Porto Marghera, 1917: l’inizio della Grande Venezia
Porto Marghera, 1917: l’inizio della Grande Venezia
Il porto di Volpi e Grimani, il distacco dei Bottenighi e la fine del Comune
Due date, una sola storia
Il 26 luglio 1917 un decreto toglie a Mestre il territorio dei Bottenighi e lo dà a Venezia, per costruirci il nuovo porto. Il 15 luglio 1926 un altro decreto toglie a Mestre tutto il resto: il Comune viene soppresso e la città entra nella Grande Venezia. Le due date si raccontano di solito separate, la prima nella storia di Porto Marghera, la seconda nella storia di Mestre. Ma fra l'una e l'altra c'è un filo che i documenti dell'epoca mostrano senza giri di parole: il porto era nato in territorio mestrino, e per Venezia raggiungerlo e governarlo significava, prima o poi, prendersi anche Mestre.
Queste pagine raccontano i nove anni in mezzo. I fatti del 1917 e del 1926 sono raccontati più nel dettaglio in Le radici ottocentesche di Porto Marghera e in 1926: la fine del Comune di Mestre.
Il disegno: Venezia in terraferma
L'idea non nasce in guerra. Già il 14 giugno 1909 il sindaco di Venezia Filippo Grimani scrive a Raimondo Ravà, presidente del Magistrato alle Acque, il suo «programma di sviluppo» per i Bottenighi, una frazione del Comune di Mestre.
«Questa zona costituirebbe un sobborgo industriale dove troverebbero posto i lavoratori colle loro famiglie e dove potrebbe di necessità convergere gran parte della popolazione che ora trovasi a disagio nella città [...] dal momento che l'ampliamento del porto deve seguire a Marghera e nelle sue vicinanze, essa ritiene necessario che il Comune chiuda nei suoi allargati confini una zona che possa rispondere ai concetti suesposti».
Filippo Grimani a Raimondo Ravà, 14 giugno 1909, citato da Sergio Barizza
Nel consiglio comunale di Venezia del 3 febbraio 1911 il deputato Piero Foscari, amico di Giuseppe Volpi e suo compagno nella Società adriatica di elettricità, lo dice in modo ancora più netto: Venezia si riempie di alberghi e di forestieri, e «bisogna spostare il porto per dare uno sfogo alla popolazione». Il programma è chiaro fin dall'inizio: il porto, le fabbriche e le case degli operai in terraferma, la città storica, che all'epoca era sovrappopolata, alleggerita. E la terraferma più vicina è quella di Mestre.
Luglio 1917: un quarto del territorio
Nel 1917, in piena guerra, il progetto diventa legge in poche settimane. Volpi riunisce industriali e finanzieri veneti, e non solo, prima in un sindacato di studi e poi, nel giugno, nella Società Porto Industriale di Venezia, che presiede. Il 23 luglio a Roma la convenzione per il nuovo porto «in regione Marghera» viene firmata da Paolo Boselli e Ivanoe Bonomi per il Governo, da Grimani per il Comune di Venezia e da Volpi per la Società. Tre giorni dopo, il 26 luglio, la rende esecutiva un decreto luogotenenziale, il n. 1191, firmato da Tommaso di Savoia, duca di Genova. L'articolo 2 è quello che riguarda Mestre. Come riassumerà Francesco Saccardo nel 1924, con esso «è annesso al Comune di Venezia il territorio cosidetto dei Bottenighi, già sotto la giurisdizione del Comune di Mestre».
La convenzione dice anche dove passa il nuovo confine. All'articolo 22 parla della «aggregazione del territorio del Comune di Mestre, situato a Sud della ferrovia Venezia-Mestre-Padova, al Comune di Venezia»: tutto ciò che sta sotto la linea dei binari diventa veneziano. Secondo il Centro studi storici di Mestre sono 1170 ettari, «oltre un quarto del territorio comunale». Gli abitanti, nel 1917, erano 869. La storia di quella campagna prima del porto è raccontata in Bottenighi: alle origini di Marghera.
