Il Priorato di San Giacomo nel Castelvecchio
Il Priorato di San Giacomo nel Castelvecchio
I Regolari di San Salvador
Del Castelvecchio non rimanevano che mura ed edifici abbandonati quando Girolamo Giusto, Superiore dei Canonici Regolari di San Salvador, si presentò dal Podestà di Mestre Bartolomeo Pisani con la lettera del Doge Francesco Foscari, che disponeva la donazione della costruzione all'ordine religioso. Erano stati gli stessi frati a richiederla, perché vi si potesse alloggiare convenientemente quando ci si recava a Mestre per riscuotere alcuni redditi e per altri affari del monastero. Il documento del Doge porta la data del 13 agosto 1453; la presentazione davanti al Podestà avvenne il 28 e il 30 agosto successivi, alla presenza dei testimoni ser Laurencio Bardulino e ser Calisto de la Vazola.
I Superiori dei Canonici Regolari di San Salvador possedevano terreni confinanti con il fossato del castello già pochi mesi prima dell'incendio del 1274, e la loro prima proprietà nella zona, a nord-ovest della fortezza, era stata acquistata il 31 gennaio 1275 da una certa Engellina, vedova di Zanetto, macellaio di Mestre. Furono loro ad avanzare al Doge la proposta di utilizzare le rovine: il vescovo di Treviso, dopo l'incendio, non aveva più provveduto ad alcun lavoro di restauro o di riedificazione, preferendo alloggiare presso i propri coloni di Mestre.
Ottemperare agli ordini ducali fu tuttavia un'altra faccenda. Si cercò in sostanza di ostacolare i frati nella nuova proprietà, tanto che il doge Cristoforo Moro dovette intervenire due volte, prima con il podestà Marco Balbi e poi con Bartolomeo Erizzo, perché i religiosi non venissero molestati. L'ultima di quelle ducali è dell'11 gennaio 1466. Sempre nel 1466, secondo Wladimiro Dorigo, un'altra ducale dello stesso doge confermò ai frati il possesso, dopo che questi ebbero eretto la chiesetta: non è chiaro se si tratti dello stesso atto riferito da fonti diverse o di un secondo intervento nello stesso anno.
Giovanni Bissuola e i cinquanta ducati d'oro
I frati non se la sentirono di intraprendere un lavoro diretto e affidarono l'incarico a un livellario, un certo Giovanni Bissuola. Costui, ottenuto il terreno, iniziò a dissodarlo, lo rese uniforme livellando un infossamento centrale, piantò alberi da frutta e filari di viti e, presso le mura diroccate, diede principio a una casa e alla chiesetta.
Poco dopo gli amministratori del monastero si accorsero che la cessione «nomine livelli» era nata viziata, perché non soddisfaceva i canoni del diritto ecclesiastico. Chiesero a Bissuola di risolvere il contratto in via amichevole, offrendogli cento ducati d'oro di indennizzo. La trattativa si arenò, e i frati trovarono aiuto in Nicolò, pievano di San Lorenzo, che era fra i testi del rogito. Questi offrì loro cinquanta ducati d'oro a patto di diventare il nuovo affittuale «quousque vixerit», finché fosse vissuto, restando esente da canoni per i primi tre anni. I frati accettarono commossi, a condizione di restare liberi di terminare foresteria e chiesetta, e i cinquanta ducati passarono a Bissuola perché completasse i lavori, aggiungendovi un brolo, nuovi alberi da frutta e un filare di viti tutt'intorno al castello. Dorigo colloca la conclusione della vertenza nel 1468, con l'intromissione a vita, concordata fra le parti, dello stesso pievano di San Lorenzo.
Le allegre brigate e le donne che follavano i panni
C'era un ostacolo che i frati non avevano previsto. Il Castelvecchio doveva essere mèta di allegre brigate, che entravano nei suoi recinti e si divertivano secondo i dettami della vita campestre; e sul Marzenego era uso che le donne andassero a follare i panni, magari accompagnate dai loro uomini. Mal sopportando la novità di non poter più condurre la vita spensierata d'una volta, cominciarono a danneggiare il fondo acquistato dal monastero, asportandone di soppiatto persino la terra.
I frati ricorsero al doge, che il 25 gennaio e il 9 giugno 1469 inviò nuove ducali al podestà Girolamo Marcello. Da quelle carte apprendiamo anche che i frati avevano già provveduto a costruire un ponte sul Marzenego, che andava dalla porta del Castelvecchio al luogo dove le donne si recavano «ad follandum». Con quelle ducali l'uso venne definitivamente proibito.
La canonica, la chiesa e le proprietà
L'insediamento monastico si può collocare fra il 1468 e il 1470: una foresteria, una casa detta «dominicale» e un oratorio, dai quali dipartivano le mura che racchiudevano il brolo. La chiesa venne dedicata a San Giacomo perché, pare, vi fosse collocata una reliquia delle ossa dell'apostolo, esposta sull'altare entro una teca di cristallo montata in oro.
