Mestre Scomparsa
La Mestre che non ti aspetti e non c'è più
Nel suo libro Mestre. Il porto, il castello, Luigi Brunello ci introduce ai temi trattati con una citazione da Italo Calvino tratta da Le città invisibili. E Mestre conta un'infinità di luoghi scomparsi, divenuti invisibili e dimenticati nel tempo, di cui il ricordo è rimasto imprigionato nella nebbia della memoria.
Questa sezione è dedicata a questi luoghi, edifici che un tempo erano vivi e che oggi hanno lasciato di sé solo poche testimonianze.
La Chiesa e la Scuola di San Rocco
La chiesa e la scuola di San Rocco | Discovery Mestre La chiesa e la scuola di San Rocco Una piccola chiesa, una storia antica Le origini: la chiesa (1476) La chiesa di San Rocco a Mestre fu eretta attorno al 1476, tredici anni prima di quella di Venezia, in un periodo in cui imperversava la peste. San Rocco è il santo protettore contro tale malattia. La Comunità Mestrina donò ai Frati Minori Conventuali un terreno situato di fianco al fossato del Castelnuovo e con alle spalle il Marzenego (Ramo della Beccaria). Il 1480 è l’anno in cui convento e chiesa furono resi abitabili e consacrati; la costruzione era iniziata qualche anno prima. L’edificio segue i canoni dell’architettura francescana a capanna, semplice nelle linee, sobrio tanto all’esterno quanto all’interno. In origine l’altare era in legno, e tale rimase fino al 1630. Dal 18 novembre 1480 la chiesa venne affidata ai Frati Minori Conventuali, che realizzarono un piccolo convento annesso. Il convento aveva al piano terreno un ospizio per pellegrini e persone bisognose di aiuto; agli altri piani il refettorio, la biblioteca e le abitazioni dei monaci. Nel 1493 i frati acquistarono una campana per la chiesa. Nel 1962, durante gli scavi per la fondazione di un fabbricato adiacente al muro di levante della chiesa, furono scoperte circa ottanta sepolture di uomini, donne e bambini di varia età, chiuse in casse di rovere: era il cimitero annesso alla chiesa, attivo fino all’epoca napoleonica. La fondazione della Scuola (1487) Nel 1487, all’interno della chiesa, si formò la Scuola di San Rocco, confraternita laica dedita ad aiutare i poveri e i bisognosi. A Mestre esistevano già due scuole: la Scuola dei Battuti, fondata nel 1302 (in Borgo San Lorenzo, oggi Laurentianum), e la Scuola di San Marco, fondata il 25 aprile 1424 (vicino a Ca’ Collalto). La Scuola di San Rocco fu la terza. La data del 1487 potrebbe non essere quella di fondazione effettiva: Brunello ritiene che il sodalizio potesse essere sorto qualche anno prima, legato alla presenza dei Minori Conventuali. La mariegola è datata 27 marzo 1499 e riporta la citazione: «Item congregati li fradeli dela Scola de miser San Rocho in lo refetorio de li frati». La confraternita dichiarava esplicitamente di essere «membro» della più illustre matrice veneziana e sorgeva nell’omonima chiesa, allora appartenente ai Minori Conventuali. Lo statuto originario, studiato da Lia Sbriziolo sul manoscritto conservato nell’Archivio della Chiesa di San Lorenzo, si compone di ventitré brevi capitoli preceduti da un prologo essenziale. Non contiene la matricola degli iscritti: i confratelli che aderirono nell’anno di fondazione rimangono per lo più anonimi. Le regole sono semplici e pratiche, prive di velleità spirituali, e riflettono l’origine per laici devoti più che per vocazione religiosa. L’assemblea, chiamata «capitolo», sceglieva ventidue persone che a loro volta nominavano il guardiano (detto anche gastaldo) e i preposti agli altri incarichi. Il guardiano era assistito da cinque «compagni» di sua scelta che formavano la «banca». C’erano poi il massaro, con mansioni amministrative, e due degani, assimilabili a sindaci delegati al controllo. Le cariche duravano un anno. La confraternita era aperta indifferentemente a uomini e donne. Per essere ammessi era sufficiente il pagamento di una tassa; per le ammissioni successive era previsto il ballottaggio. Era consentita l’appartenenza contemporanea ad altre scuole, anche fuori dal territorio di Mestre. La vita associativa era scandita dalla lettura dello statuto ogni mercoledì santo e almeno due volte l’anno. Guerra, ricostruzione e il trittico di Cima (1502-1513) Nel 1502 la Scuola di San Rocco commissionò a Giovanni Battista Cima da Conegliano tre tavole per ornare l’altare della chiesa, raffiguranti i Santi Caterina d’Alessandria, Sebastiano