Storia di Treviso 01 Febbraio 2026

Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio

Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio | Discovery Mestre Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio Dal Castelvecchio all’Ospedale Umberto I Genesi e importanza strategica del Castelvecchio La storia del sito che oggi ospita il complesso dell’ex ospedale Umberto I di Mestre è una vicenda millenaria di trasformazioni urbanistiche, militari e sociali. La tradizione storiografica locale vuole che la prima fortificazione sia sorta sulle vestigia di un antico castrum romano, ma si tratta di un’ipotesi mai verificata: nell’area non sono mai state effettuate rilevazioni archeologiche in grado di confermarla. Già Gabriele Rossi-Osmida, riprendendo la questione sui documenti dell’Archivio di Stato di Venezia, giudicava azzardata quella tesi del Barcella, non suffragata che da pure supposizioni, aggiungendo però che niente esiste all’incontrario. La documentazione certa comincia il 13 novembre 994, quando Ottone III, per intercessione dell’arcivescovo di Magonza Willigis, concesse privilegi e terre a Rambaldo II, conte di Treviso e poi di Collalto. Il diploma annovera fra i beni «unum mansum regalem inter Mestre et Paureliano et Brentulo», oltre alla foresta del Montello, ventiquattro mansi nel contado trevigiano e altri possedimenti nel veneziano. Non era un semplice possedimento. I mansi regali venivano assegnati in zone di confine a soldati fedeli, tenuti a essere pronti giorno e notte al servizio dell’imperatore: un appezzamento allodiale dipendente direttamente dalla Corona, e insieme una zona fortificata. È il prototipo del castello di Mestre. Nel 1001 Ottone III concesse inoltre al vescovo di Treviso il diritto di assegnare al doge Pietro Orseolo II il privilegio di usare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. In questo periodo la città si strutturava attorno alla cosiddetta Isola di San Lorenzo, dove il potere militare, rappresentato dal primo castello, e quello religioso, identificato nella Pieve di San Lorenzo, costituivano i due poli della vita comunitaria. L’assetto ricevette conferma nel 1152, quando la bolla Justis fratrum di papa Eugenio III riconobbe al vescovo di Treviso Bonifacio i possedimenti «de Mestre, cum castro, portu, curte, et pertinentiis suis». La conformazione del primo nucleo difensivo è deducibile dalla cartografia storica, che conserva i segni degli antichi alvei del fossato alimentato dal Marzenego. Il sistema idraulico circondava l’abitato, sfruttando la protezione naturale offerta dal fiume a nord e dal percorso originario dell’antico Musone a sud. Le difese passarono nel tempo da una primitiva palizzata lignea a una muraglia in pietra rafforzata da torri e da porte munite di ponti, i battifredo: originariamente in legno, furono ricostruite in pietra nel Trecento per resistere alle nuove macchine d’assedio. All’interno del perimetro risiedeva il Capitano, funzionario di nomina trevigiana incaricato della difesa militare e della supervisione economica del territorio, e in particolare della riscossione della muda, la gabella sul transito di merci e persone che garantiva entrate cospicue, poiché Mestre era l’unico punto di raccordo terrestre obbligato fra la laguna e l’entroterra. Il declino militare e la transizione agraria L’importanza strategica del Castelvecchio lo rese oggetto di frequenti attacchi da parte delle signorie che si contendevano il dominio sul Veneto, e già nel Duecento la struttura non era più all’altezza delle nuove tecniche belliche. Nel 1274 (1273 secondo il Barcella e Dorigo) un violento incendio, scoppiato per cause fortuite, distrusse quasi totalmente la fortificazione, compresi alcuni stabili di proprietà del patrizio veneziano Tommaso Querini, che si ritenne vittima di una cospirazione trevisana e chiese alla Repubblica di ottenergli un risarcimento dal Comune di Treviso: ne seguì un notevole strascico di rappresaglie da ambo le parti. Proprio questa richiesta smentisce chi attribuì l’incendio ai veneziani stessi. Il castello però non sparì. Sopravvisse anche a un ulteriore assedio: nel 1336-37 fu conteso fra Venezia e gli Scaligeri, e cadde infine il 29 settembre 1337 nelle mani di Andrea Morosini, dopo il tradimento