Il monastero di Santa Maria delle Grazie
La Chiesa di Santa Maria delle Grazie
Il borgo delle Muneghe dalle Benedettine al Museo
Il Monastero di Santa Maria delle Grazie di Mestre
Il contesto delle origini
La genesi del monastero di Santa Maria delle Grazie è strettamente legata alle ondate migratorie causate dalla minaccia ottomana nel Nord-Est italiano alla fine del XV secolo.
Le fonti non sono del tutto univoche sulla data esatta, ma una testimonianza del 1481 parla dell'acquisto di una modesta abitazione rurale a un solo piano, completa di orto, stalla e muro di cinta, situata proprio sulle rive del Marzenego. Quel luogo prese presto il nome di "Borgo delle Muneghe", toponimo che rimase ufficiale fino a metà Ottocento. Lo storico Luigi Brunello propone invece una ricostruzione leggermente diversa: monache benedettine (benedettine cassinesi) provenienti da Udine si sarebbero rifugiate inizialmente presso la chiesa di San Marco nel 1490, per poi trasferirsi definitivamente nella sede di via Poerio nel 1501. Una migrazione che racconta già da sola quanto fosse viva e tormentata la storia di Mestre in quegli anni.
Consolidamento finanziario e patronati illustri
Da semplice rifugio il monastero divenne una solida istituzione soprattutto nel corso del XVI secolo, grazie al sostegno di famiglie facoltose e figure di grande rilievo. Una protagonista assoluta fu l'Abbadessa Lucia Zetta, nominata nel 1548. Alla morte del padre, il ricco mercante Polo Zetta, divenne erede universale e riversò ingenti capitali nel convento: sistemò gli edifici originari, acquistò immobili redditizi come l'Osteria della Rosa e gestì prestiti che garantivano rendite costanti. Il prestigio dell'istituzione crebbe al punto da attirare l'attenzione di Marco Dolce, Capitan Grande del Consiglio dei Dieci. Nel 1593 divenne il primo procuratore del monastero, sfruttando i meriti militari acquisiti nella Guerra Turchesca per favorire nuovi ampliamenti. Dolce scelse questo luogo anche per collocarvi la figlia e due nipoti, creando un legame profondo tra l'élite veneziana e la vita claustrale mestrina.
L'eccellenza architettonica e l'integrazione urbanistica
Lo sviluppo architettonico del complesso riflette il coinvolgimento dei più grandi maestri del Rinascimento e del Barocco veneziano. Quando la comunità crebbe, nel 1580-1582 il Proto Francesco Zamberlan, fedelissimo collaboratore di Andrea Palladio, progettò un importante ampliamento. Il Consiglio Civico, con una delibera del 13 giugno 1582, impose una condizione straordinaria: sotto la nuova fabbrica dovevano nascere portici pubblici, perfetti per il mercato e il passeggio cittadino. In questo modo clausura e vita urbana si intrecciarono in maniera sorprendente. Nel 1661, per delimitare le proprietà monastiche, fu eretto il Capitello di via Brenta Vecchia: un pilastro con bassorilievo della Madonna col Bambino, una croce intrecciata a una falce di luna e simboli che evocano lo Spirito, tanto da far ipotizzare a qualcuno legami con i Cavalieri di Malta. Tra il 1667 e il 1671 Antonio Bettinelli progettò la nuova chiesa, necessaria per celebrare quotidianamente decine di messe legate ai lasciti testamentari e per ospitare le arche sepolcrali dei benefattori; fu consacrata da Bartolomeo Gradenigo il 4 gennaio 1671. Infine, nel 1728 Giorgio Massari realizzò l'altare maggiore, un'opera sontuosa in pietra di Rovigno e pregiati marmi africani e di Carrara, che rappresenta il vertice del decoro architettonico del monastero.
