Mestre Scomparsa

La Mestre che non ti aspetti e non c'è più

Villa Mocenigo Morosini - fronte

Nel suo libro Mestre. Il porto, il castello, Luigi Brunello ci introduce ai temi trattati con una citazione da Italo Calvino tratta da Le città invisibili. E Mestre conta un'infinità di luoghi scomparsi, divenuti invisibili e dimenticati nel tempo, di cui il ricordo è rimasto imprigionato nella nebbia della memoria.

Questa sezione è dedicata a questi luoghi, edifici che un tempo erano vivi e che oggi hanno lasciato di sé solo poche testimonianze.

Mestre Scomparsa 14 Gennaio 2026

La Scuola di San Marco a Mestre

Scuola di San Marco | Discovery Mestre Scuola di San Marco Una Confraternita nel castello di Mestre Le Scuole: istituzioni laiche in Mestre Le Scuole a Mestre, così come a Venezia, erano confraternite laiche che si votavano ad un santo protettore e che raggruppavano cittadini in base ad uno specifico scopo. Ogni scuola aveva una Mariegola, cioè una serie di regole che la scuola si era data e che i confratelli erano tenuti a seguire pena l’espulsione. Giuseppe Boerio la definiva quale un libro “nel quale sono raccolte le leggi sistematiche di alcune Corporazioni di arti ed anche di luoghi pii”. All’interno di ogni confraternita vi erano dei ruoli specifici, affidati ai membri più istruiti e rappresentativi — quali il gastaldo e il massaro, oltre ad altri ruoli minori (vedi La scuola dei Battuti a Mestre). La prima Scuola presente a Mestre sin dal XIV secolo fu realizzata dall’ordine religioso laico dei Battuti, presenti sin dal 1302, che aveva la sua sede nel Borgo di San Lorenzo, l’odierno Laurentianum. Questa confraternita aveva Scuole ed Ospedali in tutto l’allora territorio posto sotto il dominio trevisano. Fuori dalle mura del Castelnuovo vi era anche la sede della Scuola di San Rocco, ospitata in un edificio sito vicino alla chiesetta omonima. Il palazzo che ospitava la scuola è ancora esistente, pur avendo subito grandi modifiche, ed è sito in Via Manin ai numeri civici 19 e 21. Il Castelnuovo ospitava altre quattro confraternite che avevano come sede religiosa la Chiesa di San Girolamo: la Scuola di San Biagio o dei Calzolai, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la Scuola del Rosario e la Scuola di San Marco. La Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli trovò la sua sede proprio vicino alla Chiesa di San Girolamo, mentre la sede della Scuola di San Marco fu per lungo tempo in un edificio posto di fronte alla Calle de Mezo, oggi del Gambero, lungo l’attuale Via Palazzo. Una scuola legata a Venezia “Ala schuola de miser san Marco de Venesia atento che tal nostra schuola sia sta cavada da quella come nel libro suo largamente apar dato. Et a ciò che apertamente se cognossa tal nostra schuola esser cavada da quella et esser suo membro” La Scuola di San Marco era un caso unico nel panorama delle scuole sorte a Mestre perché era posta alle dipendenze della Scuola Grande di San Marco, come si legge nel testo riportato sopra e proveniente dalla sua Mariegola, e si definiva fedele al Governo della Serenissima. Fu lo stesso “Serenissimo Principe” ad autorizzare, l’8 marzo 1424, l’istituzione di questa scuola all’interno del Castello di Mestre, più precisamente nella Chiesa di San Girolamo. E anche questo fatto fu riportato nella Mariegola: “…in la giesa de misser San Hieronimo di frati de madona sancta Maria di Sarvi posta in el Castello di Mestre…”. La sede fu poi spostata presso una casa che venne realizzata dai confratelli non distante da Ca’ Collalto, l’odierno Municipio, e posta di fronte a Calle del Gambero, all’epoca nota con il nome di Calle de Mezo. Nel libro di Estimo, sotto la data 6 luglio 1756, tale palazzo era così descritto: “…Chiesa, e Sagrestia, Scola in solaro et altro ad uso della Scola stessa…”. Dopo la soppressione delle Scuole da parte di Napoleone il palazzo venne venduto a privati e il Fapanni vi colloca un mobiliere nel 1883. Le attività della Scuola Luigi Brunello ricorda che due erano gli scopi della Scuola di San Marco, così come per tutte le altre: la devozione e l’assistenza verso i confratelli. Galleria Immagini Particolare di una mappa di Joseppo Cuman (7 luglio 1668), in cui si nota Ca’ Collalto. La scuola di San Marco nella mappa del Castello di Mestre, disegno del Manocchi La scuola di San Marco in Via Palazzo in una Mappa del 1727 (Collezione Fulvio Busetto — tutti i diritti riservati) Le immagini della Collezione Fulvio Busetto sono riprodotte per gentile concessione e non sono riutilizzabili senza autorizzazione. Bibliografia Una chiesa e una scuola (Luigi Brunello – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Scomparsa 14 Gennaio 2026

La letteratura ebraica a Mestre 

La letteratura ebraica a Mestre | Discovery Mestre La letteratura ebraica a Mestre Come Mestre divenne un centro culturale ebraico Religione e testi sacri ebraici a Mestre Come visto la comunità ebraica a Mestre, fra il XIV e il XVI secolo, era una comunità strutturata con un edificio religioso, aveva adibito una casa dei Tron sito nella Calle de Mezo a Sinagoga, una scuola, yeshiva, ed un Rabbino che officiava le funzioni. Oltre a un capo della comunità noto come parnàs. Una struttura che era presente a Mestre ma a cui faceva riferimento anche Venezia in quanto gli ebrei si spostavano spesso da una parte all’altra della Laguna in base agli umori delle autorità politiche e religiose. La comunità ebraica mestrina era composta da ebrei aschenaziti, che in ebraico medioevale voleva dire germanico, cioè provenienti per lo più dalla Germania e dall’Europa dell’Est. Molti di questi ebrei intraprendevano spesso viaggi fra la Germania e il Dominio della Serenissima sia per svolgere affari sia perché essendo originari della Germania avevano parte della propria famiglia nelle città del Sacro Romano Impero. In quel periodo Mestre divenne sede culturale della comunità ebraica e vide la pubblicazione e la conservazione di libri sia in lingua Yiddish che in ebraico. Fra i testi pubblicati nel “borgo fortilizio” di Mestre, come veniva chiamato da Venezia, possiamo citare l’edizione ad opera di Yosef di Mosheh del “Leket Yosher”, di Joseph Ben Moses, (1470), un testo che conteneva leggi ebraiche ed episodi di vita del suo Maestro il Rabbino Israel Isserlein. Hayyim Israel Rapa, che ospitava nella propria dimora Yosef, nel 1467 pubblicò il Codice Mantova VIII e fu possessore del Codice Livorno II. Il Rapa, (cognome che a volte viene scritto come Rapp o Rap nel caso di altri mestrini e veneziani ebrei di adozione), era stato cacciato da Mainz (Magonza) nel 1462. I Rapp erano una delle famiglie ebree più importanti che operavano nel nord Italia in vari ambiti, dal campo economico, prestiti, al campo della cultura e religioso. Vissero a Mestre in quegli anni molti grandi studiosi ebrei come il Rabbino e parnàs Meshullam Cusi che arrivò a Mestre nel 1463 e vi soggiornò fino al 1468. Meshullam fu un grande mercante e uomo di cultura che aprì a Piove di Sacco una importante stamperia in cui fu riprodotto il “Arba’ah Turim” di Yaakov Ben Asher, ebreo Askenazita che visse in Spagna. Qui morì nel 1474. Fu deputato alla raccolta di fondi per gli ebrei di Palestina. Il grande studioso ebreo Joseph Colon visse a Mestre nello stesso periodo del Cusi e fu per un breve periodo Rabbino del Borgo. Ebbe l’arduo compito di cercare di mettere pace tra il Cusi e il nuovo parnàs di Mestre Zusman. Il Colon si trasferì a Mantova, alla fine degli anni Sessanta. Sempre a Mestre nel XV secolo vennero stampate le opere dello studioso, poeta e scrittore Menahem Oldendorf, (Mandolino) “Frauen – bikhlen”, un testo di precetti religiosi per le donne aschenazite, all’interno di cui vi era l’omelia “Pensieri sulla Morte”, e il Selihot, un testo di preghiere in preparazione per la festa di Rosh haShanah, il capodanno civile ebraico. Renata Segre racconta la storia di Bonaventura da Ulma, cioè originario della città tedesca di Ulma, che risiedette e lavorò fra Mestre e Venezia e che oltre a svolgere l’attività di feneratore, prestatore con tasso di interesse, fu anche mecenate e collezionista di libri scritti in yiddish, una lingua di matrice germanica usata dagli askenaziti. Bonaventura ebbe tre figli che continuarono l’attività di prestatori ma che alla morte del padre non rivendicarono l’intera eredità compresi i libri presenti nella sua biblioteca. Testi preziosi fra cui alcuni antichi codici in yiddish molto rari che, forse a causa di ciò, andarono perduti. Sempre a Mestre lo scriba Seligman da Norinberga nel 1474 trascrisse le 1274 ricette mediche a base di erbe medicinali che facevano parte del testo in yiddish Sefer refues. Seligman fu anche rabbino della sinagoga di rito tedesco e parnàs con l’appellativo di Susman. Per ultimo, non per importanza, fra i notabili ebrei che operarono fra Mestre e Venezia va ricordato il filosofo e grande letterato Aron del fu Jacob che operava, come gli altri ebrei, fra Venezia e Mestre e che era considerato un uomo di grande cultura. La sua cultura fu riconosciuta persino dal Sanudo che nei suoi Diarii, gli dedicò un epitaffio dopo che venne assassinato brutalmente: “In questo zorno, 12 settembre 1503, fo amazato, da chi non si sa, di zorno, verso Santo Stephano, Aron zudio gran filosofo, el qual non credeva in niuna fede et perché era homo degno, qui ne ho fato memoria”. Galleria Immagini Una copia del Sefer refues nella biblioteca della Columbia University. Questo testo fu trascritto dal parnàs Seligman a Mestre Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Mestre – Il 24° (Francesco Scipione Fapanni – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Scomparsa 14 Gennaio 2026

Villa Gradenigo (area Terraglio)