e Rocco. È una delle opere più significative commissionate da una confraternita mestrina nel Quattrocento maturo. La chiesa venne distrutta nel 1509 durante la Guerra della Lega di Cambrai e poi ricostruita. Durante l’invasione dei lanzichenecchi del 1513 fu distrutto anche il convento. Anni di guerra e saccheggio segnarono una frattura profonda nella vita del sodalizio, che nel corso del Cinquecento avviò la sua parabola discendente. Quando nel 1630 fu costruito il nuovo altare maggiore, il trittico andò nei locali della Scuola di S. Maria dei Battuti, adiacente alla Chiesa di S. Lorenzo, dove rimase dimenticato e smembrato. Nel 1807, alla cessazione della Scuola dei Battuti, gli amministratori provvisori dell’Ospizio consegnarono all’arciprete di S. Lorenzo tutti gli effetti rimasti: nella sacrestia della Chiesa di S. Lorenzo esistono tuttora tre tavole raffiguranti i Santi Caterina, Sebastiano e Rocco, prive di cornice e bisognose di restauro, la prima delle quali porta visibile la firma di Cima da Conegliano. Al Musée des Beaux-Arts di Strasburgo si trova una tavola di cm. 114×46 raffigurante San Sebastiano, con l’indicazione che faceva parte di un polittico eseguito da Cima per la Chiesa di S. Rocco di Mestre. Resta aperta la questione se il trittico autentico sia quello disperso tra Strasburgo e la Wallace Collection di Londra, o quello conservato nella sacrestia di S. Lorenzo. La sede propria della Scuola (1521) Fino al 1521 la Scuola non ebbe sede distinta dalla chiesa. Il 12 marzo 1521 il gastaldo Giovanni da Legnago convocò l’assemblea dei confratelli, che approvarono all’unanimità la proposta di procedere all’acquisto o costruzione di un immobile da destinarsi a sede. Il 21 maggio donna Benedetta, con atto stipulato a Salvatronda dal notaio Pietro Caberlino, concesse perpetuamente alla Scuola il diritto di disporre dei due terzi di una casa di sua proprietà sita in Mestre, nel rione di S. Rocco, contro il pagamento di quattro ducati all’anno. Il fabbricato è quello ancora oggi visibile ai civici 19 e 21 di Via Manin. Al piano terreno, alle spalle del sottoportico, si trovavano i locali destinati ad abitazione; al primo piano la sede della Scuola, luogo di riunione della banca e del capitolo, dove erano conservati l’archivio, gli arredi e tutti gli oggetti appartenenti alla confraternita. Architettura della chiesa L’edificio presenta un’unica navata rettangolare coperta da capriate lignee e un presbiterio rialzato. L’altare maggiore rimase in legno fino al 1630; di quello nuovo, in marmo, Fapanni ebbe ad osservare: «Vedesi in esso il cattivo gusto del seicento». L’abside è preceduta da due alte colonne con capitelli a volute che sorreggono l’arco di ingresso, mentre tre grandi tele di scuola veneziana ne ornano le pareti. Sull’alzata posteriore dell’altare è posta la statua del Santo. Sulla parete di ponente si erge un grande altare dedicato a San Francesco di Paola (1604), con quattro colonne con capitelli corinzi che sorreggono un timpano e cinque statue di angeli e santi; al centro la pala che raffigura S. Francesco da Paola, ai lati due statue di santi. La pala è attribuita a Domenico Tintoretto (figlio di Jacopo). Sulla parete opposta fu ricavata una cappella dedicata dapprima a S. Antonio Abate, poi alla Madonna delle Grazie, la cui immagine proveniva dalla chiesa omonima chiusa in epoca napoleonica. L’immagine fu trasferita a S. Rocco l’8 settembre 1844 da monsignor Giovanni Renier. Il campanile «a vela» è quello originario: il nuovo campanile pianificato nel 1771 sul lato di levante non fu mai completato. Il declino della Scuola e la soppressione (1543-1810) Nel 1543 il podestà Andrea Priuli dichiarò la Scuola erede di Francesco Falchetti, morto senza discendenti, nella casa che questi abitava dietro il Pavion in borgo San Lorenzo. Quell’immobile fu poi avocato al Regio Demanio, e la fabbriceria di San Lorenzo tentò per decenni, senza successo, di recuperare i livelli che vi gravavano. A partire dal 1650 padre Felice Zoldi diede avvio a notevoli opere di abbellimento e restauro della chiesa, provvedendo in primo luogo a porla in buone condizioni di manutenzione. Nel corso del Settecento trovarono accoglienza nella chiesa anche le confraternite di S. Francesco di Paola e di S. Antonio di Padova. Il governo della Repubblica nel 1769 ordinò la soppressione del convento, che fu abbandonato dai religiosi il 