In breve
- 26 luglio 1917: decreto luogotenenziale n. 1191, i Bottenighi passano a Venezia
- Il nuovo confine: la ferrovia Venezia-Mestre-Padova; a sud tutto diventa veneziano
- La superficie: 1170 ettari, oltre un quarto del Comune di Mestre
- Gli abitanti: 869 nel 1917, 1.200 nel 1924
- 15 luglio 1926: regio decreto-legge n. 1317, il Comune di Mestre viene soppresso
Agosto 1917: «con un tratto di penna»
A Mestre la decisione arriva a cose fatte. Nel consiglio comunale del 17 agosto 1917 il sindaco Carlo Allegri, alla guida di una maggioranza clerico-moderata, accusa i veneziani di aver deciso tutto da soli e di aver messo i mestrini davanti al fatto compiuto. Si dimette, ma ritira subito le dimissioni: c'è la guerra, e il Governo promette per il futuro più attenzione ai problemi di Mestre. In quei mesi Allegri contesta anche l'idea di un quartiere costruito apposta per gli operai: nei grandi porti, osserva, i lavoratori «cercano la loro dimora dove ne abbiano la maggior convenienza».
Il capo della minoranza socialista, Ugo Vallenari, non crede alle promesse. Il suo ordine del giorno chiede a tutti i titolari di cariche pubbliche di dimettersi e accusa il Governo di aver violato la legge «cancellando con un tratto di penna il diritto di Mestre all'irriducibilità del proprio territorio». Quando l'ordine del giorno viene respinto, Vallenari lascia l'aula sbattendo la porta, mentre Allegri lo invita a restare «per amor di patria».
Gli anni delle richieste
Dopo il 1917 la protesta si spegne. Secondo lo storico Sergio Barizza gli amministratori mestrini, di qualunque parte politica, capiscono che è «solo questione di tempo perché Venezia mettesse le mani anche sui territori limitrofi», e si limitano a «compilare elenchi di richieste» su cui piovono, per decenni, «abbondanti promesse».
Qualcosa, nei conti, si muove. Nel bilancio preventivo di Venezia per il 1922, presentato sulla rivista dall'assessore alle finanze Piero Bon, compare una voce di 361.000 lire: «Quote dovute al Comune di Mestre per aggregazione Marghera». La convenzione aveva già stabilito che strade, fognature, acqua e illuminazione della zona industriale spettassero al Comune di Venezia, che le pagava come opere proprie. Il porto e il quartiere erano veneziani, sulla carta e nei bilanci; la stazione, le strade e i paesi tutto intorno restavano di Mestre e dei Comuni vicini.
Venezia guarda Mestre
Le pagine della Rivista mensile della città di Venezia, l'organo ufficiale del Comune, mostrano come Venezia vedeva la città accanto al suo porto. Nel maggio 1922 l'ingegnere Emilio Emmer, presentando il Quartiere urbano di Marghera, spiega che il Comune di Venezia, «che sostiene gravi sacrifizi per la grandiosa opera del nuovo Porto», voleva che la nuova popolazione «non fosse disseminata nei vari Comuni, ma dovesse far parte della Città», in case migliori di quelle che potevano offrire «la Città di Venezia, ed i piccoli Comuni limitrofi, specialmente Mestre». La storia di quel quartiere è in Marghera: nascita della città giardino.
Nel 1925 Raffaello Vivante, a capo dell'Ufficio comunale d'igiene, è ancora più esplicito. Il grande centro di lavoro che sorge a Marghera, scrive, è stato «coraggiosamente attuato in pro di Venezia» e «non deve riversare i suoi benefici ad esclusivo favore di altri centri che col nuovo porto hanno più facili rapporto». Il nome di Mestre non c'è, ma il centro più vicino al porto era quello. La preoccupazione era concreta: proprio in quei giorni una grande società aveva chiesto al Comune se potesse trovare a Venezia 3000 operaie, e con quali mezzi trasportarle rapidamente in terraferma.