Da qui il Priore aveva modo di controllare le varie proprietà dei canonici site nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban. Queste proprietà gli consentirono di comprare anche l'osteria del Cappello. I terreni attorno al nuovo luogo sacro vennero affidati a dei coloni e alla famiglia Querini, presenti nell'area vicino al Castelvecchio già prima del 1274, quando l'incendio devastò le proprietà di questa famiglia patrizia. Forse appartenevano allo stesso ramo dei Querini di Santa Maria Formosa che costruirono Villa Querini al di là del Marzenego.
Nel Cinquecento il monastero alienò altri possedimenti vicini per acquistare, con il ricavato, tutto il terreno su cui era sorto il Castelvecchio: nel Seicento ne era ormai l'unico proprietario. I terreni circostanti la foresteria restavano dati a livello, e i frati si limitavano ad abitare in determinati periodi la casa eretta sulle rovine e con le rovine dell'antico castello. Solo nel Settecento vi sarà un frate residente, per curare se non altro l'oratorio.
Il ponte conteso e la lapide del 1752
Il ponte che immetteva nel castello doveva essere mantenuto a spese della comunità di Carpenedo, per una delibera del podestà di Treviso del 5 giugno 1323 che il comune di Carpenedo impugnò a lungo. Furono i Canonici a risolvere la questione a proprie spese: rifecero prima il ponte in legno, che fu la causa delle ducali di Cristoforo Moro, e nel Settecento lo sostituirono con uno in pietra. Sul nuovo ponte fecero incidere una lapide latina che, a detta del Barcella, nel 1837 era ancora leggibile:
PONTEM HUNC ARCIS VETERIS
CAN.RUM REG.M RERUMQ. SUARUM
TRANSITU
DE LIGNO PRIMUM EXTRUCTUM
DEINDE SUMPTU NON MEDIOCRI PLURIES REFECTUM
DEMUM DOMUS EMOLUMENTO MAXIMO
PERPETUOQUE CONSULENTES
CAN.CI REG.RES LAPIDEUM
F. C.
MDCCLII
«Questo ponte dell'antica rocca, costruito dapprima in legno per il transito dei Canonici Regolari e delle loro cose, poi più volte rifatto con spesa non indifferente, infine i Canonici Regolari, avendo riguardo al massimo vantaggio della casa e per il futuro, lo fecero eseguire in pietra. 1752.»
L'Abbazia di San Giacomo in Mestre
Di fatto la chiesa di San Giacomo restava un avamposto di San Salvador e non un vero e proprio edificio religioso autonomo.
Giovanni Santo Foscarini, del ramo Alla Carità, fu ordinato prete nel 1723, divenendo in poco tempo Priore di Mestre, teologo e cappellano dell'ambasciata veneziana a Roma. Qui strinse amicizia con il cardinale Francesco Barberini. Grazie a quell'amicizia, e forse più per migliorare la propria posizione che per il bene del priorato, riuscì a far arrivare a papa Benedetto XIII una supplica in cui chiedeva di elevare il Priorato di Mestre al rango di Abbazia.
La supplica fu accolta dal Papa il 26 aprile 1728, creando non pochi malumori sia da parte della Serenissima sia fra i confratelli di San Salvador: entrambi si sentivano scavalcati da un gesto compiuto senza chiedere loro il permesso.
Il Senato accettò la nascita dell'abbazia il 10 settembre 1729, dopo due sedute del Consultore de Jure. Foscarini fu però l'unico frate ad assumere il ruolo di Abate di San Giacomo, pur restando il titolo di Abbazia fino a quando l'istituto religioso rimase attivo. Lasciò Mestre nel 1732 per divenire arcivescovo di Corfù, all'epoca sotto il dominio veneziano, nominato dall'amico cardinale Barberini. Morì nel 1739.
Le visite pastorali di Paolo Francesco Giustinian nel 1769 e del vescovo Bernardino Marino nel 1791 restituiscono l'immagine di un luogo modesto: l'oratorio possedeva un unico altare ed era usato esclusivamente dai Canonici e dai loro famigli; le campane non erano sicure e l'edificio era bisognoso di restauro.
Il Molino del Castelvecchio
Lungo il Marzenego, a pochi passi dall’area su cui sorgeva il castello, si trovava anche il Molino del Castelvecchio, già ridotto a un rudere quando nel 1584 il patrizio Fedrigo Contarini, del fu Donà, chiese alla Repubblica di ricostruirlo, innalzando il salto d'acqua da un piede e dieci once a due piedi e sei once. I periti Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo del 22 gennaio di quell'anno, si opposero: l'innalzamento avrebbe fatto ristagnare le acque nei campi vicini, favorendo il trasporto di sedimenti verso la laguna e il rischio del suo interrimento. La richiesta fu respinta, e il mulino non risorse più.
Acqua, sorgo e la fine
Nel 1697 e nel 1698 il Marzenego si ingrossò tanto da inondare i prati di Castelvecchio, con un danno di circa sessanta ducati per il monastero. Nel 1697 il livellario era Bastian Martelli e i campi erano tenuti a fieno; l'anno successivo il nuovo affittuale, il dottor Zanmaria Zanzerolami, avviò una coltivazione del sorgo che si protrasse fino alla caduta della Repubblica.