della guarnigione di mercenari tedeschi. L’episodio è raccontato per esteso nell’articolo dedicato al Castelvecchio. Nel 1381 Francesco da Carrara, trattando la pace con Venezia, a riguardo di Mestre precisò di volere il nuovo e il vecchio castello, segno che quest’ultimo era ancora in piedi e serviva ancora a qualcosa. Furono le incursioni e gli incendi padovani, protrattisi fino al 1405, e il maltempo del 1410, che danneggiò seriamente anche il castello nuovo, a dare il colpo di grazia alle vecchie mura ormai decrepite. La fine definitiva della fase castrense giunse nel 1434, quando le autorità veneziane decretarono la demolizione delle mura e il riutilizzo dei laterizi per nuove edificazioni cittadine. L’area interna fu destinata prevalentemente alla coltivazione agricola e affidata inizialmente al nobile Andrea da Mosto. Si registrava ancora la presenza di una struttura signorile denominata Domus Magna e di alcune piccole abitazioni rurali: il passaggio da centro di potere militare a zona di sfruttamento agricolo era compiuto. L’epoca dei Canonici e l’Abbazia di San Giacomo Una nuova trasformazione ebbe inizio a metà Quattrocento, quando l’area appariva ormai ridotta a mura ed edifici abbandonati. I frati di San Salvador possedevano già terreni confinanti con il fossato del castello, e furono loro ad avanzare al doge la proposta di utilizzare le rovine. Il 13 agosto 1453 il doge Francesco Foscari dispose la donazione del complesso ai Canonici Regolari, definendolo «Castellum Vetus inhabitatum»: erano stati gli stessi frati a richiederlo, per potervi alloggiare convenientemente quando si recavano a Mestre a riscuotere alcuni redditi e per altri affari del monastero. La presentazione della lettera davanti al podestà Bartolomeo Pisani avvenne il 28 e il 30 agosto successivi, con l’intromissione d’uso che autorizzava i Canonici a costruirvi una casa e una chiesa. Nacque così il Priorato di San Giacomo, la cui chiesa fu dedicata all’apostolo poiché si credeva custodisse una reliquia delle sue ossa, esposta sull’altare entro una teca di cristallo montata in oro e ancora documentata nelle visite pastorali del 1769 e del 1791. L’insediamento divenne un punto di riferimento non solo spirituale ma anche economico: da qui il Priore controllava le vaste proprietà dei canonici nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban, e la ricchezza che ne derivava consentì all’ordine persino di acquistare l’osteria del Cappello. Il prestigio dell’istituzione raggiunse l’apice nel 1728 grazie a Giovanni Santo Foscarini, priore di Mestre e cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Sfruttando la propria influenza e l’amicizia con il cardinale Francesco Barberini, Foscarini ottenne da papa Benedetto XIII l’elevazione del priorato a rango di Abbazia il 26 aprile 1728. La promozione, compiuta senza il preventivo assenso della Serenissima né dei confratelli di San Salvador, generò tensioni politiche, ma fu infine accettata dal Senato veneziano il 10 settembre 1729. L’esperienza abbaziale restò legata quasi esclusivamente a Foscarini, unico a ricoprire il ruolo di Abate prima di essere nominato arcivescovo di Corfù nel 1732. Il ponte che immetteva nel castello doveva essere mantenuto a spese della comunità di Carpenedo, per una delibera del podestà di Treviso del 5 giugno 1323 che il comune impugnò a lungo. I Canonici risolsero la questione a proprie spese: costruirono prima un ponte in legno, poi nel Settecento lo sostituirono con uno in pietra, sul quale, a detta del Barcella, nel 1837 era ancora visibile una lapide datata 1752. Attività produttive e insediamenti nobiliari Parallelamente alla vita religiosa del priorato, l’area mantenne per secoli una spiccata vocazione produttiva legata alla forza idraulica del Marzenego. Lungo il Ramo della Beccaria sorgeva il Molino del Castelvecchio, essenziale per la molitura del grano e per l’economia locale. Nel 1584 il patrizio Fedrigo Contarini tentò di ricostruire il mulino, ormai ridotto a rudere, proponendo di innalzare l’antipetto, il salto d’acqua, di due piedi e sei once per aumentare la potenza idraulica. I periti della Repubblica Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo del 22 gennaio 1584, si opposero fermamente: temevano che