Villa Gradenigo (area Terraglio) | Discovery Mestre Evoluzione e perdita di una grande dimora Da villa di campagna allo splendore del Tiepolo Storia Villa Gradenigo, pur rinnovata profondamente da Andrea Gradenigo intorno al 1780, affondava le proprie radici in una fase storica molto più antica. Le prime notizie risalgono al 1545, quando nell’area di Carpenedo, lungo il Terraglio, si trovava una “casa da statio” di proprietà di Maphio Girardi, mercante di antica famiglia patrizia. Una mappa della fine del Cinquecento testimonia l’esistenza di un cortivo con due edifici riconducibili al “clarissimo Gerardo”, mentre nel Seicento la dimora aveva già assunto dimensioni considerevoli. L’estinzione della famiglia Girardi nel 1685 segnò la conclusione della prima fase della villa. L’anno seguente il complesso passò brevemente nelle mani di Gerolamo Lin, per poi essere acquistato nel 1687 da Marina Amhauser, vedova Chechel, che esercitò un diritto di prelazione sui terreni confinanti. La proprietà passò al figlio Giovanni Giorgio Chechel, mercante, collezionista d’arte e console del Fondaco dei Tedeschi. Conosciuta allora come il “casino del console Checherle”, la villa fu venduta nel 1722 per sanare i debiti del figlio. L’acquirente fu il patrizio veneziano Vettor Dolfin, impresario teatrale e violinista dilettante, che pagò 6.500 ducati. Dolfin avviò un vasto progetto di rinnovamento: chiamò il giovane Giambattista Tiepolo per affrescare vari ambienti e commissionò ad Antonio Gai statue e vasi in pietra di Costozza per decorare ingressi e giardino. Successivamente, lo scultore Francesco Bonazza arricchì il parco con quattro cavalli rampanti e statue mitologiche, completando un’imponente scenografia verde. Tra il 1750 e il 1755 la villa appartenne all’ambasciatore di Spagna a Venezia, José Joaquín de Montealegre, che vi sviluppò un articolato programma scientifico e naturalistico: collezioni botaniche, animali esotici, un hortus medicus e migliaia di bulbi di giacinti. Nel 1775, un inventario redatto per l’affitto al marchese di Squillace, Leopoldo de Gregorio, definiva la villa come “La contadina incivilita”, sintesi perfetta tra mondo rurale e cultura illuminista. Il 3 agosto 1775, tramite un prestanome, la villa venne acquistata da Bartolomeo (detto Andrea) Gradenigo, già Bailo di Venezia a Costantinopoli. Tornato a Venezia nel 1779, Gradenigo intraprese un ampio programma di rinnovamento estetico della dimora: rinnovò arredi, tappezzerie, mobilio e impreziosì molti ambienti con cuoi marocchini importati dall’Impero Ottomano. La villa divenne così un luogo di svago e rappresentanza, con stanze dedicate alla musica, al gioco e alla conversazione, tanto che l’ambasciatore Bombelles ne lodò la perfetta fusione tra eleganza italiana e comfort orientali. L’Arrivo e l’Affitto dei Polignac (1790) Sei mesi dopo la morte di Andrea Gradenigo, grazie alla mediazione dell’ambasciatore francese Marc-Marie de Bombelles, la villa trovò nuovi affittuari: i Polignac, aristocratici fuggiti dalla Francia rivoluzionaria. A Versailles occupavano una posizione di rilievo: Yolande de Polastron, moglie del duca Jules, era amica e favorita della regina Maria Antonietta, circostanza che rese la famiglia un bersaglio del crescente clima d’odio. Costretti a fuggire da Parigi la notte del 16 luglio 1789, i Polignac giunsero a Venezia nel maggio del 1790 e, grazie ai buoni uffici di Bombelles, trovarono rifugio in terraferma. L’affitto della villa di Carpenedo fu firmato alla fine di giugno del 1790 per 200 ducati annui. Il Matrimonio di Armand de Polignac (1790) La presenza del vasto seguito dei Polignac riportò vita e splendore nella dimora, in vista soprattutto delle nozze del giovane Armand de Polignac, diciannovenne, con la quindicenne Idalia Johanna de Neuckircken. Il matrimonio fu fissato per il 6 settembre 1790. La cerimonia religiosa ebbe luogo nella cappella gentilizia della villa e fu seguita da una grande festa, con intrattenimenti, banchetti e spettacoli che trasformarono per alcuni giorni il complesso di Carpenedo in un teatro aristocratico in esilio. Le Opere d’Arte legate ai Polignac (Francesco Guardi) Per commemorare l’evento, i Polignac chiamarono l’anziano Francesco Guardi, che realizzò una serie di schizzi preparatori — probabilmente destinati a tavole mai ultimate — oggi considerati una straordinaria testimonianza della villa. I disegni conservati al Museo Correr raffigurano: la cerimonia nella cappella, con altare rococò e gli sposi attorniati dagli invitati; la benedizione impartita dal vescovo; il banchetto nuziale in una sala a doppia altezza con colonne corinchie, dove gli sposi siedono con 32 invitati. Un ulteriore disegno, conservato al Royal Museum di Canterbury, rappresenta uno spettacolo teatrale nel giardino della villa, annotato come Veduta del giardino del N.H. Gradenico a Carpenedo in tempo di Carnovale, probabilmente parte dei festeggiamenti nuziali. La Partenza (1791) Dopo mesi segnati da tensioni politiche — incluso un presunto tentativo di avvelenamento — la famiglia Polignac lasciò Villa Gradenigo a fine aprile 1791, prima della scadenza del contratto, trasferendosi a Vicenza. Decadenza e Demolizione (1797–1804) La fase successiva fu segnata da un rapido declino. L’occupazione francese del 1797 provocò danni e saccheggi, mentre la gestione divenne economicamente insostenibile. Nel 1794 le eredi Gradenigo avevano venduto la proprietà a Odoardo Collalto, che tuttavia decise, nel 1803, di cederla ad Antonio Savorgnan. Per evitare gravose imposizioni fiscali, Savorgnan scelse di convertire l’area in terreno coltivabile: la villa fu demolita intorno al 1804 e il grande parco venne spiantato. Un contratto dell’epoca — rinvenuto da Sergio Barizza — documenta la vendita di «migliara ottanta e più di pietre cotte intere o mezze» destinate al disfacimento della villa, a 20 lire il migliaio. Con la demolizione scomparve una delle dimore più splendide della terraferma veneziana. Una villa principesca sita a Carpenedo La villa, composta da un corpo centrale detto Palazzino e da due lunghe ali laterali, una delle quali considerata la più prestigiosa e nota come Barchessa Nobile, appariva nel Settecento come un piccolo universo aristocratico autosufficiente, dove spazi, arredi e decorazioni raccontavano ambizioni, gusti e identità dei suoi proprietari. Il Palazzino, cuore simbolico della residenza, mostrava fin dal piano terra ambienti affrescati e sobriamente arredati, quasi a introdurre l’ospite in un percorso che alternava devozione, rappresentanza e vita quotidiana. Qui si trovavano una cappella privata con altare verde e dorato, quadri devozionali e inginocchiatoi; piccole stanze rivestite di tessuti stampati; sale di passaggio dominate da qualche canapè, tavolini in noce con coperture di marmo, pedestali figurati ormai logori ma ancora in uso. Salendo lo scalone illuminato da un fanale, il piano nobile rivelava ambienti più curati: la sala affrescata, un grande tavolo in noce con piano marmoreo, un armadio per l’orologio “con campana grande e piccola”, librarie e camerette contigue arredate con specchi, tessuti alla chinese, piccoli armadi intarsiati, panchette di rasetto. La quotidianità dell’aristocrazia era scandita da canapè rivestiti d’indiana, mobili da lavoro intarsiati in madreperla, piccoli tavolini ovali, casselle chiuse a chiave: oggetti che suggeriscono un equilibrio tra ordine domestico, studio, e rappresentazione di sé. Se il Palazzino custodiva la vita intima della famiglia, la Barchessa Nobile — vera meraviglia della villa — era invece un teatro di immagini. Qui un intero appartamento affrescato, probabilmente opera giovanile di Giambattista Tiepolo, offriva un susseguirsi di stanze tematiche dai nomi evocativi: la Camera del Senato Cartaginese, la Camera delle Pastorelle, la Camera delle Deità, dei Geroglifici, di Silvio e Dorinda, e la spettacolare Camera di Venezia e Trevigio. Ogni ambiente era animato da pitture “alla chinese”, prospettive illusionistiche, figure mitologiche, scene pastorali o soggetti letterari: un vero percorso visivo attraverso mode, simboli e fantasie del Settecento veneziano. Gli arredi — specchi dorati, tavolini con figure intarsiate, sedie “all’inglese” di canna d’India, piedestalli con mori dorati, torcieri centrali appesi a catena — amplificavano l’effetto scenografico, creando un insieme unitario dove pittura e mobilio dialogavano strettamente. Al piano superiore della Barchessa si trovavano portici con quadri, librerie e numerose sale di servizio, mentre la Barchessa Nuova accoglieva cucine, dispense e stanze del personale, popolate da lunghi tavoli, treppiedi, scagni e armadi rustici: il necessario per sostenere la complessa macchina domestica della residenza. All’esterno, la villa si apriva su un giardino ornato di statue, probabilmente delle botteghe di Gai e Bonazza, e su un parco ricco di essenze rare. Vi crescevano agrumi in vaso — oltre duecento tra piante e cedri nelle serre — aloe, cinnamomo, piante medicinali e quasi tremila bulbi di giacinti di diciannove varietà. La Cedrera, una struttura coperta, custodiva una grande specchiera tripartita incastonata in una nicchia, riflettendo la luce e il verde intorno. In epoca successiva, l’ambasciatore Bombelles ricordò con ammirazione un elegante padiglione ottagonale affacciato sulla strada del Terraglio, che permetteva agli ospiti di osservare comodamente il via vai di carrozze e viaggiatori: un modo raffinato di “abbracciare il mondo” rimanendo dentro la quiete della villa. Opere presenti e loro destino La villa fu un vero laboratorio artistico. I cicli di affreschi di Giambattista Tiepolo, oggi perduti, conferivano alla barchessa nobile un valore inestimabile. L’apparato scultoreo di Antonio Gai e Francesco Bonazza arricchiva il parco, ma solo parte di quest’ultimo è giunta fino a noi. Le sculture superstiti di Bonazza — in particolare i quattro cavalli rampanti e varie figure mitologiche — furono acquistate da Antonio Savorgnan e poi vendute nel 1806 a Pietro Sartorio, che le collocò nel giardino della sua villa a Trieste. Oggi si trovano nel Parco di Villa Sartorio. Altre opere, come Pomona, un Fauno e alcuni Amorini, sono conservate presso il Museo Sartorio. Una gloriette ottagonale del parco triestino sembra replicare il belvedere che un tempo ornava Villa Gradenigo. I disegni di Francesco Guardi, realizzati per le nozze dei Polignac nel 1790, costituiscono invece le ultime preziose testimonianze visive degli interni e della vita della villa, tramandando ciò che la demolizione ha cancellato. Galleria Immagini “Le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) “Banchetto per le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) I Cavalli di Francesco Bonazza, provenienti da Villa Gradenigo, oggi nel parco di Villa Sartorio (Trieste) Il Terraglio in una mappa di G. Venturelli del 1787 G. Venturelli, Profilo, disegno e sezioni della Regia Strada del Terraglio (1787). Si nota il complesso di Ca’ Gradenigo con il suo ampio giardino. Treviso, Biblioteca civica, Fondo cartografico, mappa n. 92 Bibliografia Andreina Rigon, La contadina incivilita. Villa Gradenigo a Carpenedo (ATENEO VENETO Rivista di scienze, lettere ed arti – Atti e memorie dell’Ateneo Veneto) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Scomparsa 14 Gennaio 2026