Nel 1810 i beni di Castelvecchio furono incamerati dal Governo Napoleonico, come si rileva da una nota nel catastico dei frati. Nel corso di quei tre secoli e mezzo il luogo fu talvolta impiegato anche come lazzaretto, secondo quanto riporta Dorigo, che ne fa durare l'uso fino alla caduta della Repubblica. Ma già al momento del rilievo del catasto napoleonico l'oratorio di San Giacomo non esisteva più: il fondo, passato dopo l'incameramento statale a un certo P. F. Lubencovich, comprendeva allora un oratorio ormai ridotto a rustico coperto di vite, un orto, un ampio prato verso est e una casa a uso proprio del proprietario. Era la fine dell'esperienza monastica cominciata tre secoli e mezzo prima con la lettera di Foscari.
L'Ospedale Umberto I
La storia di Mestre è da sempre caratterizzata da piccoli e grandi colpi di spugna, in cui un edificio o un'area storica scompaiono inghiottiti da nuove realtà, e così avvenne anche per l'Abbazia di San Giacomo, inghiottita dal primo ospedale di Mestre, l'Umberto I.
Rossi-Osmida, che nel 1969 ricostruì la vicenda sui documenti dell'Archivio di Stato, descriveva così lo stato dei luoghi: i fossati del Castelvecchio apparivano ormai totalmente interrati, delle rovine non esisteva più alcuna traccia, ma esattamente dove prima sorgeva il Castello si trovava una chiusura con la foresteria e l'oratorio, disposti in modo eccentrico rispetto all'angolo guardante a nord-est. Immediatamente di fronte alla porta della foresteria si apriva il ponte, ormai in pietra, che attraverso la via battezzata «di Castelvecchio» immetteva in via Torre Belfredo. La foresteria fu poi demolita e al suo posto sorse l'Ospedale Civile Umberto I, mentre veniva interrato il Ramo delle Muneghe nel tratto da via Circonvallazione a poco dopo Calle del Sale.
Oggi del Castelvecchio, che venne fagocitato dal priorato, e dell'Abbazia resta intatto solo il Ponte del Castelvecchio sul Ramo delle Muneghe, che permetteva l'accesso sia al Castello sia alle proprietà della Chiesa di San Salvador. Dorigo ha però identificato anche altre due tracce fisiche, meno visibili, e la loro storia è più stratificata di quanto sembri a prima vista.
La prima traccia riguarda i materiali più antichi. In quella che oggi si chiama «casa delle suore», incorporata nei fabbricati di servizio dell'ospedale, un muro spesso 59 e 74 centimetri in due punti diversi delimita un ambiente coperto da volte a crociera, largo 24 piedi romani, sorretto da due colonne in marmo veronese con capitelli duecenteschi in marmo greco. Secondo Dorigo questi elementi provengono dalla chiesa del vecchio castello, demolita fra il 1434 e il 1453, e furono riutilizzati in un adattamento compiuto dai Canonici, o dal parroco di San Lorenzo loro affittuario, negli ultimi decenni del Quattrocento.
Un secondo riuso riguarda due colonnine più piccole, in marmo greco venato, tuttora visibili al secondo piano dello stesso edificio: provengono dalla cappella quattrocentesca di San Giacomo, che a sua volta le aveva ereditate da qualche altra costruzione del castello, forse la domus magna o la stessa chiesa.
L'edificio come lo vediamo oggi, però, non risale a nessuna di queste due fasi. Fu costruito come «casa e corte di proprio uso» dalla famiglia Lubencovich, proprietaria del fondo dopo l'incameramento napoleonico, fra la fine del Settecento e il 1810: fu in quella costruzione che le due colonnine della cappella furono reimpiegate una seconda volta. Il nome «casa delle suore» è più tardo ancora, e risale soltanto al Novecento.
Poco distante, una «barchessa» documentata da una fotografia ottocentesca, di circa 31,65 per 13,90 metri, era invece la fattoria del monastero, anch'essa databile al tardo Quattrocento e forse costruita a sua volta su strutture del vecchio castello: fu sostituita nel Novecento dai servizi di cucina e dispensa dell'ospedale. La vicenda dell'area dopo l'incameramento napoleonico è raccontata nell'articolo dedicato ai mille anni di storia nell'area del Castelvecchio.
Galleria Fotografica
Bibliografia
- Zoccoletto, Giorgio. Il Priorato di Mestre eretto in Abbazia, Centro Studi Storici di Mestre.
- Rossi-Osmida, Gabriele. Il primo Castello di Mestre, in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno 6-7 dicembre 1969, Quaderno di studi e notizie n. 13, Centro di Studi Storici di Mestre.
- Dorigo, Wladimiro. Mestre medioevale, in «Venezia Arti», Bollettino del Dipartimento di storia e critica delle arti dell'Università di Venezia, n. 5, 1991, pp. 9-28.
- Archivio di Stato di Venezia, Monastero di San Salvatore, buste 14 e 16.
- Barcella, Bonaventura. Notizie storiche del castello di Mestre, Venezia, 1839.
- Il Marzenego. Vivere il fiume e il suo territorio.
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