Emo e un vasto terreno di proprietà della famiglia Foscari, entrambi assorbiti nell’insediamento produttivo. La doppia acquisizione segnò l’inizio di una trasformazione radicale: da piccola fornace di famiglia a quello che l’urbanista Giorgio Sarto avrebbe definito il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre. Da Re non era soltanto un industriale. Era al tempo stesso affittuario terriero su vasta scala, mercante di granaglie e legnami e appaltatore edile: un imprenditore verticalmente integrato, capace di coordinare agricoltura, manifattura e commercio in un sistema unico. Le cronache lo descrivono come un padrone severo, poco amato dai dipendenti, ma indiscutibilmente capace. Al culmine della sua parabola era probabilmente l’uomo più ricco di Mestre. Morì il 9 dicembre 1885 cadendo contro un macchinario nella sua stessa fabbrica. La posizione: tra Canal Salso e ferrovia La scelta del sito non fu casuale. La Fornace Da Re si sviluppò sulla riva meridionale del Canal Salso, nel tratto compreso tra via Pepe a ovest e l’attuale viale Ancona a est, con il fronte principale affacciato sull’acqua. Teniamo presente che il canale artificiale che parte dal Canal Salso e arriva al Laguna Palace, però, fu realizzato nel 1908. Era una posizione logisticamente eccezionale: il Canal Salso permetteva l’arrivo via acqua dell’argilla estratta in laguna e del carbone importato, scaricati direttamente nei magazzini del complesso, mentre la ferrovia Venezia-Milano attiva dal 1846 garantiva l’esportazione rapida dei prodotti finiti verso il Nord Italia. Questa doppia infrastruttura era la spina dorsale dell’intero sistema. Fu proprio l’interramento parziale del Canal Salso nel 1927 a segnare l’inizio del declino dell’intero polo industriale di Altobello. La Company Town Da Re Il complesso contava dieci manufatti originali, di cui otto ancora esistenti al momento delle prime ricerche degli anni Ottanta del Novecento condotte da Giorgio Sarto. Tutti gli edifici del complesso erano accomunati da un elemento architettonico preciso: il fregio in cotto sotto la grondaia, che caratterizzava quasi tutti i manufatti collegati alla fornace Da Re, insieme ai pilastri ottogonali in cotto presenti nei corpi più importanti. Il cuore produttivo, i forni, era collocato nella parte centrale dell’insediamento lungo la riva del Canal Salso, dove era più agevole ricevere le materie prime via acqua. Le Tettoie. Su via Fornace, oggi Via Guglielmo Pepe, si trovavano le tre cosiddette tettoie porticate, edifici pluriuso su due piani nati come contenitori flessibili del complesso industriale. Al piano terra ospitavano scuderie, fienili e magazzini; al piano superiore un’abitazione per i macchinisti e due per i braccianti. Giorgio Sarto, nel volume “Altobello, storia/analisi/proposte” (1985), le descrive come “contenitore pluriuso su 2 piani” sottolineandone il valore identitario e storico per il quartiere. Nel 1927 furono trasformate in case a schiera, edificate tra il 1927 e il 1930 sull’area industriale delle Fornaci Da Re. Il progetto del Contratto di Quartiere II (arch. Stefano Bassan, 2005) prevedeva il recupero della tettoia più a nord, con l’apertura dei portici su via Fornace come elemento di connessione pedonale verso il quartiere. Degli undici alloggi e quattro negozi previsti, il cantiere ha subito ritardi decennali: le consegne erano attese già dal 2019. Le case a schiera di Via Fedeli. Le case a schiera che si attestavano sul Canal Salso ospitavano anche addetti alla fornace e sono state di recente ristrutturate. Si distinguono per l’angolo arrotondato verso il canale. Nel cortile interno, accessibile attraverso un grande arco, si trovavano le stalle porticate e locali per la fabbricazione dell’aceto. La struttura era caratterizzata da due piani più un granaio comune con colonne in mattoni che sorreggevano il tetto. Le case dei lavoratori. Su via Fedeli si trovavano gli alloggi residenziali del complesso. La casa del direttore era l’abitazione di rappresentanza dotata di giardino e latrina. Le case dei fuochisti erano alloggi per gli operai specializzati nella gestione dei forni, anch’esse dotate di giardini e latrine. Le case degli operai e dei braccianti completavano il sistema abitativo, alcune ancora parzialmente visibili in Via Fedeli. L’insieme formava il nucleo residenziale della company town, dove la gerarchia lavorativa