Carbonifera 18 Giugno 2026

Altobello: una periferia rinata

Altobello: dal Canal Salso al Contratto di Quartiere, storia di una periferia che si è riconquistata | Discovery Mestre Altobello: una periferia rinata Dal Canal Salso al Contratto di Quartiere: storia di una periferia che si è riconquistata Dal Canal Salso alla ferrovia Altobello è il quartiere orientale di Mestre delimitato dal Canal Salso e dalle vie Pepe, Fedeli, Ancona e Torino. Le sue radici affondano nel Medioevo, quando l’area era territorio rurale paludoso integrato nel sistema difensivo e commerciale di Venezia. Il Canal Salso, canale artificiale scavato nel XIV secolo per collegare Mestre alla Laguna Veneta, attraversava il quartiere rendendolo avamposto logistico e militare, via d’acqua per traffici lagunari. Questa vocazione persistette fino all’Ottocento, quando la costruzione della ferrovia Venezia-Milano nel 1846 accelerò la transizione verso un polo proto-industriale, attraendo manifatture che sfruttavano il canale per le importazioni e la linea ferroviaria per le esportazioni rapide verso il Nord Italia. La Fornace Da Re e la cittadella industriale Il cuore delle origini industriali fu la Fornace Da Re, fondata nel 1849 da Gaetano Fedeli e acquisita nel 1852 da Giuseppe Da Re (1824-1885), probabilmente l’uomo più ricco di Mestre al culmine della sua parabola. Sviluppata sulla riva meridionale del Canal Salso tra via Pepe e l’attuale viale Ancona, l’ingegner Giorgio Sarto l’ha definita il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre: una vera «company town» con dieci manufatti originali, di cui otto ancora esistenti, che integrava forni, officine, magazzini e alloggi operai in un sistema autosufficiente. Il polo manifatturiero del primo Novecento Agli inizi del Novecento si affiancarono alla Fornace lo Scopificio Krull (1905), la CLEDCA per traversine ferroviarie impregnate con creosoto (1908) e la Carbonifera Industriale Italiana per la lavorazione del carbone (1909), oltre agli Ex Magazzini Generali dotati di darsena sul canale. Ciascuna di queste realtà ha la propria voce dedicata sul sito; nel loro insieme formarono il polo manifatturiero più denso della Mestre ottocentesca e primonovecentesca, interamente dipendente dal Canal Salso come arteria di importazione e dalla ferrovia come via di esportazione. Il declino e la periferia degradata Negli anni Venti-Trenta il polo entrò in crisi: l’interramento parziale del Canal Salso nel 1927, la concorrenza di Porto Marghera e la transizione energetica verso petrolio e gas erosero le basi di tutto il sistema. La Krull subì confische belliche, CLEDCA e Carbonifera chiusero gradualmente negli anni Cinquanta-Settanta. Parte degli immobili delle Fornaci Da Re fu convertita in case a schiera nel 1927, mentre le tre cosiddette «tettoie» porticate sopravvissute sono state trasformate in contenitori pluriuso su due piani, con lavori di completamento previsti in tempi brevi. Altre proprietà ospitano oggi uffici, mentre i magazzini devono ancora trovare una destinazione definitiva. Altobello divenne periferia degradata, segnata da edilizia popolare emergenziale come i lotti ATER costruiti tra il 1949 e il 1952, immigrazione e marginalità sociale. Il quartiere prese il soprannome di «Maccallè», o in modo più dispregiativo «Bronx di Mestre»: sentirsi apostrofare con un «Ma ti vien da Macalé?» non era, per anni, esattamente un complimento. Negli anni Settanta le aree della CLEDCA e della Carbonifera passarono sotto la proprietà di Italgas, che le utilizzò come deposito carburanti, aggravando la contaminazione da idrocarburi, creosoto e metalli pesanti. A partire dagli anni Duemila è stata avviata una maxi-bonifica con investimenti di circa 10 milioni di euro, ancora in corso in alcune fasi, con coinvolgimento di Regione Veneto, Comune di Venezia, ARPA e Soprintendenza. L’ex Carbonifera in viale Ancona, ristrutturata preservandone l’impronta architettonica industriale, ospita oggi il polo tecnico comunale del Comune di Venezia, con gli assessorati di Urbanistica, Mobilità e Trasporti, Edilizia privata, Bonifiche e Valutazioni Ambientali. Il dibattito urbanistico degli anni Ottanta Il dibattito sulla riqualificazione di Altobello affondava le radici negli anni Ottanta, molto prima che arrivassero i fondi del Contratto di Quartiere. Il Consiglio di Quartiere Piave-1866 impose una modifica radicale al Piano di Recupero come condizione per avviarlo, approvata all’unanimità. Il punto di scontro era chiaro: il Comune voleva intervenire sui volumi dell’ex Fornace Da Re e delle