La fu Chiesa di San Zulian (area Terraglio)

Chiesa di San Zulian | Discovery Mestre Chiesa di San Zulian Una chiesa importantissima che diede il nome a un Colmello Storia La chiesa di San Giuliano era un edificio religioso che si trovava nell’antico commun di San Zulian, l’attuale Favorita, a nord di Mestre. Sorgeva appena dietro l’odierna villa Carlesso, sul lato est del Terraglio. Citata come San Giuliano de nemore (“del bosco”, in riferimento al vicino bosco di Valdimare), o prope Terraleum (“presso il Terraglio”), o, ancora, de fossa pudia (“della fossa petrosa”, richiamo alle arginature dei fossati), compare per la prima volta in una bolla di papa Lucio III (1º ottobre 1184), ma la sua origine dovrebbe essere più remota: il patrono, identificato con un vescovo Giuliano inviato da san Pietro ad Orléans, era infatti un santo molto venerato dai Franchi e si può datarne la fondazione tra l’VIII e il IX secolo. Non ebbe mai autonomia ecclesiastica e fu sempre sottoposta alla pieve dei Santi Gervasio e Protasio di Carpenedo. Le era annesso un ospedale-monastero, cosa che non deve stupire visto che il complesso si affacciava al Terraglio, importante arteria per la quale passava un intenso traffico di viandanti, specialmente pellegrini. L’importanza dell’ospizio crebbe probabilmente dopo la prima crociata e ancor di più con il potenziamento della strada nel corso del medioevo, tant’è che gli si aggiunse anche un’osteria. Nel 1297 risultava caricato di quattro lire di decima, divenute sessanta nel 1330. Si sa poi che nella seconda metà del Trecento subì un restauro e che nel 1436 fu ancora citato nei registri degli ospedali; all’epoca era gestito dai francescani, ai quali rimase sino al 1491. Nel 1502 divenne priorato (quindi affidata ad un solo sacerdote) e dal 1520 fu sottoposta a giuspatronato: fu dei Tiepolo sino al 1647, anno in cui passò ai Sagredo. Le entrate rimanevano cospicue: nel 1520 il beneficio rendeva 400 ducati l’anno. Tra i priori, spicca negli anni 1640 Emilio Finetti, benedettino nero: particolarmente apprezzato per le sue doti musicali, fu ingaggiato dal Consiglio Civico di Mestre come organista. Sotto il giuspatronato dei Sagredo, vi fu istituita una mansioneria: i nobili si impegnavano a stipendiare un sacerdote che vi risiedesse e vi officiasse la messa giornalmente. Nello stesso periodo, venne a cessare l’attività dell’ospizio. A partire dal Settecento il complesso è in grave stato di incuria, sebbene i suoi benefici continuassero a fruttare. Ai primi anni dell’Ottocento la chiesa era pericolante e i Sagredo proposero di cederla agli abitanti purché si impegnassero a ristrutturarla; ma l’idea non fu accolta e nel 1809 la diocesi di Treviso ne autorizzava la demolizione. In seguito gli abitanti tentarono di innalzare sul luogo un capitello, ma i lavori furono interrotti perché il nuovo proprietario del fondo, tal Giovambattista Raine, vi volle costruire un oratorio privato. In seguito Raine pretese che la nuova cappella potesse riscuotere gli antichi benefici di San Giuliano, scontrandosi così con Nicolò Barretta, che aveva acquistato i beni Sagredo. In ogni caso, anche la nuova costruzione risulta scomparsa nel 1860 e gli abitanti della zona, perdendo un riferimento religioso plurisecolare, furono costretti a rivolgersi ad altre cappelle, dapprima San Nicolò della distrutta villa Sagredo, quindi la Vergine del Carmine di villa Scopinich-Franchin. L’edificio Perduta ogni testimonianza “fisica”, l’aspetto esterno della chiesa ci è noto – a grandi linee – da alcune mappe cinque-secentesche. L’edificio sembra molto semplice, con una liscia facciata (su cui si apre un rosone) e affiancata sul lato nord da un campanile con il tetto spiovente e sormontato da una croce. Anche gli interni dovevano essere piuttosto modesti, come testimoniato dai rapporti delle visite pastorali. Nel 1597 sono citati solo due altari, ma dal 1609 se ne citano tre, i quali cambiano più volte intitolazioni: se all’inizio, oltre al maggiore, si ricordano quelli della Beata Vergine e di San Pietro, nel 1647 il primo era intitolato a Maria e gli altri due a San Giuliano e alla Vergine; nel 1696 i due altari laterali sono quelli del Crocefisso (come voluto dal doge Nicolò Sagredo), mentre nel 1769 il maggiore è di San Giuliano e gli altri del Crocefisso e della Maddalena. Galleria Immagini Chiesa di San Zulian da “Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia” XVI Secolo Savi ed Esecutori alle Acque Serie diversi n. 128 Bibliografia Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia, 1985, pp. 103-106. wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Scomparsa 14 Gennaio 2026

La fu Villa Sagredo (area Terraglio)

Villa Sagredo | Discovery Mestre Villa Sagredo Una maestosa dimora palladiana scomparsa sul Terraglio La Maestosa Villa Sagredo Storia Le informazioni che ci sono giunte su Villa Sagredo le dobbiamo al Fapanni che scrive del Palazzo Sagredo “la cui magnificenza fanno fede le grandiose scuderie, che ancora sussistono. Fu atterrato nel 1804” collocandola presso l’antico colmello di San Nicolò, l’attuale Favorita di Venezia. Nel Quattrocento il fondo su cui insisteva ca’ Sagredo era stato dei Contarini, ai quali erano successi i Tiepolo verso la fine dello stesso secolo. In questo periodo è attestata solo l’esistenza di una casa colonica e di un casone, entrambi rivolti a sud. Nel 1560 il terreno veniva acquistato da Nicolò di Bernardo Sagredo, il quale lo affidò a tale Zuan Maria Marchetto detto “Moro” contentandosi di un affitto basso non essendo i campi particolarmente fertili. Solo verso il 1640 i discendenti Nicolò e Alvise di Zaccaria Sagredo, (che diverranno rispettivamente doge e Patriarca di Venezia), intrapresero la costruzione della villa, il cui aspetto ci è noto grazie ad una tavola di Paolo Bartolomeo Clarici collocata all’interno della sua opera “Istoria e Cultura delle piante”, Venezia 1716. L’oratorio della Villa, anch’esso distrutto, risale al 1500 ed è dedicato appunto a San Nicolò, Santo da cui prese il nome il Colmello. Si deve ricordare che anche la Chiesa di San Zulian era di competenza dei Sagredo e l’ospizio dei pellegrini realizzato nel XVII secolo dalle cui rovine “sorse” Villa Carlesso. Appena fuori dal perimetro della proprietà, verso ponente, si trovava la cappella intitolata a San Gerardo Sagredo, voluto dal patriarca Alvise Sagredo. L’elegante edificio fu risparmiato dalle demolizioni ottocentesche in quanto i Sagredo, nel cedere la villa al Baretta, avevano predisposto 1000 ducati per farvi celebrare una messa nei giorni festivi. La chiesetta fu poi quasi dimenticata e i fedeli vennero dirottati presso la cappella di Villa Scopinich per la messa. Durante il turbolento periodo napoleonico la villa fu gravemente danneggiata dagli eserciti di passaggio e questo portò i Sagredo a liberarsene. Nel 1804 buona parte degli edifici venne abbattuta, si salvarono solo alcune adiacenze, e il giardino fu distrutto. Nel 1810 ciò che rimaneva della villa fu ceduta a Nicolò Baretta che attuò ulteriori demolizioni. Scrive sempre il Fapanni, che nacque nel 1810, che “delle fabbriche, che sono in piedi oggidì, osserveremo che le più antiche costruzioni sono quelle dei Fratelli Marascalchi, del Della Bona, della N.d. Pasta, del S. Raini, della Signora Gaggio-Gazzato-Lattuada – quantunque per riforme ed abbellimenti siano state quasi tutte ammodernate.” L’oratorio, tuttavia, subì la stessa sorte del corpo padronale nel 1950, quando parte delle sue pietre vennero utilizzate per la realizzazione della nuova chiesa di Santa Maria del Carmelo. La Barchessa di Villa Sagredo Oggi della Villa rimane solo una barchessa sita in Via Terraglietto. Di questa scrive l’Istituto Ville Venete: “La fabbrica conservatasi, dunque, è verosimile fosse una pertinenza della villa, presumibilmente modificata in vario modo nel tempo. L’edificio, infatti, a pianta rettangolare e con il prospetto principale rivolto a sud, si sviluppa su due livelli, dei quali il primo caratterizzato da tre arcate a doppio centro di diverse dimensioni affiancate da una serie di aperture rettangolari; nel livello superiore i fori, tutti rettangolari con il davanzale lapideo, sono solo parzialmente in asse con i sottostanti. Un giardino di vaste proporzioni circonda la costruzione.” L’edificio com’era La casa padronale era un edificio imponente, sviluppato, si stima, su 750 m² di superficie e 10 000 m³ di volume. Era costituito da due livelli più sottotetto, con il fronte principale rivolto a sud; il piano terra si caratterizzava per la facciata a bugnato, mentre il piano nobile era esaltato da otto semicolonne con le quattro centrali a sorreggere un timpano triangolare. Ai lati della fila di semicolonne si trovavano due meridiane, l’una solare, l’altra zodiacale. Dal centro del palazzo si dipartivano quattro stradoni perpendicolari, dei quali si è conservato quello diretto a levante (l’odierna via Castelcigoto). Grazie a un inventario del 1738 è possibile delineare l’organizzazione degli ambienti interni. Il pianoterra era suddiviso in quattro ambienti principali, tra i quali si frapponevano alcuni ammezzati: la cucina a nordovest e tre vasti saloni negli angoli rimanenti. Questo schema era sostanzialmente ripetuto al livello superiore; dei vari ambienti, vanno ricordate la camera “degli stucchi”, quella “dei ritratti” e quella “dei pavoni” (raffigurati in alcuni dipinti). In uno dei locali era allestito anche un oratorio strettamente privato, che si aggiungeva alla chiesetta posta all’esterno della proprietà. Sul retro si trovavano due barchesse simmetriche, con pianta a L aperta verso l’esterno. L’elemento di maggior pregio era senza dubbio il parco, curato dal botanico Paolo Bartolomeo Clarici. Si trattava di un vasto giardino all’italiana, suddiviso in aiole dalle complicate forme geometriche, ciascuna caratterizzata da diverse coltivazioni. Completavano l’insieme elementi decorativi e opere d’arte, in particolare le effigi di alcune personalità storiche. Galleria Immagini Giardino di Villa Sagredo da “Istoria e cultura delle piante” di Bartolomeo Clarici, 1726 (Museo Correr) Oratorio di Villa Sagredo da “Istoria e cultura delle piante” di Bartolomeo Clarici, 1726 (Museo Correr) Schizzo Villa Sagredo da “I colmelli di San Zulian e San Nicolò” La Barchessa di Ca’ Sagredo come appare oggi Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Barchessa di ca’ Sagredo (PDF), IRVV. URL consultato il 2 gennaio 2015 Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia, 1985, pp. 93-95. Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Scomparsa 14 Gennaio 2026