l’innalzamento del livello favorisse il trasporto di sedimenti verso la laguna, minacciandone l’equilibrio. La richiesta fu respinta e il mulino non risorse mai più. Nello stesso periodo l’area divenne meta di villeggiatura per la nobiltà veneziana. Tra le residenze più celebri vi era la Villa degli Zen, del Ramo di San Biagio, situata nelle vicinanze del castello, nell’area che sarebbe poi stata detta dei Quattro Cantoni, verso il Terraglio. Nel 1785 la proprietà degli Zen fu ceduta a privati per essere trasformata in un’osteria e campi coltivati, collegata all’Abbazia di San Giacomo da un ponte. La villa fu demolita nel 1818; sul sito sorse poi il casino di villeggiatura di Alba Corner Balbi, noto come Villa Bandiera, distrutto nel Novecento per il quartiere San Paolo. Il nome dei Quattro Cantoni si fissò però più tardi, e per una ragione diversa da quella che la tradizione locale attribuisce alle torri angolari della villa. Nel Settecento la famiglia Querini, proprietaria dal 1274 di un appezzamento a sud-ovest del Castelvecchio, fece costruire a proprie spese una strada che attraversava i due rami in cui il fiume si divideva, il Ramo del Marzenego a nord e il Ramo delle Muneghe a sud, e arrivava direttamente all’imbocco del Terraglio. Fu quell’incrocio a dare il nome alla località. La strada, allora chiamata genericamente «Il Stradone», è oggi via Circonvallazione. La nascita della sanità pubblica e il lascito di Piero Berna Per tutto l’Ottocento Mestre rimase priva di una struttura ospedaliera propria, e i malati meno abbienti dovevano trasferirsi a Venezia per essere curati all’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. La svolta arrivò all’inizio del Novecento grazie alla determinazione del sindaco Jacopo Rossi, che istituì un comitato e raccolse 50.000 lire per la costruzione di un nosocomio cittadino. L’opera fu resa possibile dal gesto filantropico di Piero Berna, che acquistò personalmente i terreni della famiglia Tozzi per 40.000 lire e li donò gratuitamente al Comune. Berna dovette poi farsi carico della presidenza dell’Opera Pia dopo il suicidio, nel 1904, del conte Rossi, travolto dalla bancarotta dei Da Re e da voci infondate di malversazione. La costruzione fu affidata all’ingegnere Eugenio Mogno, che completò il primo padiglione con trentadue posti letto e una sala operatoria. L’inaugurazione avvenne il 16 aprile 1906. Nel 1908 la maestra Maria Berna donò 20.000 lire per una chiesetta neogotica progettata da Giorgio Francesconi, oggi sede della comunità ortodossa. Sviluppo dei padiglioni e impatto sociale Negli anni successivi l’ospedale si espanse grazie ai lasciti di privati come Elvira Tozzi Favier, Marini Missara e Zancanaro. Un contributo fondamentale giunse dall’imprenditore Cesare Cecchini, che lasciò in eredità 100.000 lire per ospitare gratuitamente anziani soli e indigenti nei cento giorni invernali. Il secondo padiglione, completato nel 1915 lungo via Antonio da Mestre, fu intitolato a Cecchini, e nel 1922 vi fu collocato un moderno impianto di radiologia. L’ultima grande aggiunta storica fu il terzo padiglione, inaugurato nel 1935 lungo il Ramo della Beccaria e intitolato al dottor De Zottis, nato come sanatorio per la tubercolosi. Il 17 aprile 1925 il sindaco e primario Paolino Piovesana propose di spostare l’Umberto I vicino a Borgo Pezzana, ma la proposta fu bocciata dal consiglio comunale con ventitré voti contrari. Dalla modernizzazione alla chiusura definitiva La seconda metà del Novecento vide l’ospedale trasformarsi ancora per adattarsi alla crescita demografica di Mestre. L’area venne saturata con grandi monoblocchi inaugurati nel 1962, nel 1966 e nel 2003. Quest’ultima espansione, costata venti milioni di euro, fu l’ultimo investimento significativo prima del trasferimento programmato. La parabola secolare dell’Umberto I si è conclusa nel giugno 2008, con lo spostamento di tutti i reparti all’Ospedale dell’Angelo di Zelarino. La chiusura del pronto soccorso, il 14 giugno 2008, ha segnato la fine di centodue anni di storia sanitaria ininterrotta. Oggi l’area del Castelvecchio attende una riqualificazione che restituisca dignità a un luogo carico di memoria. Sopravvive intatto il ponte del Castelvecchio sul Ramo della Beccaria, ultimo legame tangibile con il passato millenario della città. Ma non è il solo. Wladimiro Dorigo ha identificato, nella cosiddetta «casa delle suore» oggi incorporata nei fabbricati di servizio dell’ospedale, un muro spesso 59 e 74 centimetri che delimita un ambiente coperto da volte a crociera, sorretto da due colonne in marmo veronese con capitelli duecenteschi in marmo greco: materiali probabilmente riutilizzati dai Canonici, negli ultimi decenni del Quattrocento, dalla chiesa del vecchio castello demolita fra il 1434 e il 1453. Poco distante sorgeva una barchessa, documentata da una fotografia ottocentesca,…

