Mestre 14 Gennaio 2026

La Scuola dei Battuti di Mestre

La Scuola dei Battuti di Mestre | Discovery Mestre La Scuola dei Battuti di Mestre Il fulcro religioso ed economico della città Nascita della Confraternita dei Battuti La Confraternita dei Battuti, o Flagellanti o Disciplinati, sorse in Umbria a partire dal 1260 sotto la spinta dell’asceta Raniero Fasani per poi diffondersi principalmente nel centro-nord Italia, acquisendo una grande importanza sociale e culturale. La confraternita fu presente in Veneto sin dal principio e già a Treviso e a Venezia erano attive confraternite dei Flagellanti o Battuti poco dopo la loro fondazione. A Venezia la loro attività si registra fra il 1260 e il 1261, anni in cui nacquero le prime «Scuole», poi diventate Grandi, di Santa Maria della Carità, di San Marco e di San Giovanni Evangelista. In totale le Scuole Grandi veneziane, tutte fondate dai Battuti, diventeranno sei. Nel 1269 nacque la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Treviso e nel 1302 sorse quella mestrina. Il contesto storico Nel XIII secolo Mestre era un piccolo centro abitato da non più di 1500 abitanti che si trovava sotto il controllo di Treviso, il quale era anche proprietario di questi territori. In quelle che venivano chiamate le «Terre di Mestre» sorgevano il Castelvecchio, sito dove poi venne realizzato l’Ospedale Umberto I, e il Borgo di San Lorenzo con la sua omonima arcipieve. Attorno a Mestre si potevano notare alcune ville, o villaggi, fra cui Carpenedo con la sua arcipieve dei Santissimi Gervasio e Protasio, Malghera, i Bottenighi e molti altri. Fu in questo contesto storico che a Mestre nel 1302 sorse la Scuola di Santa Maria dei Battuti. La Mariegola La Mariegola era il «libro madre» di ogni confraternita veneziana: un vero e proprio statuto scritto in volgare veneto (con qualche formula in latino) che raccoglieva tutte le regole della Scuola. Come spiega Giuseppe Boerio nel suo famoso dizionario del dialetto veneziano, si trattava di un volume «nel quale sono raccolte le leggi sistematiche di alcune Corporazioni di arti ed anche di luoghi pii». Per la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Mestre non ci è arrivata la mariegola originale del 1302, ma quella redatta nel 1492, che resta il documento più importante e che riassume le origini e le norme della confraternita. In sintesi, la mariegola del 1492 racconta che: la Confraternita nacque nel 1302 con l’approvazione del vescovo di Treviso Tolberto Calza; era formata da penitenti laici (i «battuti») che si dedicavano alla devozione alla Madonna, all’aiuto reciproco e all’assistenza ai poveri; accoglieva sia uomini che donne (consorelle); al vertice c’erano il gastaldo (il capo che controllava tutto), il massaro (che teneva i conti e i beni), lo scrivano (che scriveva le decisioni e le cronache) e un consiglio di quindici membri; i confratelli dovevano partecipare a messe, processioni, suffragi per i defunti e pratiche di penitenza (l’autoflagellazione era ormai quasi scomparsa); si stabilivano regole precise per le donazioni, la gestione dei terreni e delle case possedute dalla Scuola, la distribuzione di aiuti (grano, vino, denaro) ai bisognosi e all’ospedale, e sanzioni per chi non rispettava le norme. Era un patto sacro tra i soci: chi entrava prometteva di vivere secondo questi principi in cambio di assistenza spirituale, economica e di un funerale dignitoso. Questo prezioso documento, custodito oggi negli archivi dell’Antica Scuola dei Battuti (IPAV) a Mestre, ci permette di capire quanto la confraternita fosse organizzata, solidale e radicata nella vita quotidiana della Mestre medievale e rinascimentale. La Scuola e l’ospedale dei Battuti a Mestre Secondo quanto riportato da Alessandra Checchin, la fondazione della Confraternita di Santa Maria dei Battuti avvenne sotto il patrocinio del Vescovo di Treviso Tolberto Calza «il giorno dell’incarnazione di nostro Signore del 1302». Non si conosce il luogo delle prime riunioni, ma probabilmente esse avvennero nella Chiesa di San Lorenzo, eretta nel XII secolo. Qui vi era un altare dedicato alla Madonna, di fronte al quale si sarebbero svolte le riunioni dei confratelli. Il 4 agosto 1314 una donna locale dal nome di Mabilia lasciò un vasto terreno con l’indicazione di costruirci sopra un ospedale per i poveri. Il terreno che Mabilia donò è indicativamente dove oggi sorge l’Antica Scuola dei Battuti. Qui fu eretto l’Hospitale per i poveri di Cristo, o ospedale di «Santa Maria verberatorum», attuale Antica Scuola dei Battuti o Casa di Riposo. Da quel momento la Confraternita poteva vantare due importanti sedi: una scuola sita nel Borgo di San Lorenzo (dove ora vi è Piazza Ferretto) e un Ospedale che si affacciava sulla strada che portava a Treviso. Venezia conquisterà Mestre il 29 settembre 1337. Da questa iniziale donazione la proprietà della confraternita in quest’area divenne tale da essere poi considerata un vero e proprio borgo, detto di Santa Maria, esterno al Castelnuovo. Torre Belfredo veniva anche chiamata Porta di Santa Maria. La Confraternita aveva un’organizzazione interna che prevedeva l’elezione di un gruppo dirigente formato da quindici membri. Tale gruppo aveva anche il compito di eleggere un gastaldo, che doveva vegliare affinché ogni confratello e consorella seguissero le regole incise nella Mariegola. Al massaro era affidato il compito di controllare le finanze, catalogare i beni e tenere una sorta di Libro Mastro sia per la Scuola che per l’Ospedale. Spesso la carica di massaro veniva prorogata più volte rispetto a quella di gastaldo, in quanto era raro trovare chi «sapeva far di conto» in quei tempi. Così avveniva per un’altra figura introdotta in seguito, cioè lo scrivano, al quale era dato il compito di documentare l’attività della Scuola, le decisioni prese e una sorta di cronaca. L’Hospitale dei Battuti Per quel che riguarda l’ospedale, la gestione era affidata a una famiglia a cui faceva capo il Priore. La carica di Priore veniva votata da un consiglio di quindici confratelli e la sua durata poteva estendersi anche a tutta la vita. Viveva all’interno dell’ospedale e aveva come compito gestirlo assieme alla moglie, Priora, alla quale era affidata la pulizia delle stanze, la biancheria e l’aiuto dei malati o residenti. A partire dal 1472 si viene a conoscenza di ragazze assunte per aiutare la Priora, dette «mammole», e altre figure che aiutavano il Priore nella cura della struttura. Vi erano dei medici che curavano i pazienti, seppur a questi fossero preferiti i barbieri, che costavano di meno e all’epoca avevano anche alcune conoscenze mediche. L’ospedale possedeva anche una cappella dedicata a Maria, un orto e alcuni animali che servivano a sfamare la famiglia del Priore e gli ospiti. L’ospedale era composto di un dormitorio per uomini, due stanze per i confratelli, un’infermeria per uomini e una per donne, un’altra stanzetta con dei letti e le camere per il Priore e la famiglia. L’ospedale offrì, per un breve periodo, anche riparo a neonati e bambini abbandonati, ma pare che questi non avessero una buona sorte all’interno dell’Istituto, costringendo negli anni il Priore ad affidarli alla Pietà a Venezia, dove vi era un brefotrofio. Se la capienza dell’Ospedale mestrino non consentiva di ospitare nuovi bisognosi, poteva capitare che questi venissero mandati a Treviso. I Battuti cardine di Mestre Si potrebbe arrivare a dire che già nel XV secolo la Confraternita dei Battuti fosse un cardine dell’attività politica e sociale di Mestre. Le numerose donazioni ricevute dai devoti e i rapporti con le persone più influenti del luogo lo dimostrano. Oltretutto la Confraternita venne più volte chiamata ad aiutare economicamente Venezia durante le sue guerre, oltre che la podesteria in cui sorgeva. Da un testamento del 1442 si viene a sapere che vi fu una donazione da parte di un devoto perché sorgesse un piccolo ospedale a Carpenedo, vicino alla chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, destinato ad aiutare le vedove. L’attività dei Battuti non si svolse solo all’interno della loro Scuola, ma si allargò e questa confraternita diede luogo alla nascita di una Chiesa di San Rocco a Mestre, nata poco dopo quella veneziana (1478), e di una sua scuola, struttura che oggi ospita attività private sita in Via Manin, poco distante dalla Chiesa. Nel 1493 venne acquistata una nuova campana per la Chiesa di San Rocco in Mestre, mentre nel 1495 la Scuola finanziò la costruzione di un campanile per la Chiesa di San Lorenzo. Possedimenti della Scuola dei Battuti Sin dalla sua stabilizzazione a Mestre, la Scuola dei Battuti acquistò terreni, case e mansi in varie aree sia nella Podesteria di Mestre che in altre zone come Martellago, Noale e Campo Croce. Questi acquisti vanno sommati alle donazioni in beni immobili ricevute dai devoti, che fecero della Scuola dei Battuti di Mestre una delle più importanti strutture religiose dell’entroterra veneziano dal 1337 alla sua soppressione da parte di Napoleone nel 1807. I possedimenti della Confraternita erano dislocati in varie aree: nel Borgo di San Lorenzo, a San Zulian, Chirignago, Tarù, Brendole, Carpenedo e persino Zerman, Martellago e Noale. Da tali possedimenti la Scuola ricavava sia affitti che beni in solido quali grano, carne e vino, che venivano usati dai confratelli, per sfamare i bisognosi e i pazienti dell’ospedale o dati come aiuto ai cittadini più poveri. Va ricordato che la Chiesa di San Carlo Borromeo a Mestre sorse proprio in un terreno appartenente a loro. La soppressione napoleonica (1807) Con l’arrivo del dominio napoleonico e le successive politiche di soppressione degli enti ecclesiastici e assistenziali, l’Ospedale dei Battuti fu travolto da una profonda crisi istituzionale. Nel 1807, a seguito della soppressione, venne nominata un’amministrazione provvisoria per gestire la transizione. Ne fecero parte Giovanni Battista Giuin Manocchi e Graziadio Frisotti, insieme a Michiel Pizzoni e Luigi Massa, che formarono la prima commissione affidata al pubblico ornato istituita in quell’anno. La scelta di Manocchi non era casuale: egli era già in quegli anni una delle figure tecniche e civiche di riferimento a Mestre, definito dal Barcella nella sua cronaca «uomo di molta esperienza nel maneggio dei pubblici affari». La sua nomina testimoniava il riconoscimento delle sue qualità anche al di là dell’ambito strettamente tecnico. La soppressione napoleonica non colpì soltanto l’Ospedale dei Battuti, ma investì in modo sistematico il patrimonio ecclesiastico e assistenziale di tutta la terraferma veneziana. A Mestre, dove pure sorgeva l’Abbazia di San Giacomo (nell’area poi occupata dall’Ospedale Umberto I), le conseguenze furono profonde: edifici, terreni e rendite passarono di mano, le funzioni assistenziali vennero ridistribuite, e la fisionomia stessa del centro urbano ne risultò modificata. Galleria Immagini Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti (Anna Motterle) L’Antico Hospitale dei Battuti oggi è una casa di riposo e nacque nel XIV secolo quale Hospitale per orfani e poveri Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti e la targa che ricorda la donazione di Mabilia del 1314 (Anna Motterle) Targa che ricorda la donazione di Mabilia, nel 1314, posta nell’Antica Scuola La Scala della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La Maria dei Battuti sulla facciata della scuola Un’edicola dei Battuti sita in Calle del Sale Scuola dei Battuti, Laurentianum, oggi. Vista da via Poerio L’ingresso della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La scoletta dei Battuti negli anni sessanta Bibliografia La scuola e l’ospedale di Santa Maria dei Battuti di Mestre dalle Origini al 1520 (Alessandra Checchin, Centro Studi Storici di Mestre). Boerio, Giuseppe. Dizionario del dialetto veneziano, Venezia, 1829 (voce «Mariegola»). Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Barcella, Cronaca di Mestre, 1975, p. 19. Crouzet-Pavan, Élisabeth. Venezia trionfante: gli orizzonti di un mito, Torino, Einaudi, 2004. Marangon, Paolo. Mestre medievale: dalla dipendenza trevigiana alla conquista veneziana, Venezia, 1998. Archivio di Stato di Venezia, fondi relativi alle Scuole dei Battuti (secc. XIII-XIX). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre 14 Gennaio 2026

