Biblioteca VEZ 26 Gennaio 2026

Origini e splendore di Villa Erizzo

Origini e splendore di Villa Erizzo | Discovery Mestre Origini e splendore di Villa Erizzo Da villa patrizia a biblioteca attraverso i secoli Le ville venete arrivano a Mestre: gli Erizzo La storia di Villa Erizzo affonda le sue radici nelle vicende di una delle famiglie più illustri del patriziato veneziano, gli Erizzo, originari di Capodistria e giunti in laguna tra il IX e il X secolo. Sebbene la famiglia avesse origini umili, seppe ascendere ai vertici del potere della Serenissima, dando alla Repubblica persino un Doge, Francesco Erizzo, e consolidando nel tempo un vasto patrimonio fondiario nel territorio di Mestre. La costruzione della dimora padronale, situata nell’attuale cuore della città, avvenne con ogni probabilità nella seconda metà del XVIII secolo, tra il 1770 e il 1780, in un’area dove i documenti catastali napoleonici del 1810 registravano già la presenza di proprietà legate alla famiglia. In quel periodo, la villa non era isolata, ma costituiva il fulcro di un complesso che comprendeva case per i braccianti, stalle situate nell’attuale via Querini e una foresteria collegata al corpo principale da un corridoio. L’impianto architettonico scelto per la residenza rifletteva l’esigenza di rappresentanza della nobiltà veneziana in terraferma, con una facciata monumentale rivolta a nord verso una vasta ortaglia. La struttura originaria si presentava come una villa di campagna immersa in un parco immenso che si estendeva dalla zona della stazione ferroviaria fino all’attuale via Rosa, delimitato lateralmente da quelle che sarebbero divenute via Cappuccina e via Piave. L’Oratorio della Vergine Madre di Dio: preesistente alla villa Un elemento di fondamentale importanza storica all’interno del complesso di Villa Erizzo è l’Oratorio della Vergine Madre di Dio, situato all’angolo est della facciata principale. Questo piccolo edificio sacro è antecedente alla costruzione della villa attuale e rappresenta una preesistenza del XVII secolo: la sua consacrazione risale infatti al 1686, come testimoniato da una lapide interna in latino che recita: «Deo deiparae Virgini Andrea Ericcius sacravit MDCLXXXVI» (Consacrato da Andrea Erizzo alla Vergine Madre di Dio 1686). Tale datazione precede di quasi un secolo la villa (1770-1780) e suggerisce l’esistenza precedente di un palazzo dominicale già menzionato da Vincenzo Coronelli nel 1697. L’oratorio, caratterizzato da un portale in pietra sormontato da una finestra a lunetta e da un timpano ornato da tre statue, non era destinato solo all’uso privato della famiglia Erizzo, ma accoglieva anche fedeli esterni (l’ingresso rivolto verso l’esterno lo conferma). Al suo interno si conserva una pala d’altare raffigurante la Madonna con i santi Francesco e un santo che incatena il diavolo, oltre alla memoria storica del passaggio di Papa Pio VI. Nel 1782, durante il suo viaggio verso Vienna, il Pontefice pernottò a Mestre e celebrò qui la messa nell’oratorio l’11 marzo 1782 (alcune fonti locali indicano il 12 marzo, ma la data prevalente è l’11). Durante tale visita, il Papa incontrò l’ambasciatore del Sacro Romano Impero Giacomo Durazzo, che risiedeva con la moglie nella sua villa di Piazza Barche. Successivamente incontrò l’ambasciatore di Spagna, De Squillace. L’evento fu considerato epocale e anche le autorità ecclesiastiche vollero incontrare il Santo Padre: fra questi i vescovi di Treviso, di Padova, di Feltre, di Chioggia e arrivò da Cipro il vescovo di Famagosta. Il Conte Giuseppe Bianchini, proprietario all’epoca, fece realizzare una targa commemorativa per ricordare questo evento. Questa funzione religiosa e la cura profusa nella decorazione dell’oratorio sottolineano come l’area, prima di diventare un centro direzionale e civile, fosse un nodo vitale di spiritualità e prestigio sociale per il patriziato veneziano. La facciata dell’oratorio è rimasta inalterata nonostante i rimaneggiamenti subiti dalla villa nel corso dei secoli, e oggi fa parte del complesso della Biblioteca civica VEZ. L’ascesa dei Conti Bianchini e la trasformazione in dimora stabile Il destino della villa mutò radicalmente nel 1826, quando le figlie del defunto Principe Nicolò XIII Andrea Erizzo decisero di vendere la proprietà ai Conti Bianchini d’Alberigo, nobili di origine dalmata già confermati nei loro titoli dall’Impero Austriaco. I Bianchini, in particolare Vincenzo e Nicolò, rappresentavano una nuova classe aristocratica che, pur non disponendo delle immense