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Storia di Treviso 14 Gennaio 2026

Il Castelvecchio di Mestre

Il Castelvecchio di Mestre: costruzione e declino della prima fortezza | Discovery Mestre Il Castelvecchio di Mestre Costruzione e declino della prima fortezza cittadina Una fortezza sull’acqua Nell’area oggi occupata dall’ex Ospedale Umberto I e dalle strade intorno ai Quattro Cantoni sorgeva, nel Medioevo, la struttura difensiva più antica di Mestre: il Castelvecchio. Circondata su quasi tutti i lati dalla biforcazione del Marzenego, non assomigliava ai castelli che siamo abituati a immaginare, con mura a picco su un’altura. Era una fortezza d’acqua. La sua forma, ricostruita da Gabriele Rossi-Osmida sul catastico settecentesco dei Canonici di San Salvatore, era quella di un settore grosso modo circolare con il vertice rivolto a ovest: una porzione occidentale triangolare e una orientale subcircolare, chiusa quasi interamente da un fossato in cui confluivano le acque dei due rami del fiume, con un piccolo passaggio di terra a nord-ovest a collegare le due parti. Wladimiro Dorigo, incrociando quella stessa forma con il catasto napoleonico, ne ha misurato con precisione l’estensione: circa 35.000 metri quadri, oltre sei volte l’area di Palazzo Ducale, corrispondenti ai mappali 619, 620, 621 e 622. Da queste dimensioni e dalla forma tondeggiante, Dorigo avanza un’ipotesi sulla natura originaria della fortezza: non un castello feudale in senso proprio, ma inizialmente qualcosa di più vicino a un campo trincerato, sul modello di Noale, sorto anch’esso entro le acque dello stesso Marzenego, e distinto dal tipo di incastellamento rappresentato da Musestre sul Sile. A sostegno di questa lettura, Dorigo richiama anche altri insediamenti fortificati sorti fra Nono e Decimo secolo su fiumi navigabili, a difesa di mercati e approdi: Nogara nel 906, Gorgo sul Bondeno fra il 902 e il 913, un castello sul Ticino nel 916. Un territorio conteso Per capire perché una fortezza sorga in questo punto bisogna guardare a Venezia. La città lagunare non aveva né boschi né cave: il legname per navigare e la pietra per erigere baluardi dovevano venire dalla riva opposta. Verso il X secolo la giurisdizione su quest’area di confine era contesa fra il Duca e il Vescovo di Olivolo, il Patriarca d’Aquileia, il Vescovo di Treviso e quello di Altino, mentre i Candiano di Venezia possedevano un lembo di territorio verso Tessera. In casi simili, osserva Rossi-Osmida, il confine fra le proprietà non era mai definitivo e si arrestava in prossimità di un corso d’acqua: un punto fortificato sulla riva del Marzenego diventava così strategico non perché difendesse un’altura, ma perché difendeva un varco. Il secolo del vescovo Le prime notizie certe risalgono al 994, quando Ottone III donò a Rambaldo II, conte di Treviso e poi di Collalto, un manso regale collocato in questa zona di confine, fra Mestre, Paureliano e un terzo luogo che le due fonti trascrivono in modo lievemente diverso, Brentulo per Rossi-Osmida, Brentalo per Dorigo. Nel 1117 compare per la prima volta in un documento scritto l’espressione «Castrum de Mestre»: in un atto con cui i fratelli Ansedisio e Widoto, discendenti di Rambaldo e della stessa famiglia dei conti di Treviso, cedettero un vasto possedimento all’abate Pietro del monastero di Sant’Ilario, il castello ne fu esplicitamente escluso, segno che era già allora un bene distinto e non alienabile. Sulla localizzazione di quella cessione le due fonti divergono: generica per Rossi-Osmida, identificata da Dorigo con l’attuale Porto Menai, presso Gambarare. Il castello passò quindi al Vescovo di Treviso, che ne fu