Canal Salso, l’età d’oro dei commerci
Canal Salso, l’età d’oro dei commerci (XVII-XIX secolo) | Discovery Mestre Canal Salso, l’età d’oro Corrieri, patrizi e vedutisti: Mestre nel cuore dei commerci veneziani Il canale torna a vivere Con la riapertura del canale alla laguna, nel 1615, e la demolizione del carro di Marghera, il Canal Salso tornò a essere quello che la Serenissima aveva sempre voluto che fosse: la via d’acqua più rapida e sicura fra Venezia e la terraferma. Quella che era una semplice infrastruttura idraulica divenne nei due secoli successivi il cuore pulsante dell’economia mestrina, attorno a cui nacquero mestieri, edifici, ricchezze e, per qualche decennio, perfino una vita culturale di respiro europeo. È la storia che raccontiamo in questa seconda parte, che riprende il filo dove lo avevamo lasciato. Mestre al centro del commercio veneziano Venezia, città d’acqua, conosceva l’importanza delle vie fluviali interne al territorio veneto. Scavando il Canal Salso aveva di fatto realizzato una nuova direttrice commerciale che partiva dal Canal Grande e terminava in una zona di Mestre allora secondaria, ma vicina sia al Castelnuovo, l’attuale area compresa fra via Palazzo, via Torre Belfredo e via Caneve, sia al Borgo di San Lorenzo, l’attuale Piazza Ferretto. Un luogo ideale per proseguire verso le molte destinazioni a cui erano diretti i viaggiatori e le merci provenienti dalla laguna. Questa fu una rivoluzione, e fece nascere nel tempo una nuova piazza a Mestre, quella che sarebbe stata chiamata Piazza Barche. L’apporto economico che la Cava Gradeniga aveva portato alle aree che si sviluppavano attorno ad essa si può cogliere anche dalla collocazione, lungo il canale, della palada di Mergera: uno sbarramento di pali piantati nel letto del canale che fungeva da posto di controllo per il pagamento dei dazi sulle merci, prima di superare il Borgo di Mergaria e proseguire. Lo stesso borgo, raso al suolo all’inizio dell’Ottocento dai francesi per realizzare Forte Marghera, conobbe uno sviluppo notevole, con una piccola chiesa, magazzini e osterie. Una volta giunti in laguna, gli avventori potevano fermarsi all’isola di San Giuliano, dove sorgevano la torre omonima e un convento. Con il tempo l’isola ospitò persino un luogo di ristoro per i viandanti, da cui il nome di “San Giuliano buon albergo”. Osterie, magazzini, un piccolo borgo e poi ville e attività economiche: la Fossa Gradeniga non era diversa dagli altri fiumi e canali che Venezia utilizzava per commerciare con la terraferma. Osterie, stalli e barcaioli Mestre divenne città accogliente per commercianti, cocchieri, uomini d’affari e nobili grazie alle osterie e agli stalli presenti sul suo territorio. Persino l’imperatore Francesco I vi trascorse una notte: del suo soggiorno resta una targa ricordo all’interno dell’agenzia Generali di Via Poerio. L’attuale Hotel Venezia sorge invece dove per secoli si trovava lo stallo omonimo, nato per accogliere mercanti ricchi e facoltosi. Il canale ebbe un risvolto importante anche sul mestiere dei barcaioli: questi divennero un’importante figura economica del territorio e, come era uso a quel tempo, si organizzarono in una Scuola, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la cui sede si trovava vicino alla Chiesa di San Girolamo, a riprova dell’importanza delle vie fluviali per la città. La prima Scuola che i barcaioli di Mestre realizzarono fu però a Cannaregio e prese il nome di Scuola di Sant’Andrea, proprio là dove il «Canal Trevisan», altro nome con cui veniva chiamata la Fossa Gradeniga, incontrava i canali veneziani. Le proprietà dei Duodo Per comprendere appieno questa età d’oro bisogna ricordare a chi appartenesse il cuore di Piazza Barche. Per buona parte del Settecento, l’intero fronte settentrionale della piazza, con la Posta, la Dogana, lo stallo dei cavalli, le locande e la villa nobiliare, era proprietà di una sola famiglia patrizia veneziana: i Duodo, antico casato iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima. Chi arrivava a Mestre dalla laguna e metteva piede sulla testata del Canal Salso calpestava, in un modo o nell’altro, proprietà