tre tettoie porticate di via Fornace; il quartiere pretendeva la conservazione integrale degli edifici come presupposto di qualsiasi negoziazione. Nel 1984, in concomitanza con l’indagine storica pubblicata nel volume Altobello, storia/analisi/proposte curato da Giorgio Sarto per il Comune di Venezia, la Commissione del Quartiere ribadì le proprie posizioni con un documento unitario in cinque punti: nessuna demolizione degli edifici storici della Fornace; apertura della piazza verso ovest per connetterla visivamente a Corso del Popolo; verifica della coerenza tra le previsioni urbanistiche e i finanziamenti realmente disponibili; avvio immediato del piano complessivo senza stralci parziali. Il documento segnalò anche un episodio emblematico: mentre si discuteva, all’imbocco della futura piazza era stato costruito un edificio in asse con via Bissolati che ne chiudeva fisicamente la prospettiva da Corso del Popolo. Mentre si discuteva, si costruiva. La riflessione teorica più organica arrivò nell’agosto del 1987, quando Giorgio Sarto pubblicò sulla rivista Aqua il saggio «Recuperare Altobello (e tutta la Mestre storica)». La tesi di fondo era che Mestre fosse stata trattata nella pratica urbanistica come una «tabula rasa», priva di stratificazioni degne di tutela, e che questo approccio avesse prodotto decenni di distruzione silenziosa. Sarto proponeva un ribaltamento di metodo: partire dall’orditura storica sopravvissuta, dai segni testimoniali ancora leggibili nel tessuto urbano, per costruire su di essi la nuova struttura della città. Era una visione che avrebbe aspettato quasi vent’anni prima di trovare applicazione concreta, ma che nel frattempo aveva seminato una cultura civica che si sarebbe rivelata decisiva. Il Contratto di Quartiere II (2004-2019) Il punto di svolta strutturale arrivò nel 2004, quando il Comune di Venezia presentò la candidatura di Altobello al Contratto di Quartiere II, strumento nazionale istituito dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con decreto del 27 dicembre 2001, destinato a quartieri con diffuso degrado edilizio, carenze di servizi e disagio sociale. La candidatura fu accolta: il progetto urbanistico fu affidato allo studio Archpiùdue di Paolo Miotto e Mauro Sarti, scelti per la loro esperienza nella rigenerazione di quartieri di edilizia residenziale pubblica. Il 25 ottobre 2006 il Ministero delle Infrastrutture, la Regione Veneto, il Comune di Venezia e ATER sottoscrissero il protocollo d’intesa, formalizzando i rispettivi impegni. Il programma valeva complessivamente circa 40 milioni di euro su un’area di 7 ettari articolata in tredici interventi distinti, con un contributo pubblico ministeriale di 10 milioni: il massimo concedibile per legge. La caratteristica più significativa del processo non fu l’entità dell’investimento, ma il metodo. La partecipazione degli abitanti non fu uno strumento di ratifica di scelte già compiute, ma un elemento costitutivo della progettazione: fu proprio nel gruppo di ascolto, attivo fin dalle fasi preliminari, che maturò la decisione più radicale, quella di pedonalizzare l’intero quartiere. Non era una scelta scontata: via Andrea Costa, già «strada di Macallè», era un asse di traffico consolidato, e la sua chiusura ai veicoli richiedeva una ridefinizione complessiva della mobilità nell’area. L’operazione permise di triplicare la superficie del parco esistente, con benefici sull’equilibrio idraulico e sulla temperatura superficiale della zona, e aprì spazi che nessun piano regolatore avrebbe potuto prevedere senza quel processo partecipato. Il coinvolgimento diretto degli abitanti produsse anche effetti finanziari inattesi. La pedonalizzazione rese l’area attrattiva per investitori privati, chiamati a operare nella sostituzione edilizia del patrimonio pubblico più degradato. La vendita di alcuni lotti generò quasi 5 milioni di euro aggiuntivi rispetto ai fondi pubblici previsti, reinvestiti interamente nel quartiere: un nuovo asilo nido con ludoteca attigua, la ristrutturazione parziale del centro civico Silvio Pellico, la riqualificazione di via Fornace. Gli 8 milioni di fondi pubblici destinati all’edilizia finanziarono la ristrutturazione degli edifici ATER di maggiore valore storico, per un totale di 61 alloggi di edilizia residenziale sociale. Il cantiere più simbolico fu il complesso Campo dei Sassi in via Fornace, costruito tra il 1927 e il 1930 a forma di ferro di cavallo sull’area delle antiche Fornaci Da Re. Ristrutturato con un investimento di 7,4 milioni e inaugurato il 31 maggio 2019, ospita