Il Castelvecchio di Mestre

Il Castelvecchio di Mestre: la fortezza trevisana sul Marzenego | Discovery Mestre Il Castelvecchio di Mestre La fortezza trevisana sul Marzenego Una fortezza nell’acqua Nell’area oggi occupata dall’ex Ospedale Umberto I e dalle strade intorno ai Quattro Cantoni sorgeva, nel Medioevo, la struttura difensiva più antica di Mestre: il Castelvecchio. Non era un castello nel senso più comune del termine, con torri alte e mura a picco su una collina. Era qualcosa di più insidioso e di più intimo con il territorio: una fortezza d’acqua, circondata su quasi tutti i lati dalla biforcazione del Marzenego, costruita su un promontorio naturale che il fiume stesso aveva disegnato secoli prima che qualcuno pensasse di difenderlo. La sua forma, ricostruita da Gabriele Rossi-Osmida attraverso il catasto settecentesco dei Canonici di San Salvatore e la cartografia storica, era quella di un settore circolare con il vertice rivolto a ovest. Si divideva in due porzioni: una a ovest, di forma pressoché triangolare, e una a est, subcircolare, circondata quasi completamente da un fossato in cui confluivano le acque dei due rami del Marzenego. Un piccolo passaggio di terra a nord-ovest metteva in comunicazione i due settori. Tutta la zona era attraversata da una rete fitta di canali con piccole torri di controllo, ancora visibili nel XVI secolo. La strada che immetteva nel castello, chiamata semplicemente «strada del castello», corrispondeva all’attuale Via Torre Belfredo; i fossati che la fiancheggiavano erano detti «Scoli del Terraggio» o «Fosse del Terraggio». La carta di Augusto Denaix del 1809-1811, conservata all’Archivio del Magistrato alle Acque di Venezia, rileva ancora con chiarezza la traccia del perimetro ovale del Castelvecchio attestato sul ramo nord del Marzenego. Dentro quel perimetro, nell’area dove il castello era sorto, un edificio era ancora in piedi quando Denaix disegnò la sua mappa. Oggi, nel sottosuolo di quell’area, sono ancora visibili i resti del ponte in pietra che immetteva nel cuore dell’antico castrum. Il manso regale e le origini imperiali Le radici del Castelvecchio affondano nella storia della Marca trevigiana in epoca carolingia e ottoniana, quando il controllo del territorio passava attraverso la concessione di «mansi regales», appezzamenti di confine assegnati dall’imperatore a milites fidati con l’obbligo di presidiarli giorno e notte. Il 13 novembre 994, Ottone III dona a Rambaldo, conte di Collalto, un «mansum regalem inter Mestre et Paureliano et Brentulo». I toponimi coevi «Cautanae» e «Cautus Mistrinus» attestano una struttura di controllo e riscossione fiscale già attiva: «Cautus», spiega Rossi-Osmida citando il Forcellini, significa «tutus, munitus, sicuro, difeso». Una donazione analoga dell’1079 chiarisce la natura militare di questi possessi: il beneficiario deve essere pronto «dies et noctes ad omne servitium nostrum». Non è un semplice latifondo: è una zona di confine armata, il prototipo del castello di Mestre. Nel 1095 Enrico IV si trattiene in Mestre per rogare in favore del monastero di San Zaccaria, prova che il luogo era già attrezzato per accogliere una corte imperiale. Il Castrum de Mestre: il primo documento Il 15 giugno 1117 compare per la prima volta in un documento scritto l’espressione «Castrum de Mestre». Ansedisio e Vidoto di Collalto, figli di Rambaldo, cedono all’abate di San Ilario la località «ad Portum» fino alla «ripam Mestre», escludendo esplicitamente il castrum, specificato come edificato e ordinato previo assenso imperiale. Il castello è già una realtà distinta dalla «ripam Mestre» e dal porto: tre entità separate, ciascuna con le proprie pertinenze. Negli anni successivi il castrum viene alienato al Vescovo di Treviso. Con bolla del 3 maggio 1152, papa Eugenio III riconosce a Bonifacio vescovo il possesso «de Mestre, cum castro, portu, curte, et pertinentiis suis». Il vescovo diventa signore incontrastato del castello per più di un secolo, come confermano le bolle successive di Anastasio IV, Adriano IV, Lucio III e Urbano III. Il 23 febbraio 1211, il Vescovo Tisone prova la sua piena signoria nel castello per testimonianza del notaio Giovanni da Mestre: nel documento è definito «dominus, dux, comes, marchio omnium terrarum, villarum, castellorum et burgorum ad Episcopatum pertinentium». Il castello di Mestre è parte del feudo episcopale trevisano. Ezzelino, l’incendio e la resistenza La signoria vescovile è interrotta dall’avanzata di Ezzelino da Romano. Il cronista Verci e Rolandino descrivono l’esercito ezzeliniano, composto di oltre duemila pedoni oltre la cavalleria, che «Andò primieramente pel Mestrino abbruciando e saccheggiando ogni cosa» prima di porre l’assedio a Noale. Ezzelino fa costruire in Mestre due fortezze con fosse e steccati. Nel giugno del 1256 i Crocesegnati guidati da Tiro da Camposampiero liberano Mestre e la restituiscono al vescovo, con condizioni precise: il castello deve tornare integro, i redditi dei beni episcopali restano del Comune sino alla fine delle ostilità, la giustizia civile è amministrata dal Comune. Nel 1274, non nel 1273 come scrive per errore il Barcella, un violento incendio distrugge il castello quasi totalmente. Le fonti si dividono sulle cause: alcuni sostennero che fossero stati i Veneziani, che mal sopportavano quella fortezza agli estremi limiti dei propri confini; altri che del castello non rimase che misera cenere. La disputa non si chiude mai definitivamente. L’esistenza di due fortezze a Mestre utilizzate contemporaneamente è provata dal fatto che Francesco da Carrara per porre fine alla Guerra di Chioggia (1378-1381) pone come condizione la cessione «del nuovo e del vecchio castello». Da qui alcuni fanno derivare i due soprannomi, legati alla famiglia Da Carrara, tutt’oggi in uso. I frati di San Salvatore e la seconda vita del castello Il 13 agosto 1453, il doge Francesco Foscari fa rogare dal podestà Bartolomeo Pisani un documento che trasferisce ai frati di San Salvatore, Canonici Regolari, le rovine del vecchio castello, definito testualmente «Castellum Vetus inhabitatum». Non era un gesto di generosità disinteressata: il castello in rovina non serviva più militarmente e il monastero di San Salvatore