Duodo. Il loro stemma, a fondo rosso con banda d’argento e tre gigli azzurri, agli occhi dei passanti somigliava a tre pennacchi, e da quello l’edificio della Posta prese il nome popolare di locanda «alli 3 Penacchi», attestato già nella mappa del 1691. Nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda una rendita di 270 ducati annui e per la Dogana poco più di 128 ducati. Una fotografia dettagliata del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo fu de ser Piero: una casa in Via Palazzo affittata a Iseppo Tamburin per 20 ducati, uno stallo «alli tre penachi» affittato ad Antonio Buggie per 160 ducati, e diverse «Casette» vicine con porticato a tettoia, visibili nelle vedute del Canaletto, affittate allo stesso Buggie per altri 40 ducati. I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle, detta «al Cavalletto» o in origine «al Sol», proprietà separata da un terreno appartenuto all’architetto Giuseppe Jappelli. Furono proprio i Duodo a costruire, accanto alla Posta, il magazzino doganale per le merci dirette in Germania con un imponente portale in foggia di arco trionfale, e a tenere in affitto la villa che di lì a poco avrebbe ospitato il personaggio più illustre passato per Mestre nel secolo. L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano stabilì di trasferire gli uffici doganali pubblici nell’immobile Duodo adiacente alla Posta: la dogana privata dei tre pennacchi diventava la dogana pubblica di Mestre. La Posta dei Cavalli e i Corrieri Veneti Fu Piazza Barche a guadagnare di più, nel corso del tempo, da questo commercio, vedendo passare di qua un traffico umano e mercantile sempre più importante. Qui sorse una Posta dei Cavalli in cui giungevano i corrieri da tutta Europa per portare il proprio carico. Vi operava la Compagnia dei Corrieri Veneti, una corporazione privata che ebbe un ruolo prevalente nel servizio postale della Repubblica di Venezia. Marghera era infatti uno dei punti, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile, da cui i traghettatori smistavano la corrispondenza diretta verso la terraferma e da cui poi partivano i corrieri. Erano questi, come le Barche, i luoghi in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna e le merci passavano da un’imbarcazione all’altra. Mestre era inoltre uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. Il complesso della testata fu documentato in dettaglio da una mappa disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827: accanto alla Posta operavano l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva. Piazza Barche nei dipinti dei vedutisti Alla testa del canale sorgeva un’edicola votiva, visibile in tutti e tre i dipinti settecenteschi che ritraggono la piazza. La Piazza assunse un ruolo così centrale nella vita economica veneziana ed europea da meritare di essere immortalata per sempre dai grandi vedutisti del Settecento. Tutti gli amanti del Canaletto conoscono Vista di Mestre, databile intorno al 1740, oggi alla Fondation Bemberg di Tolosa, che mostra l’approdo animato da imbarcazioni, carrozze e persone in frenetica attività. La seconda opera, La riva delle Barche e l’Antica Posta, è tradizionalmente attribuita a Bernardo Bellotto e appartiene a un collezionista privato in Gran Bretagna; secondo i professori Balistreri e Zanverdiani l’attribuzione è però dubbia, poiché il dipinto mostra il magazzino con l’arco trionfale costruito solo nel 1766, quando Bellotto era già all’estero. La terza è una copia settecentesca della composizione del Canaletto. Queste opere ci restituiscono la “fotografia” di quanto Mestre ha perduto a causa della speculazione edilizia e della scarsa lungimiranza dei suoi amministratori, che nel Canal Salso, ormai superato dalla ferrovia e dal trasporto su gomma, videro soltanto un triste simulacro del passato. Un’altra immagine celebre, secondo gli stessi Zanverdiani e Balistreri, è invece stata a lungo fraintesa. L’incisione di Giovanni David del 1775, intitolata Veduta della Scalinata a capo del Canale di Mestre, rimpetto al Giardino di S.E. Co: Durazzo Amb. Cesar., non raffigura la villa, bensì ciò che le stava davanti: la scalinata