Mestre intanto cresceva per conto suo. Il Comune era passato dagli 11.944 abitanti del 1901 ai 17.507 del 1911; nel 1921, senza più i Bottenighi, gli abitanti erano 22.120. Nel 1916 la città aveva chiesto il titolo di città, ricordando il 1848, la crescita della popolazione e i servizi che si era data: le scuole, l'acquedotto, il macello, l'ospedale, le fognature in costruzione. Il titolo arriva con decreto di Vittorio Emanuele III nel maggio 1923: il 6 maggio secondo Barizza, il 26 secondo il Centro studi storici di Mestre. Mestre può mettere la corona turrita sul gonfalone. La terrà per tre anni.
Venezia allarga i confini
Negli stessi anni Venezia cresce anche verso la laguna. Nel 1924 il Comune di Venezia comprende ormai anche Murano, Burano e Pellestrina: dal febbraio di quell'anno paga gli stipendi dei maestri dei due ex Comuni di Murano e Burano. Sulla rivista del gennaio 1924, commemorando Grimani, Francesco Saccardo si rivolge al commissario straordinario del Comune, che allora era Davide Giordano, chiamandolo «amplificatore della giurisdizione cittadina». E ricorda che il porto di Marghera era stato «iniziato con geniale concezione da Giuseppe Volpi, raccolta e sviluppata dall'Amministrazione Grimani».
Volpi, intanto, è diventato uno degli uomini più potenti del regime: senatore dal 1922, governatore della Tripolitania, conte di Misurata, dal 1925 ministro delle Finanze. Quando arriva il momento di Mestre, è al Governo.
Giugno 1926: «una unità di fatto»
Il 28 giugno 1926 il Consiglio dei ministri approva, su proposta del ministro dell'Interno Luigi Federzoni, l'aggregazione a Venezia dei Comuni di Mestre, Favaro Veneto, Zelarino e Chirignago e della frazione di Fusina del Comune di Mira. La relazione che accompagna il provvedimento, pubblicata dalla rivista del Comune, chiude il cerchio aperto nel 1917.
«Il sorgere del porto industriale e commerciale di Marghera in terra ferma in continuità di Mestre ha intensificati i rapporti di vita e di interessi fra Venezia e Mestre. Venezia, per giungere a Marghera, che è parte del suo territorio ed alla cui sistemazione ha necessità di provvedere, deve traversare l'abitato di Mestre. Per queste ragioni i due centri costituiscono ormai una unità di fatto».
relazione del Governo, 28 giugno 1926, «Rivista mensile della città di Venezia», giugno 1926
La rivista ringrazia Federzoni, «che ha avuto l'iniziativa del provvedimento», e i ministri Volpi e Giuriati. Il decreto viene firmato a San Rossore il 15 luglio. Barizza ne dà una lettura severa: più che unire un centro alle sue frazioni, l'annessione veniva a sanzionare sul piano amministrativo quella che molti avevano vissuto come «una semplice occupazione di territorio» per il porto.
Il commissario e il gonfalone
Questa volta a Mestre non c'è un Vallenari a sbattere la porta. Le fonti però non dicono la stessa cosa sull'umore della città. Secondo Barizza le cronache parlano di una «sostanziale adesione» al grande Comune; il Centro studi storici di Mestre scrive invece che i Comuni furono soppressi «nonostante le forti proteste dei cittadini e delle amministrazioni comunali di terraferma».
Il 23 agosto 1926 Paolino Piovesana, che ora guida Mestre come commissario prefettizio, manda al capo del Governo un dettagliato rapporto. Il provvedimento, scrive, è «un provvedimento che l'addolora ma che riconosce ispirato da necessità di ordine superiore, che accetta con coscienza di orgoglio e di italianità». Chiede di conservare il gonfalone, e poi elenca quello che serve alla città: strade pavimentate, un sistema di fognature, acquedotto e illuminazione più estesi, un nuovo macello, il cavalcavia e un sottopasso per collegare la stazione a Marghera, trasporti più rapidi ed economici verso Venezia e verso la terraferma, nuove scuole e un piano regolatore. I primi lavori fatti dal Comune unico sono raccontati in Mestre nella più grande Venezia, 1926-1930; ma nel 1949, scrive Barizza, le promesse del 1926 «erano ancora per lo più delle chimere».