La fu Villa Morosini – Mocenigo (area Terraglio)

Villa Morosini – Mocenigo | Discovery Mestre Villa Morosini – Mocenigo Un progetto palladiano sul Terraglio mai terminato Storia Definita “la grandiosa fabbrica Morosini” dal Fapanni, Villa Morosini-Mocenigo fu una villa palladiana rimasta incompiuta e demolita alla fine del Settecento. La villa venne eretta di fronte Villa Franchin Scopinich, in località Marocco, poco distante dall’attuale villa Volpi. L’area su cui sorse nel XVI secolo apparteneva ai Foscari che la vendettero successivamente ai Mocenigo. Fu il senatore Leonardo Mocenigo, attorno al 1560-61, che commissionò ad Andrea Palladio il progetto per una villa da costruire su questi possedimenti. L’architetto realizzò un disegno piuttosto originale rispetto al tipico schema delle ville venete, che pubblicò poi nel secondo dei Quattro libri dell’architettura. Secondo la ricerca dello Stocchero e del Stevanato, la costruzione, iniziata come riporta una lapide nel 1562, fu alquanto travagliata e si discostò notevolmente dal progetto iniziale del Palladio che prevedeva, tra l’altro, un corpo centrale tripartito, caratterizzato nel mezzo da un doppio loggiato culminante con un timpano triangolare. Da una mappa del 1631 risultava costruita solo l’ala di sinistra che secondo Giovanni Battista Gallicioli «aveva sembianze piuttosto di fortezza che di casa». La fabbrica, infatti, si sviluppava su quattro piani, caratteristica tipica dei palazzi cittadini, ma ingiustificata per una villa di campagna dove lo spazio disponibile permetteva uno sviluppo più orizzontale. Per tale sua struttura veniva chiamata “il Palazzone”. Importante è ricordare anche la ricerca di Dario Zanverdiani, che ci permette di fare ulteriore chiarezza fra la storia della Villa Morosini posta più a monte del Terraglio e la Villa Mocenigo. Zanverdiani cita la presenza negli archivi di una mappa del 1590 redatta da Girolamo Gallo, “proto ed inzegniero” e Girolamo Righetto, si osserva una fabbrica con indicato il nome Mocenigo proprio di fronte a Villa Franchin la cui proprietà era con ogni probabilità di Andrea Mocenigo, figlio di Leonardo, ed era compresa fra Villa Sagredo e la proprietà delle monache di Sant’Andrea della Zirada. Secondo tale mappa la proprietà dei Mocenigo era attraversata da un percorso viario che conduceva ai lotti Sagredo. Il Zanverdiani cita la suddetta mappa del 1631, disegnata da Bertoldo Bertoli, aggiungendo che essa rivela la presenza di una Villa palladiana di quattro piani e di volumetria compatta e con la scritta “del Ill. Smo S.r Abate Mocenigo”, fratello di Piero fu Alvise Mocenigo. La villa non viene citata nel Catastico del 1781, ma riapparirà in una mappa del 1787 ad opera dell’ing. Girolamo Venturelli, posta proprio di fronte Villa Scopinich. Sulla villa appare la scritta “N.H. Morosini”, del ramo di Santo Stefano che fra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo comprarono sempre più terreni lungo il Terraglio, come si può evincere dal confronto delle loro proprietà dalla mappa del 1787 a quella redatta nel 1817, in cui tali proprietà erano indicate come “Beni Morosini”. Sul finire del Seicento la proprietà passò ai Morosini del ramo di Santo Stefano, gli stessi che possedevano l’altra Villa Morosini Gatterburg sita sul Terraglio, secondo il Fapanni, tale Lorenzo Morosini in Marocco ne risulta proprietario. Secondo le cronache l’edificio venne abbandonato a sé stesso e cadde rapidamente in rovina, dopo essere stato locato a tale Giovanni Battista Marinoni nel 1740. Il 29 giugno 1795 un viandante, che si era rifugiato nella villa per passare la notte, morì a causa di un crollo. Fu per tale episodio che Loredana Morosini decise di demolirlo. Di tale evento viene raccontato in un testo del 1842 dal religioso Veneziano Giovanni Antonio Gallicciolli: “Dirimpetto allo Scopinich sorgeva la grandiosa fabbrica Morosini, a cui la Repubblica mai permise che ci fosse dato intero compimento, perché aveva le sembianze piuttosto di una fortezza che di una casa. Per vecchiezza andava a pezzi a pezzi rovinando. Nel 29 giugno 1795 uno disgraziato, che s’era ricoverato a pernottare in uno di quei stanzoni, passò dal sonno dei sensi a quello della morte, rimasto oppresso sotto le rovine delle pareti che si scoscesero e diroccarono giù subitamente. Allora si diede mano a demolirla.” All’interno della Fabbrica Mocenigo Morosini Loredana Morosini rinvenne una lapide su cui era inciso: “Quod Felix Faustumq. Sit, Leonardus Mocenicus, Antoni Procuratoris. Fil. Eq. Et Comodi Sui. Et Voluptatis Ergo Prid. Id Quint MDLXII construxit.” E che appunto attestava la proprietà nel 1692 della villa al Leonardo Mocenigo. La lapide trovò accoglienza presso Villa Morosini Gatterburg. Sovrapposizione storica con Villa Morosini Gatterburg Parte della confusione fra le due Ville Morosini la si deve sia all’opera di Giuseppe Venturini, “Il Terraglio e le sue Ville” del 1977, che a Gianfranco Scarpati, “Le ville venete” del 1980, che confusero la Villa Mocenigo con la Villa Morosini. Ma, come è stato citato dallo Stevanato e dallo Zanverdiani citando vari autori del passato, questo è stato un errore, in buona fede, da parte dei due autori. Galleria Immagini Prospetto di villa Mocenigo, da “Le fabbriche e i disegni di Andrea Palladio” La pianta della villa Mocenigo Morosini Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia, 1985, pp. 84-85, (a cura di Tiziano Zanato, Mario Facchinetto) Fogli. Transeunte. 2021 – n°3 On line 5° anno (a cura di Dario Zanverdiani, Corrado Balistreri Trincanato, Emiliano Balistreri) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Scomparsa 14 Gennaio 2026

La Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli

Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli | Discovery Mestre Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli Confraternita di barcaioli fondamentale per il commercio acqueo Contesto storico: dal Porto di Cavergnago alla Cava Gradeniga «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di S. Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» [Luigi Brunello, «Mestre – Il porto, il castello», 1971]. Una nuova strada per Venezia Mestre fu città d’acqua sin dai tempi più remoti quando la merce e le persone provenienti, o dirette, dall’entroterra venivano trasportate in barca attraverso il «Flumen di Mestre», cioè il Marzenego. All’epoca questo piccolo paese era già conteso fra le potenze locali d’allora e si caratterizzava per la presenza del Castelvecchio, e del porto di Cavergnago sul Marzenego. Da qui il titolo del noto libro di Luigi Brunello: «Mestre: il porto, il castello». Quando la Serenissima entrò in possesso di Mestre e del suo circondario pose in essere una serie di cambiamenti relativi alla rete idrica con la realizzazione di nuove bretelle e di un vero e proprio nuovo canale che prese il nome di Fossa Gradeniga. Grazie al nuovo canale artificiale le imbarcazioni provenienti, o dirette, dalla terraferma venivano convogliate verso Venezia portando al veloce e inesorabile abbandono dell’antico Porto di Cavergnago. Infatti la Fossa Gradeniga sfociava nel Canale di San Secondo, che deve il nome all’omonima isola, collegando così Mestre al sestiere di Cannaregio sino a raggiungere la Chiesa di San Giobbe. Questo canale esiste ancora e corre parallelo al Ponte della Libertà. Dalla Scuola di Sant’Andrea in Cannaregio all’Istituzione della Scuola di San Nicolò Se è vero come detto sopra che il commercio acqueo era importantissimo per l’economia di Mestre e del piccolo Borgo di Mergera, è anche vero che il mestiere dei barcaioli era fondamentale per l’entroterra così come per Venezia. Ed è proprio in qualità di questa importanza che nacque la Scuola di Sant’Andrea, una scuola laica destinata a rappresentare un mestiere, e non un gruppo religioso, come ve n’erano già molte a Venezia. Questa scuola trovò la sua sede nelle vicinanze della Chiesa di San Giobbe a partire dal 4 maggio 1462 su concessione della Serenissima. Perché a San Giobbe? Probabilmente perché di là passava la nuova via acquea che partiva da Mestre e arrivava fino a Venezia, all’epoca chiamato anche Canal Trevisan. Il 19 dicembre 1507 la scuola venne intitolata a San Nicolò con il compito di rappresentare tutti i barcaioli di Mestre e di Mergera, avendo nuova sede nella Chiesa di San Lorenzo nell’omonimo borgo mestrino. Non il Duomo ma la chiesa precedente. La collocazione presso la chiesa del Borgo di San Lorenzo ebbe vita breve tanto che già nel 1508, non si sa se per volontà dei Battuti che avevano la loro Scuola lì vicino, l’odierno Laurentianum, o per altro motivo i barcaioli trasferirono la loro attività nelle vicinanze della Chiesa di San Girolamo. Il primo Gastaldo della Scuola di San Nicolò fu Giampietro Veronese. Anche questa scuola prevedeva oltre al Gastaldo le figure del Massaro, una banca per gestire le attività economiche e altre istituzioni interne. Come descritto nella pagina che tratta la Scuola dei Battuti. La sede della Scuola di San Nicolò Il 26 aprile 1609 la Confraternita chiese ai Padri Serviti, a cui era affidata la Chiesa di San Girolamo sin dal 1349, di avere in affido un luogo dove potersi riunire per svolgere le proprie attività. A tale richiesta sia il Podestà e Capitano di Mestre Tommaso Doria sia i Padri Serviti diedero parere positivo e furono concesse loro due casette il 22 novembre dello stesso anno all’interno della Terra di Mestre, l’isola di San Lorenzo. Dopo neppure un anno, nel 1610, la sede della Scuola fu spostata all’interno del Castelnuovo in una casa accostata alla Chiesa di San Girolamo, la quale venne restaurata e resa disponibile per le riunioni e le funzioni della scuola. Per ricordare l’istituzione della Scuola di San Nicolò nella nuova sede di Borgo San Girolamo venne posta una lapide in cui erano raffigurati San Nicolò e due gondole oltre alla scritta: «In tempo de S. Cristofaro Carrara detto Formagin Gastaldo S Pietro Bao Masser Er tutta la Fraterna MDCX» Le Scuole erano nate per aiutare i confratelli che non potevano più lavorare, o le famiglie che perdevano il congiunto. Di fatto le Scuole erano l’unica forma di Stato sociale che i cittadini avevano a disposizione. Ma per le piccole scuole di mestieri come quella di San Nicolò vi era però un problema legato alla raccolta fondi. L’unica Scuola davvero ricca a Mestre era quella dei Battuti, mentre le altre tendevano a sorreggersi a stento sulle iscrizioni fornite dai confratelli e spesso tale situazione era fonte di discussione interna. Per finanziare l’operato della Scuola i barcaioli si autotassavano versando una parte del compenso ricevuto per traghettare merci o persone lungo i canali di Mestre e Margera. Mestre nella sua storia avrebbe ospitato otto Scuole: la Scuola dei Battuti, la Scuola di San Rocco, la Scuola di San Marco, del Santissimo San Rosario, di San Biagio e ovviamente di San Nicolò. Per un certo periodo la Chiesa di San Rocco ospitava anche le Scuole di San Francesco di Paola e di Sant’Antonio. Ogni anno le Scuole di San Rocco, San Nicolò e San Marco organizzavano una festa per i confratelli a base di malvasia e bussolai. L’influenza della Scuola sulla Chiesa di San Girolamo La Chiesa di San Girolamo fu custodita dai Padri Serviti dal 1349 al 1658, anno in cui questo ordine fu soppresso da Papa Alessandro VII che concesse poi la Chiesa stessa alla gestione di quattro scuole mestrine: quella del Santissimo Rosario, di San Marco, di San Nicolò e di San Biagio. La gestione della Chiesa venne suddivisa fra le scuole che venivano ospitate al suo interno. Alla Scuola di San Nicolò vennero affidati l’altare maggiore e un altare laterale, mentre alle scuole di San Biagio e di San Marco furono concessi gli altri due altari laterali, uno a testa. Tale onore era anche un onere che vide la Scuola dei barcaioli impegnata nella ricostruzione dell’altare maggiore nel XVIII secolo, un iter iniziato nel 1732 e portato a termine nel 1737 con non poche difficoltà economiche. Un’opera che si può ammirare ancora oggi. Gli interventi all’interno della chiesa portarono a realizzare in onore di San Nicolò anche un telero ancora presente nella Chiesa. La fine Il 1777 fu l’anno che fece capire al Gastaldo Iseppo Tessaro che la crisi delle Scuole era irreversibile a causa dei sempre più scarsi fondi raccolti. Il colpo di grazia arrivò pochi anni dopo quando il governo francese soppresse le scuole nel 1807. Venezia faceva parte del Regno d’Italia ed era governata dai francesi di Napoleone. La scuola restò attiva per almeno tre secoli in questo edificio, fino all’abolizione avvenuta nel 1807. Dopo tale data l’edificio che l’ospitava fu adibito ad altre funzioni e restò in piedi fino a qualche decennio fa. Il contesto storico in cui operavano i barcaioli in quegli anni era sempre più difficile e si sarebbe deteriorato ulteriormente a causa delle nuove tecnologie che misero fine al monopolio del trasporto acqueo. Nel 1842 fu realizzata la ferrovia austriaca, non lontana da Forte Marghera. Nel 1891 venne inaugurata la prima tranvia Mestre–San Giuliano e successivamente arrivò persino il Vaporetto che portava i cittadini da San Giuliano a Cannaregio. Nuove tecnologie che rendevano le barche a remi sempre più obsolete. Statutes of the fraternity of St Nicholas of the Boat Man in Mestre «Statutes of the fraternity of St Nicholas of the Boat Man in Mestre» è un manoscritto presente presso The British Library di Londra ed è il documento ufficiale più importante della scuola di San Nicolò esistente e anche questo, purtroppo, ci è stato portato via. Galleria Immagini Chiesa di San Girolamo anni ’10 e Scuola di San Nicolò La scuola di San Nicolò dei Barcajuoli da un’altra prospettiva La scuola di San Nicolò vicino alla Chiesa di San Girolamo nella mappa del Castello di Mestre, disegno del Manocchi Particolare con la Scuola di San Nicolò e la Chiesa di San Girolamo nella Mappa di Mestre del 1727 (Collezione Fulvio Busetto — tutti i diritti riservati) Rappresentazione della Scuola di San Nicolò con lo stemma dal libro di Luigi Brunello Le immagini della Collezione Fulvio Busetto sono riprodotte per gentile concessione e non sono riutilizzabili senza autorizzazione. Bibliografia La scuola S. Nicolò dei barcajuoli in Mestre (Luigi Brunello – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Scomparsa 14 Gennaio 2026