oggi 37 alloggi destinati a soggetti fragili: 26 per anziani, 6 per persone con disabilità, uno riservato alle badanti di condominio selezionate dai Servizi Sociali e impegnate in turni di assistenza diurna e notturna. Tutte le unità sono dotate di domotica, allarmi chiamata, rilevatori gas e fumo e videosorveglianza presidiata 24 ore su 24. L’intero processo attraversò quattro amministrazioni comunali successive: la continuità fu garantita dalla pressione costante del gruppo di ascolto dei cittadini, che non allentò mai la presa sulle priorità stabilite all’inizio del percorso. Gli interventi principali Pedonalizzazione di via Andrea Costa, piazza Madonna Pellegrina e strade limitrofe Pedonalizzazione di via Fornace e riqualificazione delle sponde del Canal Salso Area verde di piazzale Madonna Pellegrina: da 3.600 a oltre 9.800 mq, con circa 70 nuovi alberi Isola ecologica interrata in via Fornace Nuovo asilo nido con ludoteca attigua e ristrutturazione del centro civico Silvio Pellico 61 alloggi ERP ristrutturati, di cui 37 nel complesso Campo dei Sassi per soggetti fragili Premio Rigenerazione Urbana Sostenibile RI.U.SO. 2015 (1° posto) e Premio Provinciale Cappochin 2015 Monitoraggio a cura dell’Università IUAV di Venezia, relazione finale 10 novembre 2015 Gli 8 milioni dei fondi pubblici destinati all’edilizia andarono alla ristrutturazione degli edifici ATER di maggiore valore storico, per 61 alloggi di edilizia residenziale sociale. Il complesso Campo dei Sassi in via Fornace, a forma di ferro di cavallo e costruito tra il 1927 e il 1930 sull’area delle antiche Fornaci Da Re, è stato ristrutturato con un investimento di 7,4 milioni e inaugurato il 31 maggio 2019. L’edificio ospita 37 alloggi destinati a soggetti fragili: 26 per utenti anziani, 6 per persone con disabilità, uno riservato alle badanti di condominio scelte dai Servizi Sociali che si turnano nell’assistenza giorno e notte. Tutte le unità sono dotate di impianti di domotica, allarmi chiamata, rilevatori gas e fumo e un sistema di videosorveglianza presidiato 24 ore su 24. Il processo ha attraversato quattro amministrazioni comunali diverse: la pressione continuamente esercitata dai cittadini attraverso il gruppo di ascolto è risultata determinante per mantenere le priorità nel lungo periodo. Gli strascichi: la Nave e le questioni aperte Non tutte le promesse del Contratto sono state mantenute con la stessa rapidità. Il complesso di case popolari di via Squero, detto la Nave 1, è rimasto fuori dai lavori del Contratto di Quartiere. ATER, dopo aver completato i lavori sugli edifici di propria competenza, non ha ancora terminato le opere di urbanizzazione afferenti, rendendo numerosi alloggi non abitabili per anni. Nel 2020 il presidente ATER Raffaele Speranzon ha chiesto alla Regione 7 milioni per un intervento di ristrutturazione integrale della Nave. Il 31 maggio 2022 il Consiglio Comunale ha approvato all’unanimità una mozione, a seguito di una petizione popolare con oltre 500 firme, chiedendo al sindaco e alla giunta di procedere con il completamento degli interventi previsti: isola ecologica, area tra via Bissolati e via Corridoni, coinvolgimento dell’università per l’assegnazione degli alloggi delle Tettoie agli studenti. Nel 2024 è infine iniziato il trasloco delle 42 famiglie ancora residenti nella Nave, il cui destino resta sospeso tra ipotesi di riqualificazione e definitivo abbattimento. Il quartiere oggi Altobello è oggi quartiere residenziale vivo, con coesione comunitaria e spazi pubblici conquistati in decenni di dibattito. Gli Ex Magazzini Generali, conservati e integrati con il Laguna Palace (2000) su via Torino, esemplificano un approccio alternativo alla rigenerazione: il nuovo edificio riprende il linguaggio lineare e orizzontale dei magazzini storici, aggiornandolo con materiali contemporanei e una volumetria misurata, trasformando l’area in un luogo di attracco e passeggiata che richiama l’antica funzione logistica. Le tre tettoie porticate di via Fornace, riuse nel 1927 ma nate come contenitori pluriuso della fornace ottocentesca, costituiscono ancora oggi un elemento identitario e di scala umana del quartiere. A riconoscimento del recupero della propria identità, su una delle pareti d’ingresso è stata apposta la scritta “Macallè”, su iniziativa del gruppo di ascolto dei cittadini: non più un’offesa, ma un nome da rivendicare. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re,…

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Carbonifera 14 Gennaio 2026

La famiglia Da Re dai fasti al crollo