a Venezia cercava da tempo un insediamento in terraferma. Il documento è conservato all’Archivio di Stato di Venezia, Monastero di S. Salvatore, B. 14, doc. 4. Tra il 1468 e il 1470 i Canonici Regolari si insediano nell’area, erigendo una foresteria, una casa dominicale e un oratorio dedicato a San Giacomo di Castelvecchio. I terreni circostanti sono dati a livello; i frati abitano la casa costruita sulle rovine e con le rovine dell’antico castello. Nel 1469 il doge invia ducali al podestà Girolamo Marcello perché le donne smettano di condurre i panni al Marzenego sul ponte che andava dalla porta del Castelvecchio al luogo «ad follandum»: le ducali confermano che il ponte di legno era già in funzione e che il traffico intorno all’area era intenso. Nel XVI secolo, dentro il perimetro del vecchio castrum, erano ancora visibili una torre, parte delle mura disposte a rettangolo e la porta principale con il ponte. Due visite pastorali, nel 1769 e nel 1791, documentano l’oratorio di San Giacomo: un unico altare, usato esclusivamente dai Canonici e dai loro famigli, con sull’altare una teca in cristallo montata in oro contenente una reliquia ossea di San Giacomo. Nel corso del Seicento i Canonici acquistano progressivamente tutto il terreno in cui sorgeva il Castelvecchio, diventandone unici proprietari. Il ponte di pietra e la lapide Nel XVIII secolo i Canonici Regolari sostituiscono il vecchio ponte di legno con uno in pietra. Sul nuovo ponte fanno incidere una lapide latina che il Barcella nel 1839 riporta ancora leggibile: PONTEM HUNC ARCIS VETERIS / CAN.RUM REG.M RERUMO. SUARUM / TRANSITU / DE LIGNO PRIMUM EXTRUCTUM / DEINDE SUMPTU NON MEDIOCRI PLURIES REFECTUM / DEMUM DOMUS EMOLUMENTO MAXIMO / PERPETUOQUE CONSULENTES / CAN.CI REG.RES LAPIDEUM / F. C. / MDCCLII «Questo ponte dell’antica rocca, costruito dapprima in legno per il transito dei Canonici Regolari e delle loro cose, poi più volte rifatto con spesa non indifferente, infine i Canonici Regolari, avendo riguardo al massimo vantaggio della casa e per il futuro, lo fecero eseguire in pietra. 1752.» La fine: Napoleone e l’interramento Nel 1697 e nel 1698 il Marzenego si ingrossa notevolmente, inondando i prati di Castelvecchio con un danno di circa 60 ducati per il monastero. Il colpo definitivo al complesso lo dà Napoleone: nel 1810 i beni di Castelvecchio vengono incamerati dal Governo Napoleonico. Al posto della foresteria dei Canonici di San Salvatore sorge l’Ospedale Civile Umberto I. Viene interrato il Ramo delle Muneghe nel tratto da Via Circonvallazione a poco dopo Via del Sale. L’attuale Via Torre Belfredo conserva nel nome il ricordo dell’antica torre del castrum. Nell’area oggi occupata dall’ex ospedale, sotto l’asfalto e le fondazioni degli edifici moderni, sono ancora visibili i resti del ponte in pietra che immetteva nel cuore dell’antico castrum: l’ultimo segmento fisico di una struttura che aveva resistito per quasi settecento anni alle alluvioni, agli incendi, alle guerre e alle soppressioni napoleoniche. Galleria immagini La Terra di Mestre in una mappa del Sec. XVIII Savi ed Esecutori delle Acque, Catastico n° 2897 (1781) Carta di Augusto Denaix del 1809-1811 Il Ponte del Castelvecchio ad inizio Novecento Il ponte del Castelvecchio oggi Fonti Gabriele Rossi-Osmida, «Il primo Castello di Mestre», in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno 6-7 dicembre 1969, Centro di Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13. ASV, Monastero di S. Salvatore, B. 14, doc. I (1117, 15 giugno); doc. IV (1453, 13 agosto); doc. VII (1468, 28 aprile). Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre, Venezia, 1839. Augusto Denaix, Carta topografica idrografica militare, Pianta particolare di Mestre, 1809-1811, ASV. Giovanni Netto, «Il territorio dipendente dal Castello di Mestre nel passaggio dal Comune di Treviso alla Repubblica di Venezia», Quaderno n. 13, Centro di Studi Storici di Mestre, 1969. Sbrogiò, Marco. I Castelli di Mestre e l’antica Struttura urbana. Gusso, Adriana. Mestre – Le radici di identità di una Città. Cosmai, Franca; Barizza, Sergio (a cura di). Mestre la storia, le fonti. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre 14 Gennaio 2026

Corte Legrenzi: da Stallo per i cavalli a luogo di ritrovo

Corte Legrenzi | Discovery Mestre Corte Legrenzi Da Stallo Campesan a luogo di ritrovo con atmosfera veneziana Da Stallo Campesan a Corte Legrenzi Uno dei luoghi più belli e caratteristici di Mestre nasce lì dove un tempo vi era lo Stallo Campesan. A vederla oggi non sembrerebbe possibile immaginare che qui la ditta di Filippo Campesan accogliesse i mezzi dei visitatori diretti a Mestre: cavalli e carrozze prima, automobili poi. Certo era un’altra Mestre: non vi erano Piazzale Donatori di Sangue né l’M9 district, bensì rispettivamente Piazzale Regina Margherita e la Caserma Matter. Mestre stava cercando di diventare una città il cui centro si stava allargando verso Villa Erizzo, e fu probabilmente anche per questo che lo Stallo venne trasferito in Via Dante negli anni Trenta del Novecento. Oggi Calle e Corte Legrenzi sono diventate nel tempo uno dei posti di ritrovo preferiti dai mestrini. In fin dei conti questa Corte è stata pensata per essere un luogo ideale per passare una serata in compagnia e sperimentare un’atmosfera “veneziana”, assumendo persino la forma di una corte veneziana con tanto di pozzo al suo centro. Il glicine che accoglie gli avventori del Va’ Pensiero sembra disegnato da un pittore. I locali ospitati da questo piccolo angolo di paradiso sono fra i più frequentati della città, capaci di offrire menù, vini e birre di ottima qualità. Il 18 giugno 2021 al centro della Corte, vicino al pozzo, è stata posta la scultura “X Square”, nuovo progetto di Michele Tombolini e primo intervento in città della galleria Cris Contini Contemporary. Galleria Immagini Corte Legrenzi, immagine di archivio Ditta Campesan trasferita in Via Dante La Corte vista dalla Calle Legrenzi Un locale in Corte Legrenzi L’installazione X Square di Michele Tombolini in Corte Legrenzi Pubblicità della Ditta Filippo Campesan La porta che si apre sull’M9 district da Corte Legrenzi Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre 14 Gennaio 2026