Il Canal Salso: le origini

Canal Salso, le origini: come nacque la via d’acqua di Mestre (1361-1615) | Discovery Mestre Canal Salso, le origini Come nacque la via d’acqua che unì Mestre a Venezia (1361-1615) «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di S. Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» Luigi Brunello, Mestre, il porto, il castello, 1971. Mestre prima del canale Mestre è stata città d’acqua molto prima di diventare la città di terraferma che conosciamo oggi. Per secoli il suo legame con Venezia passò attraverso il Marzenego, il “Flumen di Mestre”, lungo il quale merci e viaggiatori scendevano verso la laguna e risalivano verso le città che si affacciavano su di esso. Attorno a quel fiume ruotava la vita del paese, conteso fra le potenze locali e organizzato attorno a due poli: il Castelvecchio e il porto di Cavergnago, da cui prende il titolo il noto libro di Luigi Brunello, Mestre: il porto, il castello. Che questa fosse da sempre terra di passaggio lo dicono già gli Statuti del Comune di Treviso del 1232, quando Mestre dipendeva dalla città trevigiana. Vi era fissata persino la tariffa, fino a 4 soldi, per il noleggio dei cavalli da Treviso a Mestre e Margera, con tanto di penale per chi restituiva l’animale in ritardo: segno di un viavai di uomini e bestie già intenso, e di un’autorità che lo regolamentava con cura. Venezia, da parte sua, guardava a quest’area da secoli, tanto da disputarsi con Treviso il controllo del porto di Cavergnago, dove voleva collocare magazzini e personale per i propri commerci con la terraferma. Già intorno all’anno Mille il vescovo trevigiano Rozzone si era accordato con il doge Pietro I Orseolo per assegnare ai veneziani il possesso di tre magazzini e il diritto di riscuotere un terzo delle gabelle e dei dazi, eccetto quelli dovuti dai sudditi imperiali. Quando poi, grazie a uno stratagemma di Andrea Morosini, la Serenissima mise le mani prima sul Castello e poi sull’intera Mestre, una delle sue prime preoccupazioni fu proprio la gestione dei canali interni. Come sappiamo Venezia era maestra di ingegneria idraulica, e riorganizzare la rete dei canali significava controllarne i commerci. E il vecchio porto di Cavergnago, ormai, non bastava più. Il Marzenego si era infatti rivelato un alleato infido. Soggetto a correnti che ne rendevano faticosa la navigazione, tendeva a interrarsi sotto il peso della sabbia e della terra che trascinava a valle. Per una potenza che fondava la propria ricchezza sugli scambi, serviva qualcosa di meglio: una via d’acqua dritta, profonda e facile da sorvegliare. Quella via sarebbe stato il Canal Salso. La Cava Gradeniga: un canale mite e una strada d’acqua “L’è chomuna sentencia de tuti che a voler salvar questa terra el sia necessari proveder che nissua acqua dolce veni in le salse vicina al cità nostra. E che cussì come l’è ordenato de la Brenta cussi sia provisto del Botenigo e de le aque de Mestre… meter el Botenigo (canale) in el canal de Mergara. Et insieme con quelle da Mestre tute condurle per el Canal dela torre de San Zulian a Tombello…”(Redi Foffano, Dario Lugato, Da Margera a Forte Marghera) La decisione di realizzare un nuovo canale, facile da navigare e quasi rettilineo verso Venezia e l’attuale canale dei Tre Archi, o di Cannaregio, fu maturata sotto il doge Bartolomeo Gradenigo, e fu da lui che il canale prese il nome. I lavori veri e propri presero il via nel 1341 e terminarono nel 1361. Secondo gli studiosi Redi Foffano e Dario Lugato il letto del nuovo canale non fu realizzato ex novo, ma sfruttò quello del “Coregio o canal di San Zulian”, un dato ricordato nel testamento del nobile Nicolò Corner. Di lì il canale raggiungeva Venezia attraverso il Canale di San Secondo, così chiamato dall’isola omonima, fino a Cannaregio, e l’intera via d’acqua prese il nome di “Canale di Mestre”. Su quale alveo naturale i veneziani avessero appoggiato la loro opera, gli studiosi si sono a lungo interrogati. La tesi più solida è quella di Luigi Brunello, secondo cui la Cava Gradeniga ricalcava l’antico letto del fiume Musone, che in tempi remoti sfociava proprio dalle parti di Margera, prima che la Serenissima ne dirottasse il corso lontano dalla laguna. È una spiegazione che ha la concretezza dei conti: scavare lungo un letto già tracciato costava molto meno. Il canale, in fondo, non inventava un percorso nuovo, ma riportava l’acqua dove un fiume era già scorso per secoli. Il risultato fu un’opera imponente per l’epoca. Da San Giuliano, sul margine della laguna, il canale correva quasi in linea retta fin quasi davanti all’odierno centro commerciale in Piazza Barche, largo circa 24 metri e profondo due, capace di accogliere anche imbarcazioni di grossa stazza. All’estremità lagunare vigilava l’isola di San Zulian, con la sua torre di avvistamento, dove in seguito sarebbe sorto un luogo di accoglienza per gli avventori che in barca si dirigevano verso Venezia, da cui il nome di San Giuliano del Buon Albergo, e la dogana per i dazi: la porta d’ingresso della laguna, da sorvegliare con la stessa cura della testata di terraferma. Fin dall’inizio il canale ebbe una doppia anima, commerciale e militare, e non tardò a mostrarla. Durante la Guerra di Chioggia del 1378, mentre Venezia fronteggiava i Genovesi sul mare, a terra dovette vedersela con la lega capeggiata da Francesco da Carrara, signore di Padova, che fece sbarrare la Cava Gradeniga con un ponte e con grandi bastioni per tagliare i rifornimenti alimentari diretti a Mestre. Sconfitto il Carrarese, la navigazione riprese. Ma il pericolo più grande per il canale non sarebbe venuto dalle guerre, bensì dall’acqua stessa. Il Carro di Margera e l’agonia della Cava Gradeniga Se dovessimo rileggere i paragrafi precedenti ci troveremmo di fronte a un’opera di ingegneria idraulica ideale: un canale diretto verso Venezia, più mite del Marzenego e capace di trasportare merci e persone in modo sicuro. Eppure proprio quel pregio nascondeva un problema. Da secoli i veneziani avevano imparato a temere il punto in cui l’acqua dolce dei fiumi incontrava quella salata della laguna: lì si formavano canneti e bassifondi stagnanti, la navigazione si impantanava e per una Repubblica nata sull’acqua era un danno incalcolabile. Quell’ossessione, e le sue conseguenze sulla navigazione lagunare, avrebbe presto spinto le autorità di Venezia a intervenire sul flusso del nuovo canale. La risposta fu sempre la stessa, applicata su scala grandiosa: deviare i fiumi, spingendone le foci ai due estremi della laguna, lontano dal cuore della città. Proprio queste opere, però, avevano un effetto collaterale. Il Bottenigo e altri corsi minori erano stati convogliati nella Fossa Gradeniga, e così le acque dolci tornavano a mescolarsi con quelle salate proprio davanti a Venezia. Bisognava intervenire ancora, e stavolta il prezzo lo avrebbe pagato il canale. Il 1462 segnò la svolta. Per impedire alle acque della Fossa Gradeniga di sfociare in laguna fu realizzato, nei pressi di Mergaria, un argine trasversale, sul modello di quello già costruito a Fusina sul Brenta. Ma sbarrare un canale significava bloccare le barche, e con le barche i commerci. La soluzione, già sperimentata a Fusina, fu ingegnosa: un meccanismo capace di trasportare le imbarcazioni oltre l’argine, via terra. Tale meccanismo prese il nome di Carro. Il carro era costituito da uno stabile costruito a cavallo dell’argine. Al suo interno, due binari in pietra e un argano a trave avvolgevano le corde con cui le barche, caricate su pedane, venivano tirate oltre il dislivello dalla forza di alcuni cavalli. L’invenzione si attribuisce a un certo Antonio Marini, mentre il Carro di Margera fu realizzato dal chioggiotto Angelo Sambo. Funzionava, ma a caro prezzo: ogni passaggio richiedeva tempo, fatica e attesa. Fu un paradosso amaro. Lo stesso canale che aveva dato ricchezza a Mestre e vita al borgo di Margera si trovava ora strozzato proprio nel suo punto di sbocco. Attorno al carro nacquero magazzini e ricoveri per i viandanti costretti ad aspettare, e crebbe la richiesta di manodopera. Ma la Fossa Gradeniga aveva perso la sua scorrevolezza, e con essa parte della sua ragione d’essere. Un secolo difficile Malgrado l’ostacolo, il canale restò un’arteria irrinunciabile per le comunicazioni della Repubblica. Nel 1489 nacque la Compagnia dei Corrieri Veneti, alla quale il Senato affidò in esclusiva tutti i servizi di corrispondenza e l’appalto delle stazioni di posta, in regime di monopolio. I corrieri, riconoscibili dalla giubba con l’insegna di San Marco, il corno e il copricapo di tasso, percorrevano senza sosta le strade che facevano capo al canale, portando corrispondenza e merci fino alle più lontane città d’Europa. La presenza del carro spinse molti a preferire la via di terra che ne costeggiava il percorso, detta delle “motte”. Per consentire alle carrozze di raggiungere l’isola di Margera, nel 1502 fu costruito un ponte di legno, poi rifatto in mattoni nel 1589. All’inizio del Cinquecento il borgo era ormai un nodo idrografico di prima importanza: qui la Fossa Gradeniga, la “cava nuova” verso Lizza Fusina e il canale Osellino, aperto nel 1507, disegnavano una sorta di Y rovesciata che si congiungeva proprio a Margera, crocevia d’acque in cui si decideva la sorte dei traffici fra terraferma e laguna. Su questo intreccio di canali e di commerci si abbatté la guerra. Nel 1513 le armate della Lega di Cambrai saccheggiarono e incendiarono Mestre, riducendola quasi in rovina. E ancora una volta fu il carro a rivelarsi una trappola: chi cercava scampo verso la laguna rimase imbottigliato a Margera, in balìa dell’esercito nemico, perché lo sbarramento impediva alle barche di fuggire. Nemmeno la natura concedeva tregua. Nel 1535 una grande inondazione allagò l’intera pianura fra Brenta e Sile, sommersa fino a un metro d’acqua, tanto che si dovette riaprire sull’argine fra Margera e Fusina lo sbocco di alcuni scoli. Per i tecnici della Serenissima le opere idrauliche erano un cantiere senza fine, in perenne revisione. Eppure, proprio da quel lavoro paziente sarebbe arrivata, di lì a poco, la liberazione del canale. La liberazione del 1615 La svolta definitiva maturò con il completamento delle grandi diversioni fluviali. Per allontanare dalla laguna le acque dolci una volta per tutte, la Serenissima portò fuori dal bacino i tre grandi fiumi del problema: Sile, Brenta e Musone. Nel 1613 fu inaugurato il Taglio Nuovo del Musone, che separò il fiume in due rami distinti, il Muson Vecchio e il Muson dei Sassi, convogliandone le acque verso il Brenta. Ridotto finalmente il rischio di interramento, il carro non aveva più ragione di esistere. Ci vollero comunque oltre centocinquant’anni per liberarsene. Avvenne nel 1615: l’argine fu rimosso, il carro demolito e il canale tornò a sfociare liberamente in laguna. Per il borgo di Margera e per la testata di Mestre, Piazza Barche, fu una rinascita, e non a caso è proprio attorno a quegli anni che la zona del porto conobbe un nuovo slancio. Pochi anni dopo venne chiuso anche il ramo del Marzenego che passava sotto il ponte, ridotto a “cava de fanghi”, mentre tutte le acque del fiume venivano dirottate nella Cava Nova. Riaperto alla laguna dopo due secoli e mezzo, il Canal Salso poteva finalmente diventare ciò per cui era nato: la grande porta d’acqua fra Mestre e Venezia. Comincia da qui la sua stagione più fortunata, quella dei traghetti, delle locande e dei mercanti. La storia del Canal Salso su Discovery Mestre La vicenda del canale che unì Mestre a Venezia si dipana in più articoli collegati: Il Canal Salso, l’età d’oro, dedicato alla stagione dei commerci tra Seicento e Ottocento; Piazza Barche, la porta fra due mondi, sulla testata del canale e i suoi edifici; La perduta villa Durazzo, sulla dimora nobiliare che vi sorgeva; Il conte Giacomo Durazzo, sul suo ospite più illustre; e Da Canaletto a Bellotto, sui grandi vedutisti che ritrassero la piazza. Con la fine della Serenissima e l’arrivo…

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Mestre Scomparsa 14 Gennaio 2026