signore per oltre un secolo. Con bolla del 3 maggio 1152, papa Eugenio III ne conferma il possesso a Bonifacio vescovo; un atto del 1181, rogato nel Palazzo di Mestre, attesta l’esistenza di una sede vescovile ormai stabile, capace di ospitare la corte; il 23 febbraio 1211 il vescovo Tisone ne rivendica la piena signoria, definendosi «dominus, dux, comes, marchio omnium terrarum, villarum, castellorum et burgorum ad Episcopatum pertinentium». Il castello di Mestre è parte del feudo episcopale trevisano, e i Collalto, che ne erano stati i primitivi proprietari, dispongono ormai soltanto dei «banna» riscossi a Tessera. Dai Da Romano a Venezia: la caduta Il castello dimostrò per due volte la propria tenuta, prima di cedere per due volte a chi lo assediava. Racconta Rolandino che nel 1234, durante le devastazioni dell’esercito padovano, questo ebbe l’intera terra di Mestre, ma non il castello: il borgo cadde, la fortezza resistette. Fu Ezzelino da Romano, un decennio più tardi e dopo un primo assalto nel 1237, a impadronirsene: nel 1245, conquistata Mestre, vi fece costruire tre torri, dette «zirones». È lo stesso anno in cui rifortificò Noale, e si inserisce in una sequenza di opere concentrate in meno di vent’anni, Montagnana nel 1242, Castelfranco nel 1246, Cittadella nel 1262, che Dorigo legge come un’unica strategia difensiva della Marca trevigiana. Un incendio distrusse quasi totalmente il castello: Rossi-Osmida lo colloca nel 1274, mentre sia il Barcella sia Dorigo lo datano al 1273. Circolarono in seguito congetture su presunte responsabilità veneziane, ma un dettaglio le smentisce: il patrizio Tommaso Querini, proprietario di alcuni stabili distrutti perché compresi nel circuito castellano, chiese alla Repubblica un risarcimento dal Comune di Treviso, cosa che difficilmente avrebbe fatto se i responsabili fossero stati i suoi. Il castello, ancora in piedi sessant’anni dopo l’incendio, tornò a essere conteso con le armi. Nel 1336, in guerra con Mastino II della Scala, Venezia inviò circa cinquecento armigeri per espugnarlo, senza riuscirvi. Tentò allora di corrompere il capitano Tommasino Luchesio da Bologna, che pure aveva lasciato in ostaggio moglie e figlio: questi avvertì gli Scaligeri, che fecero uccidere i soldati veneziani nella notte concordata per la resa. Il successore scaligero, Giovanni di Lisano, tenne il castello anche dopo la caduta di Padova; fu infine la guarnigione di mercenari tedeschi, corrotta con diecimila fiorini, a ucciderlo e a consegnare la fortezza ad Andrea Morosini, il 29 settembre 1337, giorno di San Michele. Il borgo murato che oggi si chiama Castelnuovo non esisteva ancora, la sua cinta comincerà a sorgere solo nel 1371, inglobando la più antica Torre dell’Orologio: l’unica fortezza esistente a quella data, e quindi l’oggetto della contesa, era il Castelvecchio. Gli anni del declino Alla conquista seguì rapidamente la definizione amministrativa del territorio mestrino. Il 18 aprile 1339, con la ducale di Francesco Dandolo conservata nel codice «Morosina» della Biblioteca Capitolare di Treviso, viene fissata la podesteria dipendente dal Castello: comprende il Borgo di Mestre con la villa detta Mestrina, Zelarino e Salvanese, Trevignano, Chirignago, Carpenedo, San Martino di Strada, Tessera, Martellago, e molte altre ville fino alle foci del Dese e del Bottenigo. Il presidio del Castello deve essere garantito da venti uomini con due capitani; due guardie presidiano ognuna delle bocche dei fiumi: Marghera, Dese, Altino, Bocca del Silione, Campalto, Bottenigo, Tessera, San Pietro di Terzo. Il giudizio delle autorità venete sul sito, negli anni immediatamente successivi alla conquista, si fece rapidamente severo, per ragioni di salute più che di guerra. Nel 1341, appena quattro anni dopo, il Senato lo dichiarò inutile e nocivo per l’aria. Nel 1378 il cronista Daniele di Chinazzo ne attestò la pericolosità, con un bilancio letale fra gli stessi assedianti: le febbri del «mal aere», una delle prime testimonianze di un problema malarico a Mestre. Il castello non era però ancora scomparso del tutto. Nel 1381 Francesco da Carrara, trattando con Venezia la pace al termine della Guerra di Chioggia, dichiarò di volere tanto il nuovo quanto il vecchio castello di Mestre: prova