si rispecchiava nella qualità e posizione degli alloggi. Lo stallo per cavalli. L’edificio che oggi ospita uffici, confinante con le vecchie case degli operai di Fedeli, era in origine uno stallo per cavalli: a testimoniarlo resta ancora oggi la testa di un cavallo in cotto murata su una parete esterna. Il magazzino sul Canal Salso. Direttamente affacciato sul canale si trovava il grande magazzino annesso alla fornace, adibito a deposito di legname da costruzione. La sua struttura interna era articolata su tre piani colonnati: privo di divisioni orizzontali continue, presentava alte colonne che sorreggevano il tetto ad arco, soluzione tipica dell’architettura industriale ottocentesca per grandi volumi di stoccaggio. Gli ex Magazzini Da Re di Via Guglielmo Pepe, edificati nel 1875, coprono una superficie lorda di 1.292 mq, si affacciano su Piazza XXVII Ottobre con il retro collegato ad Altobello. Sono stati dichiarati bene culturale ai sensi del D.Lgs. 42/2004 il 14 dicembre 2009 e sono in proprietà di IVE Srl dal 2016. Il piano originario di recupero prevedeva una torre di 56 metri; il progetto definitivo approvato dalla giunta nel 2023, su proposta di Finimmobiliare con l’arch. Zanetti, prevede invece un edificio commerciale di 7.264 mc su un piano, altezza massima 5,60 metri, con 75 posti parcheggio e una piazza pubblica. Le officine e la segheria. Collocate nella parte più interna del complesso, assicuravano il taglio dei legnami, la riparazione dei macchinari e la manutenzione continua di tutte le strutture. Completava il quadro un’area con uno squero, da cui deriva il nome originario di Via Fornace, in cui venivano costruite barche per i mestrini. Le produzioni: dai laterizi ai forni Hoffmann La produzione era ampia e si aggiornò tecnologicamente nel tempo. Al centro vi erano i forni da laterizi e ceramiche per mattoni e tegole, affiancati da una fornace da calce per la macinatura e la cottura di pietre e da impianti per la sagomatura di materiali da costruzione. In una fase successiva furono aggiunti impianti per la macinazione dello zolfo destinato all’agricoltura e all’industria. Le officine con segheria garantivano la lavorazione del legname sia per uso interno che per la vendita. Negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento Da Re introdusse i forni continui di tipo Hoffmann, tecnologia brevettata nel 1858 dall’ingegnere tedesco Friedrich Eduard Hoffmann. Il sistema era basato su un anello circolare o ovale di camere comunicanti attraverso cui il fuoco mobile avanzava progressivamente, recuperando in controcorrente il calore per il preriscaldo e il raffreddamento delle camere adiacenti. Il risultato era una riduzione dei consumi di combustibile fino al 70% rispetto ai forni tradizionali intermittenti, con tempi morti praticamente azzerati. Era la stessa tecnologia in uso nelle fornaci più avanzate di Gran Bretagna, Germania e Francia. L’agricoltura che alimentava la fabbrica L’attività industriale non era separata da quella agricola: le due si nutrivano a vicenda in un circuito chiuso. La famiglia Da Re possedeva direttamente terreni distribuiti fra Altobello, Favaro, Tessera e il Bottenigo. Oltre a questi, Giuseppe aveva preso in affitto circa 9.000 campi dal barone Bianchi, dalla contessa Sugana, dal conte Marcello e dalla Curia, su terreni distribuiti fra Roncade, Zerman, Dese, Marcon, Altobello, Favaro, Tessera e Bottenigo. Dai contadini riceveva grano da stoccare nei magazzini, ma soprattutto canne palustri, fascine e materiali combustibili per alimentare i forni, e fieno e foraggi per i cavalli da traino. L’agricoltura era un reparto funzionale della fabbrica, non un’attività parallela. I contratti pubblici La qualità della produzione si tradusse in commesse importanti. Da Re ottenne la fornitura di materiali per la ristrutturazione del Palazzo Comunale di Mestre e per la costruzione del nuovo cimitero cittadino nel 1865. Una lettera autografa di Giuseppe Da Re datata 1865, conservata nella Collezione Andrea Fusati, documenta direttamente la sua attività commerciale e la sua capacità di muoversi tra committenze pubbliche e private su scala urbana. Parallelamente all’attività industriale, Da Re aveva acquisito nel 1852 il Palazzo Da Re in Piazza Ferretto: l’unico edificio della piazza a non confinare con nessun altro, dotato dell’unica altana su tutta Piazza Ferretto, tipica