Il mito di Ercole a Mestre: “Ercole e il Leone di Nemea” a Villa Querini

Statua di Ercole a Villa Querini | Discovery Mestre Statua di Ercole a Villa Querini La leonté del Leone di Nemea e il mito di Ercole La statua di Ercole a Villa Querini A Villa Querini è presente una statua raffigurante Ercole, posta esattamente sopra una delle due colonne di ingresso della Villa. Ercole è rappresentato mentre indossa la pelle del Leone di Nemea: è in piedi, tiene la pelle del leone come una veste attorno al bacino e sulle spalle, mentre la testa appare poggiata sul fianco sinistro. Tale pelle di leone prese il nome di leonté e rese Ercole invincibile. Da notare che sulla spalla destra tiene la clava con cui lo aveva ucciso. Il mito del Leone di Nemea Il leone apparteneva a Era, che lo aveva cresciuto sulle colline attorno alla città di Nemea, luogo dove terrorizzava e assaliva la gente. Fu cacciato e ucciso da Eracle, che, giunto nei pressi della sua dimora, cercò invano di trafiggerlo con arco e frecce: avendo la pelliccia invulnerabile, il leone non subì ferite. Eracle lo aggredì allora a colpi di clava e, per difendersi, il leone fuggì in una caverna con due uscite; Eracle ne bloccò una e continuò ad assalirlo dall’altra. Intrappolato, fu raggiunto e stretto al collo con un braccio fino a essere soffocato a morte. Eracle poi se lo caricò sulle spalle e lo portò a Cleone. In seguito scuoiò il leone e ne indossò la pelliccia, ottenendo una difesa invincibile per le nuove imprese che avrebbe affrontato. Il Leone Nemeo fu posto da Zeus tra i segni dello zodiaco, dove formò la costellazione del Leone. Galleria Immagini Ercole indossa la leonté — statua di Girolamo Albanese a Villa Querini Antonio del Pollaiolo – Ercole e l’Idra (Ercole indossa la leonté) Bibliografia Parte di quanto riportato deriva dall’omonima pagina di Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre 14 Gennaio 2026

I Toniolo quando i costruttori incontrano la cultura

La famiglia Toniolo | Discovery Mestre La famiglia Toniolo Quando i costruttori incontrano la cultura La famiglia Toniolo a Mestre Il capostipite della famiglia Toniolo fu Antonio, il quale prima di diventare imprenditore edile era un semplice capomastro. Fu lui a porre le due lapidi commemorative su Palazzo Da Re. Nel 1899 Antonio ebbe l’intuizione di far erigere un nuovo macello più distante dal futuro ospedale e da Piazza Maggiore. Il progetto, affidato all’architetto Giovanni Fantinato, fu realizzato in collaborazione con Cadel e inaugurato nel 1907. Nel 1909 gli fu affidata anche la realizzazione del primo gasometro cittadino. Figli di Antonio furono Domenico (1878–1961), Marco e Giovanni Toniolo, i quali non si limitarono a costruire edifici per fare cassa, ma realizzarono opere che tutt’oggi sono fra le più belle e pregiate di Mestre. Gli interventi dei Toniolo in Piazza Maggiore I Toniolo, assieme ad Arcangelo Vivit, Vittorio Furlan e Pietro Barbaro, ridisegnarono la piazza di Mestre proiettando la città verso un futuro migliore — sperato, perché il Conte Volpi di Misurata aveva altri progetti per Mestre, e non certo gloriosi. I tre fratelli Toniolo acquistarono un terreno di proprietà dei Conti Bianchini che andava dai Sabbioni — area posta di fronte a Villa Querini — ed era attraversato da Via Castelvecchio, successivamente suddivisa in Via Castelvecchio, Via Antonio da Mestre e Via Ospedale, fino a raggiungere Piazza Umberto I nel 1911. Su tale terreno realizzarono i loro villini di qualità, alti due o tre piani. Oggi di questi villini restano quelli presenti in Via Nazario Sauro e Via Fabio Filzi — all’epoca chiamata Passeggiata Toniolo — e le due ville all’inizio e alla fine di Via XX Settembre. Il vero capolavoro di questa famiglia furono tuttavia la Galleria Vittorio Emanuele e il Teatro Toniolo, nell’area allora denominata Corte dei Fanti perché vi era un ristoro per carrozze. L’ingegner Giorgio Francesconi realizzò due palazzi gemelli su cui fu poggiata una splendida galleria in stile Liberty in vetro — la seconda realizzata in questo stile in Italia dopo la Galleria Vittorio Emanuele di Milano. Nei palazzi trovarono ospitalità negozi e appartamenti di lusso. La galleria avrebbe condotto l’avventore verso una nuova piazzetta, poi intitolata all’eroe risorgimentale Cesare Battisti, sulla quale si sarebbe affacciato il Teatro fortemente voluto da Giovanni Toniolo. Il Teatro prese il nome dalla famiglia, sebbene all’inizio si fosse pensato di intitolarlo alla Regina Elena. I Toniolo intervennero anche nell’urbanistica circostante, realizzando — oltre alla piccola piazza antistante il teatro — una via che avrebbe sostituito la calle dei Fanti con una strada lastricata in trachite e due marciapiedi, collegando teatro e galleria a Piazza Umberto I. Il Teatro Toniolo fu inaugurato il 30 agosto 1913 con una rappresentazione del Rigoletto. Poco dopo i Toniolo ottennero anche il permesso di costruire la loro villa in Riviera XX Settembre, sempre in stile Liberty. L’edificio è ancora esistente e oggi ospita Banca Fideuram. Da Via Rosa a Via Piave La facciata principale della galleria guardava sul Ramo delle Muneghe, che all’epoca era completamente a cielo aperto, ed era posta dall’altro lato di Via Rosa rispetto a Villa Erizzo. Per migliorare la visuale e la viabilità dei nuovi avventori della galleria, i Toniolo ottennero di far interrare cinquanta metri del Marzenego precedenti al Ponte della Campana nel 1910, a proprie spese. L’intervento fu realizzato dall’ingegner Giuseppe Pasquali, che qualche anno prima, su mandato di Cesare Cecchini, aveva interrato i primi duecento metri del Canal Salso vicini a Piazza Barche. Dopo aver interrato un tratto del Ramo delle Muneghe, i Toniolo si rivolsero all’area occupata dall’Osteria alla Rosa e al piccolo borgo che conduceva dalla Galleria a Villa Erizzo. Su progetto dell’ingegner Francesconi fecero erigere un palazzo di importanti dimensioni al posto dell’osteria e modificarono la viabilità e la sistemazione dell’area circostante, che avrebbe poi ospitato l’UPIM. Il progetto dei Toniolo era sempre più ambizioso: dopo aver creato una nuova area culturale e ludica vicino al teatro, mirava ad arrivare verso la villa del De Rosa Luraghi. Il nuovo edificio realizzato fra Via Rosa e la futura Via Verdi ospitò prima il Cinema Eden e poi l’UPIM. Oggi vi ha sede la Banca Popolare di Verona. I Toniolo realizzarono anche case simili a quelle di Via Castelvecchio che costeggiavano Via Rosa fino a Piazzale Regina Margherita. Per farlo, ottennero di far innalzare il livello del terreno, soggetto ad allagamenti. La famiglia Toniolo costruì anche in altre zone della città. Ne sono esempio alcuni edifici in Piazza XI Febbraio lungo Via Piave, realizzati attorno alla vecchia chiesa della Madonna di Lourdes, costruita nel 1924 proprio grazie a un intervento di Domenico Toniolo. La chiesa fu distrutta dai bombardamenti nel 1944 e sostituita dalla Chiesa di Santa Maria Immacolata di Lourdes. I discendenti Toniolo Oggi alcuni discendenti dei Toniolo sono proprietari dell’Hotel Elite presso Via Forte Marghera, costruito lì dove i Toniolo avevano un cantiere. Di recente l’hotel è stato ammodernato con un nuovo edificio realizzato su progetto dell’architetto Luca Battistella. Galleria Immagini Il Teatro Toniolo Battaglia del Grano. Affluenza a un comizio (anni ’30) Via Fabio Filzi nel 1920, dove i Toniolo costruirono alcune ville Via Nazario Sauro nel 1930, dove i Toniolo costruirono alcune ville La “porta” del Teatro Toniolo dalla Galleria Barcella Il Trionfo di Apollo al Teatro Toniolo di Alessandro Pomi La Villa Toniolo, oggi Banca Fideuram L’edificio realizzato fra Via Rosa e Via Verdi dai Toniolo, che ospitò l’UPIM Chiesa Santa Maria di Lourdes, distrutta durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale Galleria Matteotti negli anni ’10 Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre 14 Gennaio 2026