La Famiglia Da Re | Discovery Mestre La Famiglia Da Re Dai fasti al crollo: una dinastia mestrina dell’Ottocento I Da Re: Giuseppe ed Eugenio La fortuna dei Da Re a Mestre ebbe inizio grazie a Giuseppe Da Re (1824–1885), imprenditore mestrino capace di sviluppare nella zona che oggi va da Via Pepe ad Altobello e Viale Ancona quella che l’ingegner Giorgio Sarto definì «il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre». Seppe costruire le sue fortune grazie alla realizzazione di un insieme di attività concentrate nell’area dell’attuale Altobello, che andavano dalla produzione di laterizi alla lavorazione di calce e zolfo e allo stoccaggio di granaglie. In quell’area Da Re edificò persino le case per i suoi operai. Giuseppe acquistò la Fornace da Gaetano Fedeli nel 1852, a soli 28 anni, anno in cui acquistò anche il palazzo più prestigioso di Piazza Maggiore, al quale diede poi il suo nome: Palazzo Da Re. Le cronache dell’epoca lo descrivevano come un imprenditore tutt’altro che amato dai suoi dipendenti e dai contadini insediati nei terreni da lui gestiti, spesso per conto terzi. Morì il 9 dicembre 1885 in una delle sue fabbriche, sbattendo la testa contro un macchinario dopo una caduta accidentale. Dopo la morte di Giuseppe la sua eredità passò al figlio Eugenio (1860–1933), che non la seppe amministrare adeguatamente: nel 1901 tutti i suoi beni furono ceduti a Napoleone Ticozzi e al Conte Jacopo Rossi dopo il suo fallimento. Tale cambio di proprietà non fu dovuto a una cessione vera e propria, ma fu una forma di rifondazione dei debiti accumulati da Eugenio nei confronti della Società di Credito di Mestre, e si accompagnò alla vendita del Palazzo Da Re al Cavaliere Cesare Cecchini. Le attività dei Da Re Secondo la “Lista dei maggiori estimati del Comune di Mestre” redatta il 27 ottobre 1849, l’area su cui poi sarebbero sorti gli stabilimenti di Giuseppe Da Re era in possesso della famiglia Fedeli, che in quell’area aveva già avviato una fornace e realizzato delle case per i dipendenti. Le case che oggi si trovano in Via Fedeli sono ciò che resta dell’attività di quest’ultimo imprenditore. Da Re acquistò la Fornace da Gaetano Fedeli nel 1852 e, sempre in quegli anni, comprò anche Ca’ Emo e un vasto terreno di proprietà della famiglia Foscari. Ca’ Emo sarebbe stata assorbita all’interno dell’insediamento produttivo, che si estendeva sulla riva meridionale del Canal Salso, tra via Pepe e l’attuale viale Ancona, in una posizione strategica che permetteva l’importazione di argilla dalla laguna e di carbone via acqua, e l’esportazione dei prodotti tramite la ferrovia attiva dal 1846. All’interno dello stabilimento venivano prodotti beni per l’edilizia come laterizi e mattoni, Da Re fornì il materiale edile per la realizzazione del nuovo cimitero di Mestre, e venivano lavorati la calce e lo zolfo. Vi erano depositi per il grano, officine di carpentieri, fienili e scuderie, case per gli operai con giardini e latrine, case per i fuochisti e per il direttore. Era di fatto una cittadella. Negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento Da Re introdusse i forni continui di tipo Hoffmann, tecnologia brevettata nel 1858 che riduceva i consumi di combustibile fino al 70% rispetto ai forni tradizionali, rendendo il complesso tra i più avanzati del Veneto. La famiglia Da Re era anche una famiglia di possidenti agricoli con proprietà distribuite fra Altobello, Favaro, Tessera e il Bottenigo. Inoltre Giuseppe aveva preso in affitto un totale di 9.000 campi dal barone Bianchi, dalla contessa Sugana, dal conte Marcello e dalla Curia, situati fra Roncade, Zerman, Dese e Marcon. Dai contadini si faceva consegnare sia il grano che il materiale utile per alimentare le fornaci e i cavalli: un circuito chiuso in cui la campagna nutriva la fabbrica. Nel settore delle costruzioni, Giuseppe Da Re partecipò alla ristrutturazione del Palazzo Comunale e alla realizzazione del nuovo cimitero nel 1865. Al culmine della sua parabola era probabilmente l’uomo più ricco di Mestre. Il pranzo con Garibaldi La vita di Da Re non si limitò all’ambito economico. Il 5 marzo 1867, su iniziativa del consiglio comunale, ospitò nel Palazzo Da Re in Piazza Ferretto Giuseppe Garibaldi per un pranzo e un breve discorso dalla terrazza. L’evento durò circa un’ora ma rimase impresso nella memoria collettiva della città come uno dei momenti simbolici del Risorgimento a Mestre. Nel 1884, pochi mesi dopo la morte dell’Eroe dei Due Mondi, Da Re fece apporre una lapide commemorativa sulla facciata del palazzo senza