caratteristica veneziana. Eretto su terreno del nobile Stefano Valier e già residenza del Regio Commissario distrettuale dal 1836 al 1850, ospitò il 5 marzo 1867 Giuseppe Garibaldi che tenne un discorso dalla terrazza. Nel 1884 Da Re vi fece apporre una lapide commemorativa a Garibaldi, ancora visibile oggi sulla facciata. Anche noto come “Pavion” dal francese pavillon, il palazzo passò dopo il fallimento di Eugenio al Cavaliere Cesare Cecchini nel 1901 e successivamente, a metà Novecento, al cantante d’opera Domenico Zennare. Dopo anni di chiusura delle saracinesche, il palazzo punta oggi a riaprire circa 2.000 metri quadri di spazio con sette negozi al piano terra, uffici ai piani superiori e un appartamento con maxi terrazza. Dopo Da Re: il polo industriale si trasforma Alla morte di Giuseppe Da Re nel 1885 il complesso non si fermò. Dopo il fallimento del figlio Eugenio, le attività passarono a Domenico Toniolo, Giuseppe Fabbris e Luigi Pallotti e infine, il 4 novembre 1905, alla ditta Piero Trevisan. Con Trevisan iniziò la trasformazione dell’area dalla produzione di laterizi alla lavorazione del carbone, che sfociò nella fondazione della Carbonifera Industriale Italiana nel 1909, insediata sulla riva meridionale del Canal Salso all’angolo tra l’attuale viale Ancona e via Altobello (oggi viale Ancona 41-63). Nel 1908 il Canal Salso era stato ampliato mediante un canale artificiale perpendicolare che creava banchine più prossime ai nuovi stabilimenti, mentre la ferrovia era stata estesa fino all’area di via Torino penetrando nel comparto lungo le nuove darsene. La Carbonifera riutilizzò magazzini, officine, tettoie e scuderie senza demolizioni radicali, adattandole alla lavorazione del carbone. Proprio di fronte, sull’altra sponda del Canal Salso, nel 1905 sorse lo scopificio Krull dell’imprenditore tedesco Hermann Krull, con un fronte di novanta metri sul canale e circa 20.000 metri cubi di volumetria. Poco più a est, intorno al 1908, nacque la CLEDCA tra viale Ancona e via Torino, specializzata nella produzione di traversine ferroviarie impregnate con creosoto. In pochi anni l’area di Altobello era diventata uno dei poli manifatturieri più densi della terraferma veneziana. Il declino arrivò negli anni Venti e Trenta. L’interramento parziale del Canal Salso nel 1927 tagliò la via d’acqua su cui tutto il…
L’area industriale di Altobello: la CLEDCA
CLEDCA | Discovery Mestre CLEDCA Un’industria che lasciò un’eredità pesante La CLEDCA: nascita e sviluppo di un’industria inquinante Il contesto industriale di Mestre all’inizio del Novecento Ai primi del Novecento, la Mestre industriale si configurava come un sistema produttivo complesso e articolato lungo le sponde del Canal Salso, capace di mobilitare lavoratori, merci e capitali ben prima della nascita del polo di Porto Marghera, che avrebbe preso forma solo pochi anni più tardi. In questo contesto si concentravano alcune delle principali realtà industriali della terraferma veneziana: dall’ex scopificio Krull alle fornaci Da Re, fino agli impianti legati alla lavorazione del carbone e dei materiali per l’edilizia. L’area compresa tra Viale Ancona e il quartiere di Altobello rappresentava uno dei fulcri di questa prima fase di industrializzazione mestrina. La nascita della CLEDCA All’interno di tale scenario si colloca la vicenda della CLEDCA (Compagnia Lavori Edili e Costruzioni Affini, talvolta interpretata come Conservazione del Legno e Distillazione Catrame), uno degli esempi più significativi e duraturi di stratificazione industriale dell’area. Fondata intorno al 1908, l’azienda si inserì nel solco produttivo tracciato dal preesistente complesso ottocentesco Da Re, occupando un’area di vastissima estensione, stimata in circa 140.000 metri quadrati, strategicamente collocata tra l’attuale Viale Ancona, Altobello e Via Torino, in diretta prossimità al Canal Salso e alle infrastrutture ferroviarie. Logistica e integrazione industriale La posizione dello stabilimento risultò determinante per il suo sviluppo. La scelta del sito fu direttamente legata alla realizzazione, nel 1908, di un nuovo canale artificiale perpendicolare al Canal Salso, che lo collegava alla stazione ferroviaria mediante binari che spesso penetravano direttamente all’interno delle fabbriche o, come in questo caso, correvano lungo la darsena stessa. Questa infrastruttura consentiva alle imprese