Economia e vita quotidiana
L'economia si reggeva su decime e contratti locali regolati dagli Statuti Trevigiani. Un esempio del 1612 mostra come i coloni pagassero con la "misura mestrina": stara di frumento, mosto di vino bianco puro, oche, polli e uova nelle festività di San Pietro, Ognissanti e Pasqua. Nel 1747 il Senato veneziano trasformò la "pubblica elemosina" in una fornitura annua di tre staia di sale, un piccolo ma costante aiuto per le religiose. La disciplina interna era rigidissima: nel 1648 il Vescovo Giovanni Antonio Lupi emanò 68 articoli che proibivano il gioco delle carte, l'uso di abiti maschili a Carnevale e contatti non autorizzati con operai o contadini. Le trasgressioni venivano punite con severità dall'Abbadessa. Un episodio emblematico di tensione sociale fu quello del 1780, quando Morosina Morosini, giovane nobile, volle farsi monaca contro il parere della famiglia: fu necessario l'intervento degli Inquisitori di Stato per riportarla a casa.
Spazi funzionali e simbolici del cenobio
Gli spazi del cenobio riflettevano questa organizzazione gerarchica e la rigorosa tutela della clausura.
La Sala del Capitolo costituiva il vero cuore del potere decisionale: qui si eleggeva l'Abbadessa mediante scrutinio segreto (da cui deriva l'espressione ancora oggi utilizzata «aver voce in capitolo»), si leggeva quotidianamente la Regola, si decidevano le ammissioni di novizie e converse, si approvavano i rendiconti economici.
Il Parlatorio rappresentava l'unico punto di contatto filtrato con il mondo esterno: le monache potevano parlare con i visitatori (esclusivamente parenti stretti) solo attraverso una grata e solo in determinate fasce orarie (dall'alba al tramonto), sotto la stretta sorveglianza delle portinaie.
Particolarmente significativa era l'organizzazione dei due chiostri, cortili interni circondati da porticati, che svolgevano funzioni complementari e ben distinte nella vita quotidiana della clausura.
Il termine chiostro (dal latino claustrum) era talmente identificativo della realtà conventuale da essere spesso utilizzato come sinonimo dell'intero monastero, come testimoniano i documenti storici che parlano dello «splendore de' Sacri Chiostri».
Le due corti avevano destinazioni d'uso chiaramente differenziate, proprio per separare le attività più pratiche e comunitarie da quelle prettamente spirituali:
- il primo chiostro era l'area deputata alle funzioni associative: spazio di aggregazione, di coordinamento e di svolgimento delle attività comunitarie quotidiane della clausura;
- il secondo chiostro, invece, aveva una connotazione molto più raccolta ed era presumibilmente riservato alla meditazione individuale, alla preghiera silenziosa e alla riflessione spirituale, lontano dalle incombenze amministrative o collettive.
L'esistenza di entrambi gli spazi è confermata con certezza dalle cartografie storiche: entrambi risultano chiaramente presenti sia nel Catasto Napoleonico del 1808 che nel Catasto Austriaco del 1838.
Le vicende successive alla soppressione hanno però modificato irreversibilmente questa configurazione. Mentre ampie porzioni della struttura originaria e del primo chiostro sono giunte fino a noi nonostante la trasformazione dell'edificio in caserma, il secondo chiostro è andato completamente perduto. Esso scompare infatti dalle mappe del Catasto del 1913, essendo stato demolito dai militari per ricavarne una vasta spianata necessaria alle esercitazioni o alle necessità logistiche della guarnigione.
L'orto e il brolo (circa due campi trevisani acquisiti nel 1659) garantivano inoltre una buona autosufficienza alimentare e permettevano di coltivare frutta e verdura, stendere i panni e svolgere altre attività pratiche senza mai uscire dalla clausura.