di discesa all’acqua, l’edificio della Posta e il portale della nuova Dogana Duodo. Il titolo stesso lo dice: «rimpetto al Giardino» significa di fronte al giardino. L’arrivo della cultura europea: il conte Durazzo L’importanza del Canal Salso fu tale da portare a Mestre anche la cultura veneziana e internazionale, in quello che era pur sempre un borgo e non una città. Si pensi al conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che nel XVIII secolo, dopo l’«incidente delle Gondole», preferì trasferirsi proprio a Mestre, in una villa affacciata su questo canale che modellò a propria immagine. Nel 1772 il conte prese in affitto dai Duodo soltanto la dimora nobiliare. Durazzo trasformò quella villa in una piccola corte, con teatrino, giardini all’italiana, voliere, sala di lettura e una Kaffeehaus, una “Versailles in piccolo”, per riprendere la celebre definizione goldoniana di Mestre. Vi custodì anche la straordinaria raccolta di manoscritti autografi di Antonio Vivaldi, che proprio da Mestre prese poi la via di Genova e infine di Torino, dove costituisce oggi il celebre Fondo Foà-Giordano della Biblioteca Nazionale Universitaria. Il Teatro Balbi, l’ambizione di una città Lo stesso fermento spinse un’altra famiglia patrizia, i Balbi, a un’impresa ancora più ambiziosa. Nel 1777 Almerigo Balbi diede avvio, presso la sua proprietà non lontana da Piazza Barche, alla costruzione di un grande teatro, affidato all’architetto Bernardino Maccaruzzi. L’ingresso principale guardava proprio verso il Canal Salso. Era un teatro all’italiana di dimensioni ragguardevoli, con novantanove palchi su quattro ordini, capace di ospitare spettacoli grandiosi. Il Teatro Balbi divenne presto un punto di ritrovo per nobili e artisti di tutta Europa, attratti anche dalla vicina corte del conte Durazzo, che vi organizzava galà sontuosi. Per qualche stagione, Piazza Barche conobbe una vita culturale di respiro internazionale, fatta di opere, balli e ricevimenti, impensabile per quello che era nato come un semplice scalo di terraferma. Il crollo: dalla fine della Serenissima al silenzio del canale Quella stagione di splendore, però, fioriva su un terreno già fragile. Venezia, nel tardo Settecento, viveva da tempo un lento ridimensionamento economico, una perdita di traffici e di territori che svuotava lentamente la sua potenza commerciale. Lo stesso boom dei teatri, a Venezia come a Mestre, era in fondo il lusso di una società che spendeva in magnificenza mentre le sue basi mercantili si assottigliavano. Il Teatro Balbi, costato una fortuna ad Almerigo Balbi, nasceva proprio in questo clima di sfarzo e incertezza. Il conte Durazzo, da parte sua, aveva già lasciato Mestre nel 1784, alla fine della sua ambasciata, e sarebbe morto a Venezia dieci anni dopo. La sua piccola corte sul Canal Salso si era spenta ancora prima della tempesta. E la tempesta arrivò: negli ultimi anni della Repubblica il clima si fece pesante, tanto che nel 1796 il Consiglio dei Dieci ordinò la chiusura del Teatro Balbi, per non offrire alcun pretesto ai soldati francesi e austriaci accampati nei dintorni. Pochi mesi dopo, il 12 maggio 1797, la Serenissima cadeva per sempre. Da quel momento il declino fu inarrestabile e travolse, una dopo l’altra, tutte le glorie di Piazza Barche. Il Teatro Balbi non si riprese mai: conobbe affitti parziali e tentativi di riapertura, poi le demolizioni, finendo declassato a magazzino, a granaio e infine, nell’Ottocento, a sede della prima officina elettrica di Mestre. La celebre villa, dopo il lungo dissesto patrimoniale dei Duodo (già nel 1808 i loro beni mestrini erano gestiti da una «Massa de’ Creditori verso la famiglia Duodo di S. M.ª Zobenigo di Venezia»), passò alla famiglia patrizia dei Pisani, che vi realizzò uno dei primi giardini all’inglese della zona. Come testimonia il Fapanni: «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, CSSM, 1975, p. 77). La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti. Il colpo definitivo arrivò dalla tecnica. Quando,…
Piazza Barche nel ‘700: la porta fra due mondi