permessi ufficiali, suscitando malumori tra le autorità e i notabili locali. Il fallimento Eugenio Da Re, figlio di Giuseppe, verso la fine dell’Ottocento ottenne varie fideiussioni da Napoleone Ticozzi e dal Conte Jacopo Rossi, ottenendo prestiti anche da varie banche, fra cui dalla Società di Credito di Mestre. Cesare Ticozzi, figlio di Napoleone, raccontò che il padre fu mosso dall’affetto verso la vedova Anna Giorgio Guidini, madre della moglie Emilia, e che per questo concesse tali fideiussioni, le quali si rivelarono un boomerang sia per lui che per il Rossi. Gli eredi Da Re, vistisi impossibilitati a pagare i debiti accumulati, nel 1901 cedettero le loro attività ai fideiussori, lasciando loro anche l’onere di estinguere i debiti. Questi, per amministrare tali attività, fondarono la società “Successori di Giuseppe Da Re”, famosa secondo le cronache «per accumulare più debiti che attività», portando al tracollo finanziario anche i suoi due amministratori. I debiti accumulati da Eugenio furono tali da portare al suicidio del Conte Rossi il 2 gennaio 1904, che non riuscì, in quanto garante della fideiussione, a risanarli, e alla prematura morte dell’ex sindaco di Mestre Napoleone Ticozzi, scomparso il 26 marzo 1905 di crepacuore, come raccontato dal figlio Cesare. Le attività dei Da Re passarono successivamente a Domenico Toniolo, Giuseppe Fabbris e Luigi Pallotti, i quali a loro volta vendettero tutto il 4 novembre 1905 alla ditta Piero Trevisan. Con Trevisan l’area cambiò vocazione produttiva: dalla produzione di laterizi si passò alla lavorazione del carbone, poi confluita nella Carbonifera Industriale Italiana (1909). Il Quartiere Altobello e ciò che resta degli stabilimenti Da Re L’area che ospitò gli stabilimenti Da Re è stata oggetto in questi anni di una riqualificazione da parte del Comune di Venezia e di privati. Basti pensare a Via Guglielmo Pepe, che nell’Ottocento veniva chiamata Via Fornace ed era una strada sorta sulla riva del Canal Salso, e che oggi mostra ad avventori ignari ciò che resta del loro patrimonio. L’edificio che oggi ospita uffici, confinante con quelle che furono le case degli operai di Fedeli, era uno stallo per cavalli: a testimoniarlo resta la testa di un cavallo in cotto su un muro. Anche l’area abbandonata situata fra Via Fedeli e Via Giotto era parte degli stabilimenti Da Re e ospitava un magazzino e delle case. Il magazzino all’interno non è diviso in piani e presenta alte colonne che sorreggono il tetto ad arco. Proseguendo per Via Fornace si arriva all’area dove vi era uno squero, da cui il nome della via, in cui un tempo venivano costruite barche per i mestrini. Scendendo per Via Fornace si trovano case in ristrutturazione, fra cui le cosiddette “ex tettoie”, destinate ad alloggi popolari, che un tempo erano magazzini. Famosa è quella che viene chiamata Carbonifera in Viale Ancona, che ospita uffici dell’amministrazione comunale oltre ad attività private, mentre gli edifici che oggi ospitano ristoranti, loft e varie attività erano l’altro confine delle proprietà dei Da Re. L’urbanista Giorgio Sarto, che negli anni Ottanta riscoprì il complesso con laboratori scolastici e il volume “Altobello, storia/analisi/proposte” (Comune di Venezia, 1985), ha documentato come otto dei dieci manufatti originali siano sopravvissuti, riconoscendo nel complesso Da Re il più importante esempio di archeologia industriale ottocentesca a Mestre. Galleria Immagini Un ritratto di Giuseppe Da Re Carta intestata dello Stabilimento di Giuseppe Da Re che era posto sulla riva meridionale del Canal Salso L’estensione degli Stabilimenti Da Re nel 1905 quando erano già dei Trevisan (Ing. Giorgio Sarto) L’edificio dei Da Re, probabilmente una stalla, vicino a Via Pepe Palazzo Da Re nei primi del novecento L’area dei Da Re nel 1916 e il Canal Salso Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Sarto, Giorgio (a cura di). Altobello, storia/analisi/proposte. Comune di Venezia, 1985. Sarto, Giorgio e collaboratori. Catalogo “Mestre Novecento”. Il secolo breve della città di terraferma. Centro Culturale Candiani, Mestre, 2007-2008. storiAmestre. Contributi su Altobello e Canal Salso. storiamestre.it Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! ×

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Carbonifera 05 Gennaio 2026

L’area industriale di Altobello: gli Ex Magazzini Generali