31 agosto dello stesso anno. L’11 giugno 1770 il convento fu venduto all’abate don Giovanni Battista Colledani, che dovette intervenire con opere di restauro al campanile e alla facciata della chiesa prima di consegnarne le chiavi alle tre scuole, nella persona di don Antonio Briuzzi, già celebrante per le confraternite. Nel 1771 le tre scuole si impegnarono a costruire un campanile sul lato di levante, in corrispondenza della Cappella di S. Francesco, con costo di circa cento ducati diviso fra le scuole e l’abate. L’opera non fu mai completata: sopravvisse il campanile a vela originario. Con la soppressione napoleonica del 25 maggio 1810 la Scuola di San Rocco cessò definitivamente di esistere insieme a tutte le altre confraternite mestrine. Nel 1801 il gastaldo Lorenzo Zucchi aveva già segnalato il degrado degli stabili; si era venduta l’argenteria rimasta dopo le requisizioni napoleoniche del 1797. Dopo la soppressione la chiesa fu retta da una Fabbriceria e continuò ad essere officiata dal clero di S. Lorenzo, insieme alla chiesa di S. Girolamo. Dal Novecento a oggi Nel 1921 la chiesa fu affidata all’Istituto Berna fondato da Don Orione, che ne curò la manutenzione e l’uso liturgico per gli studenti. Rimase chiusa e in abbandono tra il 1958 e il 1964; subì danni dal terremoto del Friuli del 1976. Un restauro tra il 1982 e il 1989 riportò l’aspetto originario, con il recupero di pavimenti, intonaci e decorazioni barocche. Fu reinaugurata il 23 settembre 1989. Oggi è una rettoria dipendente dal Duomo di Mestre e ospita la parrocchia greco-cattolica rumena, che vi celebra la Divina Liturgia. È aperta al culto e visitabile in occasione di eventi religiosi o culturali. Galleria immagini La chiesetta di San Rocco a Mestre La chiesa di San Rocco in Via Manin L’edificio che accolse la Scuola di San Rocco in Via Manin San Rocco, parte del polittico di Cima da Conegliano, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo San Sebastiano, parte del polittico di Cima da Conegliano, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo Santa Caterina d’Alessandria, Cima da Conegliano, The Wallace Collection, Londra Mappa di Mestre di Tommaso Scalfurotto del 1781, si nota la chiesa di San Rocco Chiesa e Monastero di San Rocco, disegno di Luigi Brunello Bibliografia Luigi Brunello, Una chiesa e una scuola, Centro di Studi Storici di Mestre. Lia Sbriziolo, Lo statuto quattrocentesco della Scuola di S. Rocco di Mestre, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Luigi Brunello, Fatti di Mestre del 1513, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Archivio della Chiesa di San Lorenzo di Mestre, manoscritto della mariegola della Scuola di San Rocco (1487). × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il molino del Castelvecchio
Molino del Castel Vecchio | Discovery Mestre Molino del Castel Vecchio Una storia del 1584 Lungo il corso del Marzenego, a pochi passi dall’antico nucleo fortificato di Mestre (Castel Vecchio), sorgeva un molino un tempo essenziale per la molitura del grano e la vita economica locale. Nel 1584, quando ormai l’area era passata da oltre un secolo al Priorato di San Giacomo, il patrizio Fedrigo Contarini, del fu Donà, presentò una richiesta formale alla Repubblica di Venezia per ricostruire il mulino, ormai ridotto a un rudere in avanzato stato di degrado. Il 22 gennaio 1584, durante un sopralluogo ufficiale, i tecnici constatarono che il mulino era quasi distrutto e non ostacolava in modo significativo il deflusso delle acque. Il salto d’acqua (l’antipetto) era inferiore di un piede e dieci once veneziane rispetto al livello del fiume in condizioni di magra. Una canaletta laterale di bypass permetteva, in caso di piena, di deviare le acque superiori evitando l’allagamento del mulino. Tuttavia, nonostante questo sistema, durante le portate più intense i terreni agricoli circostanti finivano regolarmente sommersi. Il progetto di ricostruzione Contarini propose di rialzare il salto d’acqua a due piedi e sei once, in linea con i mulini situati più a monte. L’intervento avrebbe aumentato la potenza idraulica, ma anche la capacità di trattenere e regolare le acque nel tratto superiore del Marzenego. Il parere dei periti I periti idraulici nominati dalla Repubblica, Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, si opposero fermamente al progetto. Secondo la loro relazione: L’innalzamento