Il primo porto di Mestre: Cavergnago

Il Porto di Cavergnago | Discovery Mestre Il Porto di Cavergnago Il primo porto di Mestre Il «Flumen de Mestre» e il centro economico mestrino «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di Canale di San Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» (Luigi Brunello, Mestre – Il porto, il castello, 1971) Bonaventura Barcella, nella sua opera Notizie storiche del Castello di Mestre, descrive come Treviso e Venezia avessero creato una rete di porti finalizzata al controllo dei traffici di merci. Questi scali erano collocati sia all’interno della laguna di Venezia sia lungo i fiumi che vi confluivano. Si trattava di approdi intermodali, dove le merci venivano trasbordate dalle barche alle carrozze o ad altre imbarcazioni per proseguire il viaggio. Poiché Treviso e Venezia erano governate da entità politiche distinte, il transito delle merci era soggetto al pagamento di una muda, una tassa riscossa dal mudaro incaricato. Il Porto di Cavergnago si sviluppò sotto la signoria trevisana, in quanto il territorio mestrino apparteneva al distretto di Treviso. Esso rivestì un ruolo fondamentale per l’economia locale, poiché si affacciava direttamente sulla laguna di Venezia, consentendo un collegamento agevole con la Via Annia e con le principali vie di terra dell’epoca: la Trevisana (l’antico Terraglio), la Padovana (lungo la Riviera del Brenta) e la Castellana. Secondo la tradizione storiografica locale, un tempo il Marzenego, noto anche come Flumen de Mestre, aveva un alveo (o un ramo) che si prolungava verso l’area dell’attuale Canale di Cannaregio. La navigazione verso Venezia rimase possibile anche dopo le trasformazioni della laguna, con la foce del fiume situata nelle vicinanze di Campalto. Si ipotizza inoltre che il Castelvecchio fosse stato eretto anche per difendere le vie di accesso provenienti dall’entroterra, attraverso queste principali arterie, verso il Porto di Cavergnago. La localizzazione e i traffici (IX–XIV secolo) Il Porto di Cavergnago cominciò probabilmente a essere frequentato fin dal IX secolo: il nome «Caverniacus» compare già in documenti dell’epoca di Ottone III. A tanti secoli di distanza dalla sua scomparsa è impossibile individuarne l’esatta ubicazione puntuale, ma come tutti gli scali commerciali non lo si può pensare concentrato in una determinata località: si sviluppava lungo le rive del Marzenego nella zona compresa in un rettangolo i cui lati approssimativamente potevano essere da una parte le attuali Via Colombo e Via Triestina, dall’altra Via Marghera e Via Bissuola. Ormai nelle recenti mappe e anche in quelle più antiche non è possibile individuare niente: non c’è che il nome alla sinistra del Marzenego, lo stesso nome che con dicitura inesatta è stato dato alla strada che collega Bissuola alla Statale Triestina: Cavergnaghi. Per molto tempo, dal IX secolo e forse anche prima, fino oltre il 1362, a questa località e a questo porto venne convogliato quasi tutto il traffico commerciale diretto da Venezia alla Terraferma, e qui si davano convegno i mercanti delle città della pianura padana e dei paesi d’oltralpe. Il Filiasi nelle Memorie storiche dei Veneti primi e secondi lo descrive come un luogo dove «fondachi e magazzini e grande negozio facevano co’ Trevigiani ed altri popoli del continente», con le «Cavane» dove si fermavano i navigli veneziani: il termine veneto cavana indica un luogo sicuro dove raccogliere le barche. Il rione di S. Maria della Salute si chiamava anticamente Borgo dei Tedeschi perché ivi avevano alloggi e depositi i mercanti germanici che frequentavano Cavergnago. Non lontano dal porto confluivano tre importanti strade: il Terraglio, la Castellana e la Padovana. Il Castello di Mestre aveva una porta rivolta a levante, detta porta di Altino o dei Mulini, che comunicava direttamente con il porto tramite quella che è oggi Via Caneve, la vecchia strada comunale di Bissuola segnata nelle antiche mappe con il nome di «Strada di Urlando». Una mappa datata 5 maggio 1694, conservata all’Archivio di Stato di Venezia, disegnata da Domenico Bocchetti Proto ordinario del Magistrato delle Rason Vecchie, indica le vie che univano Mestre a Carpenedo, Favaro e Bissuola. Lungo il percorso verso Bissuola si leggono annotazioni relative a due fosse in corrispondenza di un antico ponte distrutto, già citate dal Filiasi come «Cavane» sul lato sinistro del Marzenego. La prossimità del Porto di Cavergnago alla via consolare romana Annia è un elemento di grande rilievo storico-archeologico. La via Annia è riportata nelle cartografie moderne con il nome di «strada di Orlando» ed è oggetto di un progetto di legge per la sua valorizzazione. All’altezza dell’attuale Via del Miglio si diparte in direzione sudovest un percorso singolarmente rettilineo che punta verso l’area del paleoalveo del Marzenego, ancora leggibile nelle cartografie storiche. Nell’area sono stati rinvenuti resti di una strada pavimentata in trachite e reperti archeologici nel sito denominato «villa Crusca» in località Bissuola, testimonianze di un insediamento antico che precede lo stesso porto medievale. Il porto di Cavergnago nel periodo trevisano «Mestre, luogo di gran traffico, di grande concorso era nei secoli VIII, IX e X a cagione di un porto vicino, nel quale i Veneziani avevano ottenuto di fabbricare alcune proprie mansioni, di mantenere un gastaldo ducale per le faccende mercantili, e fruire perfino in parte dei diritti e dei dazi colà riscossi, sebbene non altro pagassero che quattro bisanti d’oro, ovvero due lire di denari venete, al Vescovo di Treviso, padrone dei luoghi.» (Paoletti, Il Fiore di Venezia, Venezia 1837, vol. I) Nel 905 Berengario, re d’Italia, con un diploma concesse al vescovo di Treviso Adalberto il diritto di riscuotere dazi e mude «sulla Dogana di Trevigi di dentro e di fuori, e per esteso per tutto il distretto del quale faceva parte Mestre». Il vescovo riconobbe al re due porzioni della dogana. Questo privilegio fu successivamente confermato dall’imperatore Ottone III nel 991 e nel 996 al vescovo Rozzone Calza. Il vescovo Rozzone Calza (969–1002) intervenne per disciplinare il possesso dell’area di Cavergnago e i rapporti con i vicini veneziani. Nel documento di fondazione dell’abbazia benedettina di Santa Maria di Mogliano del 997, Rozzone concedeva all’abate Vitale, tra l’altro, la proprietà della corte di Cavergnago. Questa donazione fu in seguito confermata da Rambaldo II e dallo stesso imperatore Ottone III. Nel 1074 l’abbazia fu trasformata in monastero e la titolarità sul porto passò alla badessa. Per quanto riguarda i rapporti tra Venezia e Treviso sul controllo del porto, l’imperatore Ottone III, con un documento del 1001, autorizò il vescovo di Treviso a concedere al doge Pietro Orseolo II il privilegio di utilizzare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. Già in precedenza, lo stesso Rozzone si era accordato con il doge Pietro I Orseolo per assegnare ai veneziani il possesso di tre magazzini e il diritto di riscuotere un terzo delle gabelle e dei dazi, eccetto quelli dovuti dai sudditi imperiali. Il 3 maggio 1152 papa Eugenio III, con la bolla Justis fratrum, riconobbe al vescovo di Treviso Bonifacio la proprietà del castello, del porto e del borgo, confermando di fatto il privilegio dei veneziani sul porto. Secondo Giambattista Verci nella Historia degli Eccelini, nel 1173 scoppiò una disputa tra il signore di Caurignago (Cavergnago), Almerico Buz, e il vescovo di Treviso Ulderico III (1157–1179). Ezzelino da Romano, giudice del contenzioso, il 16 febbraio 1173 assolse il vescovo dalle pretese di Almerico relative alle mude e alle gabelle di Caurignago, dichiarando che tali diritti spettavano interamente al vescovado. Assolse invece Almerico dall’obbligo di restituire il borgo al vescovo e gli concesse di edificarvi case «a suo talento». Gli impose tuttavia di non impedire al vescovo la riscossione delle gabelle, di lasciare libero il transito a passeggeri e naviganti e di non deviare il corso del fiume Marzenego. Una vertenza del 1173 tra il Vescovo di Treviso ed un certo Almerico Buz stabilisce formalmente che il Teloneo e la Muta dei mercanti e delle navi si trovavano a Cavergnago «inferius prope flumen de Mestre, usque ad aquam salsam»: il porto era dunque posizionato lungo il Marzenego fino all’acqua salata, cioè fino alla laguna. La conquista veneziana e il declino del porto Treviso non fu mai un vicino facile per Venezia, anche a causa dei frequenti cambiamenti di governo che caratterizzavano la città. Controllare Treviso significava per i nuovi signori poter dominare il territorio mestrino, con gravi rischi per l’economia e la sicurezza della Serenissima. Gli ultimi signori di Treviso che ebbero il controllo di Mestre furono i veronesi Della Scala, i quali nel 1317 insediarono mercenari tedeschi a difesa del Castelnuovo di Mestre. Questo mutamento di regime spinse Venezia a intervenire. Dopo un primo tentativo fallito, il 29 settembre 1337 il capitano veneziano Andrea Morosini corruppe i 400 mercenari tedeschi che difendevano il castello, ottenendo l’ingresso dopo l’uccisione del capitano trevisano. Pochi anni più tardi Venezia conquistò definitivamente anche Treviso. Una volta entrata a far parte del dominio veneziano, Mestre fu oggetto di importanti trasformazioni. Padroni del territorio alle spalle della Laguna fin dal 1341, i Veneziani avevano già deciso la costruzione di un gran canale che collegasse Mestre con Marghera: era quest’ultimo un centro abitato sorto lungo le rive del Marzenego dove c’erano una chiesa, delle case, un’osteria ed un albergo. L’intervento più significativo fu la realizzazione della Fossa Gradeniga, avviata con Ducale del 12 aprile 1362, utilizzando quanto rimaneva dell’antico alveo del Musone. Questo canale, detto anche Canal Salso o Canale di Mestre, partiva poco distante dal Borgo di San Lorenzo e sfociava in laguna nei pressi del Canale di San Secondo. Dal 1362 tutto il movimento delle merci che prima si svolgeva attraverso il porto di Cavergnago avvenne lungo il nuovo canale, trovando Mestre come punto di confluenza delle più importanti vie di comunicazione che portavano alle città dell’entroterra. L’epicentro delle vie di comunicazione si spostò e si avvicinò maggiormente al Borgo di S. Lorenzo, che ormai per tutti i secoli seguenti avrebbe costituito il più importante nodo di vie attraverso il quale si sarebbe mosso il commercio tra Venezia e la Terraferma. La nascita della Fossa Gradeniga segnò così l’inizio del declino del Porto di Cavergnago, che tuttavia mantenne una qualche attività residua fino al XV secolo, e favorì lo sviluppo del borgo di Mestre e la nascita di quella che sarebbe diventata nota come Piazza Barche. Le anse fossili del tracciato fluviale originario del Marzenego sono ancora oggi leggibili nell’area compresa tra Via Bissuola e il fiume Marzenego-Osellino. Questi paleoalvei, insieme ad altri tracciati fluviali oggi scomparsi, hanno probabilmente condizionato l’assetto storico del territorio e generato la caratteristica toponomastica locale (Bissagola, Bissa, Bissuola). L’assetto attuale è frutto delle grandi opere idrauliche della Repubblica Serenissima nel 1783-84: il «Taglio Nuovo» dell’Osellino fu ideato e realizzato dall’ingegnere Tomaso Scalfuroto, responsabile del Catastico, definito dai contemporanei «scrupoloso osservatore e risolutore dei problemi idraulici della terraferma fra Mestre e Treviso». Galleria Immagini La Villa di Cavergnago nel Catastico Scalfuroto del 1782 «Vista di Mestre» – Canaletto (ca 1744) Raccolta dei principali piani dei porti e rade del Mediterraneo — Joseph Roux, ed. Yves Gravier, Genova, 1804 Bibliografia Barcella, Bonaventura. Notizie storiche del Castello di Mestre, Centro Studi Storici. Brunello, Luigi. Il porto di Cavergnago, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 7-8, 1966-1967. Brunello, Luigi. Mestre – Il porto, il castello, Centro Studi Storici di Mestre, 1971. Filiasi, Giacomo. Memorie storiche de’ Veneti primi e secondi. Fapanni, Francesco Scipione. La Congregazione di Martellago, a cura di Danilo Zanlorenzi, Il Giardini. Paoletti, Pietro. Il Fiore di Venezia, Venezia, 1837. Verci, Giambattista. Historia degli Eccelini. Consorzio di Bonifica Acque Risorgive, Studio Altieri. Riqualificazione ambientale del basso corso del fiume Marzenego-Osellino. Rilevanza storico naturalistica e opportunità di intervento, settembre 2015. × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre 14 Gennaio 2026