Il Castelvecchio di Mestre

Il Castelvecchio di Mestre: costruzione e declino della prima fortezza | Discovery Mestre Il Castelvecchio di Mestre Costruzione e declino della prima fortezza cittadina Una fortezza sull’acqua Nell’area oggi occupata dall’ex Ospedale Umberto I e dalle strade intorno ai Quattro Cantoni sorgeva, nel Medioevo, la struttura difensiva più antica di Mestre: il Castelvecchio. Circondata su quasi tutti i lati dalla biforcazione del Marzenego, non assomigliava ai castelli che siamo abituati a immaginare, con mura a picco su un’altura. Era una fortezza d’acqua. La sua forma, ricostruita da Gabriele Rossi-Osmida sul catastico settecentesco dei Canonici di San Salvatore, era quella di un settore grosso modo circolare con il vertice rivolto a ovest: una porzione occidentale triangolare e una orientale subcircolare, chiusa quasi interamente da un fossato in cui confluivano le acque dei due rami del fiume, con un piccolo passaggio di terra a nord-ovest a collegare le due parti. Wladimiro Dorigo, incrociando quella stessa forma con il catasto napoleonico, ne ha misurato con precisione l’estensione: circa 35.000 metri quadri, oltre sei volte l’area di Palazzo Ducale, corrispondenti ai mappali 619, 620, 621 e 622. Da queste dimensioni e dalla forma tondeggiante, Dorigo avanza un’ipotesi sulla natura originaria della fortezza: non un castello feudale in senso proprio, ma inizialmente qualcosa di più vicino a un campo trincerato, sul modello di Noale, sorto anch’esso entro le acque dello stesso Marzenego, e distinto dal tipo di incastellamento rappresentato da Musestre sul Sile. A sostegno di questa lettura, Dorigo richiama anche altri insediamenti fortificati sorti fra Nono e Decimo secolo su fiumi navigabili, a difesa di mercati e approdi: Nogara nel 906, Gorgo sul Bondeno fra il 902 e il 913, un castello sul Ticino nel 916. Un territorio conteso Per capire perché una fortezza sorga in questo punto bisogna guardare a Venezia. La città lagunare non aveva né boschi né cave: il legname per navigare e la pietra per erigere baluardi dovevano venire dalla riva opposta. Verso il X secolo la giurisdizione su quest’area di confine era contesa fra il Duca e il Vescovo di Olivolo, il Patriarca d’Aquileia, il Vescovo di Treviso e quello di Altino, mentre i Candiano di Venezia possedevano un lembo di territorio verso Tessera. In casi simili, osserva Rossi-Osmida, il confine fra le proprietà non era mai definitivo e si arrestava in prossimità di un corso d’acqua: un punto fortificato sulla riva del Marzenego diventava così strategico non perché difendesse un’altura, ma perché difendeva un varco. Il secolo del vescovo Le prime notizie certe risalgono al 994, quando Ottone III donò a Rambaldo II, conte di Treviso e poi di Collalto, un manso regale collocato in questa zona di confine, fra Mestre, Paureliano e un terzo luogo che le due fonti trascrivono in modo lievemente diverso, Brentulo per Rossi-Osmida, Brentalo per Dorigo. Nel 1117 compare per la prima volta in un documento scritto l’espressione «Castrum de Mestre»: in un atto con cui i fratelli Ansedisio e Widoto, discendenti di Rambaldo e della stessa famiglia dei conti di Treviso, cedettero un vasto possedimento all’abate Pietro del monastero di Sant’Ilario, il castello ne fu esplicitamente escluso, segno che era già allora un bene distinto e non alienabile. Sulla localizzazione di quella cessione le due fonti divergono: generica per Rossi-Osmida, identificata da Dorigo con l’attuale Porto Menai, presso Gambarare. Il castello passò quindi al Vescovo di Treviso, che ne fu signore per oltre un secolo. Con bolla del 3 maggio 1152, papa Eugenio III ne conferma il possesso a Bonifacio vescovo; un atto del 1181, rogato nel Palazzo di Mestre, attesta l’esistenza di una sede vescovile ormai stabile, capace di ospitare la corte; il 23 febbraio 1211 il vescovo Tisone ne rivendica la piena signoria, definendosi «dominus, dux, comes, marchio omnium terrarum, villarum, castellorum et burgorum ad Episcopatum pertinentium». Il castello di Mestre è parte del feudo episcopale trevisano, e i Collalto, che ne erano stati i primitivi proprietari, dispongono ormai soltanto dei «banna» riscossi a Tessera. Dai Da Romano a Venezia: la caduta Il castello dimostrò per due volte la propria tenuta, prima di cedere per due volte a chi lo assediava. Racconta Rolandino che nel 1234, durante le devastazioni dell’esercito padovano, questo ebbe l’intera terra di Mestre, ma non il castello: il borgo cadde, la fortezza resistette. Fu Ezzelino da Romano, un decennio più tardi, a impadronirsene: nel 1245, conquistata Mestre, vi fece costruire tre torri, dette «zirones». È lo stesso anno in cui rifortificò Noale, e si inserisce in una sequenza di opere concentrate in meno di vent’anni, Montagnana nel 1242, Castelfranco nel 1246, Cittadella nel 1262, che Dorigo legge come un’unica strategia difensiva della Marca trevigiana. Un incendio distrusse quasi totalmente il castello: Rossi-Osmida lo colloca nel 1274, mentre sia il Barcella sia Dorigo lo datano al 1273. Circolarono in seguito congetture su presunte responsabilità veneziane, ma un dettaglio le smentisce: il patrizio Tommaso Querini, proprietario di alcuni stabili distrutti perché compresi nel circuito castellano, chiese alla Repubblica un risarcimento dal Comune di Treviso, cosa che difficilmente avrebbe fatto se i responsabili fossero stati i suoi. Il castello, ancora in piedi sessant’anni dopo l’incendio, tornò a essere conteso con le armi. Nel 1336, in guerra con Mastino II della Scala, Venezia inviò circa cinquecento armigeri per espugnarlo, senza riuscirvi. Tentò allora di corrompere il capitano Tommasino Luchesio da Bologna, che pure aveva lasciato in ostaggio moglie e figlio: questi avvertì gli Scaligeri, che fecero uccidere i soldati veneziani nella notte concordata per la resa. Il successore scaligero, Giovanni di Lisano, tenne il castello anche dopo la caduta di Padova; fu infine la guarnigione di mercenari tedeschi, corrotta con diecimila fiorini, a ucciderlo e a consegnare la fortezza ad Andrea Morosini, il 29 settembre 1337, giorno di San Michele. Il borgo murato che oggi si chiama Castelnuovo non esisteva ancora, la sua costruzione comincerà solo nel 1371: l’unica fortezza esistente a quella data, e quindi l’oggetto della contesa, era il Castelvecchio. Gli anni del declino Alla conquista seguì rapidamente la definizione amministrativa del territorio mestrino. Il 18 aprile 1339, con la ducale di Francesco Dandolo conservata nel codice «Morosina» della Biblioteca Capitolare di Treviso, viene fissata la podesteria dipendente dal Castello: comprende il Borgo di Mestre con la villa detta Mestrina, Zelarino e Salvanese, Trevignano, Chirignago, Carpenedo, San Martino di Strada, Tessera, Martellago, e molte altre ville fino alle foci del Dese e del Bottenigo. Il presidio del Castello deve essere garantito da venti uomini con due capitani; due guardie presidiano ognuna delle bocche dei fiumi: Marghera, Dese, Altino, Bocca del Silione, Campalto, Bottenigo, Tessera, San Pietro di Terzo. Il giudizio delle autorità venete sul sito, negli anni immediatamente successivi alla conquista, si fece rapidamente severo, per ragioni di salute più che di guerra. Nel 1341, appena quattro anni dopo, il Senato lo dichiarò inutile e nocivo per l’aria. Nel 1378 il cronista Daniele di Chinazzo ne attestò la pericolosità, con un bilancio letale fra gli stessi assedianti. È la prima documentazione di un problema malarico a Mestre. Il castello non era però ancora scomparso del tutto. Nel 1381 Francesco da Carrara, trattando con Venezia la pace al termine della Guerra di Chioggia, dichiarò di volere tanto il nuovo quanto il vecchio castello di Mestre: prova che il Castelvecchio era ancora in piedi, e che i due appellativi erano già in uso. Furono le incursioni padovane, protrattesi fino al 1405, e un violento maltempo nel 1410, a intaccare seriamente anche il castello nuovo, a dare infine alle mura ormai decrepite del Castelvecchio il colpo definitivo. Francesco Foscari pone la parola fine Nel 1434 le autorità veneziane decisero di abbattere quanto restava della fortezza. Il terreno era allora concesso in affitto ad Andrea da Mosto, che il 29 agosto di quell’anno ottenne l’esenzione dal canone per il periodo in cui l’area era stata resa inagibile dalla demolizione. Il materiale fu riutilizzato tramite un accordo di scambio: chi trasportava mille mattoni nel luogo indicato dal Podestà poteva trattenerne altrettanti per sé. Al momento della demolizione vi si trovavano ancora una casa grande, una chiesa, un edificio adibito a deposito e diverse case minori con i propri pozzi. Vent’anni dopo, il 13 agosto 1453, il doge Francesco Foscari donò le rovine ai Canonici Regolari di San Salvatore, definendole con una formula che certifica la fine: il vecchio castello ormai disabitato. L’atto fu perfezionato a Mestre il 30 agosto, quando il religioso incaricato si presentò davanti al podestà Bartolomeo Pisani per l’intromissione d’uso che autorizzava i Canonici a costruirvi una casa e una chiesa. Da quel momento il Castelvecchio cessò di esistere come fortezza. Un sentiero al posto del fossato Dorigo osserva che già in un disegno colorato del Cinquecento il castello non esisteva più come struttura, ma sopravviveva come forma sul terreno: un profilo grosso modo circolare, definito dagli alvei residui del fossato. Quando all’inizio dell’Ottocento i periti napoleonici rilevarono l’area, quei fossati erano stati sostituiti da viottoli e da confini di proprietà, e questi ultimi continuavano fedelmente a ricalcare il perimetro dell’antica fortezza: è così che Dorigo ha potuto riconoscerne l’impronta nei quattro mappali già ricordati. Non restava alcun edificio del castello, ma un disegno del terreno che ne conservava la memoria. Sopravvive, visibile dal parchetto di Via Einaudi, il ponte in pietra sul Ramo della Beccaria che immetteva nel cuore dell’antico castrum. La vita successiva del sito, dal priorato dei Canonici all’ospedale Umberto I, è raccontata negli articoli a essa dedicati, così come nell’articolo dedicato ai mille anni di storia nell’area del Castelvecchio. Galleria immagini Stemma della famiglia Collalto In questo particolare del Catastico di Tommaso Scalfuroto, 1781, si può notare il sentiero, indicato con 6, sorto al posto del fossato del Castelvecchio La Terra di Mestre in una mappa del Sec. XVIII Savi ed Esecutori delle Acque, Catastico n° 2897 (1781) Mappa del cap. Augusto Denaix del 1811, con posizionate, da me, le più importanti strutture cittadine Il Ponte del Castelvecchio ad inizio Novecento Il ponte del Castelvecchio oggi Fonti Gabriele Rossi-Osmida, «Il primo Castello di Mestre», in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno 6-7 dicembre 1969, Centro di Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13. Wladimiro Dorigo, Mestre medioevale, in «Venezia Arti», Bollettino del Dipartimento di storia e critica delle arti dell’Università di Venezia, n. 5, 1991, pp. 9-28. ASV, Monastero di S. Salvatore, B. 14, doc. I (1117, 15 giugno); doc. IV (1453, 13 agosto); doc. VII (1468, 28 aprile). Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre, Venezia, 1839. Rolandino da Padova, Cronica in factis et circa facta Marchie Trivixane. Daniele di Chinazzo, Cronica de la guerra da Veniciani a Zenovesi, Deputazione di Storia Patria per le Venezie, 1958. Augusto Denaix, Carta topografica idrografica militare, Pianta particolare di Mestre, 1809-1811, ASV. Giovanni Netto, «Il territorio dipendente dal Castello di Mestre nel passaggio dal Comune di Treviso alla Repubblica di Venezia», Quaderno n. 13, Centro di Studi Storici di Mestre, 1969. Sbrogiò, Marco. I Castelli di Mestre e l’antica Struttura urbana. Gusso, Adriana. Mestre – Le radici di identità di una Città. Cosmai, Franca; Barizza, Sergio (a cura di). Mestre la storia, le fonti. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Il Priorato di San Giacomo nel Castelvecchio