del dislivello avrebbe causato un ristagno prolungato delle acque nei campi vicini, protetti da argini bassi. L’acqua stagnante avrebbe indebolito il terreno, favorendo la disgregazione del suolo e il trasporto di sedimenti verso il Marzenego e, di conseguenza, nella laguna di Venezia — con il rischio di accelerarne l’interrimento. La decisione della Repubblica Per tutelare l’equilibrio idraulico del territorio e, soprattutto, la salvaguardia della laguna — considerata un bene strategico per la difesa e il commercio della Serenissima — la richiesta di ricostruzione fu respinta. Il Molino del Castel Vecchio non risorse mai più. Oggi ne rimane solo il ricordo, custodito negli archivi veneziani e nella toponomastica locale. Bibliografia Il Marzenego. Vivere il fiume e il suo territorio. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
L’Ospedale di Mestre: l’Umberto I
L’ospedale di Mestre: l’Umberto I | Discovery Mestre L’ospedale di Mestre: l’Umberto I La storia del primo ospedale cittadino I primi presidi sanitari Mestre non ebbe un ospedale per tutto l’Ottocento: era un piccolo paese con poche migliaia di cittadini e una capacità di spesa irrisoria. La mancanza di una struttura atta a curare i mestrini obbligò per lungo tempo la comunità locale a recarsi a Venezia presso l’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. Tale ospedale divenne civile nel 1819, dopo che Napoleone aveva realizzato nella scuola di San Marco il suo ospedale militare (1807). L’amministrazione locale doveva però pagare le spese dei cittadini lì ricoverati. L’idea di realizzare un ospedale si manifestò già sotto l’amministrazione asburgica: nel 1838 fu individuato un terreno vicino a Piazza delle Erbe per costruire un primo «ospedale pegli poveri». Angelo Barbaro, Domenico Solari e Cesare Ticozzi formavano la commissione per la sua realizzazione, ma Mestre dovette fare ancora i conti con una cassa comunale troppo povera. Ci pensò il dottor Giuseppe dalla Giusta — eroe della Sortita e proprietario della villa che oggi ospita la sede locale della Volksbank in Via Torre Belfredo — a realizzare un primo ambulatorio nel casino del Conte Gaspare Contarini dal Zaffo, patrizio veneziano, sito a poca distanza dalla sua residenza. Si trattava di una soluzione momentanea che portava però sollievo ai più bisognosi. Per vedere la realizzazione del primo ospedale cittadino si deve aspettare il Novecento e ringraziare la determinazione del conte e sindaco di Mestre Jacopo Rossi, che istituì un «comitato per la costruzione di un ospedale a Mestre» riunendo attorno a sé dodici importanti personalità dell’epoca. Tale comitato raccolse ben 50.000 lire, mettendo le basi per un edificio in grado di ospitare circa 40 pazienti. Una volta individuato nel terreno del Castelvecchio il luogo più adatto, si passò alla trattativa con la famiglia Tozzi per l’acquisto dell’area. Piero Berna, che faceva parte del comitato, si offrì non solo di condurre la trattativa ma di sostenerla a proprie spese. Quei 40.000 mq costarono al Berna 40.000 lire — per l’epoca una somma davvero importante — che cedette poi gratuitamente al comune, permettendo l’inizio dei lavori pochi giorni dopo esserne entrato in possesso. Il Berna fu chiamato anche a presiedere l’«Opera Pia» — la società che stava realizzando l’ospedale — a causa del suicidio del conte Rossi. Le sue disgrazie economiche, legate alla bancarotta dei Da Re, e le voci infondate sul fatto che avesse sottratto fondi raccolti per l’ospedale lo portarono alla disperazione. Un’idea del Conte Giacomo Rossi Inizia così il Proemio dello Statuto Organico presieduto dal Cav. Antonio d’Ambrosio e approvato dal Ministero dell’Interno il 31 ottobre 1919 — un Proemio che voleva ricordare il conte Rossi, morto suicida nel 1904 e padre putativo del primo ospedale di Mestre. Era un altro tempo, in cui l’istituzione di un ospedale era messa in atto non da enti pubblici, ma da cittadini che donarono capitali propri per la realizzazione di un’opera fondamentale per la città, destinata ai poveri e ai più bisognosi. Va ricordato il nome del Cav. Pietro Berna, che acquistò i terreni su cui sarebbe stato edificato — nell’area dell’ex Castelvecchio — per 40.000 lire dalla signora Elvira Tozzi Favier, per poi donarli alla Pia Istituzione. E pensiamo alla stessa signora Tozzi Favier, che donò 30.000 lire per realizzare l’ospedale con un