Scoprire Venezia in bici

Ciclabile Mestre-Venezia | Discovery Mestre Ciclabile Mestre-Venezia Un percorso unico verso la laguna Un percorso unico verso Venezia Immagina di raggiungere Venezia pedalando attraverso un itinerario che unisce la terraferma alla laguna, immergendoti in paesaggi naturali e scorci mozzafiato. La pista ciclabile che collega Marghera a Venezia, ormai prossima al completamento, si candida a diventare una delle più affascinanti d’Europa, offrendo un’esperienza di slow travel per scoprire la Serenissima in modo originale. Inizio del percorso: da Mestre al Vega Il percorso ha inizio presso la stazione di Venezia Porto Marghera, raggiungibile tramite Via Ca’ Marcello. Proseguendo verso l’Hotel Alive e continuando lungo Via Paganello fino al termine, si incontra sulla destra la stazione Venezia Porto Marghera. Qui un sottopasso poco visibile conduce al Padiglione Antares del Vega. I primi due chilometri del tragitto attraversano una zona industriale e costeggiano una tangenziale, offrendo una visuale non particolarmente suggestiva. Dopo una curva, però, il paesaggio cambia radicalmente, immergendo il ciclista in un’oasi naturale tra acquitrini e boschi. Attraversando il Ponte della Libertà Il cuore dell’esperienza è il passaggio sul Ponte della Libertà, un tracciato di 3.850 metri che regala vedute spettacolari sulla laguna veneziana. La lentezza della bicicletta permette di apprezzare dettagli spesso trascurati da chi viaggia in auto, treno o tram. A destra si scorgono Porto Marghera e l’apertura della laguna verso Lido di Venezia, Pellestrina e Chioggia. A sinistra, oltre il ponte, emergono le isole abbandonate di San Giuliano e San Secondo, mentre lo sguardo si perde verso Murano, Sant’Erasmo e Cavallino Treporti, regalando un panorama che celebra la bellezza unica della laguna. Arrivo a Venezia: dove parcheggiare Una volta giunti a Venezia, la domanda sorge spontanea: dove lasciare la bicicletta? Il Bici Park di Venezia offre una soluzione comoda e sicura. Da qui il visitatore può scegliere di esplorare a piedi le calli della città, visitare un museo, ammirare una chiesa o gustare la cucina locale in un tipico bacaro veneziano. Per scoprire i migliori locali, la piattaforma 2night è una guida affidabile e completa. Bike sharing: un’alternativa per i turisti Se non si dispone di una bicicletta propria, il servizio di bikesharing Movi by Mobike è un’opzione accessibile e pratica. Le biciclette sono disponibili in numerosi punti della città con tariffe convenienti, rendendo l’esplorazione di Mestre e Venezia alla portata di tutti. Questo itinerario ciclabile rappresenta un’occasione unica per scoprire il fascino di Venezia e della sua terraferma in modo sostenibile e coinvolgente. Galleria Immagini La pista ciclabile da Mestre a Venezia che costeggia il Ponte della Libertà Lo spettacolo della laguna dalla ciclabile sul Ponte della Libertà La laguna vista dalla ciclabile sul Ponte della Libertà Una chiesetta vicino al Vega Il monumento che delimita l’inizio del Ponte della Libertà Monumento che ricorda il Forte di Sant’Antonio La laguna vista dalla pista ciclabile La laguna vista dalla pista ciclabile Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre 14 Gennaio 2026