Magazzini Generali di Mestre | Discovery Mestre Magazzini Generali di Mestre Un esempio di logistica integrata Un esempio di logistica integrata Gli ex Magazzini Generali di Mestre sorsero all’inizio del Novecento lungo le due sponde del nuovo canale artificiale, realizzato nel 1908, che si diramava perpendicolarmente dall’asse del Canal Salso. Questo canale oggi termina in una darsena situata proprio sotto l’Hotel Laguna Palace. La loro realizzazione in quest’area non fu casuale, ma si inseriva in una strategia mirata a sviluppare una logistica intermodale, resa possibile dall’uso combinato dell’antica via d’acqua e della ferrovia di Mestre, che all’epoca aveva circa sessant’anni di vita. I nuovi magazzini vennero collocati in modo da avere una facciata direttamente sul nuovo canale, con accesso alla darsena per gli approdi delle imbarcazioni che facilitavano i collegamenti con Venezia, e l’altra facciata rivolta verso i binari ferroviari che, quasi a ferro di cavallo, cingevano il canale stesso. Alle spalle correvano binari dedicati collegati direttamente alla stazione ferroviaria, creando una soluzione intelligente per una logistica intermodale avanzata: da un lato l’accesso fluviale per il trasporto via acqua, dall’altro le rotaie che permettevano di raggiungere rapidamente la rete ferroviaria nazionale. Quest’area fu uno dei primi insediamenti industriali significativi lontano dal centro storico lagunare, nato per supportare il crescente traffico commerciale legato al porto di Venezia e alla ferrovia. Insieme ad altre attività come la Società Carbonifera, la fornace Da Re e la CLEDCA, i Magazzini Generali facevano parte del nascente polo industriale lungo il Canal Salso, che attirava manodopera dalle campagne circostanti. Nascita dei Magazzini Generali La necessità di sviluppare questo complesso di magazzini fu legata al processo di decentramento delle attività del porto di Venezia, avvenuto agli inizi del Novecento. I Magazzini Generali nacquero come struttura di supporto logistico al porto, destinata a rispondere alla crescente domanda di magazzinaggio merci in terraferma. Con ampi capannoni in laterizio e strutture lineari, servivano a stoccare cotone, granaglie e altri prodotti in transito, sfruttando la vicinanza al Canal Salso e alla ferrovia. Oggi queste strutture sono considerate pregevoli esempi di archeologia industriale e testimonianze materiali della prima vera zona industriale di Mestre. Declino e abbandono Con il boom industriale del primo Novecento e soprattutto dopo la creazione di Porto Marghera negli anni Venti, l’importanza di questa zona diminuì progressivamente. Nel secondo dopoguerra, con la deindustrializzazione, i magazzini vennero dismessi e abbandonati. Il declino delle attività portuali minori e lo spostamento delle grandi operazioni verso Porto Marghera resero i magazzini progressivamente obsoleti. Negli anni postbellici l’area entrò in una fase di abbandono e degrado, comune a molte zone industriali mestrine. Un caso a confronto è quello dell’ex Carbonifera, dove la demolizione dei manufatti storici portò alla perdita di edifici originari a favore di nuove costruzioni, facendo emergere la necessità di tutela storica nei progetti di rigenerazione urbana. Rigenerazione urbana Il punto di svolta arrivò negli anni Novanta, quando la Commissione Urbanistica comunale decise di tutelare il complesso come testimonianza storica. La strategia adottata coniugava la conservazione dei manufatti esistenti con la possibilità di inserire un nuovo edificio su Via Torino, prolungando idealmente la darsena dei magazzini. Il progetto fu completato nel 2000, con la costruzione di un volume contemporaneo che dialoga con le strutture ottocentesche senza sovrastarle. Viale Ancona e l’Hotel Laguna Palace La ristrutturazione degli ex Magazzini Generali si inserì in un più ampio processo di rigenerazione urbana della terraferma veneziana, culminato alla fine degli anni Novanta con la realizzazione di Viale Ancona e dell’Hotel Laguna Palace. Viale Ancona, sviluppato come asse viario moderno all’incrocio con Via Torino, rappresentò un intervento chiave per riconnettere l’area degradata del Canal Salso ai principali nodi infrastrutturali di Mestre, favorendo la trasformazione di ex zone produttive in spazi misti residenziali, commerciali e turistici. L’Hotel Laguna Palace, costruito tra il 1998 e il 2000, si sviluppa sul prolungamento della darsena storica di Altobello, preservandone la banchina e adattandola a porto turistico privato. La darsena, rigenerata a partire dal 1997, valorizza l’antica funzione logistica acquatica e dialoga con le facciate in laterizio dei magazzini adiacenti, riconvertiti in loft residenziali e uffici moderni. L’hotel ha rivitalizzato il quartiere, attirando turismo e attività congressuali, dimostrando come la tutela del patrimonio industriale possa armonizzarsi con lo sviluppo economico. Nei primi anni 2000 è stato realizzato il Centro Direzionale La Vela verso la fine di Viale Ancona, con un lato affacciato sul Canal Salso e sulla darsena. Il nome dell’edificio deriva dalla sua forma architettonica dinamica: le facciate curve in vetro riflettente si piegano formando angoli acuti, mentre la copertura aggettante in alluminio, sospesa su travi reticolari a sbalzo, si incurva accentuando lo spigolo vivo verso il canale, evocando l’immagine di una vela spiegata al vento. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re, la company town, primo nucleo produttivo del quartiere a partire dal 1849; Lo scopificio Krull, l’opificio del 1905 dell’imprenditore tedesco che diede vita all’Acca Kappa; La CLEDCA, lo stabilimento per traversine ferroviarie e la sua pesante eredità ambientale; La Carbonifera Industriale Italiana, la lavorazione del carbone e l’attuale polo tecnico comunale; e Gli Ex Magazzini Generali, la logistica integrata fra darsena e ferrovia, oggi affiancata dal Laguna Palace. Tutte queste realtà nacquero come prolungamento industriale della porta d’acqua di Mestre. La loro vicenda affonda nella storia del Canal Salso, l’arteria che le alimentava, e si intreccia con la rinascita del quartiere narrata in Altobello, una periferia rinata. Galleria Fotografica L’area degli ex Magazzini Generali vista dall’alto I Magazzini Generali affacciati su Viale Ancona Immagine d’epoca dei Magazzini Generali con operai al lavoro Uno scorcio con un edificio ex magazzino, la darsena e il Laguna Palace I magazzini del Cotone in una cartolina d’epoca I Magazzini Generali con a lato le rotaie Un piccolo treno merci: le merci venivano spostate da treno a barca con le gru Il porticciolo del nuovo ramo del Canal Salso con un treno e alcune travi Bibliografia «Vivere una città», in Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre, n. 29, pp. 15–19, 21 aprile 2018. «Altobello: fare presto e fare bene», in Urbanistica Democratica, 15 marzo 1990. 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Carbonifera 03 Gennaio 2026

L’area industriale di Altobello: la Carbonifera

La Carbonifera Industriale Italiana | Discovery Mestre La Carbonifera Industriale Italiana Evoluzione, declino e rigenerazione urbana La Carbonifera Industriale Italiana: evoluzione, declino e rigenerazione La storia della Carbonifera Industriale Italiana rappresenta un caso di studio esemplare per comprendere le dinamiche di stratificazione industriale, riconversione produttiva e successiva rigenerazione urbana nella terraferma veneziana. Il suo insediamento non nacque come impianto ex novo, ma si configurò come diretta evoluzione funzionale del complesso manifatturiero ottocentesco della Fornace Da Re, situato nell’area di Altobello a Mestre. Dopo la cessione del sito nel 1905 all’imprenditore Piero Trevisan, determinata dalle crescenti difficoltà finanziarie della famiglia Da Re successive alla morte del fondatore Giuseppe, il polo produttivo intraprese una trasformazione strategica: dalla produzione di laterizi e materiali edili si passò alla lavorazione del carbone, intercettando le nuove esigenze energetiche dell’Italia industriale dei primi del Novecento. Innesto nel complesso proto-industriale di Altobello La Carbonifera si insediò sulla riva meridionale del Canal Salso, all’angolo tra l’attuale Viale Ancona e Via Altobello (oggi Viale Ancona 41–63), sfruttando in modo intelligente le infrastrutture preesistenti della Fornace Da Re. Magazzini, officine, tettoie, scuderie e accessi logistici, originariamente progettati per la fornace, furono adattati alle nuove lavorazioni senza ricorrere a demolizioni radicali. Il Canal Salso era stato ampliato nel 1908 mediante la realizzazione di un canale artificiale ad esso perpendicolare, che consentiva la creazione di banchine più prossime ai nuovi stabilimenti e costituiva un asse fondamentale per l’approvvigionamento delle materie prime. Il carbone grezzo giungeva via acqua, veniva scaricato nei grandi depositi ereditati dalla Fornace Da Re e successivamente avviato alle fasi di trasformazione. La vicinanza della linea ferroviaria, estesa fino all’area di Via Torino e penetrante nel comparto dell’attuale Altobello lungo le nuove darsene, permetteva una rapida distribuzione del prodotto finito verso le principali reti industriali del Nord Italia. La produzione delle briquettes: innovazione energetica Il cuore