testamento del 1914. Ricordiamo i signori Marini Missara e Zancanaro che lasciarono 10.000 lire in eredità all’Istituto, così come la vedova del sindaco Allegri che donò la stessa cifra. Federico Ponci lasciò invece 5.000 lire. Il Comune di Mestre mise sulla bilancia 30.000 lire: non per disinteresse, bensì perché aveva sempre scarsi fondi a disposizione. La donazione di Cesare Cecchini C’è un nome messo in risalto sia nel documento del 31 ottobre 1919 sia in un’assemblea comunale del 14 dicembre 1915: è quello di Cesare Cecchini, imprenditore che si trasferì a Mestre da Parigi nel 1886 e qui fece ulteriore fortuna. Il Cecchini, assieme al fratello Giovanni, realizzò opere fondamentali per lo sviluppo di Mestre, arrivando a prestare denaro senza scopo di lucro al comune, come quando fornì 80.000 lire per la realizzazione di Via Circonvallazione. Cesare Cecchini alla sua morte dispose, attraverso il suo testamento, che al comune di Mestre fosse destinata la cifra di 100.000 lire da gestire tramite l’Opera Pia dell’ospedale. Una cifra enorme per l’epoca, che rappresentava da sola il 4% del capitale finale raccolto (2.500.000 lire al 1936). Il Cecchini aveva dato disposizioni stringenti: con gli interessi maturati dal lascito — senza mai toccare il capitale iniziale — si sarebbero dovuti ospitare anziani soli, senza familiari e indigenti all’interno di un reparto dell’ospedale per tutto il periodo invernale, ovvero 100 giorni dal 15 novembre a tutto marzo. Per onorare tale gesto di generosità fu intitolato al Cav. Cesare Cecchini il secondo padiglione dell’ospedale, che ancora oggi si affaccia su Via Antonio da Mestre. Obblighi dell’Opera Pia che amministrava l’ospedale Il Consiglio dell’Opera Pia nel suo Statuto Organico del 31 ottobre 1919 descrive anche i compiti dell’Umberto I. I membri del consiglio non avevano diritto ad alcun compenso; era presieduto da un presidente coadiuvato da quattro consiglieri. L’ospedale doveva accogliere persone indigenti secondo le disposizioni del Cecchini e, qualora gli interessi sul capitale non fossero sufficienti, usando propri fondi. Chi era in grado di pagare una retta era obbligato a farlo. I malati infetti dovevano essere destinati a reparti autonomi e i minori di 15 anni dovevano avere stanze separate dagli adulti. L’ospedale aveva tre mezzi per sostenersi: rendite patrimoniali, rette dei degenti e altri proventi. L’ospedale Umberto I La realizzazione del progetto fu affidata all’ingegnere mestrino Eugenio Mogno, con il compito di realizzare una struttura in grado di ospitare circa 40 malati. Mogno impiegò circa tre anni per ultimare il primo padiglione dell’Umberto I (1903–1906). L’ospedale era dotato di 32 posti letto in quattro cameroni, tredici stanze per dozzinanti, una sala operatoria, due refettori e cucina. L’inaugurazione avvenne il 16 aprile 1906 alla presenza di un’équipe medica coordinata dal primario professor Tullio Pozzan e formata da Antonio Perinello, Antonio Favaro Fabbris e Carlo Zille — «il medico dei poveri», padre della partigiana Ester Zille. Il corpo originario dell’ospedale fu poi intitolato al professor Pozzan dopo la sua morte (1933): il Padiglione Pozzan. Nel 1908 la maestra Maria Berna, sorella del sindaco Piero, donò 20.000 lire per la realizzazione di una cappella e di alcuni locali per le suore. Il progetto fu affidato all’architetto Giorgio Francesconi, che optò per uno stile neogotico. La piccola cappella, inaugurata il 4 aprile 1908, è probabilmente quella che ospita oggi la Chiesa della Natività della Madre di Dio. Con il tempo l’ospedale si espanse: nel 1913 fu realizzato un reparto di isolamento; nel 1914 un reparto di medicina, utilizzando il fondo Cecchini. Il 1922 vide l’acquisto di un impianto di radiologia grazie a fondi cittadini; il 1924 la realizzazione di un padiglione sanatorio. Il secondo padiglione venne realizzato nel 1915 in Via Antonio da Mestre — allora parte di via Castelvecchio — per adempiere alle disposizioni testamentarie del Cecchini, a cui poi fu intitolato. Nel 1926 fu ampliato con un reparto di radiologia; del 1933 è la bella loggia posta all’ingresso, ingresso principale fino agli anni Sessanta. Il terzo padiglione fu progettato nel 1919 e edificato lungo il Ramo della Beccaria, non distante dal Ponte del Castelvecchio. Era un sanatorio per malati di tubercolosi. Inaugurato nel 1935, si trovava vicino al macello cittadino