L'”Ercole e Lica” di Villa Erizzo

L’Ercole e Lica di Villa Erizzo | Discovery Mestre L’Ercole e Lica di Villa Erizzo Le ultime tre statue di un maestoso giardino L’Ercole e Lica di Canova a Villa Erizzo A gennaio 2020, durante una visita a Villa Erizzo, scoprii che fra le tre statue presenti nel cortile interno vi era una riproduzione dell’Ercole e Lica di Antonio Canova. La scultura di Canova mi aveva impressionato quando, nell’estate precedente, visitai la Gypsoteca di Possagno, mentre l’opera originale si trova alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Pensare che una riproduzione del Canova sia lì, sola e misconosciuta, è davvero triste — e per questo ne chiedo la valorizzazione. Breve storia dell’opera originale L’opera fu commissionata da Onorato Gaetani dei principi d’Aragona nel marzo del 1795. Il gruppo marmoreo rappresenta una vicenda tratta dai poeti antichi: Ercole, impazzito dal dolore procuratogli dalla tunica intrisa del sangue avvelenato del centauro Nesso, scagliò in aria il giovanissimo Lica, che, ignaro, gliel’aveva consegnata su ordine di Deianira. Dopo varie vicissitudini, l’opera fu acquistata dal banchiere romano Giovanni Raimondo Torlonia nel 1800. Il gruppo marmoreo fu completato nel 1815, anno in cui fu posto dal proprietario in un’esedra del proprio palazzo, illuminato con luce zenitale. Eracle inviò Lica a Eraclea Trachinia affinché recuperasse una veste prodigiosa. Ebbe da Deianira la veste intrisa del sangue di Nesso, che la donna pensava fosse un potente filtro d’amore, come le aveva raccontato lo stesso Nesso morente; in realtà si trattava di un veleno molto potente. Deianira se ne accorse in ritardo, osservando la fine di una goccia caduta a terra, ma non riuscì ad avvertire in tempo Eracle del pericolo imminente. L’unguento di cui era intrisa la veste era avvelenato con il sangue del mostro Idra di Lerna. Dopo che Eracle ebbe indossato la veste, fu travolto da un dolore insopportabile, che lo accompagnò fino alla morte. Pensando che il giovane Lica lo avesse avvelenato, lo prese e lo scagliò giù dal promontorio. Ovidio narra una diversa fine di Lica: scagliato nel mare d’Eubea, fu tramutato in roccia. Una leggenda racconta invece che Lica si divise in mille pezzi, dando origine alle isole del mar Egeo. Galleria Fotografica La copia dell’Ercole e Lica di Canova presso Villa Erizzo L’Ercole e Lica di Canova — Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma Approfondimenti Villa Erizzo nel cuore di Mestre Villa Erizzo: il sacrificio di una grande realtà Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre Villa Erizzo: breve storia e architettura L’«Ercole e Lica» di Canova a Villa Erizzo? Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre 14 Gennaio 2026

Villa Erizzo: nel cuore di Mestre

Villa Erizzo nel cuore di Mestre | Discovery Mestre Villa Erizzo nel cuore di Mestre Una maestosa villa patrizia Gli Erizzo a Mestre Gli Erizzo furono una famiglia patrizia veneziana, originaria di Capodistria, giunta a Venezia tra il IX e il X secolo ed entrata nel patriziato veneziano a cavallo tra il XIII e il XIV secolo. Di umili origini, nell’arco della sua millenaria esistenza la famiglia diede alla Serenissima un Doge — Francesco Erizzo — e lasciò in eredità numerosi palazzi, borghi e località intitolati a loro. Una delle loro dimore più significative fu Villa Erizzo, eretta a Mestre. Villa Erizzo: com’era La villa fu realizzata tra il 1770 e il 1780 in un’area dove già esisteva una «casa dominicale». Come molte ville dell’epoca, era probabilmente accompagnata da case per i braccianti, stalle e una foresteria, mentre l’oratorio — tuttora esistente — era preesistente. La villa non fu collocata al centro dei possedimenti degli Erizzo a Mestre, ma fu eretta con la facciata principale rivolta verso l’ortaglia, l’attuale Piazza Donatori di Sangue, e collegata all’oratorio della Vergine Maria, costruito da un altro Erizzo, Andrea, nel 1686. Le stalle si trovavano dove oggi sorgono i palazzi di Via Querini, mentre la foresteria, presente nelle carte dell’epoca, era collegata alla villa mediante un corridoio. Il parco della villa si estendeva a nord fino all’area occupata oggi dall’ex palazzo della TIM e da quello delle Poste, includendo Piazza Donatori di Sangue, mentre a sud raggiungeva circa l’attuale stazione dei treni. A est era delimitato da Via Cappuccina e a ovest da Via Piave. Un parco immenso per una villa stupenda, documentata da Tommaso Scalfuroto in una mappa del 1781 e nel catasto napoleonico del 1809. L’oratorio della Vergine Madre di Dio La cappella della villa, antecedente alla sua costruzione, presenta un timpano ornato da tre statue e risale alla seconda metà del Seicento. Lo testimonia un’iscrizione interna in latino: «Deo deiparae Virgini Andrea Ericsson sacravit MDCLXXXVI» (Consacrato da Andrea Erizzo alla Vergine Madre di Dio, 1686). All’interno si trova una pala d’altare raffigurante una Madonna con ai piedi San Francesco e un santo che incatena il diavolo. Il Conte Giuseppe Bianchini, proprietario all’epoca, fece realizzare una targa commemorativa per ricordare la messa celebrata qui da Pio VI durante il suo soggiorno nella villa nel 1782, in occasione di un viaggio verso Vienna. L’ingresso della cappella, rivolto verso l’esterno, suggerisce che alcune funzioni religiose fossero aperte a un pubblico più ampio rispetto ai soli proprietari. La foresteria della villa Presente nelle mappe catastali sin dal 1809, la foresteria di Villa Erizzo era inizialmente collegata alla struttura principale da un corridoio, probabilmente demolito durante i lavori di ampliamento del 1950. Eretta nel cortile della villa, presenta un ingresso principale a nord con un portale ad arco sormontato da un timpano triangolare in pietra d’Istria e altri due ingressi laterali. L’edificio è stato modificato con ampliamenti successivi al passaggio di proprietà alla SADE. Il suo interno è stato completamente rinnovato dopo l’acquisto da parte del Conte Volpi e oggi ospita la VEZ Junior. L’ortaglia di Villa Erizzo Bianchini Secondo un sopralluogo degli ingegneri Orazio Monti e Angelo Castagna del 26 febbraio 1869, l’ortaglia — situata a due passi da Piazza Maggiore — comprendeva un prato con gelsi e viti, siepi di tulie, peri, peschi, ciliegi, un noselero e un salice. Questo terreno fu successivamente destinato alla realizzazione del Foro Boario. Le statue nel parco e l’Ercole e Lica di Canova Del vasto giardino della villa rimangono poche tracce delle numerose statue che lo ornavano. Ne sopravvivono tre, collocate attorno a un albero secolare al lato nord-ovest della foresteria, oggi VEZ Junior. Nel febbraio 2020 è stata identificata una di queste come riproduzione dell’Ercole e Lica di Antonio Canova, come segnalato alla biblioteca VEZ di Mestre. Galleria Fotografica Villa Erizzo–Bianchini — Bice sta per Beatrice Bianchini La Fiera di San Michele il 29 settembre 1919 nel Foro Boario Oratorio della Vergine Madre di Dio Parete dello scalone con trompe-l’œil di Urbani Le tre statue dell’antico parco Mappa dell’Ottocento con l’ortaglia di Villa Erizzo Approfondimenti Villa Erizzo nel cuore di Mestre Villa Erizzo: il sacrificio di una grande realtà Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre Villa Erizzo: breve storia e architettura L’«Ercole e Lica» di Canova a Villa Erizzo? Bibliografia Dal Fabbro, Valentina. VEZ — Una nuova biblioteca in città, Venezia Documenta, Settore Servizi Bibliotecari e Multimediali, Comune di Venezia. Ampliamento di Villa Erizzo — Relazione storica, RUP Loreto Silvia. Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre 16 Ottobre 2025