Il Priorato di San Giacomo nel Castelvecchio | Discovery Mestre Il Priorato di San Giacomo nel Castelvecchio Tre secoli di vita monastica sulle rovine della fortezza I Regolari di San Salvador Del Castelvecchio non rimanevano che mura ed edifici abbandonati quando Girolamo Giusto, Superiore dei Canonici Regolari di San Salvador, si presentò dal Podestà di Mestre Bartolomeo Pisani con la lettera del Doge Francesco Foscari, che disponeva la donazione della costruzione all’ordine religioso. Erano stati gli stessi frati a richiederla, perché vi si potesse alloggiare convenientemente quando ci si recava a Mestre per riscuotere alcuni redditi e per altri affari del monastero. Il documento del Doge porta la data del 13 agosto 1453; la presentazione davanti al Podestà avvenne il 28 e il 30 agosto successivi, alla presenza dei testimoni ser Laurencio Bardulino e ser Calisto de la Vazola. I Superiori dei Canonici Regolari di San Salvador possedevano terreni confinanti con il fossato del castello già pochi mesi prima dell’incendio del 1274, e la loro prima proprietà nella zona, a nord-ovest della fortezza, era stata acquistata il 31 gennaio 1275 da una certa Engellina, vedova di Zanetto, macellaio di Mestre. Furono loro ad avanzare al Doge la proposta di utilizzare le rovine: il vescovo di Treviso, dopo l’incendio, non aveva più provveduto ad alcun lavoro di restauro o di riedificazione, preferendo alloggiare presso i propri coloni di Mestre. Ottemperare agli ordini ducali fu tuttavia un’altra faccenda. Si cercò in sostanza di ostacolare i frati nella nuova proprietà, tanto che il doge Cristoforo Moro dovette intervenire due volte, prima con il podestà Marco Balbi e poi con Bartolomeo Erizzo, perché i religiosi non venissero molestati. L’ultima di quelle ducali è dell’11 gennaio 1466. Sempre nel 1466, secondo Wladimiro Dorigo, un’altra ducale dello stesso doge confermò ai frati il possesso, dopo che questi ebbero eretto la chiesetta: non è chiaro se si tratti dello stesso atto riferito da fonti diverse o di un secondo intervento nello stesso anno. Giovanni Bissuola e i cinquanta ducati d’oro I frati non se la sentirono di intraprendere un lavoro diretto e affidarono l’incarico a un livellario, un certo Giovanni Bissuola. Costui, ottenuto il terreno, iniziò a dissodarlo, lo rese uniforme livellando un infossamento centrale, piantò alberi da frutta e filari di viti e, presso le mura diroccate, diede principio a una casa e alla chiesetta. Poco dopo gli amministratori del monastero si accorsero che la cessione «nomine livelli» era nata viziata, perché non soddisfaceva i canoni del diritto ecclesiastico. Chiesero a Bissuola di risolvere il contratto in via amichevole, offrendogli cento ducati d’oro di indennizzo. La trattativa si arenò, e i frati trovarono aiuto in Nicolò, pievano di San Lorenzo, che era fra i testi del rogito. Questi offrì loro cinquanta ducati d’oro a patto di diventare il nuovo affittuale «quousque vixerit», finché fosse vissuto, restando esente da canoni per i primi tre anni. I frati accettarono commossi, a condizione di restare liberi di terminare foresteria e chiesetta, e i cinquanta ducati passarono a Bissuola perché completasse i lavori, aggiungendovi un brolo, nuovi alberi da frutta e un filare di viti tutt’intorno al castello. Dorigo colloca la conclusione della vertenza nel 1468, con l’intromissione a vita, concordata fra le parti, dello stesso pievano di San Lorenzo. Le allegre brigate e le donne che follavano i panni C’era un ostacolo che i frati non avevano previsto. Il Castelvecchio doveva essere mèta di allegre brigate, che entravano nei suoi recinti e si divertivano secondo i dettami della vita campestre; e sul Marzenego era uso che le donne andassero a follare i panni, magari accompagnate dai loro uomini. Mal sopportando la novità di non poter più condurre la vita spensierata d’una volta, cominciarono a danneggiare il fondo acquistato dal monastero, asportandone di soppiatto persino la terra. I frati ricorsero al doge, che il 25 gennaio e il 9 giugno 1469 inviò nuove ducali al podestà Girolamo Marcello. Da quelle carte apprendiamo anche che i frati avevano già provveduto a costruire un ponte sul Marzenego, che andava dalla porta del Castelvecchio al luogo dove le donne si recavano «ad follandum». Con quelle ducali l’uso venne definitivamente proibito. La canonica, la chiesa e le proprietà L’insediamento monastico si può collocare fra il 1468 e il 1470: una foresteria, una casa detta «dominicale» e un oratorio, dai quali dipartivano le mura che racchiudevano il brolo. La chiesa venne dedicata a San Giacomo perché, pare, vi fosse collocata una reliquia delle ossa dell’apostolo, esposta sull’altare entro una teca di cristallo montata in oro. Da qui il Priore aveva modo di controllare le varie proprietà dei canonici site nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban. Queste proprietà gli consentirono di comprare anche l’osteria del Cappello. I terreni attorno al nuovo luogo sacro vennero affidati a dei coloni e alla famiglia Querini, presenti nell’area vicino al Castelvecchio già prima del 1274, quando l’incendio devastò le proprietà di questa famiglia patrizia. Forse appartenevano allo stesso ramo dei Querini di Santa Maria Formosa che costruirono Villa Querini al di là del Marzenego. Nel Cinquecento il monastero alienò altri possedimenti vicini per acquistare, con il ricavato, tutto il terreno su cui era sorto il Castelvecchio: nel Seicento ne era ormai l’unico proprietario. I terreni circostanti la foresteria restavano dati a livello, e i frati si limitavano ad abitare in determinati periodi la casa eretta sulle rovine e con le rovine dell’antico castello. Solo nel Settecento vi sarà un frate residente, per curare se non altro l’oratorio. Il ponte conteso e la lapide del 1752 Il ponte che immetteva nel castello doveva essere mantenuto a spese della comunità di Carpenedo, per una delibera del podestà di Treviso del 5 giugno 1323 che il comune di Carpenedo impugnò a lungo. Furono i Canonici a risolvere la questione a proprie spese: rifecero prima il ponte in legno, che fu la causa delle ducali di Cristoforo Moro, e nel Settecento lo sostituirono con uno in pietra. Sul nuovo ponte fecero incidere una lapide latina che, a detta del Barcella, nel 1837 era ancora leggibile: PONTEM HUNC ARCIS VETERISCAN.RUM REG.M RERUMQ. SUARUMTRANSITUDE LIGNO PRIMUM EXTRUCTUMDEINDE SUMPTU NON MEDIOCRI PLURIES REFECTUMDEMUM DOMUS EMOLUMENTO MAXIMOPERPETUOQUE CONSULENTESCAN.CI REG.RES LAPIDEUMF. C.MDCCLII «Questo ponte dell’antica rocca, costruito dapprima in legno per il transito dei Canonici Regolari e delle loro cose, poi più volte rifatto con spesa non indifferente, infine i Canonici Regolari, avendo riguardo al massimo vantaggio della casa e per il futuro, lo fecero eseguire in pietra. 1752.» L’Abbazia di San Giacomo in Mestre Di fatto la chiesa di San Giacomo restava un avamposto di San Salvador e non un vero e proprio edificio religioso autonomo. Giovanni Santo Foscarini, del ramo Alla Carità, fu ordinato prete nel 1723, divenendo in poco tempo Priore di Mestre, teologo e cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Qui strinse amicizia con il cardinale Francesco Barberini. Grazie a quell’amicizia, e forse più per migliorare la propria posizione che per il bene del priorato, riuscì a far arrivare a papa Benedetto XIII una supplica in cui chiedeva di elevare il Priorato di Mestre al rango di Abbazia. La supplica fu accolta dal Papa il 26 aprile 1728, creando non pochi malumori sia da parte della Serenissima sia fra i confratelli di San Salvador: entrambi si sentivano scavalcati da un gesto compiuto senza chiedere loro il permesso. Il Senato accettò la nascita dell’abbazia il 10 settembre 1729, dopo due sedute del Consultore de Jure. Foscarini fu però l’unico frate ad assumere il ruolo di Abate di San Giacomo, pur restando il titolo di Abbazia fino a quando l’istituto religioso rimase attivo. Lasciò Mestre nel 1732 per divenire arcivescovo di Corfù, all’epoca sotto il dominio veneziano, nominato dall’amico cardinale Barberini. Morì nel 1739. Le visite pastorali di Paolo Francesco Giustinian nel 1769 e del vescovo Bernardino Marino nel 1791 restituiscono l’immagine di un luogo modesto: l’oratorio possedeva un unico altare ed era usato esclusivamente dai Canonici e dai loro famigli; le campane non erano sicure e l’edificio era bisognoso di restauro. Il Molino del Castelvecchio Lungo il Marzenego, a pochi passi dall’area su cui sorgeva il castello, si trovava anche il Molino del Castelvecchio, già ridotto a un rudere quando nel 1584 il patrizio Fedrigo Contarini, del fu Donà, chiese alla Repubblica di ricostruirlo, innalzando il salto d’acqua da un piede e dieci once a due piedi e sei once. I periti Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo del 22 gennaio di quell’anno, si opposero: l’innalzamento avrebbe fatto ristagnare le acque nei campi vicini, favorendo il trasporto di sedimenti verso la laguna e il rischio del suo interrimento. La richiesta fu respinta, e il mulino non risorse più. Acqua, sorgo e la fine Nel 1697 e nel 1698 il Marzenego si ingrossò tanto da inondare i prati di Castelvecchio, con un danno di circa sessanta ducati per il monastero. Nel 1697 il livellario era Bastian Martelli e i campi erano tenuti a fieno; l’anno successivo il nuovo affittuale, il dottor Zanmaria Zanzerolami, avviò una coltivazione del sorgo che si protrasse fino alla caduta della Repubblica. Nel 1810 i beni di Castelvecchio furono incamerati dal Governo Napoleonico, come si rileva da una nota nel catastico dei frati. Nel corso di quei tre secoli e mezzo il luogo fu talvolta impiegato anche come lazzaretto, secondo quanto riporta Dorigo, che ne fa durare l’uso fino alla caduta della Repubblica. Ma già al momento del rilievo del catasto napoleonico l’oratorio di San Giacomo non esisteva più: il fondo, passato dopo l’incameramento statale a un certo P. F. Lubencovich, comprendeva allora un oratorio ormai ridotto a rustico coperto di vite, un orto, un ampio prato verso est e una casa a uso proprio del proprietario. Era la fine dell’esperienza monastica cominciata tre secoli e mezzo prima con la lettera di Foscari. L’Ospedale Umberto I La storia di Mestre è da sempre caratterizzata da piccoli e grandi colpi di spugna, in cui un edificio o un’area storica scompaiono inghiottiti da nuove realtà, e così avvenne anche per l’Abbazia di San Giacomo, inghiottita dal primo ospedale di Mestre, l’Umberto I. Rossi-Osmida, che nel 1969 ricostruì la vicenda sui documenti dell’Archivio di Stato, descriveva così lo stato dei luoghi: i fossati del Castelvecchio apparivano ormai totalmente interrati, delle rovine non esisteva più alcuna traccia, ma esattamente dove prima sorgeva il Castello si trovava una chiusura con la foresteria e l’oratorio, disposti in modo eccentrico rispetto all’angolo guardante a nord-est. Immediatamente di fronte alla porta della foresteria si apriva il ponte, ormai in pietra, che attraverso la via battezzata «di Castelvecchio» immetteva in via Torre Belfredo. La foresteria fu poi demolita e al suo posto sorse l’Ospedale Civile Umberto I, mentre veniva interrato il Ramo delle Muneghe nel tratto da via Circonvallazione a poco dopo Calle del Sale. Oggi del Castelvecchio, che venne fagocitato dal priorato, e dell’Abbazia resta intatto solo il Ponte del Castelvecchio sul Ramo delle Muneghe, che permetteva l’accesso sia al Castello sia alle proprietà della Chiesa di San Salvador. Dorigo ha però identificato anche altre due tracce fisiche, meno visibili, e la loro storia è più stratificata di quanto sembri a prima vista. La prima traccia riguarda i materiali più antichi. In quella che oggi si chiama «casa delle suore», incorporata nei fabbricati di servizio dell’ospedale, un muro spesso 59 e 74 centimetri in due punti diversi delimita un ambiente coperto da volte a crociera, largo 24 piedi romani, sorretto da due colonne in marmo veronese con capitelli duecenteschi in marmo greco. Secondo Dorigo questi elementi provengono dalla chiesa del vecchio castello, demolita fra il 1434 e il 1453, e furono riutilizzati in un adattamento compiuto dai Canonici, o dal parroco di San Lorenzo loro affittuario, negli ultimi decenni del Quattrocento. Un secondo riuso riguarda due colonnine più piccole, in marmo greco venato, tuttora visibili al secondo piano dello stesso edificio: provengono dalla cappella quattrocentesca di San Giacomo, che a sua volta le aveva ereditate da qualche altra costruzione del castello, forse la domus magna o la stessa chiesa. L’edificio come lo vediamo oggi, però, non risale…

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