che il Castelvecchio era ancora in piedi, e che i due appellativi erano già in uso. Furono le incursioni padovane, protrattesi fino al 1405, e un violento maltempo nel 1410, che intaccarono seriamente anche il castello nuovo, a dare infine il colpo definitivo alle mura ormai decrepite del Castelvecchio. Francesco Foscari pone la parola fine Nel 1434 le autorità veneziane decisero di abbattere quanto restava della fortezza. Il terreno era allora concesso in affitto ad Andrea da Mosto, che il 29 agosto di quell’anno ottenne l’esenzione dal canone per il periodo in cui l’area era stata resa inagibile dalla demolizione. Il materiale fu riutilizzato tramite un accordo di scambio: chi trasportava mille mattoni nel luogo indicato dal Podestà poteva trattenerne altrettanti per sé. Al momento della demolizione vi si trovavano ancora una casa grande, una chiesa, un edificio adibito a deposito e diverse case minori con i propri pozzi. Vent’anni dopo, il 13 agosto 1453, il doge Francesco Foscari donò le rovine ai Canonici Regolari di San Salvatore, definendole con una formula che certifica la fine: il vecchio castello ormai disabitato. L’atto fu perfezionato a Mestre il 30 agosto, quando il religioso incaricato si presentò davanti al podestà Bartolomeo Pisani per l’intromissione d’uso che autorizzava i Canonici a costruirvi una casa e una chiesa. Da quel momento il Castelvecchio cessò di esistere come fortezza. Un sentiero al posto del fossato Dorigo osserva che già in un disegno colorato del Cinquecento il castello non esisteva più come struttura, ma sopravviveva come forma sul terreno: un profilo grosso modo circolare, definito dagli alvei residui del fossato. Quando all’inizio dell’Ottocento i periti napoleonici rilevarono l’area, quei fossati erano stati sostituiti da viottoli e da confini di proprietà, e questi ultimi continuavano fedelmente a ricalcare il perimetro dell’antica fortezza: è così che Dorigo ha potuto riconoscerne l’impronta nei quattro mappali già ricordati. Non restava alcun edificio del castello, ma un disegno del terreno che ne conservava la memoria. Sopravvive, visibile dal parchetto di Via Einaudi, il ponte in pietra sul Ramo della Beccaria che immetteva nel cuore dell’antico castrum. La vita successiva del sito, dal priorato dei Canonici all’ospedale Umberto I, è raccontata negli articoli a essa dedicati, così come nell’articolo dedicato ai mille anni di storia nell’area del Castelvecchio. Galleria immagini Stemma della famiglia Collalto In questo particolare del Catastico di Tommaso Scalfuroto, 1781, si può notare il sentiero, indicato con 6, sorto al posto del fossato del Castelvecchio La Terra di Mestre in una mappa del Sec. XVIII Savi ed Esecutori delle Acque, Catastico n° 2897 (1781) Mappa del cap. Augusto Denaix del 1811, con posizionate, da me, le più importanti strutture cittadine Il Ponte del Castelvecchio ad inizio Novecento Il ponte del Castelvecchio oggi Fonti Gabriele Rossi-Osmida, «Il primo Castello di Mestre», in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno 6-7 dicembre 1969, Centro di Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13. Wladimiro Dorigo, Mestre medioevale, in «Venezia Arti», Bollettino del Dipartimento di storia e critica delle arti dell’Università di Venezia, n. 5, 1991, pp. 9-28. ASV, Monastero di S. Salvatore, B. 14, doc. I (1117, 15 giugno); doc. IV (1453, 13 agosto); doc. VII (1468, 28 aprile). Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre, Venezia, 1839. Rolandino da Padova, Cronica in factis et circa facta Marchie Trivixane. Daniele di Chinazzo, Cronica de la guerra da Veniciani a Zenovesi, Deputazione di Storia Patria per le Venezie, 1958. Augusto Denaix, Carta topografica idrografica militare, Pianta particolare di Mestre, 1809-1811, ASV. Giovanni Netto, «Il territorio dipendente dal Castello di Mestre nel passaggio dal Comune di Treviso alla Repubblica di Venezia», Quaderno n. 13, Centro di Studi Storici di Mestre, 1969. Sbrogiò, Marco. I Castelli di Mestre e l’antica Struttura urbana. Gusso, Adriana. Mestre. Le radici di identità di una Città. Cosmai, Franca; Barizza, Sergio (a cura di). Mestre la storia, le fonti. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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