Forte Marghera tra Restaurazione e Unità (1849–1866)

Forte Marghera | Discovery Mestre Forte Marghera Da presidio austriaco a fortezza italiana Descrizione generale Forte Marghera, situato tra Mestre e la laguna di Venezia, rappresenta un pilastro della storia militare veneziana. Tra il 1849 e il 1866, dopo la caduta della Repubblica di San Marco, il forte fu al centro di una fase di ricostruzione e consolidamento sotto il dominio austriaco, per poi passare al Regno d’Italia con l’annessione del Veneto. Punto strategico per la difesa lagunare, fu il fulcro di un sistema di fortificazioni che combinava strutture militari e controllo idraulico, segnando la transizione verso il moderno Campo Trincerato di Mestre. La ricostruzione e il ritorno del presidio (1849–1850) Già all’indomani della resa veneziana, il Genio militare imperiale avviò lavori urgenti di bonifica e ripristino. I fossati vennero sgomberati dai detriti, i bastioni ricostruiti in terra battuta e rivestiti con nuove cortine di mattoni, mentre parte delle vecchie caserme fu recuperata per ospitare il presidio. Al posto delle baracche provvisorie vennero eretti nuovi edifici in muratura: polveriere, magazzini e alloggi per le truppe. Il forte tornò operativo nel 1850, presidiato da reparti di fanteria, artiglieria e genio provenienti da Vienna e Budapest. Il paesaggio circostante, devastato dall’assedio, fu trasformato. Le aree agricole tra Marghera, Campalto e San Giuliano furono sistematicamente disboscate per garantire un campo di tiro libero, mentre i canali e le chiaviche vennero regolati per controllare i livelli d’acqua nei fossati. Tutta la zona divenne un’area militare chiusa, con accessi sorvegliati e nuove strade di collegamento verso Mestre e la laguna. Un avamposto dell’Impero (1850–1859) Negli anni Cinquanta dell’Ottocento Forte Marghera divenne il centro del sistema difensivo austriaco nel Veneto. La guarnigione contava stabilmente diverse centinaia di uomini e fungeva da deposito logistico per armi e munizioni destinati alle altre piazzeforti lagunari. Il comando militare di Venezia fece installare nel forte una stazione di telegrafo ottico che collegava Marghera con il Lido, Sant’Andrea e Chioggia. Le strutture vennero aggiornate secondo le nuove teorie del «campo trincerato», già sperimentate a Vienna e Verona. Si costruirono terrapieni più larghi, piazzole d’artiglieria ribassate e postazioni semiinterrate, capaci di resistere meglio ai colpi dei moderni cannoni a rigatura. Nel contempo, vennero predisposti piccoli ridotti secondari e batterie esterne lungo la linea di Campalto e San Giuliano, per creare un sistema di difesa in profondità. Durante questo periodo Marghera visse una fase di relativa tranquillità, ma anche di crescente tensione. Il ricordo del 1848 restava vivo nella popolazione locale, e non mancavano episodi di diserzione o piccoli sabotaggi. Le autorità militari austriache reagirono imponendo controlli severi e limitando gli spostamenti tra Mestre e la laguna. Le nuove opere difensive austriache Tra il 1850 e il 1866, attorno a Forte Marghera sorse una rete di opere complementari — ridotte, batterie e postazioni — che costituivano i primi embrioni del futuro Campo Trincerato di Mestre. Tra le principali: Ridotta Rizzardi. Costruita intorno al 1850 sulle rovine delle opere repubblicane, sorgeva a ovest di Forte Marghera, lungo la via verso Mestre. Di forma trapezoidale e circondata da fossato, ospitava due piazzole d’artiglieria e serviva come avamposto avanzato per proteggere i ponti e gli accessi al Canal Salso. Forte Manin (o «Eua»). Eretto durante il periodo napoleonico e mantenuto dagli austriaci, si trovava nell’attuale area del Parco di San Giuliano. Funzionava come ridotto idraulico: controllava le chiuse e i canali che potevano essere aperti per allagare le campagne. La pianta quadrilatera e i fossati alimentati artificialmente ne facevano una struttura ibrida tra forte e opera idraulica. Batterie di Campalto e San Giuliano. Tra il 1852 e il 1858 furono costruite postazioni d’artiglieria leggere in terra e mattoni, disposte lungo la laguna. Dotate di cannoni da 12 e 18 libbre, garantivano un tiro incrociato con le bocche da fuoco di Forte Marghera. Ridotto di Carpenedo. Iniziato verso il 1859–1860, rappresenta l’antenato diretto dell’attuale Forte Carpenedo. Era una piccola fortificazione quadrangolare con fossato asciutto e casamatta centrale, costruita per controllare la strada verso Favaro e Treviso. Batteria Osellino e Batteria Cavarzere. La prima, situata lungo il Canale Osellino, serviva a proteggere i passaggi idraulici e i ponti di collegamento con la laguna. La seconda, più a sud, era una postazione provvisoria di sorveglianza contro eventuali movimenti di truppe via acqua. Nel loro insieme, queste opere trasformarono Marghera in un sistema difensivo articolato, capace di unire funzioni militari e idrauliche. Non si trattava ancora del campo trincerato completo che nascerà in epoca italiana, ma di un precursore funzionale che già rifletteva i principi moderni della difesa in profondità. Dal 1859 al 1866: crisi dell’Impero e anelito all’Italia Le guerre d’indipendenza italiane del 1859 e del 1866 segnarono il declino definitivo del dominio austriaco nel Veneto. Durante la Seconda guerra d’indipendenza l’Impero rafforzò ulteriormente le difese di Venezia, temendo un attacco piemontese o francese. A Marghera furono installate nuove artiglierie e vennero scavati ulteriori fossati di protezione. Tuttavia, il conflitto si concluse senza che il Veneto venisse ancora liberato. Nel frattempo, l’idea nazionale italiana si diffondeva anche tra gli stessi soldati veneti al servizio dell’Impero. Molti ufficiali guardavano con simpatia al Regno di Sardegna e alle vittorie di Garibaldi. A Mestre e nelle campagne circostanti, piccoli gruppi di patrioti mantenevano contatti clandestini con Venezia, in attesa del momento favorevole. L’annessione al Regno d’Italia (1866) Nel 1866 la Terza guerra d’indipendenza riportò la guerra nel Veneto. L’Austria, impegnata anche contro la Prussia, non poté difendere a lungo le sue posizioni. Dopo la sconfitta di Sadowa (3 luglio 1866) e il successivo armistizio, il Veneto venne ceduto alla Francia e, poco dopo, consegnato al Regno d’Italia. Le truppe austriache abbandonarono progressivamente i forti della laguna, compreso Forte Marghera, che passò ufficialmente sotto controllo italiano nell’ottobre del 1866. I nuovi ingegneri del Regio Esercito trovarono un’opera ancora solida e funzionale, ne riconobbero subito il valore strategico e decisero di farne il fulcro di un più ampio sistema di difesa: il futuro Campo Trincerato di Mestre. Con il tricolore che tornava a sventolare sui bastioni, Forte Marghera entrava in una nuova epoca: da presidio imperiale a fortezza italiana, simbolo della rinascita nazionale e base di un moderno progetto militare che avrebbe protetto Venezia fino al Novecento. Galleria Fotografica Edificio all’ingresso di Forte Marghera Ponte d’ingresso del forte Canali difensivi interni Mappa «Piano di Assedio Militare» — Ing. Martino Cellai, 1866 Casermette napoleoniche Bibliografia Archivio Storico Militare di Venezia. Documenti del Genio Militare Austriaco (1849–1866). Centro Studi Storici di Mestre. Il Campo Trincerato di Mestre: origini e sviluppo. Quaderni n. 8, 2010. AA.VV. Forte Marghera e la difesa della laguna veneziana. Marsilio, Venezia, 2002. Comune di Venezia. Forte Marghera: storia e restauri. 2015. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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