La soppressione napoleonica e l'eredità artistica
Il colpo finale arrivò nel 1806 con il decreto napoleonico di soppressione degli ordini religiosi: le monache furono trasferite a Torcello, il complesso trasformato in caserma militare prima per le truppe di Eugenio Beauharnais e poi per quelle austriache. La chiesa fu sconsacrata e spogliata; nel 1808 gli "zelanti fabbricieri" di San Lorenzo riuscirono a salvare l'altare del Massari e altri arredi, trasferendoli nel Duomo per preservarli.
Nonostante la soppressione napoleonica del 1806 e la successiva trasformazione del complesso in struttura militare, diverse testimonianze artistiche, architettoniche e culturali del Monastero di Santa Maria delle Grazie sono giunte fino ai giorni nostri attraverso ricollocazioni strategiche o permanenze nel tessuto urbano. L'eredità materiale più imponente è rappresentata dall'altare maggiore, un'opera d'arte progettata nel 1728 da Giorgio Massari con materiali pregiati come il marmo africano e la pietra di Rovigno. Nel 1808, per sottrarlo all'incuria della chiesa ormai ridotta a caserma, l'altare fu trasferito nel vicino Duomo di San Lorenzo, dove è tuttora visibile e identificabile grazie a un'iscrizione posta alla base di una delle sue colonne. All'interno del Duomo è stata preservata anche la lapide che commemora la solenne consacrazione della chiesa monastica avvenuta nel 1671 per mano del Vescovo Bartolomeo Gradenigo, oggi collocata sopra l'ingresso interno.
Parallelamente, la devozione cittadina ha permesso la salvaguardia dell'icona miracolosa della Vergine, un bassorilievo marmoreo bianco che le monache avevano portato con sé durante l'esilio a Torcello. Per lascito testamentario dell'ultima Abbadessa, Luigia Noris, la sacra immagine tornò a Mestre nel 1844 e fu solennemente riposta nella chiesa di San Rocco, all'interno della cappella di Sant'Antonio Abate. Per quanto concerne l'assetto architettonico esterno, rimane ancora visibile all'angolo tra via Brenta Vecchia e via Pascoli il capitello seicentesco datato 1661, che reca l'effige della Madonna col Bambino e simbologia legata alla storia del cenobio. Sebbene originariamente fosse posto a un'altezza maggiore sopra un pilastro del muro di cinta, esso continua a segnare il perimetro dell'antico possedimento religioso.
Infine, una parte vitale di quanto si è salvato risiede nel patrimonio immateriale della città: la toponomastica storica conserva ancora riferimenti al "Ramo delle Muneghe" e alla "Strada comun delle Muneghe", mentre il linguaggio popolare mantiene vivi modi di dire come "aver voce in capitolo" e termini come "muneghette", che continuano a legare il presente di Mestre alla plurisecolare presenza delle sue monache.
Dalla caserma al museo
Dopo i francesi e gli austriaci, il complesso restò a lungo in mano ai militari: fra le due guerre la caserma delle Grazie, sede del distretto militare, portava già il nome di Edmondo Matter, e fu per un periodo la prima sede della caserma Matter. Rimasta poi in abbandono per decenni, l’area fu scelta dalla Fondazione di Venezia, che nel 2010 bandì un concorso internazionale per il nuovo museo del Novecento. Il progetto dell’M9 ha affiancato ai nuovi edifici il recupero del monastero cinquecentesco: il chiostro superstite, restaurato, è oggi una piccola piazza aperta alla città, mentre la chiesa ospita una libreria e spazi culturali. Il borgo delle Muneghe è diventato così il cuore del distretto dell’M9.
Galleria Immagini
Bibliografia
- Calabi, Donatella e Svalduz, Elena, Il borgo delle muneghe a Mestre. Storia di un sito per la città, Venezia, Marsilio.
- Zabeo, Stefano, Un monastero sulle rive del Marzenego, Padova, Storia Veneta.
- Sistema Archivistico Nazionale, Santa Maria delle Grazie di Mestre, benedettine cassinesi.
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