ricchezze degli antichi patrizi, vedeva nella villa di Mestre uno status symbol e un investimento strategico. Sotto la loro proprietà, durata circa 103 anni, la villa smise di essere una semplice residenza stagionale di villeggiatura per trasformarsi nella dimora principale della famiglia. Questo cambiamento di abitudini ebbe un impatto diretto sulla toponomastica locale, poiché la strada che collegava la villa alla chiesa dei Cappuccini iniziò a essere identificata come via Ca’ Bianchini. La successione ereditaria vide la proprietà passare al Conte Pietro nel 1835, poi ad Angelo nel 1850 e infine alla Contessa Beatrice Elena Bianchini, l’ultima della stirpe a risiedervi stabilmente fino al 1938. Durante questo lungo secolo, la villa fu testimone della transizione di Mestre da borgo agricolo a centro urbano in espansione, un processo che avrebbe inevitabilmente richiesto il sacrificio dei suoi spazi verdi. Il 1848: la villa quartier generale austriaco Durante l’assedio di Venezia, nella giornata del 26 ottobre 1848 la villa ospitò il quartier generale austriaco, come riporta la rivista «Le tre Venezie» del 1933. La posizione della proprietà, all’incrocio fra la strada per il centro e le direttrici che conducevano al fronte di Marghera, ne faceva un punto di comando naturale nella fase più acuta delle operazioni militari attorno a Mestre. L’episodio si inserisce nella vicenda più ampia raccontata nell’articolo dedicato a Mestre nel 1848 e al forte di Marghera. Il progressivo smembramento del patrimonio fondiario e la nascita della ferrovia Lo smembramento dell’immenso parco di Villa Erizzo fu un processo lungo e inarrestabile, dettato dalle necessità infrastrutturali della città moderna. Il primo grande colpo all’integrità della tenuta avvenne tra il 1858 e il 1859, quando una porzione significativa del giardino meridionale fu sacrificata per consentire la realizzazione della Stazione ferroviaria di Mestre, un’infrastruttura che stava già rivoluzionando i flussi commerciali a discapito del tradizionale traffico acqueo di Piazza Maggiore. Questo evento segnò l’inizio di una serie di espropriazioni che avrebbero trasformato i terreni agricoli e i frutteti della villa in nuovi quartieri residenziali e industriali. La villa, che un tempo dominava solitaria il paesaggio con le sue due torri cilindriche e le cupole che svettavano sul volume principale, iniziò a essere accerchiata dalla crescita urbana. La perdita di questo isolamento agreste era il prezzo necessario per l’integrazione della proprietà nel nuovo tessuto cittadino, un fenomeno che avrebbe portato alla nascita di arterie fondamentali per la viabilità mestrina. L’ortaglia sacrificata per realizzare il Foro Boario Uno degli episodi più significativi della storia amministrativa di Mestre riguardò l’ortaglia della villa, situata a nord del complesso e a due passi da Piazza Maggiore. Secondo un sopralluogo degli ingegneri Orazio Monti e Angelo Castagna del 26 febbraio 1869, l’ortaglia comprendeva un prato con gelsi e viti, siepi di tulie, peri, peschi, ciliegi, un noselero e un salice. Nel 1869, il Comune, guidato dal Sindaco Girolamo Allegri, individuò proprio in questo terreno l’area ideale per trasferirvi il mercato degli animali, allo scopo di liberare Piazza Maggiore e renderla il centro decoroso del neonato municipio. Il Conte Giuseppe Angelo Bianchini si oppose fermamente, avviando una complessa trattativa economica basata su perizie divergenti: se il Comune valutava il terreno circa 1600 lire, la proprietà ne richiedeva oltre 6000. La controversia si risolse con l’intervento della prefettura, che dispose l’esproprio forzato dell’area nel 1868 per una cifra inferiore a quella pattuita in un primo accordo. Nonostante la successiva vittoria legale del Conte Bianchini, che ottenne un indennizzo maggiore, il terreno fu definitivamente trasformato nel Foro Boario, dove si svolgevano mercati di bestiame, mostre di cavalli e persino fiere popolari come la festa di San Michele. Quest’area, descritta dagli ingegneri come un prato ricco di gelsi, viti e alberi da frutto, divenne così la “seconda piazza” di Mestre, ospitando nel tempo circhi, cinema all’aperto e padiglioni fieristici. L’urbanizzazione del Novecento e il sorgere delle Case dei Ferrovieri Il processo di frammentazione del parco accelerò drasticamente nel primo dopoguerra, riflettendo la frenetica crescita demografica di Mestre. Nel 1922, altri mille metri quadrati di terreno sul lato sud furono espropriati per la costruzione delle Case dei