e al deposito di filobus, nell’attuale Piazzale Candiani. La presenza del macello creò subito problemi di odori. Il padiglione fu intitolato al dott. De Zottis. Il sindaco Piovesana e la prima ipotesi di spostamento Il 17 aprile 1925 il Consiglio Comunale di Mestre votava la prima mozione della storia cittadina per lo spostamento dell’Umberto I fuori dal centro città. La collocazione indicata era un terreno vicino a Borgo Pezzana di proprietà della Congregazione di Carità, dove si sarebbero potuti realizzare un luogo di cura per i «maniaci tranquilli» e un padiglione per i malati di tubercolosi. A proporre tale soluzione fu il sindaco Paolino Piovesana, al contempo primario del reparto infettivi all’Umberto I e sindaco della città. L’idea nacque dopo che l’amministrazione aveva avuto notizia di un possibile prestito di 800.000 lire dalla Cassa Depositi e Prestiti per un tubercolosario e di circa 2.000.000 lire dal Governo per edifici scolastici — una disponibilità di denaro mai vista a Mestre. Ciò fece balenare l’idea di demolire l’ospedale per realizzare una piazza, delle scuole e uno spazio per il mercato settimanale. Una parte della comunità si sollevò contro il sindaco e, guidati da Ugo Vallenari e da altri consiglieri, riuscirono a fermare il progetto: la votazione finale fu 23 a 6. L’idea del Piovesana fu contrastata sia dalla sinistra (Vallenari, Zajotti, Poletto) sia da Pietro Romanello, presidente del CdA dell’Ospedale, sia dal medico fascista Leonardo Mareschi. A sostenerla restarono solo Amori, leader del Partito Fascista locale, Piovesana, Domenico Toniolo e pochi altri. Così l’ospedale rimase dove era stato pensato dal conte Rossi — con i suoi problemi: il macello comunale sotto le finestre dei malati e i cortei funebri che dal Padiglione Cecchini raggiungevano il Teatro Toniolo prima di proseguire verso il cimitero. Galleria Fotografica L’ingresso dell’Ospedale (1906) L’ospedale Umberto I (1912) L’Umberto I nei primi del Novecento con il vigneto limitrofo Un’autolettiga di inizio Novecento Inaugurazione della loggia del Padiglione Cecchini (1933) Ciò che resta dell’Ospedale visto dal satellite Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Statuto Organico dell’Opera Pia che amministrava l’Umberto I, 31 ottobre 1919. Pasqual, Claudio. L’ospedale Umberto I di Mestre, 1906–2008. StoriAMestre. 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Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis
Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis | Discovery Mestre Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis Come una villa veneziana del Cinquecento diventò la prima scuola elementare di Mestre La villa Tirabosco: un’eredità rinascimentale Nell’area oggi occupata da via Pio X e dal Parco Ponci sorgeva, tra Cinquecento e Ottocento, una delle più raffinate ville di terraferma del Veneto. Progettata da Vincenzo Scamozzi, con la sua loggia dorica, la grande peschiera e i giardini, villa Tirabosco era una delizia nel senso pieno del termine: un luogo costruito per il riposo dell’anima, lontano dalla vita affaccendata di Venezia. Per la storia completa delle sue origini, della sua architettura e degli scavi che ne hanno restituito le tracce nel sottosuolo di Mestre, si rimanda alla voce dedicata. Questo articolo racconta invece la sua ultima parabola: da dimora abbandonata a prima scuola elementare della città. Da palazzo di delizia a rudere: i Morosini e i Giustinian Alla morte dell’ultimo Tirabosco, Marcantonio, senza discendenti, la villa passò nel 1650 alla famiglia Morosini. Furono i fratelli Andrea e Vincenzo Morosini a gestirla per quasi un secolo, con un attaccamento che traspariva dai loro testamenti. Andrea, nel 1711, lasciò il palazzo ai nipoti Foscarini con condizioni ferree: non affittarlo, non venderlo, mantenerlo in buono stato. Vincenzo, morto nel 1735 a circa 87 anni, ribadì le stesse condizioni con parole che tradivano un affetto profondo per quel luogo. Il palazzo però non passò mai formalmente ai Foscarini. Nel 1738, attraverso un accordo privato, venne acquistato dal nobile Francesco Giustinian per circa 6.000 ducati. Aveva quasi 68 anni e cercava un rifugio personale vicino a Venezia. Ma alla sua morte, senza eredi diretti, la villa passò ai discendenti Giustinian che non vi abitarono mai, lasciandola decadere lentamente. Nel 1784 una divisione ereditaria la descriveva