dell’area di utilizzare la darsena come vero e proprio scalo fluviale, facilitando l’approvvigionamento delle materie prime e la distribuzione dei prodotti finiti su scala nazionale. La CLEDCA operava quindi in stretta relazione funzionale con le altre realtà industriali del comparto, in particolare con la Carbonifera Industriale Italiana e con le residue strutture della Fornace Da Re, confermando il ruolo di Altobello come uno dei principali poli produttivi della Mestre novecentesca. Produzione e contaminazione nell’area ex CLEDCA ad Altobello Dal punto di vista tecnico-produttivo, l’azienda si specializzò nella produzione di traversine ferroviarie, rispondendo alla crescente domanda legata all’espansione della rete ferroviaria italiana. Per circa settant’anni, l’area ospitò una fabbrica in cui il legno, prevalentemente pino o quercia, veniva sottoposto a trattamenti chimici invasivi per aumentarne la resistenza e la durabilità. Il processo prevedeva l’impregnazione sotto pressione con creosoto, un distillato del catrame di carbone dotato di proprietà antisettiche e conservative, indispensabile per proteggere le traversine dall’umidità, dalla marcescenza e dagli agenti biologici. Parallelamente, l’azienda distillava catrame per ottenere ulteriori sottoprodotti industriali. Impatto tossicologico, socio-economico e ambientale Dal punto di vista tossicologico, il creosoto utilizzato nei processi produttivi conteneva idrocarburi policiclici aromatici (IPA), tra cui il benzo[a]pirene, classificato come sostanza cancerogena. L’esposizione prolungata a tali composti comportava gravi rischi per la salute dei lavoratori, con un aumento dell’incidenza di tumori cutanei e polmonari, oltre a effetti irritanti quali dermatiti, ustioni chimiche e disturbi respiratori. Dal punto di vista ambientale, il creosoto si caratterizza inoltre per un’elevata persistenza, determinando contaminazioni di lunga durata del suolo e della falda acquifera. Parallelamente, questa intensa attività produttiva ebbe un impatto socio-economico rilevante, garantendo per decenni occupazione stabile a generazioni di lavoratori del quartiere di Altobello e contribuendo in modo significativo allo sviluppo industriale di Mestre nel corso del Novecento. Tuttavia, a fronte dei benefici occupazionali ed economici, l’eredità ambientale lasciata dallo stabilimento si rivelò estremamente problematica. L’uso massiccio e prolungato di creosoto e di altre sostanze altamente inquinanti determinò una profonda contaminazione dei suoli e delle acque sotterranee, con la presenza diffusa di idrocarburi pesanti, metalli pesanti, IPA e altre sostanze tossiche direttamente riconducibili all’attività storica dell’impianto. Contaminazione e interventi di bonifica nell’area ex CLEDCA Nell’area ex CLEDCA, l’uso massiccio e prolungato di creosoto ha determinato una contaminazione significativa da idrocarburi policiclici aromatici (IPA), idrocarburi pesanti e metalli tossici, con effetti persistenti su suolo e falda acquifera. Alla chiusura della fabbrica seguì, negli anni ’70, il passaggio del sito a Italgas, che lo utilizzò come deposito di carburanti, contribuendo ad aggravare ulteriormente il quadro ambientale compromesso. Solo nei primi anni Duemila venne avviata una complessa e articolata maxi-bonifica ambientale, autorizzata da Regione Veneto, Comune di Venezia e ARPA, con il coinvolgimento della Soprintendenza, resa necessaria per affrontare una contaminazione stratificata e diffusa accumulata nel corso di oltre settant’anni di attività industriali. I lavori, avviati con ritardi anche a causa dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia da Covid-19, prevedono la rimozione e lo smaltimento di ingenti volumi di suolo contaminato, l’applicazione di trattamenti specifici e un monitoraggio ambientale continuo. Tra le tecniche adottate rientrano sistemi di pump-and-treat per il risanamento della falda acquifera, oltre a interventi mirati di messa in sicurezza permanente. La bonifica, sostenuta da investimenti complessivi stimati intorno ai 10 milioni di euro da parte di Italgas, si trova attualmente in una fase avanzata e dovrebbe concludersi entro il 2024, o poco oltre in caso di proroghe operative. Una volta completato il risanamento ambientale, l’area ex CLEDCA potrà essere restituita alla città e destinata a nuovi usi compatibili con il contesto urbano, quali la realizzazione di un parco pubblico o altre funzioni di interesse collettivo, trasformando un sito industriale altamente compromesso in una risorsa per la comunità. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re, la company town, primo nucleo produttivo del quartiere a partire dal 1849; Lo scopificio Krull, l’opificio del 1905 dell’imprenditore tedesco che diede vita all’Acca Kappa; La CLEDCA, lo stabilimento per traversine ferroviarie e la sua pesante eredità ambientale; La Carbonifera Industriale Italiana, la lavorazione del carbone e l’attuale polo tecnico comunale; e Gli Ex Magazzini Generali, la logistica integrata fra darsena e ferrovia, oggi affiancata dal Laguna Palace. Tutte queste realtà nacquero come prolungamento industriale della porta d’acqua di Mestre. La loro vicenda affonda nella storia del Canal Salso, l’arteria che le alimentava, e si intreccia con la rinascita del quartiere narrata in Altobello, una periferia rinata. Galleria Immagini La darsena artificiale con la carbonifera e gli altri impianti a inizio Novecento Area ex CLEDCA durante la bonifica ambientale La produzione della CLEDCA L’utilizzo dell’area dopo la chiusura ad opera dell’Italgas con conseguente inquinamento L’area interessata dalla bonifica Una bonifica ancora in corso che riguarda 10.000 mq L’Area CLEDCA prima della bonifica L’Area ex CLEDCA attualmente dal satellite Bibliografia Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre. “Vivere una città”, n. 29, pp. 15-19, 21 aprile 2018. Urbanistica Democratica. “Altobello: Fare presto e fare bene”. 15 marzo 1990. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Lo scopificio Krull
Scopificio Krull | Discovery Mestre Scopificio Krull Un’industria italo-prussiana a Mestre L’area industriale del Canal Salso: lo scopificio Krull Sorto sulle sponde del Canal Salso, lo scopificio Krull rappresentò una delle più importanti realtà industriali di Mestre nel primo Novecento. Il suo insediamento avvenne in un’area che, a partire dalla metà dell’Ottocento, si era affermata come uno dei principali poli produttivi e logistici della terraferma veneziana, antecedente allo sviluppo di Porto Marghera. La presenza del canale navigabile e della ferrovia, i cui binari penetravano direttamente all’interno degli stabilimenti, garantiva un’elevata intermodalità, favorendo l’insediamento di numerose attività industriali lungo il Canal Salso. Hermann Krull, un imprenditore di successo a Mestre Lo scopificio fu fondato intorno al 1905 dall’imprenditore prussiano Hermann Krull, originario di Bad Wilsnack e attivo a Venezia dalla fine dell’Ottocento, dove risiedeva presso il Fondaco dei Tedeschi. Già nel 1899 Krull aveva acquisito la Premiata Fabbrica di Spazzole Trevisana, considerata l’antesignana dell’attuale marchio Acca Kappa. Con il nuovo impianto di Mestre, l’azienda si specializzò nella produzione di scope e articoli affini, utilizzando setole importate prevalentemente dalla Cina e da altri mercati asiatici. La scelta di localizzare lo stabilimento lungo il Canal Salso rispondeva a precise esigenze logistiche, legate a un commercio di respiro intercontinentale che comprendeva anche l’esportazione di perle di Murano. Un progetto all’avanguardia Il complesso industriale, progettato dall’architetto veneziano Giovanni Sardi, occupava una superficie considerevole e presentava una configurazione tipica dell’archeologia industriale dell’epoca. L’impianto si articolava attorno a due ampi cortili interni, con corpi di fabbrica lineari a pianta libera, larghi circa dieci metri, costituiti da tettoie con capriate lignee e da edifici su due piani sostenuti da una fila centrale di pilastri. Il corpo frontale, più rappresentativo, si sviluppava per circa novanta metri lungo il Canal Salso ed era caratterizzato da un piano superiore privo di pilastri intermedi, coperto da un tetto a capriate, soluzione che consentiva la massima flessibilità degli spazi produttivi. Il volume complessivo del complesso era stimato intorno ai 20.000 metri cubi. Crisi e lavoro tra le due guerre Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, l’azienda impiegava circa 450 operai tra gli stabilimenti di Mestre e Treviso, configurandosi non solo come un importante centro produttivo, ma anche come un fondamentale riferimento sociale per la comunità locale, in particolare per il quartiere di Altobello. Molti