Ferrovieri, alloggi destinati ai lavoratori di un settore ormai vitale per l’economia locale. Da questo primo nucleo edilizio nacque rapidamente via Piave, concepita dai pianificatori e da investitori come la famiglia Toniolo come una direttrice monumentale di bellezza pari a viale Garibaldi. Contemporaneamente, sul lato opposto, via Cappuccina veniva arricchita dalla presenza della Scuola Cesare Battisti, inaugurata nell’ottobre dello stesso anno. Il Conte Ettore di Rosa Luraghi, marito di Beatrice Bianchini e figura attiva nella politica cittadina, propose persino di trasformare l’ormai ex Foro Boario in una nuova piazza monumentale che ospitasse il municipio e la prefettura, un progetto che tuttavia non trovò piena realizzazione. La morte del Di Rosa nel 1925 e l’annessione di Mestre a Venezia nel 1926 segnarono la fine delle ambizioni di autonomia urbanistica legate alla villa. L’era della SADE e il sacrificio definitivo di un grande patrimonio Il capitolo finale della villa come residenza privata si scrisse nel 1938, quando la Contessa Beatrice Bianchini, segnata dai lunghi conflitti con l’amministrazione comunale, vendette la proprietà al Conte Giuseppe Volpi di Misurata. Fondatore della SADE (Società Adriatica di Elettricità), Volpi intendeva trasformare la villa in una sede di rappresentanza di alto prestigio aziendale. Questo passaggio comportò interventi strutturali invasivi che alterarono profondamente l’articolazione interna originaria: il salone centrale a doppia altezza fu diviso da un solaio intermedio per ricavare uffici amministrativi, eliminando il ballatoio che lo caratterizzava. La facciata esterna, pur mantenendo la sua imponenza tardobarocca con le quattro paraste giganti doriche e l’aspetto di un arco trionfale, fu ampliata sul lato sud per ospitare una nuova scala monumentale. Nello stesso periodo, il parco subì le lottizzazioni definitive per far posto al palazzo della TELVE e all’edificio centrale delle Poste, riducendo lo spazio verde a un piccolo frammento rispetto all’estensione originale. Memorie d’arte e la rinascita come polo bibliotecario cittadino Nonostante i pesanti rimaneggiamenti, Villa Erizzo ha conservato tracce preziose del suo patrimonio artistico settecentesco. Gli affreschi trompe-l’œil attribuiti ad Andrea Urbani, originariamente situati nel salone centrale, furono staccati durante i lavori della SADE e ricollocati nel vano scala per preservarne la memoria. Nel cortile interno, tra i resti di quello che fu un giardino ornato di statue, è stata recentemente identificata una riproduzione dell’Ercole e Lica di Antonio Canova, una scultura che simboleggia la potenza del mito classico un tempo celebrata dai nobili Erizzo. La segnalazione di Alessandro Bon al professore Roberto De Feo ha permesso di inserire anche questa statua in una serie di conferenze sull’influenza del Canova nell’arte dell’Ottocento. Dopo decenni di uso aziendale sotto la gestione ENEL, la villa è stata acquisita al patrimonio pubblico e, dopo un attento restauro, ospita oggi la Biblioteca civica “VEZ”, tornando a essere un punto di riferimento culturale per la comunità mestrina. Questa nuova funzione rappresenta il compimento di un ciclo storico millenario: da dimora chiusa dell’aristocrazia veneziana a spazio aperto della conoscenza, Villa Erizzo rimane il testimone più eloquente delle trasformazioni che hanno forgiato l’identità moderna di Mestre. Dalla dismissione alla biblioteca civica: le date Il ritorno della villa alla proprietà pubblica seguì una scansione precisa. Il Comune di Venezia acquisì l’edificio dismesso nel 2008 e ne completò il restauro di riqualificazione nel 2011. Nel marzo 2013 la Biblioteca civica di Mestre vi si trasferì assumendo la denominazione VEZ, con inaugurazione ufficiale il 16 marzo 2013 alla presenza del sindaco Giorgio Orsoni: la nuova sede offriva ottantasette posti a sedere, ventidue postazioni internet e due postazioni attrezzate per gli utenti con disabilità. La precedente sede di via Miranese, aperta nell’ottobre 1994 in una ex vetreria, fu dismessa nel dicembre 2014. Dal maggio 2014 la VEZ gestisce anche la Biblioteca del Centro Regionale di Cultura Veneta Paola di Rosa Settembrini, ospitata nell’attigua Villa Settembrini in forza di un accordo fra Comune di Venezia e Regione Veneto. Il cantiere non si è chiuso nel 2013. Come documenta il sito del Comune di Venezia, gli interventi di ristrutturazione e ampliamento delle pertinenze della villa si sono…

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