già come “casa dominicale quasi dirocata”. Nel 1808 le denunce catastali registravano ancora una quota della casa diroccata, la peschiera e il brolo: tutto ciò che restava di quella che era stata una delle più belle ville del Veneto. Poi il silenzio. Nel luglio del 1861 Francesco Scipione Fapanni si recò sul posto e vi incontrò Pietro Seleno, negoziante e sensale di vino che aveva preso in affitto le pertinenze. Seleno gli riferì che il padre era stato in possesso di un introvabile disegno del sito. Era il congedo della memoria: la villa esisteva ancora solo nel racconto di chi l’aveva frequentata da vivo. I Gobbato di Volpago e il sogno di una scuola Tre anni dopo quell’incontro, nel 1864, fu Girolamo Giustinian a vendere i resti della proprietà a Ferdinando Gobbato e ai suoi fratelli. I Gobbato erano imprenditori di Volpago del Montello con interessi economici a Mestre, dove avevano preso domicilio. Quello che acquistavano, secondo la descrizione catastale, era un “casino, con scuderia, fienile e brollo”: non la casa dominicale della villa, ma con ogni probabilità i suoi annessi rustici, quei corpi di servizio che erano stati ampliati e completati da Andrea Morosini nel corso del Settecento, come lo stesso Morosini attestava nel suo testamento del 1711 parlando delle “agiunte” da lui fatte al complesso. La grande villa di Scamozzi era già ridotta a un rudere: ciò che restava in piedi erano le pertinenze, non il cuore della dimora. L’idea di trasformare l’area in una scuola non era nuova. Già il 5 dicembre 1859 l’ingegner Pietro Moro aveva elaborato un progetto di scuola-tipo per quell’area, che aveva suscitato l’interesse di Lorenzo Saibante e di Giuseppe Da Re. Quando già era stata accettata la proposta di Da Re, Ferdinando Gobbato si fece avanti con un’offerta più conveniente: avrebbe acquistato lo stabile del conte Giustinian e lo avrebbe “ridotto ad uso scuola”, purché il Comune si impegnasse a prenderlo in affitto per dieci anni. Il Comune accettò. La proprietà fu poi separata in due parti: il parco passò al farmacista Ponci di Santa Fosca, la villa rimase ai Gobbato. Le scuole a Mestre a metà Ottocento Per capire perché l’arrivo dei Gobbato fosse una buona notizia, occorre ricordare in che stato si trovava l’istruzione elementare a Mestre in quegli anni. Le classi erano sparse in affittanze varie per il paese, in locali di fortuna, senza una sede stabile. Le due scuole urbane funzionanti erano entrambe in affitto e si erano dimostrate subito insufficienti. La legge Coppino del 15 luglio 1877 avrebbe poi imposto l’istruzione obbligatoria per i primi tre anni delle elementari, aggravando ulteriormente il problema. Mestre conobbe, fin dall’inizio della sua storia contemporanea, il disagio dei doppi turni. Una sede propria, centrale, ampia, sembrava a molti una necessità improrogabile. La prima scuola: il fabbricato del 1865 Ca’ Giustinian si rivelò però non adatta ad ospitare gli allievi. I locali della villa, per quanto spaziosi, erano vetusti e difficili da adattare. Ferdinando non si scoraggiò: propose di erigere ex novo, a proprie spese, un fabbricato attiguo da adibire a scuola, purché il Comune lo prendesse in affitto per dieci anni. Il nuovo edificio venne costruito aderente al lato orientale della villa in pochi mesi, e alla fine del 1865 le classi maschili poterono finalmente insediarsi in aule proprie. Le ragazze andarono in una casa in Corte dei Fanti, futura Piazzetta Cesare Battisti. Era la prima vera scuola elementare di Mestre, eretta letteralmente sulle fondamenta di una villa rinascimentale. Vent’anni di trattative (1868-1889) La fortuna però girò presto le spalle a Ferdinando Gobbato, che fallì nel 1868. I beni passarono ai fratelli, residenti a Volpago del Montello, i quali alla scadenza del contratto pretesero dal Comune un fitto più elevato. Non trovando accordo, nel 1878 il Comune si rivolse altrove, acquistando lo stabile del marchese Lorenzo Nicolò Saibante in via Palazzo per dirottarvi qualche classe. Quello stabile avrebbe visto avvicendarsi gli insegnamenti più diversi, prima di finire come sede della pretura nel novembre del 1921. Le condizioni degli stabili Saibante si rivelarono però problematiche. Nel 1886 una commissione composta da Guglielmo Berchet, Napoleone Ticozzi e Antonio Rizzo fu incaricata di trovare una soluzione definitiva. La relazione del settembre 1886 indicava due