lavoratori vi entravano in giovane età e vi rimanevano fino alla Seconda Guerra Mondiale, creando un legame profondo tra la fabbrica e la vita quotidiana del territorio. Nel 1913 una grave crisi finanziaria legata ai rapporti commerciali con la Germania portò al licenziamento di 120 operai a Mestre, suscitando un allarme sociale tale da attirare l’attenzione del ministro competente. Il declino dello stabilimento iniziò a manifestarsi tra gli anni Venti e Trenta, aggravato da mutamenti infrastrutturali e geopolitici. L’interramento della testata del Canal Salso nel 1927 compromise l’accesso diretto via acqua, mentre la nascita del polo industriale di Porto Marghera sottrasse centralità agli insediamenti storici lungo il canale. Durante la Seconda Guerra Mondiale, lo stabilimento subì ulteriori penalizzazioni a causa delle confische belliche, segnando l’inizio di una lunga fase di dismissione. Una nuova vita Nonostante il valore storico e documentario del complesso fosse stato sottolineato in numerosi studi dall’urbanista Giorgio Sarto, che lo considerava un episodio emblematico di archeologia industriale e una testimonianza fondamentale della transizione tra Ottocento e Novecento, i successivi piani urbanistici interpretarono l’area come una superficie libera. Ciò portò alla demolizione della quasi totalità del complesso, salvando soltanto il corpo frontale affacciato su Piazza XXVII Ottobre. Dopo essere rimasto a lungo inutilizzato e in stato di degrado, l’edificio superstite è stato infine recuperato e trasformato nella sede del Tribunale dei Minorenni. Resta oggi uno dei capitoli più significativi dell’industrializzazione di respiro internazionale nella terraferma veneziana del primo Novecento. Acca Kappa: l’eredità di Hermann Krull Le sorti dei due principali stabilimenti realizzati da Hermann Krull presero strade diametralmente opposte nel secondo dopoguerra. Mentre lo scopificio di Mestre cessò definitivamente l’attività, lasciando per decenni un vuoto fisico e simbolico nel tessuto urbano, l’opificio di Treviso riuscì a superare la crisi e a riorganizzarsi con successo. Proprio da quest’ultimo ebbe origine la continuità imprenditoriale che condusse alla nascita e allo sviluppo di Acca Kappa, azienda specializzata nella produzione di spazzole, profumi e accessori per la cura della persona, oggi riconosciuta a livello internazionale. La vicenda dei due stabilimenti riflette in modo emblematico le trasformazioni economiche e territoriali del secondo Novecento: da un lato la perdita di centralità degli insediamenti industriali storici di Mestre, dall’altro la capacità di adattamento e innovazione che permise all’azienda trevigiana di sopravvivere e prosperare. L’eredità di Hermann Krull rimane così duplice: una memoria industriale in parte scomparsa nel paesaggio urbano mestrino e, al tempo stesso, una storia imprenditoriale ancora viva, che continua a legare il nome di Krull a un’eccellenza produttiva riconosciuta nel mondo. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re, la company town, primo nucleo produttivo del quartiere a partire dal 1849; Lo scopificio Krull, l’opificio del 1905 dell’imprenditore tedesco che diede vita all’Acca Kappa; La CLEDCA, lo stabilimento per traversine ferroviarie e la sua pesante eredità ambientale; La Carbonifera Industriale Italiana, la lavorazione del carbone e l’attuale polo tecnico comunale; e Gli Ex Magazzini Generali, la logistica integrata fra darsena e ferrovia, oggi affiancata dal Laguna Palace. Tutte queste realtà nacquero come prolungamento industriale della porta d’acqua di Mestre. La loro vicenda affonda nella storia del Canal Salso, l’arteria che le alimentava, e si intreccia con la rinascita del quartiere narrata in Altobello, una periferia rinata. Galleria Fotografica Ritratto storico di Hermann Krüll, fondatore di Acca Kappa Operai all’esterno dell’opificio lungo il Canal Salso Il portone d’ingresso del Tribunale dei minori, un tempo sede dello scopificio Lo scopificio Krull di Via Forte Marghera (foto Paolo Pavan) Lo Scopificio Zerbo di Chirignago, concorrente di Krull Il marchio Acca Kappa del 1938 Bibliografia «Vivere una città», in Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre, n. 29, pp. 15–19, 21 aprile 2018. «Altobello: fare presto e fare bene», in Urbanistica Democratica, 15 marzo 1990. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.