Dopo
Un promemoria dell'Ufficio tecnico comunale della fine degli anni Venti riassume con franchezza come Venezia vedeva la sua terraferma: Marghera «non potrà considerarsi mai come una parte di Venezia; essa ne sarà una appendice utilissima come Monza e Sesto sono per Milano e Pozzuoli per Napoli». Mestre, dal 1926, era diventata la porta d'ingresso di quell'appendice.
Il filo cominciato nel 1909 con gli «allargati confini» di Grimani si chiude così in diciassette anni: prima il porto, poi il territorio intorno al porto, infine la città che gli stava accanto.
Galleria immagini
Crediti delle immagini: la tavola e le fotografie del 1921-1922 sono tratte da E. Emmer, «Il nuovo Porto di Venezia» e «Il Quartiere Urbano di Porto Marghera», Rivista mensile della città di Venezia, 1922, Biblioteca nazionale centrale di Roma, Biblioteca digitale, licenza CC BY-NC-SA 4.0. Giuseppe Volpi: Bain News Service, Library of Congress, pubblico dominio (Wikimedia Commons). Il Municipio nel 1923: cartolina d’epoca. Il ritratto di Emilio Emmer è gentilmente concesso dal figlio Luciano Emmer.
Bibliografia e fonti
- S. Barizza, «Mestre, la città del Novecento», in Storia di Venezia, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2002, con le note che citano le carte dell'Archivio municipale di Mestre (1917, I-21) e dell'Archivio storico comunale di Venezia (1910-1914, II-5-35; 1926-1930, I-4-1 e IX-1-10).
- S. Barizza, «Storia di una fine annunciata. Cronaca dei piccoli passi verso la fine dell'autonomia amministrativa del comune di Mestre», in D. Canciani (a cura di), La città invisibile. Storie di Mestre. Atti del convegno, Venezia 1990, pp. 71-91.
- E. Emmer, «Il nuovo Porto di Venezia», in Rivista mensile della città di Venezia, a. I, n. 2, febbraio 1922, pp. 39-50 del volume digitalizzato (testo della convenzione, art. 22, a p. 45).
- P. Bon, «Il bilancio preventivo del Comune per il 1922», ivi, a. I, marzo 1922, pp. 76-86 (la voce citata a p. 86).
- E. Emmer, «Il Quartiere Urbano di Porto Marghera», ivi, a. I, n. 5, maggio 1922 (p. 145).
- F. Saccardo, «Filippo Grimani», discorso commemorativo a Palazzo Farsetti, ivi, a. III, n. 1, gennaio 1924, pp. 11-25 (i passi citati alle pp. 22-23).
- R. Vivante, «Il problema delle abitazioni in Venezia nella sua crisi attuale», ivi, a. IV, n. 2, febbraio 1925, pp. 39-51 (i passi citati alle pp. 46-47).
- B. Fornaciari, «Il bilancio di previsione del Comune per il 1925», ivi, a. IV, n. 4, aprile 1925, pp. 115-122 (i passi citati alle pp. 116-117).
- «Per la più grande Venezia», ivi, a. V, n. 6, giugno 1926, pp. 283-284.
- Centro studi storici di Mestre, Le stagioni di Mestre, n. 3 e n. 4.
- «Appunti per un secolo di storia di Porto Marghera», in La memoria del lavoro: Galileo-IOR (1947-2000), pp. 37-58.
- Regio decreto-legge 15 luglio 1926, n. 1317, in Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, n. 183, 9 agosto 1926.
- Le annate della Rivista mensile della città di Venezia sono consultabili nella Biblioteca digitale della Biblioteca nazionale centrale di Roma, licenza CC BY-NC-SA 4.0.