possibilità: costruire un nuovo edificio in via Rosa, o tornare dai Gobbato. La prima fu scartata perché l’accesso era difficile e l’immobile troppo vicino al mercato bovino. Si riaprirono così le trattative con i fratelli Gobbato, che durarono un paio d’anni fino alla firma del contratto d’acquisto il 12 ottobre 1889 per lire 25.000 pagabili in cinque anni. Lo stato della villa alla vigilia della demolizione L’ampio carteggio che accompagnò l’acquisto del 1889 permette di gettare uno sguardo su quel che restava della villa. La perizia dell’ingegner Giovanni Fantinato dell’11 dicembre 1888 descriveva due separate abitazioni accessibili da un ponte ad arco di cotto: la prima occupata dal fabbro ferraio Luigi Zavan, che vi aveva anche la sua officina, la seconda da Antonio Valentini. Nel prato si trovava ancora un pozzo in pietra dura di Verona. Il fabbricato scolastico del 1865 era in buone condizioni, accessibile per un ponte in legname. Poco altro era rimasto della grande villa di Scamozzi. C’era però un dettaglio che sarebbe emerso solo durante i lavori di demolizione: nel sottosuolo dell’area giacevano ancora intatte le fondazioni dell’antica mura medievale di Mestre, compatte e impermeabili come il giorno in cui erano state costruite. La villa era scomparsa, ma le radici del Castello erano ancora lì. Il progetto definitivo e la demolizione (1893-1902) La decisione di costruire una nuova scuola ex novo maturò lentamente. Nel 1893 la realizzazione fu inserita in un concorso che prevedeva anche la costruzione del macello: tutti i progetti finirono in archivio per costi eccessivi. Solo nel 1898 il consiglio comunale approvò il progetto di Erconvaldo Tomasatti, poi affidato per la direzione all’ingegner Francesco Marsich. Il contratto fu siglato il 28 marzo 1902. I lavori di demolizione della villa iniziarono però già sul finire di gennaio, prima ancora della firma del contratto, per rispondere alla protesta di una ventina di muratori disoccupati che assediavano il palazzo municipale. Le travi erano per lo più marce: si recuperò quanto possibile per le fondazioni. Come rilevò il direttore dei lavori Eugenio Mogno: “c’era una circostanza particolare che rende[va] il sottosuolo pregevole ed è che ivi trovansì le fondazioni dell’antica mura di Mestre: ciò porta la conseguenza della compattezza ed impermeabilità del terreno.” Era l’ultima testimonianza materiale di tre secoli di storia: le fondazioni del Castello medievale, le stesse su cui Scamozzi aveva costruito la sua villa, stavano per diventare le fondamenta di una scuola elementare. La nuova scuola e la sua vita Benché il fabbricato si rivelasse “molto diverso da quello progettato”, più d’uno a Mestre andava fiero di quella grande scuola eretta all’ombra della torre, con la lunga facciata costruita “in continuazione dell’edificio esistente, formando con esso un corpo di fabbrica della estesa di metri cinquanta”. La De Amicis divenne subito un vivace centro di aggregazione: nelle sue aule si alternarono vari tipi di scuola e riunioni di associazioni, mentre il suo cortile ospitò per molti anni i comizi del partito socialista e della locale Camera del lavoro. La popolazione cresceva però velocemente, e già nel 1913 la scuola era diventata troppo piccola. Si pensò persino di adibire a scuola l’appena fallita fabbrica di dolciumi Taboga, ma l’ipotesi fu abbandonata per grosse crepe nei muri e perché le rotaie del tram per San Giuliano ne rasentavano l’ingresso. Da allora cominciò a prender forma un piano per l’edilizia scolastica su tutto il territorio comunale, che avrebbe portato nei decenni successivi alla costruzione di nuovi edifici nelle frazioni e all’espansione della rete scolastica mestrina. Fonti Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, edizioni PM Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo Francesco Scipione Fapanni, Mestre, Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre Galleria fotografica La scuola De Amicis prima della demolizione della villa Gobbato Scuola Edmondo De Amicis in una cartolina del primo Novecento Scuola, giardino e torre viste da (forse) dal Campanile di San Girolamo La Villa Giustinian-Tirabosco nella mappa del Castello di Mestre, disegno del Manocchi, è riconducibile al numero 28: “Mura distrutta” Villa Giustinian nella mappa di Tommaso Scalfarotto (1781) × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.