dell’attività della Carbonifera era la produzione di briquettes, mattonelle di carbone compresso che rappresentavano un prodotto tecnologicamente avanzato per l’epoca. Il carbone, ridotto in polvere o in piccoli frammenti, veniva miscelato con leganti, spesso catrame o resine, e successivamente pressato meccanicamente in forme regolari. Questo processo consentiva di ottenere un combustibile caratterizzato da una combustione più uniforme, da una riduzione degli sprechi e da una maggiore facilità di stoccaggio e trasporto, con un’efficienza superiore rispetto al carbone grezzo. Le briquettes erano destinate principalmente all’alimentazione delle locomotive ferroviarie e delle caldaie industriali, rispondendo alla crescente domanda energetica generata dall’industrializzazione italiana dei primi decenni del Novecento. Declino industriale e compromissione ambientale L’attività della Carbonifera conobbe una fase di progressivo declino tra gli anni Quaranta e Cinquanta, a causa di una convergenza di fattori strutturali. Tra questi ebbero un ruolo decisivo l’interramento parziale del Canal Salso, iniziato nel 1927, che ridusse drasticamente la funzione logistica fluviale, la concorrenza del nuovo polo industriale di Porto Marghera e la transizione energetica verso petrolio e gas. Nel secondo dopoguerra l’area passò sotto la gestione di Italgas, che riconvertì il sito in deposito di carburanti. Questo utilizzo lasciò una pesante eredità ambientale: il suolo e la falda acquifera risultarono contaminati da idrocarburi, metalli pesanti e creosoto, residuo tossico delle precedenti lavorazioni. Per decenni l’ex Carbonifera rimase così un vuoto urbano degradato, fisicamente e simbolicamente separato dal tessuto cittadino. Dalla bonifica alla rigenerazione urbana A partire dagli anni Duemila l’area è stata interessata da una complessa operazione di bonifica ambientale e riqualificazione, coordinata da enti locali e regionali. Gli interventi hanno previsto la rimozione dei terreni contaminati, la messa in sicurezza della falda e un monitoraggio ambientale continuo, con investimenti complessivi stimati intorno ai 10 milioni di euro. Il progetto di recupero architettonico ha scelto di preservare l’impronta industriale storica, valorizzando i capannoni in laterizio, le tettoie e i volumi lineari tipici dell’archeologia industriale, evitando una cancellazione della memoria produttiva del sito. L’attuale Polo Tecnico Comunale Oggi l’edificio storico della Carbonifera, ristrutturato nel rispetto delle sue caratteristiche originarie, ospita il Polo Tecnico del Comune di Venezia in Viale Ancona 63. Qui hanno sede numerosi uffici strategici per la terraferma, tra cui Urbanistica, Mobilità e Trasporti, Edilizia Privata, Bonifiche e Valutazioni Ambientali, nonché Gare e Contratti. Questa nuova destinazione d’uso rappresenta un esempio concreto di rigenerazione urbana, capace di trasformare un ex impianto produttivo inquinato in un centro amministrativo nevralgico, restituendo funzionalità e valore simbolico al quartiere di Altobello. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re, la company town, primo nucleo produttivo del quartiere a partire dal 1849; Lo scopificio Krull, l’opificio del 1905 dell’imprenditore tedesco che diede vita all’Acca Kappa; La CLEDCA, lo stabilimento per traversine ferroviarie e la sua pesante eredità ambientale; La Carbonifera Industriale Italiana, la lavorazione del carbone e l’attuale polo tecnico comunale; e Gli Ex Magazzini Generali, la logistica integrata fra darsena e ferrovia, oggi affiancata dal Laguna Palace. Tutte queste realtà nacquero come prolungamento industriale della porta d’acqua di Mestre. La loro vicenda affonda nella storia del Canal Salso, l’arteria che le alimentava, e si intreccia con la rinascita del quartiere narrata in Altobello, una periferia rinata. Galleria Fotografica L’area della Carbonifera quando la struttura era in attività La Carbonifera Industriale Italiana lungo le rive della darsena Dalla Fornace Da Re alla Carbonifera: evoluzione di un’area Il processo industriale che avveniva all’interno della Carbonifera Riqualificazione della Carbonifera: un modello da seguire L’attuale Carbonifera La Carbonifera dopo la ristrutturazione L’area della Carbonifera Il sistema di trasporto intermodale Bibliografia «Vivere una città», in Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre, n. 29, pp. 15–19, 21 aprile 2018. «Altobello: fare presto e fare bene», in Urbanistica Democratica, 15 marzo 1990. 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