Mestre, porta tra due mondi | Discovery Mestre Mestre, porta tra due mondi La Piazza dei Duodo: mercanti, corrieri e pennacchi Arrivare a Mestre: la piazza dei Duodo Sul corpo di fabbrica principale dei Duodo campeggiava lo stemma di famiglia, con fondo rosso, banda argento, caricata di tre gigli azzurri… alla maggior parte dei frequentatori del sito, poco o nulla interessati all’araldica, si sarà palesata l’immagine dei tre pennacchi, efficacissima, quale immediato contrassegno.(C. Balistreri, D. Zanverdiani, G. Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, p. 44) Nel Settecento, per cogliere appieno la testata del Canal Salso occorreva percorrerla al contrario: non da terra, ma dall’acqua. Chi partiva da Venezia la risaliva fino alla sua estremità settentrionale, dove il bacino si allargava e la testata del porto, costruita con tre muraglioni in mattoni, segnava il punto in cui l’acqua cedeva il passo alla strada. Da due di questi muraglioni scendevano altrettante scalinate graduate in pietra d’Istria, una per lato, mentre il muraglione centrale era dotato di un paranco per i bagagli. Era Piazza Barche: non una piazza nel senso moderno del termine, ma uno spazio di scambio, il nodo in cui merci e uomini passavano dal mondo acqueo di Venezia a quello terrestre di Mestre e dell’Europa. È questo che mostrano le vedute settecentesche: una città viva, raccolta attorno a un canale altrettanto vivo, che vista dall’acqua ricordava Venezia e vista da terra una ricca città europea del Settecento. Una di quelle scalinate compare nell’incisione di Giovanni David del 1775: interpretata a lungo come veduta della villa Durazzo, secondo i professori Balistreri e Zanverdiani ritrae al contrario, come dice il titolo «rimpetto al Giardino», ciò che alla villa stava di fronte, cioè la testata e la Posta sull’altra sponda. In testa al canale, per lungo tempo, sorse anche il capitello: un’edicola votiva riprodotta nelle mappe di fine Seicento e Settecento e ben visibile nella stampa del Canaletto. I capitelli erano un simbolo religioso caratteristico degli incroci stradali, segnale di devozione e punto di riferimento per i viaggiatori; quello delle Barche era dedicato alla Beata Vergine, come si ricava da documenti del 1834, ed era l’unico simbolo religioso della località. Quella vitalità era nota. Una testimonianza racconta come il conte Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero, sedesse nella coffee house del suo giardino ad ammirare, e forse a schernire, le persone così indaffarate nel loro lavoro. Una preziosa testimonianza di come si presentasse la piazza ci viene dalla carta di Domenico Margutti del 29 marzo 1691, da cui si vede che gran parte di essa era già proprietà dei Duodo, antico casato patrizio veneziano iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima, con palazzo di famiglia a Venezia in zona Sant’Angelo, che a Mestre traevano consistenti ricavi dal fornire servizi a chi muoveva merci e persone in Piazza Barche. La Posta, la Dogana e il magazzino tedesco Il primo edificio che un avventore proveniente da terra incontrava era l’antica Posta, che già nella mappa del 1691 risultava ospitare la «Locanda alli 3 Penacchi». Il nome si doveva allo stemma di famiglia: fondo rosso, banda d’argento con tre gigli azzurri che agli occhi dei passanti somigliavano a tre pennacchi. L’edificio era ufficialmente registrato come «Stabile detto tre pennacchi con Offizi di Lettere, diligenze e Posta da cavalli», una denominazione che racchiude tre funzioni distinte: gli «Offizi di Lettere» gestivano la corrispondenza, le «diligenze» erano le carrozze pubbliche per i passeggeri, la «Posta da cavalli» assicurava il cambio degli animali da tiro. La rendita era cospicua: nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda 270 ducati annui. Di fianco a questo edificio sorgeva la Pubblica Dogana, una costruzione più bassa e di maggiore sviluppo frontale, che primeggia sulla sinistra delle vedute settecentesche. Accanto ad essa operava l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e poco oltre lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva del complesso. L’intero assetto è documentato in dettaglio in una mappa del Canal Salso disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827. Nel 1766, sei anni prima dell’arrivo del conte Durazzo, Gerolamo Duodo fece realizzare accanto alla Posta un magazzino doganale privato destinato alle merci dei commerci con la Germania. Mestre era uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. L’ingresso era segnato da un imponente portale «in foggia d’arco trionfale», ancora visibile nelle vecchie immagini ottocentesche e in seguito «barbaramente distrutto». L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano decise di trasferire gli uffici doganali pubblici proprio nell’immobile Duodo: la dogana privata dei «tre pennacchi» diventava la dogana pubblica di Mestre. Il patrimonio dei Duodo Una fotografia del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo. Vi figuravano alcune case nei pressi del ponte dell’Orologio, nell’attuale via Palazzo, e soprattutto il nucleo di Piazza Barche: una «Casa con fabriche» adibita a stallo «alli tre penachi», con terreno annesso, e diverse «Casette» con porticato a tettoia. Queste ultime compaiono nelle vedute del Canaletto e furono in parte sostituite dalla Dogana: una mappa del 1744 individua in quel punto il «Sotto Portico delle Casette». I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle verso la strada per Marghera, detta «al Cavalletto» e in origine «al Sol»; vi confinava un terreno dell’architetto Giuseppe Jappelli, il progettista del Caffè Pedrocchi di Padova. La villa: dai Duodo ai Pisani Sul lato opposto rispetto alla dogana, sempre sul fronte settentrionale, sorgeva una delle più belle ville nobiliari mai realizzate a Mestre. Villa Duodo era la dimora di rappresentanza della famiglia patrizia veneziana e la si può ammirare nel quadro del Canaletto, nell’area dove sorgeva un piccolo boschetto, alla destra di chi osserva. Il suo aspetto era già mutato nel quadro attribuito al Bellotto, dove il boschetto è scomparso e si intravede un giardino più ordinato. In seguito, fra il 1772 e il 1784, la villa fu presa in affitto dal conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che la trasformò in una piccola corte con teatrino, giardini all’italiana, voliere e sala di lettura. Come molte famiglie del patriziato veneziano nell’ultima stagione della Serenissima, anche i Duodo andarono incontro a un progressivo dissesto finanziario. Nel 1808, alle registrazioni del catasto napoleonico, i beni mestrini della famiglia non risultavano più nelle mani dei proprietari originari ma gestiti da una «Massa de’ Creditori», con affittuari che versavano una rendita annua ai creditori; tra gli amministratori figurava già un Pisani. Quel nome non era casuale. Fu proprio la famiglia Pisani a subentrare nel possesso della villa, trasformandola radicalmente: come scrive il Fapanni, «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, Quaderno 24 del CSSM, 1975, p. 77). Il giardino frontale cambiava così per l’ennesima volta: dal boschetto del Canaletto al giardino all’italiana descritto dal Boscovich, fino a quello all’inglese dei Pisani. La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti nel corso del Novecento. La caduta della Serenissima, il 12 maggio 1797, e il declino del suo patriziato pesarono sui traffici di Piazza Barche tanto da far fallire persino il Teatro Balbi, che sorgeva non lontano dalla testata del canale, vicino allo Stallo Venezia e all’osteria alla Campana, dove soggiornavano nobili, uomini d’affari e persino re e imperatori. Era la fine di un’era. Il fronte meridionale e i percorsi di terra Sul lato opposto della piazza, verso mezzogiorno, il paesaggio era più modesto. Le mappe settecentesche mostrano una serie di piccoli edifici con porticato a tettoia, il «Sotto Portico delle Casette», strutture basse e commerciali già incontrate tra i possedimenti dei Duodo. Era il lato operativo della piazza, quello dei barcaioli, degli scaricatori, delle botteghe minute. I barcaioli di Mestre erano organizzati in una propria confraternita. Erano loro a garantire il collegamento quotidiano con Venezia, smistando passeggeri e merci lungo il canale. La Compagnia dei Corrieri Veneti, corporazione privata che gestiva il servizio postale della Repubblica, aveva in Piazza Barche uno dei suoi nodi principali, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile e il Piave: come le Barche, erano i punti in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna. Chi arrivava dall’acqua e non proseguiva a piedi poteva prendere una carrozza alla Posta dei Cavalli. Chi invece si muoveva a piedi percorreva il «marchiapiede», forma settecentesca dal francese marchepied: un percorso pedonale che, attraverso il «Sottoportico detto da Prosdocimo», collegava Piazza Barche ai principali assi cittadini e conduceva al Teatro Balbi, costruito nel 1777 dalla famiglia Balbi non lontano dalla piazza. Parte di quel portico sopravvive ancora nella piazzetta XXII Marzo; il tratto verso via Cappuccina scomparve con l’edificio che lo conteneva, abbattuto in un bombardamento della Seconda Guerra Mondiale. Le proprietà della famiglia Pasquali si estendevano lungo la Strada Postale detta Cappuccina, dove possedevano anche un’osteria. Nel catasto napoleonico del 1808 i loro edifici risultavano già trasformati in «Porzione di Fabbricato per l’Ufficio di Posta lettere e Spedizione delle Diligenze Erariali»: il servizio postale si era già in parte spostato dalla testata del canale verso la nuova viabilità terrestre. Piazza Barche oggi Oggi della Piazza Barche rappresentata dai vedutisti non resta quasi nulla. La villa fu demolita a più riprese fra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, il portale trionfale di Gerolamo Duodo è scomparso, il Teatro Balbi è stato recuperato solo nella parte frontale dalla Galleria Teatro Vecchio. Anche la scalinata di discesa al canale è sparita con l’interramento della testata del Canal Salso nel 1932-1933; la si intravede ancora sotto il manto stradale in alcune fotografie scattate durante lavori di scavo. Gli edifici della Posta, della Dogana e delle locande sopravvivono in parte nel tessuto di Piazza Barche e della piazzetta XXII Marzo, ma con pesanti alterazioni, sopraelevazioni e ristrutturazioni che ne hanno cancellato quasi ogni traccia riconoscibile. Per chi sappia leggere il fronte della piazza, però, restano le impronte di una stagione in cui una sola famiglia veneziana governava, da terra e da acqua, la porta d’ingresso di Mestre. La storia del Canal Salso su Discovery Mestre La vicenda del canale che unì Mestre a Venezia si dipana in più articoli collegati: Il Canal Salso, le origini, che ne racconta la nascita e i primi secoli fino al 1615; Il Canal Salso, l’età d’oro, dedicato alla stagione dei commerci tra Seicento e Ottocento; La perduta villa Durazzo, sulla dimora nobiliare che vi sorgeva; Il conte Giacomo Durazzo, sul suo ospite più illustre; e Da Canaletto a Bellotto, sui grandi vedutisti che ritrassero la piazza. Con la fine della Serenissima e l’arrivo della ferrovia, il baricentro di Mestre si sposta dall’acqua alla terra e all’industria: una nuova stagione che comincia nell’area che oggi è nota come Altobello. Galleria immagini La testata del Canal Salso con la Posta «ai Tre Pennacchi» dei Duodo (Domenico Margutti, 1691) I possedimenti meridionali dei Duodo a Piazza Barche (Domenico Margutti, 1691) Ca’ Duodo, la Posta e la Dogana nella pianta del proto Giulio Zuliani (1791) Confronto Canaletto/Bellotto: il magazzino con l’arco trionfale dei Duodo (1766) compare solo nella veduta attribuita al Bellotto La scalinata del canale e la Posta dei Duodo, di fronte alla villa Durazzo (Giovanni David, 1775) Il Canal Salso in un’opera di Aliprandi (XVIII secolo) «La riva delle Barche e l’Antica Posta», attribuito a Bernardo Bellotto (collezione privata) Approfondimenti La perduta villa Durazzo — la residenza del conte Giacomo Durazzo Il Canal Salso, le origini — nascita e storia del canale fino al 1615 Il Canal Salso, l’età d’oro — storia economica e culturale del canale Da Canaletto a Bellotto — Piazza Barche nei quadri dei grandi vedutisti Bibliografia Balistreri, Corrado; Zanverdiani, Dario; Brombin, Giuseppe. Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Brusò, Fabio. Piazza Barche Mestre (1846-1932). Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di…